La Provincia Pavese, 30 gennaio 2021
La Casa circondariale di Voghera celebra la Giornata della memoria. Il carcere di via Prati Nuovi ha dedicato una giornata di lavoro scegliendo di "fare memoria" attraverso i disegni e le poesie dei bambini del ghetto di Terezin. A Terezin i disegni furono nascosti da un'insegnante in due valigie piene prima di abbandonare il campo.
Parlano di casa, raccontano di stenti e di nostalgia. Antonella Strazzari, docente del Cpia di Pavia, durante l'incontro con le persone detenute nella sezione di Alta Sicurezza ha spiegato: "Facciamo memoria per rendere giustizia a milioni di vittime che non ne hanno mai avuta".
Nel corso della giornata Gianni Tempesta con i soci Coop hanno proiettato nell'Aula Magna il film "Corri, ragazzo, corri" per le persone detenute della Media Sicurezza. "ll tema della nostalgia della famiglia, il vis suto dei bimbi nel lager, il sacrificio di tante persone ha suscitato nelle persone detenute la consapevolezza della tragedia", commenta il direttore Stefania Mussio.
Il Mattino di Padova, 30 gennaio 2021
Per Dana Lauriola, l'attivista No-Tav rinchiusa a Le Vallette di Torino, e per tutti gli altri carcerati che con la pandemia hanno visto peggiorare le loro già pessime condizioni di detenzione. Per loro oggi i Centri sociali hanno organizzato presìdi di solidarietà.
A Padova l'appuntamento è per le 10.30 davanti alla Casa circondariale. L'iniziativa, promossa dal Pedro, chiederà l'indulto o altre misure di sconto per ridurre l'affollamento nelle carceri, ancora meno sopportabile ora che c'è la pandemia; l'istituzione di una figura di garante dei diritti dei detenuti e delle detenute in tutte le città; misure preventive non carcerarie per i reati minori; priorità nell'accesso al vaccino per tutta la popolazione carceraria.
"Il grado di civiltà di un paese si vede dalle sue carceri, diceva Voltaire", ricordano i promotori dell'iniziativa, "in quelle italiane in questo momento è come se vigesse la pena di morte senza processo. Le condizioni sono peggiorate i detenuti si sono visti privare ulteriormente dei pochi diritti che ancora sono garantiti".
di Laura Tedesco
Corriere di Verona, 30 gennaio 2021
Effetto pandemia anche sul carcere: come risulta dal bilancio 2020 tracciato dal coordinatore dall'Ufficio di Sorveglianza, giudice Isabella Cesari, "le misure alternative alla detenzione adottate lo scorso anno sono 809, con aumento di una cinquantina rispetto all'anno precedente anche in considerazione delle difficoltà alla detenzione verificatesi nella locale casa circondariale in occasione della pandemia e conseguente chiusura".
Di tali misure, "37 sono state revocate per violazione dei relativi obblighi:20 nei confronti di soggetti in affidamento al servizio sociale o terapeutico, e 17 nei confronti di detenuti domiciliari". Infine la situazione carceraria "secondo le informazioni fornite dalla direzione della locale casa circondariale indica - sottolinea il procuratore Barbaglio - la presenza media di 482 detenuti nel periodo 1 luglio 2019-30 giugno 2020, anche qui con una riduzione del 10% circa rispetto allo stesso periodo dell'anno passato, presumibilmente in considerazione del maggior ricorso alle misure alternative ed al differimento pena per motivi di salute adottate nel corso della pandemia".
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 30 gennaio 2021
Il decreto esecutivo è la premessa di una grande riforma della giustizia penale. Per il presidente hanno aumentato l'insicurezza di detenuti e agenti Poi la critica al sistema giudiziario: "Basta con il carcere di massa". "L'America non è mai stata all'altezza della sua promessa fondamentale di uguaglianza per tutti, ma non abbiamo mai smesso di provarci.
Oggi, agirò per promuovere l'equità razziale e spingerci più vicino a quell'unione più perfetta che abbiamo sempre cercato di essere". Le parole pronunciate dal nuovo presidente degli Stati Uniti Joe Biden martedì 26 gennaio prima di firmare alcuni importanti ordini esecutivi daranno, almeno nelle intenzioni, un indirizzo preciso ai prossimi 4 anni della sua amministrazione.
Il presidente ordina al dipartimento di giustizia degli Stati Uniti di porre fine all'uso di carceri private, rafforzare l'applicazione della lotta alla discriminazione nel mercato immobiliare, sottolineare l'impegno del governo federale per la sovranità tribale dei nativi americani e condannare i pregiudizi anti- asiatici. Una direzione totalmente opposta rispetto all'operato del suo predecessore Donald Trump.
Il primo punto in particolare investe il mondo della giustizia e si pone contro quella che Biden, raccogliendo una critica proveniente dalla società americana, ha definito "l'incarcerazione di massa". Per il nuovo inquilino della Casa Bianca l'uso massivo del carcere "impone costi significativi ... mentre le prigioni private approfittano dei detenuti federali mettendo sia i prigionieri che gli agenti penitenziari in condizioni meno sicure".
Quella che si profila dunque è una generale riforma della giustizia penale e della polizia che comprende misure come il divieto della pena di morte e la riduzione del trasferimento di attrezzature militari alle forze dell'ordine locali. Un dibattito scaturito dopo la morte di George Floyd a Minneapolis nella primavera del 2020 e dopo le massicce proteste di Black Lives Matter. Sebbene i progetti di un profondo cambiamento della polizia giacciono al Congresso ora sembra che verranno affrontati fattivamente. Ma è proprio il carcere e la sua progressiva privatizzazione ad occupare il centro della scena politica. Un modello da sempre esistente negli Usa ma che da 30 anni almeno ha visto una progressiva amplificazione.
Ad essa hanno contribuito in particolar modo le politiche di Trump sull'immigrazione e nei confronti dei reati per droga. Tanto da diventare un lucroso business da milioni di dollari per le società e gli investitori specializzati ai quali viene appaltato questo tipo di servizio. La privatizzazione carceraria ha avuto un'espansione a partire dagli anni ' 80 come corollario della cosiddetta "war on drug", fu Reagan infatti a firmare l'Anti- Drug Abuse Act che stabiliva pene detentive molto più punitive anche per crimini non violenti. La conseguenza fu di un aumento vertiginoso della popolazione carceraria costituita per la stragrande maggioranza da afroamericani. Anche i democratici con Bill Clinton non furono da meno visto che il Violent Crime Control and Law Enforcement Act si poneva nella stessa direzione.
I numeri parlano chiaro e danno il senso delle dimensioni reali, se nel 1980 i detenuti erano complessivamente 660mila, attualmente si è giunti a 2 milioni. Praticamente si può dire che un quarto della popolazione carceraria mondiale si trova negli Stati Uniti. I risultati di tutto ciò furono inevitabilmente il sovraffollamento e l'aumento dei costi di gestione dei penitenziari e dei servizi come quelli medico sanitari. La risposta dunque fu quella di affidare il fabbisogno ai privati.
Ecco dunque che si affacciarono compagnie come la CoreCivic, nel 1983, e poi la GEO Group della Florida, un colosso che lavora anche in altri paesi del mondo. Si tratta di sue corporation quotate in borsa che trascinano un indotto di almeno altri 3mila operatori. Dimensioni necessarie visto che si occupano anche di controllo elettronico dei detenuti, riabilitazione e del lavoro in carcere svolto dagli internati per 25 centesimi l'ora senza nessun diritto.
Un business sicuro che può prosperare anche in momenti di crisi economica come quello provocato dalla pandemia di Covid- 19. L'unico, ma fondamentale rischio, è che queste società possano risentire di eventuali cambiamenti legislativi come quelli portati avanti da Biden. È già successo nel 2016 quando Obama volle mettere fine ai contratti di appalto e le quotazioni azionarie di CoreCivic e Geo Group precipitarono.
Situazione completamente ribaltata nel 2016 con Trump, grande sostenitore delle prigioni private e delle politiche di law and order. Grazie al lavoro di lobby delle "compagnie carcerarie" che spesero 5 milioni di dollari per la campagna elettorale del tycoon, i dividendi ricominciarono ad aumentare fino a raggiungere un fatturato da 4 miliardi di dollari. Attualmente il governo degli stati Uniti spende quasi 40 miliardi di dollari per finanziare le prigioni private che ospitano una popolazione di circa 130mila persone.
Intanto ha avuto un forte impulso un altro business, quello della costruzione di centri di detenzione per migranti soprattutto negli stati del sud. Sulla scorta delle politiche anti immigrazione di Trump è stato calcolato che il 72% delle persone intercettate al confine si stato portato in queste strutture. Inutile dire che CoreCivic e Geo Group si sono viste offrire nuovi e remunerativi contratti milionari non solo per l'edificazione e la gestione dei centri ma anche per attività di controllo delle frontiere.
Il problema maggiore però è che i privati hanno interesse a contenere i costi e così tagliano i servizi. Ecco dunque la somministrazione di cibo avariato, agenti non qualificati e malpagati, condizioni igienico sanitarie scadenti e poche risorse mediche. La situazione è stata descritta con precisione da Shane Bauer, il giornalista che ha scritto il libro "America prison" dopo essersi fatto assumere con facilità come agente penitenziario in un carcere della Lousiana per 4 mesi. La sua testimonianza parla di detenuti non portati in ospedali perché le spese sarebbero a carico delle società private e della mancanza quasi totale di programmi per la riabilitazione dei detenuti e servizi di supporto per l'assistenza psichiatrica.
di Alberto Mattioli
La Stampa, 30 gennaio 2021
L'ultimo episodio a Biella: insulti antisemiti da un consigliere comunale leghista. "Gli ebrei ricordano con enfasi quello che a loro è successo. Bene. Ma un popolo che ha subito questo dovrebbe più di altri, ricordarsi ed intervenire su quello che succedeva, specialmente decenni fa e ancora adesso ai popoli africani, uccisi, massacrati, tenuti alla fame della cui fame (sic) specialmente i più piccoli morivano. Nulla di questo. Se ne sono sempre fregati.
È per questo che sin dal 1967 a chi mi parlava di cosa avevano fatto ai poveri ebrei, rispondevo che non meritavano la mia attenzione". Così, su Facebook, l'omaggio di Franco Mino, consigliere comunale leghista a Biella, al Giorno della Memoria, e non si sa se sia peggio il delirio o l'italiano (questi difensori della Patria, chissà perché, trattano sempre malissimo la sua lingua). Seguirono le immancabili polemiche, lo sventurato rispose senza ritrattare, finché il sindaco leghista della città, Claudio Corradino, e il segretario locale del partito, Michele Mosca, ne chiesero e ottennero le dimissioni. La sintassi ringrazia.
Però il copione si sta ripetendo un po' troppo. Capita di continuo che baldi leghisti di provincia svelino le loro simpatie fasciste, senza pudori né timori. L'episodio di Biella arriva subito dopo quello di Cogoleto, 9 mila abitanti nel Ponente ligure. Si stava appunto ricordando la Shoah quando tre consiglieri comunali di centrodestra si sono esibiti in quello che ai colleghi di centrosinistra (e anche dalle foto, per la verità) è sembrato un saluto romano.
Uno, Francesco Biamonti, è leghista. Anche qui, solita storia: polemiche violentissime, la Digos che denuncia i tre, Biamonti il sindaco ("La caccia alle streghe è ricominciata, falsa la sua ricostruzione") e il proconsole salviniano in Liguria Edoardo Rixi che sospende Biamonti, poi si vedrà. In Liguria, evidentemente, spira fra i leghisti una brezza nera: all'ottavo municipio di Genova il consigliere Igor D'Onofrio definì con piglio littorio il fascismo "la più audace, la più originale e la più mediterranea delle idee!", mentre gli antifascisti sono "gli infami nipoti dei banditi". Risultato: uscita dalla Lega prima di esserne sbattuto fuori, "per non mettere in ulteriore imbarazzo il nostro movimento", come scrisse il commissario cittadino del partito.
Intanto il sindaco leghista di Adro, provincia di Brescia, la settimana scorsa ha negato la cittadinanza onoraria a Liliana Segre, che "non ha nessun legame con la nostra storia e il nostro Comune". Esattamente, ha fatto notare l'Anpi locale, come Gianfranco Miglio, l'ideologo della Lega presalviniana, cui fu intitolata una scuola ricoperta di Soli delle Alpi.
Anche a Sud non si scherza. Durante la campagna per le regionali in Basilicata, comiziando a Melfi (Potenza) la candidata leghista Gerarda Russo proclamò papale papale: "Io sono fascista". Poi, di fronte alle proteste, precisò che la frase era stata estrapolata. Vero. In effetti, come da video, aveva strillato: "Se fascista vuol dire essere a favore del popolo, allora io sono fascista!", ognuno valuti la differenza (ottima però la battuta che circolò allora: "Finalmente in Italia qualcuno vuole fare una politica di Potenza").
In effetti fra Lega e ultradestra c'è qualche relazione pericolosa di troppo. Il boom elettorale ha obbligato a improvvisare in fretta una classe dirigente, pescando a destra e strizzando l'occhio anche a Casa Pound e dintorni. Lo stesso Salvini qualche passo falso l'ha fatto, come quando si fece fotografare con l'ultras bresciano Massimiliano "Chicco" Baldassari, uno che porta una mascherina con il ritratto del Duce e la scritta: "Torna presto, Zio". I leghisti ribattono che quella di fascismo e antifascismo è una storia finita con il Novecento. Come Susanna Ceccardi, pupilla di Salvini e candidata sconfitta alle ultime regionali in Toscana. "Non sono né fascista né antifascista, è una questione che aveva senso nel 1944. Io sono anti-ideologica", disse in un'intervista.
La questione è delicata e ha a che vedere con l'identità stessa della Lega. Da un lato, c'è chi la pensa come un partito di destra "dura", sovranista e populista, antiglobalista e identitaria, insomma il Front national di qua dalle Alpi. Dall'altro, chi la vede come una specie di Cdu italiana, certo conservatrice ma moderata, dentro quello che una volta si sarebbe chiamato "l'arco costituzionale".
Per esempio, Luca Zaia, che martedì ha spiegato che "un centrodestra moderno non può avere dubbi sulla Shoah" e che dire che il fascismo ha fatto anche cose buone "è inaccettabile". Sembrerebbe lapalissiano ma non lo è, specie dopo che una sua assessora, Elena Donazzan (meloniana, però) si è esibita in radio cantando "Faccetta nera".
Puntini sulle "i" forse indispensabili in un partito in cerca di identità, minacciato da destra dal montare di FdI e guidato da un leader davvero, lui sì, a-ideologico come Salvini, che debuttò come "comunista padano" e va dove lo portano i sondaggi. E dire che il vecchio Bossi nel '94 strillava: "La Lega è la continuazione della lotta di Liberazione fatta dai partigiani. Mai coi fascisti! Mai! Mai!". Mai dire mai.
di Elisabetta Soglio
Corriere della Sera, 30 gennaio 2021
L'emergenza sociale sta già devastando migliaia di famiglie: se si toglie loro anche il riferimento di enti e associazioni, cosa rimane? Vale la pena ascoltarlo, questo grido d'allarme. Perché arriva dalla terra con la storia più radicata di volontariato, filantropia, cooperativismo e impresa sociale: la Lombardia. Fondazione Cariplo, da sempre in prima fila nella gestione delle emergenze e nell'attenzione alle persone, al territorio, all'educazione e alla ricerca, ha intuito poco dopo l'esplodere della pandemia che l'impatto sul Terzo settore sarebbe stato devastante.
E ha chiesto a Istat di condurre un'analisi approfondita perché, come spiega il presidente della Fondazione Giovanni Fosti, "conoscere è il primo passo per muoversi con intelligenza ed efficacia". Ecco i numeri: la perdita dei bilanci delle organizzazioni per il 2020 è di 1,2 miliardi di euro. Moltissime realtà potrebbero dover chiudere e ci sono 57 mila posti di lavoro a rischio.
Ovviamente, la chiusura si ripercuoterebbe sui servizi che queste realtà garantiscono: dall'assistenza a bambini, anziani, disabili, alle attività culturali; dallo sport di base alle attività nelle carceri; dalle iniziative di avviamento al lavoro, al sostegno alle donne. 'emergenza sociale sta già devastando migliaia di famiglie: se si toglie loro anche il riferimento di enti e associazioni, cosa rimane? E se questa è la situazione in Lombardia, cosa sta succedendo nel resto del Paese? Fondazione Cariplo con la Fondazione Peppino Vismara da ottobre ha cominciato ad erogare 15 milioni per "aiutare chi aiuta". Ma a questo bando "Let's go", lanciato in giugno, hanno risposto 1400 enti: per accontentare le loro esigenze primarie di milioni ne sarebbero serviti 70. Possiamo sempre e solo aspettare la filantropia? No. Chi sta pensando al Recovery plan non può non considerare cosa sta succedendo al Terzo settore e non può non considerarlo come soggetto imprescindibile per la costruzione del "dopo". Va sostenuto chi sta garantendo la coesione sociale del Paese. Perché di questo stiamo parlando.
di Riccardo Noury
Il Manifesto, 30 gennaio 2021
Breve cronistoria dell'era "rinascimentale" a Riad: pena di morte per la minoranza sciita, torture, frustate, carcere, violenze sessuali per le oppositrici, delitto Khashoggi. Se George Orwell fosse stato ancora tra noi, si sarebbe morso a lungo le mani per non essere stato lui ma Matteo Renzi a inventare uno dei più riusciti ossimori del nostro tempo: il "Rinascimento saudita". Con molta modestia, mi accingo a descrivere una breve cronistoria di questa era straordinaria di riforme, modernità e rispetto dei diritti attribuita al regime di Riad.
27 maggio 2014: Ali al-Nimr, attivista della minoranza sciita della Provincia orientale, viene condannato a morte dal tribunale antiterrorismo per 12 reati tra cui partecipazione a proteste antigovernative, aggressione alle forze di sicurezza, possesso di armi e rapina a mano armata. Ammesso che questi reati li abbia commessi davvero (ha denunciato di averli "confessati" sotto tortura), aveva sì e no 17 anni e dunque, per il diritto internazionale, non può essere condannato alla pena capitale.
Nel 2020 è entrato in vigore un decreto che vieta l'esecuzione di condanne a morte nei confronti di rei minorenni. Ma per lui, come per altri due attivisti sciiti in attesa della decapitazione, Abdullah al-Zaher e Dawood al-Marhoon, è prevista un'eccezione data la gravità dei reati di cui sono stati giudicati colpevoli. Ali al-Nimr è ancora nel braccio della morte. Nel frattempo, il 2 gennaio 2016 è stata eseguita la condanna dello zio, lo sceicco Nimr al-Nimr, uno dei più autorevoli leader religiosi sciiti.
9 gennaio 2016: Raif Badawi, blogger, attivista e fondatore del portale "Liberali sauditi", viene fatto scendere da un pulmino, in catene. La piazza di fronte alla moschea al Jafali di Gedda è piena di gente, al termine della preghiera del venerdì. Arriva il funzionario addetto all'esecuzione delle pene e lì, al centro della piazza, inizia ad agitare la frusta. Una, due, 10, 50 volte. Dopo 15 minuti lo "spettacolo" è terminato. Il pulmino riparte.
Per fortuna, le altre 950 frustate previste dalla sentenza non sono state eseguite. Raif Badawi è in carcere, però, perché la condanna emessa nei suoi confronti il 1° settembre 2014 ha previsto anche 10 anni di carcere.
E arriviamo ad una data importante e drammatica. Il 2 ottobre 2018: Jamal Khashoggi, giornalista e dissidente, entra nel consolato saudita di Istanbul. Non ne uscirà vivo. "L'hanno smembrato con una sega", dichiareranno poi due funzionari dei servizi di sicurezza turchi al New York Times. Vengono diffuse immagini, girate dalle telecamere di sicurezza della rappresentanza diplomatica, che mostrano l'ingresso del "team speciale" inviato da Riad per trucidare Khashoggi.
Per la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulle esecuzioni extragiudiziali, sommarie e arbitrarie, Agnes Callamard, il giornalista è stato vittima di "una esecuzione extragiudiziale di cui, sulla base delle norme sui diritti umani, lo stato saudita è responsabile". Vengono processati in tutta fretta alcuni funzionari di basso e medio livello dei servizi sauditi. In primo grado arriva la condanna a morte, poi sarà commutata.
28 dicembre 2020: Loujain al-Hathloul scoppia a piangere non appena ascolta il verdetto. Deve ritenersi persino fortunata: la condanna non è stata a 20 anni, come aveva chiesto la pubblica accusa ma a "soli" cinque anni e otto mesi. Da questi vengono sottratti gli oltre due anni e mezzo trascorsi in carcere dal 15 maggio 2018 tra torture, isolamento e violenza sessuale.
Quella che gli account Twitter vicini alla casa reale saudita offendono come "traditrice", "spia qatariota" e "terrorista", è una straordinaria e coraggiosa attivista per i diritti delle donne, che sta pagando un duro prezzo per aver invocato e ottenuto riforme per la parità di genere come la fine del divieto di guida e l'abolizione del sistema del guardiano maschile, un tutore che fino a poco fa prendeva tutte le decisioni al posto delle familiari quali sposarsi, viaggiare, lavorare, andare all'università, persino sottoporsi a cure mediche e a interventi chirurgici.
Con Loujain sono in carcere altre quattro compagne di lotta: Nassima al-Sada, Samar Badawi, Maya'a al-Zahrani e Nouf Abdulaziz.
P.S. Aggiungo un'ultima data a questa veloce cronologia, quella del 29 gennaio 2021, quando il governo Conte ha deciso di sospendere e revocare le forniture di armi a Riad. Niente più bombe italiane, dunque, per il "Rinascimento saudita".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 30 gennaio 2021
In un nuovo rapporto, Amnesty International ha denunciato che, nell'ambito della repressione brutale e di massa scatenata contro il dissenso dopo le elezioni dell'agosto 2020, le autorità della Bielorussia hanno ridotto il sistema giudiziario a un'arma per punire le vittime della tortura più che i responsabili.
Dall'inizio delle proteste post-elettorali, i gruppi per i diritti umani hanno raccolto prove di tortura riguardanti centinaia di manifestanti pacifici e hanno documentato la morte di almeno quattro di loro. Sebbene abbiano ammesso di aver ricevuto oltre 900 denunce di violazioni dei diritti umani commesse dalla polizia a partire dall'agosto 2020, le autorità bielorusse non hanno avviato una sola indagine mentre ne hanno aperte centinaia contro manifestanti pacifici, molti dei quali vittime di maltrattamenti e torture. Nel suo rapporto, Amnesty International presenta terribili resoconti di arresti di massa di manifestanti pacifici, sottoposti a tortura, obbligati a rimanere nudi o in posizioni dolorose, pestati senza pietà e privati per giorni del cibo, dell'acqua potabile e delle cure mediche.
Il più famigerato luogo di tortura è la struttura denominata "Akrestsina", nella capitale Minsk. La notte tra il 13 e il 14 agosto 2020 i parenti delle persone detenute ad "Akrestsina" hanno registrato i rumori degli incessanti pestaggi, chiaramente udibili all'esterno, e le numerose grida agonizzanti che in alcuni casi chiedevano pietà.
Il numero esatto dei manifestanti arrestati arbitrariamente e portati ad "Akrestina" e in altri centri di detenzione di tutto il paese rimane sconosciuto: all'inizio del dicembre 2020, secondo l'Alta commissaria Onu per i diritti umani, aveva già superato quota 27.000 e gli arresti da allora sono proseguiti.
Invece di avviare procedimenti penali nei confronti dei sospetti autori di violazioni dei diritti umani, il 28 ottobre 2020 la Procura generale della Bielorussia ha reso noto che erano stati aperti 657 fascicoli nei confronti dei manifestanti e che oltre 200 persone erano state incriminate per rivolta di massa e violenza contro agenti di polizia. Le organizzazioni della società civile hanno documentato decine e decine di procedimenti aperti contro manifestanti pacifici sulla base di accuse false e politicamente motivate. Secondo Amnesty International, il livello senza precedenti di violazioni dei diritti umani e la totale impunità garantita ai responsabili rendono necessaria l'attuazione o l'istituzione di meccanismi di giustizia internazionale.
di Flavia Carlorecchio
La Repubblica, 30 gennaio 2021
Il nuovo dossier di Amnesty International fa luce sulle violenze commesse dalle autorità bielorusse contro i manifestanti che hanno protestato contro i risultati elettorali dell'agosto 2020. Le autorità della Bielorussia hanno usato il sistema giudiziario nazionale come un'arma per punire il dissenso e le vittime della tortura, anziché i responsabili di quelle violenze. È quanto afferma il report di Amnesty International "Bielorussia: voi non siete esseri umani", pubblicato ieri. La ricerca della giustizia in Bielorussia è "senza speranza", si legge nel report, ed è per questo che Amnesty International richiede l'attenzione della comunità internazionale.
Nessuna denuncia contro le autorità Le autorità bielorusse hanno ricevuto oltre 900 denunce di violazioni dei diritti umani commesse dalla polizia ai danni di civili, a seguito della repressione brutale e di massa scatenata contro il dissenso dopo le elezioni dell'agosto 2020. Eppure, non è stata avviata neppure un'indagine in merito. Le uniche indagini sono quelle contro i manifestanti pacifici: a fine ottobre erano oltre 600 i fascicoli aperti e oltre 200 le persone incriminate per rivolta di massa e violenza contro la polizia.
Torture in carcere. Durante e dopo le proteste, le autorità hanno trattenuto centinaia di civili e manifestanti pacifici. Nella notte tra il 13 e il 14 agosto all'interno della struttura "Akrestsina" a Minsk le famiglie delle persone fermate hanno registrato chiari rumori di pestaggi e grida agonizzanti, che non lasciano alcun dubbio su quanto si stesse svolgendo. Un testimone riporta: "Chiunque piangeva e pregava di cessare i pestaggi, veniva picchiato ancora di più".
Numeri sconosciuti. Amnesty denuncia l'assenza di dati ufficiali circa il numero di arrestati nel corso delle proteste. Secondo l'Alto commissario ONU per i diritti umani Michelle Bachelet, il numero superava quota 27.000 lo scorso dicembre, e gli arresti non sono fermati. Un altro detenuto racconta di come i detenuti fossero obbligati a camminare lungo un corridoio dove cinquanta agenti di polizia scatenavano su di loro i manganelli
Scoraggiare le denunce. Chi è arrivato a sporgere denuncia si è esposto al rischio di gravi rappresaglie e si è trovato davanti ad un muro di burocrazia e tattiche per scoraggiare, intimidire e respingere le denunce. Una testimone racconta che, dopo essere riuscita a far registrare la sua denuncia e a ottenere che un medico la visitasse, il magistrato le ha detto che non avrebbe aperto un'indagine "senza un ordine dall'alto". Le denunce contro i manifestanti invece sono arrivate. Le organizzazioni della società civile hanno documentato decine e decine di procedimenti aperti contro manifestanti pacifici sulla base di accuse false e politicamente motivate.
La richiesta di giustizia internazionale. Amnesty International ricorda che la Bielorussia è obbligata dal diritto internazionale a rispettare i diritti umani di tutte le persone che si trovano sul suo territorio, garantendo tra l'altro il divieto assoluto di tortura e indagando e punendo i responsabili. "Il livello senza precedenti di violazioni dei diritti umani e la totale impunità garantita ai responsabili rendono necessaria l'attuazione o l'istituzione di meccanismi di giustizia internazionale", ha commentato Maria Struthers, direttrice per l'Europa orientale e l'Asia centrale di Amnesty International. "La comunità internazionale non può restare a guardare".
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 30 gennaio 2021
Bombe disinnescate. Il governo alla fine accoglie la richiesta di revoca definitiva delle esportazioni verso Riyadh e gli Emirati. 12.700 ordigni in meno da scaricare sullo Yemen. La vittoria delle organizzazioni che per anni si sono battute per questo storico risultato. Francesco Vignarca, di Rete Italiana Pace e Disarmo: "Si può fare". E ora riconversione "pacifista" della fabbrica sarda Rwm.
La gioia esplode di mattina. Lievita rapidamente dopo la pubblicazione del tweet di Rete Italiana Pace e Disarmo che per prima dà la notizia, storica: il governo italiano revoca le esportazioni di armi verso Arabia saudita ed Emirati, principali attori e aguzzini della coalizione sunnita che dal marzo 2015 bombarda lo Yemen per farlo tornare il cortile di casa propria. Centomila morti dopo, l'Italia applica la sua stessa legge, la 185 del 1990 che vieta la vendita di armi a paesi coinvolti in conflitti armati e violatori di diritti umani.
Nello specifico, a essere definitivamente revocate sono le forniture autorizzate dopo l'inizio del conflitto e ancora non consegnate: oltre 12.700 bombe che non finiranno negli arsenali sauditi ed emiratini, spiegano le organizzazioni che da anni si battono per il rispetto della legge, Amnesty Italia, Comitato Riconversione Rwm, Fondazione Finanza Etica, Medici senza Frontiere, Movimento dei Focolari, Oxfam Italia, Rete Italiana Pace e Disarmo, Save the Children Italia, European Center for Constitutional and Human Rights e Mwatana for Human Rights.
La decisione - che recepisce la risoluzione a firma Yana Chiara Ehm (M5S) e Lia Quartapelle (Pd) approvata lo scorso dicembre dalla commissione esteri della Camera - riguarda sei autorizzazioni per missili e bombe d'aereo, di cui 20mila ordigni approvati dal governo Renzi per un valore di 411 milioni. Sono le stesse che il governo Conte aveva sospeso nel luglio 2019 e che rappresentano quasi la metà di tutte le autorizzazioni concesse negli ultimi cinque anni. Resta inoltre in piedi la sospensione della concessione di nuove licenze a favore di Abu Dhabi e Riyadh.
"La sospensione era in scadenza in questi giorni - ci spiega Francesco Vignarca, di Rete Italiana Pace e Disarmo - ma da tempo ci eravamo mossi per ottenere un rinnovo. In commissione, però, avevamo tentato una carta più coraggiosa: non solo uno stop temporaneo ma la revoca definitiva. Il governo ha accettato".
"Ci sono tre cose da notare dopo questo risultato - aggiunge Vignarca - Primo, visto che ci sono altre armi in giro e altri fornitori, il fatto che l'Italia prenda le distanze da una delle parti in conflitto la rende più credibile nel premere per la pace. Secondo, intendiamo estendere la nostra azione sia in termini di sistemi d'arma che di paesi, perché si rivolga a tutti gli Stati membri della coalizione che bombarda lo Yemen e a chi viola i diritti umani, penso all'Egitto. Terzo, per la prima volta si revocano autorizzazioni già concesse ed è enorme il valore simbolico di questa decisione. Dice una cosa: si può fare. Tante volte ci è stato detto che una volta che l'autorizzazione è stata data non si torna indietro. Non è così: se le condizioni mutano si può revocare. Lo dice la 185".
Tra chi festeggia ci sono i pacifisti sardi che da anni si battono per la trasformazione della Rwm di Domusnovas, l'azienda che produce gli ordigni diretti nel Golfo per conto della casa madre tedesca Rheinmetall, in una fabbrica civile che dia lavoro senza compromessi. "Un enorme risultato, avevamo ragione noi - ci dice Angelo Cremone di Sardegna Pulita, anche a nome di DonneAmbienteSardegna e Wilpf Italia - Lo scorso dicembre a Roma sotto la sede del ministero per lo Sviluppo economico avevamo chiesto, in modo folkloristico, l'arresto dei ministri che avevano violato la 185. Stasera (ieri per chi legge) una nostra delegazione vedrà la sottosegretaria Todde: presenteremo la nostra proposta di riconversione della Rwm in un caseificio".
L'azienda, millantando crisi per la sospensione del 2019, ha messo in cassa integrazione decine di operai e non rinnovato i contratti a tempo determinato. Eppure - lo scrivevamo lo scorso 15 novembre - ha in essere commesse milionarie con Qatar e Turchia. Una realtà che non ha fermato ieri la Filctem-Cgil locale che, per bocca del segretario Madeddu (in contrasto con le linee guide della Cgil nazionale che spinge per la riconversione), ha dato voce al timore di un'emorragia di posti di lavoro in una regione, il Sulcis, già disastrata sul piano occupazionale.
La battaglia continua, consapevoli del risultato storico. Che arriva insieme a una buona dose di ironia: giovedì spopolava il video di Matteo Renzi che a Riyadh pronosticava il prossimo "rinascimento" saudita, un one-man-show a favore del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, definito "un grande" (dopotutto riuscì a chiamare al-Sisi un "grande statista"). Dando prova di un incomprensibile senso della democrazia (di cui Conte in Italia, per il senatore di Iv, è un vulnus), Renzi ha cantato dietro lauto compenso le lodi di un paese che più medievale non c'è: attiviste torturate e detenute per aver chiesto di guidare, oppositori in galera, boia sommersi di lavoro, donne cittadine di serie B sottoposte al sistema del guardiano, migranti in condizioni di semi schiavitù (ah, per Renzi è abbassamento del costo del lavoro, parole sue), minoranze religiose sottomesse. E così via.
"Ovviamente è una coincidenza - così ci saluta Vignarca - Il governo non ha revocato l'export perché Renzi è andato a Riyadh: la decisione era stata già presa, c'è stato solo un recepimento formale. Ma va detta una cosa: Matteo Renzi non è solo un ex primo ministro, è un componente della commissione difesa del Senato e fino a pochi mesi fa della commissione esteri. La prima compra e vende armi, la seconda dovrebbe verificare il rispetto della 185. La cosa più grave è questa: Renzi è in carica, rappresenta il popolo italiano in parlamento e fino a poco fa era nella maggioranza di governo".
- 63 pazienti psichiatrici chiusi in cella abusivamente
- Istruzione in carcere: siglato il nuovo protocollo nazionale
- Un nuovo anno in viaggio lottando per lo Stato di diritto
- Negato a un detenuto al 41bis il libro di Marta Cartabia: aumenta il "carisma criminale"
- "Per aspera ad astra": obiettivo la riqualificazione del carcere attraverso la cultura e la bellezza











