di Fabrizio Gatti
L'Espresso, 7 febbraio 2021
Secondo la Corte europea dei Diritti dell'Uomo Sofia non ha indagato. E risulta centrale il ruolo dell'associazione milanese Aibi nel creare "un'atmosfera di conflitto" che non ha favorito l'inchiesta.
Le denunce di abusi trasmesse dalla magistratura italiana non andavano subito archiviate. Le agghiaccianti testimonianze di tre bambini, che avevano sofferto violenze sessuali atroci insieme con altri coetanei in un orfanotrofio bulgaro, erano credibili e circostanziate. I piccoli avevano cominciato a confidarsi con gli psicologi incaricati dalla famiglia adottiva, dopo la loro adozione in Italia conclusa nel 2012 con l'intermediazione dell'associazione "Aibi - Amici dei bambini" di Milano. E avevano poi confermato le loro parole davanti al pubblico ministero di una Procura per i minorenni che, seguendo le procedure internazionali, aveva trasmesso gli atti a Sofia. Il fascicolo giudiziario raccontava di bimbi violentati anche da adulti, che in alcune occasioni avrebbero filmato le aggressioni.
Per questo il 2 febbraio la Grande Camera della Corte europea dei Diritti dell'Uomo ha condannato la Bulgaria, accogliendo l'impugnazione contro una prima decisione della Corte che aveva respinto il ricorso dei genitori adottivi. Secondo la maggioranza dei giudici, le autorità di Sofia "che non si sono avvalse delle indagini disponibili e dei meccanismi di cooperazione internazionale, non hanno assunto tutti i provvedimenti ragionevoli per far luce sul caso e non hanno svolto un'analisi completa e attenta delle prove consegnate loro. Le omissioni osservate", spiega una nota della Corte europea, "sono apparse sufficientemente gravi per ritenere che l'inchiesta svolta non sia stata efficace secondo le finalità dell'articolo 3 della Convenzione, interpretato alla luce delle altre disposizioni internazionali e in particolare della Convenzione di Lanzarote".
La Bulgaria, secondo la Grande Camera, ha quindi violato la Convenzione europea dei Diritti dell'Uomo, che all'articolo 3 sancisce che "nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti". Tanto più se si tratta di minori che all'epoca avevano meno di dieci anni. Lo Stato bulgaro dovrà quindi risarcire entro tre mesi con una somma complessiva di trentaseimila euro i tre bambini, assistiti dall'avvocato Francesco Mauceri.
I giudici, anche per la mancanza di indagini approfondite, non sostengono che le violenze denunciate siano effettivamente avvenute e che quindi vi sia stata una violazione della parte sostanziale dell'articolo 3. Stabiliscono invece che la Bulgaria ha violato la parte procedurale che avrebbe dovuto accertare l'eventuale violazione sostanziale dello stesso articolo. Un principio che riguarda gli Stati, ai quali però non deve sottrarsi la piena collaborazione delle associazioni di intermediazione che, nelle adozioni internazionali, operano su autorizzazione e in rappresentanza dei rispettivi governi.
Tra le novantotto pagine delle motivazioni, il giudizio non appellabile della Grande Camera dedica interi paragrafi alla condotta dell'associazione Aibi-Amici dei bambini, che ha sede a San Giuliano Milanese ed è sostenuta da famosi testimonial del mondo della politica, dello spettacolo e dello sport. "La conclusione della Grande Camera", annotano in un parere congiunto i giudici Turkovic, Pinto de Albuquerque, Bošnjak e l'italiano Raffaele Sabato, "potrebbe essere integrata, secondo il nostro punto di vista, dalla considerazione che il ragionamento adottato dalle autorità giudiziarie bulgare e dall'Agenzia di Stato per la protezione dell'infanzia ha sostanzialmente ribadito la teoria anticipata dall'associazione che aveva agito come intermediaria per l'adozione".
"I rappresentanti di quell'associazione", spiegano i giudici riferendosi ad Aibi, "quando i genitori adottivi si sono rivolti a loro dopo la prima rivelazione degli abusi, hanno cominciato a esprimere l'opinione che i genitori non fossero idonei ad adottare i bambini, sulla base del loro comportamento durante un incontro organizzato dall'associazione il 2 ottobre 2012. La Corte non ha potuto accertare se la relazione su questa riunione tra il personale dell'associazione, i genitori e i bambini fosse autentica, dato che... i ricorrenti hanno prodotto un rapporto di polizia che attesta che tre rappresentanti dell'associazione avevano dovuto fornire prova della loro firma, e riconosce che la relazione riporta tre firme diverse, tutte scritte dalla stessa mano".
"Inoltre", osservano i giudici della Grande Camera, "la relazione apparentemente mostrava discrepanze nel testo, sotto forma di aggiunte e cancellature, che la Corte non è stata in grado di verificare. Indipendentemente dal fatto che le autorità bulgare sapessero fin dall'inizio di questa presunta falsificazione, ci appare evidente che la contraffazione del documento è stata discussa dai ricorrenti innanzi la Grande Camera senza che il governo rispondesse sul punto. Questa circostanza, insieme con il fatto che l'associazione ha incontrato i rappresentanti delle varie autorità coinvolte... e ha redatto un rapporto molto critico sul resoconto dei genitori adottivi, trasmettendolo poi al Tribunale per i minorenni... testimonia il ruolo centrale svolto dall'associazione nel creare un'atmosfera di conflitto che non ha favorito l'avvio di indagini efficaci".
"La Corte" proseguono i giudici nella sentenza, facendo sempre riferimento ad Aibi, "si è inoltre rammaricata del fatto che l'associazione che ha agito da intermediaria dell'adozione nei confronti delle autorità dello Stato convenuto, aveva inviato alla Corte una nota in cui esprimeva l'opinione che i genitori erano inadatti come genitori adottivi perché - secondo l'opinione dell'associazione - avevano innescato un processo di denuncia su abusi che non esistevano, con lo scopo di denigrare la procedura che aveva portato all'adozione. Il contenuto di questa decisione, a nostro parere, rafforza l'idea che le rivelazioni dei minori fossero credibili, e [quindi] l'approccio dell'associazione è stato ufficialmente respinto".
L'orfanotrofio degli orrori era stato raccontato in un'inchiesta de L'Espresso e successivamente chiuso. L'associazione Aibi, che opera su autorizzazione del governo italiano, non ha risposto alla nostra richiesta di un commento. "Un'ultima osservazione", concludono i giudici della Grande Camera, "deve essere fatta, a nostro avviso, in merito alla considerazione che gli eventi fossero un "semplice" fenomeno di sessualità precoce, dovuto al fatto che i bambini vivono insieme in un orfanotrofio. Secondo questo punto di vista, di conseguenza non c'era nessuna necessità di indagare, poiché soltanto i minori erano responsabili per i contatti sessuali e nessuna responsabilità penale sarebbe imputabile a loro.
In primo luogo, notiamo ancora una volta che questa era la teoria sostenuta dall'associazione che ha operato come intermediaria nell'adozione", evidenziano i giudici della Grande Camera della Corte di Strasburgo, riferendosi sempre ad Aibi: "In secondo luogo, ci sono state segnalazioni, anche nelle prime rivelazioni, di contatti sessuali violenti avviati da minori. A questo proposito, dobbiamo sottolineare che anche importanti norme internazionali considerano la violenza inflitta da coetanei come violenza contro i minori e che in questi casi la responsabilità penale non è dei bambini violenti, ma di coloro che hanno il compito di sorvegliarli e di prendersi cura di loro".
La procura e il tribunale per i minorenni che avevano ritenuto credibile la denuncia dei tre bambini, hanno inoltre stabilito la piena idoneità dei genitori adottivi che, secondo la Corte di Strasburgo, Aibi aveva definito inadatti.
Ma come è accaduto in Bulgaria, la magistratura italiana che si occupa del comportamento degli adulti ha archiviato tutte le numerose denunce presentate negli anni contro l'associazione milanese, per presunte irregolarità nelle procedure di adozione. È finito in archivio lo stesso rapporto di polizia che a Roma attestava le "tre firme diverse, tutte scritte dalla stessa mano": compaiono in fondo alla relazione consegnata alla magistratura minorile dai vertici di Aibi, che in quel momento agivano davanti all'autorità giudiziaria nelle loro funzioni di ente autorizzato dal governo italiano. Questa l'insolita motivazione con cui un pubblico ministero ordinario ha chiesto e ottenuto l'archiviazione: "Resta da considerare la firma falsa apposta sulla relazione prodotta da Aibi al Tribunale per i minorenni [...]. L'unico reato configurabile in tal senso, trattandosi di un atto di parte, è la falsità in scrittura privata non più prevista dalla legge come reato".
di Davide Varì
Il Dubbio, 7 febbraio 2021
La polizia federale rivela una nuova serie di messaggi tra il pubblico ministero e il giudice Sergio Moro che gli avrebbe suggerito strategie e fonti nell'ambito dell'operazione Lava Jato. Il caso giudiziario dell'ex presidente del Brasile Luiz Inácio Lula da Silva torna davanti alla Corte Suprema dopo nuove rivelazioni della polizia federale: il giudice Sergio Moro, allora a capo dell'operazione anti-corruzione Lava Jato, avrebbe aiutato il pubblico ministero Deltan Dallagnol a istruire la causa contro Lula.
In quel processo, l'ex presidente brasiliano fu condannato a otto anni e dieci mesi di carcere con l'accusa di corruzione, per poi essere rilasciato a novembre del 2019 dopo oltre 500 giorni di detenzione. Già allora le chat tra i due magistrati scatenarono un terremoto politico, a seguito dello scoop del sito di inchiesta "The Intercept" che aveva pubblicato il contenuto della corrispondenza tra i due. In quell'occasione a intercettare i messaggi erano stati alcuni hacker, che li avevano poi forniti ai giornalisti, ed essendo stati acquisiti illegalmente, non erano utilizzabili contro i protagonisti delle conversazioni.
Mentre ora è la stessa polizia federale - nel tentativo di scovare gli hacker - ad essere entrata in possesso del contenuto completo di quelle chat. Che potrebbero rimettere in discussione l'intero processo: la difesa di Lula ha infatti chiesto e ottenuto di visionare i messaggi dalla Corte Suprema, che si pronuncerà sul caso entro giugno.
I colloqui tra magistrato giudicante e il pm violano infatti l'articolo 254 del codice del processo penale brasiliano, consentendo alla difesa dei condannati in quei processi di considerare il giudice "sospetto di non essere imparziale". E di chiedere quindi l'annullamento del giudizio. Stando a quanto riporta il quotidiano Avvenire, la comunicazione tra il pm e il giudice sarebbe durata per anni, tra il 2015 e il 2017, con quest'ultimo che "arrivava a suggerire strategie e fonti da interrogare".
L'inchiesta di Sergio Moro - l'ex giudice sceriffo diventato ministro della giustizia, nemico mediatico di Lula - aveva spalancato prima delle elezioni dell'ottobre del 2008 le porte del carcere all'ex presidente brasiliano, candidato favorito secondo tutti i sondaggi, liberando così la strada per il Planalto all'allora candidato di estrema destra e attuale presidente Jair Bolsonaro. Ma quel giudice "non era imparziale": è questa l'accusa emersa dallo scoop clamoroso del sito Intercept Brasil, diretto dal giornalista statunitense Glenn Greenwald, quello del caso Snowden.
Il sito d'inchiesta aveva pubblicato il contenuto di parte dei messaggi audio scambiati tra l'attuale ministro ai tempi in cui era ancora giudice di prima istanza a Curitiba, chiamato a giudicare le prove portate dalla pubblica accusa nel processo contro Lula da Silva, e il coordinatore della pubblica accusa Deltan Dallagnol. La legge vieta ovviamente al giudice di interferire nella acquisizione delle prove che poi sarà chiamato a giudicare.
I due, si deduce con evidenza dal contenuto dei messaggi, si scambiano invece infinite informazioni. Moro spiega ai pm cosa devono raccogliere e cosa no. Si dice insoddisfatto dell'evidenza di una prova. Suggerisce mosse, indica errori, detta i passi dell'indagine. Gioisce per il successo mediatico e per le ricadute politica dell'inchiesta. Si complimenta via chat con se stesso e con il pm per il repulisti provocato. "Complimenti a tutti noi" scrive.
Le accuse, sempre passate al vaglio dell'allora giudice Moro, di questo secondo processo sono molto simili a quelle per cui hanno condannato Lula per corruzione passiva e riciclaggio di denaro. Si tratta sempre di una casa vicino a San Paolo messagli a disposizione, secondo l'accusa, da una grande azienda in cambio di contratti di favore con imprese di Stato. Stavolta non un appartamento sulla costa, ma una casa di campagna. La denuncia della pubblica accusa accolta a suo tempo da Moro parla di una ristrutturazione del valore di 280 mila dollari pagata interamente dalle imprese di costruzione Odebrecht, Oas e Schahin, in cambio di contratti con l'impresa petrolifera statale Petrobras. La villa è stata frequentata dalla famiglia di Lula, ma non è di sua proprietà. Lo sarebbe "di fatto" secondo i pm. Secondo la difesa le accuse "si riferiscono a contratti firmati da Petrobras che lo stesso giudice ha riconosciuto, in un'altra sentenza, non aver portato nessun beneficio a Lula".
di Claudia Osmetti
Libero, 6 febbraio 2021
Sbandierati dal ministro per svuotare i penitenziari e contenere il virus, sono finiti nel dimenticatoio. In due anni ne sono stati chiesti 10mila e solo 4mila sono attivi. E per fortuna che il ministro (uscente) Bonafede s'era prodigato a ripetere in ogni salsa, nel marzo scorso, che i braccialetti elettronici avrebbero risolto il problema del sovraffollamento carcerario con la pandemia che, allora, avanzava.
di Errico Novi
Il Dubbio, 6 febbraio 2021
Al premier incaricato, Zingaretti chiede di riprendere il progetto firmato da Orlando ma poi accantonato da Bonafede: è la terza via per non restare schiacciati sul giustizialismo del M5S. Mario Draghi dovrà fare un miracolo di sintesi. Ma uno sforzo notevole toccherà pure al Pd. Costretto a isolare, anche nel futuro governo, le esuberanze renziane, ma anche obbligato a distinguersi dagli alleati, quindi dal Movimento 5 Stelle. Sfida improba. Anche e soprattutto sulla giustizia.
di Veronica Manca
Il Riformista, 6 febbraio 2021
Straniero, lontano dalla famiglia, malato. La battaglia per la detenzione domiciliare e poi per la sospensione. E un finale troppo amaro per essere lieto. Questa è la storia di Becir e della sua famiglia, una storia a lieto fine, anche se per ora amaro.
di Marco Tarquinio
Avvenire, 6 febbraio 2021
Ha ragione don Raffaele. La vicenda del boss Antonio Gallea non può e non deve mettere in discussione la possibilità di recupero e reinserimento dei detenuti, anche di quelli responsabili dei più gravi delitti. È applicare Vangelo e Costituzione, è un principio di umanità e dignità, è interesse della comunità ridare un'occasione a chi ha sbagliato, togliendo così forze alla mafia. "Facciamo dei suoi dipendenti i nostri alleati" diceva Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Antonio Maria Mira
Avvenire, 6 febbraio 2021
Omicidio Livatino. "È una grande delusione, gli avevo dato tutta la mia fiducia. Ma questo non cambia la nostra missione. Io non mi arrendo. Bisogna sempre offrire percorsi di riabilitazione e reinserimento ai detenuti. Una storia del genere non può mettere in cattiva luce tutti quelli che veramente vogliono fare un percorso di cambiamento".
di Gian Domenico Caiazza*
Il Riformista, 6 febbraio 2021
Il Conte bis è naufragato sullo scoglio della prescrizione, ora i 5S chiedono che la riforma non sia toccata. Ma è solo l'emblema di un'idea di giustizia su cui il nuovo governo dovrà fare subito chiarezza. Ancora non sappiamo se il Governo del prof. Draghi vedrà la luce, come tutti auspichiamo.
Ci sono tutte le premesse perché una crisi politica bollata come irresponsabile pressoché da tutti i protagonisti politici e dalla quasi totalità dei media, finisca invece per affidare la guida del Paese ad un Governo di autorevolezza e forza fino a ieri semplicemente impensabili. In questi tre anni, secondo la abusata citazione cinefila, "abbiamo visto cose che voi umani nemmeno potreste immaginare".
L'incompetenza elevata a virtù, la improvvisazione come garanzia di purezza morale, la mancanza di storia politica come vanto. Siamo ancora increduli che, a Parlamento invariato, possa realizzarsi un simile miracolo: perciò restiamo in trepida ma prudente attesa, come di chi fatica a credere ai propri occhi. In questa miracolosa e quasi inspiegabile palingenesi che parrebbe potersi avverare, occorrerà tuttavia comprendere quale potrà essere il destino della politica giudiziaria nel nostro Paese.
Abbiamo già avuto modo di sottolineare come, dati incontrovertibili alla mano, il Governo del populismo giustizialista sia naufragato rovinosamente proprio contro lo scoglio della riforma totemica, emblematica di questa sciagurata, mediocre stagione politica, quella che ha abrogato un istituto di antica civiltà giuridica che è la prescrizione dei reati.
Un istituto, lo ripetiamo fino alla nausea, che garantisce un principio di civiltà basico ed elementare: se uno Stato non è in grado di pronunciare entro un tempo ragionevole una sentenza definitiva in ordine alla responsabilità dell'imputato, ha il dovere di rinunziare all'esercizio della sua potestà punitiva. Solo un Paese impazzito può rivendicare con orgoglio di aver licenziato una legge che consente di mantenere letteralmente a tempo indeterminato un imputato, per di più assistito dalla presunzione di non colpevolezza, prigioniero del suo processo.
Se il Governo Conte bis ha dovuto dimettersi perché altrimenti la relazione di bilancio annuale della politica giudiziaria del suo Ministro Guardasigilli sarebbe stata bocciata in Parlamento, significa che la maggioranza del Parlamento si oppone a quella politica giudiziaria. E molto semplice. Sicché leggere che i Cinque Stelle già pongono al prof. Draghi, come condizione per il sostegno al suo Governo, la intangibilità di un obbrobrio come tale valutato dalla maggioranza del Parlamento, la dice lunga sulla partita che si sta aprendo sui temi della Giustizia.
Perché ovviamente la riforma della prescrizione è solo il volto più visibile di una complessiva idea di giustizia penale, in ordine alla quale occorre che si faccia da subito chiarezza. Conterà certo la persona del nuovo Guardasigilli, ma più e prima ancora le idee di fondo alle quali il Governo intende ispirare la nostra politica giudiziaria.
Leggiamo che da tutti si invoca, come un mantra, una riforma del processo penale che riduca i tempi, del mito irragionevoli, del processo in Italia; ed è facile immaginare che sentiremo proclamare questo obiettivo anche dal Prof. Draghi. Siamo talmente d'accordo da aver lavorato per oltre un anno al tavolo voluto dal Ministro Alfonso Bonafede, cioè dal Ministro più lontano dal nostro modo di intendere la giustizia penale, giungendo ad un risultato molto significativo perché condiviso anche con l'Anm di allora.
Straordinario potenziamento dei riti alternativi e del filtro della udienza preliminare, forte depenalizzazione ecco la via maestra per ridurre drasticamente i tempi del processo, lasciando intatte le garanzie dell'imputato. Quel patrimonio è andato disperso, e la legge delega non ha più nulla a che fare con gli approdi di quel tavolo, avendo scelto di nuovo di privilegiare riforme che non incideranno sulla riduzione dei tempi, ma che soddisfano inestinguibili pulsioni contro-riformatrici del giusto processo (impugnazioni, principio di oralità ed immediatezza), riemerse con forza. Dunque, non basterà dire processi più rapidi.
L'obiettivo è condiviso, ma le soluzioni impongono scelte tutt'altro che neutre. Intanto, i penalisti italiani faranno dono, ai membri del nuovo governo ed a tutti i parlamentari, della nuova indagine sulle vere cause della durata irragionevole dei processi in Italia, condotta con l'Istituto Eurispes, la cui pubblicazione è stata ovviamente ritardata dalla crisi pandemica.
Per quanto nelle nostre forze, faremo in modo che, su questo tema cruciale, nessuna mistificazione sia consentita. Chiediamo solo attenzione e rispetto della verità: da un Governo del livello che si va profilando, ci aspettiamo di essere rassicurati che il tempo degli ideologismi giustizialisti sia definitivamente alle nostre spalle.
*Presidente dell'Unione camere penali italiane
di Fabrizio Cicchitto
Il Tempo, 6 febbraio 2021
Non serve un ministro come quelli che hanno prodotto la legge spazza-corrotti e la fine della prescrizione. Caro direttore, a conclusione di questa crisi va ringraziato Renzi per averci liberato di un presidente del Consiglio, l'avvocato Conte, che, per ripetere una famosa espressione usata da Berlinguer nei confronti dell'Urss, aveva da tempo esaurito la sua spinta propulsiva.
A esser molto generosi questa spinta propulsiva si era esaurita già a giugno, dopo una fase relativamente buona concentrata nel periodo del lockdown da marzo a maggio, anche se essa era stata preceduta da due mesi orribili (gennaio-febbraio) con errori gravissimi ("riapriamo Milano", "riapriamo Bergamo", ma su quella follia si era ritrovati in molti, da Sala a Gori, da Zingaretti a Salvini). Con 90.000 morti nessuno può venire a parlare di modello Italia, ma la responsabilità della catena di errori va equamente ripartita fra il presidente del Consiglio Conte, il ministero della Salute, alcune Regioni fra le quali in prima fila la Lombardia. Per esser chiari e anche sintetici ci ritroviamo nel libro di Luca Ricolfi "La notte delle ninfee".
Nell'ultima fase il presidente Conte era stato preso da una sorta di vertigine dei pieni poteri, che ha riguardata tutto l'approvvigionamento dei materiali sanitari (realizzato in pratica attraverso Arcuri), la gestione del tutto personale dei Servizi, addirittura l'esproprio non proletario della progettazione e della messa in atto del Recovery Plan con risultati grotteschi.
Questa autentica forzatura di Conte non era stata affatto contestata dal Pd, non lo ha fatto Zingaretti, tanto meno l'ha fatto quell'area del Pd ispirata da Bettini che punta a dislocare il partito su posizioni di sinistra radicali anche attraverso una sorta di omologazione con larga parte del Movimento 5 stelle. Rispetto a questo progetto Conte svolgeva (e lo svolgerà ancora più nel futuro) un ruolo decisivo per cui non andava disturbato come presidente del Consiglio.
Quindi Renzi ha messo in crisi questo incantesimo del tutto negativo, ha cambiato tutte le carte in tavola e di fronte a tutto questo scombinamento Mattarella per salvare il salvabile ha avanzato la proposta di un governo di salute pubblica presieduto da Mario Draghi, cioè dalla principale figura tecnico-politica di cui gode l'Italia. Dal 2012 in poi Draghi ha acquisito sul campo un merito di grande rilievo: con la sua gestione della B ce ha salvato l'euro, l'Europa e l'Italia. Si tratta della personalità più adatta per gestire la svolta che di fronte alla pandemia ha portato l'Europa a rovesciare la precedente dissennata linea rigorista.
Di fronte a questa nuova situazione Berlusconi ha preso la palla al balzo e in piena autonomia ha assunto una posizione favorevole al tentativo di Draghi. Il futuro ci dirà se finalmente gli elettori liberali e di centro troveranno un punto di riferimento finora mancante. Di fronte alla crisi del governo Conte per alcuni giorni i grillini sono stati squassati da una crisi insieme politica e psico-analitica. Forse stanno uscendo da questa crisi perché hanno ritrovato la figura del padre, questa volta nella persona di Conte, che, ben consigliato, adesso si presenta con un nuovo ruolo, quello di leader politico del Movimento 5 stelle e addirittura di punta di lancia di un nuovo schieramento di sinistra composto da M5s, dal Pd e da Leu.
Bettini e Zingaretti sono entusiasti di questa prospettiva, non sappiamo se lo sono altrettanto i riformisti del Pd. Giorgia Meloni si sta tirando fuori in nome del no e delle elezioni anticipate. Un no comprensibile per chi fa una scelta nettamente di destra. Meno condivisibile è l'insistenza sulle elezioni anticipate, sia per le ragioni spiegate benissimo da Mattarella, sia perché la Costituzione fissa in 5 anni la durata di una legislatura e questa misura non può essere rimessa continuamente in discussione sulla base dei sondaggi.
È evidente che la perimetrazione politica del governo avverrà in seguito a un confronto molto forte sui contenuti. La Lega si trova a fare i conti con una serie di contraddizioni derivanti dall'antieuropeismo, dal filo-putinismo seguito a ruota dal filo-trumpismo e da una serie di scelte programmatiche molto discutibili. Nell'intervista rilasciata due giorni fa alla Gruber Salvini ha riproposto ipotesi non condivisibili, dalla flat tax, a quella quota 100 che ha fatto moltissimi danni anche rispetto alla gestione della pandemia, fino alla riproposizione di scelte aperturiste e liberatorie ("ridiamo libertà agli italiani") che ignorano che conviviamo ancora con una pandemia che produce circa 500 morti al giorno. Francamente inaccettabile la strizzata d'occhio di Salvini ai no vax: "Mi vaccinerò se me lo dirà il mio medico".
Ma sulla impostazione politico-programmatica del governo la partita è del tutto aperta. Comunque, a Renzi va reso l'onore delle armi di averci dato la possibilità di un governo Draghi. A questo proposito possiamo concludere con una constatazione e un auspicio. La constatazione è quella da Lei avanzata sul giornale di ieri: "Draghi punta sugli investimenti e non sui sussidi". L'auspicio è che al ministero della Giustizia vada un garantista, non un magistrato o avvocati ultra-giustizialisti, come quelli che hanno prodotto la legge spazza- corrotti, la fine della prescrizione e la legge Severino.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 6 febbraio 2021
"Palamara esagera definendo addirittura "sistema" l'apparato giustizia così com'è, quasi fosse una centrale del crimine anziché una spregiudicata accozzaglia di arrampicatori subculturati di cui è vittima la stessa magistratura". Parla Piero Tony, presidente del dipartimento Giustizia della Fondazione Einaudi, magistrato per 45 anni.
Piero Tony oggi è Presidente del Dipartimento Giustizia della Fondazione Einaudi, ma è stato magistrato per 45 anni: giudice Istruttore a Milano fino al 1974, ha istruito tra l'altro il primo procedimento contro le Br di Curcio, Cagol più altri, con l'allora sostituto procuratore Guido Galli; è stato anche sostituto Procuratore Generale presso la Corte d'Appello di Firenze fino al 1998, dove chiese ed ottenne l'assoluzione per Pacciani nel processo sul Mostro di Firenze. Componente del Comitato Promotore dell'Unione Camere Penali per la proposta di legge costituzionale sulla separazione delle carriere, nel 2015 fu autore con Claudio Cerasa di Io non posso tacere (Einaudi), un libro che scosse prima ancora de Il Sistema l'intera magistratura.
Cosa ne pensa del libro di Luca Palamara e Alessandro Sallusti?
Per quanto riguarda il tema dello strapotere delle correnti, si tratta della scoperta dell'acqua calda. Non c'era bisogno del trojan inoculato nel telefono di Palamara per conoscere quei meccanismi di appartenenza. Li avevo già denunciati molti anni fa quando scrissi Io non posso tacere e fui pesantemente attaccato dall'Anm perché secondo il sindacato avevo scritto cose inesatte. Il tempo mi ha dato ragione, ma la consolazione è magra. Credo che il libro Sallusti-Palamara abbia sicuramente un valore aggiunto perché Palamara, avendo operato per anni nei più profondi meandri dell'organizzazione, può parlare per conoscenza diretta, quasi, absit iniura verbis, come un "pentito", naturalmente mutatis mutandis quanto a motivazioni. Mi pare anche sicuro che Palamara, operando con questo libro una impietosa dissezione dell'apparato giustizia, ne cancelli forse per sempre, e con effetti imprevedibili, la tradizionale sacralità; che non consiste solo in fictio e paludamenti ma, soprattutto, in valori quali credibilità e autorevolezza. Per concludere, mi pare anche che esageri definendo addirittura "sistema" l'apparato giustizia così com'è, quasi fosse una centrale del crimine anziché una spregiudicata accozzaglia di arrampicatori subculturati e tra loro quantomeno conniventi. Senza sottolineare - proprio in ogni pagina - che del "sistema" di cui parla è vittima estranea la maggior parte della magistratura.
Cosa lo ha colpito di più?
Palamara racconta dettagli molto convincenti, peraltro al momento non smentiti da nessuno. Quelli che mi hanno colpito maggiormente, per la loro gravità inaudita, riguardano gli asseriti imbrogli per lottizzare e condizionare i processi. I segnali, a dir il vero, c'erano tutti: una persona normale non poteva non chiedersi come mai, ad esempio, per anni una Procura come Milano fosse pressoché concentrata solo su Berlusconi. Ma possiamo anche citare il caso di Giulio Andreotti: sicuramente tanto mafioso da aver baciato un boss? Per non parlare del giudice Corrado Carnevale, "l'ammazzasentenze", accusato di concorso esterno in associazione di tipo mafioso come se il collegio di legittimità fosse monocratico. L'inchiesta durò circa dieci anni, venne condannato ed alla fine assolto. Furono costretti a tenerlo a lavorare fino a circa 80 anni per esilarante risarcimento degli anni di carriera perduti. Quanto è accaduto a costoro oggi lo spiega Palamara: quello che lui chiama "il sistema" lo esigeva, il clima fortemente politico lo imponeva, guai a chi la pensava diversamente.
Che l'ideologia possa minare l'autonomia e l'indipendenza di un magistrato lo abbiamo visto anche nella chat di Palamara relativa a Matteo Salvini...
È terrificante il dialogo tra i due magistrati: per dettato costituzionale dovrebbero essere autonomi ed indipendenti. Tuttavia, paradossalmente, nonostante che per legge non possano essere iscritti a partiti politici, tramite correnti politicizzate riescono ad organizzare una guerra politica contro un Ministro in carica.
Fatto questo quadro, come usciamo da questa crisi?
Due sono i rimedi, ineludibili: separazione delle carriere dei magistrati e sorteggio per il plenum del Csm, in modo che i candidati siano esenti da giri elettorali e non si instauri il circuito del promettere, del dare, del pretendere. Per far decollare il processo così come riformato nel 1989 occorre attivare la centralità del dibattimento - guerra tra le parti davanti a giudice terzo ed imparziale - ed abbandonare la vigente malaprassi della centralità delle indagini preliminari. Sottolineare e ricordare che nella fase delle indagini preliminari la difesa è pressoché assente e comunque inerme.
E in tutti i gradi è svantaggiata perché l'arbitro indossa la stessa maglia dell'avversario, come ricorda l'Ucpi...
Non c'è dubbio. Ed è svantaggiata anche a causa della sentenza 255 del 3 giugno del 1992 della Corte Costituzionale che sancì il principio di non dispersione dei mezzi di prova, "il principio del norcino", come lo chiama qualcuno, perché non si butta via nulla. Con ciò snaturando i principi cardine del processo accusatorio.
Lo svantaggio della difesa deriva anche dal rapporto privilegiato che le procure hanno con gli organi di stampa...
Come si dice chiaramente nel libro di Sallusti e Palamara non è quasi mai vero che gli atti giudiziari escono perché li passano gli avvocati difensori. Non è possibile, perché nella parte iniziale del procedimento esiste un momento in cui certi atti li hanno solo i pubblici ministeri e la polizia giudiziaria. Quindi se qualcosa arriva alla stampa può provenire solo da quelle fonti. Conseguenze? Titoloni in prima pagina nell'immediatezza del fatto, rappresentazione dell'ipotesi accusatoria e colpevolista, formazione di una conseguente opinione pubblica, il cosiddetto processo mediatico, insomma. Molte persone sono state massacrate così, da un processo mediatico sostanzialmente inappellabile: se dopo anni vieni assolto, non se lo ricorda più nessuno.
Quale potrebbe essere una soluzione? Non citare i pm nei comunicati stampa?
Anche se è tutto fuori legge, nessuno interviene. Pensiamo a quante volte le persone vengono riprese ammanettate, anche se non si dovrebbe farlo. O a quante volte le forze dell'ordine vanno ad arrestare qualcuno e arrivano già con qualche troupe televisiva al seguito. Non mettere il nome del pm può avere come unica conseguenza il fatto che lui legga con minor soddisfazione il giornale il giorno dopo, se è presenzialista o narcisista. Come tutte le libertà anche quella di stampa è come cristallo, assoluta. Ciò non vieterebbe però di fare indagini, sulla fonte delle notizie pubblicate, nel momento in cui le carte le ha solo il pm e la polizia giudiziaria. Sarebbe altresì auspicabile che la stampa si autoregolamentasse in maniera più adeguata.
La parola chiave dell'inaugurazione dell'anno giudiziario è stata "credibilità". Lei crede che la magistratura è pronta ad intraprendere la via della redenzione?
Mi ero gonfiato di speranza quando circa quattro anni fa in un convegno dell'Anm a Siena nella mozione conclusiva si scriveva una cosa del tipo 'diamo atto che così non va, dobbiamo pensare che ci dobbiamo acculturare, grazie anche alla scuola di formazione dei magistrati'. Oggi cosa scopriamo: che anche codesta scuola pare sia lottizzata dalle correnti descritte da Palamara. La verità è che, per fortuna e misteriose ragioni, godiamo ancora di troppa credibilità rispetto a quanto emerso dalle chat di Palamara. Ma sa qual è il vero problema?
Mi dica...
Quando scrissi che del processo era centrale solo la fase delle indagini preliminari e che il pubblico ministero ha uno strapotere eccezionale venni criticato fortemente anche se ora lo ammettono in molti. La centralità in quella fase non è tanto del pm, quanto della polizia giudiziaria. Cosa vuol dire esattamente centralità delle indagini preliminari?
Io dico "indagini preliminari di polizia", visto che la gran parte delle indagini viene svolta dalla polizia giudiziaria, su delega aperta o su sua iniziativa, tanto che alcune volte l'indagato si trova in carcere o a giudizio senza che il pm lo abbia mai visto o ci abbia mai parlato. Significa che le prove - che dovrebbero essere formate in dibattimento, a ragionevole distanza di tempo dal fatto, sotto il controllo dialettico delle parti - vengono in realtà formate dagli investigatori alle spalle dei soggetti interessati. Questo viene accennato anche nel libro di Palamara quando racconta come da una qualsiasi velina o input si possa organizzare di tutto nei confronti di una determinata persona.
Però in questo anche il gip ha le sue responsabilità...
Lei ha ragione e questo ci riporta alla necessità di separare le carriere. Approfitto per segnalare un frequente e pernicioso malvezzo: il pm chiede una misura cautelare e il gip risponde anche dopo anni, quando per il tempo trascorso è ormai svanita ogni esigenza. Questo succede solo da noi.
A proposito di questo, cosa ne pensa delle recenti dichiarazioni di Nicola Gratteri sul Corsera?
Credo sia solo un problema di subcultura. Ne ha fatte tante altre nel corso della sua guerra ai fenomeni criminosi.
Non è rimasto colpito quando disse che il suo compito era salvare la Calabria?
Non particolarmente, è un vezzo di tanti magistrati quello di voler essere salvatori, che sia dalla mafia, dalla 'ndrangheta o dalla immoralità fa poca differenza. A tal proposito Giovanni Falcone amava ripetere qualcosa tipo "ma cosa c'entriamo noi con i fenomeni, noi giudichiamo le singole persone nei termini di legge".
Lei ha citato Falcone: le faccio la stessa domanda che qualche giorno fa ho posto al professor Tullio Padovani. Il compianto giudice viene spesso strumentalizzato, De Magistris si presenta in televisione con la foto di Falcone e Borsellino alle spalle, ma poi nessuno ricorda che era favorevole alla separazione delle carriere...
La foto di Falcone e Borsellino ce l'hanno un po' tutti nel taschino. Falcone, che ho avuto modo di incontrare nel corso degli anni, considerava la separazione delle carriere un naturale corollario del processo accusatorio. Semplicemente questo. Sono passati più di 30 anni, convegni, proposta di legge popolare, ma il "naturale corollario" è chiuso nel cassetto e si discute dell'acqua calda del dottor Palamara.
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