ilpiacenza.it, 2 febbraio 2021
A Piacenza il record di stranieri (62,7%). È quanto emerge dalle relazioni di Roberto Aponte e Ignazio De Francisci, presidente vicario della Corte d'Appello di Bologna e procuratore generale di Bologna. I detenuti sono 3mila33 a fronte di una capienza teorica di 2mila995.
Il sovraffollamento carcerario in Emilia-Romagna si attenua, sia per le conseguenze dell'emergenza sanitaria sia per le rivolte scoppiate a inizio 2020 nei penitenziari di Modena e Bologna, dai quali sono stati trasferiti molti detenuti, anche se restano affollate le carceri di Ravenna, Ferrara e della stessa Bologna. È quanto emerge dalle relazioni di Roberto Aponte e Ignazio De Francisci, presidente vicario della Corte d'Appello di Bologna e procuratore generale di Bologna, in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario. Secondo i dati al 30 giugno 2020, i detenuti presenti in Emilia-Romagna sono 3mila33 a fronte di una capienza teorica di 2mila995.
La percentuale di detenuti stranieri è del 48,99%, in leggero calo rispetto al 51,37% dell'anno precedente (il record spetta sempre a Piacenza, con il 62,67% di stranieri). Se il numero delle misure alternative è ulteriormente aumentato, osserva De Francisci in particolare "le condizioni di vita all'interno degli istituti sono purtroppo stabilmente negative e ciò rende sempre più problematico l'efficace svolgimento delle attività trattamentali, determinando in sostanza un'inaccettabile accentuazione del carattere afflittivo della pena e della sofferenza ad essa connessa e ciò aumenta le condizioni di disagio". Sorgono così situazioni di conflittualità "pressoché quotidiane". Per questo, raccomanda il procuratore generale, "occorre investire nei progetti riabilitativi che perseguano un effettivo reinserimento dei condannati attraverso il lavoro, la scuola, la sistemazione abitativa" e "bisognerebbe poi distinguere tra strutture penitenziarie per detenuti pericolosi, i quali purtroppo non mancano, da quelle per detenuti a custodia attenuata, fondate su attività trattamentali anche praticabili all'esterno".
In ogni caso, resta "notevole" sia l'aiuto del volontariato penitenziario sia il rapporto collaborativo con l'ufficio del Garante regionale per i diritti dei detenuti, riconosce De Francisci. In questo quadro, Aponte avvisa che il carico di lavoro della magistratura di sorveglianza "continua ad aumentare in maniera consistente": nel periodo 1 luglio 2019-30 giugno 2020, pendono infatti 68mila 602 pratiche tra Tribunale e uffici di sorveglianza di tutto il distretto, mentre l'anno scorso erano pari a 66mila226, di cui 36mila394 definite.
di Luigi Alfonso
vita.it, 2 febbraio 2021
I dati del Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria mostrano una progettualità che può essere imitata nel resto d'Italia. Il lavoro dell'Università di Cagliari conferma che l'istruzione è una delle migliori ricette per abbattere il tasso di recidiva. Ora serve una maggiore attenzione per chi vuole ottenere la licenza media o un diploma di scuola superiore.
In Sardegna il 5,4% dei detenuti frequenta corsi universitari, contro l'1,4% registrato a livello nazionale. A rivelare i numeri è il Provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria, Maurizio Veneziano, che definisce il fenomeno "fortemente significativo di un'azione condotta in questa regione con il supporto dell'amministrazione penitenziaria nazionale, che ha saputo creare una rete interistituzionale in grado di far salire questo dato a livelli così importanti. In Sardegna siamo capofila di una progettualità che sarà certamente seguita e avallata nel resto d'Italia".
Dallo scorso anno l'Università di Cagliari ha attivato un Polo universitario penitenziario che garantisce la frequenza a corsi e seminari a detenuti e detenute negli istituti di Uta (Cagliari) e Massama (Oristano) che ne facciano richiesta. Un'attività che genera anche un indiretto risparmio di risorse: "Normalmente - aggiunge Veneziano - un detenuto costa allo Stato in media 300 euro al giorno. Tutto quello che spendiamo in cultura, istruzione, lavoro - elementi premianti del trattamento penitenziario che riducono la recidiva una volta terminata la pena - va a formare un grande valore economico".
Il riferimento è all'attività svolta dai Poli Universitari Penitenziari, istituiti dal 2018 in tutta Italia e operativi anche in Sardegna: "Abbiamo iniziato in una ventina di atenei", è il parere di Franco Prina, presidente della Conferenza nazionale dei Poli Universitari Penitenziari della Conferenza dei Rettori italiani. "Oggi siamo 37 e copriamo regioni nuove, come Puglia e Sicilia, in cui stiamo attivando nuove convenzioni con i provveditorati. In totale l'anno scorso erano 920 i detenuti iscritti in università italiane che offrono questo servizio".
"L'unico ascensore sociale che funziona, l'unica realtà che può far cambiare di stato una persona è la cultura, la conoscenza", commenta Maria Del Zompo, rettore dell'Università di Cagliari. "Questo accade nella scuola e negli studi universitari: è con orgoglio che il nostro ateneo, grazie alla professoressa Cristina Cabras (vera anima del progetto, ndr) e alle altre istituzioni coinvolte, porta avanti un percorso difficile di recupero di persone che hanno sbagliato e che hanno voglia di riscattarsi".
Nel 2020 l'Università di Cagliari ha garantito lezioni e seminari ai detenuti che ne hanno fatto richiesta, grazie all'impegno di decine tra ricercatori e unità di personale tecnico-amministrativo. "Negli anni scorsi gli studi scientifici dello staff della professoressa Cabras - precisa Gianfranco De Gesu, direttore generale dei Detenuti e del Trattamento, Dipartimento Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia - hanno dimostrato che, quando i detenuti delle colonie penali sarde avevano la possibilità di acquisire competenze attraverso lo studio, il tasso di recidiva crollava. Il Covid ha poi fatto sì che anche l'amministrazione penitenziaria adottasse collegamenti multimediali che hanno consentito in questo periodo la partecipazione dei detenuti ai corsi universitari".
Per don Ettore Cannavera, fondatore della Comunità La Collina e per tanti anni cappellano nel carcere minorile di Quartucciu, "devianti non si nasce, ma si diventa. Soprattutto quando non si ha avuto la possibilità di crescere culturalmente. Per questo l'impegno dell'università nelle carceri è fondamentale: la maggior parte dei ragazzi però non ha accesso a questa opportunità, molti perché vivono ancora nell'analfabetismo. È importante che l'università ci aiuti a far crescere i nostri ragazzi nella cultura e nella stima di sé".
C'è però un altro aspetto su cui bisogna lavorare a fondo, come spiega Maria Grazia Caligaris dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme": "Quello registrato tra i detenuti della Sardegna è un risultato straordinario. Tuttavia, un centinaio di studenti della Casa di reclusione di Oristano-Massama, iscritti alle superiori e ai corsi Cpia, attende inutilmente da mesi di poter studiare.
Un problema irrisolto che impedisce a persone che esprimono la volontà di cambiare se stessi di fruire di un diritto costituzionale. Gli apprezzabili risultati universitari sono quasi sicuramente da mettere in relazione all'incremento dei detenuti in alta sicurezza e in 41bis presenti nell'Isola (la più alta percentuale in Italia rispetto al numero di ristretti).
Lo studio ad alto livello soddisfa e impegna particolarmente le persone private della libertà con pene lunghe. Ecco perché, a parte Alghero, la presenza di studenti universitari si registra nelle sezioni AS e tra gli ergastolani. Il problema è rendere la scuola e la formazione strumenti per tutti specialmente per tossicodipendenti e analfabeti di ritorno, spesso dietro le sbarre per pochi mesi in attesa di essere trasferiti in Comunità di recupero e/o in centri sanitari".
milanotoday.it, 2 febbraio 2021
L'appello durante la seduta della sottocommissione carceri a Palazzo Marino. "Abbiamo detenuti di oltre 70 anni e soggetti fragili". La richiesta è chiara e netta: si dia priorità anche ai detenuti per i vaccini anti Covid. L'ha formulata Silvio Di Gregorio, direttore del carcere di Opera, parlando alla sottocommissione carceri del consiglio comunale di Milano: "Sarebbe importantissimo che le vaccinazioni vedessero gli istituti di pena tra le sedi nelle quali fare le vaccinazioni prima di tutte", ha affermato.
Di Gregorio ha poi poso l'attenzione sul fatto che la popolazione carceraria in generale soffre di sovraffollamento, una condizione pericolosa per la diffusione dell'epidemia Covid. In più, a Opera in particolare "l'età media è molto avanzata, con detenuti anche ultra settantenni, per cui sarebbe a tutti gli effetti paragonabile a una Rsa.
Per di più abbiamo categorie fragili, perché alcuni detenuti sono malati". Di conseguenza, secondo il direttore sarebbe utile che "l'istituto venisse tenuto in debita considerazione nell'ambito delle priorità per le vaccinazioni". Dell'importanza di vaccinare al più presto i detenuti nelle carceri aveva parlato, domenica 31 gennaio, anche la senatrice a vita Liliana Segre, a margine della commemorazione del Giorno della Memoria al Memoriale della Shoah, a Milano.
di Roberto Puglisi
livesicilia.it, 2 febbraio 2021
La situazione dei positivi in carcere. Ecco gli ultimi dati. Non ci sono casi gravi. Sono diventati cinquantotto, da cinquantacinque che erano, i positivi al Covid del carcere 'Pagliarelli'. Il numero è frutto dei nuovi positivi e di quelli che, nel frattempo, si sono negativizzati al virus. Ci saranno nuovi tamponi di controllo e si è in attesa dei risultati di altri che sono stati effettuati. L'aria che si respira racconta di un abbassamento della tensione. Il contagio in carcere esaspera, per ovvie ragioni. Ma alle proteste dei primi giorni, che avevano portato alcuni a rifiutare la visita dell'Usca, sembra che si sia sostituito un clima un po' più sereno, di accettazione del momento di difficoltà. La buona notizia è questa: nessuno presenta sintomi preoccupanti.
L'intervento del Garante dei detenuti - Sul punto specifico che riguarda il 'Pagliarelli' e sul tema più generale del Covid in carcere era intervenuto il garante regionale dei detenuti, il professore Giovanni Fiandaca che segue quotidianamente la situazione. "Prima che emergessero i positivi al Pagliarelli - aveva detto il professore Fiandaca - la situazione siciliana non è mai stata preoccupante in termini di numeri.
Già l'otto gennaio scorso ho inviato una nota formale all'assessore Razza e al presidente Musumeci per chiedere, sulla scia di quanto rappresentato dal garante nazionale e dalla conferenza dei garanti regionali, di prendere in considerazione, tra la categorie da vaccinare in via prioritaria, detenuti e personale penitenziario, o di prendere in considerazione, in subordine, gli over sessanta e i soggetti affetti da comorbilità. Sappiamo che ci sono ritardi e problemi nella campagna vaccinale. Il commissario nazionale Arcuri, qualche giorno fa, ha dichiarato che dopo gli over ottanta toccherà a detenuti e personale penitenziario. Noi garanti vigileremo".
di Massimiliano Nerozzi
Corriere di Torino, 2 febbraio 2021
Pioggia di istanze al tribunale di Sorveglianza. Dove l'affollamento, e non il distanziamento, è la regola sociale (e illegale), le cose sono andate così, durante il primo anno di pandemia: "Tale situazione rendeva scarsamente osservabili le norme tese a evitare i rischi di contagio", riassume il presidente del tribunale di Sorveglianza, Anna Bello. Difatti, di Covid si sono contagiati in tanti, nei penitenziari. Del resto, la maggioranza degli istituti di pena di Piemonte e Valle d'Agosta "presentavano un esubero di presenze compreso tra un quarto e la metà della capienza".
Dal +47,6 per cento di detenuti di Alessandria-san Michele al +24,7 per cento di Vercelli, passando per il +34,7% delle Vallette. E se l'affollamento delle carceri italiane è ormai vergognosa consuetudine, vederne elencate le cifre su un documento delle istituzioni fa sempre un certo effetto. Come succede sfogliando la relazione del presidente della corte d'appello, Edoardo Barelli Innocenti: 185 pagine sull'amministrazione della giustizia nel 2020 inviate al primo presidente della corte di Cassazione.
Affollamento e virus, ovviamente, hanno provocato un altro effetto: "Un improvviso ed elevato afflusso agli uffici della magistratura di Sorveglianza di istanze" dei condannati e di segnalazioni da parte delle stesse amministrazioni penitenziarie. Una mole di lavoro, ulteriore, che è andata a impegnare uffici già a loro volta rallentati dallo smart-working, imposto dalla stessa normativa anti-covid. Uffici da tempo colpiti dalla "stabile scopertura del personale amministrativo", ora al 31,8 per cento; e destinata "per gli imminenti ulteriori pensionamenti a salire a breve al 38,6 per cento". Un grande classico italiano, e della giustizia, di più.
Dopodiché, l'emergenza epidemiologica ha fatto schizzare in alto diverse istanze: come quelle "di rinvio dell'esecuzione della pena per ragioni di salute, passate dalle 237 del 2018/19 alle 588 del 2019/20". Con un aumento record del 148,1 per cento. E nonostante "la produttività del tribunale sia significativamente aumentata, la pendenza a fine periodo - i rilevamenti statistici vanno da fine giugno 2019 a inizio luglio 2020 - si è incrementata: "passando da 4.793 a 6.457 pendenze" con un incremento del 34,7 per cento. Impennata pure dei "procedimenti riguardanti istanze di applicazione provvisoria di misure alternative (da 214 a 576, +169,2 per cento) e quelle relativo ai procedimenti riguardanti istanze di esecuzione della pena presso il domicilio", passati da 291 a 345, con una crescita del 57,5 per cento.
Inevitabile, con tutto ciò, l'accumulo di fascicoli, pure per la sospensione, durante il primo lockdown, di quelli con condannati non detenuti. Già a ottobre capitava che le file di avvocati convocati per le udienze alla Sorveglianza, si formavano al mattino e finivano ben oltre le sette della sera. A volte, con prestazioni da guinness, fino a 179 fascicoli in un giorno.
"Ma quell'udienza con numero particolarmente elevato di procedimenti fissati - fu la spiegazione dal Tribunale - era successiva al periodo feriale, in cui oltre ai procedimenti già in precedenza rinviati a causa del Covid si sono concentrati molti altri, urgenti e sopravvenuti nell'estate, relativi a condannati detenuti". Oltre al fatto che ci fossero contemporaneamente "due collegi giudicanti con tre giudici relatori". Uguale telemetria, però, nei mesi successivi: "Per le stesse ragioni, le udienze avevano ruoli significativamente impegnativi".
dire.it, 2 febbraio 2021
Mantenere alta l'attenzione sulle indagini in corso e aiutare i detenuti che, dopo la rivolta dell'8 marzo di un anno fa nel carcere Sant'Anna di Modena (in cui nove di loro hanno perso la vita), vivono ora una situazione critica nelle nuove strutture dove sono stati trasferiti. Sono gli obiettivi del comitato "Verità e Giustizia per la strage del Sant'Anna", che si presenta ufficialmente alla città della Ghirlandina questo sabato (alle 10.30) in Piazza Grande.
Un'esperienza che Alice Miglioli, uno dei portavoce, definisce "un comitato di scopo o meglio un tavolo allargato, senza casacche politiche, legato al Consiglio popolare di Modena nato per la vicenda Italpizza" e che vede oggi impegnate attivamente una ventina di persone, referenti di altrettante realtà tra organizzazioni, partiti e movimenti sindacali modenesi. "Cerchiamo di tenere alta la testimonianza su quanto accaduto, dando voce anche alle lettere e agli esposti dei detenuti, perché la verità ufficiale su quello che è successo non convince. E crediamo che sia responsabilità della società civile modenese impedire che cali il silenzio sulla strage più grave dal dopoguerra in città".
Il comitato ha preso le mosse come realtà più strutturata dopo una prima manifestazione pubblica andata in scena a Modena il 7 novembre scorso. E ora affianca alla sete di verità anche una missione di solidarietà. "Molti dei detenuti che sono stati trasferiti - segnala Miglioli parlando alla Dire - si trovano in condizione di isolamento in altre carceri italiane ormai da mesi. E questo vuol dire non potere neanche ricevere pacchi, che a sua volta in carcere equivale a non avere nulla". Per questo, "soprattutto per i reclusi stranieri che non hanno famiglia in Italia, ci stiamo attivando per inviare loro generi di prima necessità, come coperte e pigiami caldi per l'inverno". Nell'orizzonte del comitato c'è infine una nuova iniziativa di piazza che - Covid permettendo - dovrebbe svolgersi il prossimo 7 marzo, per non interferire con le iniziative della festa della donna. "Ci piacerebbe che fosse una chiamata nazionale - spiega Miglioli - ma vedremo cosa sarà possibile fare". Diverse componenti del neonato raggruppamento civico, in contatto anche con realtà nazionali, puntano infine ad avviare una riflessione più generale sull'attuale sistema penitenziario, ritenuto da riformare, "visto che il 75% di chi va in carcere, ci ritorna poi per recidiva".
triesteprima.it, 2 febbraio 2021
La protesta della sezione femminile è iniziata intorno alle 15:30 di ieri. All'esterno del carcere presente anche l'Associazione Senza Sbarre che si è unita alla "battitura" con mestoli e pentole.
Tamponi ed esami del sangue sierologi, più che essere sottoposte al vaccino, indulto e domiciliari per le persone con problemi sanitari e gravi patologie e per i detenuti in residuo di pena. Queste le richieste alla base della protesta di oggi, 1 febbraio, al Coroneo.
Intorno alle 15:30 di ieri le detenute della Casa circondariale triestina hanno infatti dato vita alla cosiddetta "battitura", rito che consiste nel percuotere le sbarre con oggetti di metallo per fare rumore. All'esterno del carcere presenti anche alcuni rappresentanti dell'Associazione Senza Sbarre che si sono fatti sentire con mestoli e pentole.
"Ormai da quasi un anno - si legge nella nota stampa - a partire dalle giornate di rivolta nelle carceri dello scorso marzo per cui sono morti 14 detenuti a botte e spari, le battiture, il non rientrare in cella dopo l'ora d'aria, lo sciopero del carrello, lo sciopero della fame, le rivolte sono le forme di lotta con cui i detenuti portano avanti la loro ribellione al carcere che oggi più che mai altro non è se non una struttura in cui ammalarsi, in cui morire".
di Laura Aldorisio
Corriere della Sera, 2 febbraio 2021
Finora hanno aderito al progetto dodici giovani: ripulita e restaurata la vecchia cisterna che oggi ospita i corsi di teatro. Chi ha distrutto può costruire. Questo si impara a Nisida, al carcere minorile sul golfo di Napoli. Lo racconta Felice Iovinella, architetto, ma anche insegnante di Laboratorio edile ai ragazzi detenuti. All'inizio era previsto solo un corso in sicurezza sul lavoro di tre mesi. È diventata un'avventura lunga nove anni che sta riportando allo splendore originario molti locali del castello angioino trasformato in riformatorio. Dopo tre anni di formazione i ragazzi che lo desiderano possono anche ottenere la qualifica di operaio edile. Tutto è iniziato da un'osservazione, che sembrava nulla, e, invece, è diventata la strada.
"Nove anni fa una delle guardie di ingresso mi stava accompagnando nell'ufficio del direttore del carcere per discutere del programma del corso con la cooperativa Consvip. Mentre camminavo ho visto in uno scorcio un locale in disuso che avrebbe avuto bisogno di restauro". È così che, quando il direttore lo presenta ai ragazzi, Felice si rende conto che non si sarebbero mai accontentati di restare seduti a vedere sfide. Avevano bisogno di fare e l'opera da ricostruire era a portata di mano: il carcere stesso.
"Abbiamo dovuto rivedere i nostri programmi chiedendo al direttore il permesso di far partire un vero cantiere. Lui ha accettato subito". In una settimana tutto era pronto. La realizzazione stessa del cantiere è stata una lezione pratica: montare il ponteggio, il ruolo della tavola in quella posizione, le attrezzature necessarie. Aderiscono da subito dodici ragazzi, una buona percentuale dato che il carcere conta una presenza di settanta ragazzi dai 14 ai 25 anni.
"Alcuni conoscenti mi chiedevano "Architè ma per tre mesi vale la pena uno sforzo simile?" manifestando così il pregiudizio che si potessero meritare una possibilità". I ragazzi, intanto, erano entusiasti. Ma Felice non aveva messo in conto le difficoltà del contesto. "Ogni mattina si faceva l'elenco degli attrezzi e li si contava. E così la sera. A me sembrava una perdita di tempo. Ma era necessario. Solo che con il passare dei giorni questo fattore mi preoccupava sempre più e dicevo ai ragazzi "hai rimesso a posto l'attrezzo?", "mi raccomando non farti male". Ma tutelare non significa insegnare".
Lo capisce un giorno quando accade un fatto che stravolge il suo pensiero e il cantiere. Il primo lavoro era suddiviso in due fasi: distruttiva, cioè scrostare alcune pareti, e costruttiva, dipingerle. Alla prima avevano partecipato tutti, alla seconda molti meno. "Mi sono accorto che uno di loro stava in disparte. Ho domandato a uno dei ragazzi di fargli vedere come fare. "No, non mi puoi chiedere questo", mi ha risposto perché quel compagno non era della sua cerchia".
Eppure, dopo qualche minuto in silenzio gli ha preso il braccio e gli ha mostrato il gesto giusto. "Quello che pensava di non essere capace mi ha detto: "ora so farlo". Ho imparato che insegnare non è solo far rispettare le norme, ma che qualcuno mi prenda la mano e mi conduca". Il cantiere, così, è il luogo di grandi scoperte personali e materiali. Durante il ventennio fascista erano state abbattute alcune mura del carcere, ma Nisida è un'isola dalle strade strette e smaltire i detriti era un impegno gravoso. Alcuni locali, allora, erano stati riempiti di scarti. Come era accaduto alla grande cisterna che oggi, grazie ai ragazzi, è stata ripulita e ospita il laboratorio teatrale.
"Tutti i lavori sulla parte più vecchia rispettano le tecniche del restauro e favoriamo il pieno recupero dei materiali". Come nel caso della cisterna, i detriti sono stati battuti e lavorati diventando la pavimentazione dei locali. "Di cantieri ne ho fatti tanti, ma questo è il mio preferito. I ragazzi acquisiscono tecniche utili ma non solo. Mentre lavorano, sgranano gli occhi e dicono "ero solo capace di fare reati e ora siamo capaci di costruire una cosa bella".
di Giorgio Bernardini
Corriere Fiorentino, 2 febbraio 2021
La Pointex installa i macchinari in uno spazio del carcere. Oggi via alla produzione. Cinque detenuti del carcere della Dogaia di Prato, da oggi, avranno la possibilità di essere impiegati in un "vero lavoro". Non un lavoro penitenziario, non una parte della pena, ma un impiego che arriva dall'esterno. Il reparto di confezioni aperto da oggi nella casa circondariale dall'azienda tessile Pointex, infatti, è pronto per iniziare la propria produzione. Gli assunti hanno firmato un regolare contratto, cuciranno cuscini e materassi che saranno immessi nel mercato dalla ditta di Capalle (Campi Bisenzio), che ha installato le attrezzature necessarie in uno spazio offerto in comodato gratuito dal carcere.
Cinque macchine per cucire, tavoli, scaffalature e tutto quel che serve per mandare avanti un reparto. Ieri mattina sono stati inaugurati i macchinari e le attrezzature che serviranno per realizzare fodere per cuscini e materassi. Che il progetto sia realmente funzionale alla produzione - e non un'opera assistenziale - è dimostrato dal fatto che il committente, azienda specializzata nel settore, si sia posta un vero obiettivo: produrre dai 300 ai 500 pezzi al giorno. Gli spazi del carcere sono un'appendice diretta dell'azienda, ai detenuti sarà fornito materiale semilavorato che dovrà essere tagliato, cucito e confezionato.
"Questa sfida andrà avanti solo se è sostenibile da un punto di vista economico, si tratta di un lavoro vero, solo così sarà possibile creare uno sbocco lavorativo successivo per queste persone", spiega in modo diretto Marco Ranaldo, l'imprenditore che ha creduto seriamente a questa opportunità, titolare della Pointex. Il progetto è promosso dalla Fondazione Solidarietà Caritas onlus di Prato, dalla Società della Salute e dalla Cooperativa sociale San Martino di Firenze.
Il carcere pratese, negli ultimi anni, è divenuto un triste simbolo della parabola di gran parte delle strutture detentive italiane: carenza di personale, sovraffollamento, violenze ripetute e persino un tentativo di insurrezione dei detenuti (lo scorso 9 marzo).
Attualmente sono 150 - sui circa 600 in detenzione - i carcerati impegnati in attività lavorative, ma si tratta di occupazioni che riguardano la vita carceraria: cucina, pulizie e lavanderia. "Questa iniziativa sancisce la grandezza e la validità della nostra Costituzione e la sua messa in pratica - ha commentato il vescovo Giovanni Nerbini - non c'è questione più importante del lavoro perché un detenuto possa aprirsi a un vero riscatto".
di Gabriele Romagnoli
La Stampa, 2 febbraio 2021
Per valutare come siamo cambiati in questo anno vissuto pericolosamente basta cominciare guardandosi intorno e dentro. Scrivo questo articolo nella stanza in cui, da undici mesi, trascorro circa otto ore al giorno, sonni esclusi, il passaporto impolverato in un cassetto. Indosso t-shirt, felpa, pantaloni comodi, scarpe da ginnastica; camicie e giacche detenute nell'armadio. Ho sul mobile una catasta di libri, ne leggo il doppio a settimana rispetto al passato.
Seguo più serie tv contemporaneamente, confondendo nei sogni le persone (poche) della realtà e i personaggi (tanti) della finzione. Quando sento dire che la pandemia ci ha indotti a un sistema di vita inedito dissento. Non solo per quel che riguarda me, ma per tutti. Se ci pensiamo bene abbiamo già sperimentato questo modo di stare nel mondo: è accaduto nella nostra infanzia. Il Covid-19 ha riportato l'umanità a quella stagione, ci ha indotti a tornare bambini. Cercherò di dimostrarlo.
Lo farò da questo ambiente limitato. E il limite è la prima caratteristica dell'esistenza quando si è piccoli. Si sta a casa, per lo più nella cameretta. Ci dicono di fare così perché là fuori è pericoloso. Se mai si esce bisogna tornare entro una certa ora, dopodiché scatta il coprifuoco. I ritardi comportano punizioni. Ogni eccezione deve essere supportata da una giustificazione superiore, piuttosto standard, sottoposta a un pigro vaglio.
Non si può accedere alla vita notturna, peccaminosa e portatrice di malattie. Anche per andare a trovare i nonni occorre si verifichino alcune condizioni. Ricevere gli amici? Con moderazione e senza schiamazzi. Stare insieme con loro in posti che non siano la casa dell'uno o dell'altro? Non se ne parla. Quella che si rivive ora è una solitudine da figli unici. Si immaginano universi. Come da ragazzi si sognava l'America mai vista, ora la si ricorda e la si spera. Lo stesso vale per molte esperienze dell'età adulta, a cominciare dal sesso inteso come esplorazione e non come atto d'amore. Viviamo la timidezza dei più piccini, che non si avvicinano, temono l'estraneo, si rifugiano negli abbracci sperimentati e consolatori.
Questo perimetro ci viene tracciato da un'autorità. Per i bambini sono i genitori, nel nostro caso lo Stato. Il rapporto fiduciario segue la stessa parabola. A lungo abbiamo creduto nell'infallibilità del padre o quanto meno che lui e nostra madre sapessero quel che facevano e dicevano, che ponessero confini "per il nostro bene" e ci mettessero così al riparo dal male. Prima o dopo ci siamo accorti che non era così: che stavano ripetendo lezioni, copiando esempi, improvvisando. Ne sapevano dell'esistenza dei rischi e del modo di evitarli quanto ne sappiamo noi, adesso che abbiamo la loro età: poco.
Si bluffa. Così i governi: fanno quel che hanno visto fare, impongono perché possono e devono, ma spesso senza logica. Nel giro di un anno siamo passati dal credere a loro e alle altre autorità, quelle scientifiche, a sbeffeggiarle continuamente, inventando gag e vignette, come da bambini disegnavamo caricature dei professori. Lo smart working è un diverso modo di "fare i compiti". Ogni tanto ci distraiamo e ci colgono in diretta mentre facciamo altro, solitamente qualcosa di puerile. Che colpa abbiamo noi? Non ci abbiamo capito niente. Abbiamo perso tutti i punti di riferimento. È cambiato il nostro rapporto con lo spazio, il tempo, soprattutto quello futuro e perfino quello con il senso delle cose, che per alcuni sta in dio, ma quale idea di dio?
Lo spazio, per cominciare, si è dilatato. Distanze un tempo considerate poco più che un salto sono diventate un percorso accidentato e pieno di insidie. Quali? Lo sono proprio perché non le abbiamo pienamente individuate. Un percorso da pendolari è una sfida. Un trasferimento in autobus una risorsa estrema a cui ricorrere in caso di emergenza. Il pianeta con le frontiere chiuse, respingente e autoprotetto non lo ha realizzato un'ideologia di ritorno, non i sovranisti, ma un virus. È curioso che abbia saputo frazionare pur essendo universale.
La distanza ha cambiato verso. Eravamo abituati a considerarla negativamente, anche nel lessico. "Tenere le distanze" indicava diffidenza e possibile belligeranza, "una persona distaccata" era fredda e indifferente, "siamo distanti" significava inconciliabili, destinati a non trovare accordi. Ora la distanza è un dovere ed è salvifica, per sé e per gli altri. È un effetto che si propaga in scala: io da te, noi da voi, un Paese dall'altro, continenti alla deriva, irraggiungibili. Non è così che un bambino vede il mondo? Come un oscuro insieme di entità con cui il contatto è difficile e forse da evitare? Meglio, molto meglio restare dove si è, nell'unico posto sicuro.
In quel luogo il tempo ha smesso di scorrere come prima. Nel periodo della clausura è evaporata la settimana, il weekend (già proclamato da Jovanotti il più grande spettacolo dell'umanità) si è sciolto nel continuum temporale. Anche adesso, con la parziale libertà che ci è stata accordata fatichiamo a regolarci. Perché a marcare il nostro tempo era quello che ci manca: il tempo libero. Senza i giorni per gli spostamenti verso altre località, le serate a cinema o a teatro, l'ora in palestra, tutto fluisce senza traccia.
A rendere avvincente il romanzo di qualunque vita è che i capitoli sono segnati da forti differenze: gli anni del liceo, il primo matrimonio, gli alti e bassi della carriera. Senza questi snodi di trama sarebbe monotono, un po' come la vita di un bambino, dove non succede nulla. L'homo virus è un solitario Peter Pan, che si è trasferito in campagna e contempla un orizzonte mobile in cui solo le stagioni segnano un succedersi, ma le chiama fase 1, 2, 3, 4.
È cambiato soprattutto il nostro rapporto con il tempo futuro. Ci sembrava una terra di conquista, ora è simile alle acque incognite evocate da Mario Draghi. È una pagina bianca che non sappiamo più colorare per paura ci cancellino ogni tratto, come è avvenuto nel 2020. La cosa più evidente è che l'ideale futuro è universalmente concepito allo stesso modo, ed è il passato. Non vogliamo andare avanti, ma tornare a come eravamo, d'incanto. Uno skipper italiano arrivato nella Nuova Zelanda Covid-free ha assicurato che dopo 10 minuti ci si reimmerge nelle abitudini trascorse come nulla fosse mai accaduto. Può valere per le piccole cose (e non è detto che sia un bene), ma la visione macro? Uno dei libri che ho sul mobile si intitola The New Great Depression.
Il suo autore, James Rickards, sostiene che "nelle depressioni le cose non tornano alla normalità perché non esiste più la normalità". E a quelli che predicono una nuova età dell'oro quando avremo sette miliardi di vaccinati (vi fidate ancora della frase "ogni crisi è un'opportunità"? Avete sentito il senatore Renzi predire uno "spettacolare rimbalzo"?) si limita a suggerire: investite in oro, è la sola certezza, l'affidabile luccichìo nei tempi bui.
Vorremmo farcene una ragione. C'è una domanda che i bambini pongono con ostinazione, insensibili al crescente fastidio con cui viene accolta: perché? Questa domanda è risuonata e ancora risuona continuamente. Perché è successo? Ci hanno raccontato alcune favole: c'era una volta un pipistrello in un mercato cinese. Le abbiamo ascoltate con la diffidenza con cui, da quando giochiamo incessantemente con la rete, vagliamo ogni informazione, pronti ad accogliere una controstoria, una qualsiasi, anche incredibile, diffusa all'intervallo dall'ultimo della classe per ripicca. Gli Stati sono i più grandi creatori di fiabe, basti pensare a Jfk ucciso dal solitario Oswald poi ucciso dal solitario Ruby che al mercato mio padre comprò o a Giulio Regeni abbandonato sulla strada da "una banda di predoni omosessuali".
Diteci la verità: perché? È stato Bill Gates? È stato Soros? Sono stati quelli del 5G, le big tech, Putin? Non si può accettare una cosa tanto eccezionale senza una spiegazione. I bambini non vogliono quella di tipo scientifico, troppo complicata. Preferiscono il nesso morale: ti è venuta l'influenza perché sei stato cattivo. Nel gioco del mondo questa è accettabile consequenzialità. È stata applicata anche nel caso di quella che fu chiamata impropriamente "la peste del XX secolo": l'Aids. Fu additato un collegamento tra la condotta considerata immorale (il peccato) e il contagio. Lo prendi perché ti sei comportato male.
La pandemia da coronavirus, immune da letture che l'affiancassero a una piaga divina, non è tuttavia sfuggita a una concatenazione laica. Si è detto: è il male del nostro stile di vita. Abbiamo distrutto l'ambiente, costruito città in cui viviamo stipati, a contatto di gomito e respiro, delegato le scelte a uomini rabbiosi che scambiano la visione con l'impulso. Dio? Che cosa potrebbe aver a che fare con tutto questo? È bambinesca la visione contrattualistica della fede: il premio al bene, il castigo al male.
Abbiamo letto troppo Pinocchio (con tutto il rispetto) e troppo poco il libro di Giobbe. Dove si insegna che niente di ciò che accade al mio vecchio fratello, alle migliaia di esseri umani su cui si abbatte una sventura, nessuna malattia, nessun accidente è ingiusto. Niente lo è, poiché vorrebbe dire che qualcosa è giusto (lo sostiene la teologa francese Marion Muller-Colard). Non esiste dogma o talismano che dispensi dalla nostra vulnerabilità, è illusoria la perfetta geometria del karma. E allora, come ne verremo fuori? In cinque parole: non ci resta che crescere.











