di Giovanni Belardelli
Corriere della Sera, 9 febbraio 2021
Le misure che vanno oggi a vantaggio delle classi d'età meno giovani sono poste a carico delle successive generazioni. Si tratta di qualcosa che è inaccettabile anche da un punto di vista morale, come ha affermato l'estate scorsa l'attuale presidente del Consiglio incaricato Draghi.
Benché da tempo non si parli più di "lotta di classe", come facevano Marx e i movimenti e partiti che a lui si richiamavano, il conflitto sociale ha dominato e continua a dominare la vita delle democrazie contemporanee. Tranne forse che in Italia, dove al centro sta ormai, benché in forme poco evidenti, soprattutto un altro conflitto, quello tra le generazioni: da una parte i babyboomers (per convenzione quanti sono nati tra il 1946 e il 1964 e dunque hanno potuto pienamente approfittare del benessere economico dei primi decenni post '45) e dall'altra i loro figli e, spesso, i loro nipoti. Se il conflitto sociale, nelle sue forme fisiologiche, ruota in larga misura attorno alla distribuzione delle risorse economiche, questo conflitto tra generazioni presenta nell'Italia degli ultimi decenni un andamento particolare, a senso unico: consiste, attraverso il gigantesco debito che abbiamo accumulato, in un enorme trasferimento di risorse dai più giovani (e perfino da quanti ancora non sono nati) ai più anziani. Se il conflitto sociale è un conflitto esplicito perché avviene qui e ora tra gruppi che - appoggiandosi a sindacati, associazioni, partiti - cercano ciascuno di ottenere una fetta più grande della ricchezza prodotta, il conflitto tra generazioni - nella particolare forma che ha assunto da noi - resta sotterraneo e nascosto, poiché le risorse di cui le generazioni più anziane si appropriano in un certo senso non esistono, sono fatte "soltanto" di debiti che le generazioni future dovranno pagare. Insomma, proprio quelle classi di età che hanno contribuito a plasmare negli anni Sessanta il mito della gioventù, creando per sé l'immagine dei forever young, hanno finito col derubare (metaforicamente ma non troppo) la gioventù in carne e ossa, quella rappresentata dalle generazioni successive alla loro.
A tenere celato questo conflitto, a renderlo all'apparenza meno drammatico, stanno due fatti. In primo luogo, come appena detto, le conseguenze di questa gigantesca espropriazione di risorse si manifesteranno soprattutto in futuro, quando i giovani di oggi (sempre meno, per giunta, visto il crollo delle nascite nel nostro Paese) dovranno sopportare il costo di un debito contratto non da loro e al contempo finanziare assistenza e pensioni per un numero di anziani sempre maggiore. In secondo luogo, quel conflitto generazionale è al momento mascherato dal fatto che spesso - come è esperienza di tante famiglie italiane - sono ancora gli stipendi e le pensioni dei babyboomer sa sostenere figli e nipoti.
Tutto questo ha conseguenze anche sulla qualità della nostra democrazia, che tende a diventare - in gran parte anzi è già diventata - una democrazia irresponsabile; nel senso che le misure che vanno oggi a vantaggio delle classi d'età meno giovani sono poste a carico delle successive, e meno fortunate, generazioni. Si tratta di qualcosa che è inaccettabile anche da un punto di vista morale, come ha affermato l'estate scorsa proprio l'attuale presidente del Consiglio incaricato Draghi al meeting di Rimini, osservando che privare i giovani del futuro è "una delle forme più gravi di diseguaglianza".
Eppure una questione del genere è finora rimasta fuori o ai margini dell'agenda politica; non a caso, viene da dire, vista la composizione di un corpo elettorale che l'andamento demografico rende sempre più anziano. Così, nei partiti la questione dei giovani si risolve al massimo in qualche riferimento scontato e retorico alla necessità di combattere la disoccupazione giovanile, incrementare il numero dei laureati ecc. Del resto non sembra un caso - semmai potremmo parlare, in termini freudiani, di una rimozione - che, come è stato più volte osservato, il Next Generation Eu non sia quasi mai chiamato in Italia con questo nome. Ma stupisce soprattutto la difficoltà anche di chi è anagraficamente più giovane a mettere a fuoco il conflitto generazionale di cui si sta dicendo. Si pensi alle cosiddette "sardine": benché si trattasse di un movimento composto per lo più da giovani, non hanno dedicato al problema un centesimo delle parole dedicate alla battaglia "antifascista" contro Matteo Salvini. E che la "rapina generazionale" in atto da decenni possa cessare, o almeno attenuarsi, sembra davvero difficile se questa disattenzione degli stessi giovani non verrà meno.
di Alessia Lorenzini
Italia Oggi, 8 febbraio 2021
Il calo di organico compromette l'efficacia del sistema. Il giudizio della Corte dei conti sull'attuazione della riforma della polizia penitenziaria. La riduzione della copertura organica del corpo di polizia penitenziaria può compromettere l'efficacia della gestione della sicurezza del sistema di prevenzione pena.
di Giacomo Salvini
Il Fatto Quotidiano, 8 febbraio 2021
Il governo Draghi non è ancora nato e rischia già di spaccarsi proprio sul tema che ha provocato la caduta del Conte 2: la giustizia. E in particolare la prescrizione, tema che da sempre scatena gli appetiti di Silvio Berlusconi, Matteo Renzi e Matteo Salvini che faranno parte della prossima maggioranza.
di Luciano Violante
La Repubblica, 8 febbraio 2021
Dal caso Palamara ai pestaggi in cella. Un filo nero unisce i fatti di Piacenza, i pestaggi nelle carceri di Torino, le vicende nelle quali è coinvolto il dottor Palamara. Si tratta dell'abuso di potere. Funzionari ai quali la Repubblica ha consegnato poteri rilevanti sulla vita, l'integrità fisica, la reputazione, il patrimonio dei cittadini, al fine di garantire il rispetto delle regole, le hanno violate ripetutamente per trarne vantaggi personali o economici o di prestigio o di altro genere. Il potere ha un volto diabolico perché se esercitato senza etica può portare allo schiacciamento dell'uomo da parte di un altro uomo. L'etica del potere è costituita dal suo esercizio in modo conforme alle ragioni per le quali quel potere è stato concesso.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 8 febbraio 2021
I tempi dei processi sono diventati più lunghi. Colpa del Covid si dirà. Sta di fatto che la giustizia diventa sempre più lenta, e quindi sempre meno giusta. Nel settore penale i tempi dei procedimenti sono assai variabili, dipendono dalle fasi in cui si trova il processo, dal numero di imputati, dalla complessità delle fonti di prova da analizzare.
di Barbara Millucci
L'Economia - Corriere della Sera, 8 febbraio 2021
L'Ue si sta muovendo per implementare, attraverso l'intelligenza artificiale e la robotica, la digitalizzazione delle pubbliche amministrazioni e degli uffici giudiziari. L'obiettivo è rendere la giustizia più efficiente, utilizzando sistemi predittivi che potrebbero affiancare il giudice nella fase decisoria o gli avvocati nell'istituzione di una pratica.
di Filippo Facci
Libero, 8 febbraio 2021
L'ex onorevole di Fi: "Il Parlamento è molto scaduto. I tecnici? Bisogna vedere se li fanno lavorare. Cancellare la riforma della prescrizione, sfoltire il Codice e... più competenza". L'avvocato Raffaele Della Valle, 81 anni, è uno dei più grandi penalisti d'Italia. Tra i fondatori di Forza Italia, dopo una breve esperienza politica è tornato all'avvocatura nel 1996.
Avvocato Della Valle, lo farebbe il ministro della Giustizia nel governo Draghi?
"No"
Come no?
"No. Credo che non sarei all'altezza"
Non sarebbe... all'altezza? Ma ha presente il ministro uscente? La prima volta che intervistai Raffaelle Della Valle fu esattamente trent'anni fa, e la cosa che è cambiata meno, in questo tempo, è la giustizia italiana. Per chi venisse da Marte: Della Valle è uno dei più celebri penalisti italiani e negli anni Ottanta divenne noto per il caso di Terry Broome e naturalmente per il caso di Enzo Tortora, in cui chiunque intravede una preistoria dell'era attuale: nel senso che la giustizia fa schifo uguale, oggi, nonostante sia cambiato un Codice Penale e tante altre cose, all'apparenza. Politico a tempo perso nel Partito Liberale, fu tra in fondatori di Forza Italia e divenne capogruppo alla Camera e segretario della medesima, questo prima di lasciare repentinamente ogni incarico istituzionale e tornarsene al suo studio nel centro storico di Monza. Oggi ha 81 anni, ha ancora tutti i capelli e frequenta il Tribunale - dice - da 77 anni.
Com'è possibile? Faceva l'avvocato a quattro anni?
"Sono figlio di una casalinga pavese e di un magistrato partenopeo. Quando mio padre divenne pretore a Monza, la nostra abitazione era dentro il Palazzo di Giustizia. La professione la svolgo da 58 anni".
E non ha sufficiente esperienza per fare il ministro?
"No, ma è bello che me lo chiediate".
Cioè: domani le telefona Draghi e lei che cosa risponde?
"Mi accerterei che non fosse Scherzi a parte o Striscia la notizia. Non fosse così, risponderei che fare il Guardasigilli è un'attività manageriale che implica soprattutto capacità di fare organizzazione, coordinamento, dettare una linea, rapportarsi a una squadra di collaboratori capaci che non si possono improvvisare. Il ministero è una struttura che ti fagocita, io sono più individualista".
Ma non glielo chiesero già nel 1994 e dintorni?
"Se n'era parlato, in ogni caso non andò in porto".
Poi Lei nel 1996 tornò all'avvocatura. Si dice che non volle più fare il deputato perché guadagnava troppo poco.
"Non è proprio così. È vero che il mio studio era una grossa macchina che si era fermata: non coprivo più neanche le spese anche perché andavo a Roma la domenica sera e tornavo il venerdì, mi chiamavano il monaco del Parlamento. In studio non avevo ancora, come dal 2001, l'apporto dei miei due figli. Ma ero anche deluso da una politica che mi sembrava una fatica di Sisifo, bastava mezzo emendamento per mandare all'aria mesi di lavoro. Ti ritrovavi di continuo a confronto con gente incompetente. Ciò non toglie che ancor oggi ringrazio Silvio Berlusconi per avermi dato questa possibilità. Però oggi dico, soprattutto ai giovani: in Parlamento non stateci più di cinque anni, quello è un altro mondo, una dimensione a parte".
Oggi molti parlamentari non hanno neanche un mestiere a cui tornare. Per i manager più capaci e affermati, viceversa, il Parlamento sarebbe una diminutio.
"In Parlamento dovrebbe andare solo gente già affermata. Invece, così, finirà che ci andranno solo poveracci col reddito di cittadinanza o ricchi sfaccendati. Occorrerebbe rialzare il livello, la volontà di partecipazione, non limitarsi ad alzare il pollice a comando o fare il pigiabottoni. Servirebbe cuore e cervello. Oggi un amministratore di una grande azienda guadagna anche 30 o 40mila euro al mese: pensi se dovesse diventare l'amministratore di un'azienda che si chiama Italia. Per questo favorirei una scuola specifica per favorire un mestiere specifico: non è che conoscere il codice di procedura penale sia sufficiente per fare il ministro della Giustizia".
E Bonafede?
"Bonafede... capisco, per l'amor del cielo. Bisognerebbe tornare coi piedi per terra e comprendere i propri limiti. Oggi sono convinto che se si chiedesse a cento italiani se andrebbero a fare il presidente degli Stati Uniti, in buona parte risponderebbero subito di sì. È pieno di ragazzotti che vogliono guidare un Jumbo. Il Parlamento è molto scaduto, e anche i cosiddetti tecnici bisogna vedere se li faranno lavorare".
Che cosa consiglierebbe di fare, in primis, a un nuovo ministro della Giustizia?
"È tanto se avrà il tempo di cancellare la disgraziata riforma della prescrizione, quella che ti lascia sub judice sine die, sotto il giogo della giustizia per una vita".
E che allunga ancor di più i tempi. Lei che cosa farebbe per abbreviarli?
"C'è da sfoltire il Codice e depenalizzare. Io partecipai alla Commissione Nordio, a questo finalizzata, e facemmo un lavoro bellissimo, fatto da 25 specialisti. Introducemmo anche i reati ambientali. Poi seguì la Commissione Pisapia. Gente competente, non come oggi che passi in tv e diventi ministro".
Ma gli avvocati hanno interesse a depenalizzare?
"In generale no. A Monza all'inizio eravamo in 99 e c'erano ancora grandi aziende, un sacco di gran lavoro. Oggi a Monza ci sono tremila avvocati che devono inseguire reati bagatellari o difendere extracomunitari. Anche la nostra categoria va riformata, bisogna favorire una selezione più rigida e avere il numero di legali che hanno Francia e Inghilterra. La soglia di preparazione va elevata".
Altre cose da fare?
"Potenziare gli uffici. Manca il personale, gli ausiliari, le strutture. Ci sono le aule da rifare: ora, da certe, se ne potrebbero ricavare dieci. Poi bisognerebbe limitare le possibilità di impugnazione, mettere dei limiti ai ricorsi dilatori in Appello e in Cassazione. Io poi di Cassazioni ne farei tre: una al Nord, una al Centro e una al Sud, come prevedeva anche il Codice Zanardelli (in vigore nel Regno d'Italia dal 1890 al 1930, ndr). Oggi molti dei migliori magistrati non sono disposti a piantare tutto per trasferirsi nella Capitale: così al Palazzaccio senti solo accenti romani o napoletani".
È vero che i magistrati lavorano poco?
"Lavorano male, hanno carichi enormi per i citati motivi. Poi ci sono collegi giudicanti troppo nutriti, ci vorrebbero più giudizi monocratici. In primo grado sono in tre, già in Appello potrebbero essere meno. I giudici a latere potrebbero fare altro".
La madre di tutte le riforme da fare?
"La separazione delle carriere tra pm e giudice, come dico da più trent'anni e come diceva anche Paolo Barile (celebre costituzionalista, ndr). Non sto neanche più a spiegare perché sarebbe necessaria: come in ogni luogo di lavoro, anche negli uffici giudiziari fra colleghi nascono amicizie, complicità e talvolta si intrecciano storie personali. È chiaro che parleranno anche di fascicoli, inquisiti e imputati. Ma non basterebbe neppure la separazione delle carriere, probabilmente. La verità è che siamo tornati al Medioevo".
Per il tradimento sostanziale del nuovo Codice? Io, trent'anni orsono, feci in tempo a intervistare Giandomenico Pisapia, padre di Guliano e relatore del Nuovo Codice; mi disse testualmente: "È il processo che è pubblico, non le indagini".
"Oggi accade esattamente il contrario. I processi, dove la prova dovrebbe formarsi, non li segue più nessuno. Un tempo le aule erano gremite, oggi la gente si è già preconfezionata una propria sentenza, i processi li hanno già fatti sulla stampa, in quei terribili programmi in tv. Ma c'è altro. Il Medioevo è nelle misure di prevenzione, in procedimenti impostati dal principio in base a indizi e sospetti, con misure cautelari, sequestri, confische. Le procure distrettuali antimafia, in particolare, hanno un potere che rispetto alle procure ordinarie è megagalattico: dai trojan ai droni, sono in condizione di mettere in soggezione anche i giudici ordinari. Ci sono un pugno di procure che praticamente conoscono i fatti privati delle prime dieci/dodici città d'Italia, lo strapotere e l'invasività dell'accusa è devastante. Intanto i parlamentari continuano ad alzare le soglie di reato e a cancellare le misure di affidamento: e ben vengano le condanne ben istruite, ma in questo modo, per non rischiare, finisce che un patteggiamento (sostanziale adesione alle tesi dell'accusa, ndr) deve accettarlo anche chi è o si ritiene innocente. È chiaro che più alzi l'asticella delle pene, più l'avvocato diventa inutile".
E noi giornalisti, in tutto questo?
"Andreste riformati anche voi, non so come. In maggioranza siete succubi dei pm, contanti saluti alla difesa. Oggi pontificate in tv come fanno, pure, alcuni magistrati: ai miei tempi non avrebbero osato. Un tempo non esistevano neppure le conferenze stampa dell'accusa, dove peraltro gli avvocati non vengono invitati". Lei ha continuato a fare l'avvocato e vuole continuare a farlo. Perché, in due parole? "Perché voglio continuare a essere un uomo libero".
di Bartolomeo Romano
Il Riformista, 8 febbraio 2021
La metafora ciclistica dell'uomo solo al comando: questa sembra essere stata la semplice linea difensiva del sistema. Un uomo, solo, a guidare la potente Anm; un uomo, solo, nei corridoi, nelle stanze e nel Plenum del Csm. A volte, in effetti, la linea difensiva più semplice è anche la migliore. A volte.
Non mi iscrivo nelle liste di innocentisti o di colpevolisti: noto, però, che Palamara è stato segretario e presidente dell'Associazione nazionale magistrati (2007-2012), e poi membro del Consiglio Superiore della Magistratura (2014-2019). Difficile pensare che, da solo, percorresse corridoi e prendesse decisioni. Ho l'impressione che vi sia stata una certa voglia di "pena esemplare" (al di là e oltre le eventuali responsabilità individuali). Ma non per punire uno al fine di educare tanti; piuttosto, per punire uno e salvare tanti.
Palamara è stato fulmineamente espulso dalla Anm e, con un procedimento disciplinare non consueto, è stato radiato dalla magistratura, credo di poter dire senza troppi approfondimenti e senza ascoltare i molti testimoni che avrebbe voluto citare. E nel collegio giudicante ha tenuto a rimanere Davigo, nonostante stesse per andare in pensione, probabilmente nel quadro del puro che emenda il più puro (o quello che una volta si riteneva tale: qualcuno ricorderà lo scontro Cossiga-Palamara...). Può accadere, però, che l'esemplare risposta del sistema si inceppi, anche a dispetto di un certo efficientismo punitivo. È quello che mi sembra sia accaduto in quello che è stato generalmente etichettato come "il caso Palamara" e che invece tende a nascondere, dietro il semplicistico capro espiatorio, un problema di sistema, come il libro-intervista di Sallusti a Palamara crudelmente rivela. Certo, occorrerà verificare se le verità di Palamara sono tutte verità effettive; ma l'impressione è che non si potrà più fare finta di niente.
Mi viene alla mente la rivoluzione francese: certo, nata con nobili ideali, ci ha lasciato tracce indelebili, come la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1789 e la separazione dei poteri. Ma che - in chiave di superamento dell'ancien régime e della affermazione del nuovo - ha visto una corsa del puro superato dal più puro, con molte teste cadute sulla gigliottina, Comitati di salute pubblica, Terrore, legge dei sospetti. Sino a giungere, nel 1794, all'arresto di Robespierre e dei suoi collaboratori, il giorno successivo ghigliottinati senza processo. Di qui il Termidoro, la ricerca di nemici esterni e le guerre napoleoniche: ma la storia è nota.
Tuttavia, a ripercorrere quella storia, mi vengono ancor oggi i brividi perché non mi sembra così lontana. Dopo la radiazione di Palamara, il plenum del Consiglio Superiore della Magistratura ha preso atto della intervenuta pensione da magistrato di Davigo e ha concluso, secondo me a ragione, che egli non potesse continuare a rimanere al Csm quale Consigliere "togato".
Anche il puro più puro è stato dichiarato decaduto dal Csm... Invece, in un Paese serio, da quanto accaduto sarebbero derivate conseguenze serie. Sarebbe dovuta intervenire una riforma della legge elettorale del Csm che impedisse alle correnti di regnare (io ho sempre pensato a un sistema misto, con un ampio sorteggio e poi una votazione tra i sorteggiati). Certo, neppure questa sarebbe una riforma radicale, poiché toccherebbe il solo sistema elettorale; ma qualcosa è meglio di niente.
Per essere chiari, a mio modo di vedere, una seria riforma dovrebbe attuare l'art. 111 della Costituzione, con l'ovvia e naturale separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici (ma evitando che i p.m. possano dipendere dall'esecutivo). Di qui, ovviamente, la presenza di due diversi Consigli Superiori della Magistratura: uno per i pubblici ministeri e uno per i giudici. Analogamente, occorrerebbe affrontare anche le diverse, ma connesse, questioni delle cosiddette porte girevoli (magistrati che entrano in politica e poi tornano a fare i magistrati) e del numero troppo elevato di "fuori ruolo" (magistrati autorizzati dal Csm, su richiesta della politica o di vari organi, e di loro stessi, a occuparsi di altro, rispetto alle questioni di giustizia).
Se non saremo capaci di comprendere cosa è accaduto, e perché è accaduto, ci limiteremo - al massimo - a colpire la punta dell'iceberg. E la nave della giustizia tenderà sempre a galleggiare, riuscendoci solo a volte. E tutto sembrerà mutare, ma non cambierà nulla. Forse non è un caso, come ricordai ai miei Colleghi durante una seduta del Plenum del Consiglio Superiore della Magistratura, che a Roma, a pochi metri dal Palazzo dei Marescialli, sia morto Giuseppe Tomasi di Lampedusa, mio illustre concittadino.
di Antonello Cherchi
Il Sole 24 Ore, 8 febbraio 2021
Sta assumendo i contorni di una storia senza fine quella che vede il Consiglio nazionale forense continuare a lavorare a ranghi ridotti, dopo che 9 consiglieri, tra cui il presidente Andrea Mascherin, sono stati dichiarati ineleggibili dal Tribunale di Roma.
Anche in questo caso si tratta di elezioni, che però dovrebbero essere indette per sostituire gli esclusi e sulle quali non c'è certezza. E ancora di meno ora che la palla è ritornata nel campo dei giudici. Otto dei nove consiglieri hanno, infatti, presentato appello, con richiesta di sospensiva dell'ordinanza del tribunale capitolino che a settembre scorso li ha estromessi perché avevano alle spalle già due mandati consecutivi come componenti del Cnf.
Il terzo non è consentito se prima non si sta fermi almeno un giro. Per arrivare a chiarire la questione sono state necessarie diverse sentenze, fino a quelle di Cassazione e Corte costituzionale, che hanno permesso di arrivare al verdetto di settembre. Nel dichiarare l'ineleggibilità dei nove, il giudice aveva, tuttavia, dichiarato che esiste una lacuna normativa che non permette di dare indicazioni dettagliate su come comportarsi. Vanno certamente rifatte le elezioni, ma solo il ministro della Giustizia può dire in che tempi e con quali modalità.
Da via Arenula, però, finora non ci sono state indicazioni e, vista la crisi di Governo, non arriveranno a breve. Tanto più che si è rimessa in moto la macchina del contenzioso, con l'appello, che vede partecipe anche il Cnf, della decisione del Tribunale di Roma. Per ora l'unica certezza è che se ne riparlerà il 3 giugno: è la data per la discussione di merito stabilita giovedì scorso dal giudice d'appello nel corso dell'udienza durante la quale sono emerse irregolarità nella notifica degli atti alle parti in giudizio, difetto da sanare entro il 25 febbraio.
Analoghi vizi erano stati rilevati nell'udienza del 7 gennaio per la sospensiva, la quale potrà essere rimessa in pista una volta sanate le irregolarità di notificazione. "Al di là della legittimità di ciascuno a perseguire la via giudiziaria - commenta Michelina Grillo, tra i convenuti dell'appello - c'è da riflettere sull'opportunità politica della prosecuzione del contenzioso e sull'impatto negativo che provoca sulla categoria il fatto di avere un Cnf depotenziato mentre si stanno per prendere decisioni importanti per l'avvocatura".
di Gennaro Pagano*
Il Mattino, 8 febbraio 2021
Ho molto apprezzato quanto ha scritto sulle pagine di questo giornale Paolo Siani circa l'esigenza di un piano nazionale per l'Infanzia, la cui necessità è da lui costantemente e lodevolmente richiamata in sede parlamentare e in ogni altro ambito idoneo.
Tempo fa ci siamo confrontati telefonicamente anche sull'idea e sulla necessità anche di un "Patto educativo per la Città metropolitana" a cui, insieme ad altri, sto lavorando. In questo tempo difficile, i segni e le parole di don Mimmo Battaglia, nuovo Arcivescovo metropolita di Napoli, nel giorno del suo ingresso, fanno ben sperare che la tragica situatone della povertà educativa partenopea sia messa al centro di un dibattito autentico tra istituzioni, chiesa, società civile e terzo settore. Tuttavia ogni sforzo e iniziativa rispetto al piano di cui parla il caro Paolo Siani potrebbe risultare vano perché, laddove venisse approvato un piano per l'infanzia capace di stanziare fondi straordinari, non è detto che nel nostro territorio a beneficiarne siano veramente i bambini e i ragazzi che più ne necessitano. Napoli e la Campania hanno un problema immenso circa la gestione seria delle politiche socio-educative e tra gli altri vi sono tre punti davvero drammatici nelle conseguenze che producono:
1. Il legame a volte ambiguo e opportunistico che c'è tra le amministrazioni locali, il mondo degli enti benefici e le imprese sociali operanti nel settore educativo: sembra che alcuni, sempre gli stessi, siano privilegiati, fino ad assurgere a veri e propri potentati locali che non di rado agiscono in modo prepotente, quasi dando vita ad una camorra dell'anticamorra.
2. Le attenzioni delle amministrazioni e non solo, spesso sono attratte unicamente da progetti e realtà "brand" la cui narrazione mediatica o istituzionale non sempre è passata al vaglio onesto e oggettivo della valutazione e riflessione socio-educativa, l'unica capace di offrire criteri validi per verificare ciò che è davvero efficace in termini di reale prevenzione e sviluppo. Abbiamo zone della città metropolitana sotto gli occhi dei riflettori e altre - spesso più bisognose - totalmente ignorate.
3. La camorra, la povertà educativa, la deprivazione culturale si sconfigge facendo rete, creando un "sistema" di comunità: i narcisismi di immagine o di profitto sono un ostacolo alla creazione di una rete sociale solida che pure è l'unica via per rendere la nostra area metropolitana un "villaggio educante" in cui tutte le realtà del terzo settore, dell'associazione amo e del volontariato, insieme alla scuola, possano camminare insieme e sostenersi l'un l'altra orientate unicamente al bene dei piccoli.
Lavorare insieme, evitando che la "carovana" dei fondi che sogniamo sia assaltata esclusivamente dai più grandi e soliti noti, consentirebbe anche alle realtà più piccole - spesso anche le più fantasiose ed efficaci, unici presidi in territori dimenticati da tutti - di restare in piedi e a quelle grandi di trasferire i loro modelli così attenzionati, condividendoli.
Ed ora che abbiamo cancellato il primo murales, iniziamo a pensare a dove edificare un monumento per il bambino invisibile: al bambino che non abbiamo visto, a quello di cui non ci siamo curati, a quello a cui abbiamo voltato la faccia con indifferenza, a quello che per inseguire logiche di potere - economico o elettorale o di sola immagine - non abbiamo prestato attenzione
A quel bambino che nel migliore dei casi, un po' cresciuto, mi ritrovo a Nisida in una cella che diviene per lui ancora di salvezza e, nel peggiore, sulle pagine dei giornali perché morto ammazzato. Dalla camorra. Da chi voleva fermare un'aggressione. Dalla nostra ipocrita indifferenza.
*Sacerdote, cappellano del Carcere minorile di Nisida e direttore della fondazione ecclesiale Regina Pacis











