di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 4 febbraio 2021
Visita regionale del Garante nazionale che si è svolta in due tappe (dal 30 novembre al 4 dicembre 2020 e dal 24 al 29 gennaio 2021). Sette Istituti penitenziari, quattro questure, quattro Comandi dei Carabinieri, quattro residenze sanitarie assistenziali per persone anziane, due Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza psichiatriche (Rems), due servizi psichiatrici di diagnosi e cura (Spdc), un Istituto penale minorile (Ipm), un Centro di prima accoglienza (Cpa) e una comunità per minori.
Sono questi i luoghi visitati in Emilia Romagna dal Collegio del Garante nazionale insieme a dodici persone dello staff, suddivisi in tre sotto-delegazioni, nel corso della visita regionale che si è svolta in due tappe (dal 30 novembre al 4 dicembre 2020 e dal 24 al 29 gennaio 2021).Un quadro complessivo che sarà elaborato in uno specifico Rapporto, articolato nelle diverse aree d'intervento del Garante nazionale e inviato ai corrispondenti interlocutori istituzionali, molti dei quali incontrati nel corso delle giornate emiliane-romagnole.
Visitati sette istituti penitenziari - Il Garante sottolinea come emerga la forte potenzialità di un territorio ricco di sensibilità sociale, di esperienze avviate nel periodo precedente all'emergenza sanitaria e di solida capacità amministrativa: parametri, questi, a cui non sempre corrisponde la realtà concreta di quelle strutture emblematiche della complessità che il Garante è chiamato a visitare per esercitare il proprio compito di vigilanza preventiva. Sono sette gli Istituti penitenziari visitati (Bologna, Ferrara, Forlì, Modena, Parma, Ravenna e Reggio Emilia) e il Garante ha potuto riscontrare che sono risultati strutturalmente e funzionalmente inadeguati al presente, al di là dell'impegno e della professionalità innegabili di chi vi opera.
Mancano le strutture dei bambini minori di 3 anni con madri detenute - Alla delegazione del Garante nazionale ha colpito il fatto che l'attuale mancanza di strutture adeguate alle esigenze dei bambini inferiori ai tre anni con madri detenute, "costringa a ragionare ancora - a dieci anni dalla legge di tutela del rapporto tra detenute madri e figli minori - di sezioni "nido" all'interno del carcere, attualmente in fase di allestimento nel carcere della Dozza di Bologna.
Nessuna Casa-famiglia protetta e nessun Istituto a custodia attenuata per detenute madri (Icam) è infatti presente o in via di realizzazione in tutta la regione". La visita all'Istituto di Modena, anche se breve, ha voluto testimoniare l'attenzione del Garante a quanto avvenuto nel marzo scorso, con il carico di vite perse, affinché un esito così drammatico - come osserva il garante stesso - "non sia troppo frettolosamente archiviato nella coscienza collettiva". Risulta, invece, molto positivo l'investimento sullo studio e sulla formazione dell'Istituto penale minorile di Bologna: l'iscrizione all'università di due giovani diplomatisi nel 2020, la partecipazione attiva alle scuole ai vari livelli, ai corsi e ai tirocini formativi ne sono un segnale evidente. "Appare - osserva il Garante nazionale - invece urgente un investimento per gli ambienti del Centro di prima accoglienza, luogo spesso del primo impatto per i minori privati della libertà".
Il Garante affronta anche il tema della salute. Negli Spdc, i reparti del servizio psichiatrico diagnosi e cura, da tempo è in corso nella regione una campagna volta a ridurre l'uso della contenzione, anche di tipo farmacologico. Si tratta di un percorso importante che sta dando i suoi frutti e che rappresenta una via per altre strutture analoghe. "Rimane - sottolinea Il Garante - la criticità relativa a taluni ambienti e alle condizioni strutturali, certamente migliorabili".
Alcune criticità nel prossimo rapporto - Osserva anche che il dialogo tra le istituzioni della sanità e quelle della giustizia non sempre è facile. Il Garante nazionale è disponibile a dare quindi il proprio sostegno per favorire tale confronto al fine di superare alcune evidenti criticità che finiscono col riflettersi sull'accesso ai servizi della salute delle persone ristrette.
Il Garante nazionale ha visitato le due residente per l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems) attualmente operanti nel territorio regionale (la Casa degli Svizzeri a Bologna e il Casale di Mezzani vicino a Parma) apprezzando la qualità della presa in carico delle persone ospitate e gli sforzi tesi a favorire il loro percorso di reinserimento, in dialogo continuo con il territorio. Ma alcune specifiche criticità saranno evidenziate nel Rapporto che sarà redatto sulla visita.
Nelle Residenze sanitarie assistenziali (Rsa), il Garante osserva che è ancora molto da rielaborare l'esperienza vissuta, soprattutto nella prima fase dell'emergenza sanitaria, talvolta con focolai importanti e un significativo numero di decessi tra gli ospiti.
Positiva la riapertura delle strutture agli incontri con i familiari, seppure in maniera protetta, mentre "desta, invece, qualche preoccupazione la mancata adesione al programma di vaccinazione di una parte del personale di talune strutture monitorate". Riguardo alla vaccinazione, il Garante nazionale dopo la risposta positiva alla richiesta di vaccinare le persone detenute insieme al personale che opera negli Istituti penitenziari, continua a monitorare la situazione affinché sia garantita la tutela della salute di tutti, in qualsiasi condizioni si trovino.
di Aldo Torchiaro
Il Riformista, 4 febbraio 2021
Arrestato e incarcerato per accuse di mafia da parte dei pentiti, è detenuto a Tolmezzo da tre anni. Contagiato, depresso, deperito, non ha avuto i domiciliari. "Una storia di ingiustizia". Antonio Ingroia, ex procuratore aggiunto di Palermo e ora avvocato non ha dubbi: "Benedetto Bacchi non ha nulla a che fare con la mafia".
Ingroia, dismessi i panni dell'accusatore, da qualche anno ha intrapreso la professione forense. Fra i suoi assistiti c'è Benedetto Bacchi, uno dei maggiori imprenditori italiani nel settore dei giochi e delle scommesse. Per i suoi ex colleghi della Procura del capoluogo siciliano, Bacchi avrebbe messo a disposizione delle famiglie maliose la propria rete di agenzie di scommesse, circa settecento in tutta l'Isola. Del milione di euro al mese di profitti, sempre secondo i pm, tra i trecento e gli ottocento mila euro all'anno sarebbero poi stati distribuiti ai clan.
Fra le accuse, oltre all'immancabile concorso esterno in associazione mafiosa, una sfilza di reati tra cui il riciclaggio e l'illecita concorrenza aggravata dal metodo mafioso. Bacchi venne arrestato, insieme ad altre trenta persone, nell'ambito dell'operazione "Game over" condotta dalla Squadra mobile e coordinata dal procuratore di Palermo Francesco Lo Voi, dall'aggiunto Salvo De Luca e dai Pm Roberto Tartaglia, Annamaria Picozzi e Amelia Luise. Dal giorno dell'arresto, avvenuto agli inizi di febbraio del 2018, Bacchi si trova nel carcere di massima sicurezza di Tolmezzo.
Il processo è iniziato l'anno scorso davanti alla quarta sezione del Tribunale, presieduta da Riccardo Corleo, a latere Giangaspare Camerini e Andrea Innocenti. Ingroia, dall'altra parte della barricata, sta cercando in questi mesi di dimostrare che Bacchi non mise le proprie aziende a disposizione della mafia "Bacchi ha sempre negato di avere avuto rapporti con la mafia. Le accuse nei suoi confronti si basano solo sulle testimonianze dei pentiti", esordisce Ingroia. "Purtroppo - aggiunge - non è facile riuscire a dimostrare l'assenza di legami da parte di Bacchi con Cosa Nostra". L'indagine Game Over, infatti, ha fatto "scuola".
"Ci sono persone che hanno fatto carriera con questa operazione, citato come modello pure dalla Commissione antimafia", puntualizza Ingroia, toccando con mano gli effetti deleteri delle indagini mediatiche. "Bacchi - prosegue l'ex magistrato - ha scelto di difendersi nel processo, non optando per il rito abbreviato con condanna certa".
A complicare tutto, poi, il Covid. Eh già. Il carcere di Tolmezzo è stato uno dei primi focolai del Covid. Bacchi è stato anche contagiato e ora è in un profondo stato di depressione. Le istanze di scarcerazione sono state sempre tutte respinte. Ingroia, però, non si è perso d'animo e ha presentato nei giorni scorsi ricorso al Tribunale del Riesame.
L'ordinanza che ha bocciato la scarcerazione per Bacchi "si caratterizza per uno stupefacente 'appiattimento' sul parere del pm, tale da far dubitare che il Tribunale abbia effettivamente sottoposto a vaglio critico le contrapposte ragioni della difesa".
Anche le perizie mediche non sono state prese in considerazione. Bacchi è dimagrito di oltre trenta chili ed è in uno stato di profonda prostrazione dopo tre anni trascorsi in regime di alta sorveglianza, senza poter vedere la propria famiglia a mille e duecento chilometri di distanza. È "stupefacente l'omessa valutazione degli accertamenti clinici attestati dal perito d'ufficio nominato dallo stesso Tribunale", precisa Ingroia. Il Tribunale, nel respingere la scarcerazione, ha affermato che "...in ogni caso deve essere valutato anche sulla base del rapporto, all'evidenza tutt'altro che equilibrato, esistente tra il notevole peso iniziale e l'altezza del detenuto".
"Secondo il Tribunale, dimagrire in carcere avrebbe quasi fatto bene", ironizza Ingroia. Per l'ex toga sarebbero venute meno anche le esigenze cautelari: "L'intero impianto accusatorio è formato dalle intercettazioni telefoniche ed ambientali, nonché dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, tutti escussi come tutti i testi dell'accusa. È evidente, quindi, che l'escussione di tutti i testi del pm, il deposito della perizia sulle intercettazioni, hanno di fatto cristallizzato le prove a carico di Bacchi rendendole assolutamente immodificabili". La decisione è attesa a breve.
palermotoday.it, 4 febbraio 2021
Reso noto il monitoraggio sull'andamento dell'epidemia fatto dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Nella casa di reclusione palermitana i casi sono aumentati, in netto contrasto con quanto avvenuto a Rebibbia, San Vittore o Sulmona.
Sono 505 i detenuti positivi al Covid attualmente reclusi, 26 quelli ricoverati in ospedale. Il dato, relativo a tutta Italia, è contenuto nel report sulla gestione Coronavirus del Dap (Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria) aggiornato alle 20 di ieri. Il resoconto evidenzia "una riduzione di 49 unità rispetto alla sera del 28 gennaio scorso, ma un aumento di 4 affidati alle cure dei sanitari all'esterno degli istituti penitenziari".
Contagi in calo un po' ovunque lungo lo Stivale, ma non a Palermo. Al Pagliarelli, dove il numero dei reclusi contagiati era già alto (55 in tutto), oggi ha tocca quota 61. Di questi, quattro sono sintomatici.
Netto il calo dei contagi a Rebibbia (Nuovo Complesso) dove in sei giorni si è passati dai 92 casi, che riuscirono a convincere i magistrati del Tribunale di Sorveglianza a concedere i domiciliari all'ex senatore azzurro Denis Verdini, ai 65 dell'ultimo report.
Azzerati - a sorpresa - i positivi nella casa di reclusione di Sulmona dove da dieci casi che più volte avevano scatenato l'ira dei sindacati si è passati a una sostanziale immunità, non per gli agenti penitenziari in servizio, cinque dei quali ancora positivi. Migliora la situazione anche nella casa circondariale di Lanciano, dove i detenuti con il Coronavirus sono passati da 26 a 14, ed è evidente il calo negli hub di Bollate e Milano San Vittore dove ad oggi restano rispettivamente 35 e 31 positivi rispetto ai 43 e ai 49 del 28 gennaio scorso.
Controcorrente l'andamento del virus nella casa circondariale Pagliarelli-Lorusso, dove il numero dei reclusi contagiati era già alto, 55 in tutto, e che oggi si è alzato raggiungendo quota 61, 4 dei quali sintomatici. Stessa cosa nella casa circondariale di Torino dove a oggi si registrano 31 detenuti positivi, 17 in più rispetto all'ultimo report preso in esame. Così, infine, a Larino, in provincia di Campobasso, dove i 16 positivi al 28 gennaio scorso sono diventati ben 23, tutti asintomatici.
di Giulio De Santis
Corriere della Sera, 4 febbraio 2021
Rebibbia, non ha risposto per 20 giorni alle richieste del direttore che voleva far visitare la reclusa. Alla dottoressa viene contestato il reato di omicidio colposo per la morte dei due piccoli. La procura estrapola almeno tre sollecitazioni inviate alla psichiatra.
Non ha mai visitato Alice Sebesta, la mamma affetta da un disturbo schizofrenico che ha ucciso in carcere i figli di 6 e 19 mesi durante la detenzione, nonostante le "ripetute" richieste d'intervento provenienti dalla vice direttrice del carcere. E così ha finito per non valutare le condizioni psichiche della detenuta, assolta dall'accusa di omicidio volontario per vizio totale di mente, dopo che il 18 agosto del 2018 Sebesta ha gettato dalle scale Faith e Divine, ammazzandoli. Per questo la procura ha chiesto il rinvio a giudizio di Loriana Bianchi, psichiatra in servizio nella casa circondariale di Rebibbia femminile. Il pm Eleonora Fini le contesta il reato di omicidio colposo per la morte dei due piccoli. La procura estrapola almeno tre sollecitazioni inviate alla psichiatra fin dal giorno successivo all'ingresso in carcere di Sebesta, 37 anni.
A cercarla, secondo la pm, è sempre la vice direttrice del carcere, Gabriella Pedote, su richiesta del comandante del reparto e del personale dell'asilo nido. Ma in tutte le occasioni, la dottoressa avrebbe lasciato le istanze senza alcun seguito. Questa la ricostruzione della procura. Mentre il 28 agosto la 37enne sta trasportando dieci chili di marijuana dalla Germania, viene fermata e poi arrestata. In macchina con lei, ci sono la piccola Faith, sei mesi, e Divine, il bimbo di diciannove mesi. Viene trasferita a Rebibbia, ma senza toglierle i figli. Già il 29 agosto manifesta problemi comportamentali. Il comandante del Reparto, richiamato dalle detenute, segnala "atteggiamenti poco attenti" verso i figli. Nella stessa giornata, il reparto del nido avverte che le compagne di Alice sono "preoccupate per la propria incolumità e quella dei figli".
Il mattino dopo, il 30 agosto, la Sebesta - assistita dall'avvocato Andrea Palmiero - è rimproverata perché vuole dare da mangiare ai figli il riso nascosto nell'armadio e la donna reagisce dimenandosi con il figlio in braccio contro tutte le detenute. Proprio in questa giornata, i comportamenti sono riferiti alla Pedote che contatta la psichiatra, chiedendole un intervento. Tuttavia la dottoressa non avvia il percorso di valutazione della paziente, come invece dovrebbe fare secondo il regolamento. La vice direttrice, di nuovo, contatta la Bianchi il 9 settembre. E anche in questo caso non vi è un seguito. Ancora il 18 settembre, la dirigente rinnova alla dottoressa l'esigenza di una consulenza psichiatrica, per sottoporre la Sebesta al regime della "grande sorveglianza". Ormai è tardi. Quel giorno, Alice ucciderà i figli.
vivereancona.it, 4 febbraio 2021
Protagonisti otto detenuti che hanno partecipato alle azioni previste nell'ambito del progetto formativo, realizzato dalla stessa Autorità di garanzia con la collaborazione dell'Assam. Nobili: "Attività trattamentali importanti che nonostante le restrizioni previste dall'emergenza epidemiologica sono riuscite a concretizzarsi tra il mese di luglio e quello di dicembre dello scorso anno".
Il Garante Andrea Nobili a Barcaglione per la consegna degli attestati a otto detenuti che hanno partecipato alle azioni previste nell'ambito del progetto formativo "Agricoltura sociale", realizzato dalla stessa Autorità di garanzia con la collaborazione dell'Assam, sulla base delle esigenze espresse dalla direzione penitenziaria.
"Si tratta di attività trattamentali importanti - sottolinea Nobili - che nonostante le restrizioni previste dall'emergenza epidemiologica sono riuscite a concretizzarsi tra il mese di luglio e quello di dicembre dello scorso anno. L'auspicio è che anche nel futuro trovino ospitalità negli istituti penitenziari marchigiani e che vengano adeguatamente incrementate".
Nel progetto attuato a Barcaglione sono stati contemplati tre corsi riguardanti rispettivamente l'abilitazione alla conduzione di trattrici agricole, la sicurezza nei luoghi di lavoro, l'allevamento ovino e la trasformazione del latte. In quest'ultimo caso, sono stati previsti quattro diversi moduli con lezioni teoriche e pratiche sull'igiene e la prevenzione nei medesimi allevamenti e nella trasformazione del latte; sulla gestione dell'alimentazione degli ovini; sul processo di caseificazione; sulla produzione dei formaggi presso una mini struttura attrezzata appositamente nell'istituto penitenziario.
Come evidenziato dal Garante, "è emerso un elevato coinvolgimento da parte dei partecipanti con un loro particolare interesse per gli argomenti trattati, a conferma di quanto queste attività possano contribuire ad alimentare il processo di risocializzazione dei detenuti".
di Sandra Figliuolo
palermotoday.it, 4 febbraio 2021
Il saluto di un detenuto al 41bis va per forza inteso come un messaggio mafioso? Se l'è chiesto la prima sezione della Cassazione, con i giudici che hanno dovuto sfoggiare competenze sociologiche e trasformarsi in esperti di comunicazione verbale e non verbale, e che alla fine hanno deciso di dare ragione al boss di Brancaccio Cesare Lupo, respingendo invece il ricorso del ministero della Giustizia.
"Il semplice saluto - scrive infatti il collegio presieduto da Giuseppe Santalucia - non essendovi stata alcuna trasmissione di informazioni da un individuo a un altro, deve essere considerato come neutro perché privo di un vero e proprio intento comunicativo". Anche se quel saluto lo rivolge il braccio destro dei fratelli stragisti Giuseppe e Filippo Graviano.
La querelle nasce dal divieto di saluto imposto dalla direzione dal penitenziario di L'Aquila, dove Lupo si trova al 41bis, tra detenuti al carcere duro e quelli appartenenti ad altri gruppi di socialità. Una misura adottata proprio perché il mafioso aveva salutato un altro recluso. Ed è stato il boss di Brancaccio a impugnare il provvedimento: tutti i giudici gli hanno dato ragione, ma il ministero ha continuato a ribadire la sua tesi - ovvero che il semplice saluto potesse invece essere pericoloso e "celare un messaggio occulto" - in tutti i gradi di giudizio.
Nello specifico, il 28 agosto 2019, il reclamo di Lupo era stato accolto dal Magistrato di sorveglianza perché "il saluto rivolto ad un altro detenuto non integra alcuna forma di comunicazione, implicando tale nozione uno scambio di dati, stati d'animo, sensazioni, non ravvisabili nel semplice saluto". Il ministero aveva fatto ricorso al tribunale di Sorveglianza rimarcando che "il divieto di comunicazione imposto ai detenuti al 41bis ha la finalità di impedire i collegamenti del detenuto che vi è sottoposto con il sodalizio criminoso di appartenenza e che anche il semplice saluto, nelle sue varie forme di estrinsecazione, può celare un messaggio occulto, in quanto l'atteggiamento di riverenza o meno con il quale si esprime potrebbe significare anche una forma di sottomissione verso il soggetto al quale è rivolto, trattandosi di forme particolari che possono assumere un preciso significato nella subcultura carceraria".
Tesi che era stata bocciata, il 28 gennaio dell'anno scorso, con questa motivazione: "Nella semplice dichiarazione di saluto, anche qualora accompagnata dalla menzione di un nome proprio di persona, ma non inquadrata nel contesto di una conversazione, non si può ravvisare una comunicazione in senso proprio, richiedendo il relativo concetto la trasmissione di un'informazione da un soggetto ad un altro, nella specie non ravvisabile".
Il ministero ha però insistito in Cassazione, ma i giudici hanno appunto dato definitivamente ragione al boss. La premessa della Suprema Corte è che "non ogni tipo di interazione può essere ritenuta di natura comunicativa e che la nozione di comunicazione deve essere estesa a ogni manifestazione esteriore in grado di veicolare un contenuto informativo idoneo a vulnerare le esigenze di controllo" come nel caso di Lupo. "La questione - scrivono i giudici - si pone in termini di particolare complessità nei casi di comunicazione occulta, ovvero nelle ipotesi in cui una interazione di carattere apparentemente neutro nasconda un significato diverso da quello apparente".
di Sergio Ucciero
bandieragialla.it, 4 febbraio 2021
Domenica mattina. I preparativi fervono. Barba, un controllo al capello, i vestiti migliori. I più audaci, e fortunati, aggiungono una goccia di profumo. L'appuntamento è di quelli che, in un luogo come quello da cui vi sto scrivendo, potrei definire topico. E non manco mai di chiedermi: ma quanto di sincero c'è, quanto di vero si consuma in quelle poche decine di minuti che intercorrono tra l'inizio e la fine della funzione religiosa?
Difficile la risposta. Eppure, per chi ha la ventura di entrarci, le stanze di pernottamento, come ora si chiamano con straordinaria e pomposa definizione le celle, sono tappezzate di immagini di devozione (padre Pio sugli scudi), di rosari e simboli religiosi vari che dovrebbero testimoniare una sensibilità ritrovata (o trovata) verso il sacro, l'interiorità religiosa o, per così dire, la religiosità in senso lato. E allora vien da pensare che, in qualche modo, nel mondo carcerario, l'aspra materialità della condizione spinge a una maggiore riflessione introspettiva, alla ricerca di un senso che impedisca il naufragio definitivo di chi, qualunque sia il reato commesso, cerca di raggiungere un approdo che lo mantenga a galla.
E ancora mi chiedo: ma sarà proprio così? O le immagini sono solo segni, icone, simboli che fanno parte della tradizione culturale di un popolo ma che, ormai, sono ridotti a mero fatto estetico, se non peggio, a fatto superstizioso; tanto più quando questi sono esibiti da chi, nel suo percorso criminale, già ne faceva un uso distorto, immorale e lontano dai suoi significati, come ad esempio accade nelle mafie durante i riti di affiliazione. E, a questo proposito, è interessante notare che questo uso strumentale del sacro era pane quotidiano nelle regioni del sud dove si sviluppò il fenomeno del brigantaggio sul finire del settecento e per tutto il primo decennio dell'Italia unita.
Ma torniamo al carcere. Le conversioni "sulla via della Dozza" non si contano; e non solo nel mondo cattolico romano, ma anche tra gli ortodossi, sempre più numerosi e tra gli "ospiti" di provenienza araba. Come con la messa, improvvisamente la preghiera, con tanto di chiamate dell'imam di turno, per molti scandisce il passare delle ore e il ramadan è un imperativo a cui non ci si sottrae. Per tradizione, per necessità identitaria, per non sentirsi fuori dal gruppo. E allora, per concludere questo breve scritto, mi chiedo: ma ha poi senso porsi la domanda su quanto, in carcere, c'è di vero in questo avvicinarsi al fattore religioso? O più semplicemente occorre non dimenticare il luogo, l'urgenza, il bisogno di credere che ci sia una promessa, una possibilità; che la vita non finisce dentro una cella, dietro le sbarre. È un sentimento necessario, indispensabile; mi vien da dire: semplicemente umano. E, ne sono convinto, è un sentimento che coinvolge anche chi, per missione evangelica o laica, continua, con testarda determinazione, a percorrere i corridoi delle sezioni per portare una testimonianza "antica" ma, in un mondo di esclusi, di ultimi fra gli ultimi, quanto mai contemporanea. C'è un tempo per le domande e un tempo dell'azione. Ma c'è sempre un tempo di speranza. E, in definitiva, ognuno sa quanto di autentico c'è in sé. Basta questo.
italiasgottalent.it, 4 febbraio 2021
La seconda puntata di Italia's Got Talent è un turbine di divertimento, risate e talento, ma c'è anche spazio per l'emozione e i sentimenti profondi. Ecco che arriva sul palco Giorgio, un detenuto del carcere Marassi di Genova, a leggere e interpretare un'intensa lettera, che colpisce i nostri giudici Frank Matano, Mara Maionchi, Federica Pellegrini e Lodovica Comello dietro le quinte.
Insieme a Giorgio, si uniscono sul palco altri suoi compagni, anche loro detenuti dello stesso carcere: tante voci, un'unica lettera scritta dal punto di vista di chi li aspetta a casa. Le parole si mischiano ai sentimenti e agli errori, regalandoci un'occasione per riflettere su qualcosa su cui non ci soffermiamo spesso.
In una performance toccante, sul palco di #IGT appaiono cinque uomini che provano a chiedere scusa e dare sfogo ai propri sentimenti, a quelle parole non dette, creando un'atmosfera molto particolare e commovente.
Il progetto di cui i 5 detenuti fanno parte è il Teatro Necessario, un'iniziativa a scopo rieducativo del Carcere Marassi, che ogni anno promuove il reinserimento dei detenuti tramite attività culturali. Fino al 2020, gli spettacoli sono stati portati in scena al Teatro Stabile di Genova. A IGT il nostro scopo è, e sarà sempre anche quello di dare voce al talento del nostro Paese e raccontare le tante realtà che ogni giorno svolgono attività di educazione e reinserimento nella società. Il Teatro Necessario ne è un esempio importante.
Quello fatto stasera dai protagonisti ha fatto commuovere e riflettere anche i nostri giudici, che si si sono dimostrati colpiti dall'esibizione e non hanno potuto fare a meno di dare quattro Sì. Italia's Got Talent è anche questo: si capisce che l'arte può essere una forma di rieducazione, un mezzo utile e importante per la crescita personale, ma anche semplicemente un modo per dire che si è presenti. #IGT 2021 continua a sorprenderci e ad emozionarci, tra esibizioni comiche e momenti profondi. Aspettando ancora Talenti fortissimi, continuate a seguirci ogni mercoledì alle 21.30 su TV8 e sui nostri canali social, commentando sempre con l'hashtag #IGT!
di Angela Stella
Il Riformista, 4 febbraio 2021
"Vendetta pubblica. Il carcere in Italia", di Marcello Bortolato e Edoardo Vigna. Nel saggio edito da Laterza il giudice e il giornalista demoliscono, dati e statistiche alla mano, tutti i luoghi comuni sul carcere. "A un linguaggio che alimenta odio va contrapposta una analisi lucida, a partire dalla domanda: a cosa serve la pena?"
Qualche anno fa, un detenuto ospitato a Regina Coeli, che stavo intervistando perché vincitore del Premio Goliarda, mi disse: "Il carcere è una cantina sociale: nelle cantine delle nostre case riponiamo gli oggetti che non ci servono più, qui abbandoniamo le persone di cui vogliamo dimenticarci. Quello che succede al di là del muro non interessa a nessuno". Aveva perfettamente ragione: il carcere vive nell'indifferenza o ignoranza collettiva e, fatta qualche eccezione, anche la politica non riesce ad occuparsene come Costituzione vorrebbe. Il tema rimane circoscritto in una nicchia culturale di addetti ai lavori o tra realtà che si spendono per il rispetto dei diritti umani dei detenuti.
In questo contesto, dunque, appare di estrema importanza l'opera divulgativa di Marcello Bortolato, magistrato dal 1990 e attualmente Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Firenze, ed Edoardo Vigna, giornalista del Corriera della Sera, che co-firmano il libro "Vendetta pubblica. Il carcere in Italia" (Editori Laterza 2020, pag. 160, euro 14).
Gli autori compiono un viaggio tra i luoghi comuni che connotano la narrazione del carcere e della pena, contaminata dal virus del populismo penale. Ad ognuno di essi è dedicato un capitolo: "Alla fine in carcere non ci va nessuno", "Dentro si vive meglio che fuori", "Bella vita: vitto e alloggio gratis e tutto il giorno davanti alla tv", "Ci vorrebbero i lavori forzati", "Condannato per omicidio, gode di permessi premio". L'obiettivo del libro diviene pertanto quello di sfatare tutti questi falsi miti attraverso ricostruzioni storiche, dati scientifici, citazioni letterarie e filosofiche.
"Negli anni Settanta - scrivono Bortolato e Vigna - Michel Foucault parlava del carcere come di un "fallimento continuo". Utilizzava l'espressione "scacco della giustizia penale": il carcere dovrebbe fare in modo che alla fine non ci sia più carcere. Invece ogni volta smentisce se stesso, perché per sua natura genera a sua volta reati, se non è rieducativo".
Infatti, secondo gli autori, sebbene nella storia la pena abbia avuto diverse funzioni - retributiva, special preventiva, di prevenzione generale e di mera funzione custodiale -, la Costituzione italiana prevede che essa debba prima di tutto rieducare: chi è in prigione è parte della nostra comunità e la maggior parte dei reclusi, prima o poi, comunque esce. Come vogliamo che ritornino in società? Incattiviti per aver vissuto in condizioni indegne o speranzosi in un futuro migliore?
Dipende da noi e dalle nostre scelte di politica giudiziaria e penitenziaria. Ci aiutano nelle nostre decisioni i dati statistici: in Italia la recidiva degli ex detenuti è record - sette su dieci tornano a delinquere - ma la percentuale precipita all'uno per cento per l'esigua minoranza di chi in carcere ha potuto lavorare o studiare.
Quindi, ammoniscono gli autori, "rinunciare a occuparsi del dopo è una politica da struzzi", sbandierare sui social "Lasciamoli marcire in carcere!" come banale slogan acchiappa like non solo rappresenta la negazione del nostro Stato di diritto in cui tutti noi viviamo, ma è controproducente per l'amministrazione sociale. Ad un linguaggio politico violento che alimenta un odio collettivo verso chi commette un reato va contrapposta una analisi lucida che parte dalla domanda "a cosa serve la pena?".
Il punto fondamentale - dicono gli autori - "è che non bisogna sempre pensare al carcere come unica risposta anche per i reati meno gravi". Pensiamo ai reati finanziari: "può far piacere al risparmiatore vedere il direttore della banca o un grande finanziere che ha commesso qualche crimine ai suoi danni finire in carcere per questo. Ma l'esperienza ci dice che in tali casi sarebbero assai più efficaci sanzioni pecuniarie o interdittive".
Di fronte a chi invece sostiene la funzione deterrente della pena, Bortolato e Vigna richiamano il caso degli Stati Uniti dove "nonostante il tasso di carcerazione più alto al mondo e pene elevatissime le persone continuano a delinquere, pure negli Stati in cui è ancora prevista la pena di morte".
Dunque certezza della pena non deve significare solo certezza del carcere e Bortolato e Vigna lo dimostrano nei vari capitoli, di cui non vi anticipiamo altro, se non la conclusione: "la vittima, sia essa collettiva o individuale, non può trovare soddisfazione nel fatto di vedere il suo carnefice semplicemente chiuso in una cella [...] una pena che sia solo vendetta pubblica e null'altro ha fallito il suo scopo".
di Stefano Piedimonte
Corriere del Mezzogiorno, 4 febbraio 2021
"Certi discorsi suonano difficili in tempo di affanni e di croniche emergenze. Il gioco delle privazioni produce cattiveria, la rabbia umana diventa rabbia canina, le bocche schiumano, ognuno pensa a sé. Come sempre, si dirà, ma adesso un po' di più. Diventa facile dimenticarsi degli altri, di quelli che se la passano male, se tutti, in fondo, ce la passiamo male. Soprattutto se quegli altri, come si dice, se la sono cercata. Ma è qui che la società regredisce di colpo, che ci sembra quasi di sentirne il tonfo e talvolta perfino il tanfo".
"Vendetta pubblica. Il carcere in Italia" è il titolo del libro che il magistrato Marcello Bortolato e il giornalista e scrittore Edoardo Vigna hanno pubblicato con l'editore Laterza (151 pp, 14 euro). È un titolo che riassume sostanzialmente la domanda di fondo: ma noi, noi come Stato, cosa vogliamo di preciso dalle persone recluse? Pretendiamo vendetta? Pretendiamo che patiscano? O ci auguriamo, piuttosto, che tornino nella società, così come prescrive l'articolo 27 della Costituzione che recita: "Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato"?
È una domanda importante: la risposta che diamo serve a valutare la grana sociale di un paese. Ed è chiaro che se si auspica per i detenuti un trattamento non umano, non si potrà sperare che rientrino nella società come persone migliori, poiché nessuno migliora se viene trattato come una bestia.
Bortolato, che dal 2017 presiede il tribunale di sorveglianza di Firenze, e Vigna, nota firma del Corriere, offrono un punto di vista che parte da due posizioni distinte, cioè quella del tecnico e quella del cronista, e si fonde in un unico sguardo che è rigoroso ma non per questo arido.
In questo, il saggio fornisce una prospettiva complementare a quella squisitamente narrativa - penso fra i contemporanei al bellissimo "Dentro", scritto per Einaudi da Sandro Bonvissuto, e all'ottimo "Cattivi", pubblicato per lo stesso editore da Maurizio Torchio, o a L'uomo che amava i libri, di George Pelecanos (Sem), che tratta il tema della letteratura in carcere - e non è rivolto, come si potrebbe credere, a un pubblico di addetti ai lavori, ma anzi si lascia apprezzare proprio per la sua cifra ibrida e divulgativa.
Gli autori fanno iniziare ogni capitolo partendo da un luogo comune sui detenuti - e ce ne sono molti: "Alla fine in carcere non ci va nessuno", "Dentro si vive meglio che fuori", "Beati loro che hanno vitto e alloggio gratis", "Ci vorrebbero i lavori forzati", "Questi si fanno pure i permessi premio" - per opporre la logica dei fatti e dei numeri a quello che viene indicato come "populismo penale" e alla furia forcaiola, una furia che, vediamo bene in questi mesi, si dimostra tanto più trasversale quanto più la crisi s'inasprisce.
La realtà dei fatti è che al 31 marzo 2020 i reclusi nei 190 istituti penitenziari italiani erano circa ottomila in più rispetto ai 50.754 previsti. Può sembrare poco, ma è un numero enorme. È dimostrato, e lo spiegano gli autori, che nelle situazioni di promiscuità e di sovraffollamento la tenuta psicologica delle persone recluse precipita. E questo, ancora, non le rende delle persone migliori. Spesso provoca disordini, altrettanto spesso è causa di suicidi. Nel carcere napoletano di Poggioreale, al 31 dicembre 2019 c'erano 2.090 detenuti contro i 1.636 consentiti, il che ne fa una delle carceri più sovraffollate d'Italia.
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