di Dacia Maraini
Corriere della Sera, 2 febbraio 2021
Immaginiamo per un momento che la cronaca ci desse le notizie rovesciate: ogni tre giorni un uomo viene ucciso dalla moglie, accoltellato, sgozzato, bruciato, strangolato, fatto a pezzi, gettato nel cassonetto o in fondo a un burrone. Queste donne, assieme al marito hanno ucciso anche i figli, strangolandoli o sparando loro in testa. Cosa succederebbe?
Roberta Siragusa, torturata, sgozzata e poi bruciata dal fidanzato; Teodora Casasanta, uccisa assieme al figlio di cinque anni dal marito; Tiziana Gentile colpita a coltellate dal compagno; Victoria Osaguie, scannata davanti ai figli di 9, 6 e 2 anni dal coniuge; Rosalia Garofalo ammazzata dal suo uomo che prima l'ha picchiata selvaggiamente.
Queste sono le donne uccise nei primi mesi del nuovo anno. Solo nel 2020 sono state 112 le donne massacrate dai conviventi. La media: due donne alla settimana. Immaginiamo per un momento che la cronaca ci desse le notizie rovesciate: ogni tre giorni un uomo viene ucciso dalla moglie, accoltellato, sgozzato, bruciato, strangolato, fatto a pezzi, gettato nel cassonetto o in fondo a un burrone. Queste donne, assieme al marito hanno ucciso anche i figli, strangolandoli o sparando loro in testa. Cosa succederebbe?
Si leverebbero voci scandalizzate, urla, denunce, grida di "torniamo alla pena di morte"! I giornali si scatenerebbero. Qualcuno certamente teorizzerebbe che le donne sono malvage per natura, nemiche dell'uomo e tendono a distruggerlo. Verrebbero fuori decine di psichiatri a dire che le donne sono incapaci di vincere la gelosia, portate al crimine e oggettivamente pericolose. Esagero? Ma cosa dire di fronte al silenzio drammatico che accompagna le centinaia di femminicidi? Mentre tutti i delitti contro la persona diminuiscono, come dichiarano tutti gli Istituti di statistica, i delitti in famiglia crescono.
Come spiegare questo aumento di violenza se non come una rivolta contro le nuove libertà delle donne? La vita della politica, della sessualità, della famiglia si regola su equilibri di potere decisionale. Ricordiamo che a ogni conquista di diritti corrisponde una perdita di privilegi: in famiglia, sul lavoro, nei rapporti sociali e sessuali. Per certi uomini deboli che identificano la propria virilità col dominio, questa perdita viene considerata un affronto talmente grave da ripescare nel profondo il più arcaico e selvaggio degli istinti: la vendetta. Ma si tratta di una tristissima confessione di impotenza. L'uomo saggio capisce, acconsente e si adatta. A tutti faceva piacere avere degli schiavi in casa. Eppure abbiamo trovato il modo di farne a meno. Bisognerà che gli uomini, avvezzi ai tanti privilegi storici, imparino ad adattarsi. Non ci sono alternative.
di Pierfrancesco Majorino*
Il Manifesto, 2 febbraio 2021
Non si può far altro che dire che sull'immigrazione dobbiamo cambiare tutto. E che quel che si è visto in questi mesi e in questi giorni lungo i tratti più o meno europei di rotta balcanica è qualcosa che domanda un'assunzione di responsabilità collettiva. Affinché venga ribaltato l'ordine delle priorità. Può perfino paradossalmente apparire come una formula autoconsolatoria, una sorta di macabro "mal comune mezzo gaudio", tuttavia è corretto affermare che davvero pochi possono dire di avere la coscienza pulita quando si deve affrontare il tema delle scelte che riguardano il "governo dei flussi".
Il piccolo e arcigno cordone di polizia che ha fermato me, Pietro Bartolo, Brando Benifei, Alessandra Moretti, affinché non raggiungessimo il confine tra la Croazia e la Bosnia, laddove solitamente non passano le delegazioni delle istituzioni ma si avverte il calpestio dei piedi scalzi dei profughi, è il racconto della debolezza delle politiche di questi anni. Il governo croato (in questi giorni impegnato in un'assurda azione di disinformazione operata nei nostri confronti e delle nostre volontà) pratica in modo esplicito la politica dei respingimenti. Nella foresta di Bojna si realizzano aggressioni e interventi che molte voci libere dell'informazione e della galassia dei militanti dei diritti han ben documentato e la polizia sostiene, nei fatti, di non c'entrare nulla.
Non so dove sia la verità, so solo che a quattro europarlamentari non è stata nemmeno data la possibilità di vedere, alla luce del giorno, i luoghi dove il confine può essere superato e che tanti ragazzi con cui siamo poi entrati in contatto hanno raccontato di episodi semplici e ripetuti ("ci rubano tutto, perfino le scarpe, ci picchiano e ci ributtano indietro"). Ma non c'è solo la Croazia e sbaglieremmo a immaginare che il tema sia ascrivibile a singoli comportamenti di alcuni o perfino, come ogni tanto si legge, alla tradizione "dura" di un popolo (composto, è bene scriverlo mille volte, da tantissima gente perbene).
Del resto, dal punto vista delle politiche nazionali, altri fanno pure peggio (basta spostarsi verso l'Ungheria) e molti, poi, rimangono colpevolmente immobili di fronte ad un bisogno nettissimo di compiere scelte diverse. Le file del campo di Lipa, composte da giovani uomini provenienti dal Pakistan, dall'Afghanistan, dal Kurdistan che attendono sotto la neve un po' di cibo dal sistema degli aiuti (realizzato senza una vera strategia nazionale bosniaca), quelle file che tanto sinistramente riportano le lancette in un passato lontano, non nascono nei Balcani.
O meglio non solo dalle parti di Bihac e tra le terre imbiancate dall'inverno. Esse sono il frutto di una poderosa concatenazione di eventi che propone il tema del desiderio e del bisogno di "migrare" in modo ineluttabile. Un contesto che segna questa fase storica e continuerà a farlo nei prossimi anni, pure a prescindere dalle normative nazionali, dalle facce dure di una parte dei politici o dall'ostilità di pezzi di società.
Questa dimensione, data dagli squilibri sul piano dello sviluppo, dalle tensioni geopolitiche, dagli effetti della crisi climatica e dal desiderio irriducibile di molti di cercare pezzi di futuro "altrove" non è accompagnata da scelte adeguate da parte degli Stati (pure dagli Stati membri della Ue, ovviamente) e della comunità internazionale. Attenzione: guai a semplificare e a ridurre l'enorme quantità di problematiche e conflitti che l'intera vicenda migratoria porta con sé. Sinceramente non mi ha mai convinto un pensiero genericamente confidente verso la "bellezza" della società segnata dal pluralismo culturale ed etnico.
Non è (solo) quella "bellezza" che ci permetterà oggi di trasformare le politiche. Serve infatti un lavoro enorme, in particolare in alcune aree geografiche più esposte di altre, fatto dalla cultura dello "stare nel mezzo" e dunque, al contrario della logica della deresponsabilizzazione continua di tutti, costituito da una necessità di gestire, scegliere, assumersi l'onore del sostegno alle comunità locali e dell'accoglienza e dei processi (spesso difficili) di integrazione. Lo penso a maggior ragione osservando la Bosnia Erzegovina, laddove comunità anche piccole, persone, che si sono in anni recenti dimostrate ospitali e accoglienti, oggi, raccontano della fatica causata, innanzitutto, dalla sensazione di solitudine che è destinato spesso a provare chi in qualche modo si occupa di immigrazione.
Per questo il punto è proprio quello di decidere un'"agenda" diversa fatta da azioni immediate, come quelle riguardanti l'apertura dei corridoi umanitari (in Bosnia ma pure sul confine greco o in Libia) ma soprattutto da interventi strutturali condizionati dall'idea che l'Europa non possa continuare a viversi come una "fortezza assediata", nella quale di volta in volta sperimentare, in ragione delle scelte di singoli Stati, misure più o meno nette di chiusura e contenimento. Ecco perché la Bosnia è "questione europea". Come lo è la Libia o come lo è stata Lampedusa.
E ciò significa che serve buttare via il regolamento di Dublino che ha formalmente sancito, come ci ha ricordato in questi giorni il parlamentare europeo Massimiliano Smeriglio (presente sul versante italiano della rotta balcanica) la logica dell'assenza di una responsabilità comune. E per lo stesso motivo, se non vogliamo commuoverci di fronte ai corpi nudi nella neve, per poi dimenticarli nel vuoto delle politiche, serve un nuovo Piano europeo ben diverso da quello recentemente pensato dalla Commissione.
Molti, in questi giorni, si stanno accorgendo della Bosnia, anche in Italia. Occupiamocene, sempre di più, al fianco di chi da anni (dalla Caritas alle Acli a Croce Rossa) è lì sul campo. Ma occupiamocene anche decidendo di concludere il finanziamento alla missione in Libia, di mettere all'indice la vergognosa direzione di Frontex, di realizzare, ad esempio, un grande progetto di "Protezione civile e umanitaria" di livello veramente europeo, capace di buttarsi, per l'appunto, nel mezzo.
* Parlamentare europeo Socialisti e Democratici, fa parte della delegazione in Croazia e Bosnia degli europarlamentari
di Ilaria Cucchi
La Stampa, 2 febbraio 2021
Siamo alle solite. Stiamo scivolando sempre più in basso. Nel baratro di una violenza inutile ed ingiustificata inferta agli inermi, ai deboli, agli ultimi della scala sociale nel nome della sicurezza e del benessere di coloro che ne occupano i gradini più in alto. Di coloro che stanno più su. Violenza ipocritamente intesa come neutralizzazione ma che ha un unico vero nome: sopraffazione. Che sempre più spesso colpisce chi non è in grado di difendersi, di reclamare i propri diritti.
Mentre stavo preparando la cena mi è arrivata una telefonata: "Ila - mi viene subito detto- guarda il Tg! Guarda quel video. Guardalo per favore". Avevo già la tv accesa. Sono rimasta inchiodata lì davanti. Impietrita. Col mestolo in mano ed il fiato sospeso. Una bambina di soli nove anni viene trattata come una delinquente da alcuni poliziotti che la immobilizzano in modo violento. È in crisi psichiatrica - stanno dicendo - e per questo ora le spruzzano lo spray al peperoncino in faccia mentre è già stata caricata sul sedile posteriore dell'auto di servizio.
Osservo la scena mentre quelle parole risuonano nella mia testa. Le solite scuse. Le solite versioni ufficiali che fanno torto alla intelligenza comune. Che annientano la sensibilità delle vittime e di coloro che con esse si identificano mossi da una solidarietà sociale che è sempre più merce rara. Come si può essere così incapaci di vedere ciò che si ha davanti? Una bambina in difficoltà, terribilmente spaventata. Come si fa a non capire che, così agendo, non si fa altro che esasperare la sua crisi di terrore infliggendole una punizione medioevale.
Solo una bambina "afro-americana" per usare un'espressione che sento ipocrita. Succede negli Stati Uniti. Già, ma non ci illudiamo. Questo modo di trattare i cosiddetti pazienti psichiatrici non ci è affatto sconosciuto.
Riccardo Rasman di Trieste, Riccardo Magherini di Firenze, Vincenzo Sapia di Mirto Crosia sono stati resi inoffensivi con gli stessi metodi. Erano tutti e tre in "crisi psichiatrica". Terrorizzati invocavano aiuto prima di morire. Sono morti in questo modo "perché dovevano essere protetti da sè stessi". Lo Stato, in qualunque parte del mondo si trovi, non può essere questo. È possibile che da chi deve proteggerci non sia esigibile un comportamento diverso? Questi non sono incidenti ma appartengono ad una cultura che abbiamo il dovere di ripudiare.
Quella bambina, grazie a Dio, si è salvata ma altri non hanno avuto quella fortuna. Quando impareremo ad amare le persone per ciò che sono? Ad amare la verità per quanto cruda possa essere. Questa si chiama tortura. Imparando ad avere il coraggio di riconoscerla e chiamarla col suo nome forse potremo davvero sconfiggere questa cultura di violenza e sopraffazione.
di Massimiliano Smeriglio
Il Domani, 2 febbraio 2021
Gli eurodeputati Smeriglio, Benifei, Bartolo, Majorino e Moretti sono stati alla frontiera tra Bosnia e Croazia e poi sul confine italo-sloveno per capire meglio cosa sta accadendo sulla rotta balcanica. Adesso, con una specifica iniziativa parlamentare, riporteranno l'esito della missione al parlamento di Bruxelles.
Siamo stati in Bosnia per capire come sia possibile accogliere le persone in transito in condizioni disumane, nonostante le cospicue risorse investite dall'Unione europea. In Croazia per verificare sul campo se corrispondono al vero le tante testimonianze di migranti, anche minori, sulle violenze della polizia. L'atteggiamento arrogante che ha impedito, di fatto, a quattro europarlamentari di muoversi liberamente su territorio europeo è una pessima spia del modo di agire e pensare delle forze dell'ordine di quel paese. E sul nostro confine per comprendere le ragioni di quelli che di fatto si sono configurati come respingimenti illegali.
Parliamo di circa mille persone rimbalzate prima in Slovenia, poi in Croazia e poi ancora di nuovo in Bosnia, come in un gioco sadico in cui si torna sempre al punto di partenza. Lo chiamano the game, un gioco sporco in cui qualcuno ha barato. In gergo burocratico trattasi delle cosiddette riammissioni informali. Peccato siano illegali. Non solo perché violano l'articolo 10 della Costituzione, l'articolo 18 della carta dei diritti fondamentali dell'Ue e la Convenzione di Ginevra del 1951; sono illegali perché lo afferma una sentenza del tribunale di Roma che porta alla luce la condotta del ministero degli Interni che avrebbe applicato norme sbagliate riesumando un accordo bilaterale italo-sloveno del 1996, mai applicato prima, mai ratificato dal parlamento italiano.
L'implementazione di questa pratica avrebbe una data di inizio, maggio 2020, coincidente con una direttiva sembrerebbe a firma del capo di Gabinetto della ministra Luciana Lamorgese, prefetto Piantedosi, che peraltro ha svolto il medesimo incarico anche per l'ex ministro Matteo Salvini. Questo ci hanno raccontato le figure istituzionali incontrate durante la missione. Questa interpretazione delle norme avrebbe determinato l'impossibilità per mille persone di chiedere asilo al nostro paese. Mille persone consegnate di nuovo all'inferno della rotta balcanica, braccate dalla polizia croata, ricacciate nel campo di Lipa.
Dunque è giusto chiedere conto alle autorità bosniache, paese extra Ue, così come alle autorità croate e slovene, che invece sono suolo europeo. È doveroso verificare il funzionamento di Frontex. Ma per essere credibili dobbiamo mettere a fuoco le nostre responsabilità che non dipenderebbero da funzionari di polizia più o meno zelanti, ma da una precisa volontà politica del governo italiano.
Scaricare sull'ultimo anello della catena di comando non è mai una buona pratica. I dipendenti della polizia di stato italiana che operano sulla frontiera lavorano in condizioni di precarietà, con scarsi mezzi e risorse. Inutile tirarli dentro una storia più grande di loro. Casomai dovremmo interrogarci su come presidiare meglio quello snodo della rotta, potenziando accoglienza, mediazione interculturale, assistenza sanitaria, visto che continuiamo a considerare quel confine come interno quando nei fatti ha ancora caratteristiche esterne.
Dopo la sentenza del tribunale di Roma, dopo l'interrogazione parlamentare di Erasmo Palazzotto del 13 gennaio a cui ha risposto direttamente la ministra questa pratica sembrerebbe di fatto sospesa. Una buona notizia. Ora è tempo di ripristinare legalità e buone pratiche di accoglienza e di contrasto alla tratta degli esseri umani. Perché più rendiamo incomprensibili le prassi di accesso o attraversamento del nostro paese, maggiore sarà il potere dei trafficanti di esseri umani.
Per la nostra civiltà giuridica, per lo stato di diritto chi chiede asilo deve essere ascoltato e preso in carico. Tutto il resto riguarda una brutta pagina del modo in cui il nostro governo ha gestito la rotta in questi mesi. Basti ricordare che si tratterebbe complessivamente di circa 3.600 persone, non di milioni. Nessun esodo biblico, solo la gestione ordinaria delle nostre frontiere.
Cerchiamo di restare fedeli ai nostri valori e alle nostre leggi. Senza cedere alla tentazione di esternalizzare a paesi terzi la gestione e il governo dei flussi. Insomma, non può essere la Libia il modello a cui guardare. Non può esserlo per un governo che abbia a cuore la Costituzione repubblicana e la tutela dei diritti umani.
di Anna Lombardi
La Repubblica, 2 febbraio 2021
La misura punta al recupero in comunità al posto del carcere e introduce per la prima volta il concetto di "modica quantità". Chi verrà trovato con sostanze per uso personale, compresa l'eroina, la cocaina e la metanfetamina, potrà pagare una multa di 100 dollari, che sarà ritirata se ci si sottopone a valutazione medica.
Assistenza sanitaria e comunità terapeutiche al posto del carcere, per chiunque verrà trovato in possesso di stupefacenti. L'Oregon è il primo stato d'America a scegliere la via della depenalizzazione completa nei confronti dei consumatori di droga. E non parliamo della marijuana, qui già legale dal 2014 quando lo stato del Nordovest fu il primo ad autorizzarne l'uso medico, approvando, l'anno dopo, anche quello ricreativo. La misura 110 appena ratificata abbandona infatti ogni approccio giustizialista per concentrarsi su un metodo esclusivamente medico.
Da oggi, chiunque verrà trovato in possesso di eroina, cocaina, metanfetamine e ossicodone verrà sanzionato con una multa da 100 dollari e pure sottoposto alla misura cautelare di una citazione in tribunale. Questa, però, verrà ritirata se la persona accetterà di far valutare il proprio stato di salute, pronta a intraprendere un percorso di recupero. "Se vogliamo aiutare i tossicodipendenti a fare scelte diverse, dobbiamo dare loro più opzioni" dice a Usa Today Kassandra Frederique, direttrice di Drug Policy Alliance, no profit che si è battuta fortemente per la nuova legge. "Porre fine al carcere permette a chi vuol cambiare strada di avere opportunità che una fedina penale sporca cancella per sempre".
Una disparità, qui in America, soprattutto razziale: "In tribunale gli afroamericani vengono condannati il doppio dei bianchi, pur se il reato è lo stesso". I numeri nazionali parlano chiaro: l'87 per cento degli arresti per droga sono legati al solo possesso: "Curare costa meno del tenere tutta questa gente in carcere", dice ancora Frederique. Augurandosi che ancora una volta, sul tema narcotici, l'Oregon sia l'apripista dell'intera nazione: "L'approccio punitivo, ormai è dimostrato, non funziona". La legge entra in vigore in un momento particolarmente delicato per lo stato del Nordovest: in un anno di pandemia, il numero di overdosi è schizzato su del 70 per cento. "Dobbiamo basare le nostre politiche sulla scienza e la statistica anziché sul mito dello stigma e sulla punizione". Il programma sarà finanziato attraverso i proventi dalla tassa statale sulla cannabis.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 2 febbraio 2021
In occasione del quarto anniversario della firma del Memorandum d'intesa tra Italia e Libia, Amnesty International ha denunciato che nel paese nordafricano si susseguono arresti arbitrari, torture, rapimenti e violenze ai danni di rifugiati e migranti con la complicità e nel silenzio delle istituzioni italiane.
Nel corso del 2020, 11.265 rifugiati e migranti sono stati intercettati in mare dalla guardia costiera libica e riportati in Libia. Quasi tutti sono stati immediatamente trasferiti nei centri di detenzione ufficiali o in altri luoghi di cattività, dove sono stati trattenuti arbitrariamente e per lunghi periodi di tempo ed esposti al rischio di subire torture e maltrattamenti.
In alcuni casi, documentati da un rapporto pubblicato da Amnesty International nel settembre 2020, persone intercettate in mare e riportate in Libia sono state trasferite in centri semi-clandestini, come la famigerata Fabbrica del tabacco di Tripoli, prima che se ne perdessero completamente le tracce.
Dalla firma del Memorandum, sono oltre 50.000 i rifugiati e i migranti intercettati in mare dalla guardia costiera libica e riportati in Libia. Come più volte ricordato da Amnesty International, in questi quattro anni l'Italia ha fornito la propria assistenza - in particolare mediante motovedette, formazione alla guardia costiera, appoggio alla dichiarazione di una zona di ricerca e soccorso (Sar) libica e coordinamento delle operazioni in mare - senza preoccuparsi minimamente delle conseguenze per le persone riportate in Libia e rinchiuse nei centri di detenzione o scomparse nel nulla.
Pur di ridurre il numero degli approdi irregolari in Italia, le autorità italiane si sono rese complici degli abominevoli crimini di diritto internazionale commessi nei centri di detenzione, che potevano essere ampiamente previsti. Anche quando sono in libertà, i rifugiati e i migranti intrappolati in Libia restano a rischio costante di uccisioni, rapimenti, rapine, violenze e sfruttamento da parte di milizie armate o bande criminali che godono della più completa impunità.
Pur perfettamente conscio della sofferenza causata dall'applicazione del Memorandum, un anno fa il governo italiano lo ha rinnovato per un ulteriore periodo di tre anni. All'epoca del rinnovo, per scansare le critiche, il ministro degli Affari esteri, Luigi Di Maio, si era impegnato a modificare il testo del Memorandum per inserirvi garanzie a tutela dei diritti umani. Tale impegno è stato ampiamente disatteso e le pur minime e del tutto insufficienti migliorie proposte dal governo italiano non sono state neanche accettate dalla controparte libica. Ciononostante, le autorità italiane hanno continuato a prestare la loro assistenza, anche tramite la proroga delle missioni militari in Libia e la donazione di nuove motovedette.
Nel frattempo, la situazione per i rifugiati e i migranti intrappolati in Libia rimane catastrofica, persino aggravata dalle limitazioni alla libertà di movimento ed alle attività economiche imposte per far fronte alla pandemia da Covid-19. Queste hanno avuto un grave impatto su migliaia di rifugiati e migranti, la maggior parte dei quali dipende da lavori a giornata anche per poter acquistare cibo.
Oggi, dunque, Amnesty International ha sollecitato le autorità italiane a impegnarsi concretamente per porre rimedio ai crimini subiti dai rifugiati e dai migranti in Libia: interrompendo forme di cooperazione che intrappolano persone in luoghi dove sono a rischio di torture e violenze; condizionando il proprio sostegno all'approvazione da parte libica di misure a garanzia dei rifugiati e migranti; e concentrandosi sull'apertura di canali sicuri e regolari che consentano ai cittadini stranieri intrappolati in Libia, in primis rifugiati e richiedenti asilo, di viaggiare in sicurezza verso l'Europa.
di Guido Santevecchi
Corriere della Sera, 2 febbraio 2021
Da icona della libertà, a leader politica anche discussa e criticata, il ritratto della Premio Nobel che ora non serve più ai generali. Il tempo ha fatto un salto indietro a Myanmar. Aung San Suu Kyi è tornata prigioniera dei militari, come lo fu per quindici anni, fino al 2010 quando finalmente i generali fecero un passo indietro, non per decenza ma per convenienza. I golpisti decisero di condividere il potere dopo che le loro giunte avevano fatto sprofondare il Paese nel sottosviluppo e nell'isolamento. Aprirono i cancelli della villa dove la signora era stata confinata dal 1989 e le permisero di parlare a una popolazione che già la adorava, in quanto figlia di Aung San, l'eroe dell'indipendenza nazionale raggiunta nel 1948. Forse, la sintesi migliore della sua vita, è in una frase della motivazione per il Nobel per la pace che le fu assegnato nel 1991: "Un esempio del potere di chi non ha potere". Guardando al suo viaggio tragico e tormentato, quel giudizio resta valido anche ora che l'icona (scolorita) della libertà ha 75 anni.
Il padre è considerato l'eroe dell'indipendenza della Birmania. Fu assassinato nel 1948, quando ancora non aveva potuto esercitare il potere. La madre è stata ambasciatrice in India negli Anni 60, quando il Paese era già retto da una dittatura militare, nominalmente socialista. Aung San Suu Kyi ha potuto avere una formazione cosmopolita: una prima laurea a New Delhi, la seconda a Oxford, poi un periodo di lavoro al Palazzo di Vetro dell'Onu; di nuovo in Inghilterra dove sposò un professore universitario britannico dal quale ha avuto due figli. Una vita privilegiata, lontana dalla politica e dai giochi di potere. Fino a quando nel 1988 tornò in patria per assistere la madre in fin di vita. Proprio in quei mesi la Birmania chiusa e dimenticata dal mondo fu scossa da una ribellione popolare contro la giunta che con incompetenza e corruzione aveva rovinato il Paese. L'esercito aprì il fuoco facendo una strage. E quella donna esile ed elegante decise di esporsi: "Non posso restare indifferente".
Ispirata da Martin Luther King dal Mahatma Gandhi, organizzò un movimento per la democrazia. Lanciò appelli non alla rivolta, ma alla pacificazione, chiese alla gente di rispettare l'ordine e ai generali di riconquistare la fiducia. Non si scagliò mai apertamente contro l'esercito, perché ricordava con orgoglio che era stato fondato dal padre.
I generali non ascoltarono la voce del dialogo e Aung San Suu Kyi nel 1989 fu arrestata. Nel 1991 le fu assegnato il Nobel che non potè andare a ritirare; nel 1999 non accettò la via d'uscita offertale dal regime: il marito era malato di cancro, sul letto di morte a Londra e lei avrebbe potuto essere liberata per andarlo a vedere per l'ultima volta. Un espediente per chiuderla fuori dalla patria, appena ribattezzata ufficialmente Myanmar. Per altri dieci anni lei sopportò con inflessibilità e grazia la condizione di prigioniera politica.
Liberandola, per dare una patina di nobiltà alla loro ritirata tattica, i generali le hanno permesso di guidare la Lega nazionale per la democrazia alla vittoria elettorale nel 2015; ma le hanno negato la possibilità di diventare presidentessa, con la scusa che aveva sposato un inglese e i suoi figli hanno mantenuto la cittadinanza britannica. Suu Kyi da allora è rimasta Consigliera di Stato, una sorta di governatrice ombra.
Il colpo di genio dei generali è stato di trasformare l'icona della democrazia in donna politica, costretta a fare i conti con il potere reale. E facendo questi conti, la Consigliera di Stato ha rifiutato di spendere anche una sola parola di solidarietà per i musulmani Rohingya braccati dall'esercito, massacrati, costretti a fuggire all'estero a centinaia di migliaia tra il 2017 e il 2018. Inseguendo la stabilità politica si è prestata a difendere la pulizia etnica davanti alla Corte internazionale dell'Aia. Ha cavalcato il sentimento nazionalista prevalente forse per prendere tempo, per consolidare la situazione ambigua.
Mentre nel mondo si sono levate voci che invocavano la revoca del Nobel, i sondaggi di opinione la danno sempre popolarissima tra la maggioranza buddista di Myanmar. Un calcolo, un azzardo non all'altezza di una combattente pacifista che era stata premiata per aver esercitato il "potere di chi non ha potere". Ha coperto i crimini contro i Rohingya, ma quando ha trionfato di nuovo nelle elezioni dello scorso novembre, i generali hanno deciso di riportare indietro il tempo. Non hanno più bisogno di una Premio Nobel per dare credibilità internazionale al loro potere nascosto.
di Pietro Del Re
La Repubblica, 2 febbraio 2021
Uccisi a sangue freddo tre veterani del Tigray peoplès liberation front. Secondo fonti locali, le truppe di Addis Abeba usano la fame come arma di guerra. Già si contano 4,5 milioni di persone che soffrono per carenze alimentari e 2,5 milioni di spostati interni.
Basterebbe il triste destino di Asmelash Woldeselassie, accanitosi sul suo proprio corpo, per illustrare la brutalità dei conflitti che ciclicamente insanguinano le montagne del Tigrai etiopico. A cominciare dal 1975, quando Asmelash rimase accecato dallo scoppio di un ordigno durante un bombardamento del regime di Addis Abeba contro il nascondiglio delle Tigray Peoplès Liberation Front (Tplf), le milizie tigrine a cui l'uomo si era appena unito. Le stesse con cui nel 1991 marciò verso Addis Abeba per rovesciare la dittatura del feroce Mengistu Haile Mariam. Nel 1998, quando scoppiò la guerra con l'Eritrea, Asmelash perse un braccio in un raid aereo contro Macallè, capitale del Tigrai. E poche settimane fa, nuovamente costretto a nascondersi in montagna assieme agli uomini del Tplf, Asmelash è stato ucciso dall'esercito federale assieme ad altri veterani, tra i quali l'ex ministro degli Esteri, Seyoum Mesfin, e l'ex ministro degli Affari federali, Abay Tsehaye.
Ora, a ordinare la vasta offensiva militare in cui hanno perso la vita Asmelash e i suoi compagni di lotta, è stato il premier etiope Abiy Ahmed, membro della coalizione di governo a guida Tplf fino alla sua elezione nel 2018. Adesso, invece, Ahmed considera le milizie tigrine come il suo peggior nemico nel controllo di una regione di strategica importanza, perché confinante con il Sudan e l'Eritrea, e perché sbocco commerciale verso il Mar Rosso.
Anche il presidente eritreo Isaias Afwerki ha recentemente inviato truppe nel Tigrai, per dar manforte al suo nuovo alleato etiope, Abiy Ahmed, con il quale ha firmato la pace nel 2018, ma soprattutto per scovare e rimpatriare gli storici oppositori del suo regime tra le decine di migliaia di eritrei fuggiti negli anni. Tanto che sia il governo etiope sia quello eritreo negano l'ingresso dei soldati di Asmara nel Tigrai, mentre tutti gli altri lo confermano. Fatto sta che, nonostante la caduta di Macallè il 28 novembre scorso, e la vittoria annunciata dal premier Abiy, il Tplf ancora conta 250 mila uomini decisi a non a deporre le armi.
Sono ancora sconosciute le cause della morte di Asmelah, Seyoum e Abay, tutti e tre sessantenni. Secondo alcune testimonianze sarebbero stati assassinati a sangue freddo, secondo altre, provenienti dall'esercito etiope, i veterani tigrini sarebbero stati uccisi in una grotta dopo essersi rifiutati di arrendersi. La notizia delle loro morte è giunta assieme a quella della cattura di altri esponenti di spicco del Tplf, tra cui Sebhat Nega, mostrato alle telecamere in manette, con la barba lunga e stretto tra due soldati, come un brigante d'altri tempi. Il che non ha fatto che aumentare il patriottismo tigrino, con la popolazione locale che ha già reso martiri sia Asmelash ("hanno sparato contro un cieco") sia Sebath ("hanno messo in catene il nostro eroe").
È vero, pesantemente bombardato dai caccia e dai droni da combattimento, e attaccato via terra dall'esercito federale etiope e da quello eritreo, negli ultimi tre mesi il Tplf ha perso uomini e posizioni. Ma non alzerà la bandiera bianca. È tornato a nascondersi nelle campagne, nelle montagne e le colline del Tigrai da dove si appresta a lanciare una guerra d'usura, con attacchi mirati, kamikaze e imboscate nelle città appena perdute. Intanto, il governo centrale starebbe usando la carestia come arma di guerra contro alcuni villaggi che offrirebbero riparo ai patrioti tigrini. Tra i profughi scappati in Sudan c'è chi racconta che i lealisti danno fuoco ai raccolti, impedendo l'ingresso di altre forme di cibo e di aiuti internazionali nella regione. Secondo una fonte locale, c'è già chi muore di fame, in una crisi umanitaria che non ha precedenti nella storia del Tigray, con 4,5 milioni di persone (75% del totale) che soffrono per carenza di cibo, e con 2,5 milioni di spostati interni.
di Daniele Mastrogiacomo
La Repubblica, 2 febbraio 2021
Dagli accordi di pace del 2016, ne sono già morti 253 di ex guerriglieri. Molti avevano chiesto protezione allo Stato. Non si conoscono i responsabili. L'ultima vittima si chiamava José Alexander Quiñones, aveva 27 anni, 8 trascorsi nella guerriglia. Lo hanno sorpreso tre giorni fa in una strada di Tumaco, nel sud della Colombia. Quattro colpi di pistola mentre rincasava.
È rimasto sull'asfalto e solo dopo un paio d'ore hanno raccolto il corpo. Fa parte di una lista che cresce e preoccupa i 13 mila ex soldati delle Farc-Ep (Fuerzas Armadas Revólucionaria de Colombia- Ejército Popular) che hanno aderito all'accordo di pace del settembre del 2016. Da quel momento ne hanno assassinati 253, secondo il Consiglio Nazionale per il Reinserimento. Cinque solo in questo primo mese del 2021. "Ci stanno ammazzando", dice al Pais che racconta questa allarmante mattanza Antonio Pardo, anche lui ex militante dell'organizzazione e oggi alla guida di un gruppo di fuoriusciti che si dedica a coltivare caffè dove prima si coltivavano foglie di coca.
Vive nel Cauca, Dipartimento difficile del nord-ovest, al centro del corridoio usato dalle gang e dai narcos per trasferire droga e armi verso Panama, il Guatemala, il Messico e poi gli Usa. È qui che si conta il numero più alto di vittime: 42. "Ci sentiamo nel mirino", spiega Pardo. "Non è stato facile reinserirsi nella vita civile. Dopo la guerra la stessa società non sapeva come accoglierci. È stata, e continua ad essere, una strada difficile. Con le Farc si camminava tutto il tempo. Anche settimane. Ci spostavamo di continuo. Ma almeno eravamo insieme, con le armi. Potevamo difenderci. Adesso siamo soli e ci tocca guardarci sempre alle spalle".
Altri ex combattenti ammettono che molti tra loro si sono inseriti e oggi vivono un'esistenza abbastanza serena. Si sono sposati, hanno dei figli, un lavoro, progetti, sogni. Ma molti altri che conoscevano e con cui hanno diviso una guerra che ha diviso e insanguinato la Colombia sono invece spariti. Sequestrati, fatti fuori, scomparsi e mai più ritrovati. Qualcuno non ha retto e, deluso, senza modo di guadagnarsi da vivere, è tornato nella giungla e si è unito alle gang che dominano i territori un tempo controllati dalle Farc.
Sono proprio le narcoguerriglie o Cartelli organizzati, come il Clan del Golfo, ad occupare regioni strategiche per i traffici di ogni genere: dalle armi, alle estorsioni, al pizzo per garantire sicurezza e protezione agli abitanti, alla droga da portare verso Nord, agli esseri umani, alle miniere d'oro clandestine. Mario Morales, ex comandante che dopo aver consegnate le armi lavorava con alcune altre vittime nelle zone rurali, lo hanno assassinato ad agosto scorso. A Wilson Saavedra lo falciarono mentre si recava in moto a comprare una torta per il compleanno di uno dei suoi due figli.
Tra il 1 e il 24 gennaio, ogni cinque giorni, un ex guerrigliero è stato ucciso, secondo il Tribunale Speciale per la Pace (Jep), istituzione giuridica creata con gli accordi di Cuba. In un recente rapporto si sofferma sull'inizio violento di questo 2021: 14 scontri tra gruppi criminali e forze di sicurezza, 13 minacce di morte a leader sociali, sei stragi, cinque omicidi di ex combattenti della guerriglia, 14 tra leader sociali, sette confronti armati tra gruppi criminali.
Le Nazioni Unite, che vigilano sull'applicazione dell'accordo di pace, confermano che 25 ex combattenti delle Farc assassinati avevano chiesto ufficialmente protezione allo Stato. Ci sono mille richieste in sospeso in tutta la Colombia. Ma Pastor Alape, negoziatore a L'Avana, ha denunciato che c'è stata una riduzione dei sistemi di protezione. Giovedì scorso ha dovuto raggiungere il nord del Paese pesantemente scortato da poliziotti e soldati. Durante il viaggio gli è giunta la notizia che era stato rinviato a giudizio con altri 7 dirigenti delle vecchie Farc per concorso nel sequestro di 21 mila ostaggi.
"Il clima è diventato pesante", dice, "sono in molti a remare contro la pace". Dietro questa strage silenziosa ci sono mani diverse. Vecchi gruppi paramilitari mai dissolti, trafficanti, criminali, a volte forze di sicurezza e spesso le frange dissidenti della guerriglia, gente delle Farc che ha ripreso le armi e più che al vecchio conflitto si tuffano nel mondo dell'illegalità. Hanno sempre fatto quello e quello continuano a fare. Vendette, segnali da dare a chi ha mollato la lotta armata. Per loro la pace è un ostacolo non una conquista.
di Marco Santopadre
Il Manifesto, 2 febbraio 2021
Il rapper catalano Pablo Hasél condannato a 9 mesi di carcere per i suoi brani contro la Monarchia. Secondo la Corte Suprema di Madrid incitano alla violenza. "Non serve concordare con ciò che canto per riconoscere la madornale violazione della libertà d'espressione". L'affermazione di Pablo Rivadulla Duró, in arte Pablo Hasél, riassume una vicenda che ha implicazioni assai più vaste del caso specifico.
La corte suprema di Madrid ha confermato infatti la condanna inflitta nel 2018 dall'Audiencia Nacional al rapper catalano per "apologia del terrorismo" e "ingiurie alla Corona e alle istituzioni statali" a causa dei suoi versi e dei suoi post sui social. L'entità iniziale della pena, due anni, è stata ribassata a nove mesi, che però Hasél dovrà scontare perché già nel 2014 il 32enne è stato condannato a due anni - e la pena sospesa - dopo un arresto nel 2011 sulla base di accuse simili.
La giustizia spagnola non perdona al cantante, comunista e indipendentista, le sue aspre accuse nei confronti della famiglia reale, del Partito Popolare, dell'esercito, e ancora meno i suoi riferimenti ad organizzazioni armate come i Grapo o l'Eta basca (entrambe sciolte) o ancora i suoi appelli alla liberazione dei detenuti politici.
Lo scorso 27 gennaio l'amministrazione penitenziaria ha intimato all'artista di consegnarsi entro dieci giorni per scontare la pena; se non lo farà - e Hasél ha chiarito che non è sua intenzione - verrà arrestato. Nel motivare la sentenza, il giudice ha esplicitamente affermato che Hasél è "recidivo" e "molto conosciuto, e quindi il suo messaggio può effettivamente incitare alla mobilitazione di piazza". Insomma, il rapper è pericoloso perché l'invito alla ribellione, viaggiando attraverso le note, si rivela più pervasivo.
Di fronte ai suoi testi durissimi, estremi, a volte truculenti, in molti affermano che la libertà di espressione va garantita ma anche regolata all'interno di certi limiti. Un discorso che ha un qualche fondamento se non fosse che, sul fronte opposto, gli appelli al linciaggio di esponenti della sinistra o dei movimenti indipendentisti, o le continue minacce di golpe provenienti da esponenti dell'estrema destra o da militari, non suscitino l'attività censoria dell'Audiencia Nacional. E se non fosse per il sistematico accanimento degli organismi giudiziari nei confronti di artisti di vario tipo che negli ultimi anni hanno subito censure e condanne che rendono la Spagna uno tra i paesi più allergici alla libertà d'espressione tra quelli democratici.
Nel mirino della magistratura spagnola è finito, tra gli altri, César Strawberry, il cantante della nota band Def con Dos condannato per alcune battute via social sul terrorismo e le malefatte del re; e poi ancora i membri della band hip hop La Insurgencia, anche loro condannati a due anni per apologia. Nel 2016 erano finiti in cella addirittura due marionettisti di Madrid perché, nel corso di uno spettacolo, avevano esposto sulla scena uno striscione che, secondo l'accusa, incitava alla violenza. Ma se ora dovesse effettivamente entrare in carcere per scontare la pena, Hasél sarebbe l'unico artista finito in galera in tutta l'Unione Europea a causa della sua attività artistica, per quanto politicamente connotata.
Per evitare una sorte simile un altro rapper, Valtonyc (al secolo Josep Miquel Arenas, di Maiorca), ha trovato rifugio a Bruxelles. Su di lui pende una condanna a ben tre anni e mezzo inflittagli ancora dall'Audiencia Nacional. In una lunga intervista ospitata da TV3, il principale canale pubblico catalano, Hasél ha spiegato che, pur avendo ricevuto delle offerte in vari paesi, non andrà in esilio e non chiederà l'indulto. Il suo arresto, afferma, rivelerà l'assenza di separazione dei poteri e inciterà a una mobilitazione di solidarietà che effettivamente è già iniziata.
Nei giorni scorsi, qualche migliaio di persone hanno manifestato in diverse città catalane e altre iniziative sono previste nel fine settimana in tutto il Regno. Intanto Podemos è tornata a chiedere la cancellazione della Ley Mordaza, la legge bavaglio approvata nel 2015 dal popolare Rajoy; la deroga era stata promessa dal premier socialista Sánchez, ma il capitolo sulla repressione del "dissenso digitale" è stato addirittura inasprito.
La vicenda rivela, una volta ancora, quanto la magistratura - insieme all'esercito e alla monarchia - sia uscita relativamente indenne dalla transizione dal franchismo alla democrazia: gli alti gradi della magistratura costituiscono un influente strumento di condizionamento per le correnti più conservatrici, se non reazionarie e nostalgiche.
Eclatante il caso dell'Audiencia Nacional, il tribunale antiterrorismo nato dalle "ceneri" del Tribunal de Orden Público incaricato di perseguire gli oppositori al regime. Dopo la morte del Caudillo, una parte dei giudici franchisti passarono alla nuova istituzione, ospitata nello stesso lugubre edificio di Madrid.
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