di Gabriele D'Angelo
Il Dubbio, 2 febbraio 2021
Le testimonianze dei medici e dei legali delle vittime sulle rivolte in carcere che hanno portato alla morte di 13 detenuti: 4 nel solo istituto di Modena.
"Lasciatelo morire". Un esposto arrivato a dicembre sul tavolo della procura di Ascoli Piceno solleva altri dubbi sulla gestione delle rivolte nelle carceri dello scorso marzo. La frase sarebbe stata pronunciata da una guardia carceraria del carcere di Ascoli Piceno, in risposta alle richieste di aiuto dei compagni di cella di Salvatore Piscitelli, appena trasferito dal carcere di Modena, e morto poco dopo. Come lui, altri 3 detenuti sono deceduti durante o poco dopo il trasferimento. Tutti, stando alle autopsie, "per overdose di metadone o altre sostanze".
di Simona Musco
Il Dubbio, 2 febbraio 2021
Severino, Cartabia, Cassese e Orlando: ecco i nomi in ballo. È il nemico numero uno di Matteo Renzi: Alfonso Bonafede. Ed è la sua la poltrona più importante nella sfida tra i partiti della maggioranza uscente in vista di un nuovo governo. Davanti a tutto, ripetono i protagonisti della trattativa, ci sono le idee, i programmi. Ma sono i nomi, specie dalle parti di Italia Viva (che lo nega), a fare la differenza.
Perché se c'è una certezza è che l'ex rottamatore non sarà disposto a dare l'appoggio a un nuovo esecutivo guidato da Giuseppe Conte se quest'ultimo non fosse disponibile a libererare la scrivania di via Arenula. Non ne fa mistero la deputata Lucia Annibali: "Credo si debba cambiare la cultura giudiziaria del governo. La giustizia è un tema importante, si è aperto un terreno di scontro e così non dovrebbe essere", ha dichiarato ieri a "Oggi è un altro giorno", su Raiuno.
Invocando "discontinuità" e, soprattutto, "la modifica della riforma della prescrizione", punto "dirimente" dello scontro di maggioranza. Il dato è così palese che proprio ieri Iv ha depositato un emendamento al decreto Mille proroghe all'esame della Camera, a prima firma Annibali e sottoscritto anche da Marco Di Maio e Mauro Del Barba, chiedendo di "congelare" le nuove norme fino a fine 2021: è l'ormai famoso "lodo".
Ma intanto rimane da capire chi potrebbe sostituire l'attuale guardasigilli. I nomi in ballo sono diversi e quasi tutti tecnici, forse per evitare un gioco al massacro che potrebbe portare a un nulla di fatto, replicando così lo schema del Conte 2, quando la poltrona del Viminale fu assegnata a Luciana Lamorgese per sostituire il leader della Lega Matteo Salvini.
Escluso il vicesegretario del Partito democratico Andrea Orlando, che a capo di quel ministero c'è stato dal 2014 al 2018 con i governi Renzi e Gentiloni, gli altri nomi in ballo sono quelli di tecnici di alto profilo. In prima fila ci sarebbero due donne: l'ex presidente della Corte costituzionale Marta Cartabia, nei giorni scorsi indicata anche come possibile sostituta di Conte, e Paola Severino, anche lei già guardasigilli dal 2011 al 2013 col governo Monti. Secondo alcune indiscrezioni, Conte avrebbe telefonato a Cartabia per offrirle un posto nell'esecutivo e, dunque, spegnere le voci che la vedrebbero prendere il suo posto a Palazzo Chigi.
Non è da escludersi, insomma, che sia proprio quello della Giustizia il ministero ipotizzato dal premier per l'ex numero uno della Consulta. Ma è quello di Severino, al momento, il nome con le quotazioni più alte. Avvocata e docente universitaria, si ritroverebbe a gestire la partita della giustizia e delle riforme contenute nel Recovery Plan da tecnica incline a valutare il funzionamento e il buon andamento del sistema giudiziario in termini economici, con un'analisi delle performance dei tribunali basata principalmente su tempi e contenimento dei costi.
È sua, infatti, la legge che ridisegnò la geografia delle circoscrizioni giudiziarie, con la soppressione di numerosi Uffici del giudice di pace e diverse sezioni distaccate dei Tribunali, per un risparmio totale di circa 30 milioni l'anno, ottenuto grazie all'accorpamento di diversi uffici giudiziari, ma tra le polemiche degli addetti ai lavori. Sua anche la legge sull'incandidabilità e sul divieto di ricoprire cariche elettive e di governo dovuti a sentenze definitive di condanna per delitti non colposi, che portò all'esclusione di Silvio Berlusconi.
Recentemente proprio l'attuale ministro della Giustizia Bonafede ha inserito Severino nella task force denominata "Alleanza contro la corruzione", "una grande consultazione pubblica di esperti di diversa provenienza professionale e di varia estrazione disciplinare, con l'intento di fare il punto sull'assetto messo in campo dal nostro Paese nei settori della prevenzione e del contrasto alla corruzione", aveva spiegato il ministro.
Ma proprio l'idea di un'ennesima task force, dopo le polemiche sulla cabina di regia per il Recovery Fund, aveva fatto storcere il naso, per l'ennesima volta, a Italia Viva: "La smania da task force si sta diffondendo. Ora anche il ministro Bonafede ne crea una, dimenticando come il compito che dovrebbe assolvere sia già svolto dall'Autorità Nazionale anticorruzione creata da Renzi", avevano sottolineato polemicamente i parlamentari di Iv. Ma ci sono altri due nomi in ballo per la poltrona di Guardasigilli. Uno, meno probabile, è quello del procuratore di Milano Francesco Greco, attualmente titolare di un'inchiesta sulla Lega.
L'altro è del giurista Sabino Cassese, ex presidente della Corte costituzionale, che non ha nascosto la sua contrarietà alla riforma Bonafede sulla prescrizione e, pertanto, potrebbe essere ipotesi gradita a Renzi e soci. "La prescrizione senza termine viola principi costituzionali (la durata ragionevole dei processi, il fine riabilitativo della pena) e di buon senso (come può un giudice disporre di tutte le prove dopo venti anni o più? Una persona non è diversa dieci anni dopo?)", aveva affermato. Un giudizio, insomma, totalmente affine a quello di Italia Viva.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 2 febbraio 2021
Alessandro Limaccio, siciliano di Lentini, è in carcere dal 1995, da quando aveva 23 anni, condannato a quattro ergastoli ostativi per cinque omicidi dei quali si è sempre proclamato innocente, anzi estraneo. Sociologo, nel 2018 è stato insignito del Premio Nazionale alla cultura ' Sulle ali della libertà', con l'Alto patrocinio del Presidente della Repubblica.
È il primo detenuto in Italia ad aver conseguito un dottorato di ricerca dietro le sbarre ed è anche il primo a rifiutarsi di chiedere i permessi per poter proclamare con più forza la sua innocenza. Ora è in libreria con "Il sociologo detenuto - Una storia Etnografica" (Herald Editore, collana Quaderni del carcere, pag. 178, euro 15) in cui realizza un resoconto etnografico dei suoi anni in carcere. Se per la Treccani l'etnografia è la "Rappresentazione scritta delle forme di vita sociale e culturale di gruppi umani", per il nostro autore "non è mai un semplice elenco di cose viste e sentite, ma è una più o meno complessa operazione di scrittura, una modalità di presentazione dei dati, che siano in grado di produrre non soltanto etnografia di una determinata cultura, ma anche etnografia di un incontro di culture (quella del sociologo e quella che quest'ultimo vuole studiare), attraverso un rapporto dialogico, interattivo, interpretativo e riflessivo". Detta in maniera più semplice il libro "descrive le mie esperienze sul campo: le pagine che seguono sono un racconto di sofferenza, determinazione, angoscia, coraggio, speranza e fede".
Già, quella speranza che lui non perde pur avendo un "fine pena mai" che, come ricorda il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale Mauro Palma nella nota introduttiva al libro, rappresenta "una "pena capitale" così come Luigi Ferrajoli l'ha definita poiché - egli scrive - ' cambia radicalmente la condizione esistenziale del detenuto, il suo rapporto con sé stesso e con gli altri, la sua percezione del mondo, la sua raffigurazione del futuro. Pena capitale nel duplice senso: perché è una privazione di vita e non solo di libertà, una privazione di futuro, un'uccisione di speranza".
Ma chi è Alessandro Limaccio? Impariamo a conoscerlo in un racconto nel racconto grazie all'introduzione di Enrico Rufi, storica voce notturna di Radio Radicale: "Io ho conosciuto Alessandro tre anni e mezzo fa. Volevo abbracciare le persone che pochi mesi prima dal reparto G8 del carcere di Rebibbia, qui a Roma, avevano scritto una fraterna lettera di vicinanza e consolazione alla mamma, alla sorella e al papà (Rufi, ndr) dell'unica ragazza che non era tornata dalla Giornata Mondiale della Gioventù", per una meningite fulminante. Rufi crede profondamente nell'innocenza di Alessandro, ragazzo di sana famiglia che credeva nelle istituzioni, lontanissimo da contesti mafiosi, e attivista della Democrazia cristiana; "eppure le gesta criminali che gli vengono attribuite fanno di lui non un killer assoldato all'occorrenza, un comodo insospettabile "monouso" per così dire, ma un picciotto regolarmente inquadrato nei ranghi di un clan mafioso". Ed è così che becca quattro ergastoli ostativi che secondo il giornalista di Radio Radicale sono la conseguenza di una vendetta di un marito tradito "che aveva subito l'umiliazione di veder la moglie quarantenne scappare con quel ventenne aitante e intraprendente, lui che era uno degli uomini più potenti nelle istituzioni a Catania".
A ciò devono aggiungersi: "Telefonate anonime, voci confidenziali, pentiti, pseudo-pentiti, ma anche giudici ricorrenti e intercambiabili. Si prenda Francesco Aliffi: giudice a latere nella Corte d'Assise di Siracusa che aveva condannato Alessandro Limaccio al primo ergastolo nel procedimento "Tauro"; pubblico ministero nel procedimento "San Marco" che comminò tre ergastoli al futuro sociologo per i quattro omicidi appena citati".
Il libro e la storia di Alessandro sono molto di più di queste parole, quindi non dovete far altro che comprarlo. La conclusione di questa recensione la affidiamo proprio alle parole di Alessandro Limaccio: "Per quanto riguarda il mio caso giudiziario, con incrollabile fede in Dio, continuerò a urlare la mia innocenza, credendo nella magistratura e sperando che un Giudice onesto si interessi al mio caso, lo prenda a cuore e abbia il coraggio di non negare l'evidenza della mia totale estraneità ai fatti a me imputati e, con lealtà verso il diritto e applicando la legge, mi renda quella giustizia che ho sempre chiesto". E noi speriamo con lui.
di Lanfranco Caminiti
Il Dubbio, 2 febbraio 2021
Aveva appena tredici anni, Liliana Segre, quando il 30 gennaio del 1944 fu stipata nel convoglio che dal binario 21 della Stazione Centrale di Milano portava a Auschwitz. Era stata per quaranta giorni detenuta nel carcere di San Vittore. Il giorno dopo, varcavano il confine. C'era il padre Alberto con lei, e altre seicento tre persone. Solo ventidue sopravvissero.
Il binario 21 era stato utilizzato fino ad allora per i treni del servizio postale: era in una posizione un po' discosta, fuori dallo sguardo, al di sotto del manto stradale. Con un ascensore, i vagoni venivano poi agganciati al locomotore all'aperto e potevano partire. Nel 1943, il comando nazista decise di convertirlo per la "soluzione finale" degli ebrei: sembrava "perfetto". Tra il 1943 e il 1945 dal binario 21 partirono ventitré treni diretti ad Auschwitz e ad altri campi di concentramento.
Non ci mettevano solo ebrei, i nazisti, in quei treni, ma anche altri perseguitati antifascisti detenuti nel carcere di San Vittore: per gli ebrei la meta era sempre Auschwitz, per gli altri a volte il campo di concentramento di Mathausen-Gulsen in Austria, a volte quello di Bergen- Belsen in Germania. Capitava anche che fossero destinati ai campi italiani, a Bolzano, Verona e Fossoli in Emilia.
Di quei ventitré convogli, il più terribile fu proprio quello che lasciò la stazione di Milano il 30 gennaio 1944. Quando raggiunsero il lager di Auschwitz- Birkenau, 477 di loro vennero subito uccisi nelle camere a gas. Gli altri 128 finirono nel campo di concentramento. Di questi, sopravvissero solo quattordici uomini e otto donne. Tra loro, Liliana Segre, che il 19 gennaio 2018, in occasione del settantesimo anniversario della promulgazione delle leggi razziali, è stata nominata senatrice a vita dal presidente della Repubblica Mattarella.
Il binario 21 è nel frattempo diventato il Memoriale della Shoah e ogni anno - nell'incontro della Comunità ebraica di Milano con la Comunità di Sant'Egidio - proprio il 30 gennaio vi si celebra una breve cerimonia, a ricordare "tutti quelli che non sono tornati". C'è un "muro dei nomi", con l'elenco di tutte le vittime che partirono da lì - ma si sa che furono di più. Più volte, Liliana Segre ha raccontato quei giorni: "Eravamo merci, vitelli destinati al mattatoio".
È stata lei a volere con forza la grande scritta "Indifferenza", e lei più volte è tornata su questo aspetto. Quest'anno ha citato i versi di Primo Levi, deportato come lei ad Auschwitz: "Quando ognuno era ancora un sigillo / Di noi ciascuno reca l'impronta / Dell'amico incontrato per via / In ognuno la traccia di ognuno". E ha spiegato il motivo della scelta: "I versi di Primo Levi sono il contrario dell'indifferenza. Quando ognuno è la traccia di ognuno, non ci può essere indifferenza. L'indifferenza porta alla violenza, è già violenza".
Ricorda il silenzio e l'indifferenza di Milano, la Segre, quando i camion che li portavano al binario 21 attraversavano la città e tutti si voltavano dall'altra parte. Ricorda la violenza dei loro vicini di casa fascisti - quando li arrestarono. Solo i detenuti di San Vittore, dice, mostrarono umanità: "I carcerati vedendoci partire e sapendo che eravamo innocenti ci salutarono lanciandoci quel poco che avevano - arance, mele, qualche sciarpa e soprattutto le loro benedizioni che ci furono di grande conforto e che io ancora oggi ricordo con grande affetto".
È forse in ricordo di questo affetto e di quei suoi quaranta giorni a San Vittore che Segre ha presentato il 17 dicembre scorso una interrogazione parlamentare, assieme ai senatori Loredana De Petris e Gianni Marilotti, chiedendo se il presidente Conte e il ministro Bonafede "non ritengano urgente la predisposizione di un piano vaccinale per detenuti e personale che lavora nelle carceri, e se non si ritiene altresì che, proprio per i rischi congeniti, l'insieme delle persone che vivono e lavorano nelle carceri debbano essere inserite sin dall'inizio fra le categorie con priorità sottoposte alla campagna di vaccinazione".
E il primo giorno di febbraio Liliana Segre è tornata sulla questione della vaccinazione, in un appello lanciato sul quotidiano la Repubblica e firmato insieme al Garante dei detenuti, Mauro Palma, chiedendo che "alla doverosa priorità assegnata a coloro che in carcere operano, si affianchi quella per coloro che vi sono detenuti". Segre e Palma sottolineano come non si tratti solo di un "principio di equità": "È proprio un obbligo, poiché alla privazione della libertà dei custoditi fa riscontro la responsabilità per il loro benessere di chi esercita il diritto- dovere di custodirli, cioè dello Stato". Le notizie che arrivano dalle carceri non sono confortanti: nel sovraffollamento, nonostante alcune misure prese, dal Pagliarelli di Palermo fino al nord, corre il contagio. Speriamo che le parole di Liliana Segre rompano il muro dell'indifferenza.
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di Errico Novi
Il Dubbio, 2 febbraio 2021
In un quadro già allarmante di crisi della legge, Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Consulta, inserisce l'incertezza creata dalla pronuncia costituzionale sulla prescrizione.
"Da una parte il governo che introduce di continuo regole con strumenti impropri come i Dpcm. Dall'altra la magistratura che a volte altera le regole del processo e, nell'ultimo libro, sembra concedersi abusi impensabili". In un quadro già allarmante di crisi della legge, Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Consulta, inserisce l'incertezza creata dalla pronuncia costituzionale sulla prescrizione causa Covid: "Avrei preferito fosse ribadito il principio di irretroattività della legge penale".
Cosa è cambiato rispetto al libro?
Perché me lo chiede?
Perché nel suo ultimo saggio, "Giustizia in crisi (salvo intese)", lei si era affidato a una prospettiva di pacificazione. Da una parte la politica che smette di usare la giustizia come arma nei conflitti interni, dall'altra la magistratura che dismette l'abitudine di farsi interprete della legge in modo così esuberante da renderla imprevedibile...
Ecco, infatti, ma non è intervenuto, nel frattempo, alcun revisionismo, per parte mia.
Eppure lei adesso parla di una crisi della giustizia così evidente da chiamare in causa la sentenza della Consulta sulla "prescrizione Covid", e rischi più generali per un principio sommo dell'ordinamento in materia penale, il principio di legalità...
Il tono forse è cambiato. Non il mio auspicio. Il tono può risentire del libro appena pubblicato sulla magistratura.
Il "Sistema" di Palamara?
Sì. Vedere fino a che punto la perdita di ossequio verso le regole può arrivare mette davanti agli occhi le macerie. E non è una bella sensazione. Se i fatti descritti in quel libro riguardassero altri consessi, si sarebbero immediatamente aperti procedimenti penali. L'appartenenza alla corporazione, se così la si vuol chiamare, suggerisce la sgradevolissima idea di poter assicurare un trattamento diverso. E non è una bella sensazione. È un altro colpo alla stabilità del sistema delle regole.
Cominciamo da un tema che incidentalmente è anche materia di "scandalo" per la politica: la prescrizione. Lei ne parla oggi a un webinar organizzato dalla Scuola superiore della magistratura, in particolare a proposito di "Garanzia dell'irretroattività nella nuova dimensione della legalità penale". Intanto, molti italiani trovano giusto che si sia abolita la prescrizione: forse perché un'idea "premoderna" di giustizia è ritenuta tutt'oggi necessaria?
C'è l'idea che la prescrizione sia il meccanismo favorevole ai furbi e ai ricchi, che con sofismi e ottimi avvocati posso sfuggire a una giusta condanna. C'è in realtà qualcosa di astuto da parte dello Stato, dietro una storia del genere.
A cosa si riferisce?
Al fatto che la prescrizione è diventata il manto sotto cui si occultano le inefficienze del sistema giudiziario. Dietro cui cioè lo Stato cela le proprie inadeguatezze organizzative e strutturali. Dire che la prescrizione favorisce i furbi, accreditare una simile lettura, nasconde per esempio il fenomeno per cui la maggior parte dei reati che si estinguono, viene dichiarata prescritta o durante le indagini oppure a causa di quella sorta di buco nero della macchina processuale costituito dal passaggio fra l'udienza preliminare e l'inizio del dibattimento. Mi sembra un modo equivoco e manipolativo di occultare un principio costituzionale: il principio della durata ragionevole del processo, più precisamente il principio secondo cui la durata ragionevole è un dovere il cui adempimento compete allo Stato, non all'imputato. Come risulta dalla diversa formulazione dell'articolo 111 della Costituzione rispetto all'articolo 6 della Cedu.
Perché, qualcuno pensa il contrario?
Sì, nel momento in cui si insinua che la prescrizione arriva per colpa dell'imputato, anzi del difensore astuto e bravo che ricorre a tutti i possibili trucchi per favorire l'estinzione del reato, si sostiene in modo implicito che l'imputato deve concorrere ad assicurare la ragionevole durata. No, non è affatto così. Nel diritto penale così com'è inteso da alcuni secoli, l'imputato non è neppure tenuto a dichiararsi colpevole. Se pure è colpevole, non è tenuto ad autoaccusarsi. Figurarsi se deve rinunciare a qualche garanzia pur di favorire la celerità dell'accertamento. Non è affatto vero. Il solo vincolo per l'imputato consiste nell'avvalersi delle previste garanzie all'interno del processo, senza fuggire grazie ad esse dal processo. Ma di più non si può pretendere. L'efficienza è un dovere in capo allo Stato. Ecco perché dire che la prescrizione è il riparo dei furbi è un doppio rovesciamento della verità.
La distorsione dei principi si realizza anche per l'inconsapevole tramite di alcuni magistrati? Ad esempio quando si trasferisce di fatto il processo dalla sua sede naturale ai media?
Si tratta di un problema diverso da quello della prescrizione. In comune c'è l'impressione che alcune regole, anche in questo caso, siano in effetti disconosciute. Nello specifico, la regola vuole che la pubblicità ci sia quando si è nella fase del dibattimento. Nelle indagini devono esserci segretezza e riserbo. Avviene il contrario. C'è un clamore mediatico enorme attorno alle indagini, trascinate verso l'orizzonte dell'aspettativa popolare, che vìola la regola della segretezza e può influenzare il giudice.
Lei prima ha detto che si scarica ogni responsabilità sull'imputato: avviene perché lo si considera colpevole già per il fatto di essere accusato?
Ci sono evidentemente approcci distorsivi, non solo sulla prescrizione. Se ne registra uno molto grave a proposito delle intercettazioni. Vale a dire del trojan. Le pare possibile ricorrere a uno strumento investigativo che ti segue ovunque e raccoglie tutto quello che trova? Mi sembra si vada nella direzione di voler indurre l'indagato a un'inconsapevole confessione. Si stravolge l'equilibrio che la Costituzione pone tra l'articolo 15 (privacy) e l'articolo 21 (comunicazione a tutti).
Una tendenza ellittica nell'interpretazione delle norme potrebbe aver condizionato persino la Corte costituzionale sul blocco della prescrizione causa Covid, la cui retroattività è stata giudicata legittima?
In realtà io sono stato colpito soprattutto da una cosa, ferma restando la possibilità di alternative tecniche nell'interpretazione della norma. Mi ha sorpreso il contrasto fra l'enfasi con cui la Corte aveva ribadito il carattere inderogabile del principio di irretroattività delle leggi penali in malam partem, in occasione della sentenza Taricco, e la pronuncia emessa appena due anni dopo sul blocco della prescrizione legato alla sospensione dei processi per la pandemia. La Consulta ha derogato dalla linea precedente, e ha detto che la prescrizione può essere sospesa anche per un fatto verificatosi prima dell'entrata in vigore della legge che introduce la specifica causa di sospensione del processo.
Come ha potuto?
Ha ritenuto che l'articolo 159 del codice penale, in cui si stabilisce che la prescrizione è sospesa quando il processo si interrompe e tutte le volte in cui una legge introduce un particolare motivo di sospensione del processo, sia da intendersi nel senso che il motivo specifico introdotto da una nuova legge valga pure per il passato. In parole semplici, ha "spacchettato" l'articolo 159 nella previsione generica della sospensione e nel richiamo alla "particolare disposizione di legge" che la impone.
In tal modo si concede un potere molto ampio allo Stato, giusto? Quando ritiene, introduce una nuova causa speciale di sospensione: gli basta mettersi sotto l'ombrello dell'articolo 159...
La Corte ha chiamato in causa, con motivazioni molto diffuse, il principio di emergenza e quello di ragionevolezza, ricollegati per esempio alla brevità del periodo in cui, nella primavera dell'anno scorso, i processi furono sospesi, e alla eccezionalità della pandemia. Ma io avrei preferito che fosse preservata anche l'integrità di un principio cardine, soprattutto in un periodo in cui le incertezze non mancano.
La sentenza sulla prescrizione Covid è il sintomo di una giustizia senza certezze?
La sentenza ci fa vedere con chiarezza quanto pesante sia un quadro in cui le certezze vengono a mancare e richiede un urgente confronto risolutivo fra politica e magistratura. Al nostro sistema dei diritti serve riconoscersi attorno a principi cardine. Altrimenti prevalgono la delegittimazione del Parlamento, il sovrapporsi multilevel delle fonti, la confusione. Tutto è incerto e la giustizia sembra vacillare. E ciò in contrasto con la precisione del principio costituzionale di legalità (articolo 25) che si esprime in termini di "una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso", non di un fenomeno.
E siamo alla domanda: è diventato pessimista a soli tre mesi dall'uscita di un libro in cui sembrava fiducioso?
Io continuo a credere che l'albero della giustizia debba assicurare due frutti: la ragionevole durata del processo e la ragionevole prevedibilità dei suoi esiti. Dicono si tratti di requisiti necessari per ottenere i fondi del Recovery. No: sono innanzitutto i requisiti necessari per una civiltà del diritto. Servono ai cittadini, alle persone, prima che all'Europa o agli investitori.
Quindi siamo messi male?
Ora vedo al capezzale della legislazione, che rischia di morire, da un capo la politica, che fa venir meno la certezza della legge nel momento in cui introduce troppe norme attraverso strumenti discutibili. Trovo di straordinaria verità le parole pronunciate dal primo presidente della Cassazione alla cerimonia inaugurale dell'anno giudiziario riguardo al timore che l'irrompere tumultuoso delle leggi confonda più che risolvere. Pare chiarissimo nel caso dei dpcm. Dall'altro capo del letto su cui giace la legislazione rischia di trovarsi il giudice, sempre più tentato dalla creatività interpretativa anziché dalla interpretazione creatrice. Da ciò la contesa fra politica e giustizia sulla spartizione dell'eredità della legislazione.
Definire il quadro allarmante è un eufemismo...
La piramide del diritto vede al vertice i principi, ossia la Costituzione. Quindi ci sono le regole che attuano quei principi, dunque il legislatore che fissa quelle regole. Nella parte inferiore, il governo che attua le regole, e coloro che esercitano la funzione di controllo, ossia i magistrati. Mi pare che la confusione abbia allontanato ogni certezza sui principi.
Il suo discorso pare meno aperto alla fiducia in uno sviluppo positivo...
Senta, lo spettacolo offerto da un libro come quello sulla magistratura appena uscito suggerisce il timore che l'uso un po' arbitrario delle regole sia andato fuori controllo, in un contesto di autoreferenzialità. Eppure continuo a credere e a sperare che si smetterà di seguire questa strada, abbastanza presto da evitare che i capisaldi dello Stato di diritto vengano corrosi del tutto. Perché prima o dopo ci auguriamo che la pandemia finisca, mentre l'equilibrio fra i poteri e la funzione della giustizia dovranno continuare a esistere.
di Davide Varì
Il Dubbio, 2 febbraio 2021
Con un emendamento al decreto Mille proroghe in esame alla Camera, a prima firma Lucia Annibali (Iv), si chiede di "congelare" la riforma della prescrizione fino a dicembre 2021. Italia viva torna all'attacco sul fronte giustizia. Nel mirino la riforma della prescrizione voluta da M5s. Con un emendamento al decreto Mille proroghe in esame alla Camera, a prima firma Lucia Annibali e sottoscritto anche da Marco Di Maio e Mauro Del Barba, si chiede di "congelare" le nuove norme fino a fine 2021. Si legge nell'emendamento: "Art. 8-bis. (Sospensione dell'efficacia dell'articolo 159 del codice penale e disciplina transitoria) - A decorrere dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto e fino al 31 dicembre 2021 è sospesa l'efficacia delle disposizioni di cui all'articolo 159 del codice penale".
E ancora: "Il corso della prescrizione rimane sospeso in ogni caso in cui la sospensione del procedimento del processo penale o dei termini di custodia cautelare è imposta da una particolare disposizione di legge, oltre che nei casi di: a) autorizzazione a procedere, dalla data del provvedimento con cui il pubblico ministero presenta la richiesta sino al giorno in cui l'autorità competente la accoglie; b) deferimento della questione ad altro giudizio, sino al giorno in cui viene decisa la questione; c) sospensione del procedimento o del processo penale per ragioni di impedimento delle parti e dei difensori ovvero su richiesta dell'imputato o del suo difensore. In caso di sospensione del processo per impedimento delle parti o dei difensori, l'udienza non può essere differita oltre il sessantesimo giorno successivo alla prevedibile cessazione dell'impedimento, dovendosi avere riguardo in caso contrario al tempo dell'impedimento aumentato di sessanta giorni".
Recita ancora l'emendamento di Iv: "Sono fatte salve le facoltà previste dall'articolo 71, commi 1 e 5, del codice di procedura penale; d) sospensione del procedimento penale ai sensi dell'articolo 420-quater del codice di procedura penale; e) rogatorie all'estero, dalla data del provvedimento che dispone una rogatoria sino al giorno in cui l'autorità richiedente riceve la documentazione richiesta, o comunque decorsi sei mesi dal provvedimento che dispone la rogatoria. Il corso della prescrizione rimane altresì sospeso nei seguenti casi: a) dal termine previsto dall'articolo 544 del codice di procedura penale per il deposito della motivazione della sentenza di condanna di primo grado, anche se emessa in sede di rinvio, sino alla pronuncia del dispositivo della sentenza che definisce il grado successivo di giudizio, per un tempo comunque non superiore a un anno e sei mesi; b) dal termine previsto dall'articolo 544 del codice di procedura penale per il deposito della motivazione della sentenza di condanna di secondo grado, anche se emessa in sede di rinvio, sino alla pronuncia del dispositivo della sentenza definitiva, per un tempo comunque non superiore a un anno e sei mesi. 5. I periodi di sospensione di cui al comma 4 sono computati ai fini della determinazione del tempo necessario a prescrivere dopo che la sentenza del grado successivo ha prosciolto l'imputato ovvero ha annullato la sentenza di condanna nella parte relativa all'accertamento della responsabilità o ne ha dichiarato la nullità ai sensi dell'articolo 604, commi 1, 4 e 5-bis, del codice di procedura penale. 6. Se durante i termini di sospensione di cui al comma 4 si verifica un'ulteriore causa di sospensione di cui al comma 3, i termini sono prolungati per il periodo corrispondente. 7. La prescrizione riprende il suo corso dal giorno in cui è cessata la causa della sospensione. 8. Nel caso di sospensione del procedimento ai sensi dell'articolo 420-quater del codice di procedura penale, la durata della sospensione della prescrizione del reato non può superare i termini previsti dal secondo comma dell'articolo 161 del presente codice. 9. Il corso della prescrizione è interrotto dalla sentenza di condanna o dal decreto di condanna".
"Sul tema della giustizia serve necessariamente una discontinuità, anche tenendo conto del fatto che la relazione sullo stato della giustizia in Italia del ministro Bonafede non è stata presentata in Parlamento perché non avrebbe ricevuti i voti necessari. Serve una cultura giuridica diversa per il bene del Paese", commenta al Fattoquotidiano.it la deputata di Iv Lucia Annibali. Per Annibali "la modifica della riforma della prescrizione - resta un punto dirimente", su questo "si è verificato uno scontro politico e non possiamo permetterlo".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 2 febbraio 2021
Lettera alla Commissione europea dell'Asgi e di altre 60 associazioni italiane sui rischi per l'uso dell'intelligenza artificiale nel sistema giudiziario. Entro il 2021 l'Unione europea emanerà una legge che regolamenta l'intelligenza artificiale (IA), ma sarà un compito delicato perché bisognerà evitare che intacchi i diritti umani come, di fatto, sta accadendo in Cina.
Ad esempio, come mettono in guardia numerose associazioni che si occupano dei diritti umani, l'uso di strumenti di valutazione del rischio nel sistema di giustizia penale e nel contesto preprocessuale, come gli algoritmi per tracciare un profilo degli individui all'interno dei processi, rappresenta una grave minaccia per i diritti fondamentali.
"Tali strumenti - si legge nella lettera rivolta alla Commissione europea a firma dell'Asgi e altre 60 associazioni italiane - basano le loro valutazioni su una vasta raccolta di dati personali non collegati alla presunta cattiva condotta degli imputati. Questa raccolta di dati personali al fine di prevedere il rischio di recidiva non può essere percepita come necessaria né proporzionata allo scopo, in particolare considerando le implicazioni per il diritto al rispetto della vita privata e la presunzione di innocenza. Inoltre, prove sostanziali hanno dimostrato che l'introduzione di tali sistemi nei sistemi di giustizia penale in Europa e altrove ha portato a risultati ingiusti e discriminatori".
Il Parlamento europeo, è tra le prime istituzioni a presentare delle raccomandazioni su ciò che le norme sull'Intelligenza artificiale dovrebbero includere in materia di etica, responsabilità e diritti di proprietà intellettuale. Queste raccomandazioni aiuteranno l'Ue a diventare un leader globale nello sviluppo dell'intelligenza artificiale. Non è un caso che negli anni passati, l'Ue ha stanziato diversi miliardi per la ricerca. Com'è detto, l'intelligenza artificiale deve rimanere dentro i confini di un quadro etico ben dettagliato.
Anche perché qualsiasi approccio "umanocentrico" all'intelligenza artificiale richiede il rispetto dei diritti fondamentali, indipendentemente dal fatto che questi siano o meno esplicitamente protetti dai trattati dell'Unione Europea, come il Trattato sull'Unione Europea (Tue) o la Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea. Nel 2019, su spinta della commissione europea, si è costituto un gruppo di esperti denominato Ai Hleg. E sono quest'ultimi che hanno suggerito all'Unione Europea di impegnarsi a una regolamentazione che punti verso nozioni quali "rispetto dell'uguaglianza, non discriminazione e solidarietà".
L'Ai Hleg ha esplicitamente raccomandato ai politici di emanare regolamenti per garantire che gli individui non siano soggetti a "tracciamento o identificazione personale, fisica o mentale ingiustificata, profiling e nudging attraverso metodi di riconoscimento biometrico basati sull'intelligenza artificiale come il tracciamento emotivo, Dna, scansione dell'iride e identificazione comportamentale". Tali metodi dovrebbero, però, "essere consentiti solo in circostanze eccezionali, ma anche in questo caso solo se "basati su prove nonché sul rispetto dei diritti fondamentali". In sostanza si chiede di non fare la fine della Cina che già usa l'Intelligenza artificiale per imporre il controllo.
Di recente, l'associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione (Asgi) e altre 60 associazioni, in vista della proposta legislativa sull'intelligenza artificiale, hanno inviato una lettera aperta alla Commissione europea chiedendo che vengano posti dei limiti chiari nell'elaborazione di una regolamentazione comunitaria nell'utilizzo delle nuove tecnologie. Elencano una serie di preoccupazioni e si sollecita la Commissione europea affinché vengano affrontate in maniera inequivocabile per evitare eventuali rischi di violazione dei diritti umani fondamentali.
di Alberto Cisterna
Il Riformista, 2 febbraio 2021
È chiaro che i cinefili storceranno il naso e staranno a brontolare per la citazione blasfema, ma a guardare l'universo dolente descritto da Il Sistema è quasi naturale deformare il titolo di uno dei capolavori di Costa-Gravas (1969) e dire "P-L'orgia del potere" ove - sia chiaro - la "P" non identifica necessariamente il dottor Palamara o solo lui.
Quel film è, come noto, ispirato alla vicenda del giudice Sartzetakis, cacciato dai militari greci dopo il golpe del 1967, imprigionato e torturato che diverrà, dopo il film e dopo la caduta del regime, presidente della Repubblica greca. Un mondo, quello della pluripremiata pellicola, distante anni luce dall'umanità fragile e moralmente emaciata che emerge da pagine e pagine di una narrazione resa visibilmente parziale dalla necessità di limitare il racconto ai soli fatti dimostrabili per evitare un profluvio di cause e querele.
Dietro ogni chat si intravede l'esistenza di dialoghi, la consuetudine di conversazioni, il succedersi di contatti e di sollecitazioni puramente evocati dai messaggi in sequestro. Una scelta, probabilmente inevitabile per il prestigioso editore del libro, che tuttavia rende ancora più urgente la necessità che l'ex presidente dell'Anm sia compiutamente ascoltato e altrettanto meticolosamente riscontrato. Si nota, in questi giorni e dopo un silenzio ai limiti dell'osceno, l'affannarsi di qualcuno che sarebbe da ascrivere a buon diritto tra quelli tratteggiati dal dottor Palamara come pedine fondamentali del Sistema che taccia la narrazione del libro di fornire una "ricostruzione molto parziale, fondata su episodi chirurgicamente selezionati, ... nonché su palesi dimenticanze e omissioni". Una censura che, letteralmente, sottintende da parte di chi la formula una certa, come dire, più completa ed esaustiva conoscenza dei fatti che, allora, farebbe bene a disvelare, sol che la possieda.
È la trappola argomentativa da cui si tengono fuori i più avveduti interlocutori in questi giorni di tempesta. Difficile dire che il magistrato abbia detto cose inesatte o imprecise senza esporsi al rischio di dover fornire una versione alternativa o più completa delle stesse vicende. Absit iniura verbis, è un po' come nei processi di mafia in cui, da Pippo Calò in poi, e dopo il disastroso confronto con Tommaso Buscetta nell'aula bunker di Palermo, nessun imputato è disponibile al confronto con il pentito di turno. E non è un caso che il dottor Palamara, a fronte delle legittime rimostranze di taluno per le cose da lui raccontate, abbia detto di essere disponibile a qualunque confronto innanzi al Csm. Non v'è dubbio che, in questo clima, il solo ammettere certe conversazioni o certi contatti equivarrebbe a un riscontro a favore del narrante; dunque un buon avvocato suggerirebbe un accorto silenzio, ammesso che qualcuno di quelli più coinvolti non conosca minuziosamente i riti e la storia della mafia siciliana.
In questo scenario in cui il silenzio giova tutto a favore dei colpevoli e in cui gli innocenti non possiedono ancora l'"audacia della speranza" (Barack Obama) - temendo di pagare il conto per qualche eccesso di zelo accusatorio contro un Sistema che si percepisce come troppo radicato per non ricompattarsi - non si intravedono soluzioni a portata di mano. Deve certo essere messa da parte la proposta stucchevole e ingenua del rinnovamento morale, totalmente improponibile non foss'altro perché non si capisce perché un codice deontologico dovrebbe sortire effetti migliori del codice penale che appare abbondantemente violato da molti dei protagonisti della stagione spartitoria e che solo la riforma dell'abuso d'ufficio varata dal governo Conte-bis manda impuniti. Resta il profilo delle riforme. Anche qui si deve constatare come siano sul tappeto proposte insufficienti, macchinose, burocratiche, largamente inidonee al fine di correggere la rotta morale della magistratura italiana, o meglio di quei settori coinvolti nell'arena degli incarichi e delle prebende di vario genere.
Si potrebbe ritornare, per gli incarichi direttivi, al criterio dell'anzianità che venne derogato in una stagione della magistratura italiana in cui vi era un'evidente e chiara disparità tra le qualità di alcuni sul versante dell'impegno professionale e il quieto vivere di molti altri. Il merito divenne allora il grimaldello con cui scardinare un assetto, soprattutto delle procure della Repubblica, che si mostrava refrattario alla modernità delle investigazioni e titubante nell'aggressione al malaffare politico-mafioso. Un modello meritocratico che, a dire il vero, in tanto si è potuto affermare in quanto il rinnovamento generazionale della magistratura aveva accresciuto la platea di quanti scalpitavano, a fronte di capi ufficio visibilmente inferiori, ed erano alla ricerca di spazi di responsabilità.
In seguito, purtroppo, il merito è diventato l'escamotage con cui promuovere i più rampanti (anche mediaticamente) a incarichi cui mai avrebbero potuto aspirare in ragione della loro anzianità o per agevolare opachi protégé delle correnti. Quella stagione del merito è così terminata, e da un pezzo. Nella magistratura italiana non vi sono da anni "mostri" di professionalità cui dover cedere il passo. O verso l'alto o verso il basso, difficile a dirsi, la magistratura si è ampiamente livellata e un rafforzamento reale dei controlli di professionalità (si veda l'ottimo intervento di Nello Rossi su queste pagine a proposito di un "sismografo inceppato") potrebbe rappresentare il giusto contemperamento del criterio della sola anzianità. Criterio il quale, si badi bene, conosceva ai suoi tempi un corollario nient'affatto secondario poiché si discuteva pur sempre di una "anzianità senza demerito".
Certo provoca amarezza immaginare che un corpus così ristretto di funzionari pubblici sia percepito dalla pubblica opinione come fuori controllo e che il male minore sia ritornare a un tempo passato. Non bisogna trascurare che qualche buona scelta è stata fatta anche dal dottor Palamara o, meglio, dal Sistema e che di questa entrambi vadano giustamente fieri. Ma il tributo da pagare è stato enorme se si pensa alle tante nomine discutibili, alle distorsioni clientelari che sono deflagrate per l'esplodere di ambizioni smisurate, alla messe di ricorsi alla giustizia amministrativa. A torto o a ragione quella che viene divulgata in questi giorni è l'epopea degli incarichi che ha avvelenato i pozzi della giustizia in Italia, trasformando agli occhi di tanti le correnti in ciò che il presidente dell'Eni, Enrico Mattei, diceva dei partiti: "uso i partiti allo stesso modo di come uso i taxi: salgo, pago la corsa, scendo", ossia mezzi per conseguire un fine personale; una normale, banale macchina clientelare.
Certo nulla è perduto per sempre e un gesto clamoroso potrebbe suonare da provocazione verso la politica, per una stagione di riforme, e da rassicurazione, verso la pubblica opinione, per una reale volontà di cambiamento. L'articolo 57 dello statuto dell'Anm regola lo scioglimento dell'Associazione che deve essere deliberato dall'Assemblea Generale a maggioranza dei due terzi dei votanti. Non sarebbe la prima volta, la gloriosa Associazione generale dei magistrati italiani scelse la via dell'autoscioglimento, prima di finire soppressa da Mussolini in base alla nuova legge del 1926 che vietava agli impiegati pubblici l'adesione a qualunque sindacato e risorse il 21 ottobre 1945. Achille Occhetto chiuse la stagione di un partito glorioso che rappresentava milioni di italiani per l'impellente necessità della storia e non per una costrizione giudiziaria e lo fece con una mozione approvata dal 67,46% dei votanti. Quindi diede vita a un nuovo partito, eliminando le scorie del passato. Certe volte il destino bussa alle porte e si deve avere il coraggio di spalancare l'uscio per evitare che il muro sia buttato giù a picconate.
Il Sole 24 Ore, 2 febbraio 2021
Si utilizzino i magistrati in servizio da più di 20 anni, prevedendone la permanenza nelle funzioni. I magistrati onorari si dicono pronti a dare il proprio contributo per lo smaltimento dell'arretrato. Ma offrono alla politica una ipotesi diversa da quella contenuta nel Recovery plan. Il documento destinato alla Ue prevede infatti l'assunzione di 2.000 magistrati onorari aggregati (1.000 per ogni ciclo, della durata di due anni e mezzo), con la funzione di "collaborare con i giudici professionali che operano nelle sedi gravate da arretrati significativi nel settore civile, elaborando bozze di sentenze". Ma per i "non togati" si tratta di altro precariato. La ricetta, dunque, deve essere diversa e deve fondarsi sul ricorso alla magistratura onoraria già in carica prevedendone una sorta di stabilizzazione.
Di fronte a una pandemia che "ha quasi arrestato la macchina giudiziaria, già in precedenza in profonda crisi", l'Associazione della magistratura onoraria è disponibile "a mettere a disposizione del Paese" la propria "professionalità ed esperienza ultraventennale" e a far parte di task force per "abbattere nell'arco di tre anni l'arretrato". In cambio chiede "la rapidissima approvazione con Decreto legge della riforma della magistratura onoraria che riconosca la piena dignità e la permanenza nelle funzioni ed il rispetto dei diritti costituzionali (in primis previdenziali ed assistenziali), ancora oggi inopinatamente negati".
L'Associazione ha fatto anche i conti: utilizzando nelle task force per abbattere l'arretrato i magistrati precari in servizio da 25 anni, la spesa sarebbe nel triennio inferiore ai 200 milioni a fronte di un beneficio di oltre 40 miliardi di euro, visto che tanto costa all'Italia l'inefficienza della giustizia, l'equivalente del 2,5% del Pil. Senza contare "le diverse centinaia di milioni di euro che l'Italia spende ogni anno per le condanne per l'irragionevole durata dei processi ai sensi della cd. legge Pinto". "In Italia Giudici di pace e Giudici di tribunale hanno definito negli ultimi 20 anni circa quaranta milioni di procedimenti in tempi celerissimi: la durata media dei giudizi è stata inferiore all'anno", afferma l'Associazione citando dati del ministero della Giustizia.
Proprio per questo nelle task force andrebbero utilizzati i magistrati in servizio da più di 20 anni, non invece "nuovi precari", come si intenderebbe fare, "spendendo cifre dieci volte superiori", perché in quel caso "occorrerebbero non meno di cinque anni solo per avviare la macchina".
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 2 febbraio 2021
Non sono apprensibili tutte le res riferibili all'attività professionale in assenza di specifico invito a consegnare. Nei confronti del giornalista indagato le attività di perquisizione e quelle conseguenti di sequestro devono essere espletate tenendo conto dell'alto livello di garanzia della riservatezza che la legge e le convenzioni internazionali assicurano a questa categoria professionale. Il che, in concreto, vuol dire che non può essere appreso a fini di sequestro e mantenuto per mesi - prima di estrarne copia - l'intero compendio informatico di cui il giornalista si avvale per lavorare. Così la Cassazione, con la sentenza n. 3764/2021, ha dato ragione al ricorrente che contestava la mancanza di un invito diretto a esibire le informazioni attinenti al reato nella fase della perquisizione e la mancata disponibilità del proprio personal computer per circa due mesi in attesa che fosse copiato l'hard disk.
Ciò che afferma la Cassazione è che illegittimo rinviare qualsiasi interlocuzione col giornalista indagato soltanto al momento della formalizzazione del sequestro. Inoltre, non è legittimo procedere tout court all'apprensione di tutte le res dell'indagato neanche attraverso la giustificazione che ciò sarebbe necessario proprio per la ricerca dei dati rilevanti. Infatti, in materia di dispositivi informatici del giornalista la celerità, la specifica indicazione di quanto ricercato e l'indicazione della chiave di ricerca con cui è stato selezionato il materiale sequestrato sono aspetti fondamentali del legittimo procedere in fase di indagini e di successiva previsione di misure cautelari reali.
La Corte, infine, ricorda il principio generale che riguarda appunto le investigazioni informatiche e da cui discende che, anche quando si ritenga necessario procedere alla copia integrale dell'intero compendio informatico dell'indagato, questa è solo copia-mezzo e che va mantenuta solo il tempo strettamente necessario all'estrazione delle informazioni da sottoporre a vincolo. Si affermano in concreto come fondamentali il principio di proporzionalità, sia in fase di perquisizione che di sequestro, e il diritto a verificare la chiave di ricerca con cui si è svolta l'attività di ricerca, ma soprattutto la sottoposizione al vincolo.
- Emilia Romagna. "Carceri meno sovraffollate, ma conflitti quotidiani"
- Sardegna. Corsi universitari per il 5,4% dei detenuti, contro la media nazionale dell'1,4%
- Milano. Il direttore di Opera: "Dateci i vaccini, siamo come una Rsa con fragili e anziani"
- Palermo. Carcere Pagliarelli, cinquantotto contagiati: il focolaio è stabile
- Torino. Affollamento e virus tra detenuti: "Difficile evitare il rischio contagio"











