di Gennaro Totorizzo
La Repubblica, 6 febbraio 2021
Il dirigente antimafia morì a 38 anni nel 2017. C'è tempo fino al 4 maggio per partecipare nelle tre sezioni dedicate alla poesia, alla narrativa e a una lirica ispirata alla vita di Fumarulo: il premio è rivolto ai detenuti di Puglia e Basilicata. Un premio letterario rivolto ai detenuti, dedicato a Stefano Fumarulo, giovane dirigente regionale scomparso nell'aprile del 2017, sempre vicino ai più deboli e costantemente impegnato nella lotta alla criminalità. È stato organizzato dall'associazione barese Giovanni Falcone, per celebrare il venticinquesimo anniversario della fondazione, in collaborazione con il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà.
"Un anno fa avevamo preso un impegno: dedicare un premio letterario nelle carceri a Stefano Fumarulo - racconta il presidente dell'associazione Falcone Corrado Berardi - Ha infatti dedicato la sua vita alla tutela dei più deboli e alla difesa dei loro diritti, operando nell'ambito del sociale e delle migrazioni e collaborando attivamente come consulente delle commissioni antimafia, sia regionale che parlamentare. Proprio per questi motivi, saranno coinvolti nel progetto i detenuti delle carceri di Puglia e Basilicata, in qualità di partecipanti al concorso".
Il bando della prima edizione è già partito il 2 febbraio. Sono previste tre sezioni: una dedicata alla poesia, una alla narrativa e una "speciale" di poesia, per la quale sarà assegnato un premio alla migliore lirica ispirata alla vita di Stefano Fumarulo. I lavori devono pervenire in un plico con la dicitura "Premio letterario in memoria di Stefano Fumarulo 2021" entro il 4 maggio, all'indirizzo "Associazione culturale G. Falcone, via dei Narcisi 1 a Bari Santo Spirito-Catino" (info 340.582.41.96). Una giuria di esperti, formata da umanisti, esperti nel campo dell'editoria e della scrittura poetica, valuteranno le opere. E, il 26 giugno alle 18, nella sede della scuola Falcone di Catino, ci sarà la premiazione. "Con questo premio dedicato a Stefano Fumarulo, si vuole ricordare il suo impegno sociale e il rigore morale tenuto nell'esercizio dei ruoli istituzionali da lui ricoperti - conclude Berardi - E nella sede dell'associazione, realizzeremo anche un murale che lo raffigura".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 6 febbraio 2021
Pietro Ioia sta attivando uno Sportello di orientamento legale gratuito, uno di avviamento al lavoro e di ricerca di occupazione. Esiste una stretta correlazione tra chi entra in carcere e la mancanza di occupazione, ma anche tra la devianza e la bassa scolarizzazione.
Un dato che emerge dal dossier elaborato dall'ufficio del garante locale dei detenuti del comune di Napoli, con l'ausilio delle collaboratrici Sara Romito e Sarah Meraviglia. Ed è Pietro Ioia che ha ricevuto il mandato da oramai più di un anno per svolgere il ruolo da garante comunale per le persone private della libertà. Pietro Ioia è un punto di riferimento importante e soprattutto competente sia per il suo attivismo costante e sia perché è la rappresentazione vivente dell'articolo 27 della nostra Costituzione: parliamo di un uomo che nella sua vita passata ha commesso dei grossi sbagli (Pietro Ioia è un ex detenuto), ma non solo è cambiato e si è riscattato nella vita, sta soprattutto contribuendo attivamente per il benessere della nostra civiltà.
Il livello di istruzione dei detenuti è mediamente basso - Dal dossier del garante di Napoli emerge il dato che tra criminalità e precedenti esperienze scolastiche fallimentari esiste un nesso stretto e che il livello d'istruzione dei detenuti è mediamente basso: sommando i dati relativi ai detenuti analfabeti, privi di titolo di studio e con licenza elementare si calcola che la percentuale di ristretti che non ha assolto l'obbligo scolastico sfiora il 40%.
Confrontando questi dati con quelli della popolazione libera - che per il 45,5 % ha un titolo di licenza elementare e licenza media e per il 35,6 % un diploma di istruzione secondaria - risulta, sottolinea il dossier - "con evidenza drammatica l'entità del legame tra criminalità e bassa scolarizzazione". Ma, com'è detto, emerge una stretta correlazione anche tra devianza e mancanza di occupazione, dimostrata dal fatto che la percentuale complessiva dei disoccupati e degli inoccupati, prima dell'ingresso in carcere, è di circa il 34 %, a cui si deve aggiungere un 42 % di persone detenute con una condizione lavorativa non rilevabile.
Uno sportello di orientamento legale gratuito - Ed è proprio guardando poi alla situazione delle carceri napoletane che si comprende quanto sia predominante la questione della marginalità sociale che porta alla delinquenza. Ed è qui che il garante Pietro Ioia diventa un punto di riferimento determinante, anche attraverso azioni concrete. Lo si evince sempre dal dossier.
La prima cosa è la mancanza di conoscenza da parte dei detenuti riguardante i propri diritti e anche la possibilità di avere avvocati. Molti detenuti, infatti, si rivolgono al Garante per chiedere informazioni sui provvedimenti adottati nei loro confronti e sulla normativa di riferimento: in questi casi sono state fornite tutte le informazioni e le delucidazioni necessarie e si sta inoltre attivando uno sportello di orientamento legale gratuito presso l'Officina delle culture "Gelsomina Verde" della Cooperativa Sociale R(E)sistenza di Scampia, grazie a cui un'équipe di avvocati accompagnerà i familiari che ne faranno richiesta nel percorso giuridico della persona reclusa. Molti detenuti e anche molti familiari, infatti, hanno pochissimi contatti con i propri difensori oppure li interpellano solo in casi di profonda necessità, spesso per problemi di natura economica. Non solo. Molti ristretti si sono rivolti a Pietro Ioia anche per chiedere informazioni sulla possibilità di lavorare, sia in carcere che al termine della propria detenzione.
Il progetto "Il pacco del detenuto ignoto" - Ed ecco che Pietro Ioia si è attivato anche per questo, predisponendo, insieme all'Associazione di Promozione Sociale La Livella e all'Organizzazione di Volontariato Officine Periferiche, uno sportello gratuito di orientamento al lavoro e di ricerca di occupazione per le persone in esecuzione penale e per i familiari dei detenuti (progetto S.N.O.D.O. - Sportello Nuove Opportunità di Occupazione). C'è anche tanta povertà nel carcere, ristretti che non hanno soldi per acquistare il cibo (insufficiente quello che viene fornito) e beni di prima necessità. Ci sono persone anziane e malate che non hanno la possibilità nemmeno di acquistare i pannoloni. Molti non hanno nemmeno una famiglia che possa sostenerli.
Il garante Pietro Ioia e il suo staff, a tal proposito ha ideato il progetto "Il pacco del detenuto ignoto", ossia l'organizzazione di momenti di raccolta di beni donati dalla popolazione che sono stati poi destinati ai detenuti indigenti; oltre ai generi alimentari sono stati donati e poi consegnati alle Direzioni anche beni di prima necessità, come saponi, bagnoschiuma, shampoo, spazzolini, dentifrici, detersivi. Tutto qui?
No, perché ci sono anche detenuti disabili che non hanno la possibilità di avere una sedia a rotelle. Ed è sempre l'ufficio del Garante, coadiuvato da alcuni abitanti del Comune di Napoli, che ha donato alle Case Circondariali di Poggioreale e Secondigliano tre sedie a rotelle, destinate ai detenuti disabili accolti nei centri clinici degli istituti. A chi dice che i garanti locali non servono a nulla e devono essere aboliti, devono prima guardare tutto questo. Conoscere prima, per poi dover deliberare.
laquilablog.it, 6 febbraio 2021
"Ho scontato sei anni di galera, poi sono stato assolto e non mi hanno risarcito perché avevo cattive frequentazioni con estremisti di sinistra". Inizia così il racconto di Giulio Petrilli, ex presidente dell'azienda regionale edilizia e territorio dell'Abruzzo.
"Per aver stabilizzato cinque dipendenti e aver ridotto l'indennità del direttore da 110.000 euro annui a 39.000 - spiega - volevano farmi fare per abuso d'ufficio otto mesi di carcere e mi hanno condannato a pagare 160.000 euro. Tutte queste condanne non solo per la mia giusta azione in difesa del diritto al lavoro e all'abbassamento forte degli stipendi dei manager, ma ce l'avevano con me per aver denunciato la corruzione post terremoto, i puntellamenti senza fare gare d'appalto e con guadagni altissimi.
"Poi - prosegue il racconto di Giulio Petrilli - da presidente Aret avevo spinto per dare i fondi della cooperazione internazionale ai paesi post guerra come la Serbia per gli orfanotrofi, ospedali, adozioni a distanza ecc. 460.000 euro". "Ho pensato a questo e a mandare i soldi li e non a prendere tangenti", conclude Giulio Petrilli.
La Repubblica, 6 febbraio 2021
La decisione apre la strada ad un'inchiesta per crimini di guerra contro lo Stato ebraico e contro il gruppo palestinese Hamas. La Corte Penale Internazionale dell'Aja ha stabilito di avere giurisdizione sulla situazione nei Territori palestinesi occupati, aprendo la strada al procuratore del tribunale per aprire un'indagine su crimini di guerra contro Israele e il gruppo palestinese Hamas.
È stato deciso "a maggioranza, che la giurisdizione territoriale della Corte sulla situazione in Palestina, uno Stato parte dello Statuto di Roma della Cpi, si estende ai Territori occupati da Israele dal 1967", si legge in un comunicato. L'organismo internazionale ha quindi approvato la richiesta della procuratrice Fatou Bensouda di aprire un procedimento contro Israele e Hamas per crimini di guerra in Cisgiordania, Gerusalemme Est e Striscia di Gaza. Secondo la Corte "la Palestina si qualifica come lo Stato sul cui territorio" sono avvenuti i fatti in questione. E che inoltre "la giurisdizione territoriale della Corte sulla situazione in Palestina, uno Stato membro dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale, si estende ai Territori occupati da Israele dal 1967".
Secca la reazione di Israele, che non riconosce alla Corte alcun potere di intervento: "Oggi si è dimostrato ancora una volta che la Corte è un'istanza politica e non giudiziaria", ha commentato il premier Benjamin Netanyahu. "La Corte - ha detto - ignora i crimini di guerra veri e al suo posto perseguita lo Stato di Israele dotato di un forte regime democratico". Dopo aver ricordato che Israele non fa parte della Corte, ha aggiunto che la decisione dell'Aja "va contro il diritto dei Paesi democratici di difendersi dal terrorismo". "Una vittoria della verità, della giustizia, della libertà e dei valori morali del mondo" ha invece detto l'Autorità nazionale palestinese, attraverso il ministro degli Affari Civili Hussein Al-Sheikh.
di Roberto Saviano
Corriere della Sera, 6 febbraio 2021
Roberto Saviano scrive ad Ahmet Altan, scrittore coraggioso che in Turchia sconta l'ergastolo: ha voluto raccontare la verità sul regime del presidente Erdogan, non ha accettato di abituarsi al male: la sua libertà negata ci riguarda.
Caro Ahmet, Sono 1.585 giorni (calcolati al 2/2/2021) che sei in carcere in Turchia, dal 23 settembre 2016. La tua colpa? Essere uno scrittore. 1.585 giorni, non anni ma giorni: misurare il tempo della detenzione in anni dà l'impressione che sia un tempo veloce e invece no, il tempo trascorso in carcere andrebbe conteggiato in minuti, in secondi, perfino negli attimi del respiro. Andrebbe calcolato in luce sottratta, in metri quadri che mancano. Ecco, Ahmet, quando ti penso in carcere non tralascio nulla di quello che ti viene sottratto. Qui fuori, fuori e a distanza, è così semplice raccontare il motivo della tua condanna: perché hai scritto romanzi, perché hai espresso le tue opinioni in articoli, perché lo hai fatto su Taraf, il quotidiano che hai fondato nel 2007, in modo tutti potessero leggere e capire. Nessun sotterfugio, nessuna frase sibillina, tutto manifesto: articoli e libri pubblicati. Idee, fatti, teorie, alle quali si poteva rispondere con altre idee, altri fatti, altre teorie. E invece no: ti hanno tolto la libertà. Per fermare le tue parole, ti hanno chiuso in una cella. Non immaginano, loro, che una cella al più ferma i corpi, ma non ha potere sulle parole.
Le proteste del mondo accademico - Ti scrivo dalle pagine del Corriere della Sera, perché ormai le lettere nel carcere di Silivri a stento ti arrivano. Le mie parole verrebbero passate al vaglio, fermate e private del diritto che hanno di giungere al loro destinatario. Ho deciso di scriverti adesso perché immagino che il nuovo corso negli Stati Uniti, inaugurato da Joe Biden, potrebbe riportare attenzione su Fethullah Gülen, il nemico di sempre, il nemico che Erdoğan aveva momentaneamente accantonato, il nemico a cui attribuire presunti sodali da arrestare, nuove minacce da sventare con l'arma della repressione interna. Ti scrivo adesso perché il mondo accademico e i giovani universitari sono in fermento; protestano perché la cultura sia laica, libera dai condizionamenti della politica. Ti scrivo adesso perché anche loro vengono arrestati, anche a loro viene negato il diritto di esprimersi liberamente. E ti scrivo adesso perché non mi rassegno che possa essere così facile incarcerare uno scrittore mentre il regime turco continua indisturbato la sua vita.
Nel 2018 ti condannano all'ergastolo per - dicono - aver "favorito il golpe" attraverso "messaggi subliminali". Poi cadono i capi d'imputazione più gravi e la pena viene ridotta a 10 anni e mezzo cui si aggiungono, il 7 gennaio 2020, altri 5 anni e 11 mesi per "offese al presidente" e "propaganda del terrorismo". Un sistema da incubo, un sistema che si chiama Turchia. E tu riesci a resistere, Ahmet? Noi non abbiamo niente, questo lo so bene: non abbiamo armi, non muoviamo capitali, non siamo potenti. Abbiamo solo le nostre idee e le nostre parole, ma io non mi rassegno, Ahmet. Non mi rassegno e mi pongo una domanda semplice, alla quale tu avrai già trovato una risposta: come può essere che le tue parole abbiano spaventato a tal punto Erdoğan - che è potente, che dispone della forza di oltre 700mila militari - da decidere di destinarti alla galera senza alcuna possibilità di appello? Come può essere che le autorità turche, pur di tenerti in carcere, si siano coperte di ridicolo formulando e avallando le accuse più assurde? Dall'"invio di messaggi subliminali evocativi di colpo di stato" ad "aver tentato di rovesciare il governo della Turchia", dalla presunta "appartenenza a una organizzazione terroristica" all'ultima formulazione: "aver fornito aiuto a un'organizzazione terroristica senza esserne membro". La verità è che non esiste alcun capo d'imputazione credibile per quello che ti stanno facendo, non esiste alcun motivo valido per la detenzione preventiva cui sei stato sottoposto, per i processi farsa che hai affrontato e per le condanne che restano a tuo carico.
L'accusa di aver mandato messaggi subliminali, perché poche ore prima dal fallito golpe del luglio 2016 eri ospite in tv insieme a tuo fratello Mehmet Altan, è un'idiozia, come possono averla appoggiata un governo e tribunali, istituzioni che dovrebbero tenere alla propria credibilità, magari anche al cospetto di osservatori stranieri? O forse sanno che gli osservatori stranieri osservano poco? Che sono inspiegabilmente distratti? E di cosa ti accusano esattamente? Di avere espresso attraverso i tuoi scritti delle intenzioni? Di aver diffuso messaggi? Ma cosa fa esattamente uno scrittore quando racconta, un giornalista quando mette in fila gli eventi?
Il messaggio che il potere chiama "subliminale" è la traccia dell'emozione accanto all'idea, e quando emozione e idea si saldano, allora le parole diventano importanti, direi imprescindibili. Per questo ti hanno voluto fermare. Alla fine, vedi, ci sono arrivato anch'io. Le tue parole sono troppo pericolose perché possa essertene concesso l'uso. E sono pericolose perché complesse, perché rivolte a tutti, anche a chi non la pensa come te. Pericolose perché mostri il potere per quello che è: il nulla, il vuoto, l'arbitrio che però, assurdamente, conserva la possibilità di agire e reprimere, di schiacciare l'individuo.
Come tuo padre e come Puškin - Caro Ahmet, immagino starai sorridendo nel vedere il mio rumoroso e impacciato affanno mentre racconto ciò che ti è accaduto. Non sono riuscito mai a far mia la tua lezione, la tua e di tuo padre: sottrarsi al copione, non lasciarci portare dall'onda. Lo so, se qualcosa può sconvolgere la nostra vita, siamo noi a permetterlo comportandoci secondo le attese. Tuo padre ti aveva insegnato la regola quasi cinquant'anni fa. Anche lui giornalista, i militari entrarono in casa vostra e tuo padre offrì del tè a chi perquisiva. Poi, mentre ammanettato lo portavano via, si girò verso te, tuo fratello e tua madre con un grande sorriso. "La realtà - hai scritto - non può sopraffarmi. Io sono più forte della realtà". In questi casi citi, del nostro amato Puškin, il racconto che preferiamo più d'ogni altro, "La pistolettata".
Quando nel duello Silvio ha l'arma puntata sul cuore del suo avversario ma questi seguita a mangiare ciliegie, più Silvio chiede attenzione e impegno perché sta per sparare e potrebbe ucciderlo, più lo sfidante dà mostra di tenere molto alle ciliegie e poco alla propria vita. Il colpo non verrà mai esploso perché ha disatteso, il duellante, le regole del gioco. Così inviti ad agire, come Borges che al ladro che intima "la borsa o la vita" dice: offri la vita, spariglia, sovverti, non agire secondo attese. Quando ti hanno arrestato, sia la prima volta che la seconda volta, hai fatto a pezzi il clima di terrore e paura che gli uomini mandati da Erdoğan avevano imposto, aprendoti in un sorriso, come hai scritto nel tuo libro "Non rivedrò più il mondo", pagine che voglio proteggere dandole a più persone possibili, moltiplicando le tue parole grazie alle uniche persone che possono davvero impedire a ogni cella di rinchiudersi: i lettori. Incarni davvero, Ahmet, il principio di Epitteto: quando il nostro corpo è schiavo, è lì che la nostra mentre può restare libera. Tu ci stai riuscendo.
Quando a novembre 2019 ti hanno liberato per qualche giorno, probabilmente sperando che scappassi, trovammo il modo di vederci su Skype... non ho mai dimenticato quell'incontro. E se non sei andato via, se non ci hai nemmeno pensato, è perché ti è sempre stata chiara la differenza che esiste tra denunciare e testimoniare: si denuncia con le parole, si testimonia con il corpo. E il regime turco può trasformarsi non denunciando ma testimoniando, ossia portando sul proprio corpo le contraddizioni del potere. È di questi giorni la notizia della protesta a Istanbul degli studenti dell'Università del Bosforo contro la nomina per decreto presidenziale di Melih Bulu a rettore, una nomina solo politica dal momento che Bulu è un politico vicino a Erdoğan. Il 29 gennaio un gruppo di studenti ha allestito una mostra con foto e disegni sul tema della libertà di espressione, dei diritti di genere, della pace. Hanno disegnato un arcobaleno, simbolo del movimento pacifista mondiale e della comunità Lgbt su una foto della Kaaba, l'edificio più sacro dell'Islam. Quegli studenti sono stati arrestati con l'accusa di "insulto ai valori religiosi" reato che, assicurano i loro avvocati, nel codice penale turco nemmeno esiste. Arrestati per aver disegnato un arcobaleno, arrestati per una mostra sulla libertà d'espressione, arrestati perché vogliono, chiedono e pretendono che le università siano indipendenti dal potere politico.
E ancora altri studenti arrestati (159, di cui 98 rilasciati poche ore dopo); anche loro, Ahmet, come te, reagiscono con la gioia. La loro protesta è piena di musica e di balli, quanto stride tutto questo con i tetri palazzi del potere, grotteschi, ottusi. E mentre il ministro dell'Interno turco li definisce "deviati" e "pervertiti", mentre il governo turco minaccia, incarcera, processa, punisce, noi stiamo qui a guardare, noi che, da quando è esplosa la pandemia abbiamo disegnato arcobaleni ovunque, siamo immobili osservatori dell'ennesimo atto autoritario che lede i diritti di ciascuno di noi, privando voi, della libertà. In Turchia sono stati incarcerati 200 giornalisti negli ultimi 5 anni, giornalisti di ogni età e orientamento politico e se tutto questo è potuto accadere è perché noi siamo stati e siamo indifferenti. Da quando ti conosco, con le tue parole e attraverso i tuoi libri, mi hai insegnato che l'individuo fa la differenza. Un gesto di bene non è inutile, un gesto crudele non è ininfluente. Come quella donna che, mentre ti facevano la radiografia, per immotivata cattiveria non acconsentì che ti fossero tolte le manette. Il poliziotto stava per aprirle, ma lei disse che no, non ce n'era bisogno: "Gliele lasci!". Perché tanta crudeltà? Come è possibile? Un po' di pace ai polsi perché negarla? Questi gesti nascono dall'abitudine alla crudeltà, addirittura dalla necessità che esista un luogo, una prassi, un recinto possibilmente lontano dai nostri occhi dove si possa lasciar spazio a cattiveria e vendetta, perché è crudeltà e vendetta che merita chi ci finisce, qualunque sia il motivo.
Il carcere del pensiero - Senza troppi giri di parole: il carcere rappresenta la nostra quota di vendetta, una quota di crudeltà che siamo addirittura fieri di rivendicare. "Se stanno dentro è perché hanno sbagliato": con questa frase giustifichiamo tutto ciò che può capitare a chi è detenuto. "Se stai in carcere è perché hai sbagliato, e se hai sbagliato il tuo destino non è affare mio" è un assioma che vale per qualunque detenuto, di qualunque nazionalità, quali che siano le condizioni della detenzione. E qui dovrebbe intervenire il racconto, ma per far cosa? Per spiegare che il carcere non deve soddisfare la sete di vendetta quanto piuttosto assolvere a una funzione che è essenziale: reinserire chi ha commesso un reato nella società. Ma se il carcere assolve alla quota di crudeltà a cui riteniamo di aver diritto, come la mettiamo quando il carcere viene utilizzato per silenziare la dissidenza? Per bloccare gli oppositori politici? Per fermare, come nel tuo caso, Ahmet, il pensiero libero? La soglia del carcere, prima ancora che essere una soglia fisica delimitata da cancelli, lucchetti, guardie armate e telecamere, è una soglia mentale: chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori.
E tra il dentro e il fuori, fa comodo che non vi sia dialogo, che i rapporti siano sempre mediati. Esistono dei codici, e la quota di vendetta che teniamo a preservare ci impedisce di vedere quanto quei codici siano essi stessi parte della segregazione, ci impedisce di vedere quanto tra il dentro e il fuori non esista soluzione di continuità.
Poniamocela, una volta per tutte, questa domanda. Non discutiamone con altri, ma ragioniamoci in solitudine cosicché nessuno possa giudicarci: cosa simboleggia il carcere? La nostra vittoria, la vittoria dell'uomo sull'uomo, la vittoria di chi sta fuori su chi sta dentro. La vittoria di chi "merita" di stare fuori su chi "merita" di stare dentro. Come quando da bambini vedevamo altri bambini puniti per qualche malefatta: la sensazione era quella del pericolo scampato, di leggerezza nel vedere i colpevoli presi a occupare la casella dei colpevoli. Eh sì, perché è un posto che sullo scacchiere non può restare vuoto troppo a lungo. E quindi sapere che esiste un carcere, e che tu ne sei fuori, non ti fa semplicemente sentire a posto con la coscienza, ti dà la patente per fregartene. Il primo atto, dunque, che possiamo fare è non essere indifferenti, accorgerci del male perché abituarsi al male al punto da non riconoscerlo, non averne il disgusto e tenerlo lì come possibilità perenne, è la vittoria finale del disumano.
In carcere hai visto corpi picchiati, costretti alla solitudine, rattrappiti dalla vergogna, perché tra le più insopportabili torture ci sono quelle che ti costringono a denunciare innocenti, accusare persone che non conosci. Hai raccontato di un ragazzo costretto a denunciare dei curdi, dei curdi a caso, dei curdi qualsiasi, persone che nemmeno conosceva... serviva la sua testimonianza per poter intervenire in un villaggio. Il ragazzo sapeva che se avesse pronunciato il nome di chi non gli aveva fatto nulla, e nulla aveva commesso, sarebbe probabilmente uscito di prigione, ma rifiutò: "non posso fare il nome di nessuno, non posso essere così vile".
Il passaparola e le lettere - Ahmet, hai detto di aver visto il rame che tutti noi siamo, diventare oro. Diventiamo rari e preziosi quando scegliamo, è questo il segreto della pietra filosofale: trasformare una lega comune in oro attraverso la verità e la scelta per la verità. Ahmet, con queste mie parole non voglio semplicemente invitare, ma letteralmente pregare chi ha a cuore la verità di prendere carta e penna, di accendere il computer e scriverti. Di indirizzare, per te, lettere all'Ambasciata turca a Roma, di inondare di lettere l'Ambasciata turca a Roma (via Palestro, 28, 00185 Roma oppure
Ricordi Anna Achmatova? Non poteva scrivere le sue poesie perché, se il regime le avesse intercettate, avrebbe subìto una persecuzione addirittura peggiore di quella che le riservarono; allora le scriveva e le bruciava, ma prima le imparava a memoria e le diceva agli amici che, a loro volta, le imparavano a memoria e le dicevano ad altri. Il passaparola funzionava fino a quando le parole di Anna Achmatova arrivavano a chi poteva trascriverle su un foglio senza rischiare nulla. Le sue poesie si sono salvate così, passando per la memoria di molti. La tua storia, Ahmet, deve avere lo stesso destino: parleremo di ciò che ti stanno facendo fino a che avremo fiato, fino a che avremo inchiostro, fino a che i nostri computer reggeranno, fino a che le nostre dita riusciranno a battere sui tasti, fino a che la porta di quel dannato carcere si aprirà e finalmente avrai la libertà che merita il tuo coraggio. E quel giorno sarà un giorno pieno di luce, un giorno di tregua, un giorno in cui il tempo smetteremo persino di misurarlo. Un giorno non lontano te lo prometto ci abbracceremo sul serio e presto perché, come scrivi tu: "sono uno scrittore non mi trovo né dove sono, né dove non sono. Potete mettermi in carcere ma non potete tenermi in carcere. Io faccio una magia passo attraverso i muri". Abbraccio Ahmet amico mio.
di Giuseppe Legato
La Stampa, 6 febbraio 2021
La fine di Francesco Sforza, atteso a processo il 9 febbraio. Di lui si sa che lo chiamavano Dobermann. Che lo avevano arrestato il mattino del 28 gennaio scorso in Spagna, ad Alicante dopo più di un anno di latitanza. Che ha mangiato, per l'ultima volta, alle 13,30 dello stesso giorno e due ore dopo la Guardia Civil lo ha trovato morto, per terra. Steso sul pavimento di una cella di sicurezza nei sotterranei della caserma di Benidorm, Alicante.
C'è un'inchiesta delle procure spagnole in collegamento con quelle italiane, ma la notizia della morte di Francesco Sforza 40 anni, torinese, narcos desaparecido legato mani e piedi alla 'ndrangheta calabrese ha interessato molto i carabinieri di Torino. Che lo avevano "incastrato" nell'indagine "Cerbero", babele di accuse contro le 'ndrine di Volpiano e i grandi broker di cocaina Nicola a Patrick Assisi e che per mesi hanno cercato di prenderlo mentre lui, primula rossa, si nascondeva facendo la spola tra Valencia, Lloret de Mar e Girona. Una morte che è un giallo.
Perché Sforza si sarebbe dovuto presentare a processo tra tre giorniper essere giudicato dal Tribunale di Torino. L'accusa: riforniva di droga (hashish e marijuana) i cartelli di Volpiano e San Giusto Canavese. Un calibro medio-alto del canale spagnolo a sua volta alimentato dal Nord Africa, non un improvvisato. L'ambientale piazzata dai carabinieri in un alloggio di Torino aveva registrato i colonnelli della famiglia Agresta mentre riempivano le auto di soldi da spedirgli per i pagamenti. Un grossista, ma anche un intermediario secondo il pm Paolo Toso titolare dell'inchiesta. In una sola spedizione gli erano stati recapitati 272 mila euro in contanti per pagare i fornitori dei carichi.
Era tra i pochissimi ad aver scelto il rito ordinario, il dibattimento, mentre era saltato all'occhio di osservatori attenti come tutti i suoi referenti - 78 su 82 - avessero scelto il rito abbreviato: cioè un processo solo sulle carte, a porte chiuse, senza testimoni. Lui no, voleva difendersi in aula dalle accuse. Non semplice visti i numerosi riscontri investigativi.
Di certo avrebbe presupposto un confronto con la Corte, un contraddittorio più completo. In un trafiletto dei giornali locali iberici si parla di arresto cardiocircolatorio ma vai a capire quando un giovane muore cosi, di colpo, a tre giorni dal processo in cui rischiava fino a 20 anni di carcere e avrebbe dovuto spiegare da quando, quanto e come riforniva gli emissari della potente famiglia mafiosa degli Agresta, se questa storia è tutta qui, in un malore improvviso.
Le autorità spagnole hanno disposto l'autopsia, il suo legale Marianna Ivanov vuole risposte: "Nessuno mi ha comunicato dell'avvenuto arresto, solo della morte" avrebbe detto in sintesi ai media spagnoli. Sforza era stato arrestato già mesi fa ma per un errore dei giudici spagnoli era stato scarcerato in attesa di essere imbarcato per l'Italia: "Tra 10 giorni si presenti all'aeroporto" gli avevano intimato. Ma allo scalo di Madrid, Dobermann non si è mai visto.
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 6 febbraio 2021
Il presidente Mattarella ha tentato di preservarci con un estremo appello alle energie migliori della nazione, indicandone il nome di Mario Draghi quale sintesi. Libertà o sicurezza. Al fondo del sentiero, davanti all'Italia potrebbe esserci ancora questo bivio classico: una scelta dolorosa che si ripropone nella storia, e dalla quale il presidente Mattarella ha tentato di preservarci con un estremo appello alla razionalità e alle energie migliori della nazione, indicandone il nome di Mario Draghi quale sintesi.
Zygmunt Bauman ricordava come la relazione dialettica, di odio-amore, tra questi due valori "così indispensabili a una vita decente e così difficili da riconciliare e godere contemporaneamente", libertà e sicurezza, appunto, fosse parte inalienabile della condizione umana. Il Ventunesimo secolo, coi suoi coriandoli di tragedia, ha spazzato via il dogma della modernità novecentesca, l'illusione di avere il controllo delle nostre esistenze, riconsegnandoci infine al presente... di una volta: in balìa della paura. E quando il livello di guardia della paura viene superato, fino a farci sentire minata la nostra sicurezza e quella di coloro che amiamo, siamo disposti a cedere quote via via più significative di libertà, secondo un immutabile movimento pendolare che risale almeno all'antica Roma e arriva almeno fino al Patriot Act quale reazione degli americani all'aggressione islamista dell'11 settembre.
Questa, e non altra, è la vera posta in gioco. E le delegazioni che si avvicendano in queste ore davanti al premier incaricato dovrebbero tenerlo ben presente. Andrebbe dunque evitata la tentazione, comprensibile certo, di piantare bandierine attorno al perimetro del tentativo di Draghi. O di innalzarvi totem identitari quali, a seconda di chi salga sul proscenio, il reddito di cittadinanza e la patrimoniale o la difesa di quota 100 e la caccia ai migranti, la pregiudiziale antileghista o il Ponte sullo Stretto o, addirittura, la rivendicazione (forse un po' ingenua) di una sorta di primogenitura sul premier incaricato sottolineando di averne a suo tempo agevolato il percorso verso i vertici di Bankitalia e della Bce. Allo stesso modo, bisognerebbe evitare di usare Draghi come arma per regolare conti interni ai partiti o agli schieramenti, perché in queste ore non si tratta di decidere il futuro di Giorgetti o di Bettini, o di trovare un nuovo lavoro a Di Maio: il futuro e il lavoro in gioco sono quelli di sessanta milioni di persone.
I "sì" al tentativo cominciano a fioccare, assieme alla caduta verticale dello spread. Ma se, nelle prime ore, questo nuovo esecutivo pareva il governo di nessuno, adesso non deve diventare il governo del "troppa grazia", frutto di un assalto italico che rischi di far deragliare la diligenza: il cui percorso è in realtà segnato dai punti fissati da Mattarella e dalla minuziosa descrizione che martedì sera, fallita l'esplorazione di Roberto Fico, il presidente ha fatto di ciò che accadrebbe all'Italia se, sia pure con incontestabile legittimità, abbracciasse l'opzione del voto anticipato.
L'incrocio tra mesi di campagna elettorale, che nei fatti inizierebbe sin da subito, e la necessaria redazione del Recovery plan da spedire in Europa entro fine aprile, inquinerebbe certamente con promesse irrealistiche i programmi di rilancio: i fondi europei, ad essi condizionati, potrebbero non arrivare mai a salvarci, a fronte di un debito pubblico che quest'anno toccherà il 160% del Pil. Le riforme indispensabili (giustizia, burocrazia, fisco, concorrenza) non verrebbero neppure incardinate. La campagna vaccinale ancora assai incerta e, in special modo, l'organizzazione sul territorio delle vaccinazioni di massa, da varare quando le dosi saranno sufficienti, con prevedibili scontri ulteriori tra potere centrale e poteri locali, andrebbe a scontare l'assenza di un governo nella pienezza delle funzioni: così come l'emergenza sociale, già oggi gravissima, che si farà drammatica da fine marzo con lo sblocco dei licenziamenti.
Più ancora che le parole, dovrebbero indurre a riflessione il volto e il tono del capo dello Stato quando ha rammentato che riavemmo un governo funzionante solo quattro mesi dopo lo scioglimento delle Camere del 2013 e cinque dopo quello del 2018. Stavolta, sciogliendo le Camere subito, si potrebbe arrivare a giugno-luglio, fuori tempo massimo per evitare un triplo tracollo: sanitario, economico e sociale.
È giusto pretendere una risposta matura, adesso, da un'orchestra politica che negli ultimi anni ha steccato tutti gli spartiti così da indurre in gran sospetto il Financial Times che, pur col massimo apprezzamento per le "eccezionali capacità politiche" mostrate da Draghi e per la sua "reputazione mondiale brillante", teme che al premier incaricato venga riservato, al meglio, il destino di Mario Monti, caduto gradualmente "nelle mani dei partiti". È un monito da non prendere sottogamba.
Ciò che può accadere in questo 2021 ai nostri posti di lavoro e alle scuole dei nostri figli, ai nostri risparmi e all'efficienza degli apparati dello Stato, se non verrà governata con serietà la più grave emergenza della storia repubblicana, è qualcosa in grado di indurre ben più che una reazione di paura nella nostra comunità: qualcosa tale da riattivare alla fine, a fronte di una bancarotta sociale non arginata dalla razionalità politica, il moto consueto del pendolo verso una spasmodica richiesta di sicurezza, anche in cambio di una proporzionale riduzione di libertà. Non ci rassicuri la nostra affiliazione alla famiglia europea. L'Unione, tra proclami e misure inefficaci, s'è già acconciata da un pezzo a convivere borbottando con qualche democratura dai limitati diritti civili. Rischiamo l'impatto con un meteorite: dai rappresentanti degli italiani è lecito attendersi qualcosa di più che un pigolio di interessi di bottega.
di Chiara Graziani
L'Osservatore Romano, 6 febbraio 2021
Ventisettemila bambini, la gran parte sotto gli otto anni. Alcuni arrivati in braccio alle madri, altri nati lì, in una città di tende e fango, un campo prigione nel nord est della Siria per le vedove ed i figli del cosiddetto Stato islamico (Is) collassato nel 2016 dopo nove anni di guerra. Per le Nazioni Unite "uno dei problemi più urgenti al mondo". Anche uno dei più dimenticati, in un mondo dalla memoria già corta.
Ventisettemila piccoli fantasmi rimasti a galleggiare come detriti dopo l'implosione della follia terrorista che voleva farsi Stato ed aveva mosso guerra di conquista nel Medio Oriente. Negli anni in cui l'Is chiamò a raccolta da mezzo mondo aspiranti combattenti per far rinascere il Califfato, in tanti furono portati dai genitori - piccolissimi o appena concepiti - in queste terre, per essere allevati in un nuovo ordine. Sono stati indottrinati, hanno visto morire padre e madre, non conoscono altro che guerra, radicalismo, scontri, fazioni, punizioni. Il campo di Al Hol - fornace di polvere l'estate, pozza di melma d'inverno, ora assediato anche dal covid come avverte Medici senza frontiere - è la loro finestra sul futuro. Il recinto blindato, guardato dai soldati e le soldatesse dell'Sfd, è l'unico orizzonte che chiude lo sguardo e l'idea di come sia fatto il mondo.
Le Nazioni Unite, venerdì scorso, hanno lanciato un appello per la salvezza di quei 27.000 bambini. Lo spazio li tiene prigionieri ma il tempo è un nemico peggiore, perché plasma anime incapaci di libertà ed amore.
Quando il responsabile per l'antiterrorismo delle Nazioni Unite, Vladimir Voronkov dice in una riunione informale del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che quei piccoli sono "incagliati, abbandonati al loro destino" parla di vite umane prigioniere di un meccanismo ad orologeria. "Devono essere considerati innanzitutto come vittime, ed i minori di 14 anni hanno diritto di non essere detenuti e puniti" è stato l'appello rivolto al Consiglio da Voronkov.
Virginia Gamba, rappresentante alle Nazioni Unite per i bambini vittime di conflitti armati, si è fatta avvocata della causa sempre nel Consiglio di sicurezza: "I bambini - ha detto - hanno diritto ad una nazionalità e ad un'identità".
La guerra li ha privati innanzitutto di questo. Un volto, un nome. "Relitti" li ha definiti Gamba in Consiglio. Questi bambini sono, per più di un motivo, un problema di tutta la comunità internazionale. Arrivano da ogni parte del pianeta, anche dall'Europa, dal Regno Unito, dagli Stati Uniti, dall'India. Non c'è Paese dove il richiamo a popolare terre da colonizzare in nome del cosiddetto Stato islamico non abbia attirato aspiranti colonizzatori in cerca di una nuova collocazione sociale. Bambini d'ogni colore, divisi per provenienza nei gironi del campo: siriani ed iracheni - la maggioranza - nel corpo principale della struttura. Nei cosiddetti annessi, affidati alle Fsd curdo-siriane le altre nazionalità. Diecimila persone, donne con bambini piccoli e piccolissimi.
Finita la guerra, il campo di Al Hol, come altri fra il nord est della Siria e l'Iraq, si è materializzato nel luogo degli ultimi assalti per richiudersi intorno al gregge allo sbando di donne e bambini. Da allora una sorta di maledizione ha reso Al Hol inespugnabile, luogo da dove non si fugge, è difficile entrare e poco si sa. Medici senza frontiere ne ha fatto, poco più di cinque mesi fa, una descrizione agghiacciante: già costretti in una prigione iperaffollata gli "ospiti" dovrebbero rispettare anche il distanziamento per il covid dopo che 394 casi erano stati accertati. Le strutture per l'assistenza sanitaria - 24 in origine - stanno chiudendo una dopo l'altra.
Quest'estate non ne restavano che 15. Poi si è arrivati a 5 per decine di migliaia di persone flagellate non solo dal covid, a fronte di nessuna assistenza possibile, ma anche da una micidiale esplosione di diarrea acuta. L'80% dei piccoli pazienti della struttura di Medici senza frontiere, aperta nella zona degli annessi, ne soffre. Malati, denutriti, prosciugati dalla diarrea, Msf offre loro quello che si chiama "centro di nutrizione terapeutica".
Molti di questi bambini, infatti, non sono in grado di trattenere cibo normale. Mesi fa ne morirono sette in una volta e fece notizia. La mancanza di igiene, i continui tagli all'acqua corrente non fanno che allargare il disastro. La provincia di Hassasek, dove sorge Al Hol, è alla sete da quando l'acquedotto di Al-Halouk è stato danneggiato. Quasi mezzo milione di persone hanno un accesso penosamente insufficiente all'acqua. In un campo di prigionia, dove gli ospedali da campo chiudono e diversi operatori sanitari hanno contratto il covid, l'effetto è devastante.
Eppure i Paesi di origine non sanno, o non vogliono, gestire il ritorno alla società civile di minori traumatizzati e costretti a vivere in un microcosmo che riproduce, anche nelle gerarchie fra prigionieri, la follia fondamentalista. Se molte donne subiscono ce ne sono altre che hanno tenacemente ricostruito una catena di comando basata sulla paura e sul fanatismo. Per 27.000 bambini, malnutriti, malati, senza speranza, l'Is non ha mai perso la guerra.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 febbraio 2021
Per Vito Crimi a gennaio 2021 risultano richiesti 10.155 braccialetti elettronici, di cui 5.940 disattivati. Ma il 4 aprile 2020 Arcuri ne ha ordinati 1.600. Solo la Corte dei Conti potrà finalmente trovare il bandolo della matassa sui braccialetti elettronici. Da almeno quattro anni, Il Dubbio ha seguito fin dall'inizio le fasi del bando, poi vinto da Fastweb e - non per colpa della compagnia telefonica - con tanto di ritardo nell'avvio della produzione dei braccialetti elettronici perché mancava il nulla osta del ministero dell'Interno per il collaudo che consisteva in almeno due fasi. Il secondo collaudo non appare tuttora nel sito della Polizia di Stato, dove passo dopo passo hanno pubblicato tutte le fasi della procedura.
41bis, gli ultimi arresti ci interrogano sulle falle del carcere duro. Per questo serve un confronto
di Stefania Ascari*
Il Fatto Quotidiano, 5 febbraio 2021
La presenza è potenza. È questo che rende le mafie così difficili da sradicare. La cronaca recente parla di Antonio Gallea, considerato il mandante dell'omicidio del giudice Rosario Livatino avvenuto il 21 settembre 1990, arrestato nell'operazione antimafia "Xydi" assieme ad altre 23 persone, tra cui un ispettore e un assistente capo della Polizia, accusati di concorso esterno in associazione mafiosa, accesso abusivo al sistema informatico e rivelazione di segreti d'ufficio.
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