di giordano stabile
La Stampa, 31 gennaio 2021
Il costo del lavoro basso citato da Renzi è figlio di un doppio standard: i dipendenti nazionali hanno salari nettamente più alti degli immigrati. Erano le quattro del mattino, nel tepore della tenda nel deserto, Mohammed bin Salman sorseggiava l'ennesimo caffè al cardamomo e guardava un film di fantascienza sul canale Mbc. Treni sospesi sfrecciavano in una megalopoli del futuro, fra grattacieli e fattorie pensili.
Di colpo l'idea. Era così che doveva svilupparsi Neom, il progetto di città tecnologica affacciata sul Mar Rosso. Una città in "orizzontale", lunga 170 chilometri, con una spina dorsale fatta di ferrovie veloci e metrò, senza più auto: "Investiamoci 100 miliardi". Era nata The Line, il progetto al centro della "Davos del deserto" di quest'anno, un modello per tutto il mondo in cerca di soluzioni alla crisi ecologica, con l'Arabia Saudita al centro. Il colpo d'ala di un principe rinascimentale, per i suoi ammiratori. Per i critici un sogno faraonico, nato "come se si potessero costruire città allo stesso modo che nei videogiochi".
Mbs ama decidere alla svelta ed è generoso con chi sostiene la sua missione modernizzatrice. Nel 2016, quando la sua Vision 2030, cominciava a prendere forma, riceve una telefonata dal magnate giapponese Masayoshi Son, in cerca di finanziamenti per il suo SoftBank Group. Dopo meno di un'ora il principe stacca un assegno da 45 miliardi. "Ho ricevuto 45 miliardi in 45 minuti, uno al minuto", commenterà Son.
Il problema, in una monarchia assoluta e priva di un Parlamento, è capire come sono spesi, e con quale efficacia, tutti questi soldi. L'Arabia Saudita è abituata ai mega-progetti, finora con risultati deludenti. Da governatore di Riad, Re Salman, padre del principe, prometteva negli anni Settanta di fare della capitale saudita "la metropoli più avanzata al mondo entro il 1985". Siamo lontani. La prima linea del metrò sarà inaugurata quest'anno.
The Line ha però il merito di aver riportato l'attenzione sulla Future investment initiative e distratto l'opinione pubblica dal nuovo vento che soffia da Washington: lo stop alla vendita di armi, la riapertura dell'inchiesta sull'uccisione di Jamal Khashoggi, il giornalista ucciso e fatto a pezzi nel 2018, secondo la Cia su ordine dello stesso Mbs.
La luna di miele con Donald Trump è finita, il principe deve riposizionarsi sulla linea di Joe Biden, e mettere l'accento sull'ecologia può aiutare. The Line promette di essere a "zero emissioni" e "in armonia con la natura". Peccato ci siano già tribù beduine che vivono là "in armonia" e che si stanno battendo contro la distruzione dei loro insediamenti. Uno dei loro attivisti, Abdul Rahim al-Huwaiti, è stato ucciso dalla polizia lo scorso aprile. Nel "nuovo Rinascimento" non c'è spazio per il dissenso e a Mbs "interessa solo convincere i media, specie occidentali, che farà la storia e cambierà il mondo", come ha sintetizzato Walid al-Hathloul, fratello dell'attivista per i diritti umani Loujain, incarcerata da quasi tre anni.
The Line è il futuro, forse, per adesso agli abitanti del Regno interessa trovare una casa decente. "Le città saudite - ha picchiato duro il New York Times - sono brutte e polverose, con religiosi conservatori che sovrintendono su burocrati corrotti, in un paesaggio costellato di mega progetti abbandonati". Le riforme procedono tra contraddizioni. Sì al diritto alla guida per le donne, ma condanne per le dissidenti che si sono battute in questo senso, come la stessa Al-Hathloul.
Anche i cambiamenti nel mercato del lavoro, dagli aspetti ancora medievali, dove le organizzazioni sindacali sono limitate, segnano il passo. Mbs ha promesso di abolire il sistema della kafala, ma da marzo ci saranno soltanto miglioramenti marginali. Su 32 milioni di abitanti, sei sono lavoratori stranieri e per Human Rights Watch sono quelli più a rischio "di lavoro forzato". Una ricercatrice della ong, Rothna Begum, ha documentato "casi di domestici imprigionati, con i passaporti confiscati, costretti a turni massacranti senza riposi o giorni liberi, soggetti ad abusi fisici e sessuali".
Come negli altri Paesi del Golfo o in Libano la "kafala", da "kafil", cioè "sponsor", regna ancora sovrana. Ai lavoratori è richiesto uno sponsor, un'agenzia o direttamente il datore di lavoro, che paghi una cauzione di migliaia di dollari. Quasi sempre l'imprenditore sequestra loro il passaporto e a quel punto può fare quello che vuole. I casi di suicidi, specie fra le domestiche, sono decine. Questo contribuisce a tenere "basso il costo del lavoro".
Diversa la situazione nel settore pubblico, con trattamenti di livello europeo. Il salario minimo è di 5300 rial, pari a 1300 euro, mentre per gli stranieri è di 2500, circa 600 euro. Gli occidentali con alte qualifiche, tecnici, ingegneri, manager o giornalisti nelle testate anglofone, possono avere invece paghe superiori a quelle in Europa. La modernizzazione ha però comportato anche l'introduzione delle tasse, prima inesistenti. L'Iva al 15% è stata imposta su quasi tutti i prodotti e il sussidio di 270 dollari al mese per la casa abolito. Più che di The Line è di questo che discutono i sauditi, anche su social sempre più controllati e censurati.
di Martina Santamaria
L'Espresso, 31 gennaio 2021
Salimata Traoré ha solo 21 anni ma si batte con forza per l'emancipazione femminile. Che nel suo Paese è solo all'inizio. E della democrazia dice: "Per i giovani è un dovere prima che un diritto". Parla la giovane scrittrice africana.
La scrittura a volte è l'unico mezzo utile per far luce su questioni altrimenti impronunciabili. Soprattutto per chi vuole provare a cambiare il corso della storia. Come Salimata Traoré, 21 anni e una battaglia quotidiana tra femminismo e attivismo. Nei suoi libri denuncia quello che il Mali non vuole far sapere: lo strapotere degli anziani, la precarietà dei giovani e un sistema patriarcale che condanna le donne a matrimoni forzati e mutilazioni genitali. Con la sua associazione vuole rendere l'istruzione gratuita per chi non può permettersela, perché "La libertà nasce dalla consapevolezza".
Per chi combatti la tua lotta culturale e ideologica?
Mi sento molto coinvolta nella causa di donne e giovani. Sono le categorie sociali più discriminate, e non solo nel mio Paese. Io, giovane donna, sento di esserlo doppiamente. La mia battaglia la porto avanti con la scrittura, cercando di sollevare temi scomodi e informare. È l'unico modo che abbiamo per fare in modo che ci sia sempre più consapevolezza e quindi sempre più azione.
Cosa significa essere una donna nel Mali?
C'è una frase del mio libro "Notre Combat de tous les jours" che dice: "Siamo ragazze, madri, mogli, ma soprattutto lottiamo per essere noi stesse!" È questo quello che sentiamo. Certo, le donne maliane sono sempre più istruite e in carriera: sono dirigenti, ministre, imprenditrici. C'è chi decide di lasciare un matrimonio infelice, preferendo salvarsi la pelle piuttosto che salvare la reputazione della famiglia, e chi, come me, osa denunciare le ingiustizie e gli abusi. Ma siamo ancora molto lontani dal concetto di giustizia. La società crede che siamo destinate semplicemente a soffrire, obbedire e accettare e stenta a riconoscere per davvero che abbiamo voce in capitolo o che abbiamo diritto ad averla. In Mali una ragazza sin dall'infanzia viene preparata al matrimonio. Le viene fatto capire che essere una buona moglie è una priorità, molto più di ogni sua ambizione. È ora di cambiare mentalità, affinché tutte abbiano la possibilità di scegliere. Devono poter decidere se andare a lavorare o restare a casa, se sposarsi, rimanere single o anche divorziare quando le cose vanno male. Ma abbiamo bisogno che anche i padri e i mariti ci sostengano in questa lotta, prestando attenzione all'educazione delle loro figlie e camminando accanto alle loro mogli.
Le questioni che affronti nei tuoi libri sono ancora dei tabù. Il Mali, ad esempio, è tra i paesi in cui le mutilazioni genitali femminili registrano i maggiori tassi di incidenza.
La pratica dell'infibulazione è ancora una delle piaghe più aberranti nel mio Paese. Secondo le stime di "Jeune Afrique" la pratica colpisce il 91% delle donne maliane tra i 15 e i 45 anni. Nel 2020 il Sudan ha vietato le mutilazioni genitali femminili. Da noi, invece, non esiste alcuna legge a riguardo. Se solo il Mali potesse imparare dal Sudan! Le conseguenze sono incalcolabili, sia per la vita sessuale delle vittime sia per il loro benessere psico-fisico sia per l'eventuale nascita di un figlio. I rischi anche: sanguinamento, infezioni, HIV, spesso la morte.
Se le MGF sono ancora una pratica profondamente radicata nella nostra tradizione è anche a causa della scarsa consapevolezza che se ne ha. Cosa si può fare? A mio avviso, va benissimo organizzare conferenze contro le mutilazioni genitali; però, una donna non istruita che vive in un quartiere svantaggiato parteciperà a manifestazioni di questo genere, quasi sempre tenute in francese? Capirà qualcosa? E se manca un'informazione adeguata, la maggior parte continuerà a ignorare i rischi, a non denunciare e a credere, al contrario, che l'escissione sia un bene per le ragazze e per la loro identità sociale. Dobbiamo darci da fare per promuovere l'informazione sul campo, nella lingua locale. Altrimenti le donne resteranno vittime inconsapevoli di una barbarie non necessaria e gli uomini, d'altra parte, continueranno a ignorare la nostra battaglia, invece di sostenerla.
Poi ci sono i giovani. La tua associazione Leaders du Mali de Demain è pensata per loro, che hanno bisogno di formazione e informazione. Quanto contano davvero questi due strumenti nel Mali?
Nelson Mandela ha detto che "L'istruzione è l'arma più potente che può essere usata per cambiare il mondo", e di questo sono convinta. Io personalmente devo ringraziare i miei genitori per aver considerato la mia educazione una priorità. E se oggi ho il coraggio di intervenire per difendere i principi in cui credo lo devo a questo. Per me ogni cosa, anche il coraggio, parte dall'istruzione. In Mali, però, non tutti sono così fortunati: da una parte ci sono i più piccoli - che non sempre i genitori possono o vogliono avviare agli studi - dall'altra coloro che vorrebbero raggiungere i livelli più alti della loro formazione, ma non ne hanno i mezzi. È per questo che ho fondato Leaders du Mali de Demain, per ampliare le modalità e le possibilità di accesso ai corsi, dato che sul sistema educativo maliano non possiamo contare. In generale poi noi giovani maliani dobbiamo sottostare a un sistema politico in cui gli organi decisionali sono nelle mani degli anziani. Non c'è spazio per noi.
Il 2020 per il Mali è stato un anno di sconvolgimenti politici. A che punto siete sulla strada verso il cambiamento?
Il 2020 è stato un anno molto duro. A marzo le elezioni legislative, poi le manifestazioni, poi il colpo di stato militare. Dopo il marzo 1991, i maliani non erano mai stati così determinati e motivati a rovesciare un capo di Stato, il suo governo e il parlamento. Hanno unito le forze come non accadeva da anni. La politica del Mali ha ancora molta strada da fare; le sue priorità ora sono da cercare oltre i litigi e le controversie che ci circondano. La sfida da raccogliere è il successo della transizione politica in vista del nuovo governo e soprattutto la valorizzazione dei punti essenziali per lo sviluppo del Paese: sicurezza, salute e istruzione. La morte di Soumaila Cissé (leader del partito dell'opposizione, prigioniero di militanti islamisti, liberato a ottobre insieme agli italiani Pierluigi Maccalli e Nicola Chiacchio, ndr), invece, è stata uno shock; ha sconvolto la scena politica, ma anche l'esito delle imminenti elezioni, quando finalmente Cissé sarebbe potuto diventare Presidente. Il 2020 si è portato via anche due ex presidenti, Amadou Toumani Touré e Moussa Traoré. All'improvviso, citando Amadou Hampâté Ba (scrittore e filosofo maliano ndr.), tre grandi "biblioteche" sono andate a fuoco.
Quale futuro vedi per il tuo Paese?
Il Mali di un tempo era uno degli imperi più potenti e ricchi in Africa, per risorse, cultura e diversità. Sono sicura che, attraverso una nuova generazione ben coinvolta e istruita, presto torneremo ad avere uno Stato migliore di quello di oggi, forse anche migliore di quello di un tempo. Un futuro positivo, prospero e sviluppato, in un'Africa emergente. Ed è con questo ottimismo che vedo il futuro. Ma sta a me e ai miei coetanei renderlo possibile, moltiplicando le azioni attraverso associazioni o movimenti politici. Come ho detto nel mio primo libro, "Pensée d'une Jeune Africaine": "Con amore e volontà, ti costruiremo".
adnkronos.it, 30 gennaio 2021
"In considerazione del protrarsi dell'emergenza sanitaria e allo scopo di contenerne le
conseguenze in ambito carcerario, il testo proroga, dal 31 gennaio al 30 aprile 2021, le disposizioni del decreto-legge 28 ottobre 2020, n. 137, che consentono la concessione, ai condannati ammessi al regime di semilibertà, di licenze premio di durata straordinaria, il riconoscimento, a specifiche categorie di condannati, di permessi premio di durata eccedente quella ordinaria e, infine, un più agevole accesso alla detenzione domiciliare ai condannati con un limitato residuo di pena da espiare". Lo si apprende dalla nota di Palazzo Chigi diramata dopo il Cdm che si è tenuto in tarda mattinata.
di Valerio Renzi
fanpage.it, 30 gennaio 2021
Dopo le rivolte di marzo - con 13 detenuti morti a seguito delle proteste e la repressione nel carcere di Modena - nulla o quasi è cambiato nei penitenziari italiani. Ieri è stato reso noto la positività al Covid-19 nel carcere romano di Rebibbia, che dimostra come colpevolmente troppo poco si è fatto per svuotare le celle sovraffollate in questi mesi.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 30 gennaio 2021
Una semplice radiografia tecnica per quanto riguarda il sistema penitenziario. Nessun accenno ai 13 detenuti morti a seguito delle rivolte, niente per quanto riguarda il problema sovraffollamento, tranne che citare le misure deflattive in merito alla pandemia. Nulla per quanto riguarda tutte le problematiche irrisolte che riguardano le patrie galere. Parliamo della relazione sullo stato della giustizia dell'anno 2020 del ministro Alfonso Bonafede.
liberta.it, 30 gennaio 2021
"Il nostro Paese è poco serio. Le pene riportate nel codice penale sono minacce del legislatore, che spesso non diventano realtà. Eppure, in Italia non si fa una riforma della giustizia per evitare di toccare interessi potenti". Immancabilmente critico e pungente nei confronti della politica, il magistrato Piercamillo Davigo è stato l'ospite del primo incontro online organizzato dal caffè letterario del Liceo Gioia di Piacenza.
di Davide Galliani*
Giustizia Insieme, 30 gennaio 2021
La vita e le opere di Primo Levi parlano molto a chi si occupa delle massime pene. Un solo esempio. Scrive Primo Levi: al pari della felicità perfetta, anche la infelicità perfetta non è realizzabile; questi due stati-limite non sono realizzabili perché la condizione umana è "nemica di ogni infinito".
di Liana Milella
La Repubblica, 30 gennaio 2021
Nella grande aula del Palazzaccio da 350 posti solo 32 presenti. Da Bonafede un intervento tecnico. Il presidente Curzio cita Draghi e lancia l'allarme sui giovani e la scuola. Dal pg Salvi la preoccupazione per i femminicidi. Protagonista silenzioso il caso Palamara con le azioni disciplinari. Il vice presidente del Csm Ermini invita le toghe a "superare le correnti".
Il Covid, ovviamente. E i fondi del Recovery. E i processi civili e penali a rilento. I giovani e la scuola. Un Guardasigilli, Bonafede, dimezzato dalla crisi di governo. La sua relazione è solo tecnica, niente politica. Ma i vertici delle toghe italiane non fanno sconti alla politica. Non nascondono nulla, né i reati, quelli gravissimi contro le donne, né la crisi della stessa magistratura per via del correntismo. In Cassazione, per la tradizionale cerimonia d'apertura dell'anno giudiziario, sfilano gli ermellini in toga rossa. Consegnano, davanti al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, seduto come sempre in prima fila, la fotografia di una giustizia a rilento, che però proprio dal Covid potrebbe rinascere diversa, digitale anziché cartacea.
Nella grande aula della Cassazione da 350 posti ci sono solo 32 presenti. Il - da sempre - grande evento della giustizia italiana si auto comprime. Per la prima volta nessun giornalista guarda la cerimonia dal doppio ballatoio che sovrasta la sala. Tutte online le relazioni, e la diretta video trasmessa dalla Rai. Protagoniste sembrano le mascherine. Il primo presidente della Suprema Corte Pietro Curzio, al suo primo anno giudiziario, riassume in un'immagine il senso della giustizia. Un bozzetto apre la sua relazione. Rappresenta il processo a Verre, "imputato di gravi concussioni e peculato in danno della Sicilia di cui per tre anni era stato governatore, un giudizio in cui l'accusa fu sostenuta da un ancor giovane Cicerone e la difesa da Ortensio, all'epoca principe del Foro romano". Ma, come spiega Curzio, l'affresco per il quale era stato stilato il bozzetto non è stato mai realizzato. Tant'è che "la parete qui alla mia destra è rimasta bianca. È l'affresco che non c'è?".
Quel bozzetto rappresenta anche lo stato della giustizia in Italia, perché il Covid, dice Curzio, "ha comportato il sostanziale blocco per un certo periodo, una faticosa e difficile ripresa per la restante parte dell'anno e oggi ci pone dinanzi alla necessità di ripensare profondamente il sistema. Di partecipare alla costruzione di un qualcosa che ancora non c'è?". Appunto, la giustizia dopo il Covid che ancora non c'è. Perché "la pandemia ha ulteriormente mostrato l'inadeguatezza del sistema, la gracilità e vetustà di molti suoi gangli, e pone in modo deciso la necessità di un cambiamento profondo e incisivo, prima di tutto culturale".
Curzio parla per primo, poi il Procuratore generale Giovanni Salvi, il vice presidente del Csm David Ermini, il Guardasigilli Alfonso Bonafede, e due donne protagoniste entrambe del mondo della giustizia, Gabriella Palmieri, al vertice dell'Avvocatura generale dello Stato e Maria Masi, presidente del Consiglio nazionale forense. Complessivamente una fotografia della giustizia in Italia che consegna un paese pressato dai reati (corruzione, mafia, omicidi delle donne), rallentato dalla pandemia, appeso ai fondi del Recovery, spaventato e dubbioso sul suo futuro politico.
Nell'aula magna della Suprema corte risuona la citazione che Curzio fa di Mario Draghi, uno dei protagonisti silenziosi dell'attuale crisi di governo. "Per anni una forma di egoismo collettivo ha indotto i governi a distrarre capacità umane e altre risorse in favore di obiettivi con più certo e immediato ritorno politico: ciò non è più accettabile oggi. Privare un giovane del futuro è una delle forme più gravi di diseguaglianza". Curzio sottoscrive questa preoccupazione perché "il debito dovrà essere ripagato principalmente da coloro che sono oggi i giovani". Per questo non sono ammessi ritardi e "ciascuno nel rispetto delle proprie competenze e in adempimento dei propri doveri" dovrà fare del suo meglio. A partire dalla giustizia e dai suoi ritardi. Anche perché lo stop "a quella stanza di compensazione che è la scuola ha prodotto un silenzioso aumento dei maltrattamenti in famiglia verso minori e più in generale l'incremento di minori maltrattati o abbandonati".
Un ritardo che Curzio non minimizza. A partire dai numeri, perché "ogni anno sopravvengono in Cassazione più di 30mila ricorsi civili e 50mila penali. Un dato quantitativo unico nell'esperienza giuridica internazionale". È necessaria "tempestività", ma "i tempi del processo civile superano il livello di ragionevolezza; la qualità dei provvedimenti non sempre è all'altezza del ruolo della Corte; i contrasti, molto spesso inconsapevoli, sono diffusi e ricorrenti". Ma qui s'instaura un "circolo vizioso" perché "quanto maggiore è il numero dei ricorsi, tanto maggiore è il numero dei giudici necessari alla Corte; quanto maggiore è il numero dei giudici, tanto maggiore è il rischio di decisioni non omogenee o contrastanti tra loro".
Sarà l'interrogativo del futuro. Per adesso Curzio non è pessimista sui suoi numeri quando dice: "Il terribile anno che ci siamo lasciati alle spalle ci ha visti impegnati fondamentalmente a limitare i danni e alla fine il bilancio è positivo. Grazie a un forte recupero nel secondo semestre, siamo riusciti a definire più di 30mila processi civili e nel penale siamo riusciti a conservare tempi di definizione dei giudizi inferiori ad un anno". Il primo presidente boccia l'idea di ridurre il processo d'appello, chiede al governo di far partire il processo telematico anche per la Suprema Corte. Quando affronta il momento "travagliato" della magistratura, Curzio cita una frase di Rosario Livatino, il giovane magistrato giustiziato da Cosa nostra, quando scrive che "non ci sarà chiesto se siamo stati credenti ma credibili". E chiosa: "Forse il segreto è semplicemente, per ogni scelta che operiamo, di chiederci quanto siamo credibili". Un messaggio che impatta con le durissime polemiche sul correntismo, sulle chat di Palamara. Sui retroscena che turbano lo stesso Csm in quello che si può considerare come l'anno nero delle toghe. Sulle quali però apre una nota positiva il presidente dell'Anm Giuseppe Santalucia quando contesta le ricostruzioni dell'ex pm e le definisce un "affresco" che "dileggia un'istituzione dello Stato, che reca un grave torto alla realtà, in cui i magistrati sono ancora e autenticamente un potere diffuso, non governabile e non orientabile da mediatori improvvisati".
Certo non parla di toghe corrotte il Guardasigilli Alfonso Bonafede, perché la crisi politica gli impone di limitarsi a considerazioni tecniche, proprio com'è già avvenuto in Parlamento. Parte dalla pandemia che "ha inciso fortemente anche sul settore della giustizia". Bonafede esprime "la profonda gratitudine ai magistrati togati e onorari, avvocati, personale amministrativo, polizia penitenziaria che, con spirito di sacrificio, competenza e abnegazione, hanno permesso che la giustizia non si fermasse nemmeno nei momenti di maggiore difficoltà". Poi vanta il calo dei detenuti, parla di "significativa diminuzione", fornisce la cifra di chi sta in carcere a oggi, 52.369 persone. Dal Covid anche un fortissimo impulso alla digitalizzazione che potrebbe avere effetti positivi nel futuro, tant'è che il ministro cita l'uscita nella Gazzetta ufficiale della norma che consentirà dal 31 marzo il deposito telematico facoltativo con valore legale degli atti processuali e dei documenti presso le sezioni civili della Cassazione.
Invece è proprio sul caso Palamara che arrivano input dal vice presidente del Csm David Ermini. Il suo invito è quello di superare le correnti, il correntismo, le raccomandazioni. E garantire chi chiede un posto solo con la sua faccia." Perché, secondo lui, "vanno salvaguardate le giuste ragioni di quei magistrati che, senza spudoratezza di rapporti o appoggio di cordate correntizie e del tutto alieni da una pratica indecente quale la cosiddetta coltivazione della domanda, aspirano legittimamente al riconoscimento delle loro capacità e delle loro attitudini". È una previsione realistica e praticabile ed Ermini la presenta così: "Occorre che ogni decisione sia preceduta da una congrua, preventiva istruttoria e sia corredata da una adeguata e approfondita motivazione; che le nomine agli uffici apicali siano prese nella rigorosa osservanza del metodo cronologico; che le assegnazioni di funzioni o l'attribuzione di incarichi che richiedono peculiari requisiti di idoneità siano precedute dalla sola, scrupolosa valutazione delle necessarie competenze tecniche, senza cedere alla tentazione di accordi preventivi volti alla ripartizione dei posti". Quello che tutti gli italiani pensano che già si faccia, ma che evidentemente rappresenta una novità.
E proprio sul caso Palamara il procuratore generale Giovanni Salvi parla di "reazione sanzionatoria pronta ed efficace". Quelle 26 azioni disciplinari aperte in piazza Cavour, di cui 17 sono già a giudizio sul tavolo del Csm. E le altre su cui sta lavorando il suo team di procuratori che peraltro, a quanto trapela, hanno più volte sentito lo stesso Palamara. Ovviamente Salvi non minimizza quanto è accaduto e che adesso deve spingere la magistratura a "ricostruire la sua credibilità duramente scossa dalle indagini che hanno portato all'emersione di un sistema diffuso di asservimento del Csm a logiche di interessi di gruppo, e che ha consentito anche condotte di assoluta gravità alcune delle quali in precedenza mai verificatesi". Ma Salvi ripete quanto ha detto più volte in questi due anni, e cioè che "l'auto raccomandazione è un meccanismo interno che esiste nella magistratura. Chi concorre a un posto vuole avere spesso un rapporto diretto con il consigliere del Csm". E in questo Salvi non ravvisa, di per sé, una colpa.
Ma è sul Covid e sui reati più diffusi in Italia che la relazione di Salvi offre molte novità. A partire dai femminicidi. Perché se calano gli omicidi volontari - 268 nel 2020 con un calo del 13,5% rispetto ai 315 del 2019 - gli assassini delle donne aumentano. Erano 132 nel 2017 su 375 omicidi, salgono a 141 nel 2018 sul totale di 359, sono 111 nel 2019 e 112 l'anno scorso. Quindi il 42% rispetto al totale.
La pandemia ha portato Salvi a concentrarsi sia sull'uso dei processi da remoto, sia sull'effettiva necessità della permanenza in carcere, e sui detenuti, su quella che definisce "l'esclusione degli ultimi dai benefici a causa della loro marginalità sociale". Salvi parla di "primi frutti, davvero positivi, così da far sperare che il distanziamento sia raggiunto senza ricorrere a rischiose scarcerazioni e che - passata la pandemia - coloro che hanno diritto a usufruire di misure alternative non debbano scontare due volte la pena, a causa della loro emarginazione sociale".
Effetto Covid all'Avvocatura dello Stato
E c'è un effetto Covid anche per l'Avvocatura dello Stato, con i dati che fornisce la toga, al vertice da agosto 2019, Gabriella Palmieri Sandulli che può vantare il 60% di cause vinte tra tutte quelle che il suo ufficio ha affrontato nel 2020. "Gli effetti dell'emergenza sanitaria che ha caratterizzato gran parte dell'anno - dice Palmieri - si riverberano con evidenza anche da noi con una riduzione del numero di affari nuovi del 21% rispetto al dato del 2019, raggiungendo comunque la notevole cifra di 45.000 affari. Un effetto che si verifica anche nelle Avvocature distrettuali con un calo del 13 per cento". E anche per i magistrati di via dei Portoghesi il Covid diventa l'occasione "per trasformare la situazione emergenziale in un fattore di accelerazione della digitalizzazione e della dematerializzazione degli atti". Tant'è che, come dice Palmieri, "l'Avvocatura ha eseguito oltre 67mila depositi telematici nel civile, con un aumento percentuale pari al 30% rispetto al 2019", mentre il numero delle notifiche di atti giudiziari via Pec "è salito alla cifra record di oltre 21mila".
di Michele Fullin
Il Gazzettino, 30 gennaio 2021
"La pandemia ha inciso pesantemente sui procedimenti giudiziari, che sono stati rinviati in gran numero. Quest'anno ci attende uno tsunami, visto che i procedimenti rinviati si sommeranno a quelli in arrivo. In più, dovremo affrontare anche la criminalità indotta dalla pandemia, che ha colto l'occasione per fare profitti e investire denaro in imprese in crisi".
È il quadro descritto dalla presidente della Corte d'Appello di Venezia, Ines Maria Luisa Marini, che questa mattina sarà parte integrante del suo intervento di apertura dell'Anno giudiziario. Come di consueto, la presidente ha anticipato alcuni dei temi portanti della relazione sullo stato della giustizia in Veneto e l'impatto del Covid è senz'altro uno di questi. All'inizio, poi, (10 marzo-11 maggio 2020) è stato devastante perché non era chiaro come affrontare l'emergenza. Poi gli uffici si sono organizzati creando le condizioni per lavorare in sicurezza e la situazione è migliorata sensibilmente tra il 12 maggio e il 30 giugno. Lo studio effettuato dalla Corte si riferisce a queste due fasi.
A subire i maggiori problemi è l'area penale, caratterizzata da un elemento di presenza imprescindibile. La Corte ha rinviato il 96% dei procedimenti (624 su 653 in calendario) e su queste percentuali si sono assestati i diversi tribunali del Veneto: Padova 94%, Rovigo 92%, Venezia 95%, Vicenza 94%, Verona 88%. Hanno fatto eccezione Treviso (56% dei processi rinviati) e Belluno (59%). Nell'area civilistica, per l'essenza stessa del processo che è per lo più documentale, la Corte ha rinviato 1381 procedimenti su 2mila 631 programmati grazie al web, il 52%. Un trionfo, rispetto alle sedi distrettuali: Belluno ha rinviato il 93 % dei processi, Padova l'81, Rovigo l'86, Treviso il 94, Venezia il 93, Verona il 98, Vicenza l84. In media, il 90 per cento.
Quando gli uffici si sono organizzati per l'emergenza i risultati si sono visti. La Corte, nel Penale, ha rinviato solo il 41 per cento dei procedimenti causa Covid, mentre nei tribunali il panorama è stato molto variegato: ce ne sono stati alcuni che hanno continuato a rinviare quasi tutto e altri come Vicenza che hanno saltato solamente due processi. Nell'area civile le cose sono andate molto meglio, con il 30 per cento dei processi rinviati dalla Corte e con i tribunali che hanno ripreso l'attività.
La Giustizia continua ad essere in sofferenza comunque a causa della carenza endemica di personale: in Corte d'Appello la scopertura è del 41 per cento di magistrati (mancano 18 consiglieri) e del 39 per cento per gli amministrativi. E nelle altre sedi la situazione non è migliore. Tra l'altro, alla Corte a breve sarà vacante anche il vertice, poiché a metà febbraio anche Ines Marini se ne andrà in pensione.
"Il piano Next Generation Ue - ha detto - rappresenta una grande occasione per la giustizia, ma gli interventi favoriti previsti alimentano la preoccupante tendenza in atto a ricorrere a risorse precarie. Già oggi in primo grado i magistrati onorari sono più numerosi dei togati e il Piano ne prevede l'immissione di altri 2mila. Non è la soluzione, perché non ci sono cause di serie A o di serie B, tutte hanno pari dignità e hanno alle spalle le persone".
"L'esame dei dati numerici consente di affermare che, sotto il profilo delle iscrizioni delle notizie di reato, vi è stata una riduzione di alcuni fenomeni criminosi, con ogni probabilità imputabile alle limitazioni di movimento dovute alla pandemia". Lo conferma il Procuratore Generale reggente di Venezia Giancarlo Buonocore, il quale ha sottolineato la marcata flessione dei reati predatori, globalmente diminuiti del 12% (fra questi, i furti in abitazione e gli scippi sono calati del 14%), i reati di inquinamento delle acque e violazione alla normativa sui rifiuti (-28%), i reati edilizi (-24%). "Va evidenziato l'aumento significativo di alcune categorie di reati: anzitutto quelli contro la libertà sessuale e di stalking.
L'aumento complessivo del 18% è particolarmente vistoso nei reati di violenza sessuale ai danni di minori (+ 37%) e nei reati di stalking (+23%). È evidente - ha concluso il Pg - anche nei reati di violenza sessuale (+10,76%). Solo i reati di violenza sessuale di gruppo sono diminuiti sensibilmente (- 39,13%. Vistoso è, inoltre, l'aumento delle iscrizioni per reati di pedofilia e pedopornografia (+ 54,69%)".
di Liana Milella
La Repubblica, 30 gennaio 2021
Cinque emendamenti nelle commissioni Affari costituzionali e Bilancio della Camera mercoledì prossimo faranno riesplodere il caso. Ma l'ex maggioranza - Pd, M5S, Leu - non ha i numeri per bloccare il blitz dei garantisti. S'annuncia un nuovo blitz contro la prescrizione. Ne parliamo proprio nel giorno in cui in Cassazione si tiene la cerimonia per aprire, questa mattina alle 11, l'anno giudiziario che però si svolgerà in versione Covid, 50 partecipanti anziché 300. Fuori perfino i giornalisti. Tutto in streaming. C'è da scommettere che il Guardasigilli in carica Alfonso Bonafede non pronuncerà mai la parola "prescrizione", dopo la sua relazione al Parlamento che ha depositato mercoledì sera. Ma la sua legge è lì, da sempre divisiva. Un vero e proprio spartiacque sulla giustizia tra garantisti e giustizialisti.
Da una parte c'è lui, l'inquilino di via Arenula, che la ritiene indispensabile per una giustizia equa nei confronti delle vittime (vedi Viareggio); dall'altra ci sono gli acerrimi nemici, Renzi in testa, ma con lui gli avvocati, i garantisti, molti giuristi. Per chi non dovesse ricordarlo, la legge sulla prescrizione prevede che il tempo assegnato a ogni reato per poterlo perseguire si fermi dopo il processo di primo grado. Stop per i condannati, avanti per gli assolti. È in vigore dal primo gennaio 2020. E adesso Enrico Costa di Azione e Riccardo Magi di Più Europa, ormai inseparabili paladini di quella che considerano una "giustizia giusta", hanno pianificato l'agguato alla prescrizione di Bonafede. Per giunta nel suo momento di massima debolezza, nel quale si dubita anche se, in un nuovo Esecutivo, possa restare Guardasigilli.
Che s'inventano i due sfruttando la fragilità della maggioranza uscente nelle commissioni della Camera? Nella prima, per gli Affari costituzionali, il fronte Pd, M5S, Leu conta 24 voti, a fronte di altri 24 per l'opposizione. Quindi una votazione non può che finire male per Bonafede. Va meglio nella Bilancio dove i giallorossi sarebbero in vantaggio di uno o due voti.
Ed è in queste due commissioni che Costa e Magi hanno piazzato ben cinque emendamenti in cui, con differenti artifici, chiedono di buttare giù la prescrizione di Bonafede per tornare alla legge che era in vigore prima, e cioè quella dell'ex Guardasigilli Andrea Orlando. Costa, un anno fa, quando era ancora in quota Forza Italia e per giunta anche responsabile Giustizia del partito, ci aveva già provato. E con lui Lucia Annibali, la renziana responsabile a sua volta della stessa materia per il suo gruppo. Il lodo Annibali e il lodo Costa però quella volta furono fermati, la Bonafede entrò in vigore. Si studiò anche come renderla più garantista, ma alla fine la pandemia spazzò via tutto. Sulla prescrizione calò una fitta nebbia.
Ma adesso, dopo la crisi, e soprattutto dopo la levata di scudi contro Bonafede e la sua relazione in Parlamento, proprio la prescrizione è tornata a essere un obiettivo. Anzi, l'obiettivo dei garantisti. E Costa e Magi si considerano tra questi. E piazzare un colpo con la bocciatura della prescrizione sarebbe il massimo. Sicuramente ci starebbero i renziani. Più, ovviamente, tutta l'opposizione.
La richiesta è specifica. Sospendere la legge Bonafede finché non entra in vigore la riforma del processo penale che contiene l'obbligo dell'accelerazione dei processi. La soluzione, nel frattempo, sarebbe quella di far "rivivere" la legge Orlando che sospendeva la prescrizione soltanto per 36 mesi tra Appello e Cassazione, sempre per i condannati, mentre continuava ad andare avanti per gli assolti. È scontato che Renzi voterà la proposta. Che, naturalmente, dovrà passare prima il vaglio di ammissibilità. Non sarà l'unica "provocazione" di Costa e Magi visto che i due vogliono far saltare anche il Trojan, la microspia che è costata la radiazione dalla magistratura a Luca Palamara. Anche questa una norma di Bonafede che, nella legge Spazzacorrotti, ha esteso a molti reati, tra cui la corruzione, la possibilità di usare il virus che trasforma il cellulare in una telecamera, quindi non solo in grado di effettuare registrazioni audio, ma anche video dell'ambiente circostante.
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