di Davide Varì
Il Dubbio, 31 gennaio 2021
Anno giudiziario, il presidente della Corte d'appello di Bologna: "Strumentalizzazioni e sospetto, così il sistema è stato messo in pericolo". Effetti nefasti sul sistema della giustizia minorile. Sono quelli provocati dall'inchiesta sugli affidi in Val d'Enza denominata "Angeli e Demoni", meglio conosciuta come "il caso Bibbiano", che "per effetto di una martellante campagna mediatica, ha esposto tutto il sistema della Giustizia minorile e familiare, come era prevedibile, al sospetto generalizzato e alle rivendicazioni di soggetti interessati". A dirlo, nella sua relazione, nel corso dell'inaugurazione del nuovo anno giudiziario, il presidente vicario della Corte d'Appello di Bologna, Roberto Aponte.
Aponte ha ricordato la segnalazione del Presidente del Tribunale per i Minorenni Giuseppe Spadaro, che ha sottolineato come, durante le indagini, "il lavoro di tutti i magistrati dell'Ufficio sia stato fortemente e negativamente condizionato in termini di delegittimazione dai riflessi riverberati dalle deprecabili fughe di notizie nonché da una vera e propria strumentalizzazione, ad opera di gran parte dei media, dell'inchiesta" in questione; strumentalizzazione che ha provocato "lo scatenarsi del triste fenomeno del cosiddetto odio del web, nonché una vera e propria gogna mediatica" nei confronti dei magistrati del Tribunale Minori, "vittime di innumerevoli episodi di minacce che, comunque, non hanno minimamente scalfito il sereno svolgimento dell'attività giurisdizionale dei colleghi".
"Quello che preme ribadire, in questa sede - ha evidenziato quindi Aponte - è la validità, pur nella consapevolezza di indubbie criticità da affrontare con spirito libero da pregiudizi, dell'impianto del sistema della nostra giustizia minorile. È assolutamente indispensabile - ha ribadito - combattere il messaggio volto a dipingere il Tribunale per i Minorenni come uno strumento cieco, condizionato da chi vuole solo togliere i figli ai genitori. Un grande giurista del secolo scorso descriveva la "famiglia" come "un'isola che il mare del diritto può solo lambire". Ma quest'isola, purtroppo, non sempre è il luogo più sicuro e migliore per crescere, e il compito del Tribunale per i Minorenni è quello di salvaguardare i minori, se è assolutamente necessario, anche nei confronti del loro ambiente naturale".
Ma l'ombra del dubbio e del sospetto ha investito in modo indistinto tutto il sistema di aiuto, assistenza, cura e protezione, ha aggiunto Daponte, "ha investito le stesse famiglie e le comunità che hanno accolto minori in difficoltà. L'esperienza maturata ci ha insegnato che, se è necessario rafforzare i servizi di sostegno alla genitorialità e investire nella formazione e supervisione di chi opera nel campo delle fragilità familiari; se è necessario, per la magistratura, dotarsi di un bagaglio sempre più approfondito di conoscenze non solo di natura strettamente giuridica, perché solo la capacità di valutazione acquisita mediante una formazione multidisciplinare può evitare il sospetto di un appiattimento della giurisdizione su valutazioni esterne dei servizi o degli ausiliari, è assolutamente indispensabile, come già si è osservato lo scorso anno, combattere il messaggio volto a dipingere il Tribunale per i Minorenni come uno strumento cieco, condizionato da chi vuole solo togliere i figli ai genitori", ha evidenziato. Già lo scorso anno, sempre in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario, il pg di Bologna Ignazio De Francisci aveva sottolineato la gogna a cui era stato sottoposto il sistema, condannando il pressapochismo dei media e le strumentalizzazioni politiche.
di Roberta Polese
Corriere del Veneto, 31 gennaio 2021
Nella prima grande ondata della pandemia è stata un'ecatombe per i processi penali, anche a Padova: il 94% dei procedimenti è stato rinviato tra marzo e maggio, e quota del tutto simile - il 92% si è registrata tra maggio e giugno. E dopo una fase di ripresa autunnale - non senza difficoltà - il 2021 non è iniziato sotto i migliori auspici.
La presidente del tribunale Caterina Santinello sottolinea che oggi le cose stanno andando meglio, intanto però due giudici positive nel settore penale stanno paralizzando le udienze monocratiche e collegiali: ogni udienza viene procrastinata. "Purtroppo è così - spiega Santinello -. I giudici non si possono sostituire e purtroppo i rinvii accadono. Nel primo lockdown avevamo l'indicazione di mandare avanti i processi urgenti, adesso quest'obbligo non c'è più, ma facciamo i conti con l'epidemia". A complicare ulteriormente le cose è ovviamente quanto accade ai numerosi avvocati impegnati a Palazzo di giustizia, tra difficoltà a spostarsi o casi di contagio al virus, fatto che ovviamente consente lo stop per legittimo impedimento. E la stessa cosa vale per i detenuti.
È stato un anno funesto il 2020 per il settore giustizia sul quale pesava già una crisi strutturale. Se il settore civile ha potuto contare sulle udienze da remoto, che peraltro venivano usate anche prima della pandemia, nel penale l'accesso alle videocall è stato profondamente osteggiato dagli avvocati che intendono garantire ai loro clienti il processo in presenza, che assicura un giudizio più equo, passaggio ribadito questo anche dalle camere penali del Veneto in una nota diffusa ieri. "Nel processo civile c'è sempre stata più elasticità, perché se c'è un avvocato positivo e non può presentarsi, c'è sempre la piena disponibilità a fare udienze on line" spiega la presidente.
Eppure il personale amministrativo ce l'ha messa tutta per rende nella relazione della Corte d'appello - al fronte del permanere di problemi tecnici e della scarsa utilità del portale". Inoltre erano stati chiesti supporti per la verbalizzazione informatica delle udienze, cosa che consentirebbe di gestire personale aggiuntivo "ma nessuna risposta è arrivata a tale richiesta e non risultano in arrivo forniture hardware destinate alla realizzazione di questi progetti" si scrive nel documento.
Quanto al coordinamento interno tra giudici, la stessa corte d'appello afferma di aver realizzato proprio in questo periodo un gruppo Whatsapp con tutti i presidenti del tribunale. Anche a Padova funziona più o meno così: "Lo uso anche io, è uno strumento che consente rapidità per le comunicazioni urgenti - spiega la presidente - più spesso però per discutere usiamo Teams".
A tagliare la testa al toro sul fronte intasamento della giustizia è Leonardo Arnau, presidente dell'ordine degli avvocati di Padova: "L'unica cosa da fare sarebbe depenalizzare i reati bagatellari, o stralciarli. E invece i procedimenti aumentano sempre di più".
Il Mattino di Padova, 31 gennaio 2021
Da quasi un anno il Consiglio comunale di Padova ha istituito la figura del garante per i detenuti. Ma, complice la pandemia che impedisce di convocare il Consiglio in presenza - modalità indispensabile, in questo caso - la nomina della persona a cui affidare l'incarico è rimasta bloccata. Stringere i tempi e votare al più presto è una delle richieste fatte ieri dal Centro sociale Pedro nel corso di un doppio presidio, prima davanti alla Casa circondariale e poi sotto la Casa di reclusione.
Un sit-in di solidarietà che i detenuti hanno appoggiato con fischi e urla dalle finestre, in segno di ringraziamento. L'iniziativa, dedicata idealmente all'attivista No-Tav Dana Lauriola, in carcere a Torino, è servita a richiamare l'attenzione sugli effetti della pandemia nelle carceri sovraffollate. E dunque a chiedere sconti di pena, indulti o altre misure per svuotare gli istituti, riducendo in questo modo anche il rischio di contagio, misure preventive per i reati minori e priorità nell'accesso al vaccino per tutta la popolazione carceraria. Che in questi ultimi mesi ha pagato un prezzo alto alla pandemia, vedendosi ridotti anche quei pochi contatti che aveva con l'esterno.
di Attilio Bolzoni
Il Domani, 31 gennaio 2021
A Rebibbia Anthony vive in una cella tutta sua: ancora lotta con il nome scritto sui documenti, Antonella- Schiacciato dall'esistenza, vorrebbe solo un'occasione: "Non merito forse anch'io un gesto di civiltà?". Sulla carta di identità Anthony è Antonella C. nata il 3 marzo 1967 a Galatone, provincia di Lecce. Statura 1 metro e 60 centimetri, capelli neri, occhi celesti, segni particolari "sembianze maschili". È in carcere dal 2013 e ha pene da scontare per diciassette anni. Tutti furti. Quelli che, da quanto ho capito e credo di non avere capito male, gli hanno consentito di non morire di fame. Ma oggi il suo problema, e non soltanto suo, è un altro: Anthony è l'unico uomo - almeno così si sente lui - in mezzo a 350 donne, tutte le recluse del "complesso penitenziario femminile più grande d'Europa" che è appunto la casa circondariale di Rebibbia.
Ci siamo incontrati il giorno di Capodanno nell'androne di un palazzo di Montespaccato, periferia romana dove lui stava passando le feste insieme a cinque donne. Siamo rimasti per un paio d'ore a parlare, fermi uno difronte all'altro, fuori pioveva. Ma non era l'acqua che scendeva a trattenerci in piedi e immobili al freddo, Anthony non poteva uscire e io non potevo entrare. Dovevamo per forza stare lì, nell'androne. Il piccolo appartamento che divideva con le cinque donne era una "casa di accoglienza" che ospitava detenute di Rebibbia in permesso speciale, oltrepassare il portone era come fuggire, a tutti gli effetti un'evasione.
Così, a Montespaccato, Anthony mi ha raccontato brandelli della sua vita e promesso, una volta tornato nella cella numero 85 della "sezione femminile" del carcere di Roma, che mi avrebbe donato "uno scritto dove spiego veramente chi sono". Memorie che sono diventate un libro. Mi ha anticipato il titolo: Ero nato errore. È stato di parola, dopo un paio di settimane il suo diario mi è stato consegnato e in una notte l'ho letto tutto d'un fiato.
Quella mattina di Capodanno mi aveva però già detto qualcosa, o forse mi aveva detto tutto: "Sono un uomo". L'ho visto arrivare mentre salutava una ragazza cinese con un sacchetto della spesa fra le mani. Aveva addosso un giubbotto di pelle marrone scuro e un paio di jeans, scarpe di gomma chiare, si è presentato sfilandosi per un momento la mascherina: "Buongiorno, io sono Anthony".
Barba folta e baffi, sorridente, gentile, all'apparenza quieto nel ricordare un tormento lungo quasi cinquantaquattro anni. Mi ha confessato subito che nell'appartamento di Montespaccato ha trascorso giorni sereni "anche se, in verità, avrei preferito restare a Rebibbia". Solo, nella sua cella, "perché ogni volta che entro o esco dal carcere ci sono momenti di forte imbarazzo con le perquisizioni personali e con i controlli all'esterno...".
Qualche sera prima di San Silvestro, nella casa di accoglienza sono saliti i carabinieri per la sorveglianza sulle detenute in libera uscita. Cercavano sei donne e hanno trovato cinque donne e Anthony. Cercavano anche un'Antonella. Ha fatto molta fatica a spiegare che quell'Antonella era lui. Telefonate in carcere, verifiche incrociate con l'"ufficio matricola", un po' di stordimento e alla fine i carabinieri se ne sono andati probabilmente non del tutto confortati dalle rassicurazioni ricevute.
Sulla carta Antonella - Sulla carta di identità Anthony è Antonella C. nata il 3 marzo 1967 a Galatone, provincia di Lecce. Statura 1 metro e 60 centimetri, capelli neri, occhi celesti, segni particolari "sembianze maschili". La foto accanto è decisamente quella di un uomo. È in carcere dal 2013 e ha pene da scontare per diciassette anni. Tutti furti, solo furti. Quelli che, da quanto ho capito e credo di non avere capito male, gli hanno consentito di non morire di fame.
Ma oggi il suo problema, e non soltanto suo, è un altro: Anthony è l'unico uomo - almeno così si sente lui - in mezzo a 350 donne, tutte le recluse del "complesso penitenziario femminile più grande d'Europa" che è appunto la casa circondariale di Rebibbia. Anthony non condivide la cella con nessun'altra. Le agenti lì dentro non irrompono mai, bussano sempre, una delicatezza per rispettare la sua privacy. Fa poca vita comune, niente ora d'aria con le altre, i contatti con le detenute sono limitati alla lavanderia dove lavora. Gli hanno concesso di avere anche un rasoio per farsi la barba ogni mattina.
È vicenda alquanto intricata quella di Anthony e il carcere, istituzione totale che il più delle volte non migliora certo la vita degli uomini e delle donne che per colpa o per sventura ci finiscono, è diventato il luogo dove più di ogni altro si sono manifestate le "contraddizioni" di Anthony e del suo corpo. E, paradossalmente, proprio il carcere potrebbe offrirgli la chance di una nuova identità, liberandolo dalla doppiezza che lo devasta. Il suo desiderio è avere in tasca un documento che attesti la sua mascolinità. Ci sta provando, non sarà facile però ottenere ciò che vuole. Il mistero è intorno al suo sesso. Confuso. Non è maschio e non è femmina ed è maschio e femmina insieme con organi sessuali non completamente sviluppati. C'è gran consulto di specialisti intorno ad Anthony.
Memorie dell'infanzia - Nell'androne comincia a raccontare e a raccontarsi. Parla con calma, ha con sé qualche carta e appunti sparsi. Comincia da quando "il Mostro" - così chiama suo padre, mai per nome, mai papà - lo fa registrare all'anagrafe del comune di Galatone sei giorni dopo che viene al mondo dalla levatrice Angela Molducci "che, assistito al parto di Cecilia. P., moglie di Renato C., non potendo questi presentarsi perché lontano dal paese per motivi di lavoro" dichiara davanti a due testimoni "che è nato un bambino di sesso femminile alla quale dà il nome di Antonella". Firmato l'ufficiale dello stato civile Antonio Inguscio. Un atto di nascita che è una condanna a morte per Anthony.
Il padre fa il muratore, la madre tira su i figli, ne partorirà sette. Ma c'è poco da fare alla fine degli anni Sessanta laggiù nel Salento, i genitori decidono di emigrare in Germania, non vogliono o forse non possono portare con loro l'ultimo arrivato in famiglia. C'è una parente in Scozia, sposata con uno dei fratelli di suo padre. A sei mesi è con zia Ann a Inverness, una cittadina sulla costa nord orientale attraversata dal canale di Caledonia. Quella creatura che all'anagrafe è Antonella, a quattro anni confessa alla donna che lo cresce "che a lui piacciono le bambine". Da quel momento la zia, "bellissima, alta, capelli rossi, mia unica e vera madre", lo chiamerà Anthony.
Ma non durerà a lungo la vita di Anthony e nemmeno la vita di Anthony nelle Highlands scozzesi. "Troverai tutto nel mio libro, i particolari anche di quella mattina che il Mostro venne a prendermi a Inverness per strapparmi via per sempre", mi dice ricordando campi verdi, laghi, la neve dei lunghi inverni scozzesi. A pagina 19 del suo diario rintraccio quella giornata: "Alle nove del mattino sento zia che mi chiama... ci sono delle persone che ti vogliono, vedo una donna che mi prende in braccio stringendomi forte, ero impaurito, non la conoscevo.. mia zia mi disse che quella donna era la mia mamma...erano i miei genitori che dopo quattro anni erano venuti a trovarmi".
Il libro è firmato da Anthony con Nina Maroccolo, una scrittrice che entra a Rebibbia per un laboratorio di prosa e canto con il poeta Plinio Perilli. Nel 2013 l'incontro, nel 2014 Ero nato errore viene dato alle stampe da Pagine Editore. Sulla quarta di copertina, la Maroccolo scrive che la storia di Anthony sembra popolata da quei personaggi "del sottosuolo" che si ritrovano nelle opere di Dostoevskij.
È il 1971 quando è prelevato "dal Mostro" e dall'"Estranea" (la madre) e "trasportato" da Inverness a Luino, in provincia di Varese. Un giorno i suoi genitori spariscono, vanno in Puglia, quando tornano gli presentano un fratello e una sorella che non ha mai conosciuto. Sono tutti e due più piccoli di lui, si chiamano Gianni e Claudia, fino ad allora avevano vissuto a Galatone con i nonni. L'inferno di Anthony comincia a Luino.
È un bambino schiavo. Deve spolverare la casa dove abitano fino a farla brillare, altrimenti percosse. Deve spaccare la legna, altrimenti percosse. Deve badare ai fratellini. Non può giocare, non può uscire in giardino, non può incontrare altri bambini. Una volta il padre gli spezza un bastone sulla schiena: "Mi guardava con gli occhi pieni di odio, si scaraventava su di me come se fossi io che gli avevo fatto del male". C'è vergogna in quella casa, c'è risentimento perché Anthony esiste.
Dai quattro agli undici anni è un calvario. Solo botte e umiliazioni. In famiglia si confida soltanto con suo fratello Gianni, il "Mostro" quando è ubriaco prende a calci pure lui. E sono colpi di frusta o di cinghia, oltraggi, privazioni, tre giorni senza mangiare. Gianni una sera gli dice: "Perché non lo facciamo fuori, ci sono dei funghi, devono essere velenosi, li prendiamo e li sbricioliamo nel piatto". Una notte Gianni scivola via dalla casa per incontrare una ragazzina, una corsa in motorino, l'incidente, Gianni muore. Il padre non glielo fa salutare nemmeno per l'ultima volta.
Gli anni passano e l'inferno non finisce mai. Trova un lavoro come saldatore a Varese, fa il giardiniere, lo stalliere, ripara frigoriferi. Ogni volta la paga la deve portare tutta a casa, al "Mostro". Anthony un giorno scappa e si rifugia da una sorella, poi prende il primo treno per Torino. Una pensioncina in via Mazzini e comincia a cercare un lavoro: "Ma in qualsiasi posto dove mi presentavo e ogni volta che esibivo il documento la risposta era sempre negativa.. e allora ho capito che non avevo speranza". Anthony, per tutti, era sempre Antonella.
Non ha più un soldo in tasca, di notte dorme nei casolari abbandonati, di giorno si trascina fra barboni e ragazze che si vendono, non ha vestiti, mendica cibo. Di tanto in tanto si sfama facendo il giro delle macellerie, chiede scarti per un cane che non ha. Ma le disgrazie non vengono mai da sole. Un pomeriggio Anthony sta male, perde tanto sangue dal naso, dopo una settimana è sul lettino di un ospedale. La diagnosi è crudele: un tumore al cervelletto. L'operazione e quattro mesi di chemio. Quando esce, sempre più distrutto, si getta nel Po: "Mi ricordo solo che ero fra le braccia dei pompieri che mi tiravano su...".
I furti e il carcere - È qui che comincia un'altra delle tante sue vite. Ed è quella che l'ha portato a Rebibbia. Anthony che non trova lavoro perché è Antonella, Anthony che non ha casa e non ha famiglia, Anthony che non ha amici, Antony che diventa un ladro. Ruba attuando sempre lo stesso piano. Si presenta in un bed and breakfast, si sistema nella stanza, aspetta il momento migliore per l'incursione nell'appartamento privato della proprietaria o di qualche altro ospite. A volte sono 60 euro, altre volte 80 euro e un anellino, una collana, un orologio. Soldi per mangiare.
Girovaga per l'Italia, dopo Torino è a Firenze dove, con quello che riesce a racimolare con le incursioni nei bed and breakfast, compra una vecchia auto che diventa la sua casa. Dorme lì dentro. Lo pizzicano per la prima volta a Faenza, in provincia di Ravenna, il 26 gennaio 2010. La sentenza di condanna arriva il 28 maggio 2012. Il giudice riconosce "il disegno criminoso premeditato" sostenuto dalla pubblica accusa e per Anthony sono 4 mesi e 10 giorni di reclusione. I primi. A Trieste un'altra condanna a 1 anno e 4 mesi di reclusione. E poi, a catena, tutte le altre. Sempre furti, solo furti.
È ancora libero e decide di andare a Roma. Passa dalla comunità di Sant'Egidio, una sera in una chiesa lì vicino incontra don Franco, "le solite parole del prete che anch'io sono Figlio di Dio ma non può aiutarmi e bla bla bla", Anthony è disperato e coglie l'occasione al volo, "in un attaccapanni c'era la giacca del prete appesa, frugai nelle tasca interna e c'era il suo portafoglio con dentro tre carte di credito e quasi trecento euro, presi i soldi mettendo a posto il portafoglio".
Dopo il furto entra in un bar e si compra "una bella ciambella calda morbida alla crema" ma ha anche la pessima idea di raggiungere Brindisi. In Puglia lo fermano a un posto di blocco, i carabinieri gli chiedono i documenti, il solito dramma: Anthony è Antonella. E, a mano, ha maldestramente anche corretto la data di scadenza dell'assicurazione della sua vecchia auto. Gliela sequestrano. Non perde solo una macchina, perde la casa. Torna a dormire in ripari di fortuna, nei campi tempestati di ulivi della campagna pugliese.
Incontra un brav'uomo, Domenico, che gli presenta sua moglie Rosanna e i loro due figli. È un lampo di felicità in mezzo al deserto umano. Lo aiutano, per la prima volta trova qualcuno che ha un po' di compassione. Ma dura poco. Perché Anthony torna a Roma, per un anno riesce a sopravvivere con piccoli "colpi" ma una sera lo fermano due poliziotti e una poliziotta. È il settembre del 2013: "Mi dicono che li devo seguire, quando arriviamo in questura mi comunicano che devono portarmi in carcere, io divento bianco come un lenzuolo e comincio a tremare..". La donna poliziotta gli allunga un pacchetto di sigarette, apre il portafoglio e gli mette in tasca 10 euro.
Sulle cronache dei quotidiani si ritrova qualche notizia su questo spaventoso passato di Anthony. Resoconti sbrigativi, da vecchio "mattinale" di questura. Un foglio del Salento titola: "La donna con i baffi cha ha truffato mezza Italia". Un altro giornale della Romagna scrive della sua "pericolosità sociale" e ironizza: "È donna ma rubava da uomo". A Rebibbia Anthony sta in isolamento per due settimane, gli educatori capiscono che è un "caso speciale" e gli assegnano una cella singola. Ha qualche imbarazzo per la doccia in comune con le altre detenute, però resiste, resiste perché "nessuno mi può cambiare perché sanno anche in carcere che io sono Anthony".
Nel suo libro elenca "le agenti come posso dire, umane" che hanno avuto almeno una volta un'attenzione per lui. Ispettrice Roberta, molto disponibile. L'assistente Livia. Direttrice Pedote. Agente Veronica. La rossa che è rossa. L'agente Jessy con quei capelli neri lunghi e ondulati. Agente Lorella. Sovrintendente Carla. E l'assistente Marta, che quando ha il rossetto il suo sorriso si illumina.
Gesti di civiltà - Anthony non ha un avvocato perché non se lo può permettere. Solo un difensore d'ufficio, per un po' gli dà una mano l'avvocato Fabio Spaziani. Intanto gli anni di reclusione si accumulano. Disegno criminoso premeditato. Nelle pagine di Ero nato errore lui chiede e si chiede: "Ma non c'è una sproporzione evidente fra piccoli reati e grande pena? Non c'è l'esigenza civile di riconoscermi una difesa ponderata, insomma giusta? Non ho diritto a gesti veri di civiltà da parte di una società che si vanta e si dice civile? Io non sono uno stinco di santo, sono colpevole di tutto, ma non del brutto romanzo esistenziale che mi ha schiacciato".
Nell'androne del palazzo di Montespaccato, dopo un'ora che siamo lì a chiacchierare, Anthony mi confida che in carcere ha avuto momenti di intimità con una vicina di cella. "Roba vecchia però". Mi assicura che a Rebibbia sta bene perché "ho un lavoro, mangio ogni giorno, ho un letto, mi posso lavare". Nel suo libro ha affettuose parole per qualche detenuta: "Antonella, da quando ha iniziato a lavorare non facciamo quasi più qualche giocata a carte.. Nichita, lei è addetta all'abbigliamento, quando trova qualcosa da uomo me la mette da parte, grazie Nichita. Berenice sa come addolcirmi con il suo tiramisù. Michela, che è addetta ai cani ed è bello vedere come si rapporta con i cani, amabile, peccato che sono un uomo perché se fossi un cane riceverei un sacco di coccole che dalla razza umana non ho mai".
Sul risvolto di copertina di Ero nato errore trovo un numero di telefono e un nome: Nina. Chiamo. Risponde Nina Maroccolo, la scrittrice che l'ha conosciuto a Rebibbia e con cui hanno scritto insieme. Le è stato vicino per molti mesi, prima gli incontri ogni martedì, poi anche due o tre volte la settimana. Il libro è un atto di amore. Non vede Anthony dal 2017 ed è sorpresa: "Ma come, è ancora rinchiuso in carcere? Io credevo che fosse finalmente in una comunità e avesse ottenuto la possibilità di lavorare fuori". Anthony è ancora dentro e vi resterà fino al 2030, a meno che non sopraggiunga un indulto o un miracolo o una grazia che qualcuno vorrebbe chiedere al presidente della Repubblica.
Il magistrato di sorveglianza di Rebibbia femminile Marco Patarnello conosce bene Anthony e le sue sofferenze. E sa che, prima di ogni altra cosa, lui deve modificare il suo stato anagrafico. Così com'è, fuori dal carcere, vivrebbe sempre una marginalità che gli porterebbe più male che bene.
I "clandestini" delle carceri italiane
Che ne è delle persone in cerca di una loro identità, quando si trovano in carcere? Se lo è chiesto in passato anche l'associazione Antigone, in uno dei suoi ultimi rapporti sulle condizioni di detenzione. Per esempio, la realtà delle persone trans detenute in carcere continua a essere trattata "quasi come un fenomeno clandestino", nonostante il tema sia affrontato sempre di più nella produzione scientifica e talvolta anche dai media.
"Anche lo stesso Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria non ha ancora individuato delle soluzioni univoche alle varie problematiche emerse negli anni, continuando a ondeggiare tra la scelta di diversi sistemi di allocazione che vanno dai reparti dedicati, a volte presso istituti femminili, altre maschili, fino alla collocazione presso le sezioni precauzionali".
Alle problematiche di una vita in carcere, può dunque aggiungersi un'incapacità di riconoscere la transizione in corso, da un genere a un altro. Le conseguenze psicologiche possono essere devastanti: "Spesso il disagio che accompagna lo stato di detenzione delle persone transessuali si manifesta in comportamenti autolesivi che fanno temere per la stessa sopravvivenza della persona".
di Agnese Ananasso
La Repubblica, 31 gennaio 2021
Tra le questioni sollevate all'apertura dell'anno giudiziario 2021 è emerso l'incremento delle violenze tra le mura domestiche, a fronte di un calo degli altri reati. "Effetto distorto delle necessarie misure di prevenzione sanitaria". Durante i mesi di lockdown sono diminuiti i reati soprattutto predatori ma sono aumentati i maltrattamenti e le violenze domestiche. È una delle questioni sollevate dai procuratori generali delle principali corti di Appello italiane durante l'apertura dell'anno giudiziario 20121.
Bologna: pedopornografia e autolesionismo tra i minori - "Sul lato della giustizia penale si osserva un rilevante aumento dei delitti di pedopornografia e di maltrattamenti in famiglia, fenomeni compatibili con l'ampliarsi della dimensione domestica della vita nel trascorso anno", ha detto Ignazio De Francisci, procuratore generale della Corte d'Appello di Bologna, in un passaggio del suo intervento. "Altro fenomeno preoccupante - aggiunge - è costituito dall'aumento tra i minori degli atti di autolesionismo e di intossicazione etilica". Grande, sottolinea De Francisci, "è stato l'impegno della Procura per i Minori e buoni i risultati, nonostante la gravissima carenza di personale amministrativo alla quale si inizierà a fare fronte con i concorsi straordinari attualmente in corso". Nell'ultimo anno i procedimenti per maltrattamenti in famiglia sono cresciuti del 20%.
Genova: violenza sessuale anche tra i minori - "Alla generale diminuzione dei reati si contrappone il forte incremento delle comunicazioni di notizie di reato per i delitti di maltrattamenti in famiglia e di atti persecutori nonché di violenza sessuale, quest'ultimo fra l'altro in aumento anche tra i minorenni. Anche questo, evidentemente, un effetto del periodo più restrittivo durante la pandemia da Covid 19". Lo spiega nella sua relazione Roberto Aniello procuratore generale della corte d'Appello di Genova durante la cerimonia di apertura dell'anno giudiziario.
Firenze: vessazioni anche in presenza di minori - "Il lockdown ha portato a una diminuzione generale dei reati anche in Toscana, ma sono aumentate dell'11% le iscrizioni "per i fatti di violenza intra-familiare e, in particolare, per il delitto di maltrattamenti in famiglia, in conseguenza dell'adozione delle misure per prevenire il rischio di contagio che hanno però costretto dentro le mura domestiche vittime e carnefici". Lo ha detto il procuratore generale presso la corte d'appello di Firenze, Marcello Viola illustrando, nella sua relazione con cui si è aperto l'anno giudiziario in Toscana. Un "effetto distorto" delle "necessarie misure di prevenzione sanitaria", che, ha detto ancora Viola, "ha percettibilmente accresciuto il numero delle persone vulnerabili sottoposte ad un penoso regime di sofferenze morali, di violenza fisica e morale, di continue vessazioni, di umiliazioni, anche alla presenza di bambine e bambini. "In tale ambito, continua a costituire eccellente esempio di collaborazione istituzionale, il protocollo d'intesa Codice Rosa, sottoscritto tra la Regione Toscana, la Procura Generale e tutte le Procure della Repubblica del Distretto, al fine di garantire sul territorio in modo uniforme il miglior supporto alle vittime di violenza che accedono al Pronto Soccorso".
Sardegna: violenza su minori da amici di famiglia - Anche in Sardegna è allarme violenze sessuali e pedo-pornografia: lo scorso anno sono aumentati i procedimenti per violenza sessuale che sono arrivati a 207, contro i 168 dell'anno precedente. In crescita anche i procedimenti per pedofilia e produzione e detenzione di materiale pedopornografico. Sono questi alcuni dei dati illustrati stamane a Cagliari dalla procuratrice facente funzione della corte d'appello di Cagliari, che ha sottolineato come sia "sempre allarmante il dato relativo ai fatti di violenza sessuale" che troppo spesso, nel caso di vittime minorenni, sono commessi da amici di famiglia. In aumento anche i casi di maltrattamenti di genitori compiuti da giovani dipendenti da alcol e droghe.
ansa.it, 31 gennaio 2021
Dal primo febbraio saranno aperte le prenotazioni online per visitare l'isola-carcere di Gorgona (Livorno) con il Parco: 20 le date disponibili, la prima è sabato 20 marzo la partenza è solo da Livorno. Lo ha annunciato, in una nota, l'Ente Parco Nazionale Arcipelago Toscano.
Gorgona, ultima isola carcere attivo d'Italia, se non d'Europa, la più piccola, verde e selvaggia tra le isole del Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano, rappresenta un po' l'isola del riscatto dei detenuti, che lì coltivano le vigne e gli ulivi imparando un mestiere.
La ricchezza naturalistica, unita al fascino di un'isola modello di recupero sociale, prosegue l'Ente Parco, la rendono una tra le più richieste dai visitatori. Il Parco in collaborazione con l'amministrazione penitenziaria conferma anche per il 2021 il programma di fruizione per far conoscere questo territorio protetto seppure con limitazioni dovute al regime carcerario da una parte e alla tutela della biodiversità dall'altra.
Le prenotazioni possono essere effettuate on line sul sito: https://prenotazioni.islepark.it/gorgona/ tare-il-parco/gorgona. Nell' organizzazione della visita sono previste alcune regole in più per disposizioni dettate da motivi di sicurezza, le visite guidate infatti devono essere autorizzate dall'amministrazione penitenziaria in accordo con l'Ente Parco secondo un calendario concordato. Le presenze di visitatori sull'isola sono contingentate per un numero massimo di 100 visitatori al giorno.
di Davide Milo
tio.ch, 31 gennaio 2021
Misura massima decisa per tre giovani. Il caso fa discutere. Essendo la sostanza stata consumata in luogo pubblico, sono state applicate tutte le aggravanti del caso. Sta suscitando la reazione di molte associazioni della società civile tunisina la recente condanna in primo grado a 30 anni di reclusione nei confronti di tre giovani per aver detenuto e consumato sostanze stupefacenti, in particolare marijuana, in un luogo pubblico.
Secondo Faouzhi Dhaoudi, portavoce del Tribunale di El Kef, quello che ha emesso la condanna, ai tre giovani è stata applicata la misura massima essendo la sostanza stata consumata in un luogo pubblico, quale uno stadio, dove i tre sono stati sorpresi. Ai giovani sono state infatti applicate tutte le aggravanti del caso. In loro favore il deputato del partito Attayar Zied Ghanney ha fatto appello al presidente della Repubblica affinché conceda ai tre una grazia eccezionale.
La notizia ha riacceso in Tunisia l'annoso dibattito sull'eccessiva severità dell'impianto normativo sulla detenzione e il consumo delle sostanze stupefacenti. Da anni in Tunisia si discute nella società civile e tra i partiti politici della non attualità e la non costituzionalità dell'attuale legge che disciplina l'intera materia, la famigerata 52 del 92, che grava oltretutto pesantemente sul totale della popolazione carceraria. E molte associazioni ne chiedono, per questi motivi, l'abrogazione.
di Michela Marzano
La Stampa, 31 gennaio 2021
In questi ultimi mesi, sono cambiate molte abitudini, sono cambiati i gesti, talvolta sono cambiate persino le parole che utilizziamo per rivolgerci agli altri. Dopo un anno di pandemia, tutto sembra diverso. Cioè. Tutto, tranne il copione delle violenze contro le donne che resta invece sempre identico, inesorabilmente lo stesso: lei che vuole lasciare lui; lui che, questa cosa, non l'accetta; lei che comincia ad aver paura; lui che l'ammazza. Anzi, non solo il copione di questo film horror non si è modificato, ma si è anche pericolosamente diffuso.
E nonostante gli omicidi siano un po' ovunque in calo, le violenze domestiche e i femminicidi non hanno fatto altro che aumentare. Con la convivenza forzata, c'è stata una recrudescenza delle patologie psichiatriche, è diminuita la fiducia in noi stessi e negli altri, si è moltiplicato il consumo di psicofarmaci. La reclusione ha fatto male a chiunque: il mondo si è ristretto e, pian piano, sono venute meno la voglia e la forza di credere nel futuro.
Ma perché gli uomini devono prendersela con le donne? Pensano forse che, per una donna, le cose siano più semplici? Credono che spetti a una moglie o a una compagna colmare i loro vuoti e ricucire le loro ferite? Immaginano che una donna sia un oggetto che possiedono e di cui possono disporre a piacimento? Si illudono che, in fondo, sia colpa delle femmine se le cose vanno male, perdono il lavoro, bevono, diventano aggressivi e alzano le mani? Quand'è che impareranno a prendere su di sé fallimenti e delusioni, tristezza e incertezze, paure e solitudine?
Non so nemmeno più quante volte ho scritto che il problema delle violenze contro le donne è un problema strutturale della nostra società. E che non basta moltiplicare le leggi per punire i colpevoli o per proteggere le vittime per uscire da questa piaga. E che l'unico modo per venirne fuori è prevenire: insegnare, educare, accompagnare, stimolare, ascoltare, parlare, conoscere. Insomma, fare in modo che i più piccoli imparino progressivamente che nessuna persona potrà colmarli o ripararli; nessuno potrà mai essere esattamente come loro vogliamo che sia, occupando quel posto (e solo quello) che gli hanno preparato, sempre e comunque a loro disposizione. L'aggressività, come ci insegna Freud, è una di quelle pulsioni che non potranno mai essere del tutto eliminate. Ma questo non significa che non si debba far di tutto per controllarla o limitarla. Oppure che non si possa chiedere aiuto a uno specialista per attraversare le tenebre che possono portarci a sfogare violentemente le nostre frustrazioni su chi ci è accanto.
La cosa assurda, nell'ultimo episodio di questa serie infinita di violenze domestiche e femminicidi, è che la vittima di Carmagnola, Teodora - uccisa un paio di giorni fa dal marito Alexandro - era una psicologa, e lavorava in un centro specializzato nella cura delle dipendenze. Una di quelle persone che accompagnano i propri pazienti nella ricostruzione di se stessi. Certo, non spettava a lei curare il marito.
Alexandro avrebbe dovuto iniziare un percorso con qualcun altro e, da quanto emerge, aveva pure promesso di farlo. Prima di essere risucchiato dalla gelosia e dalla violenza. E illudersi che eliminare moglie e figlio, prima di tentare il suicido, fosse la soluzione ai disagi della propria esistenza. La violenza non è mai una soluzione, è sempre un problema.
Ma finché non si capirà che gli uomini violenti sono malati, che l'aggressività non contenuta prima o poi diventa assassina, e che il rispetto delle persone e la compassione per gli altri esseri umani si imparano da piccoli e si coltivano nel tempo, non ci sarà modo di arginare violenze domestiche e femminicidi, e di combattere seriamente contro questa terribile piaga. Soprattutto ora che in casa si vive tutti appiccicati. E che il riconoscimento dell'altro e il rispetto dell'alterità altrui sono messi a dura prova per chiunque.
ugolini.co.th, 31 gennaio 2021
Martedì il nuovo presidente americano Joe Biden ha firmato un ordine esecutivo che proibisce al dipartimento della Giustizia di rinnovare i suoi contratti con le carceri private. Negli Stati Uniti, infatti, una buona parte delle numerosissime persone condannate a pene detentive è rinchiusa in strutture private. Queste prigioni sono note per la qualità della vita piuttosto bassa di chi ci vive - il cibo è scadente e il comportamento delle guardie è spesso brutale, tra le altre cose - ragione per cui già il governo di Barack Obama aveva cercato di ridurne l'uso. L'ordine esecutivo riguarda solo le autorità federali, non quelle dei singoli stati, ed è per questo solo un primo passo, lo ha detto lo stesso Biden, nel quadro delle azioni che la nuova amministrazione intende adottare per risolvere le ingiustizie sistemiche presenti nel sistema giudiziario americano.
Le autorità statali e federali degli Stati Uniti ricorrono alle carceri private fin dagli anni Ottanta. In quel periodo ebbe inizio la cosiddetta incarcerazione di massa, quel fenomeno che ha portato gli Stati Uniti a essere il primo paese al mondo per numero di detenuti in rapporto alla popolazione. A fronte di un grosso aumento della criminalità infatti l'amministrazione di Ronald Reagan introdusse pene molto severe per crimini non violenti ma legati alla droga, che a loro volta fecero crescere tantissimo il numero di persone in carcere: nel 1980 le persone detenute erano circa 660mila; oggi sono quasi 2,3 milioni secondo i dati dell'ong Prison Policy Initiative che tengono conto di tutti i tipi di incarcerazione.
Con l'aumento del numero dei detenuti, le autorità pubbliche dovettero risolvere il problema del sovraffollamento dei penitenziari e si rivolsero ad alcune società private per costruire e gestire nuove carceri. La prima azienda a ottenere un contratto del genere fu CoreCivic, nel 1983. L'anno dopo toccò a Geo Group: oggi queste due società sono tra le principali aziende che gestiscono penitenziari e servizi ai carcerati. Tra le altre cose organizzano programmi di riabilitazione, si occupano del monitoraggio elettronico dei condannati agli arresti domiciliari, sono proprietarie di edifici in cui hanno sede uffici governativi e amministrano imprese in cui i detenuti lavorano. Entrambe sono quotate in borsa e i loro ricavi annuali messi insieme sono di circa 1 miliardo di dollari.
Essendo aziende a scopo di lucro, le società che gestiscono le carceri private hanno sempre avuto interesse ad aumentare la varietà dei loro servizi e al tempo stesso a tagliare i propri costi. Negli anni numerose inchieste giornalistiche hanno rivelato che questo atteggiamento è andato a scapito delle condizioni di vita dei detenuti: ricevono cibo scadente e cure mediche non adeguate, e sono assistiti da personale non qualificato. Ci sono state anche delle inchieste sulle imprese dove i detenuti lavorano e che spesso sono amministrate dalle stesse società che gestiscono le carceri private. Secondo queste indagini, aziende come CoreCivic e Geo Group sfruttano il lavoro dei carcerati dato che la loro condizione permette di ricompensarli con stipendi bassissimi.
Per via di questi problemi, molto noti negli Stati Uniti, nel 2016 l'allora viceprocuratrice generale Sally Yates aveva presentato un memorandum al dipartimento di Giustizia in cui chiedeva ai funzionari responsabili di non rinnovare i contratti con i gestori delle carceri private. L'amministrazione di Donald Trump aveva però cancellato questa raccomandazione: fu una delle prime cose che fece Jeff Sessions quando divenne procuratore generale.
Nei suoi primi dieci giorni di presidenza, Joe Biden ha ribaltato molte iniziative dell'amministrazione precedente, tra cui questa. L'ordine esecutivo sulle prigioni private fa parte di una serie di provvedimenti il cui scopo è ridurre le divisioni e le diseguaglianze tra i diversi gruppi demografici americani. Una delle manifestazioni del razzismo sistemico presente negli Stati Uniti è infatti l'altissima percentuale di afroamericani all'interno della popolazione carceraria: solo il 13 per cento degli americani è nero, mentre tra i detenuti la percentuale raggiunge il 40 per cento.
Solo il 9 per cento dell'intera popolazione carceraria americana (circa 200mila persone) è detenuto in prigioni private, con percentuali che cambiano tra uno stato e l'altro: del totale di questi detenuti, sono 55mila quelli condannati per reati federali. L'ordine esecutivo di Biden dunque riguarda un piccolo numero di carcerati ed è per questo che lo stesso presidente lo ha definito come un primo passo nel suo piano per "fermare le aziende che traggono profitto" dall'incarcerazione.
Una prima conseguenza della decisione di Biden si è vista in borsa: dopo l'annuncio dell'ordine esecutivo il valore delle azioni di CoreCivic e Geo Group ha raggiunto il minimo da più di un decennio. Si stima che le due società potrebbero perdere fino a un quarto dei loro ricavi con la fine dei contratti federali. Nel 2019 il 23 per cento dei ricavi di Geo Group e il 22 per cento di quelli di CoreCivic derivavano da questi contratti.
Tuttavia sia CoreCivic che Geo Group hanno commentato la decisione di Biden senza esprimere sorpresa, né particolare preoccupazione. Le ragioni sono diverse: prima di tutto sapevano già quale sarebbe stata la posizione dell'amministrazione Biden nei loro confronti. In secondo luogo negli ultimi anni - nel 2020 anche per via della pandemia - il numero di persone condannate a pene detentive dai tribunali federali è diminuito, dunque è calata la necessità di ricorrere alle carceri private.
Ma il motivo principale per cui questo specifico ordine esecutivo non danneggia in modo particolare i gestori delle prigioni private è che negli ultimi anni il loro business si è spostato sui centri di detenzione per immigrati irregolari, che non sono contemplati dalla decisione di Biden. Nel 2019 il principale cliente di CoreCivic e Geo Group è stata l'ICE, l'agenzia federale responsabile del controllo della sicurezza delle frontiere e dell'immigrazione. Le politiche sull'immigrazione dell'ex presidente Trump hanno fatto aumentare di 17mila persone i detenuti nei centri per immigrati irregolari, che in totale sono oggi 42mila; l'80 per cento di loro è ospitato in strutture private. Per questo nei primi anni dell'amministrazione Trump il valore delle azioni di CoreCivic e Geo Group era aumentato.
Al tempo stesso però erano aumentate le critiche nei confronti di queste società, accusate di commettere varie forme di abusi contro gli immigrati detenuti. Per questo molti investitori avevano venduto le loro azioni, ben prima dell'ordine esecutivo di Biden. Due anni fa sia JPMorgan che Bank of America avevano annunciato che avrebbero smesso di finanziare i gestori di carceri private. Quindi se da un lato l'iniziativa di Biden non ha particolarmente cambiato la situazione per queste aziende, dall'altro le cose non stavano andando troppo bene per loro già da prima.
di Vanessa Ricciardi
Il Domani, 31 gennaio 2021
Pietro Bartolo, Pierfrancesco Majorino, Alessandra Moretti e Brando Benifei sono in missione per verificare cosa stia accadendo, ma sono stati bloccati in Croazia prima di raggiungere la frontiera. In un video hanno denunciato quanto gli è accaduto: "Eppure questo è un confine europeo" ha detto Moretti. Bartolo ha aggiunto: "Questa è una nostra prerogativa, è un nostro diritto". Il loro viaggio proseguirà comunque, andranno nella zona di Bihać.
"Cosa c'era oltre il limite imposto dalla polizia? Cos'è che non dovevamo vedere?", questa la domanda di Pietro Bartolo, il medico di Lampedusa che ha prestato per anni soccorso i migranti, in viaggio sulla rotta balcanica. Oggi è stato bloccato dalla polizia croata davanti a un nastro che delimita l'area prima di raggiungere il confine con la Bosnia: "Questi non sono i nostri confini. I confini d'Europa lungo la rotta balcanica sono ben oltre questo nastro, eppure la polizia croata non ci permette di andare avanti. Non consente, cioè, a quattro eurodeputati, nell'esercizio delle loro funzioni, di vedere coi propri occhi i confini d'Europa".
Lo ha denunciato oggi pomeriggio insieme a Pierfrancesco Majorino, Alessandra Moretti, Brando Benifei. La delegazione di eurodeputati Pd si è recata in Croazia per verificare cosa sta accadendo nell'area. Massimiliano Smeriglio, che ha partecipato alla spedizione, ma sul fronte italiano, ha spiegato ieri che è loro intenzione verificare le responsabilità europee di quanto sta accadendo e le azioni di Frontex, l'agenzia europea della guardia di frontiera, quindi portare i risultati della loro missione all'attenzione del parlamento europeo.
I parlamentari spiegano nel video di essere stati fermati in realtà ben prima della frontiera, e di aver chiesto un permesso per andare al confine reale ma, ha riferito a Domani l'ufficio stampa in serata, non gli è stato concesso. "Eppure questo è un confine europeo" aveva detto Moretti nel video. Bartolo ha aggiunto: "Questa è una nostra prerogativa, è un nostro diritto".
Domenica 31 gennaio, anche se la missione in Croazia non è andata come previsto, andranno in Bosnia. La delegazione di eurodeputati visiterà la zona di Bihać e il campo di accoglienza di Lipa, distrutto a dicembre scorso da un incendio e nel quale le condizioni delle persone sono drammatiche. Bambini, donne e uomini, sono infatti costretti a vivere in accampamenti in condizioni precarie vittime del gelo.
La delegazione incontrerà le autorità locali del distretto di Una Sana e i rappresentati di diverse Ong che lavorano da tempo nell'area balcanica e che denunciano l'incapacità di ritrovare soluzioni efficaci sul piano emergenziale e strutturale. Gli eurodeputati puntano a un'immediata azione umanitaria - che dal Parlamento europeo viene richiesta da oltre un anno. Per gli eurodeputati, hanno riferito prima di partire, è ora di rivedere le scelte compiute dai singoli governi europei e dalle istituzioni dell'Ue sui migranti e i richiedenti asilo, un tema che chiama in causa direttamente l'Italia, artefice di respingimenti illegali.
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