di Alessandro Parrotta
Il Dubbio, 31 gennaio 2021
Se vogliamo che la tutela dei diritti avvenga nel rispetto della Carta non c'è altro modo che investire nella giurisdizione: lo ha detto la presidente del Cnf Maria Masi all'inaugurazione dell'anno giudiziario. L'auspicio è che la politica la ascolti. Le parole della presidente del Consiglio nazionale forense Maria Masi intervengono in un periodo delicato per il sistema giustizia, tutt'ora sottoposto a pressioni costanti, a causa dell'emergenza sanitaria.
Il Gazzettino, 31 gennaio 2021
È possibile prevedere l'esito di un giudizio? L'intelligenza artificiale ci può venire in aiuto in questi casi? Conoscere in anticipo la probabile risoluzione di una controversia, è immaginabile? La risposta è sì ed in questo ambito l'Università Ca' Foscari con il suo Centro di studi giuridici sta lavorando, primo ateneo in Italia, ad esplorare il tema della giurisprudenza predittiva. Il progetto, fortemente voluto dalla Corte d'appello di Venezia in collaborazione con l'ateneo veneziano, ha visto protagoniste le cattedre di diritto del lavoro e di diritto commerciale del dipartimento di Economia.
Per questo progetto sono state raccolte, massimate e commentate centinaia di sentenze della Corte d'appello e di tutti i tribunali del Veneto, per gli anni 2018 e 2019, per costruire una banca dati ragionata a disposizione di tutti gli operatori (magistrati, avvocati, consulenti del lavoro, imprese ecc). Ora il progetto fa un salto di qualità.
Grazie alla collaborazione con il dipartimento di intelligenza artificiale di Deloitte, si sta realizzando un programma che consente, tramite l'impiego di alcune parole chiave, di predire l'esito di un giudizio. Questa capacità predittiva del sistema, senza eliminare del tutto l'incertezza tipica di ogni processo, consentirebbe di orientare gli attori nella scelta della migliore strategia in vista di un'azione in giudizio, contribuendo anche a ridurre il contenzioso.
Per illustrare il progetto domani ci sarà un evento su piattaforma digitale tra le 15 e le 16.30 alla presenza delle massime autorità tra le istituzioni e le associazioni di categoria. Martedì alle 16.30 nuovo incontro sul web dedicato questa volta al rischio di infiltrazioni criminali nel tessuto imprenditoriale Veneto durante la pandemia.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 31 gennaio 2021
Intervista al penalista Tullio Padovani, già professore ordinario di Diritto penale alla Scuola superiore Sant'Anna di Pisa: "La politica giudiziaria non la fa il Parlamento, la fa qualcun altro contro il Parlamento stesso".
Tullio Padovani, avvocato penalista, già professore ordinario di Diritto penale alla Scuola superiore Sant'Anna di Pisa è tra i pochissimi accademici del suo campo ad essere stato invitato a far parte della Accademia Nazionale dei Lincei. Per dare seguito alle nostre pubblicazioni di testi di Giovanni Falcone, lo abbiamo sentito per commentare quello sulla separazione delle carriere sul quale è perentorio: "non è un problema tecnico, ma uno dei massimi problemi politici, forse ' il' problema politico di questo Paese", e subito dopo aggiunge che "se il potere dell'accusa non comporta responsabilità tutti lo temono, sono tutti terrorizzati dai pm. Il pm si presenta come un'ombra nefasta in qualunque contesto".
Professore, su questo giornale abbiamo riproposto alcuni scritti di Giovanni Falcone a favore della separazione delle carriere: il compianto giudice palermitano viene citato sempre, spesso in modo strumentale, tranne che su questo tema. Lei che ne pensa?
Ha perfettamente ragione dottoressa. Iniziamo col dire che Falcone non si è occupato del problema una volta per caso: è stato un tema ricorrente nella sua riflessione. In uno scritto antecedente a quello pubblicato sul vostro giornale, ho potuto constatare come Falcone si ponesse da tempo certi interrogativi e cito testualmente: "Ci si domanda come è possibile che in un regime liberaldemocratico (...) non vi sia ancora una politica giudiziaria e tutto sia riservato alle decisioni, assolutamente irresponsabili, dei vari uffici di procura e spesso dei singoli sostituti. Mi sembra giunto il momento di razionalizzare e coordinare l'attività del pm, finora reso praticamente irresponsabile da una visione feticistica della obbligatorietà dell'azione penale e dalla mancanza di efficaci controlli della sua attività". Il punto nodale è proprio questo: quando si discute di separazione delle carriere non si può prescindere dal tema dell'obbligatorietà dell'azione penale. Quindi prima di tutto dobbiamo chiederci una cosa.
Quale, professore?
Considerato che l'accusare e il giudicare sono due terreni completamente distinti, perché si vuole difendere l'unicità delle carriere? Guardiamo cosa dicono le fonti: il giudice risolve dei conflitti applicando la legge, ed è vincolato solo ad essa, in base all'articolo 101 della Costituzione (' I giudici sono soggetti soltanto alla leggè). E il pm? L'azione del pubblico ministero ha il suo riferimento nell'articolo 112 della Carta Costituzionale (' Il pubblico ministero ha l'obbligo di esercitare l'azione penalè): secondo i pm, quindi, anche la loro attività sarebbe interamente giustificata dalla legge così come per i giudici. Ecco perché sostengono l'unicità delle carriere. Tutto ciò è semplicemente falso sia in fatto che in diritto.
Ci spieghi meglio, professore...
In fatto: è impossibile perseguire tutti i reati. In Francia, quando nel 1977 si pose il problema di una riorganizzazione giudiziaria sul tavolo c'era anche il tema dell'obbligatorietà dell'azione penale che non era mai stata introdotta; i francesi si resero conto subito che sarebbe stata una assurdità. Inoltre è pericoloso ammettere che un pm debba perseguire tutti i reati: a tal proposito vale la pena ricordare quanto scrisse il giudice della Corte Suprema Robert H. Jackson nel 1940. All'epoca Jackson ricopriva la carica di Attorney General degli Stati Uniti: "L'applicazione del diritto non è automatica. Non è cieca. Una delle maggiori difficoltà della posizione del pubblico ministero è che egli deve scegliere i casi, perché nessun pubblico ministero potrà mai indagare tutti i casi di cui riceve notizia ... Se il pubblico ministero è obbligato a scegliere i casi, ne consegue che può anche scegliersi l'imputato. Qui sta il potere più pericoloso del pubblico ministero: che egli scelga le persone da colpire, piuttosto che i reati da perseguire. Con i codici gremiti di reati, il pubblico ministero ha buone possibilità di individuare almeno una violazione di qualche legge a carico praticamente di chiunque. Non si tratta tanto di scoprire che un reato è stato commesso e di cercare poi colui che l'ha commesso, si tratta piuttosto di individuare una persona e poi di cercare nei codici, o di mettere gli investigatori al lavoro, per scoprire qualcosa a suo carico". Queste parole sembrano scritte pochi minuti fa perché è sempre stato così.
E invece in diritto?
Se parliamo di esercizio dell'azione penale, l'inizio dell'azione penale è un fenomeno giuridico che è disciplinato dalla legge nell'articolo 405 del codice di rito e questo articolo è collocato all'interno del Titolo VIII che è dedicato alla chiusura delle indagini preliminari, alla fine delle quali il pm sceglie se dare inizio all'azione penale oppure chiedere l'archiviazione.
Cosa ne deduciamo?
Che le indagini preliminari non sono coperte dal dovere che si pretende di ritrovare nell'articolo 112 della Costituzione. L'obbligatorietà dell'azione penale non si riferisce espressamente alle indagini preliminari. Pertanto quando il pubblico ministero, dinanzi alle perplessità che sorgono rispetto ai suoi atti di indagine, replica sostenendo che si tratta di atti dovuti, imposti dall'art. 112, afferma qualcosa di inesatto. In sostanza si tratta di un pretesto, tanto poi il conto di indagini lunghe e costose lo paga lo Stato e casomai il cittadino che dopo anni viene prosciolto.
Siamo dinanzi ad un potere smisurato?
Il potere dell'accusa è un potere terribile e per di più è discrezionale e arbitrario. E, appellandosi all'obbligo costituzionale, nessuno è chiamato a rispondere delle proprie scelte. Addirittura l'articolo 1 della Costituzione (' L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzionè) alla luce di quello che ci siamo detti fino ad ora va riletto così: L'Italia è una Repubblica giudiziaria, fondata sull'esercizio dell'azione penale. La sovranità appartiene ai pubblici ministeri, che la esercitano in modo discrezionale.
È una constatazione molto forte...
Ma è così. Se il potere dell'accusa non comporta responsabilità tutti lo temono, sono tutti terrorizzati dai pm. Il pm si presenta come un'ombra nefasta: il terrore pervade chiunque abbia a temere una iniziativa del pubblico ministero.
Ed è questo terrore che non permetterà mai che si discuta di separazione delle carriere in Parlamento, come chiede l'Unione delle Camere Penali Italiane?
La politica giudiziaria in Italia non la fa il Parlamento, la fa qualcun altro anche contro il Parlamento stesso.
L'obiezione che muovono tutti è che il pm andrebbe sotto il controllo dell'esecutivo...
Questo tema lo aveva affrontato già Falcone, proprio nel testo da voi riproposto sulla separazione delle carriere: "Su questa direttrice bisogna muoversi, accantonando lo spauracchio della dipendenza del pubblico ministero dall'esecutivo e della discrezionalità dell'azione penale, che viene puntualmente sbandierato tutte le volte in cui si parla di differenziazione delle carriere". Il problema non è dunque questo, perché comunque si trovano le garanzie necessarie al fine di assicurare l'indipendenza non dei singoli pm ma del potere d'accusa, di cui però bisogna rendere conto. Esso deve essere un potere trasparente: come la democrazia muore nel buio, così se il potere di accusa non è trasparentemente esercitato e responsabilizzato allora siamo alla fine della democrazia. La separazione delle carriere non è un problema tecnico, ma uno dei massimi problemi politici, forse ' il' problema politico di questo Paese.
Cosa ne pensa delle dichiarazioni del Procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri?
Sono rimasto sconvolto da quelle dichiarazioni. Ma le voglio raccontare un episodio: tantissimi anni fa mi trovavo in una Corte di Appello siciliana: avevo l'impressione che il Procuratore Generale si stesse comportando come il padrone di casa, avevo avvertito particolari toni e modi di rivolgersi alla Corte che mi erano sembrati fuori dalle righe. E contemporaneamente avevo notato un atteggiamento molto ossequiente e remissivo dei giudici. Mi rivolsi al collega del posto e lui mi rispose: "la tua impressione è giusta. Li vedi quei signori della Corte? Ciascuno di loro ha un pentito in Procura che dice cose generiche, potrebbe però arrivare un secondo pentito che dice cose specifiche".
di Piero Calabrò* e Biagio Riccio**
Il Dubbio, 31 gennaio 2021
Contro l'assoluzione, pronunciata dalla Corte d'assise di Brescia, dell'ottantenne che ha ucciso la moglie, si sono levate prevedibili grida di scandalo. Ma la Giustizia deve saper resistere, e affrontare "la notte buia dell'ignoranza" evocata da Manzoni ne "La colonna infame".
Hanno suscitato un acceso dibattito le motivazioni della sentenza (n. 2/2020) depositate in data 21.12.2020 sul caso Gozzini, signore ottantenne che ha ucciso la propria moglie, Cristina Maioli. Il processo si è tenuto alla Corte di Assise di Brescia e l'imputato, nonostante l'efferato crimine dispiegatosi in modo crudele e atroce, è stato assolto, perché l'omicidio, secondo l'organo giudicante, è stato compiuto in totale infermità di mente, derivante da delirio di gelosia.
Sia sulla stampa che attraverso i social, il caso giudiziario è stato interpretato in modo strumentale e si è impropriamente ritenuto che fossimo al cospetto di un uxoricidio o di un femminicidio. Il ministro della Giustizia Bonafede, senza neppur leggere le motivazioni della decisione e senza alcuna seria informazione sulle carte processuali, ha minacciato l'invio di ispettori, così supinamente cavalcando l'onda della demagogia volta ad assecondare le grida di quella moltitudine che, invece della verità, vuole un colpevole a tutti i costi, per il solo fatto che l'omicidio ha avuto come vittima una donna.
Le motivazioni del verdetto sono, invero, di una chiarezza cristallina e si snodano su un'intelaiatura caratterizzata da un percorso argomentativo privo di faglie, dipanato in una ragionata sistemazione degli elementi che fanno emergere la civiltà giuridica del provvedimento, senza dare eccessivo peso all'aspetto squisitamente psichiatrico del processo. Ecco perché il suo estensore, il presidente Roberto Spanò, ha perseguito, riuscendovi, l'intento di suffragare e motivare -attraverso le confluenti consulenze tecniche del pubblico ministero e della difesa dell'imputato- la deliberazione di assoluzione adottata dalla Corte che, è bene rammentarlo, è composta in prevalenza da giurati laici.
Ebbene, proprio il consulente tecnico di parte della pubblica accusa ha messo in evidenza che Antonio Gozzini è stato ossessionato, pervaso dal "lato oscuro" (come lo definisce Andreoli) del delirio di gelosia, che ha generato l'assoluta mancanza della capacità di intendere e di volere, al momento in cui è stato compiuto l'atroce crimine. Siamo alla totale parificazione tra ciò che è stato prefigurato e nutrito idealmente, con quello che realmente è accaduto, con una perfetta corrispondenza tra l'ideale e il reale, senza cesura, senza taglio, con una simmetrica sovrapposizione di piani tra loro identici.
Perde ogni valore l'aspetto volitivo, non vi è conflitto tra apparenza e realtà, tra il detto e il non detto, tra il rivelato e il sottaciuto, tra l'esplicito e il rimosso. Si espande sino al totale annichilimento delle facoltà di intendere e di volere il mostro della gelosia, presente nei recessi dell'animo dell'omicida e invece creato dal nulla e, soprattutto, sul nulla. Si attua disperatamente il dramma della follia che porta all'impazzimento di shakespeariana memoria, come è avvenuto con Otello. "Guardatevi dalla gelosia, il mostro dagli occhi verdi che irride il cibo di cui si nutre".
Ma, mentre nel dramma di Otello la pulsione si esprime nel progetto predisposto da Iago a causa della perdita di un fazzoletto che Desdemona giammai avrebbe dovuto smarrire e che, addirittura, si ritrova nelle mani del presunto amante Cassio, nella fattispecie del Gozzini non vi è alcunché, perché la mente è piatta e, nel contempo, vuota e si insidia, penetra in essa il demone della gelosia, per un motivo che non rinviene alcun fondamento. "Non sono mai gelosi per un motivo, ma gelosi perché sono gelosi. È un mostro concepito e generato da se stesso".
Non c'è nemmeno una dinamica patologica nell'omicidio, la finalità si concreta nel fatto stesso dell'organizzazione dell'azione delittuosa, senza un disegno precostituito. La modalità, infatti, si accentua proprio nell'aver soppresso, mentre dormiva, la moglie e, per colorarne il tradimento anche con la sua mortificazione fisica, le azioni più cruente sono state perpetrate attorno all'inguine della vittima. È un omicidio senza alcun movente, senza circostanze e situazioni dalle quali potesse tralucere una preparazione.
Ecco perché non si può parlare di uxoricidio, né di femminicidio. Nella sentenza (pag. 21) è ben scritto che il primo "contrassegna la mera uccisione di una donna (moglie: ndr), mentre il secondo, avente contenuto criminologico, si riferisce all'uccisione di una donna in quanto tale, per motivi legati al genere, e ciò, a causa di situazioni di patologie relazionali, dovute a matrici ideologiche, misogine e sessiste, e ad arretratezze culturali di stampo patriarcale".
La sentenza è ben motivata, incentrata su una confessione dell'imputato che ha descritto tutta la dinamica del fatto, con una lucidità impressionante (quando prende i coltelli procurati anzitempo dalla cucina, quando inferisce numerosi colpi con forza inaudita all'inguine, mentre la vittima dorme, il fatto stesso di voler dopo suicidarsi, senza che però ciò sia avvenuto, il dormire tranquillamente e al risveglio chiamare la domestica per raccontare l'efferatezza del proprio gesto). Da essa si può desumere che il tema della gelosia, il suo delirio, ha avuto campo libero per la realizzazione dell'omicidio, e in questo hanno dato man forte la consulenza dell'imputato e perfino quella del pm (pur sminuita dallo stesso pubblico committente).
Non è stata reputata indispensabile una consulenza tecnica d'ufficio, giacché il consulente della parte offesa (gli eredi della vittima) si è sottratto al confronto nel momento più importante (l'interrogatorio dell'imputato), senza poterne modificare le argomentazioni, anche perché -forse- ne aveva ben donde. Da qui, per assenza del dolo e della colpa, e, dunque, dell'imputabilità sottesa e necessaria, l'assoluzione del Gozzini, alla luce dell'articolo 85 c.p., a tenor del quale "nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato se al momento in cui l'ha commesso non era imputabile".
Perciò, in luogo del carcere, l'applicazione della - non certo premiale - misura di sicurezza del ricovero in residenza per l'esecuzione (Rems). Il ministro della Giustizia e gli intempestivi altri "illustri" critici dovrebbero ben sapere che la civiltà del diritto sfida la notte buia dell'ignoranza, la furia della moltitudine (di cui discettava Manzoni ne "La storia della colonna infame"), perché la follia è contro il limite che invoca la giustizia e perché l'insano di mente non ha la consapevolezza della forza della pena che gli viene inferta e che comunque dovrebbe, per la nostra Carta Costituzionale, avere una funzione rieducativa.
*Ex magistrato
**Avvocato
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 31 gennaio 2021
Il libro dell'ex leader dell'Anm e la tentazione della magistratura di chiudere lo scandalo pesano sulle inaugurazioni dell'anno giudiziario nelle corti d'appello. Mentre i pg denunciano le mancate riforme e l'aumento delle violenze in famiglia. L'onda lunga del caso Palamara, le difficoltà degli uffici giudiziari per la pandemia, le riforme della giustizia che hanno finito per azzoppare il governo sono i temi al centro delle cerimonie di inaugurazione dell'anno giudiziario che si sono tenute ieri in 26 corti di appello (dopo quella solenne in Cassazione venerdì). Ma nelle relazioni dei procuratori generali e dei presidenti delle corti c'è stato il tradizionale spazio per il bilancio dell'attività giudiziaria, con alcune novità preoccupanti sul fronte dei reati in crescita.
Lo scandalo aperto - In libreria con le sue selezionate confessioni al direttore del Giornale Sallusti, domani sera in televisione da Giletti, l'ex presidente dell'Anm Luca Palamara è molto più che un fantasma per la magistratura italiana. La sua relativamente veloce radiazione dall'ordine non ha certamente chiuso il caso. Ad affrontare il tema di petto è stato il pg di Napoli Luigi Riello, in passato leader della stessa corrente, Unicost, guidata da Palamara all'apice della sua capacità di influenza.
"Mi sembra che in magistratura ci si stia illudendo che cacciato Palamara dalla magistratura sia tutto a posto. Ma non credo che sia l'unica strega da bruciare e che tolto lui la magistratura sia immacolata", ha detto Riello. Di "degenerazione correntizia non più sopportabile" è tornato a parlare da Roma il vicepresidente del Csm Ermini, lui stesso indicato nel libro di Palamara come il beneficiario di un accordo tra le correnti togate e il Pd renziano. Al libro Ermini ha fatto un accenno indiretto, parlando di "scorie ancora in circolazione" e subito è arrivata la risposta di Palamara: "Parla di scorie, forse pensa che io sia diventato radioattivo solo dopo la sua nomina". I consiglieri del Csm della corrente di sinistra Area impegnati nelle diverse cerimonie hanno ovunque sostenuto che "correntismo deteriore e carrierismo" sono stati alimentati "da evidenti distorsioni che hanno interessato tutti i gruppi associativi". Mentre il consigliere indipendente del Csm, di area davighiana, Nino Di Matteo (anche lui citato nel libro da Palamara che si vanta di aver "agevolato la sua elezione a presidente dell'Anm di Palermo") dalla cerimonia di Caltanissetta ha parlato della "malattia" del Csm "per la prevalenza di logiche clientelistiche, correntizie e di cordata".
Il ruolo del ministro - Secondo la presidente della corte di appello di Venezia Ines Marini "la politica non ha colto l'opportunità nella crisi scatenata del caso Palamara, preferendo riforme elettorali del sistema anziché scelte radicali". Mentre il procuratore generale di Torino Saluzzo ha parlato di azione "in chiaroscuro" del governo criticando le mancate riforme "che pure, sopratutto dopo aver modificato la prescrizione, sarebbero state necessarie". Il ministro Bonafede è intervenuto alla cerimonia di Catanzaro per tagliare il nastro di una nuova aula bunker. Ma essendo, sopratutto lui, nel delicato interregno di governo non ha affrontato nessuno dei temi al centro del dibattito.
Allarme per i detenuti - Il presidente vicario della corte di appello di Firenze Nencini, il pg di Bologna De Francisci e il pg di Trieste Grohmann hanno denunciato il sovraffollamento delle carceri e il collegato rischio di diffusione del Covid, tema presente in tutti gli interventi nelle corti da parte dei rappresentanti dell'avvocatura. In generale ovunque è stato sollevato il problema dell'arretrato, aggravato dalla lunga sospensione delle attività dei tribunali per il virus.
Violenze in famiglia - In un quadro di generale diminuzione dei reati denunciati - venerdì il pg della Cassazione Salvi aveva sottolineato che l'Italia è ormai uno dei paesi "con il minor tasso di omicidi al mondo" - crescono invece le violenze in famiglia, come chiara conseguenza dei lockdown, A Roma le denunce relative ai reati di violenza di genere e domestica sono cresciute del 9%. Di "forte incremento delle notizie di reato per i delitti di maltrattamenti in famiglia e di atti persecutori, nonché di violenza sessuale, in aumento anche tra i minorenni" ha parlato il pg di Genova Aniello. "La situazione delle vittime di violenza domestica è particolarmente aggravata dal distanziamento sociale e dall'isolamento", ha detto il pg di Milano Nanni. Soprattutto perché, ha notato il pg di Firenze Viola, "vittime e carnefici sono stati costretti dentro le mura domestiche creando un regime di convivenza forzata, di isolamento e di illecito controllo".
triesteprima.it, 31 gennaio 2021
La battitura della sezione femminile andrà in scena nel pomeriggio di lunedì 1 febbraio. Le detenute chiedono tamponi, esami sierologici e gli arresti domiciliari in caso di gravi problemi di salute. Più che essere sottoposte a vaccinazione chiedono tamponi ed esami del sangue sierologici. Dopo la protesta della sezione maschile di qualche giorno fa, anche le detenute del carcere di via Coroneo alzano la voce contro la grave situazione sanitaria presente nel sistema detentivo italiano. Nel pomeriggio di lunedì 1 febbraio è infatti prevista la battitura della sezione femminile - che potrà contare sulla solidarietà di una presenza dell'Associazione Senza Sbarre all'esterno della casa circondariale triestina - volta a rivendicare maggiori attenzioni da parte delle autorità.
Secondo ASS, le detenute chiedono di essere sottoposte a tamponi ed esami del sangue sierologici, "piuttosto che essere costrette alla vaccinazione", l'indulto ed essere sottoposte ad arresti domiciliari in caso di problemi sanitari e gravi patologie, e in occasione di residui di pena. "L'iniziativa delle detenute della sezione femminile del carcere del Coroneo - conclude la nota - è stata comunicata anche ad altre prigioniere e prigionieri in Italia, con l'idea di una mobilitazione più estesa possibile per allargare e sostenere tali rivendicazioni e rompere l'omertà di regime sulla questione delle carceri".
di Luigi Manconi e Valentina Calderone
La Stampa, 31 gennaio 2021
Finora nessuno è stato condannato per la morte dell'operaio varesino di 43 anni. Questa, come direbbe un anziano cantante blues introducendo la sua musica con un borbottio, a metà tra il soliloquio e l'annuncio al mondo, "è una storia molto triste". In effetti, la lunga vicenda umana e giudiziaria di Giuseppe Uva e di sua sorella Lucia, è gravata, oltre che dal dolore, da una sorta di cupezza. Eppure, il blues di Giuseppe e Lucia Uva - come sempre in quel repertorio musicale - fa intravedere nelle note finali un barlume di luce.
Di questo, poi si dirà. Ma intanto una prima immagine. Quando, il 5 giugno del 2013, ci ritrovammo frustrati e impotenti davanti ai cancelli dell'aula bunker di Rebibbia, dove era stata appena pronunciata la sentenza del primo processo per la morte di Stefano Cucchi, assistemmo a una scena inaudita. Lucia Uva, arrivata da Varese nell'utilitaria guidata da suo marito Paolo, sempre silenzioso e protettivo (deceduto poco più di un anno fa), ebbe un moto di lucida furia, che si tradusse in una lunga invettiva. Si mise a camminare, minuta e sola, di fronte a un plotone di poliziotti in assetto anti-sommossa, avanti e indietro, con larghe e lente falcate, fino al termine della fila e poi tornando sui suoi passi, e ancora ripetendo quel breve percorso e parlando con voce singolarmente alta e sonora.
Si rivolgeva ai giovani agenti, chiamandoli "figli miei" e dicendo loro di Stefano Cucchi e di suo fratello Giuseppe, con parole e tonalità che al tempo stesso suonavano come durissime e familiari. Ecco, fu in quella circostanza che pensammo: è come un blues. Secondo Alessandro Portelli, docente di Letteratura angloamericana all'Università La Sapienza di Roma, massimo esperto e traduttore di Bruce Springsteen, il blues è "prendere in mano il proprio dolore, guardarlo come dal di fuori e trarne una specie di paradossale ironia".
Di quest'ultima, l'ironia, è difficile qui trovare traccia, ma è in particolare quel "prendere in mano il dolore" che ci interessa. Torniamo all'inizio di questa storia. Il 14 giugno del 2008, a Varese, Giuseppe Uva, operaio 43enne, passa la serata con l'amico Alberto Biggiogero. I due seguono una partita di calcio in televisione, bevono qualche bicchiere di troppo e girano per la città, fino a quando - è ormai notte fonda - decidono di spostare in mezzo a una strada alcune transenne trovate sul marciapiede. È l'episodio che farà precipitare la situazione.
Una pattuglia di due carabinieri raggiunge Uva e l'amico e li conduce in caserma facendosi supportare da altri sei poliziotti. In tutto otto uomini che costituiscono pressappoco il totale delle forze destinato al pattugliamento notturno della città. Un impegno di risorse assai rilevante per far fronte a due persone in stato di ebbrezza, che non vengono identificate e alle quali non viene notificato alcun verbale e per le quali non viene eseguito alcun fermo o arresto. E nessuna comunicazione in merito verrà trasmessa al magistrato di turno. Poi, Uva, a seguito di un trattamento sanitario obbligatorio, alle sei del mattino finirà in ospedale e qui troverà la morte qualche ora dopo.
Il giorno successivo, Biggiogero presenterà una denuncia in Procura, in cui racconta, in modo dettagliato, ciò che ha visto e sentito nel corso di quella notte mentre si trovava nella caserma dei carabinieri, a pochi metri dal locale in cui l'amico era trattenuto dai militari. Da quel momento prenderà le mosse una vicenda giudiziaria a tratti paradossale, che vale la pena sintetizzare perché indicativa di un complesso sistema di procedure e istituti, che può trasformarsi in un meccanismo perverso. Le prime indagini, condotte dai pm Sara Arduini e Agostino Abate (anch'egli a suo modo una figura tragica, che richiederebbe un blues) partono con gravi lacune e si concentrano su quanto accaduto in ospedale, ignorando la denuncia del testimone oculare, Biggiogero, e tutto quanto avvenuto nelle ore trascorse da Uva in caserma.
Il primo processo vedrà imputati solo i medici, successivamente assolti nei diversi gradi di giudizio. Per avere una prima sentenza a carico degli operatori di polizia si dovrà aspettare il 15 aprile 2016. Ma l'iter giudiziario terminerà solo nel 2020, quando la Cassazione confermerà l'assoluzione dei due carabinieri e dei sei poliziotti presenti nella caserma nelle ore in cui Bigioggero sostiene di aver udito le richieste di aiuto e le grida di dolore dell'amico. Le varie sentenze, a dire il vero, non offrono risposte adeguate alle molte domande rimaste aperte, quali: come si è potuto trattenere in caserma per ore, senza alcun titolo, un libero cittadino?
Come questi si è procurato i lividi e le ferite, e qual è la spiegazione degli ematomi e del sangue sul corpo e sui vestiti? Non sono domande peregrine e non vengono riproposte per partito preso, se appena si tiene conto che il Consiglio Superiore della Magistratura ha sanzionato i procuratori Abate e Arduini per non aver svolto correttamente e tempestivamente le indagini, creando un danno non solo alla vittima, ma agli stessi imputati che avrebbero potuto meglio difendersi dalle accuse. Da qui la decisione dei familiari della vittima di ricorrere alla Corte Europea dei Diritti Umani (Cedu): e solo pochi giorni fa - ecco il barlume di luce di cui si è detto - la buona notizia.
La Cedu ha ammesso il ricorso presentato dagli avvocati Stefano Marcolini, Fabio Matera e Fabio Ambrosetti. Questi i quattro principali motivi del ricorso, ritenuti, evidentemente, plausibili dalla Corte europea: 1. Uva è stato sottoposto a trattamenti inumani e degradanti e comunque a maltrattamenti, sia dal punto di vista fisico che psicologico, in violazione dell'art. 3 della Convenzione europea dei diritti umani; 2. Lo Stato italiano non si è adoperato a sufficienza per accertare i fatti, perché la lunghezza del processo e l'imperizia delle indagini non avrebbero consentito il raggiungimento della verità, neanche se essa fosse stata a portata di mano; 3. Il legislatore italiano ha introdotto nell'ordinamento il reato di tortura solo nel 2017, dopo quasi trent'anni dalla firma della Convenzione Onu contro la tortura: e senza questo colpevole ritardo, l'autorità giudiziaria avrebbe potuto disporre di strumenti più appropriati e incisivi per la valutazione dei possibili comportamenti delittuosi; 4. Nel secondo grado del processo, a carico degli appartenenti alle forze di polizia, ci si è limitati ai verbali del primo grado senza che i testimoni venissero nuovamente ascoltati, in violazione di una precisa disposizione della stessa Cedu.
L'ammissione del ricorso è già un fatto importantissimo, perché, va ricordato, la Cedu tende a dichiarare inammissibile oltre l'80% dei ricorsi presentati. E perché è stata la stessa Cedu, in questi anni, a fare opera di giustizia, intervenendo o correggendo, criticando o sanzionando lo Stato italiano: in occasione delle sevizie a danno di detenuti, come nel caso dell'istituto penitenziario di Asti; del sovraffollamento carcerario, denunciato dalla "sentenza Torreggiani"; delle violenze nella caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova del 2001.
La Cedu, si può dire, soccorre provvidenzialmente laddove la responsabilità dello Stato, per omissione o azione, oltrepassa il livello di tollerabilità ammesso da una società mediamente sensibile e civilizzata. Per quanto riguarda la morte di Uva, va da sé che l'iter della decisione potrà essere ancora lungo e che l'esito non è affatto scontato. Ma, intanto, la decisione della Cedu ci dice che questi dolenti dodici anni nella vita di Lucia Uva - in una città talvolta ostile, quasi sempre indifferente - non sono trascorsi invano. Ormai è diventato un vezzo letterario, ma questa vicenda sembra affermare la forza di una residua speranza e, magari, il ritmo luccicante di un blues: C'è un giudice a Strasburgo/C'è un giudice a Strasburgo.
di Simona Musco
Il Dubbio, 31 gennaio 2021
Dal 2016 a mercoledì scorso, mezza Italia è stata convinta che fosse Stefano Binda l'assassino di Lidia Macchi, uccisa con 29 coltellate nel gennaio 1987. Ma l'assassino non era lui. "È un incubo che ho vissuto ad occhi aperti. Altri forse hanno dormito, quel sonno della ragione che produce mostri". Stefano Binda ha attraversato l'inferno.
E ne è uscito, cinque anni dopo un arresto che più ingiusto non si può. Dal 2016 a mercoledì scorso, mezza Italia è stata convinta che fosse lui l'assassino di Lidia Macchi, la giovane studentessa impegnata con Comunione e Liberazione uccisa con 29 coltellate nel gennaio 1987 e ritrovata morta in un bosco a Cittiglio, nel varesotto, un delitto rimasto senza colpevole.
In primo grado Binda - anche lui di Cl - era stato condannato all'ergastolo dalla Corte di assise di Varese e poi prosciolto in appello dalla Corte di Assise di appello di Milano il 24 luglio 2019, dopo tre anni e mezzo di custodia in carcere. Ora la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pg di Milano e dei familiari di Lidia. Il suo nome era stato tirato in ballo con un colpo di scena degno di un crime movie: una lettera anonima contenente una poesia - "In morte di un'amica" - con dettagli che solo l'assassino poteva conoscere e recapitata alla famiglia il giorno del funerale della ragazza. Poesia che, secondo la ricostruzione dell'accusa, fu scritta proprio da Binda. Ma l'assassino non era lui. "Esperienze come questa - racconta Binda al Dubbio - lasciano macerie".
Si aspettava che finisse in questo modo?
Confidavo molto in questa decisione. Poi il fatto che lo stesso procuratore generale della Cassazione - e quindi non un avvocato dell'accusa, come molti magistrati intendono il loro ruolo, ma un pubblico ministero - abbia chiesto lui stesso l'assoluzione, francamente, ha incrementato le mie speranze: non c'era più un'accusa, in senso sostanziale.
Crede che questo voglia dire che il sistema giustizia, al di là delle sue storture, funziona?
Io ho attraversato gli estremi del codice, dalla pena massima all'assoluzione con la formula piena. Sono stato sfortunato nel primo grado o sono stato fortunato oggi? Credo che bisogna interrogarsi su quanto il sistema sia affidato alle scelte dei singoli, di quali garanzie dia. Francamente, come cittadino, non mi sembra responsabile dire che il sistema funziona sulla base della logica "tutto è bene quel che finisce bene". È una sciocchezza. Ho passato tre anni e mezzo in carcere, il che vuole dire essere stato messo in pericolo. Il sistema giustizia non può non farsi carico di queste cose. È importante e delicatissimo. Ma a questo livello il dibattito pubblico è insufficiente e l'impostazione culturale non è all'altezza.
La famiglia della vittima ha affermato che non c'erano elementi per una sua condanna. Cosa ne pensa?
È importante che questa possa essere l'occasione di far tornare, anche nei miei riguardi, quella famiglia come la famiglia Macchi e non come la parte civile, cioè la privata accusa. Mi compiaccio che dica di comprendere l'assoluzione piena. D'altronde in primo grado è stato montato un processo indiziario contro di me, ne è risultato un processo di prove positive a mio favore eppure mi è stato dato l'ergastolo.
L'unico elemento era solo quella famosa lettera anonima...
C'era una consulenza di parte che me l'attribuiva e la mia consulente che lo negava decisamente. A fronte di ciò, la mia consulente è stata querelata per diffamazione e addirittura la procura generale ha chiesto che venisse depennata dall'albo dei consulenti, alla quale peraltro l'esperta della procura non è mai stata iscritta. Fortunatamente il consiglio dell'ordine dei consulenti tecnici ha manifestato la massima fiducia in lei.
Qual era il suo alibi?
Mi trovavo in vacanza a Pragelato, dall'1 al 6 gennaio. La stessa Patrizia Bianchi (la superteste che ha affermato di aver riconosciuto la grafia di Binda, ndr) mi ha sentito fino al 31 per farmi gli auguri e poi il 7. Nessuno mi ha visto da nessun'altra parte, men che meno a Cittiglio, e tre testimoni ricordavano di avermi visto a Pragelato. Ci sono prove documentali, ovvero una mia agenda che riportava i nomi delle quattro persone che erano in stanza con me e le indagini hanno portato a evidenziare che in quell'albergo c'era un unico piano con una stanza da cinque persone. Quindi io avrei dovuto inventarmi il numero di una stanza che era l'unica per cinque persone, scrivere il nome di quattro persone che davvero c'erano e che si sono ricordate di essere in stanza insieme, toglierne una che non si è mai fatta avanti e sostiturmi a lei. Un'assurdità. E sto citando i verbali.
Perché è stato arrestato?
Mentre la lettera è stata mandata alla grafologa, la busta è stata spedita a Parma, ai Ris. La grafologa dichiarò di trovare una corrispondenza, mentre i Ris comunicarono di aver trovato un dna valido sulla busta. Non attesero gli esiti: certissimi che fossi io, mi fecero arrestare. Poco dopo i Ris dissero che non c'era corrispondenza con il mio dna. Ma ormai il treno era partito. E chi lo ferma, a quel punto?
C'era del dna anche sul corpo...
Riesumarono la salma riuscendo a trovare quattro formazioni pilifere sul pube, tutte e quattro della stessa persona, ma non mie. E ho comunque preso l'ergastolo. In Corte d'Appello è stata la scienza a farmi assolvere.
In primo grado come era stata giustificata la sua condanna?
Le prove del dna sono state ritenute neutre. Il dna è stato comparato con quello dell'addetto delle pompe funebri di allora, per verificare un'eventuale contaminazione, ma non con quello degli altri che erano stati sospettati prima di me. Alcune donne avevano denunciato di essere state molestate nel parcheggio dell'ospedale di Cittiglio, ne è stato fatto un identikit che corrisponde perfettamente ad uno dei sospettati, scagionato perché non poteva aver scritto l'anonimo, in quanto "non ne aveva la cultura". La sentenza d'appello parla di deserto probatorio. Dice chiaramente che, consapevoli di non avere in mano niente, in violazione di legge, hanno approvato l'idea che l'autore del delitto dovesse avere un certo profilo per cucirmelo addosso.
Come sono stati l'arresto e il periodo che ha vissuto in carcere?
È stata una cosa sinceramente devastante. Si dice sempre: se non hai fatto niente quando suonano al campanello stai sicuro che non è la polizia. E invece era proprio la polizia. Non capivo. I primi sette giorni e sette notti sono stati i più duri della mia vita, ho fatto uno sforzo enorme per rimanere lucido e ciò mi ha aiutato molto. Sono stato l'unico ad andare in galera dopo 30 anni dal fatto, da incensurato, sotto gli occhi di tutta Italia. Il pericolo di fuga è stato documentato perché conosco un prete che è nunzio apostolico in Burkina Faso: una roba assurda. Il pericolo di inquinamento delle prove, invece, dopo 30 anni dal fatto e 19 ore di perquisizione che avevano prodotto nulla, era motivato con il rischio di subornazione dei testimoni. Su questo chiesero l'incidente probatorio testimoniale, per bloccare le testimonianze. Ma risultò totalmente a mio favore. Per spiegare il livello delle indagini, si disse che a rendere possibile l'ipotesi che io avessi un coltello era il fatto di dover tagliare l'eroina! O anche che io mi trovassi dove è stata uccisa perché stavo andando al Sert. Peccato che il Sert sia stato istituito per legge nel 1990 e a Cittiglio il primo risale al 1995. Questi non sono spunti investigativi, questi sono motivi di un ergastolo.
Chiederà un risarcimento?
Quello che è finito è finito, ma lascia una devastazione economica totale e parlo delle cose materiali, che sono le ultime. Ci sono ben altre ferite, altri pesi. Parlando del parzialmente rimediabile, questa assoluzione con formula piena rende ufficialmente la mia un'ingiusta detenzione. Dovrò fare causa allo Stato, che resisterà.
Cosa farà adesso?
Mi piacerebbe molto se la mia esperienza servisse a qualcosa. Non ho perso i contatti con il carcere, un mondo davvero dimenticato, di cui a nessuno importa. La giustizia va davvero ripensata, ma dall'inizio, dal concetto di polizia giudiziaria. Una persona può disporre, senza limiti di budget, della vita degli altri. Io sono sempre stato libero, ma adesso, a fronte della assoluzione, voglio riconquistare appieno la mia libertà, che non dipendeva certo dallo Stato, così come la mia innocenza. Vorrei guadagnarmi una vita davvero libera, a partire dal guadagnarsi da vivere, nel senso più concreto del termine. Ho 53 anni, con un titolo di studio in filosofia preso due vite fa: non è facile. Voglio aiutare quelli che hanno a che fare con la giustizia, ma dalla parte sbagliata.
di Alberto Sardo
radiocl1.it, 31 gennaio 2021
Il sovraffollamento nelle carceri è un fenomeno strutturale in Italia e gli istituti di pena del distretto nisseno non ne sono esenti anche se il fenomeno non è uniforme. Su 188 istanze presentate al giudice per chiedere rimedi risarcitori ne sono state accolte 114 mentre 36 sono ancora pendenti.
Le richieste sono basate sulla norma introdotta nel 2014 nell'ordinamento che prevede rimedi risarcitori per i detenuti che abbiano subito un trattamento in violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. L'articolo fa riferimento a pene inumane e degradanti e nel caso italiano va declinato con la parola sovraffollamento. Poco meno della metà delle persone ristrette nelle carceri del distretto, circa il 40 percento, si trova detenuta in custodia cautelare.
Sono diversi i casi di autolesionismo verificatisi nell'ultimo anno mentre è molto più contenuto il dato dei tentativi di suicidio da parte di detenuti. Nella casa circondariale di Caltanissetta su una capienza di 178 si registra la presenza di 221 detenuti di cui 120 in custodia cautelare con un sovraffollamento di 43 unità. "Non si sono registrati casi di suicidio, anche alla luce degli interventi interni, posti in attuazione del "Protocollo prevenzione rischio suicidario" siglato con l'ASP in data 24.01.2018", si legge nella relazione sullo stato della Giustizia nel distretto di Caltanissetta. Al carcere Malaspina si sono però verificati 15 casi di autolesionismo.
A Enna il sovraffollamento è più limitato con 182 detenuti presenti su una capienza di 171. Nel carcere ennese nessun caso di suicidio, 23 scioperi della fame e 16 casi di autolesionismo. Nel carcere di Piazza Armerina si registra una presenza media di 50 detenuti dei quali 30 con problemi di alcol dipendenza o tossicodipendenza. A Gela una presenza media di 50 detenuti che in alcune fasi arriva a 61. La capienza è di 48 ma la capienza tollerabile arriva fino a 96. A Gela si è registrato un tentato suicidio scongiurato dal tempestivo intervento degli agenti della Polizia Penitenziaria e un caso di autolesionismo. La casa di reclusione di San Cataldo riservata ai detenuti del circuito di media sicurezza ospita 134 persone ristrette, un numero complessivamente pari alla capienza stabilita. Nessun caso di suicidio, due gli atti di autolesionismo.
Gli istituti di pena del distretto nisseno non sono dotati di sezioni femminili ma esclusivamente di sezioni maschili suddivise nei vari circuiti di sicurezza (media e alta sicurezza, protetti). "Relativamente alla gestione dell'emergenza sanitaria da Covid-19 - si legge nella relazione - gli istituti penitenziari del distretto hanno dovuto rivisitare i modelli organizzativi interni in ottemperanza alle indicazioni dei vari D.P.C.M. connessi al contenimento delle forme di contagio, attraverso procedure di pre-triage per l'ingresso.
Sia i detenuti che il personale in servizio sono stati sottoposti a screening sanitario a mezzo tampone naso faringeo e test sierologici. Presso gli istituti penitenziari si è inoltre provveduto alla riorganizzazione dei colloqui tramite videochiamata. In tutti gli istituti penitenziari del distretto sono stati sperimentati percorsi virtuosi finalizzati a favorire e soprattutto a rendere possibile il reinserimento del detenuto nel circuito lavorativo a pena espiata. Solo a titolo esemplificativo si segnala che presso la Casa Circondariale di Caltanissetta sono stati attivati un corso di marketing e finanza, un laboratorio autobiografico, un corso di informatica di base, il corso di chitarra (progetto musica dentro), il progetto genitorialità sui padri detenuti, il corso di alfabetizzazione per adulti per la scuola media".
"Una carcerazione anaffettiva è dannosa per la società - scrive la presidente della Corte d'Appello Maria Grazia Vagliasindi. Se in carcere non circola la cultura dell'umanizzazione della pena - come ricorda Mons. Vincenzo Paglia - la società sbaglia e la giustizia si ritrae". Anche in questo ambito l'emergenza covid ha colpito. Negli istituti sono state praticamente sospese tutte le attività trattamentali tranne le attività didattiche.
altoadige.it, 31 gennaio 2021
La dura relazione della presidente della Corte d'Appello di Trento, Gloria Servetti, pubblicata in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario, svoltasi ieri. Desta preoccupazione la situazione all'interno del carcere di Bolzano. A tal punto da far temere disordini interni qualora la situazione non dovesse migliorare. È quanto emerge dalla relazione della presidente della Corte d'Appello di Trento, Gloria Servetti, pubblicata in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario, svoltasi stamane, 30 gennaio. Alla data di agosto 2020, nella struttura risultano 77 detenuti. Una piccola attenuazione rispetto all'anno precedente, "permane però inalterato, come già evidenziato in passato - scrive Servetti nella sua relazione - il grave problema della vetustà dell'immobile, ripetutamente segnalato e quindi ben noto".
Non solo. "Successivamente al collocamento fuori ruolo della direttrice di Bolzano, l'incarico è stato assunto ad interim dalla direttrice di Trento", e il presidente del Tribunale di Sorveglianza, riporta la relazione, ha anche rappresentato più volte al Dap che "l'obiettiva impossibilità di garantire una presenza quotidiana costituisce fonte di grande preoccupazione nella popolazione carceraria, la quale sta mostrando significativi segni di sempre maggiore irrequietezza", si legge ancora nel documento.
Ancora, "la presenza di un solo educatore all'interno della struttura carceraria porta con sé notevoli problematiche per l'attività della magistratura di sorveglianza e per i detenuti stessi". Quindi, "in difetto di solleciti interventi, sono ragionevolmente ipotizzabili dei disordini e delle proteste che vanno assolutamente scongiurati.
Preme sottolineare - recita ancora la relazione - che negli ultimi mesi si sono verificate delle problematiche tra detenuti, in alcune occasioni anche sfociate in risse ovvero aggressioni fisiche e verbali; successivamente al trasferimento di alcuni detenuti, più di recente la situazione pare essersi stabilizzata, ma l'equilibrio raggiunto non può che essere considerato precario".
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