genova24.it, 3 febbraio 2021
Il documento presentato da Pastorino chiedeva tamponi, sanificazione e spazi adeguati per l'isolamento fiduciario. "Questa mozione riversa in modo strisciante sull'amministrazione regionale alcuni dei problemi più generali su cui la Regione non ha alcuna voce in capitolo". Così il presidente ligure Giovanni Toti ha invitato la maggioranza a votare contro il documento presentato dal consigliere Gianni Pastorino di Linea Condivisa con proposte per affrontare la "grave emergenza sanitaria negli istituti di detenzione liguri".
Nella mozione, sottoscritta anche da Pd e M5s, si chiedevano alla giunta i dati sui contagi riscontrati, istituto per istituto, e sulle condizioni dei soggetti risultati positivi; tamponi molecolari sui nuovi detenuti, un tracciamento sui positivi relativo ai contatti avvenuti prima dell'ingresso in carcere, uno screening generalizzato di detenuti e personale.
Tra le misure proposte anche detergenti, gel disinfettante e dpi per detenuti, medici ed agenti, condizioni di igiene in tutti gli spazi; un tampone a coloro che sono venuti a contatto con soggetti positivi. Pastorino chiedeva che i locali per l'isolamento fiduciario all'ingresso e quelli per l'isolamento sanitario rispettino i requisiti di distanziamento e sicurezza; di verificare il trattamento sanitario dei positivi, secondo i protocolli ministeriali applicati alle persone in libertà e, infine, interventi di sanificazione e un supporto psicologico a detenuti e personale durante la pandemia.
Il presidente Toti ha obiettato che tutti gli interventi di competenza della Regione segnalati nel documento sono già attuati mentre altre richieste sarebbero di competenza dell'amministrazione penitenziaria. La mozione è stata respinta con 18 voti contrari e 11 favorevoli. In Liguria al 30 ottobre 2020, secondo dati riportati dal consigliere Pastorino, risultavano presenti 1439 detenuti su una capienza di 1.049 posti e la situazione più grave si registrava nell'istituto di Marassi con 708 detenuti presenti su 450 posti regolamentari. A Marassi, al 7 novembre, risultavano positivi 11 detenuti (di cui uno ricoverato in ospedale) e 12 tra agenti e personale, mentre nell'istituto di Pontedecimo era stata segnalata la presenza di 6 detenuti e di alcuni agenti positivi.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 3 febbraio 2021
Nel 2020 la Cassazione aveva confermato l'assoluzione di due carabinieri e sei poliziotti, accusati della morte di Giuseppe Uva. La Corte Europea dei Diritti Umani (Cedu), ha ammesso il ricorso presentato dagli avvocati e dalla famiglia di Giuseppe Uva, dopo che nel 2020 la Cassazione aveva confermato l'assoluzione di due carabinieri e sei poliziotti.
A darne notizia su La Stampa sono Luigi Manconi e Valentina Calderone, presidente e direttrice di "A Buon Diritto". Il processo che ha fatto discutere è stato quello che vedeva imputati carabinieri e poliziotti intervenuti quella notte (il 14 giugno 2008). In appello gli imputati erano stati assolti, così come ha confermato la Cassazione. Ora - con l'ammissione del ricorso - gli atti verranno riesaminati appunto dalla Cedu.
Per la Cassazione "non vi fu alcuna violenza gratuita" - Nel testo scritto dai giudici della V sezione penale della Suprema Corte si legge che "anche volendo ammettere che Giuseppe Uva disse forse di essere stato percosso (senza dire da chi, ma preannunciando intenti vendicativi) o che urlò "assassini mi avete picchiato", fatto sta che di quelle violenze fisiche non vi fu alcun riscontro". I giudici di piazza Cavour sottolineano anche che "non vi fu alcuna violenza gratuita, se è vero che si rese necessario bloccare fisicamente Uva senza che poi risultassero visibili segni di sorta riconducibili ad afferramenti o immobilizzazioni".
Continuano sottolineando che "è un dato pacifico e innegabile", il fatto che nessuno abbia assistito a condotte violente realizzate da uno qualsiasi degli imputati: a parte le indicazioni dell'amico "su quel che credette di interpretare dai rumori della stanza accanto, nulla è stato acquisito a riguardo. Anzi, sul corpo della vittima non fu dato neppure riscontrare segni di afferramento, strumentali a una immobilizzazione coattiva realizzata con l'uso di una forza particolare". Di violenze fisiche "non vi fu alcun obiettivo riscontro". Il contenimento fisico che secondo la ricostruzione accusatoria avrebbe concorso allo stato di agitazione psico-motoria e alla morte, fu "assolutamente limitato" e "strumentale" a farlo salire in auto e tenerlo fermo in caserma.
Il 14 giugno 2018 Giuseppe Uva morì in ospedale - Dopo la definitiva assoluzione, però, l'avvocato della famiglia, Fabio Ambrosetti, aveva dichiarato: "Ci rivolgeremo alla Corte europea dei diritti dell'uomo". Detto, fatto. Ora, grazie all'associazione "A Buon Diritto", sappiamo che il ricorso è ammissibile.
Questi i fatti. Nella notte tra il 13 e il 14 giugno 2008 Giuseppe Uva, operaio 43enne di Varese, probabilmente in stato d'ubriachezza, s'era messo a spostare delle transenne in Via Dandolo, nel centro cittadino. Uditi gli schiamazzi, i residenti avevano chiamato le forze dell'ordine. Sul posto erano accorse tre volanti, una dei carabinieri, due della polizia. Uva era stato fermato e tradotto in caserma, secondo i verbali vi era arrivato alle 3.50 insieme all'amico Alberto Biggiogero. Sempre secondo i verbali, alle 4.11 sul posto era arrivata la Guardia medica, allertata dai carabinieri, la quale aveva deciso di sottoporre Uva a un trattamento sanitario obbligatorio. Alle 5.45 l'uomo veniva trasferito in ospedale. Verso le dieci del mattino, Giuseppe Uva moriva.
Per la sorella Lucia il suo corpo era quasi irriconoscibile - Lucia Uva ha sempre sostenuto che il corpo del fratello Giuseppe restituito ai familiari era quasi irriconoscibile, presentava tumefazioni e ferite, aveva i testicoli tumefatti e l'ano presentava tracce di sangue. In seguito alla denuncia da loro sporta, fu istituito il primo processo, dove sei poliziotti e due carabinieri vennero imputati con l'accusa di omicidio preterintenzionale e sequestro di persona.
Il processo si chiuse a metà del 2012, con l'assoluzione di un medico accusato di omicidio colposo, e la richiesta del magistrato che seguiva il caso di svolgere ulteriori indagini. Risultava infatti strano che Uva fosse stato portato in caserma, visto che per gli schiamazzi notturni è prevista solo una multa, e che non fosse stato redatto alcun verbale d'arresto. Non si spiegava perché fosse stato trattenuto così a lungo, e non era chiaro cosa fosse successo nel tempo intercorso tra il fermo e il ricovero in ospedale.
Nel 2013, dopo cinque anni dalla morte di Giuseppe Uva, con inspiegabile ritardo la procura ascoltò Alberto Biggiogero, l'amico di Uva presente la notte del fermo. Questi dichiarò che quella notte uno degli agenti aveva detto ad Uva: "Proprio te cercavo, Uva", frase spiegabile col fatto che l'operaio si vantava in giro di aver avuto una relazione con la moglie dell'agente in questione. Dichiarò inoltre che i carabinieri avevano picchiato Uva prima di caricarlo in macchina, e probabilmente anche in caserma, poiché aveva sentito l'amico, chiuso in una stanza con gli agenti, gemere di dolore. Quindi aveva chiamato un'ambulanza, ma il 118, stando alle deposizioni, non era arrivato, poiché aveva richiamato i carabinieri e questi avevano riferito che non c'era alcun bisogno di aiuto. Inoltre, durante il ricovero aveva sentito dire a Uva "Mi hanno picchiato".
Per i giudici sarebbe morto a causa di una patologia cardiaca - Nell'aprile del 2016 il secondo processo si chiuse con l'assoluzione degli indagati, sentenza confermata in appello due anni dopo. A parere dei giudici, le forze dell'ordine erano esenti da colpe, le ferite sul corpo dell'operaio erano dovute ad atti di autolesionismo causati da una "tempesta emotiva", scatenata dallo stress e dallo stato di ebrezza in cui si trovava la vittima.
Nel 2019 la sentenza della Cassazione ha posto termine ad un iter giudiziario tortuoso, dove tra le altre cose il magistrato incaricato di seguire il caso, è stato sottoposto ad un'azione disciplinare per non aver indagato a dovere sulla vicenda. Negli anni, poi, Biggiogero aveva in parte ritratto la sua testimonianza. Per i giudici, non c'è dubbio: Uva sarebbe morto a causa di una patologia cardiaca, per lo stress causato dallo stato di fermo e dallo stato di ebrezza in cui si trovava. Ora però, si avvia un altro iter. Quello della Cedu. L'esito non sarà scontato, ma almeno si apre un altro spiraglio.
cittadellaspezia.com, 3 febbraio 2021
L'appello del Sappe: "La struttura è pronta ma non è ancora stata consegnata". "I problemi delle carceri liguri sono e restano collegati da una presenza di detenuti superiore a quella consentita. Ma il fenomeno che preoccupa è l'elevata presenza di detenuti psichiatrici, ancora non censita ma presupposta, che condiziona l'attività della Polizia penitenziaria in termini di sicurezza ed incolumità penitenziaria".
Lo afferma in una nota Michele Lorenzo, segretario regionale del sindacato Sappe. "Al 31 dicembre 2020 - proseguono dal sindacato - lo specchio dei detenuti ristretti nelle 6 carceri liguri, a fronte di 1120 posti, è di 1352 detenuti, 128 in meno rispetto al trascorso anno grazie ad uno svuota-carceri adottata per contenere l'effetto al contagio pandemico, ma questa riduzione non ha contribuito a rendere meno problematica la gestione delle carceri e i dati ne rappresentano la riprova".
"I detenuti stranieri sono 735 - prosegue Lorenzo. È il carcere di Sanremo a detenere la percentuale più elevata di stranieri reclusi con il 57,81% seguito da Imperia con 56,14%, La Spezia con il 54,65%, Genova Marassi con il 54,10%, Chiavari con il 52,31%, infine l'istituto di Genova Pontedecimo con il 49,68 %. Oggi, come detto, l'ulteriore caratteristica negativa della Liguria penitenziaria è rappresentata dalla presenza di detenuti psichiatrici ingiustamente ristretti nelle carceri, invece di essere curati in appositi centri regionali denominati Rems ancora inesistenti in Liguria, quindi non è solo l'assenza del carcere di Savona la negatività regionale per altro recepiamo la notizia di questi giorni di un ritrovato interesse per l'individuazione delle aree papabili all'edificazione del nuovo carcere savonese tra le aree di Cengio o quelle di Cairo Montenotte, che sia la volta decisiva dopo 5 anni di disinteresse.
La presenza di soggetti psichiatrici è causa di una serie di eventi critici che inficiano la sicurezza dell'istituto oltre l'incolumità del poliziotto penitenziario; è quindi necessario capire le motivazioni per le quali la Rems di Calice al Cornoviglio non è ancora stata consegnata, benché ultimata, come è altrettanto indispensabile dotare gli istituti di un'assistenza specialistica idonea per ridurre l'aggressività dei soggetti psichiatrici".
La nota del Sappe riferisce poi di 58 tentativi di suicidio in carcere sventati nel 2020 ("36 in più rispetto al 2019") e fornisce un quadro degli eventi critici registrati nelle carceri liguri nell'anno appena trascorso: parliamo, dato del sindacato, di 435 azioni di autolesionismo, 399 colluttazioni, 65 ferimenti. "Le azioni di proteste sono state 2.290 delle quali 184 casi di sciopero della fame, 32 rifiuto del vitto, 234 danneggiamenti a celle, 920 proteste per le condizioni di detenzione, 1452 proteste con battitura alle inferriate, 74 rifiuti di rientrare nelle celle". Il Sappe fornisce anche il dettaglio istituto per istituto; la casa circondariale spezzina, nel 2020, ha fatto registrare 52 casi di autolesionismo, 2 tentati suicidi, 24 colluttazioni e 10 ferimenti.
"Questa mole di criticità viene contrastata solo dalla tenacia e professionalità della Polizia penitenziaria, spesso non valorizzata e sempre in forte carenza d'organico, che si conta oggi in Liguria in 130 Poliziotti penitenziari. Come Sappe richiamiamo l'attenzione dei politici liguri e della magistratura, perché questo combinato aumento popolazione detenuta ed eventi critici con carenza di Polizia penitenziaria, nonché gestione detenuti psichiatrici ed assenza di strutture e assistenza sanitaria, potrebbe compromettere seriamente il futuro assetto sicurezza delle carceri liguri e ciò che ad esse è collegato", conclude Lorenzo.
di Marcello Feola
ilpiccolo.net, 3 febbraio 2021
Incontro tra il Garante dei detenuti Bruno Mellano, il sindaco Cuttica di Revigliasco e l'assessore Ciccaglioni. "Per anni abbiamo proposto la chiusura del vecchio edificio che ospita la casa circondariale 'Don Soria' e di destinarlo ad altri usi, ma ora chiediamo che sia valorizzato": parole del Garante regionale delle persone detenute Bruno Mellano durante l'incontro con il sindaco e l'assessore alle Politiche sociali del Comune di Alessandria, Gianfranco Cuttica di Revigliasco e Piervittorio Ciccaglioni, per analizzare la parte del Dossier delle criticità delle carceri piemontesi relativa alla Provincia di Alessandria.
"Oltre la metà degli spazi - spiega - non è utilizzata a causa di problemi al tetto e agli impianti elettrici, idraulici e di riscaldamento, nonostante gli interventi di manutenzione straordinaria previsti nell'ultimo anno dall'Amministrazione per garantirne l'utilizzo in sicurezza. Ora che i lavori sono stati fatti, la struttura merita di essere potenziata attraverso la realizzazione di un'ampia sezione che ospiti detenuti semiliberi o che lavorino fuori o dentro il carcere per sfruttarne al meglio la collocazione centrale e implementare la sinergia con il 'San Michelè".
In merito alla conclusione dei lavori per il Progetto Agorà, che prevede nuovi spazi comunitari per circa 80 detenuti presso la Casa di reclusione "San Michele", Mellano ha sottolineato che "con l'adeguamento degli arredi e delle attrezzature indispensabili per i laboratori formativi si prevede l'avvio delle attività e l'imminente ripristino delle 25 stanze di pernottamento andate distrutte nel corso delle proteste del marzo scorso".
Sindaco e assessore hanno confermato l'interesse della giunta comunale "a progetti di accoglienza e supporto all'housing sociale sostenuti dalla Cassa delle ammende e dalla Regione". E, con il contributo del dottor Paolo Cecchini, hanno voluto approfondire le questioni legate alla gestione dell'emergenza Covid-19 nell'ambito penitenziario alessandrino.
Ricordando la possibile intenzione del Parlamento di realizzare un nuovo carcere sul territorio alessandrino attraverso il riutilizzo di una caserma militare dismessa a Casale Monferrato, Mellano ha informato il sindaco della recente costituzione, al Ministero di Giustizia, di una Commissione di tecnici per un Piano nazionale di architettura e urbanistica penitenziaria che superi la mera edificazione di spazi di contenimento e preveda progetti integrati con il tessuto sociale del territorio. Al termine dell'incontro Mellano ha anticipato che il garante comunale Marco Revelli ha annunciato la volontà di rinunciare all'incarico per motivi personali e professionali.
di Lorenza Pleuteri
repubblica.it, 3 febbraio 2021
La denuncia dalla cella. Una lettera racconta i dettagli raccapriccianti sulla repressione della sommossa del 9 marzo: "Ci hanno lasciato morire. Io provavo a gridare, a chiedere aiuto. Invano. La gente veniva portata via senza denti, o svenuta dalle percosse". Il provveditore Cantone: "Testo da valutare con cautela. Chi sa denunci".
"Calci e schiaffi e manganellate a freddo, a rivolta finita. Insulti. Celle allagate dagli scarichi dei bagni. Il metadone custodito in una cassaforte con le chiavi lasciate nella serratura. Assistenza sanitaria negata o ritardata". E tre morti, "abbandonati come la spazzatura". Una lettera uscita dal carcere di Rieti in estate (resa ora pubblica dal blog di area anarchico-libertaria Oltreilponte.noblogs.org) aggiunge una drammatica testimonianza alle prime voci filtrate dalla casa circondariale, un'altra storiaccia di presunte violenze e di pesanti omissioni, tutte da verificare. Il Dipartimento regionale dell'amministrazione penitenziaria, in attesa che la procura concluda le indagini, rimanda al mittente le accuse, chiedendo cautela e ponderazione.
Il 9 marzo scorso, nella struttura terremotata da azioni di protesta vennero trovati senza vita Marco Boattini, 40 anni, il 28enne ecuadoregno Carlo Samir Perez Alvarez e Ante Culic, croato di 41 anni. I tre decessi furono attribuiti (prima ancora delle autopsie) ad overdosi di metadone e psicofarmaci, così come è successo per altri 10 detenuti morti alla Dozza di Bologna, al Sant'Anna di Modena e durante o dopo il trasporto dal carcere emiliano ai penitenziari di altre città. Poi la mamma del ragazzo sudamericano, assistita dall'avvocata Simonetta Galantucci, si è rivolta alla procura e ha cominciato ad aprire qualche crepa nelle versioni ufficiali. Un compagno di detenzione del figlio, visitato sommariamente qualche ora prima e agonizzante in cella, avrebbe chiesto aiuto per una notte intera. Ma nessuno sarebbe andato a vedere.
E anche per Carlo i soccorsi arrivarono troppo tardi. Altri reclusi di Rieti avevano segnalato situazioni pesanti al garante nazionale dei detenuti, persone offesa nelle indagini in corso. Una telefonata arrivata ad un parente parlava di pestaggi indiscriminati e di persone che "cercavano almeno di ripararsi la testa". Adesso la lettera-denuncia che avalla, integra, accusa. E sbatte in faccia a magistrati e investigatori altre informazioni da approfondire, cercando conferme (o smentite), con tutti i limiti e i vincoli che ci sono per gli scritti privi di firma e senza garanzie di autenticità.
"Abbiamo iniziato la rivolta - spiega l'estensore della missiva, protetto dall'anonimato - per la solidarietà verso gli altri detenuti e per i nostri diritti negati senza motivo o almeno senza rassicurazioni... Era il 9 marzo. Prima della chiusura abbiamo sfondato telecamere e cancelli del carcere - riconosce - senza toccare uno solo degli assistenti, anzi dando loro la possibilità di scappare.
Abbiamo preso il controllo del carcere arrivando fino sopra l'edificio, abbiamo contrattato con le istituzioni a lungo perché ci garantissero risposte, rassicurazioni, diritti, infine abbiamo deciso, dopo diverse ore, di restituire il carcere e il controllo alle istituzioni col patto di raggiungere un'intesa e che non ci fosse fatto nulla, come noi non avevamo fatto a loro fisicamente. Siamo rientrati nelle celle di nostra volontà restituendo il carcere".
Il racconto continua, duro, incalzante: "Alcuni di noi si sono feriti durante la rivolta, altri hanno avuto accesso a farmaci pericolosi come il metadone che era in una cassaforte nell'infermeria con le chiavi attaccate, chiavi che se fossero state tolte avrebbero salvato vite (nelle comunicazioni ufficiali fin qui rese note non si fa cenno a sostanze potenzialmente pericolose custodite in modo non adeguato e non sicuro, ndr). Ma non è bastato tutto questo, nel giorno a seguire e nei mesi fino a oggi abbiamo passato e ho visto ogni genere di sopruso, abuso di potere.
"Per cominciare la sera stessa chi è stato male per le medicine non è stato subito portato all'ospedale. E infatti i 4 morti (3 uomini deceduti dopo la rivolta più uno a distanza di un mese e mezzo, un 31 indiano spirato ufficialmente per cause naturali e rimasto fuori dal macabro bollettino delle sommosse, ndr) lo sono perché, dopo che noi li abbiamo consegnati ai dottori e istituzioni finché ricevessero assistenza, hanno subito un primo soccorso e sono stati riportati a morire in una cella soli e in preda ai dolori, abbandonati come la spazzatura.
"Solo il giorno successivo chi era sopravvissuto ha ricevuto assistenza ed è stato portato in ospedale. Chi non ce l'ha fatta, non ce l'ha fatta perché è stato lasciato morire senza un motivo o perché forse ancora non se ne aveva uno per farlo vivere. Con la speranza di cancellare tutto, di nascondere ciò che era successo".
Non è finita. "Per noi che invece eravamo lì, nei giorni a seguire non è stato facile dopo aver portato via i cadaveri il giorno successivo, trascinati come immondizia in un sacco, e ciò lo dico perché l'ho visto con i miei occhi dalla cella, sono saliti i celerini, le squadrette carcerarie. Sono entrati cella per cella, ci hanno spogliato chi più chi meno e ci hanno fatto uscire con la forza, messi divisi in delle stanze e uno alla volta passavamo per un corridoio di sbirri che ci prendevano a calci, schiaffi e manganellate; per i più sfortunati tutto ciò è durato quasi una settimana tra perquisizioni, botte, parolacce, ci dicevano "merde, testa bassa!" "vermi" e quando l'alzavi per dispetto venivi colpito ancora più forte.
"Ricordo che per due giorni non passò neanche da mangiare e prima di cinque non avevamo potuto contattare neanche i nostri familiari. Io stesso sono stato in una cella allagata, bagno rotto dalle perquisizioni, nella merda più totale che c'era nella cella ho dormito in una palude senza coperte o zozze e bagnate; per tutti quei giorni ho provato a gridare, lamentarmi ma o mi veniva detto: "è quello che meriti merda" o venivo picchiato dalle squadre di celerini.
"Sono stato fortunato perché ho visto gente trascinata fuori senza denti o svenuta per le percosse, ho urlato a chi lo faceva per prendere anche la mia parte ma fortuna e caso sono ancora qua, altri, invece, non ci sono o sono stati trasferiti lontano e i più sfortunati hanno preso altre botte all'arrivo di un altro istituto. Abbiamo subito tutti in quei giorni, alcuni meno, altri più. Ci hanno tolto o volevano toglierci la dignità, ma voglio dirvi una cosa, non ce l'hanno fatta perché anche in quei giorni ci davamo manforte, c'erano risate, c'era la voglia di alzare la testa anche se ci veniva spinta giù con la forza, di guardare anche se ci veniva detto di non farlo, non ci siamo arresi mai e siamo ancora qua con la voglia di vivere e di ridere ma con la consapevolezza e il ricordo di ciò che è stato e degli amici persi e dei torti subiti in nome della loro giustizia che giustizia non è, ad oggi - è la situazione a giugno - ci troviamo chiusi 20 ore su 24, 2 ore alla mattina 2 dopo pranzo, non ci sono attività ricreative così biblioteca, palestra, niente".
Possibile? Esagerazioni e calunnie? O frammenti di verità? Il provveditore dell'amministrazione penitenziaria per il Lazio, Carmelo Cantone, non si sottrae alle domande. "I tre morti di Rieti, visti dall'esterno, devono preoccupare. La magistratura sta indagando e andrà a fondo. Io sono tranquillo. Da quelle risulta a me e da quello che ho constatato, andando di persona in carcere, non c'è stata alcuna "macelleria messicana".
"La lettera uscita adesso non la conoscevo, credo vada pesata e soppesata con cautela. Durante il mio sopralluogo - prosegue - ho incontrato i detenuti di tre reparti, uno ad uno. Lo stesso ha fatto il garante, giorni dopo. A tutti è stato chiesto se avessero qualcosa da segnalare. Nessuno ha denunciato abusi o sottovalutazioni, non a me, non alla direzione.
Nessuno aveva segni evidenti di ferite o lesioni. Alle persone recluse è stato chiesto di dare una mano per ripulire e risistemare il carcere, devastato. La maggioranza ha accettato di collaborare. Ci sono state perquisizioni mirate, due volte. Lo scopo - spiega - non è stato punitivo. C'era la necessità di cercare le chiavi dei reparti che non si trovavano ed eventuali dosi di metadone o altri medicinali. Non mi risultano azioni violente o ritorsioni neppure in questa fase.
"Sull'assistenza sanitaria torno a chiedere: se qualcuno ha qualcosa da denunciare, si faccia avanti. La causa del decesso che risulta, per i tre morti, è l'overdose. Ritardi nei soccorsi? Sottovalutazioni? No, non penso. A me, al momento, non risultano anomalie dal punto di vista amministrativo e gestionale. Su eventuali profili penali, come ho detto, sta lavorando la magistratura".
E il personale - va ricordato - soccorse altri reclusi che avevano bisogno di cure, portati in ospedale. Uno aveva problemi dovuti alla mancanza di insulina, trafugata durante la rivolta. Otto presentavano sintomi da intossicazione da oppiacei. Tutti poi sono rientrati in carcere. Uno, il 31enne di origini indiane S.G., è morto nel carcere di Terni il 24 aprile, ufficialmente per cause naturali.
Nel carcere di Rieti, come ha ricordato il provveditore Cantone, dopo la rivolta e i decessi erano stati in vista il presidente dell'ufficio nazionale del garante nazionale dei detenuti Mauro Palma e la collega Daniela de Robert, accompagnati dal garante del Lazio Stefano Anastasia, sollecitato a intervenire dai reclusi.
"Oltre a constatare i gravi i danni e il ripristino dei servizi centrali di luce, acqua calda e riscaldamento - riferì l'agenzia Ansa, il 20 marzo - hanno avuto l'opportunità di esaminare i dati delle tre persone decedute sulla cui morte è stata avviata l'indagine dalla competente Procura della Repubblica. Hanno anche appurato le modalità secondo le quali sono state avvisate le famiglie, riscontrando l'avvenuta tempestiva informazione".
L'avvocato che seguiva Marco Boattini, Giovanni Tripodi, aveva invece raccontato: "Il mio cliente mi scriveva o telefonava una volta alla settimana. Le comunicazioni a un certo punto sono cessate, senza spiegazioni. Gli ho mandato una lettera in carcere. La busta mi è ritornata indietro con scritto sopra: "deceduto". Non ho avuto alcuna comunicazione dall'istituto né dalla procura. Un compagno di cella, poi uscito, mi ha riferito che Marco ha bevuto parecchio metadone e forse ha ingerito anche degli psicofarmaci. Ma quel poco che si è saputo, sulla dinamica dei fatti, non riesce a convincermi".
Ristretti Orizzonti, 3 febbraio 2021
Parteciperanno la direttrice della Casa di reclusione di Alba Giuseppina Piscioneri, il responsabile del progetto Giovanni Bertello ed il sottoscritto. Lo sapete che, tra le mura del carcere Giuseppe Montalto di Alba, ci sono un vigneto e altre coltivazioni? Si tratta del progetto "Vale la pena", un vino speciale che nasce dalle uve coltivate dai detenuti del corso di Operatore Agricolo, un'opportunità da sfruttare sul territorio una volta tornati in libertà.
Nella puntata di "Lrm Green", ideato e condotto da Francesca Pinaffo, di oggi, mercoledì 3 febbraio alle ore 18, ce ne parleranno Giovanni Bertello, responsabile del corso, insieme alla direttrice della struttura Giuseppina Piscioneri. In collegamento, anche il garante per i detenuti di Alba Alessandro Prandi. Altre info al seguente link: https://www.facebook.com/103069111453308/posts/228369035589981/
Il Resto del Carlino, 3 febbraio 2021
Per il carcere della Rocca di Forlì arriva l'ennesima bocciatura. Ma al contempo, dopo anni di attesa, non s'intravedono ancora spiragli reali, concreti, per l'attivazione del nuovo penitenziario, che dovrebbe sorgere al Quattro. Stavolta a mettere la matita blu sulla struttura correzionaria forlivese arriva il 'Garante nazionale delle persone private della libertà.
"Tutti gli istituti penitenziari visitati, ossia Bologna, Ferrara, Forlì, Modena, Parma, Ravenna e Reggio Emilia, sono risultati strutturalmente e funzionalmente inadeguati al presente, al di là dell'impegno e della professionalità innegabili di chi vi opera". Non è certo un 'mal comune mezzo gaudio' il senso del messaggio che giunge dall'organo del Garante. Certo, tutte le strutture sono in sofferenza. Ma per Forlì, come si diceva, questa è l'ennesimo pollice verso che arriva da un istituto di controllo. "Particolarmente critica - spiega il Garante in una nota - la commistione dei detenuti nelle sezioni organizzate in microcircuiti detentivi".
recensione di Paolo Borgna
Avvenire, 3 febbraio 2021
La logica dei Centri per il rimpatrio è ineccepibile sul piano teorico, l'applicazione però genera mostri, con i "trattenuti" costretti a vivere in condizioni bestiali. C'è un modo "illuministico" per affrontare il tema delle espulsioni degli stranieri presenti irregolarmente in Italia Un approccio che si snoda attraverso alcuni passaggi logici inoppugnabili. Eccoli.
Uno Stato democratico non può rinunciare ad avere contezza di chi vive sul suo territorio e dunque a stabilire i presupposti e le procedure per entrarvi e soggiornarvi. Se uno straniero vi dimora irregolarmente e, ancorché invitato, non si allontana, lo Stato dovrà occuparsi del suo allontanamento. Ma il "rimpatrio" di uno straniero irregolare va preparato: se di lui non si conoscono l'identità anagrafica e la provenienza nazionale, lo Stato deve in primo luogo accertare in quale Paese inviare il cittadino straniero.
Quindi, bisogna verificarne in primo luogo la nazionalità (con la collaborazione dei consolati) e poi organizzare il viaggio. Tutte queste cose richiedono un certo periodo di tempo, nel corso del quale la persona da espellere deve essere "trattenuta". A questo servono i Centri per il rimpatrio (Cpr, un tempo Cie). Non si tratta di "detenzione", perché lo straniero irregolare deve essere espulso anche se non ha commesso reati. ù un mero "trattenimento amministrativo".
Provocato, a ben vedere, dallo straniero stesso: perché è lui a non aver fornito alla polizia i propri documenti di identità. E questo il ragionamento che, a partire da11998, fu alla base della regola introdotta dalla Legge Turco Napolitano, che per prima istituì i Cie, prevedendo però un periodo di trattenimento massimo di 30 giorni (da allora gradualmente ampliato sino a 18 mesi e ora stabilito in 6 mesi). E, comunque, è quanto ci è imposto dalle direttive europee (in particolare, la 115 del 2008) che impegnano gli Stati membri all'effettivo rimpatrio degli stranieri irregolari. Tutto molto razionale e corretto. Sennonché, c'è poi la realtà.
E ci sono libri come quello di Maurizio Veglio, "La malapena" (Edizioni SEB 27, pagine 104, euro 15,00) che ci ricordano quante volte, nel corso della Storia, ignominiose ingiustizie sono state commesse applicando leggi ispirate a principi condivisibili. Perché la realtà è più complessa della logica "illuministica". Ci sono i Cpr ideali, scritti sulla carta (dove tutto funziona bene). E poi ci sono i Cpr reali: luoghi in cui, come scrive Emma Sonino nella prefazione, lo Stato di diritto è un pallido ricordo.
Amiamo sempre citare Voltaire: "Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri". Ma qui le condizioni di vita e quelle igieniche fanno rimpiangere il carcere. L'implacabile memento che Maurizio Veglio ci mette sotto gli occhi fa male. Il "trattenimento" in gabbie che ricordano terribilmente quelle di uno zoo. Il contatto con gli operatori che, di regola, è possibile solo attraverso le piccole fessure delle grate. La possibilità di camminare soltanto nel cortile della propria area di assegnazione. La totale forzata inattività dei "trattenuti", perché nei Centri mancano quelle strutture (biblioteche, laboratori, palestre) di cui dispongono le carceri. La presenza, mediamente, di sette persone in "moduli" di 50 metri quadrati in cui i gabinetti non sono separati dalla zona dei letti, con privazione totale della minima riservatezza. L'assenza di interruttori della luce, che può essere accesa o spenta solo centralmente dal personale. L'assenza di tavoli su cui mangiare. Il luridume. L'estenuante percorso burocratico anche della più banale richiesta legata alla vita quotidiana. La riduzione dei servizi e del personale, come inevitabile conseguenza del meccanismo dello schema ministeriale di capitolato d'appalto (del novembre 2018).
Il risultato è un imbarbarimento della vita quotidiana che dai "trattenuti" si riverbera sul personale: le forze dell'ordine che sorvegliano; gli operatori e mediatori, contrattualizzati mese per mese dall'ente gestore tramite agenzie; gli operatori legali e il personale sociosanitario. In un sistema in cui tutti sono vittime e l'odio e la diffidenza si diffonde persino tra i "trattenuti". Gonfiando una "fame di violenza" verso gli altri e se stessi.
Molto più che in carcere gli atti di autolesionismo nel Cpr sono quotidiani: labbra cucite; ingestioni di pile; tentativi di impiccagione, abuso di psicofarmaci, ustioni; e poi, tagli, tagli, tagli su ogni parte del corpo. Tagliarsi come disperato tentativo di farsi ascoltare. E ancora, la violenza sulle cose: i servizi resi inagibili, l'incendio dei materassi e delle suppellettili. Dare fuoco. Le fiamme: come umiliazione della prigione che ti umilia; come rivendicazione del diritto ad un trattamento più umano; come simbolo di scontro verso lo Stato; come grido selvaggio di guerra di chi cerca libertà. Un grido sterile: destinato inevitabilmente a peggiorare le condizioni di vita nel Centro. Ma che dice molto sulla disperazione che lo alimenta.
Un sistema che produce quest'odio denuncia, da solo, il proprio fallimento. Il fatto che in circa la metà dei casi, dopo sei mesi di "trattenimento", lo straniero venga liberato perché non si è riusciti a organizzarne l'espulsione ("Il rimpatrio è un risultato occasionale"), rende ancor più drammatico questo fallimento. Il "trattenimento amministrativo" sarà servito soltanto a distillare odio sociale. Maurizio Veglio ottiene un sicuro risultato: spiegare che quel che stiamo facendo è completamente sbagliato. Le domande su quel che dovremmo fare rimangono aperte.
Un esempio fra tutti. Il trattenimento nei Cpr di stranieri provenienti da uno Stato verso cui con certezza non potranno essere rimpatriati (perché quel Paese è teatro di guerra civile o perché lì il trattenuto rischia seriamente la vita). Poiché i Cpr sono luoghi destinati a preparare il rimpatrio, la permanenza in un Centro di persone che non potranno essere espulse è, ictu oculi, un arbitrio. La frase sfuggita a mezza bocca da un ispettore con riferimento a un cittadino afgano ("Intanto lo teniamo dentro tre mesi", termine massimo di trattenimento all'epoca) dà la misura di quanto queste scelte non siano sviste ma decisioni consapevoli.
Ma una persona non espellibile (perché a rischio di persecuzioni o torture nel Paese di origine) può essere altamente pericolosa, pur non avendo commesso reati in Italia ma perché, ad esempio, è contigua ad ambienti terroristici. Ed allora: che fare? Certo, si potrà applicare "un'appropriata misura di sicurezza, diversa dall'espulsione", come dice la Cassazione. Ma sappiamo che, in concreto, la soluzione non è così semplice. Nulla è semplice, in materia di immigrazione.
C'è bisogno di molta intelligenza. Per ridisegnare tutto. C'è bisogno di un impegno comune, che cessi di usare l'immigrazione come terreno di propaganda per conquistare consenso. C'è bisogno, come scrive Emma Bonino, di un tempo in cui "le politiche migratorie divengano patrimonio dell'Europa e non appannaggio di 27 staterelli ognuno con i propri egoismi e le proprie convenienze".
di Daniele Manca e Gianmario Verona
Corriere della Sera, 3 febbraio 2021
Il su e giù dei titoli della catena di retail fisico in crisi (presente anche in Italia) ha coinvolto ricchi e poveri in facili guadagni e perdite miliardarie. Dopo la politica, con l'assalto a Capitol Hill indotto dai tweet di Trump, e la società, con la morte della bimba palermitana per un gioco su TikTok, nel giro di pochi giorni tocca anche a un altro settore nevralgico del nostro vivere: l'economia. Il caso GameStop sta riempendo le pagine dei giornali e l'etere di tv, blog, newsletter. Inutile negarcelo, facciamo fatica a capire che la rivoluzione tecnologica dovuta all'avvento del protocollo di comunicazione Internet nel 1993, ha operato un cambio di passo decisivo nel 2004. In quell'anno inizia a muovere i primi passi Facebook, il social network per eccellenza. E il mondo virtuale si ribalta a valanga su quello reale. Come nel caso dell'incredibile corsa a Wall Street di GameStop.
Il su e giù dei titoli della catena di retail fisico (è presente anche in Italia e in profonda crisi economico-finanziaria sia per il naturale declino del dettaglio tradizionale in epoca di ecommerce sia per il forzato lockdown che ci ha tenuto lontani dallo shopping tradizionale) ha provocato facili guadagni, perdite miliardarie e salvataggi di fondi che sembravano invincibili. Attorno al caso GameStop si è immediatamente sviluppata una narrativa che, come spiegato dal Nobel Robert Shiller nel suo Narrative Economics: How Stories go viral, è fondamentale per comprendere e addirittura anticipare i fenomeni economici. Narrativa basata su pochi concetti semplici, ma capace di spingere immediatamente allo schierarsi, spostando nell'ombra quello che era accaduto realmente.
La logica del crowdfunding (il coordinamento di singoli che sono mossi a sostenere finanziariamente una specifica iniziativa) ha avuto storicamente un impiego a iniziative di sostenibilità economico-sociale. In questa circostanza il coordinamento di migliaia di acquirenti insospettati ha fatto schizzare in alto il titolo della compagnia. I potentissimi hedge fund che avevano scommesso sulle azioni al ribasso (attraverso vendite di titoli che non avevano sperando di riacquistarli a prezzi più bassi) sono stati costretti a riacquistarli per evitare perdite spingendo ancora più in alto i titoli. Ecco la narrativa facile e vendibile del Davide contro Golia. Messa in discussione in Italia da Mario Seminerio in America da newsletter come The Margins. Cosa è successo davvero?
La combinazione dell'impiego di piattaforme social di aggregazione di contenuti, tra cui in particolare la californiana Reddit, con applicazioni che semplificano al massimo il trading on line, tra cui Robinhood (vien da affermare... nomen omen!), ha innestato una dinamica conosciuta ai mercati borsistici (la speculazione su titoli azionari), quanto apparentemente ignorata per la modalità con cui si è realizzata. Hanno tutti insieme, risparmiatori, studenti, famiglie, fondi e grandi investitori, contribuito a una crescita del titolo a quattro cifre, dovuta squisitamente al volume delle transazioni prodotte e quindi soggetta a un tracollo nel breve. Come si è verificato ieri. Hanno messo sì in difficoltà qualche grande operatore (uno in particolare), ma i singoli trader, gli studenti hanno spesso in modo inconsapevole messo a repentaglio i propri piccoli risparmi.
Dietro alla bravata di questa e altre operazioni, si nascondono paladini delle nuove tecnologie come Elon Musk (che ha attivamente contribuito all'ascesa del titolo GameStop), ma anche tanti profili indecifrabili di signor nessuno che hanno competenze tecniche di investimento e capacità di orchestrazione dei messaggi sui social. Tratto distintivo di questa vicenda è anche la smobilitazione di migliaia di giovani appassionati di videogiochi che sono avvezzi alle logiche del crowd, ma meno propensi a investire in Borsa e che hanno in alcuni casi scommesso parte dei soldi del mutuo per sostenere i propri studi.
Per chi non avesse ancora colto la pervasività degli strumenti, la vicenda in questione è l'ennesima dimostrazione che il web nei suoi multiformi aspetti, a cominciare dai social network, copra tutte le sfere della nostra vita e che a differenza del mondo analogico grazie alla sua capacità di connessione e di persuasione permette di fare cose letteralmente inimmaginabili fino a ieri. Nel caso in particolare del mondo finanziario si sta espandendo verso frontiere ben governate, quali i pagamenti digitali, ma anche come in questo caso verso sentieri inesplorati.
Non è semplice orientarsi in un mondo che continuamente oscilla tra virtuale e reale. Non lo è per nessuno. Per alcune aree della società come i giovani apparentemente più a loro agio, è ancora più difficoltoso. Nel caso di GameStop impedire di investire in Borsa a un singolo che vuole cogliere un'opportunità economica è decisamente cosa non banale. Soprattutto se lo si fa limitandone la possibilità di transare - Robinhood ha bloccato la possibilità di acquistare ma ha lasciato aperta la possibilità di vendere - creando una polemica politica che ha coinvolto anche alcuni senatori democratici come Alexandria Ocasio-Cortez in quanto il blocco in questione favoriva i grandi fondi.
Certo, occorre impiegare il più possibile le regole analogiche al mondo digitale. L'aggiotaggio e la turbativa di Borsa sono reati che nel mondo analogico siamo soliti applicare; quindi per quale ragione non applicare come già suggerito e come ha posto brillantemente Caterina Malavenda sul Corrierele regole ai social del mondo analogico? Ma ancora più importante, come sempre quando le "narrative" assumono importanza decisiva nelle scelte dei singoli, sarà l'educazione, il nudging, lo spingere a non ridurre la realtà a una scelta tra bianco e nero, ma a vederne i grigi. Un compito al quale scuola e università non sono adeguatamente preparati.
di Asgi, Emergency, Medici senza frontiere, Mediterranea, Oxfam, Sea-Watch
Il Manifesto, 3 febbraio 2021
Le associazioni denunciano i risultati del memorandum con Tripoli e chiedono di cambiare rotta. Il bilancio, a quattro anni dall'accordo Italia-Libia sul contenimento dei flussi migratori, è sempre più desolante e riflette il fallimento della politica italiana ed europea, che continua a stanziare fondi pubblici col solo obiettivo di bloccare gli arrivi nel nostro paese, a scapito della tutela dei diritti umani e delle continue morti in mare. Senza disegnare nessuna soluzione di medio-lungo periodo per costruire canali sicuri di accesso regolare verso l'Italia e l'Europa.
È l'allarme diffuso oggi da ASGI, Emergency, Medici Senza Frontiere, Mediterranea, Oxfam e Sea-Watch, che rilanciano un appello urgente al Parlamento, per un'immediata revoca degli accordi bilaterali e il ripristino di attività istituzionali di Ricerca e Soccorso nel Mediterraneo centrale.
"Dalla firma dell'accordo, l'Italia, in totale continuità con l'approccio europeo di esternalizzazione del controllo delle frontiere, ha speso la cifra record di 785 milioni euro (1) per bloccare i flussi migratori in Libia e finanziare le missioni navali italiane ed europee. - affermano le organizzazioni firmatarie dell'appello -Una buona parte di quei soldi - più di 210 milioni di euro - sono stati spesi direttamente nel paese, ma purtroppo non hanno fatto altro che contribuire a destabilizzarlo ulteriormente e spinto i trafficanti di persone a convertire il business del contrabbando e della tratta di esseri umani, in industria della detenzione. La Libia non può essere considerata un luogo sicuro dove portare le persone intercettate in mare, bensì un paese in cui violenza e brutalità rappresentano la quotidianità per migliaia di migranti e rifugiati".
Libia: tutt'altro che porto sicuro
Come riconosciuto dalle istituzioni internazionali ed europee, comprese le Nazioni Unite e la Commissione europea, la Libia non può in alcun modo essere considerata un luogo sicuro dove far sbarcare le persone soccorse in mare: sia perché è un Paese instabile, dove non possono essere garantiti i diritti fondamentali, sia perché migranti e rifugiati sono sistematicamente esposti al rischio di sfruttamento, violenza e tortura e altre gravi e ben documentate violazioni dei diritti umani. Eppure, continua ad aumentare il contributo italiano ed europeo alla Guardia Costiera libica, che negli ultimi 4 anni ha intercettato e riportato forzatamente nel Paese almeno 50 mila persone, 12 mila solo nel 2020.
Molti vengono detenuti arbitrariamente nei centri di detenzione ufficiali, dove la popolazione oscilla tra le 2.000 e le 2.500 persone. Tuttavia, meno noti sono i numeri dei detenuti in altri luoghi di prigionia clandestini a cui le Nazioni Unite e altre agenzie umanitarie non hanno accesso e dove le condizioni di vita sono persino peggiori. La detenzione arbitraria è però solo una piccola parte del devastante ciclo di violenza, in cui sono intrappolati migliaia di migranti e rifugiati in Libia. Uccisioni, rapimenti, maltrattamenti a scopo di estorsione sono minacce quotidiane, che continuano a spingere le persone alle pericolose traversate in mare, in assenza di modi più sicuri per cercare protezione in Europa.
Obiettivo raggiunto: nessun soccorso nel Mediterraneo centrale
Dal 2017 - denunciano ancora le 6 organizzazioni - sono stati spesi 540 milioni di euro dall'Italia, solo per finanziare missioni navali nel Mediterraneo, il cui scopo principale non era quello di soccorrere le persone. Nello stesso periodo, secondo i dati dell'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim), quasi 6.500 persone sono morte nel tentativo di raggiungere l'Europa attraverso il Mediterraneo centrale, mentre tutti i governi italiani che si sono succeduti hanno ostacolato l'attività delle navi umanitarie, senza fornire alternative alla loro presenza in mare. Persino le recenti modifiche della normativa in materia di immigrazione non hanno di fatto eliminato il principio di criminalizzazione dei soccorsi in mare, che era stato introdotto dal secondo Decreto Sicurezza.
Nel corso del 2020, l'Italia ha bloccato inoltre sei navi umanitarie con fermi amministrativi basati su accuse pretestuose, lasciando il Mediterraneo privo di assetti di ricerca e soccorso e ignorando, allo stesso tempo, le segnalazioni di imbarcazioni in pericolo. Contribuendo così alle 780 morti e al respingimento di circa 12.000 persone, documentate durante il corso dell'anno dall'OIM.
Infatti, la risposta delle istituzioni Ue alla crisi umanitaria nel Mediterraneo centrale si limita alle operazioni di monitoraggio aereo di Frontex, Eunavformed Sophia e, ora, Irini, che di fatto contribuiscono spesso alla facilitazione dei respingimenti verso la Libia. Intanto le operazioni di monitoraggio aereo civile, seppur discontinue e anch'esse ostacolate, nel 2020 hanno avvistato quasi 5.000 persone in pericolo in mare in 82 casi, testimoniando continui episodi di mancata o ritardata assistenza da parte delle autorità.
Infine, pur di fronte al tragico fallimento dell'accordo da anni sotto gli occhi dell'opinione pubblica - sottolineano le organizzazioni - nulla si è più saputo rispetto alla proposta libica di modifica del Memorandum, annunciata il 26 giugno 2020 e che a detta del Ministro degli Esteri Luigi di Maio andava "nella direzione della volontà italiana di rafforzare la piena tutela dei diritti umani".
Né tantomeno sono stati resi noti gli esiti della riunione del 2 luglio 2020 del Comitato interministeriale italo-libico, o se ci siano stati nuovi incontri, e neppure a quali eventuali esiti finali sia giunto il negoziato che avrebbe dovuto portare un deciso cambio di rotta nei contenuti dell'accordo.
L'appello al Parlamento - Tenendo conto dell'attuale crisi politica, le organizzazioni chiedono quindi al Parlamento di istituire una Commissione di inchiesta, che indaghi sul reale impatto dei soldi spesi in Libia e sui naufragi nel Mediterraneo e di presentare un testo che impegni il Governo a:
● interrompere l'accordo Italia-Libia, subordinando qualsiasi futuro accordo bilaterale alla transizione politica della crisi libica, nonché alle necessarie riforme del sistema giuridico che eliminino la detenzione arbitraria e prevedano adeguate misure di assistenza e protezione per migranti e rifugiati;
● dare l'indirizzo a non rinnovare le missioni militari in Libia, chiedendo con forza la chiusura dei centri di detenzione nel paese nord-africano;
● promuovere, in sede europea, l'approvazione di un piano di evacuazione dalla Libia delle persone più vulnerabili e a rischio di subire violenze, maltrattamenti e gravi abusi;
● dare mandato per l'istituzione di una missione navale europea con chiaro compito di ricerca e salvataggio delle persone in mare;
● promuovere, in sede europea, l'approvazione di un meccanismo automatico per lo sbarco immediato e la successiva redistribuzione delle persone in arrivo sulle coste meridionali europee, sulla base del principio di condivisione delle responsabilità tra stati membri su asilo e immigrazione;
● promuovere la revoca dell'area di ricerca e soccorso libica, poiché solo finalizzata all'intercettazione e al respingimento illegale delle persone in Libia;
●riconoscere il ruolo delle organizzazioni umanitarie nella salvaguardia della vita umana in mare, mettendo fine alla loro criminalizzazione e liberando le loro navi ancora sotto fermo.
- Migranti. Io, avvocata, difendo gli ultimi nonostante l'elemosina dello Stato
- Stati Uniti. Biden rottama Trump sui migranti
- Perché la Birmania si inchina di nuovo di fronte ai militari
- Il calvario dei dissidenti nello Stato-prigione degli Emirati arabi uniti
- Egitto. Sta per iniziare il secondo anno di detenzione di Patrick Zaki











