di Giampaolo Cadalanu
La Repubblica, 29 gennaio 2021
Parla la presidente del partito che ha raccolto l'eredità di Bel Alì, cacciato dalla rivoluzione del 2011: "Deve essere fatta una distinzione fra le proteste legittime dei cittadini affamati e le violenze dei criminali".
Abir Moussi è la conferma di una leggenda, quella che racconta le tunisine come donne forti e decise. Ha raccolto i cocci dell'eredità politica scomoda del presidente Ben Ali, cacciato dalla piazza dieci anni fa, rivendicando il mandato della tradizione laica di Habib Bourguiba, anche a costo di allontanare gli entusiasti della Rivoluzione del 2011. E oggi il Partito destouriano libero che guida è in testa ai sondaggi. Così una buona fetta del Paese guarda a questa avvocatessa di 45 anni con la speranza che possa traghettare la Tunisia fuori dalla crisi.
Presidente, che cosa c'è dietro il malcontento dei tunisini?
"La situazione è catastrofica. Lo dicono le cifre dell'economia: il Paese è indebitato fino al collo, lo Stato può destinare appena il tre per cento del bilancio agli investimenti, e questo significa che non c'è speranza di miglioramento. Oltre un quinto della popolazione vive sotto il livello di povertà. Ci mancava solo il Covid. E tutto in un contesto di grave instabilità politica, con un governo nuovo ogni trimestre".
Ma come valuta le manifestazioni e le proteste?
"Bisogna distinguere: ci sono le proteste di chi ha fame, e ci sono le violenze dei delinquenti. Il ministero della Difesa ha già avvertito sulle possibili infiltrazioni di terroristi fra i manifestanti".
Qual è la via d'uscita per la Tunisia?
"Noi abbiamo un programma preciso, ma il primo punto, il più importante, per uscire dalla crisi è chiudere del tutto con l'Islam politico. La situazione di oggi è frutto delle loro politiche, loro non credono nello Stato, lo vogliono sostituire. Abbiamo sentito persino l'offerta con cui proponevano di schierare i giovani militanti accanto alla polizia, contro i dimostranti".
Ma come si fa a eliminare dalla vita politica una fetta significativa del Paese?
"Con la democrazia: le forze laiche e progressiste possono costituire una maggioranza e isolare gli islamisti. Se facciamo un'ampia alleanza, le riforme si possono fare senza di loro".
Resta il fatto che loro oggi rappresentano una realtà importante, non è così?
"Senza le pressioni che fanno sulla giustizia, il loro peso sarebbe ridimensionato. Costruiscono alleanze sulla base dei dossier. In più, senza i finanziamenti illegali di Paesi come il Qatar e la Turchia non potrebbero andare lontano".
Che cosa comprende il resto del vostro programma?
"Riforme economiche e sociali, spinta sull'industria pubblica, sul riequilibrio dei bilanci, sull'aumento della produzione. E riforma dell'istruzione, minacciata dall'oscurantismo degli islamisti".
Che cosa bisogna fare per attirare investimenti stranieri?
"Serve stabilità politica, più sicurezza".
Lei non ha mai preso le distanze dall'esperienza di Ben Ali. Come la valuta?
"Noi non facciamo riferimento al passato per nostalgia della persona Ben Ali, ma per la Tunisia che tutti conoscevano, con vocazione euromediterranea, stabile, sicura. E questa è stata dimenticata negli ultimi dieci anni".
Come si spiega la forza delle donne tunisine?
"Dobbiamo essere forti perché siamo sotto la minaccia dell'oscurantismo".
Lei sottolinea l'esigenza di maggior sicurezza. Basterà per fermare i disperati sui barconi?
"Solo se ci sarà un miglioramento sociale, con l'aiuto dei Paesi amici. Vogliamo ampliare i meccanismi di partnership che prevedono permessi di lavoro temporaneo, sulla base delle esigenze produttive dei Paesi europei. Fermare i meccanismi di traffico di persone, per esempio aumentando le pene per gli scafisti, vuol dire anche tagliare le fonti di finanziamento del terrorismo. Per batterlo dobbiamo anche prosciugarne le risorse".
Che pensa della Tunisia esportatrice di jihadisti?
"È il risultato dell'influenza islamista. Dobbiamo tornare a esportare datteri, arance e cultura della tolleranza".
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 28 gennaio 2021
La buona politica non segue ma precede. Un grazie dunque al governo per aver preso questa decisione. Non è una decisione popolare quella di includere i detenuti tra le categorie prioritarie rispetto alla vaccinazione anti Covid-19. Il commissario per l'emergenza Domenico Arcuri, che nei giorni scorsi ha annunciato che subito dopo coloro che hanno più di 80 anni sarà il turno di chi in carcere è recluso e di chi vi lavora, non ha certo puntato su un'affermazione volta a raccoglierei consensi.
di Sergio Segio
dirittiglobali.it, 28 gennaio 2021
Da oltre dieci lunghi mesi è sceso un silenzio pressoché totale sulle 13 persone detenute morte in carcere nel marzo 2020. Una strage senza precedenti. E senza verità e giustizia.
Ci sono voluti oltre dieci mesi. Più di quaranta lunghe e strane settimane, di questo periodo così difficile per tutti e non ancora alle spalle. Periodo nel quale, volendo, tutti avrebbero potuto provare a immaginare cosa dev'essere vivere settimane, mesi, anni e addirittura decenni in un lockdown totale e permanente, in spazi angusti e ostili, senza socialità, né svago o diversivi, persino privati della possibilità di vedere i propri cari, costantemente sottoposti a frustrazione e impotenza, talvolta a rabbia e violenza.
di Orlando Trinchi
Il Dubbio, 28 gennaio 2021
"La tutela dei detenuti riguarda tutti, nel momento in cui lo Stato prende in custodia delle persone, ha la responsabilità della tutela della loro salute insieme agli altri diritti fondamentali". Lo ricorda, a ragione, Emilia Rossi, componente del Collegio del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale. Tanto più durante la drammatica emergenza sanitaria che ha spinto il Garante nazionale dei diritti dei detenuti Mauro Palma e la senatrice a vita Liliana Segre a firmare un Appello in favore di una tempestiva somministrazione del vaccino all'interno delle carceri.
di Davide Cavaleri
pharmastar.it, 28 gennaio 2021
Il carcere è un luogo in cui si concentrano problematiche sociali e di salute, in special modo riguardo alle malattie infettive come Hcv e Hbv. Il monitoraggio nel corso degli anni della prevalenza dei virus a trasmissione ematica in questo ambito mostra un trend in netta riduzione, in gran parte dovuto alla disponibilità di farmaci antivirali molto efficaci. Se ne è discusso al recente congresso della Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (Simit) 2020.
Libero, 28 gennaio 2021
Sale videoconferenze in tutte le carceri italiane, per permettere a tutta la popolazione detenuta, in particolare modo le donne, di potere mantenere collegamenti audio video con i propri cari, nel perdurare delle maggiori restrizioni alla socialità imposte da quasi un anno di Covid ai detenuti e alle detenute. È questa l'offerta di Cisco Italia al sistema penitenziario nazionale, totalmente gratuita, in quanto inclusa nel programma di responsabilità sociale dell'azienda leader nel settore del networking e intelligenza artificiale.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 28 gennaio 2021
Doveva essere il giorno dell'orgoglio e della battaglia: l'autodifesa del ministro della Giustizia che respinge le accuse di giustizialismo e sfida il Parlamento a schierarsi al suo fianco per sfruttare al meglio i 2 miliardi e 700 milioni di finanziamenti europei necessari ad accelerare processi e procedure. E rendere più moderno il Paese, di nuovo appetibile per investitori italiani ed esteri. Poteva essere una trappola per cadere o un trampolino per il rilancio; in ogni caso l'occasione per rivendicare il proprio molo.
Invece niente. La relazione del Guardasigilli Alfonso Bonafede sullo stato della giustizia In Italia è diventata una burocratica e asettica elencazione di numeri e interventi - fatti e da fare - buona per gli uffici e per gli archivi, inviata ai presidenti di Camera e Senato senza commenti né considerazioni politiche. Un'uscita di scena dalla porta di servizio, insomma.
Giustificata, spiegano in via Arenula, dal fatto che "il ministro di un governo dimissionario può solo limitarsi agli affari correnti e quindi non può spingersi sul terreno dell'attività di Indirizzo". Così, a parte le cifre, nella relazione è rimasto solo "quello che doveva essere il punto forte del discorso, cioè lo stretto e oggettivo legame fra il Recovery pian e le riforme in tema di giustizia chieste dall'Europa, cui le risorse sono condizionate".
Resta il non detto, che però ieri sera veniva esplicitato nelle stanze del ministero: "Bloccare le riforme rischia di bloccare tutti i fondi del Next Generation Ue, dunque meglio lavorare in Parlamento per approvarle e semmai migliorarle".
Ma più che il programma di Bonafede, diventa la sua eredità. Perché seppure nulla è deciso, sembra assai probabile che non sarà lui il Guardasigilli del prossimo governo, Anche se a Palazzo Chigi dovesse rimanere Giuseppe Conte, il "signor nessuno saltato fuor dal cilindro a cinque stelle proprio su indicazione del deputato grillino di origini siciliane, laurea in Giurisprudenza e studio legale a Firenze, dove ha conosciuto l'avvocato futuro premier.
Dovesse nascere un Conte ter con l'appoggio dei "responsabili" di centro o di centrodestra, è presumibile che avverrà con un ricambio alla Giustizia. E figuriamoci se Italia Viva dovesse rientrare in maggioranza, dopo che ne è uscita additando Bonafede come pietra dello scandalo.
Strano destino, per l'unico ministro "politico" (l'altro e il "tecnico" Sergio Costa, all'Ambiente) rimasto al suo posto sia nel Conte 1 che nel Conte bis. Il cui operato è stato preso a pretesto per far cadere il governo sia da Salvini nel Conte 1 che da Renzi ora. Battendo sempre sullo stesso tasto: l'abolizione della prescrizione dei reati dopo la sentenza di primo grado, che doveva accompagnarsi a ulteriori e strutturali modifiche per velocizzare I processi rimaste sulla carta.
Da quando fu inserita quasi di soppiatto nella legge che Bonafede battezzò "spazza-corrotti", con un emendamento dell'ultima ora firmato da una deputata grillina, lo stop alla prescrizione è diventata materia di scontro. Prima con gli ex alleati leghisti, poi con gli ex alleati renziani.
Con il Pd meglio disposto a compromessi, ma ugualmente contrariato dalla resistenza del Guardasigilli a difesa della sua "conquista di civiltà".
Con la stessa fermezza ha rivendicato altre contestate norme anticorruzione, come l'utilizzo del trojan; "possiamo andare a testa alta nel mondo", ha ribadito 15 giorni fa, mentre la scorsa settimana ha fieramente annunciato il decreto che amplia le possibilità di deposito telematico degli atti nel processo penale. Lo avrebbe ripetuto ieri, forse lo farà domani in Cassazione, al l'inaugurazione dell'anno giudiziario. Resta in dubbio, invece, l'intervento previsto per sabato nella nuova aula-bunker di Lamezia Terme, voluta e realizzata su richiesta del procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri; bisogna decidere se rientra negli "affari correnti" oppure no.
di Errico Novi
Il Dubbio, 28 gennaio 2021
Oggi Italia viva salirà al Quirinale con una richiesta chiara: una svolta sulla giustizia penale, oltre che sul Recovery. "Ci siamo battuti senza rete. Sappiamo che d'ora in poi non sarà così, il conflitto sulla giustizia non ci vedrà più isolati nella maggioranza". Un big di Italia viva parla in questi termini dell'innesco da cui è venuta la crisi: le norme sul processo.
Ed è vero: se qualcosa è cambiato, con le dimissioni di Conte, è nei futuri rapporti di forza sulla giustizia. Riscriverli sarebbe la prima richiesta di eventuali nuovi innesti, se il perimetro della maggioranza si ampliasse. Pretenderebbero l'addio all'assolutismo penale del Movimento 5 Stelle. Come ha lasciato intuire ieri, in un'intervista al Corriere della Sera, Luigi Vitali, senatore forzista di frontiera, le ulteriori adesioni centriste a un eventuale Conte ter richiederebbero una svolta sulla prescrizione.
Da qui discende tutto il resto. Tutta la storia di una crisi che si è aperta sulla giustizia e si chiuderà solo con una nuova formula magica sul processo penale, o sul nome del guardasigilli. Fin qui ha pesato la fatalità del calendario. Come per la Relazione annuale di Bonafede. Renzi l'ha messa subito nel mirino, e il ministro non poteva cambiare il corso della partita, perché quel passaggio parlamentare deve necessariamente svolgersi prima di domani, giorno in cui è prevista l'inaugurazione dell'anno giudiziario. Ieri si sarebbe dovuto votare alla Camera e poi al Senato sul documento di via Arenula.
Le dimissioni di Conte hanno consentito di evitare lo showdown sulla Relazione del guardasigilli, surrogata dalla semplice presentazione di un testo scritto alle Camere (non ancora avvenuta, peraltro, fino alla prima serata di ieri). Altro snodo temporale suggestivo e fatale: il calendario delle consultazioni. Italia viva sarà ricevuta da Sergio Mattarella alle 17.30 di oggi: chiederà che un eventuale Conte abbia una impostazione nettamente diversa sul processo penale, con un chiaro impegno a rivedere innanzitutto il blocca-prescrizione.
Unica alternativa contemplata da Renzi: un nuovo ministro della Giustizia. Il Movimento 5 Stelle incontrerà il presidente della Repubblica esattamente 24 ore dopo, cioè domani alle 17. Dovrà dire come pensa di riavvicinarsi a Italia viva. E se non lasciasse margini sulla giustizia, un nuovo incarico a Giuseppe Conte diventerebbe problematico. In quel preciso istante potrebbe aprirsi la prospettiva subordinata che Renzi ha in mente: un governo davvero diverso, con una base parlamentare diversa, con Italia viva, con il neonato gruppo degli Europeisti responsabili e forse altri berlusconiani borderline. "E a quel punto", ricorda la fonte renziana evocata all'inizio, "è chiaro che al ministero della Giustizia non potrebbe restare Bonafede".
Dal guardasigilli uscente, insomma, dovrebbe venire per forza una resa. La sua uscita di scena è, certo, ipotesi complicatissima per i 5 stelle. Seppur penalizzato dall'ostilità di diversi parlamentari del Movimento, Bonafede è diventato ancor più un simbolo dopo l'offensiva renziana. E un cedimento sulla sua figura preluderebbe a una ritirata grillina sulla giustizia, quindi sulla prescrizione, cioè su un principio identitario irrinunciabile.
Non a caso, un giornale attento all'ortodossia pentastellata sulla giustizia come il Fatto quotidiano ieri ha dato ampio spazio a una lettera sottoscritta dai familiari delle vittime della strage di Viareggio: la norma di Bonafede sulla prescrizione, scrivono, "nasce dalle nostre battaglie, dal sangue dei nostri cari" e "se dovrà essere rimessa in discussione in Parlamento respingeremo ogni forma di solidarietà da parte della politica di ogni colore". Su quel punto non si transige, è il messaggio. Che sembra dar voce all'elettorato profondo del Movimento.
Ma quale concessione potrà fare allora Bonafede a Italia viva? I suggerimenti arrivano ora anche dal Nazareno. È Andrea Orlando, vicesegretario dem, a chiedere che la norma sulla prescrizione venga stemperata da un correttivo efficace: almeno uno sconto di pena per l'imputato sottoposto a un processo troppo lungo, se non quella "prescrizione processuale" suggerita persino dal presidente emerito della Cassazione Giovanni Canzio.
L'unica possibile alternativa è sospendere l'efficacia del blocca- prescrizione di almeno un anno, in modo da approvare prima la riforma del processo penale. È il lodo Annibali targato Italia viva. E la sostanziale convergenza fra dem e renziani sul nodo più intricato della crisi lascia intendere quando difficile sia ormai la strada per Conte e per Bonafede.
D'altronde ora Renzi non si accontenta più della "commissione Caiazza". Cioè dell'organismo ministeriale da lui stesso sollecitato al guardasigilli quasi un anno fa, e per il quale aveva indicato come possibile guida Gian Domenico Caiazza, presidente dell'Unione Camere penali. Si dirà: ma tutto ruota attorno alla prescrizione? E il resto? Le crisi si decidono sui simboli, sui totem.
Si trovasse l'alchimia complicatissima, per tenere ancora una volta insieme 5 stelle e renziani, potrebbero discenderne interessanti sviluppi proprio in materia di giustizia. Ad esempio sul Recovery, sull'uso di quei 2 miliardi e 750 milioni ottenuti da Bonafede come quota del Piano di ripresa da destinare ai tribunali. Serviranno ad assumere 1.600 magistrati, all'ufficio del processo, all'edilizia giudiziaria e al digitale. Trovata la formula magica sulla prescrizione, potrebbe aprirsi tutt'altro scenario: Renzi che offre un contributo sul Recovery di Bonafede. Cioè sullo sviluppo prospettico di quella Relazione sulla giustizia da cui è nata la crisi. A proporre idee, ha provveduto intanto il Cnf, la massima istituzione dell'avvocatura, con un documento di 111 pagine consegnato nei giorni scorsi al guardasigilli. Chissà che in capo a una delle crisi più indecifrabili del Dopoguerra, la voce degli avvocati trovi interlocutori in grado di seguirne l'esempio.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 28 gennaio 2021
La candidatura del sostituto procuratore Catello Maresca a sindaco di Napoli riapre il dibattito. L'amarezza del forzista Zanettin: "Il testo per regolamentare queste situazioni c'è già ma abbiamo chiesto invano la sua calendarizzazione in Commissione giustizia".
Il "caso Maresca" ha nuovamente riaperto il dibattito sul rapporto fra politica e magistratura. La storia è nota. Catello Maresca, attuale sostituto procuratore generale a Napoli dopo aver trascorso molti anni alla Dda del capoluogo campano, è il candidato in pectore del centro destra per Palazzo San Giacomo. Le elezioni per il nuovo sindaco di Napoli, emergenza sanitaria permettendo, sono in programma entro i prossimi mesi.
La possibile candidatura di Maresca è stata molto criticata in queste settimane dai suoi stessi colleghi. Per Marcello De Chiara, presidente dell'Anm napoletana, si rischia di "appannare" l'imparzialità e l'indipendenza della magistratura. De Chiara ha anche sottolineato la necessità di una legge che impedisca la canditura dei magistrati nella sede di servizio. Per il Csm, interpellato sul punto, non c'è invece alcun problema. Oggi, infatti, non esiste una norma che vieti ai magistrati di candidarsi alle elezioni amministrative nei territori dove operano.
A dire il vero un testo che regolamentasse la "discesa in politica" delle toghe era stato approvato all'unanimità dall'aula di Palazzo Madama a marzo del 2014, relatori l'allora senatore di Forza Italia Pierantonio Zanettin, già consigliere del Csm, e Felice Casson, magistrato ed esponente del Pd.
Trasmesso poi alla Camera era rimasto fermo fino alla primavera del 2017, quando venne fatto oggetto di modifiche che determinarono il suo ritorno in Senato per l'approvazione definitiva. La fine della legislatura, qualche mese più tardi, impedì il voto finale. Il disegno di legge su toghe e politica, comunque, aveva una lunghissima storia alle spalle. Presentato la prima volta nel 2001, governo Berlusconi, venne approvato alla Camera per poi arenarsi in Senato. Venne quindi ripresentato, senza successo, sia nel 2005 che nel 2011.
Nell'ultimo decennio, esaurita l'euforia per i magistrati in politica, si erano create tutte le condizioni affinché il Parlamento regolamentasse la materia. Il Csm aveva votato all'unanimità un parere per inasprire il rientro delle toghe dopo l'esperienza politica, prevedendo il loro collocamento in altri ruoli della pubblica amministrazione. Dello stesso avviso, inizialmente, anche l'Associazione nazionale magistrati. Il Greco, l'organo anticorruzione del Consiglio d'Europa, aveva "invitato" l'Italia ad introdurre leggi che ponessero limiti più stringenti per la partecipazione dei magistrati alla politica, mettendo fine alla possibilità per le toghe di mantenere il loro incarico in caso di elezione o nomina negli enti locali. Ed anche l'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano aveva invitato il Parlamento ad intervenire.
Nel testo iniziale un magistrato poteva candidarsi nel rispetto di una serie di restrizioni legate al luogo in cui aveva esercitato le funzioni. Terminato il mandato era previsto il suo transito ai ruoli amministrativi presso il Ministero della Giustizia o al collegio giudicante, con clausola di astensione di fronte a casi riguardanti esponenti politici.
Nel testo modificato, gli eletti alla carica di presidente della Regione, consigliere regionale, consigliere comunale o circoscrizionale, una volta cessati dal mandato, rientravano in magistratura non potendo, per i successivi tre anni, prestare servizio in un distretto di Corte di appello in cui è compresa la circoscrizione elettorale nella quale erano stati eletti. Inoltre non potevano esercitare funzioni inquirenti e, una volta ricollocati in ruolo, ricoprire incarichi direttivi o semi-direttivi sempre per tre anni. Laconico il commento di Pierantonio Zanettin: "Invano anche all'inizio di questa legislatura abbiamo chiesto la sollecita calendarizzazione del testo in Commissione giustizia".
La regolamentazione delle candidature dei magistrati, invece, è confluita nel disegno di legge delega sulla riforma dell'Ordinamento giudiziario e del Csm in discussione alla Camera. "Un errore - aggiunge Zanettin - in quanto esisteva un testo già pronto che poteva essere approvato subito". La crisi di governo ha ora stoppato nuovamente tutto. E chissà se il nuovo esecutivo avrà la forza di approvare una riforma attesa da venti anni.
di Camilla Gargioni
Corriere del Veneto, 28 gennaio 2021
Immaginate di essere una società del Comune che gestisce dei parcheggi, con dipendenti che hanno il compito di verificare il pagamento della sosta e uno di loro, invece di lavorare, passa la maggior parte del suo tempo al bar. Come può agire la società? Se decidesse di licenziare il dipendente, quali potrebbero essere le conseguenze legali? Se il dipendente decidesse poi di fare causa alla società, quante possibilità ha di vincere?
A tutti questi quesiti è in grado di rispondere un software, messo a punto su iniziativa della Corte di Appello di Venezia in collaborazione con l'università Ca' Foscari e con il Dipartimento di intelligenza artificiale di Deloitte, che in pochi secondi dà una previsione del giudizio e il cui funzionamento sarà presentato in un webinar ad-hoc. "La giurisprudenza predittiva, dal cittadino alla Corte di Cassazione: le prospettive" sarà lunedì primo febbraio sulla piattaforma Zoom (dalle 15 alle 16.30, info www.unive.it), moderato dal direttore del Corriere del Veneto Alessandro Russello.
Dopo i saluti istituzionali della rettrice Tiziana Lippiello e del direttore del dipartimento di economia, Michele Bernasconi, parleranno la presidente Corte Appello Venezia Ines Maria Luisa Marini, il coordinatore del Centro studi giuridici e ordinario di Diritto del lavoro Adalberto Perulli e il responsabile "Robotic and Intelligent Automation" di Deloitte Consulting Antonio Rughi".poi la discussione, con le voci del presidente del consiglio dell'ordine Avvocati di Venezia e vicepresidente della Camera arbitrale veneziana Giuseppe Sacco, del presidente della Camera di Commercio di Venezia Massimo Zanon e del presidente di Confindustria Venezia Vincenzo Marinese. Intervento conclusivo affidato al presidente della Corte di Cassazione Piero Curzio.
"Lo scopo del progetto è di ridurre la domanda di giustizia fornendo a utenti e avvocati due dati fondamentali per la certezza del diritto e delle relazioni industriali e sociali - spiega la presidente della Corte d'appello Marini - cioè la durata prevedibile dei relativi procedimenti e gli orientamenti esistenti negli uffici del distretto così da disincentivare le cause che hanno scarsa possibilità di successo, con i costi correlati".
Il progetto è nato a metà 2017, appoggiato dal Centro di studi giuridici di Ca' Foscari, primo ateneo in Italia a esplorare questo tema. "Abbiamo costituito un gruppo di lavoro con dottori e assegnisti di ricerca tra diritto del lavoro e commerciale - Perulli - il cui compito è stato raccogliere le sentenze della Corte d'appello e di tutti i tribunali veneti in merito ai contenziosi di quei settori per il 2018 e il 2019, il 2020 è in lavorazione".
Le sentenze sono state catalogate e suddivise in sottocategorie, estrapolando fatti e principio di diritto. Poi, il "salto": dar vita a un software che, sulla base di parole chiave che un utente immette, elabori tutta la giurisprudenza raccolta e fornisca una previsione sull'esito di un ipotetico giudizio. "Il sistema, per esempio, dirà quanti documenti ha analizzato su casi simili e qual è la percentuale di vittoria, calcolando anche i tempi di ricorso - conclude Perulli -. Questo progetto, se si interconnettesse con il Ced del ministero della Giustizia, permetterebbe di applicare la giurisprudenza predittiva a tutta Italia" situazione. Ma è evidente che serve grande attenzione".
Una posizione condivisa anche dal collega della Cgil Fabio Zampirolli, che sottolinea come vi sarebbe comunque un forte impegno da parte di Giada per trovare nuovi committenti. In ogni caso, è difficile delineare con precisione quanto accadrà nei prossimi mesi: la ricerca di nuovi contratti potrebbe richiedere diverso tempo e le collaborazioni già in essere, al netto del marchio proprietario "Hand Picked", non sarebbero sufficienti a garantire un futuro sereno alla società. Parallelamente dovrebbe anche continuare lo scontro legale, con un'impugnazione della decisione del tribunale milanese nella speranza di vedere ribaltata la decisione.
Nel frattempo Jacob Cohën parrebbe comunque intenzionata a proseguire per la propria strada, mettendo in moto la nuova macchina produttiva in vista della prossima stagione autunno/inverno.
Una notizia accolta con grande favore da un'altra società coinvolta nello scontro, la Blue Service di Cavarzere, guidata da Jennifer Tommasi Bardelle, presidente del consiglio di amministrazione di Jacob Cohën e vedova del fondatore Nicola Bardelle, deceduto nel 2012.
Sulla carta, Blue Service avrebbe dovuto collaborare con Giada producendo capi su commissione ma, a causa del contenzioso apertosi con Jacob Cohën, i rapporti tra le due erano cessati. I quaranta dipendenti del laboratorio erano così finiti in cassa integrazione, in attesa di novità. Lo sblocco delle attività della "Jc Industries" porta loro buone notizie: da metà marzo Blue Service tornerà al lavoro in vista di un trasferimento, previsto per l'estate, nel nuovo stabilimento a Piove di Sacco (Padova), che sarà una delle due sedi della nuova macchina produttiva insieme al laboratorio di Schio.
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