di Raffaele Romano
lavocedinewyork.com, 6 febbraio 2021
La magistratura italiana è tanto lenta quanto autoreferenziale. Lo stesso Draghi affermò che una giustizia inefficiente è "fattore potente di attrito" nell'economia. Per non parlare dello scatenarsi delle Procure alla ricerca di missioni etiche che nulla hanno a che fare con l'esercizio della pubblica accusa, procuratori politicizzati che alla luce di indagini mediatiche sono entrati in politica contravvenendo ad ogni forma di conflitto di interessi. L'equiparazione da quelli che sono semplici "avvocati dell'accusa" a giudici ed arbìtri processuali, la quasi inosservanza delle garanzie difensive, in cui non è l'accusa che "deve dimostrare le prove della colpevolezza", bensì l'imputato che "deve dimostrare la propria innocenza" rappresentano la totale distruzione dei valori occidentali che dall'antica Atene sono arrivati sino a noi. A tutto questo si è aggiunto il capitolo finale di "magistropoli".
Dopo aver scritto della prima precondizione su una pubblica amministrazione efficiente, ora affrontiamo la seconda: quella di una giustizia efficace che, essendo strutturalmente collegata ed intrinsecamente interdipendente ad essa sono da riformare entrambe altrimenti il mondo produttivo e non solo quello non funziona e non può dare risposte in termini di crescita e sviluppo.
La situazione della giustizia italiana è catastrofica dal punto di vista gestionale e antiliberale sul piano complessivo. Lo stato dell'arte è più o meno il seguente, dati ufficiali alla mano aggiornati al 30 giugno 2020: c'erano 3.321.149 procedimenti civili pendenti mentre per il penale si hanno 1.619.584 procedimenti pendenti per un totale di 4.904.733 di cause totali da esaminare degli anni passati. Ai circa cinque milioni di giudizi pendenti ne vanno sommati altri circa 150.000 per ricorsi in primo grado e 24.000 in secondo per quanto riguarda i processi non ancora conclusi nei tribunali amministrativi ed un numero alto ma imprecisato in Corte di Cassazione. In conclusione la nostra macchina processuale risulta gravata da un arretrato enorme ed imponente, secondo solo alla Bosnia Erzegovina nell'intero vecchio continente. Dulcis in fundo abbiamo che il peso della materia tributaria e fiscale grava sull'intero arretrato della Cassazione per il 52% dato questo da tener presente quando nel prossimo articolo si passerà ad esaminare il fisco italiano.
E non è sicuramente tutto in quanto con lo scoppio del Covid 19 dal'11 maggio 2020 le udienze si possono tenere solo da remoto e fino a settembre non ci sono state quasi più udienze su tutto il territorio nazionale per potersi organizzare alle nuove regole e, di conseguenza, questi numeri sono di molto ancora aumentati ed il sito del Ministero della Giustizia, ad oggi, non li ha ancora aggiornati.
I dati della Commissione europea per l'efficacia della giustizia confermano il triste primato dell'Italia che la vede all'ultimo posto dell'Unione. In particolare, secondo queste rilevazioni la durata media di un processo civile sarebbe pari a 527 giorni per il primo grado; 863 giorni per l'appello; 1.265 giorni per la Cassazione per una durata media complessiva dell'intero giudizio pari a 2.655 giorni (più o meno sette anni e tre mesi). Ma si badi bene si parla di "media statistica" per cui senza volere citare la statistica del pollo di Trilussa ed in onore degli Stati Uniti preferiamo citare Henry Charles Bukowski Jr, un grande poeta associabile alla corrente del realismo sporco, che diceva "un uomo con la testa nel forno acceso e i piedi nel congelatore statisticamente ha una temperatura media".
Se questo è il quadro sintetico dello stato dell'arte ancor peggio è la situazione sul piano di una forte carenza della giustizia liberale in Italia laddove i fondamentali dei diritti della difesa sono stati erosi, nel tempo, in nome e per conto di provvedimenti legislativi di emergenza dovuti al terrorismo, alla criminalità organizzata e alla corruzione. Si prenda, ad esempio, il problema della corruzione che c'è indubbiamente, ma sapere che l'Italia è indicata come il paese fra i più corrotti d'Europa si basa sull'Indice di Percezione della Corruzione (CPI) di Transparency International e che dal 1995 è il più importante indicatore globale della corruzione nel settore pubblico la dice lunga, purtroppo si fa riferimento alla "percezione della corruzione" e non certamente a dati e numeri precisi.
Il teorema abbastanza razzista che la rivista tedesca "Der Spiegel" (Lo specchio), nel mese di luglio del 1977, con la famosa rivoltella sugli spaghetti e dal pessimo sottotitolo "Urlaubsland" (Il Paese delle vacanze) ha imposto all'opinione pubblica mondiale vive ancora. In questo aiutato da un'infinita quantità di films, serie tv, libri e articoli italiani che hanno alimentato l'esercito dei "professionisti dell'antimafia" di sciasciana memoria che, con molta spregiudicatezza, è ormai diventato un formidabile strumento per fare carriera, procurarsi il consenso del pubblico, acquisire crediti da spendere in qualsivoglia impresa.
Nel libro "Le mafie sulle macerie del muro di Berlino" (ed. Diarkos), scritto a quattro mani dalla giornalista Ambra Montanari e l'eurodeputata Sabrina Pignedoli, Bernd Finger ex investigatore capo della BKA, l'ufficio federale della polizia criminale tedesca, narra di come la Treuhandgesellschaft, l'azienda fiduciaria incaricata dal governo della DDR di vendere le proprietà pubbliche della Germania Est, era stata incaricata di privatizzare 22.000 imprese, due terzi delle foreste, 8.000 compagnie, innumerevoli edifici e il 28% dei terreni agricoli. Di questo, ovviamente, Der Spiegel non ha mai parlato forse perché l'accento mafioso è diventato germanico.
Dal 1990 in poi è scoppiata in Italia un'epidemia alimentata da giornali dai titoli roboanti e tv con telecamere in piazza guidate da sedicenti giornalisti che l'hanno, fino ad oggi, alimentata per due principali scopi: alzare lo share ed attaccare il governo. Questa fortissima azione demolitoria in 30 anni ha portato l'Italia da "culla del Diritto" con il garantismo a "valle del giustizialismo" estremo. Il Giustizialismo ha generato l'applicazione delle "manette facili", una magistratura incontrollata e totalmente autoreferenziale, per non parlare dello scatenarsi delle Procure alla ricerca di missioni etiche che nulla hanno a che fare con l'esercizio della pubblica accusa, procuratori politicizzati che alla luce di indagini mediatiche sono entrati in politica contravvenendo ad ogni forma di conflitto di interessi.
L'equiparazione da quelli che sono semplici "avvocati dell'accusa" a giudici ed arbìtri processuali, la quasi inosservanza delle garanzie difensive, in cui non è l'accusa che "deve dimostrare le prove della colpevolezza", bensì l'imputato che "deve dimostrare la propria innocenza" rappresentano la totale distruzione dei valori occidentali che dall'antica Atene sono arrivati sino a noi. A completare il quadro c'è stata ultimamente la definitiva cancellazione della prescrizione dovuta ai tempi biblici delle cause per cui oggi in Italia si può, senza questo strumento di salvaguardia, rimanere sotto processo per 30 anni e, dopo, essere riconosciuti innocenti.
A tutto questo si è aggiunto il capitolo finale di "magistropoli" nell'ultimo anno in cui vari Pm si sono intercettati ed arrestati fra loro e di cui il recentissimo libro intervista di Alessandro Sallusti al radiato giudice Luca Palamara: Il Sistema ed. della Rizzoli, può diventare il detonatore dell'esplosione finale del pianeta giustizia.
Già nel 2011, lo stesso presidente incaricato Mario Draghi nelle Considerazioni finali alla Banca d'Italia da "Governatore" della stessa avvertiva che andava affrontato alla radice il problema della completa efficienza della giustizia come "un fattore potente di attrito nel funzionamento dell'economia, oltre che di ingiustizia. Nostre stime indicano che la perdita annuale di prodotto attribuibile ai difetti della nostra giustizia civile potrebbero giungere" a livelli insostenibili dal sistema produttivo.
A livello sovranazionale e internazionale, dati della Banca Mondiale, si è acquisita la consapevolezza che il diritto è un elemento costitutivo dell'economia, con esso la giustizia viene considerata come un alto e determinante fattore di competitività e di crescita economica. Numerosi studi hanno messo bene in evidenza la relazione esistente fra diritto e crescita economica.
Fra le possibili riforme applicabili la Doing Business nell'Unione Europea 2020: Italia vergato dalla Banca Mondiale indica che per far diventare la giustizia stimolante e non più frenante per l'economia si deve limitare il numero, la durata e i motivi per la concessione dei rinvii; introdurre sezioni o tribunali commerciali specializzati nelle sole materie commerciali; gestire attivamente la fase preprocessuale e valutare la possibilità di adottare mezzi di risoluzione alternativa delle controversie ed infine utilizzare i dati per meglio riequilibrare risorse e carichi di lavoro con la totale digitalizzazione dei tribunali.
A tal riguardo va ricordato che l'articolo 6, paragrafo 1 della Cedu (Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo) recita: "Ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole da un tribunale indipendente e imparziale, costituito per legge, il quale sia chiamato a pronunciarsi sulle controversie sui suoi diritti e doveri di carattere civile o sulla fondatezza di ogni accusa penale formulata nei suoi confronti." E sarà a questo settore vitale che Draghi dovrà guardare con estrema attenzione.
di Agnese Ananasso
La Repubblica, 6 febbraio 2021
L'ultimo report dell'Istituto di statistica sulla criminalità e gli omicidi in Italia: nel primo semestre 2020 gli assassini di donne sono stati pari al 45% del totale degli omicidi, contro il 35% dei primi sei mesi del 2019, e hanno raggiunto il 50% nei mesi di marzo e aprile 2020.
Il 2020 passerà alla storia come l'anno della pandemia e del lockdown ma anche per aver registrato un altro triste dato: il calo degli omicidi ma l'aumento dei femminicidi. Nel primo semestre 2020 "gli assassini di donne sono stati pari al 45% del totale degli omicidi, contro il 35% dei primi sei mesi del 2019, e hanno raggiunto il 50% durante il lockdown nei mesi di marzo e aprile 2020". È quanto emerge dal report dell'Istat sulla criminalità e gli omicidi in Italia.
L'elemento più preoccupate è che le vittime sono state uccise principalmente in ambito affettivo e familiare (90% nel primo semestre 2020) e da parte di partner o ex partner (61%). Nel 2019, dei 315 omicidi commessi in Italia, il 47,5% è avvenuto in ambito familiare o in quello delle relazioni affettive extra-familiari, valore che risulta in costante aumento negli anni (+13,3% rispetto al 2018, +34,9% sul 2017 e +126,5% rispetto al 2002, anno di inizio della serie storica dei dati) "anche a causa dell'incremento dei casi in cui è stato identificato l'autore e al calo di quelli attribuibili ad autori sconosciuti alla vittima", spiega l'Istituto nazionale di Statistica.
Emergono soprattutto due aspetti: "da un lato, sono diminuiti negli anni gli uomini uccisi, più spesso vittime di persone a loro sconosciute e i cui omicidi rimangono molte volte irrisolti, mentre le donne sono uccise di più in ambito familiare; dall'altro lato, sono aumentati gli omicidi da parte di parenti anche a danno di uomini, valore pari a quello delle donne". Le differenze di genere sono comunque forti: gli omicidi in ambito familiare o affettivo sono il 27,9% del totale degli omicidi di uomini e l'83,8% di quelli che hanno come vittime le donne; quindici anni fa gli stessi valori erano pari rispettivamente a 12,0% e 59,1%.
Le donne sono uccise soprattutto dal partner o ex partner (61,3%): in particolare, 55 omicidi (49,5%) sono causati da un uomo con cui la donna era legata da relazione affettiva al momento della sua morte (marito, convivente, fidanzato), 13 (11,7%) da un ex partner. Fra i partner, nel 70,0% dei casi l'assassino è il marito, mentre tra gli 'ex' prevalgono gli ex conviventi e gli ex fidanzati. Agli omicidi dei partner si sommano quelli da parte di altri familiari (il 22,5% pari a 25 donne) e di altri conoscenti (4,5% con 5 vittime). Questi valori sono complessivamente stabili negli anni.
di Errico Novi
Il Dubbio, 6 febbraio 2021
Intervista a Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte Costituzionale. Da una parte il conflitto sulla prescrizione. Dall'altra il guardasigilli di un governo Draghi, che dovrebbe essere estraneo ai partiti. "Sembra un'antitesi irriducibile. Ma io credo che si imporrà necessariamente una chiave di lettura tecnico-organizzativa sui problemi della giustizia, in grado di superare i conflitti ideologici. La priorità è liberarsi dell'arretrato e degli ostacoli alla veloce definizione delle cause, civili innanzitutto ma anche penali. Chi siederà a via Arenula avrà un simile argomento per sottrarsi ai contrasti ideologici".
Cesare Mirabelli è presidente emerito della Corte costituzionale. Al pari di Marta Cartabia, che resta il nome evocato con maggiore insistenza per il ministero della Giustizia. L'ex vertice della Consulta, che è stato anche vicepresidente del Csm, non intravede il rischio di una paralisi, per via Arenula, dovuto all'eterno coinflitto sulle garanzie e sulla prescrizione.
Presidente Mirabelli, lei dice che la natura tecnica dei problemi oscurerà l'esasperazione politica?
Parto dalla prescrizione. Un principio importante. Ma che acquista una sua urgenza in virtù di un tradimento della Costituzione.
In che senso?
L'articolo 111 della Carta non parla della ragionevole durata del processo semplicemente come un ideale a cui tendere: istituisce un obbligo di risultato, da conseguire attraverso la legge. Lo Stato deve necessariamente assicurare al cittadino un giudizio rapido. Chiunque sia accusato di un reato deve avere il diritto a un accertamento di durata non irragionevole, altrimenti il processo stesso si trasforma in una pena e nel frattempo la vita, l'attività della persona accusata, vengono compromesse. Ciò detto, cosa serve per evitare processi troppo lunghi? Organizzazione e smaltimento dell'arretrato.
E quindi un guardasigilli "di alto profilo" dovrebbe rispedire al mittente il clima rissoso e far valere le priorità da lei evocate?
Guardi, se nascesse un nuovo governo, credo che una cosa molto utile sarebbe definire, nel giro di trenta giorni al massimo, un libro bianco sui problemi della giustizia. Emergerebbero elementi così preziosi, urgenze così chiare, che si imporrebbero come priorità.
Quali sono le chiavi per superare l'inefficienza?
Digitalizzazione e uniformità delle interpretazioni. Nel primo caso, non basta informatizzare l'amministrazione della giustizia dal punto di vista interno. Serve anche uno sviluppo condiviso, la cosiddetta co-creazione. Deve essere digitalizzata il più possibile l'attività degli avvocati che sono componente organica del sistema e che anzi vanno coinvolti nelle scelte. Così come serve efficienza digitale in quelle centrali, in quegli enti a cui rimanda una percentuale rilevante del contenzioso. Ad esempio, il 40 per cento degli affari trattati in Cassazione è di natura tributaria: serve innanzitutto uniformità e possibilmente trattazione omogenea del contenzioso seriale. Cambia il fatto ma il principio di diritto è comune a moltissime cause. Il 30 per cento delle controversie di lavoro ha un contenuto previdenziale, cioè chiama in causa l'Inps. Vorrà dire o no che nei rapporti e nello scambio di informazioni con l'istituto c'è un problema?
D'altra parte non è semplice creare prevedibilità nelle decisioni...
Oltre all'efficacia dell'infrastruttura, serve infatti certezza nell'interpretazione. E qui è da parte della Suprema corte può esserci un contributo maggiore.
Non sempre la Cassazione aiuta a creare una giurisprudenza uniforme?
Ci sono conflitti fra sezioni, ma anche all'interno della stessa sezione. È chiaro che una simile circostanza incoraggia anziché deflazionare il contenzioso.
Il Cnf propone il potenziamento della giustizia alternativa e complementare, per smaltire l'arretrato: è d'accordo?
Gli strumenti di definizione alternativa sono utili, e diverse cause civili possono essere mandate in mediazione anziché a sentenza. Penso che vada incoraggiato il ricorso a tali soluzioni, senza però renderlo vincolante. Credo in una combinazione di diversi elementi, quindi anche al già previsto ricorso a giudici aggregati. Ci si deve rendere conto che ad oggi il sistema giustizia, nonostante un organico scoperto per il 15 per cento, ha raggiunto una capacità di definizione dei giudizi che supera seppur di poco i nuovi ingressi. Cosa vuol dire? Che la lentezza è dovuta solo all'arretrato, pari esattamente al doppio delle cause che si riesce a smaltire. Ergo, nel civile il peso del vecchio contenzioso rallenta esattamente di un anno la durata media delle cause. Aggredire l'arretrato basterebbe a fare un balzo enorme in termini di efficienza.
Lei dice che tutto questo prevarrà sulle liti per la prescrizione?
Prevale in termini oggettivi. Anche perché i reati non andrebbero in prescrizione, se la durata fosse ragionevole. Non si può essere eterni giudicabili, è evidente. Ma ripeto: a me pare che la priorità delle questioni di sistema sia tale da doversi imporre per forza sui conflitti ideologici. Che vanno rispettati, ma non possono ostacolare tutto il resto.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 6 febbraio 2021
La Cassazione, sentenza n. 3900/2021, ha accolto il ricorso di un trentenne che non presentava sintomi particolari. Per contestare la guida sotto effetto di sostanze stupefacenti (articolo 187 del Cds) "non è sufficiente solo la positività alla sostanza, come nel caso di guida in stato di ebbrezza, essendo necessario che lo stato di alterazione psico-fisica sia conclamato e derivi dall'uso di droga". La Corte di cassazione, sentenza n. 3900/2021, ha così accolto il ricorso di un trentenne di Ivrea condannato in primo e secondo grado per essersi messo alla guida dopo aver assunto cannabinoidi.
Detto altrimenti, non è sufficiente che "l'agente si sia posto alla guida del veicolo subito dopo aver assunto droghe ma è necessario che egli abbia guidato in stato di alterazione causato da tale assunzione". "La distinzione fra lo stato di alterazione psicofisica per uso di sostanze stupefacente (articolo 187 Cds) e la guida sotto l'influenza dell'alcool (186 Cds) - prosegue la IV Sezione penale -, risiede tanto nell'indifferenza alla quantità di sostanza assunta, (che invece determina la diversa sanzione nell'ipotesi dell'alcool) quanto nella rilevanza dell'alterazione psicofisica causata dall'assunzione di droga".
La scelta legislativa di ancorare la punibilità a presupposti diversi da quelli previsti per la guida in stato di ebbrezza ("per configurare la quale è sufficiente porsi alla guida dopo aver assunto alcool oltre una determinata soglia"), secondo la Cassazione "trova la sua ratio nell'apprezzamento della ritenuta maggior pericolosità dell'azione rispetto al bene giuridico tutelato della sicurezza stradale, che implica l'assenza di ogni gradazione punitiva a fronte dell'accertata alterazione psicofisica causata dall'assunzione di stupefacenti". Un ragionamento limpido che però sembra poter giocare anche a favore dell'assuntore qualora "regga" senza alterazioni manifeste l'uso delle droghe. Un elemento che, come detto, invece, non rileva per l'alcool, dove la punibilità scatta comunque al superamento di una determinata quantità a prescindere dalla alterazione riscontrata.
"Nondimeno - prosegue la decisione rilevando una almeno potenziale contraddizione - il legislatore, condiziona la punibilità all'effettivo accertamento non della mera assunzione della sostanza, madi uno stato di alterazione da quella derivante, con ciò intendendo la compromissione dei rapporti fra processi psichici ed i fenomeni fisici che riguardano l'individuo in sé ed suoi rapporti con l'esterno". Alla sintomatologia dell'alterazione, deve, dunque, accompagnarsi l'accertamento della sua origine e cioè dell'assunzione di una sostanza drogante o psicotropa, "non essendo la mera alterazione di per sé punibile, se non derivante dall'uso di sostanza, né essendo tale il semplice uso non accompagnato da alterazione".
Diversamente dall'ipotesi di guida sotto l'effetto di alcool, l'accertamento non può dunque limitarsi né alla sola sintomatologia, né al solo accertamento dell'assunzione, ma deve compendiare i due profili. "Laddove però - prosegue la sentenza - siffatto accertamento, senza dubbio più complesso di quello previsto per la guida in stato di ebbrezza alcolica, dia esito positivo", e qui si rinviene la considerazione del maggior 'disvalorè, "l'assenza di soglie implica di per sé l'integrazione del reato". Un reato che coerentemente il legislatore ha agganciato nel trattamento sanzionatorio "alla più grave sanzione prevista dall'art. 186, comma 2, lett. c)".
In definitiva, la constatazione della sintomatologia determina l'avvio di un procedimento finalizzato a verificare se essa è correlata all'assunzione di sostanze droganti. E le modalità di accertamento, non implicano necessariamente l'accertamento ematico (da ritenersi - ove positivo - risolutivo sulla causa scatenante l'alterazione), ma consentono di far risalire l'origine dell'alterazione psicofisica all'uso di droghe "anche attraverso accertamenti biologici diversi come l'esame delle urine, che seppure di per sé non esaustivi, sono certamente indicativi della pregressa assunzione". Tornando al caso concreto, la Corte territoriale invece ha omesso "ogni approfondimento sullo stato di alterazione psico-fisica da assunzione di stupefacenti, limitandosi alla constatazione, da parte degli operanti, del sintomo del rossore degli occhi, senza affrontare, nondimeno, il riscontro di quegli elementi di elisione dell'equivocità del quadro risultante dagli accertamenti svolti, né ricordare che l'alterazione psico-fisica implica una modifica comportamentale che renda pericolosa la guida di un veicolo, diminuendo l'attenzione e la velocità di reazione dell'assuntore".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 6 febbraio 2021
I numeri nel dossier del garante di Napoli Pietro Ioia: a Poggioreale circa 2.000 reclusi rispetto ai 1.500 posti disponibili. Affollati, con una sanità carente e senza alcun percorso di riabilitazione sociale. È il quadro desolante delle carceri napoletane che emerge dal report presentato al centro culturale Gridas di Scampia da Pietro Ioia, garante del comune di Napoli delle persone private della libertà: "Abbiamo voluto racchiudere in un documento il lavoro di un intero anno trascorso all'interno dei penitenziari della regione.
Un anno difficile, in cui abbiamo dovuto fronteggiare l'assenza di cure e di misure anti-Covid", ha spiegato Ioia durante la presentazione. Maglia nera a Poggioreale che, a fronte dei 1500 posti disponibili circa, accoglie 2mila detenuti. Ma Ioia, testimone nel processo "Cella zero" sulle percosse ai detenuti, denuncia anche il ricorso alla violenza: "Quello che è successo a Santa Maria Capua Vetere è gravissimo e spero che la giustizia faccia il suo corso rapidamente. Episodi di violenza ci sono ancora oggi, soprattutto dopo le rivolte".
I numeri impietosi di Poggioreale -Anzitutto i numeri che fotografano ancora una volta una realtà fatta di celle e padiglioni contrari al quel principio volto a "salvaguardare la dignità dell'essere umano recluso" come si legge nell'introduzione del report. Poggioreale è l'espressione di questo fallimento: alla fine del 2020, rispetto ai 1.571 posti realmente disponibili ha visto 1.991 persone detenute, di cui 286 straniere. Numeri impressionanti, che fanno il paio con la carenza d'organico per il personale di vario tipo impegnato. Gli agenti di Polizia penitenziaria attualmente in servizio a Poggioreale sono 775 rispetto i 911 previsti in pianta organica); gli educatori sono 13 a fronte dei 22 previsti per l'istituto e 57 sono le persone con un incarico amministrativo contro i 68 previsti.
"Entrando nei padiglioni - si legge nel report - è subito evidente la differenza tra le zone ristrutturate e quelle che non lo sono: queste ultime versano in pessime condizioni, presentando spesso scarsa pulizia, umidità alle pareti, un unico ambiente in cui si trovano sia i servizi igienici che la cucina, mancanza di doccia nella maggior parte delle stanze e assenza di spazi della socialità in quasi tutti i padiglioni; inoltre, molte stanze ospitano fino a 12 detenuti (in una delle visite una di esse accoglieva ben 13 persone), con letti a castello a tre livelli, molto vicini al soffitto". Inoltre: "Non tutte le celle prevedono il riscaldamento e in quelle in cui è presente spesso non funziona. Anche l'acqua calda è presente solo in alcune stanze di detenzione. Le aree destinate al passeggio, presenti in tutti i padiglioni, sono molto piccole rispetto al numero di detenuti presenti".
Infine, altro aspetto negativo riguarda il numero delle persone tossicodipendenti all'interno del carcere di Poggioreale, ben 532, il 26,7% "che punta i riflettori sull'esistenza di un problema nel problema: la cura della tossicodipendenza all'interno del carcere". Un sovraffollamento più limitato all'istituto Pasquale Mandato di Secondigliano, comunque preoccupante. Rispetto ai 1.037 posti a disposizione, ne risultano occupati 1.249, 81 di questi da stranieri.
Tra i detenuti presenti coloro che stanno scontando una condanna definitiva sono 654, le persone in attesa di giudizio sono 593 e 2 sono invece gli internati. A Secondigliano più basso anche il numero detenuti con problemi di tossicodipendenza, pari a 196. Poi c'è Nisida, il carcere che accoglie i detenuti più giovani. I minorenni sono attualmente 38 di cui: due hanno tra i 14 e i 15 anni, dodici tra i 16 e i 17 anni, diciassette tra i 18 e i 20 anni e sette tra i 21 e i 24 anni.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 6 febbraio 2021
Per la Consulta, sentenza 14/2021, la maggior tutela è ragionevole e regolata in modo da non ledere i diritti dell'imputato. È legittima la previsione di legge che dispone l'ascolto anticipato del minore testimone di reati sessuali in quanto soggetto fragile da non esporre allo stress del dibattimento. Lo ha stabilito la Corte costituzionale con la sentenza n. 14/2021 dichiarando non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 392, comma 1-bis, del Cpp, sollevata dal Gip del Tribunale di Macerata, in riferimento agli articoli 3 e 111 della Costituzione.
"L'aver in linea di principio presuntivamente equiparato - si legge nella decisione - quanto all'anticipazione dell'assunzione testimoniale, il minorenne vittima del reato al minorenne mero testimone risponde infatti ad una scelta che non trascende la sfera di discrezionalità riservata al legislatore nella conformazione degli istituti processuali anche in materia penale, con la conseguenza che essa non può essere ritenuta manifestamente irragionevole".
L'assunzione anticipata della testimonianza del minorenne, attraverso il ricorso all'incidente probatorio speciale, spiega la Consulta, deve essere in primo luogo ricondotta al rilievo costituzionale da attribuirsi ad "esigenze di salvaguardia della personalità del minore", che nella norma censurata si traducono in una presunzione di indifferibilità o di non ripetibilità del relativo contributo testimoniale, rivolta in prima battuta a preservare il minore "dagli effetti negativi che la prestazione dell'ufficio di testimone può produrre in rapporto alla [sua] peculiare condizione", mediante la sua sottrazione, in linea di principio, allo strepitus fori e la previsione di una sua rapida fuoriuscita dal circuito processuale.
La seconda e concorrente finalità è invece di natura endoprocessuale ed è connessa alla circostanza che l'anticipazione della testimonianza alla sede incidentale, tanto più laddove si proceda per reati attinenti alla sfera sessuale, è rivolta anche a garantire la genuinità della formazione della prova, atteso che la assunzione di essa in un momento quanto più prossimo alla commissione del fatto costituisce anche una garanzia per l'imputato, perché lo tutela dal rischio di deperimento dell'apporto cognitivo che contrassegna, in particolare, il mantenimento del ricordo del minore.
Inoltre, spiega la Corte, "l'eccezione che la disposizione censurata introduce rispetto al principio di immediatezza della prova e alla sua conseguente formazione in dibattimento risulta compensata dalla circostanza che le modalità di assunzione anticipata della prova testimoniale del minore e, più in generale, del soggetto vulnerabile sono disciplinate ... in modo tale da garantire il diritto di difesa della persona sottoposta alle indagini". L'articolo 398, comma 5-bis, secondo periodo, Cpp prevede infatti che "[l]e dichiarazioni testimoniali debbono essere documentate integralmente con mezzi di produzione fonografica o audiovisiva". Una previsione che "si pone a presidio dei diritti del soggetto indagato, perché scongiura l'eventualità che i contenuti della testimonianza assunta in sede incidentale nelle forme dell'audizione protetta vengano documentati, in vista del loro utilizzo in dibattimento, nelle ordinarie forme solamente scritte".
Del resto, al giudice spetta un ampio margine di flessibilità nel definire modalità di escussione del testimone minorenne tale da assicurare un bilanciamento tra l'esigenza di preservare la libertà e la dignità di quest'ultimo e le garanzie difensive dell'imputato. Si va dalla possibilità di impiegare un contraddittorio pieno, con facoltà per il Pm e per il difensore di porre domande dirette, alle forme contrassegnate da un grado via via crescente di protezione. Così, ove il giudice ritenga che né la condizione personale del minorenne mero testimone chiamato a deporre, né la delicatezza o scabrosità del suo contributo testimoniale giustifichino forme di audizione protetta, tali da comprimere legittime esigenze di contraddittorio, "potrà pur sempre evitare che l'escussione avvenga nelle forme protette, ripristinando così il contraddittorio pieno con l'indagato".
primafirenze.it, 6 febbraio 2021
La missione quasi decennale di don Enzo Pacini, cappellano alla Dogaia. "Difficile per i detenuti capire ciò che accade all'esterno". Il prossimo mese di luglio, don Enzo Pacini, vicedirettore dell'ufficio pastorale dei migranti sarà da 10 anni cappellano presso la Casa circondariale "La Dogaia", l'istituto penitenziario di Prato.
Don Enzo: "In carcere situazione di lockdown" - Un anniversario importante per chi come don Enzo ha sempre svolto e continua a svolgere una vera e propria missione pastorale, non priva di difficoltà, riscoprendo ogni giorno, insieme ai detenuti, il valore più alto dell'umanità. Una missione oggi aggravata dall'emergenza sanitaria nata dalla pandemia. "In realtà - ha precisato don Enzo - confrontando i problemi che ci sono all'esterno, in carcere viviamo sempre una situazione di "lockdown" e per questo le persone che si trovano in cella stanno vivendo in modo particolare la diffusione del virus, spesso non comprendendo come sia la vera situazione vissuta all'esterno. Ciò che invece è resa più pericolosa è certamente la diffusione del virus.
Nella prima ondata non vi sono stati problemi mentre nei mesi scorsi il virus ha iniziato a circolare anche all'interno dell'istituto penitenziario rendendo necessaria la realizzazione di un reparto Covid dove trasferire tutti i detenuti positivi". La pandemia ha poi prodotto altre conseguenze: la Messa è stata sospesa per un certo periodo ed oggi è ripresa, mentre rimangono sospese, quasi da un anno, la catechesi e le altre attività, anche di tipo sportivo, che venivano svolte con il personale volontario. Continua a svolgersi, invece, l'attività scolastica mentre i colloqui con i familiari vanno a rilento.
Le visite in carcere durante la pandemia. È ammessa la presenza solo dei familiari che risiedono a Prato. "Al tempo stesso però - ha osservato il cappellano - è stata incrementata da 1 a 3 volte alla settimana la possibilità di intrattenersi al telefono, anche mediante le videochiamate, con i propri familiari. Nel carcere è molto facile adattarsi ai cambiamenti e quindi anche la mutata situazione data dall'emergenza, dopo un'iniziale tensione, è stata accettata dai detenuti senza particolari problemi.
In questi quasi dieci anni - ha proseguito - all'interno della casa circondariale non vi sono stati cambiamenti macroscopici anche se è cambiata la composizione della popolazione carceraria: è sensibilmente diminuita la presenza delle persone nordafricane (mentre è aumentata la presenza degli africani, molti provenienti dalla Nigeria) e sono diminuite le lunghe condanne, come quelle dell'ergastolo, essendo molto più frequenti condanne di breve o media durata che rendono più difficile l'espletamento dei percorsi scolastici completi. Talvolta - ha rivelato - non è facile comporre le classi di detenuti".
A non cambiare, invece, secondo quanto riferito da don Enzo è stata l'età dei carcerati che si attesta sempre come media sulla trentina, con una popolazione molto giovane. "L'esperienza dietro le sbarre - ha concluso il cappellano - avvicina le persone alla fede e ad una riscoperta di certi valori tanto che sono molti i detenuti che si rammaricano della sospensione, oramai da mesi, della catechesi che veniva frequentata con assiduità. Oggi all'interno del carcere anche la mia presenza è più contenuta, mi reco solo quando qualche persona chiede un colloquio, per celebrare la messa o svolgere altre attività di assistenza ma in ogni modo cerco sempre di far sentire la mia vicinanza ai detenuti e al personale della polizia penitenziaria essendo necessario non dimenticarsi mai di quanto sia logorante e impegnativo il lavoro degli agenti".
di Filippo Poltronieri
Il Domani, 6 febbraio 2021
Nel dibattito tra didattica a distanza e in presenza, tra le mura delle carceri si è sperimentata una terza via: lo stop totale alle lezioni. Dall'inizio della pandemia, quasi un anno, oltre 500 studenti detenuti nell'istituto penitenziario di Rebibbia non hanno intrapreso alcun percorso di didattica online, nonostante le scuole cui sono iscritti abbiano acquistato le attrezzature necessarie a settembre, con fondi del ministero. Il motivo è l'assenza di una connessione sicura, oltre alle ristrettezze degli spazi, già insufficienti per "ospitare" i detenuti, figuriamoci per riunirli in classi abbastanza spaziose. Se, come recita la Costituzione, la pena "deve tendere alla rieducazione del condannato" allora nel carcere di Rebibbia siamo di fronte a una sospensione di un diritto fondamentale dei detenuti.
"Abbiamo speso un sacco di soldi del ministero, acquistando tutto il necessario: smart tv, microfoni, cuffie, ma non ci è consentito introdurre gli strumenti in carcere", dice Patrizia Marini, dirigente scolastico dell'Istituto tecnico agrario Emilio Sereni, una scuola della periferia est di Roma, che conta diciotto iscritti tra carcere maschile e femminile di Rebibbia.
L'impegno disatteso - "Negli istituti penitenziari con cui lavoriamo è stato impossibile attivare la Dad", dice Mariella De Michele, insegnante del Sereni e responsabile delle classi di detenuti. "L'amministrazione carceraria si era presa l'impegno di risolvere i problemi di rete e di formazione del personale interno. A oggi non vediamo gli studenti da novembre e non abbiamo notizie sui tempi di allestimento delle smart classe", conclude. Agli inizi della pandemia, in tutta Italia è stato impossibile attivare effettivi percorsi di didattica online con gli studenti degli istituti penitenziari, viste le stringenti normative carcerarie in fatto di reti Internet, la carenza di personale di vigilanza e la scarsa disponibilità di device.
"A settembre, nonostante i fondi erogati alle scuole, pochi penitenziari si sono organizzati con la Dad, molti sono ripartiti in presenza senza organizzarsi per una seconda ondata", dice Alessio Scandurra dell'associazione Antigone, commentando i dati che l'associazione in difesa dei diritti dei detenuti sta raccogliendo per il suo report annuale. "Nella metà dei casi che abbiamo rilevato, adesso si fa didattica in presenza. La Dad l'hanno organizzata in pochissimi, i problemi sono strutturali: nelle carceri non c'è connessione, spesso si fatica a far funzionare le linee telefoniche", commenta Scandurra. L'interazione con l'esterno avviene spesso con smartphone che hanno una banda limitata e che servono ai colloqui famigliari dei detenuti, in sostituzione di quelli dal vivo. Utilizzarli per la Dad è fuori discussione. Vista la presenza di un focolaio all'interno del carcere, 110 i positivi al 29 gennaio, e senza particolari evoluzioni tecnologiche, a Rebibbia il ritorno in classe sembra essere un miraggio. Le lezioni in presenza sono ferme dal 19 novembre dopo una disposizione della Asl che, in occasione di una prima diffusione del contagio, ne aveva ordinato lo stop.
"Una decisione che ai tempi ho contestato perché non rispetta i requisiti di circostanza, sospende la didattica senza un termine", spiega Stefano Anastasia, garante dei detenuti del Lazio. "Quando c'era stato un focolaio nel reparto femminile, la direttrice aveva fermato le lezioni con provvedimenti settimanali".
Un solo istituto - I 310 iscritti (su 1.400 detenuti) del complesso principale di Rebibbia, le 105 studentesse del femminile e i 212 del penale si sono arrangiati con una didattica a distanza asincrona, affidata all'organizzazione delle singole scuole, che inviano i materiali, e alla disponibilità degli operatori carcerari, che li stampano e li distribuiscono. Un solo istituto del grande complesso carcerario romano prosegue le lezioni in aula. "Si tratta della III Casa Circondariale di Rebibbia che, con soli 11 iscritti su 70 detenuti, riesce a portare avanti il programma in una sola stanza e con una connessione molto precaria perché sono pochi", commenta Anastasia.
Viste le difficoltà e il sostanziale blocco della didattica negli altri plessi, il dipartimento di prevenzione della Asl ha annunciato che il 1° febbraio effettuerà una ricognizione nell'istituto per valutare una ripartenza della didattica in presenza per tutti. Una prospettiva che preoccupa moltissimo insegnanti e operatori carcerari: "Sarebbe una follia", commenta De Michele, "gli spazi non ci sono e quando siamo andati noi in carcere, come a settembre e ottobre, tutti i dispositivi di protezione dovevamo portarceli da scuola mentre ai detenuti non venivano forniti. Non c'è aerazione sufficiente, non si capisce perché non siano in grado di trovare una soluzione per la Dad, finché i contagi sono così alti".
Ma i soldi ci sono - Eppure i soldi sono stati investiti - solo nel Lazio 350mila euro, 5mila quelli dell'istituto Sereni - attraverso i fondi europei Pon messi a disposizione dal ministero dell'Istruzione per allestire smart class mai utilizzate a causa delle carenze strutturali delle carceri. Grazie a un emendamento alla legge di stabilità regionale, a firma del consigliere di +Europa Radicali, Alessandro Capriccioli, alla fine del 2020 sono stati stanziati 600mila euro per la digitalizzazione e il potenziamento delle attrezzature telematiche delle prigioni. Un investimento necessario che rischia però di far vedere i suoi primi frutti ad anno scolastico abbondantemente terminato. L'elevato numero di detenuti iscritti a percorsi scolastici, oltre 20.000 nel 2018, il 34,64 per cento della popolazione carceraria secondo gli ultimi dati di Antigone, mostra l'importanza crescente della formazione in un percorso di pena che non dovrebbe essere soltanto punitivo. Il livello di istruzione medio di una persona che finisce dentro è piuttosto basso. Sempre al 2018, il 38,6 per cento dei detenuti aveva la sola licenza media, il 26,5 quella elementare, il 5,5 era senza titolo di studio. Solo il 4,2 per cento aveva un diploma di scuola superiore. L'istruzione resta dunque la via principe per immaginare un futuro al di fuori delle sbarre e uno strumento fondamentale per evitare la recidiva.
"Fare dieci mesi di carcere ora o farli tre anni fa non è la stessa cosa", dice Alessio Scandurra di Antigone. "La galera oggi è più severa e non garantisce i diritti del dettato costituzionale". E mentre gli studenti, giovani e liberi, chiedono maggiori garanzie per il rientro in aula, una donna, uscita da pochi giorni da Rebibbia, bussa alle porte del Sereni: "Voleva sapere se poteva iscriversi alle serali: è stata la prima cosa che ha fatto dopo aver scontato la pena ed essere uscita dal carcere", racconta commossa la professoressa De Michele, che fino all'anno scorso era stata la sua insegnante dietro le sbarre.
La Repubblica, 6 febbraio 2021
Il 9 marzo, all'inizio del lockdown, anche nel carcere milanese ci fu una rivolta con danneggiamenti, incendi e minacce al personale. Cinque dei detenuti non hanno partecipato all'udienza perché positivi al Covid. Sono stati chiesti riti alternativi per 13 dei 22 detenuti imputati per le rivolte al carcere di Opera avvenute il 9 marzo scorso, subito dopo l'annuncio del lockdown totale a causa della pandemia Covid. Nell'udienza preliminare che si è tenuta oggi davanti alla gip Daniela Cardamone 8 detenuti hanno chiesto il rito abbreviato e 5 il patteggiamento. La media delle pene concordate è di un anno e un mese.
Le accuse erano a vario titolo di resistenza e minacce a pubblico ufficiale, danneggiamento e incendio. Le indagini, condotte dalla polizia penitenziaria attraverso l'analisi dei filmati e coordinate dal pm Enrico Pavone (del pool antiterrorismo guidato dal pm Alberto Nobili), avevano portato inizialmente a 92 denunce e, dopo la chiusura indagini a luglio, alla richiesta di processo per 22. Da quello che si è saputo, all'udienza preliminare di oggi - che si è tenuta nell'aula Bunker di via Uccelli di Nemi - non hanno potuto partecipare 5 detenuti, perché positivi al Covid.
Altri 4 non hanno fatto richieste di riti alternativi, e quindi andranno a processo ordinario; per uno di loro, che è straniero, c'è stato un difetto di notifica. Tra le contestazioni a carico di alcuni detenuti anche quelle di aver tentato di "sfondare" un cancello di una sezione del carcere e di aver "minacciato di morte" alcuni agenti della polizia penitenziaria. Inoltre, avrebbero provocato un incendio "dando fuoco ai materassi", per distruggere tavoli e sedie. In quei giorni di emergenza Covid varie rivolte erano scoppiate in diverse carceri italiane. La fase dell'udienza preliminare dovrebbe concludersi con l'appuntamento previsto per l'11 febbraio, durante il quale la giudice dovrebbe esprimersi in merito alle richieste.
di Antonio Sabbatino
internapoli.it, 6 febbraio 2021
Casi Covid nel carcere di Secondigliano, 20 detenuti positivi al virus. Non molla neanche nelle carceri campane la morsa del Covid 19. Secondo gli ultimi dati aggiornati forniti dal garante regionale delle persone private della libertà, Samuele Ciambriello sono attualmente 24 i detenuti positivi al Coronavirus e 58 tra gli agenti e gli operatori penitenziario.
A fare la triste parte del leone la Casa circondariale Pasquale Mandato di Secondigliano, con 20 casi di positività. Seguono, con numeri decisamente più esigui, il Giuseppe Salvia di Poggioreale con 3 positivi e Carinola con un solo caso. Si attende anche per la platea carceraria l'inizio della campagna vaccinale, corrispondente alla fase 3 dopo quella degli operatori sanitari, ospiti delle Rsa e ultraottantenni.
- Bari. Nel nome di Stefano Fumarulo un premio letterario nelle carceri
- Napoli. Pietro Ioia, il Garante al servizio di chi in carcere non ha nulla
- Sconta 6 anni di galera e poi viene assolto: nessun risarcimento per "Cattive frequentazioni"
- La Corte penale dell'Aja ha giurisdizione sui Territori palestinesi: l'ira di Israele
- Turchia. Caro Ahmet, che sei in cella da 1.589 giorni











