di Lorenzo Allegrucci
Italia Oggi, 28 gennaio 2021
Sta dietro Georgia e Rwanda e nella Ue è 20esima su 27. Nella classifica mondiale della corruzione nel settore pubblico, l'Italia mantiene il punteggio, ma perde una posizione. Sopravanzata anche da Botswana, Cipro, Georgia e Rwanda. E ventesima sui 27 paesi dell'Ue.
L'indice di percezione della corruzione (Cpi) 2020, che sarà pubblicato oggi da Transparency International, presentato dal presidente della sezione italiana, Iole Savini, classifica l'Italia al 52° posto su 180 stati oggetto della specifica analisi.
L'Italia, dunque, pur mantenendo il punteggio (53) attribuitogli nell'edizione 2019, perde una posizione in graduatoria classificandosi 52ª. Il Cpi conferma l'Italia al 20° posto tra i 27 paesi membri dell'Unione europea. La classifica mondiale pone Danimarca e Nuova Zelanda al comando con 88 punti. Al momento risultano inarrivabili. Al contrario, in fondo alla classifica, troviamo Siria, Somalia e Sud Sudan, rispettivamente con 14, 12 e 12 punti.
La classifica è redatta valutando 13 strumenti di analisi (misure oggettive) o di sondaggi (misure soggettive) ad esperti provenienti dal mondo del business. Il punteggio finale è determinato in base a una scala da 0 (alto livello di corruzione percepita) a 100 (basso livello di corruzione percepita). Le misure soggettive includono una serie di indicatori aggregati che sintetizzano vari aspetti o manifestazioni della corruzione in un'accezione ampia. Si fondano su sondaggi realizzati con campioni rappresentativi della popolazione o di categorie specifiche di soggetti (imprenditori, funzionari, esperti ecc.).
Negli ultimi anni l'Italia ha compiuto significativi progressi nella lotta alla corruzione: ha introdotto il diritto generalizzato di accesso agli atti rendendo più trasparente la pubblica amministrazione ai cittadini, ha approvato una disciplina a tutela dei whistleblower, ha reso più trasparenti i finanziamenti alla politica e, con la legge anticorruzione del 2019, ha inasprito le pene previste per taluni reati, si rileva nel rapporto. Nell'ultimo anno, però, gli interventi migliorativi sono cessati, anche a causa del Covid. Di qui un arresto del trend positivo che aveva visto l'Italia guadagnare 11 punti dal 2012 al 2019. In questo contesto, le sfide poste dall'emergenza pandemia, possono mettere a rischio gli importanti risultati conseguiti se si dovesse abbassare l'attenzione verso il fenomeno corruttivo e non venissero previsti e attuati i giusti presidi di trasparenza e di anticorruzione. Sorge, pertanto, immediatamente, secondo il rapporto, l'esigenza di porre una particolare diligenza e ossequio delle regole, per quanto riguarda l'assegnazione e l'utilizzo dei corposi fondi stanziati dall'Unione europea per la ripresa economica.
La corruzione allontana gli investimenti stranieri in misura addirittura maggiore di una elevata tassazione; alimenta la criminalità e l'evasione fiscale, minando la concorrenza; appesantisce l'attività giudiziaria; falcidia le entrate tributarie. Un circolo vizioso che zavorra i processi di sviluppo e deprime l'ambiente economico: meno investimenti, riduzione dell'occupazione, dei redditi e dei consumi, meno entrate fiscali, riduzione della quantità e qualità di servizi e prestazioni pubbliche, lievitazione dei costi burocratici.
La pubblicazione del Cpi 2020 offre lo strumento più completo di Transparency International, per la valorizzazione della cultura dell'anticorruzione e della trasparenza al fine di accrescere, operando anche al fianco delle istituzioni, la sensibilità dei cittadini verso il valore della legalità, quale fattore fondamentale per la crescita e lo sviluppo del Paese. Transparency International è l'organizzazione non governativa operante nella lotta alla corruzione, nata a Berlino nel 1993; tra i membri Gherardo Colombo e Carlo Cottarelli.
Il Sole 24 Ore, 28 gennaio 2021
È stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 26 gennaio 2021 n. 20, la legge 15 gennaio 2021 n. 4 di Ratifica ed esecuzione della Convenzione dell'Organizzazione internazionale del lavoro n. 190 sull'eliminazione della violenza e delle molestie sul luogo di lavoro, adottata a Ginevra il 21 giugno 2019 nel corso della 108ª sessione della Conferenza generale della medesima Organizzazione. In Parlamento hanno svolto dichiarazione di voto favorevole i senatori Laura Garavini (IV-PSI), Isabella Rauti (FdI), Loredana De Petris (Misto-LeU), Anna Rossomando (PD), Aimi (FI), Iwobi (L-SP), Alessandra Maiorino (M5S).
"Con l'approvazione definitiva del Ddl il Parlamento italiano compie un passo decisivo verso l'adozione di una normativa che preveda strumenti di tutela, di denuncia, di prevenzione". Lo dichiara la senatrice Pd Valeria Fedeli. "Mi auguro che si possa procedere il prima possibile ascoltando tutti i diversi soggetti in causa per comprendere a che punto siamo e quali azioni concrete mettere in campo per liberare il mondo del lavoro dalla violenza. Ma è fondamentale anche la prevenzione, gli strumenti di tutela come il congedo dato alle donne che denunciano, valorizzare il ruolo delle consigliere e dei consiglieri di parità e individuare nelle aziende figure incaricate di monitorare condizioni e ambiente di lavoro in chiave di rispetto della libertà e integrità delle persone.".
"Nel nostro Paese - afferma Laura Boldrini, deputata PD - una donna su due subisce molestie sul lavoro. E l'81%, per paura, resta in silenzio. Sono orgogliosa di aver presentato, alla Camera, la proposta di legge con cui è stata ratificata questa Convenzione. Con l'approvazione di oggi, compiamo un passo avanti importante sulla strada del pieno riconoscimento dei diritti e della dignità delle donne".
"È sempre una soddisfazione - commenta la vicepresidente del Senato, Paola Taverna (M5S) - quando si fa un passo avanti nella direzione dell'uguaglianza e della maggior tutela dei diritti delle donne, in ogni ambito della vita. Il lavoro, infatti, resta purtroppo un contesto dove ancora troppo spesso avvengono violenze ignobili e abusi inaccettabili. Adesso abbiamo un importante strumento in più". "Il mio pensiero va, in particolare, a tutte le donne e giovani donne - aggiunge - che quotidianamente devono difendersi da comportamenti vergognosi".
Vota favorevole anche da parti di Fratelli d'Italia. "Abbiamo votato nella convinzione che il recepimento dei suoi tre cardini, protezione, prevenzione e verifica dell'applicazione, permetterà ai lavoratori e alle lavoratrici di poter denunciare le violenze e le molestie subite", ha dichiarato la vicepresidente FdI, Isabella Rauti, responsabile del dipartimento Pari opportunità al Senato.
La senatrice ha ricordato che "questo genere di abusi in Italia riguarda centinaia di migliaia di persone, uomini e donne, con una percentuale addirittura tripla per quest'ultime". "Ci auguriamo, quindi - ha concluso - che questa Convenzione possa rappresentare un passo importante verso una maggiore tutela della dignità delle persone sui luoghi di lavoro e che il recepimento della normativa internazionale consenta di prevenire e combattere il fenomeno".
di Roberto Puglisi
livesicilia.it, 28 gennaio 2021
Parla il professore Fiandaca: sui contagi al Pagliarelli e sul resto. "I detenuti non sono abbandonati, comprendo l'apprensione per il Covid, ma non è il caso di creare allarmismi ingiustificati". Sulla vicenda dei contagi in carcere interviene il garante siciliano dei detenuti, il professore Giovanni Fiandaca.
"Non c'è un'emergenza carcere" - "Il punto è questo - spiega il professore - prima che emergessero i positivi al Pagliarelli, la situazione siciliana non è mai stata preoccupante in termini di numeri, fino al diciotto gennaio, quando ho ricevuto il rapporto, e continua a essere sotto controllo. Non si è mai raggiunto un picco, parlo dell'intera popolazione carceraria, superiore alle venti unità e comunque con quadri clinici, per fortuna, non gravi. Per quanto riguarda il personale penitenziario, sempre nel suo complesso, riferendoci sia agli agenti che ai funzionari amministrativi, non ci sono stati più di una quarantina di casi. Numeri piccoli, appunto, che hanno tutta la nostra attenzione, visto che i contatti che teniamo sono quotidiani, ma che, al momento, non presentano una realtà emergenziale".
La situazione al Pagliarelli - Come abbiamo scritto, al Pagliarelli i contagiati sono cinquantacinque, al responso del secondo tampone. Tra sette giorni ne verrà somministrato un terzo. I già positivi sono stati sottoposti al molecolare, i negativi al test rapido antigenico e al molecolare, successivamente, in caso di positività: lo screening riguarda tutti quelli che sono presenti nell'istituto. Risultano quattro casi tra il personale.
La selezione e i vaccini - "Tra i cinquantacinque positivi del Pagliarelli - spiega il garante - hanno cominciato a essere selezionate e segnalate alle autorità giudiziarie quelle persone che presentano patologie pregresse che potrebbero dare luogo a una condizione di vulnerabilità per eventuali provvedimenti di collocazione fuori dal carcere. Già l'otto gennaio scorso ho inviato una nota formale all'assessore Razza e al presidente Musumeci per chiedere, sulla scia di quanto rappresentato dal garante nazionale e dalla conferenza dei garanti regionali, di prendere in considerazione, tra le categorie da vaccinare in via prioritaria, detenuti e personale penitenziario, o di prendere in considerazione, in subordine, gli over sessanta e i soggetti affetti da comorbilità. Sappiamo che ci sono ritardi e problemi nella campagna vaccinale. Il commissario nazionale Arcuri, qualche giorno fa, ha dichiarato che dopo gli over ottanta toccherà a detenuti e personale penitenziario. Noi garanti vigileremo".
L'appello del garante - In ultimo un appello: "La consapevolezza del problema esiste - dice il professore Fiandaca. Oltretutto, se il contagio in carcere dovesse espandersi questo rischierebbe di provocare un effetto intasamento negli ospedali. Ai detenuti vorrei dire che non sono abbandonati, che si segue la vicenda con attenzione e sensibilità, costantemente. Per cui, pur comprendendo il momento, consiglierei di avere un po' di pazienza e di evitare di assumere atteggiamenti di protesta che potrebbero pregiudicare anche il calendario della vaccinazione".
napolitoday.it, 28 gennaio 2021
In Campania dall'inizio della pandemia si sono verificati, correlati alle carceri, sei decessi: quattro detenuti, un agente di polizia penitenziaria, un operatore sanitario. Quattro morti. Sono quelli dovuti al Covid-19 verificatisi tra i detenuti delle carceri campane. A renderlo noto è il Garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello. Si contano contagiati e vittime (due) anche tra agenti della polizia penitenziaria e tra operatori sanitari in servizio nelle strutture carcerarie. In questo momento i positivi tra i detenuti sono 22, di cui 19 a Secondigliano, 2 a Santa Maria Capua Vetere e 1 a Poggioreale. Sono 47, invece, le persone positive tra operatori sanitari e polizia penitenziaria.
"Dall'inizio della pandemia ad oggi - fa sapere Ciambriello - in Campania sono stati registrati 609 casi di Covid tra i detenuti e sono stati somministrati solo tra Secondigliano e Poggioreale 6022 tamponi su una popolazione, a Secondigliano di 1147 detenuti e a Poggioreale 2019 detenuti. I detenuti morti causa Covid 2019 sono stati 4". Contagiati e vittime anche gli agenti di polizia penitenziaria e tra gli operatori sanitari. "Dall'inizio della pandemia - sottolinea ancora il Garante - sono stati più di 800 i contagiati e 1 morto [nella polizia penitenziaria, ndR], mentre tra gli operatori sanitari (medici, infermieri, operatori socio sanitari), sono stati 58 i contagiati e 1 morto".
Dei 15 istituti penitenziari per adulti della Regione Campania, in 9 si sono verificati casi di Covid 19, mentre in altri 6 non c'è stato nessun caso. Per quanto riguarda gli Istituti penali per Minorenni, non si sono avuti casi di contagio da Covid-19 per i giovani li ristretti ma solo per alcuni agenti della polizia penitenziaria. "Mi auguro - conclude il Garante - che, dopo gli operatori sanitari e gli agenti di polizia penitenziaria, siano sottoposti a vaccino anti-Covid detenuti ultrasessantenni e malati cronici su richiesta volontaria, e che vengano somministrati più tamponi in tutte le carceri della Campania per consentire un maggiore controllo e contenimento da Covid 19. Altresì mi auguro che, soprattutto in questo periodo emergenziale, nelle carceri vengano incrementate figure professionali quali psicologi, assistenti sociali, infermieri, operatori socio sanitari".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 28 gennaio 2021
Il racconto all'associazione Yairaiha Onlus sui fatti di marzo nel carcere di Foggia di un recluso che, temendo ritorsioni, vuole rimanere anonimo. Nel carcere di Foggia, pochi giorni dopo la rivolta di marzo, finita con tanto di evasione spettacolare, avrebbe fatto irruzione una squadra composta da numerosi caschi blu e ci sarebbe stato un vero e proprio massacro simile a quello che sarebbe avvenuto al carcere di Santa Maria Capua Vetere. Ma andiamo con ordine.
L'esposto dell'associazione Yairaiha Onlus con le testimonianze di 5 detenuti - Nei giorni scorsi - secondo quanto ha appreso l'associazione Yairaiha Onlus - agenti della squadra mobile di Roma, su richiesta della procura di Foggia, hanno ascoltato uno dei 5 detenuti citati nell'esposto presentato da Yairaiha lo scorso 29 marzo su delega dei familiari, in base ai loro racconti durante i colloqui telefonici su quanto sarebbe avvenuto la notte del 12 marzo nel carcere di Foggia. Esposto - reso pubblico da Il Dubbio - presentato dopo che sarebbero stati trasferiti e tenuti per oltre due settimane in isolamento totale e senza neanche la possibilità di telefonare alle proprie famiglie, lasciandole in un profondo stato di apprensione e angoscia. Dei 5 detenuti in questione nessuno ha partecipato alle rivolte. L'esposto è di mesi fa, ma molto probabilmente l'input è arrivato grazie al servizio di Report sulle carceri, a firma del giornalista Bernardo Iovene. Sì, perché nella trasmissione di Rai3, condotta da Sigfrido Ranucci, si fa riferimento anche al presunto pestaggio nel carcere di Foggia. Nel frattempo arrivano nuovi dettagli inquietanti e sconvolgenti.
L'altra testimonianza inedita di un detenuto che vuole rimanere anonimo - È sempre Yairaiha a ricevere la segnalazione di un altro detenuto, ma che non ha nulla a che fare con i cinque dell'esposto. Si tratta di un'altra inedita testimonianza, ma il detenuto vuole rimanere anonimo per paure di potenziali ritorsioni. Ricordiamo che parliamo di un momento tragico, sfociato in una evasione di massa. Per ricostruire la rivolta avvenuta il 9 marzo del 2020 ci affidiamo all'informativa del Dap, guidato all'epoca da Francesco Basentini, e inviata al ministro della Giustizia.
Si legge nell'informativa che intorno alle ore 9,40, i detenuti del carcere di Foggia chiedono insistentemente un incontro con il Direttore e il Comandante di reparto, esternando la preoccupazione di ricevere rassicurazioni sull'emergenza Covid 19. Il comandante di Reparto, unitamente ad alcune unità di polizia, giunge all'interno del cortile passeggi per fornire tutte le informazioni richieste. Nonostante ciò i detenuti iniziano a protestare e in massa escono dal cortile forzando i cancelli degli sbarramenti. Immediatamente viene dato l'allarme e richiesto l'intervento delle altre forze dì Polizia che accorrono sul posto. I rivoltosi, dopo aver forzato il cancello, entrano nell'ufficio Matricola e appiccano un incendio che distrugge la documentazione conservata e tutta la strumentazione informatica.
I detenuti proseguono la protesta presso la sezione femminile ove, dopo aver forzato la porta d'ingresso, avrebbero strattonato le poliziotte impossessandosi delle chiavi delle stanze al fine di liberare le detenute, devastando e vandalizzando gli arredi e i dispositivi informatici. Contemporaneamente agli accadimenti in corso alla sezione femminile, altri numerosi detenuti forzano i varchi della portineria centrale sfondando il relativo cancello.
Un gruppo tenta di raggiungere il Direttore, che veniva messo in sicurezza all'interno del box portineria. Immediatamente dopo i rivoltosi accedono nel piazzale esterno abbandonando così la zona detentiva. Altri numerosi detenuti giungono nel medesimo piazzale dopo aver sfondato il doppio varco della carraia. La ressa così costituita e formata da oltre 400 detenuti, si è impadronita di tutta l'area. Un gruppo di circa 100 detenuti si sono poi diretti verso il primo dei due cancelli di ingresso buttandolo a terra e favorendo in questo modo la fuga verso l'esterno di numerosi detenuti attraverso la porta pedonale temporaneamente aperta, sempre secondo l'informativa del Dap per mettere in sicurezza avvocati e alcuni operatori che manifestavano segnali di evidente paura.
L'irruzione degli agenti con caschi blu e a volto coperto - Ed ecco che arriviamo alla testimonianza di un detenuto raccolta dall'associazione Yairaiha dove emergerebbe un atto violento molto simile a quello che sarebbe accaduto al carcere campano di Santa Maria Capua Vetere. A freddo, qualche giorno dopo la rivolta, e più precisamente il 12 marzo mattina presto, nel carcere di Foggia avrebbe fatto irruzione un centinaio di agenti con caschi blu, con volto coperto, scudi e manganelli.
"Mentre stavo dormendo - racconta il detenuto a Yairaiha - non mi hanno dato neanche il tempo di alzarmi dal letto, 2 agenti mi hanno tirato giù dal letto e mi hanno sbattuto con la faccia a terra, mi mantenevano allungato a terra e con la faccia al pavimento, tenendo un piede in testa e l'altro sul corpo con tutto il loro peso".
A quel punto, prosegue il racconto "gli altri 2 pensavano a darmi una scarica di manganellate su tutte le parti del corpo, mentre il quinto agente aveva il ruolo di prendere le fascette in plastica bianche, tenermi le braccia dietro la schiena con forza e legarmi i polsi, stringendo le fascette in modo di non far circolare neanche il sangue. In questo modo non potevo neanche coprirmi sia il volto che il corpo dalle scariche di manganellate, calci e pugni". Poi avrebbero fatto alzare lui e il suo compagno di cella, e l'avrebbero fatti uscire dalla cella facendolo passare in mezzo al "tunnel". "Lo chiamo così - racconta il detenuto all'associazione Yairaiha - perché tutti e 300 gli agenti erano posizionati nelle sezioni in 2 file, una fila di fronte all'altra per poi farci passare in mezzo a loro", e dalla sezione fino a verso l'uscita, avrebbero continuato a dare scariche di manganellate. "Per 10 secondi - prosegue il detenuto nel racconto - ho visto tutto nero sotto quelle manganellate, ho perso i sensi, ma nonostante ciò non si sono mai fermati con i manganelli, i pugni e i calci, che aumentavano sempre di più".
"Manganellato anche durante il trasferimento" - Dopodiché il detenuto sarebbe stato messo su un furgone, dove avrebbe ricevuto altre manganellate, e l'hanno trasferito in un altro carcere scalzo e solo con il pigiama e da lì l'avrebbero trasferito in un altro carcere. La testimonianza prosegue: "Mi hanno chiuso in una stanza blindata dove non c'era niente, era vuota, neanche lo sgabello per sedermi e mi hanno tenuto una giornata senza bere, mangiare e non mi hanno fatto andare neanche in bagno, minacciandomi che se chiedevo qualcosa mi avrebbero continuato a picchiare, peggio di quanto avevo già avuto".
Testimonia sempre il detenuto all'associazione che per 40 giorni avrebbe convissuto con dolori in tutto il corpo, soprattutto la testa dove avrebbe preso più colpi. "Avevo troppi dolori durante la notte - racconta sempre a Yairaiha - non riuscivo neanche a dormire, e quando chiedevo di essere visitato, mi facevano attendere".
La testimonianza raccolta dall'associazione Yairaiha, ovviamente è da vagliare con attenzione. Resta il fatto che ci sono punti di convergenza anche con i racconti denunciati nell'esposto. Com'è detto, grazie soprattutto all'impulso di Report, sembrerebbe che la procura di Foggia si stia attivando. "Si intravvede - commenta Sandra Berardi, presidente di Yairaiha Onlus - lo stesso modus operandi dei presunti pestaggi di Modena, Santa Maria Capua Vetere e altri. Più che ristabilire l'ordine si sarebbe trattato di una spedizione punitiva a freddo, una vendetta!".
Berardi aggiunge anche una riflessione: "Mi rammarica che siano passati 10 mesi dall'esposto e solo ora sembrerebbe che sia dato seguito all'esposto. Temo che senza il servizio di Report e le denunce su Il Dubbio, forse tutto sarebbe rimasto sotto silenzio. Ora ci auguriamo che si faccia chiarezza sul carcere di Foggia, individuando i responsabili".
di Laura Valdesi
La Nazione, 28 gennaio 2021
L'avvocato del Garante nazionale dei detenuti: "Le immagini ricostruiscono quanto accaduto in carcere". Dieci condanne per concorso in tortura. A chiederle è stato il pm Valentina Magnini, declinando in quasi tre ore il comportamento degli agenti della penitenziaria che quell'11 ottobre 2018 presero parte a una sorta di spedizione punitiva, questa la convinzione della procura, nei confronti di un detenuto tunisino dentro per droga e una serie di furti. Tutti hanno optato per il rito abbreviato: per otto il pm ha chiesto la condanna a 3 anni, per un assistente capo (l'unico difeso dall'avvocato Stefano Cipriani, gli altri vengono assistiti da Manfredi Biotti) a 2 anni, per un agente scelto ad un anno e 10 mesi.
Nell'aula al piano terra di palazzo di giustizia non è stato visto l'intero video, che dura un'ora e 50 minuti, ma ampi spezzoni. Quelli che, secondo l'accusa, consentivano di confortare la tesi del concorso nell'aggressione al carcerato insieme ai cinque colleghi per cui il 18 maggio inizia il processo per tortura, il primo nel quale viene contestato tale reato a pubblici ufficiali da quando è stato introdotto nel 2017.
"Il mio assistito era presente all'udienza, quando scorrevano le immagini salienti dove si vede che si dirigono verso la cella per prenderlo. Oltre alle azioni, alle botte, emerge l'animosità e l'aggressività - spiega l'avvocato Raffaella Nardone che ieri ha parlato come parte civile - visionato anche il filmato della telecamera che punta sulla nuova cella, numero 19. Scene a dir poco sconcertanti da parte di persone che indossano una divisa". Nardone conferma che il detenuto ha già dichiarato che non sarà presente alle prossime udienze, neppure quando verrà letta la sentenza il 17 febbraio prossimo.
"Il video ci pare sufficiente per ricostruire quanto è accaduto. Si sono mossi a falange - spiega l'avvocato Michele Passione che rappresenta il Garante nazionale dei detenuti, parte civile con il carcerato picchiato e l'Altro diritto - si vede che viene tirato un pugno, buttato giù. Gli sferrano calci. Le parti viste in aula danno conto, a nostro avviso in modo chiaro, dell'antefatto e dell'episodio da cui è scaturita l'inchiesta".
Nelle quasi sei ore di udienza, metà delle quali occupate dalla requisitoria del pm, è stato composto il mosaico che il gup Rocchi dovrà valutare per la sentenza del 17 febbraio. Anche alla luce, però, delle ragioni della difesa che parlerà il 10. Gli avvocati Cipriani, che assiste uno degli imputati (tra l'altro è stato sentito in incidente probatorio nel troncone madre) e Biotti che difende invece gli altri nove, intendono smontare il concorso in tortura.
Come hanno fatto e argomentato anche con indagini proprie già depositate la scorsa udienza. Il tunisino - il suo legale racconta che ancora deve assumere farmaci per dormire e che convive con la paura di essere aggredito - sarebbe stato vittima del "trattamento inumano e degradante" e di "acute sofferenze fisiche", questa l'accusa. Pensava di andare a fare la doccia, aveva asciugamano e spazzolino in mano. È successo tutt'altro. A stabilire dove sta la verità fra le due posizioni diametralmente opposte di procura e difesa tocca al giudice.
di Francesco Salvatore
La Repubblica, 28 gennaio 2021
Novanta contagiati fra i detenuti, di cui cinque ricoverati in ospedale. Un agente della penitenziaria di 50 anni che si è tolto la vita due giorni fa mentre si trovava nel suo appartamento in quarantena. Un'altra decina di agenti a casa perché trovati positivi e altri venti in isolamento fiduciario. È il quadro drammatico di Rebibbia nuovo complesso, di per sé già grave dai numeri del sovraffollamento pressoché endemico - 1.400 detenuti su 1.163 regolamentati.
Rispetto alla scorsa settimana sale di venti unità il numero delle persone contagiate. Tre reparti sono in quarantena: non si esce dalle celle nemmeno per l'ora d'aria. Quanto alla ricaduta sulla Giustizia, la difficoltà di trasportare chi ha il Covid in tribunale, o di trovare stanze in carcere per le videoconferenze, è alta.
Risultato: i processi vengono rinviati, come per gli omicidi del vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega e per quello di Luca Sacchi. Tutto è cominciato dopo Natale nel reparto G12, quello dell'alta sicurezza, quando alcuni detenuti si sono sentiti male. Sono scattati i tamponi e rilevate la positività ma la curva epidemica si è impennata. A quel punto sono partiti i tamponi a tappeto su tutta la popolazione carceraria.
La scorsa settimana i contagiati erano 70, ieri 90. Sono stati sistemati tutti all'interno di un reparto ad hoc, il G9, lasciato libero perché in manutenzione: quindi infissi vecchi e intonaco rovinato. "Ci sono problemi anche nelle sezioni da cui arrivano i detenuti - chiosa il Garante dei detenuti del Lazio Stefano Anastasia - perché gli altri devono essere messi in quarantena, ma gli spazi non ci sono". Di conseguenza i detenuti- contatti diretti da Covid sono obbligati a restare in isolamento nella cella in cui si trovano. Al momento sono tre i reparti in quarantena: G9, G11, G12. "È necessario programmare una campagna vaccinale", aggiunge Anastasia.
Le visite faccia a faccia coi parenti sono sospese da marzo 2020, a parte il periodo estivo. Come le attività: scuola, sport e teatro. "Faccio un appello alla magistratura per valutare i casi di incompatibilità e tutte le liberazioni anticipate. Come le misure alternative al carcere anche in fase cautelare", commenta il Garante dei detenuti di Roma Gabriella Stramaccioni.
"Il problema Covid è stato sottovalutato dall'amministrazione. Da noi non esiste distanziamento sociale - spiega Donato Capece, segretario del sindacato della penitenziaria Sappe - il nostro collega che si è suicidato non aveva dato alcun segno prima: il padre era morto da poco, lui aveva il Covid. Forse è stato un mix di stress correlato al lavoro e all'isolamento".
di Lucio Boldrin*
Avvenire, 28 gennaio 2021
In queste settimane, qui a Rebibbia si stanno vivendo momenti di crescenti nervosismo e paura, sia per i detenuti che si sentono sempre più "numeri" e abbandonati, sia per gli agenti penitenziari, pochi e costretti a orari prolungati. Da quasi un anno, poi, i detenuti soffrono per la limitazione degli incontri con i familiari, mentre da fine dicembre è cambiato il gestore delle email causando il rallentamento, quando non la sospensione, della possibilità di inviare o ricevere comunicazioni per giorni.
Ma, indubbiamente, la questione più grave riguarda l'inizio di un focolaio di Covid-19 in due reparti. Ciò ha portato a raggruppare i detenuti negativi al tampone in celle piccole: anche 5 persone in 20 metri quadri, in alcuni casi con bagno alla turca anziché water (è da tenere presente che ci sono anche detenuti anziani, con scarsa mobilità o mancanti di qualche arto). Ecco, dunque, un'altra causa di forte tensione. Speriamo bene, ma l'aria che si respira è sempre più pesante.
Ogni anno vi è una giornata in carcere dove vengono consegnati degli encomi a quegli agenti che si sono distinti per particolari azioni di coraggio. Quest'anno, se dipendesse da me, l'encomio lo darei a tutti coloro che stanno lavorando all'interno degli istituti penitenziari: difficile da spiegare e capire, se non si vede il modo con il quale stanno operando in situazioni al limite, dagli infermieri ai medici, dagli agenti ai responsabili del carcere.
Del resto, le criticità che il "sistema carcere" (e non parlo soltanto di Rebibbia) sta rivelando ora che l'emergenza pandemica lo ha investito in pieno, sono sotto gli occhi di tutti. L'aumento esponenziale del numero dei contagi tra la popolazione carceraria e gli operatori penitenziari costituisce il dato più visibile dell'incapacità di contenere e reagire alla diffusione del virus. Per questo tutta la popolazione detenuta e tutti coloro che nelle carceri lavorano dovrebbero essere vaccinati al più presto, per scongiurare che la situazione peggiori ancora fino a diventare ingestibile.
Una nota di biasimo, invece, l'assegnerei di certo alla pachidermica lentezza e "cecità" dell'amministrazione della giustizia: sarebbe bastato mettere in atto quanto la legge già prevede (arresti domiciliari, magari con il braccialetto elettronico; accoglienza in comunità per quanti ne hanno diritto) per alleggerire di molto la situazione. Ma anche gli interventi legislativi adottati sinora per ridurre la popolazione carceraria in chiave anti-Covid - peraltro mal interpretati da gran parte dell'opinione pubblica come un tentativo di aprire le porte del carcere a boss e condannati al 41bis - si sono rivelati del tutto insufficienti a raggiungere gli obiettivi sperati.
*Cappellano Casa circondariale maschile "Nuovo Complesso" di Rebibbia
modenatoday.it, 28 gennaio 2021
Dopo il sopralluogo al carcere di Sant'Anna l'incontro con il sindaco Muzzarelli per fare il punto dopo la rivolta del marzo scorso. L'avvocato Emilia Rossi, rappresentante del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, ha visitato oggi il carcere di Modena Sant'Anna, teatro in marzo della tragica rivolta di detenuti su cui la Procura ha aperto un fascicolo per omicidio colposo (con lente sui trasferimenti nel penitenziario di Ascoli di detenuti già in condizioni critiche a Modena).
Rossi è arrivata in città per testimoniare l'attenzione, dice, al percorso di superamento dei fatti di marzo e per la volontà di partecipare "ricucire le lacerazioni". All'incontro in municipio con la rappresentante del Garante, insieme al sindaco Gian Carlo Muzzarelli, hanno partecipato l'assessore al Welfare Roberta Pinelli e la comandante della Polizia Locale Valeria Meloncelli.
Sindaco e avvocato hanno individuato come "prioritaria" la necessità di ricostruire non solo la struttura, ma soprattutto le relazioni e il dialogo con la città.
"Un percorso difficile - per Muzzarelli - che richiederà un lungo lavoro per riportare serenità al corpo penitenziario, e che necessita anche di investimenti per la struttura e per ripristinare le attività di un volontariato ricchissimo, che svolgeva un'azione fondamentale all'interno del carcere". Conclude da parte sua Rossi: "Il Garante è presente e partecipa all'opera di ricostruzione. La collaborazione tra le istituzioni può essere la chiave di volta per superare il dramma e fare in modo che il carcere sia in relazione con la città e non considerato come un corpo estraneo e marginale".
di Valentina D'Amora
italiachecambia.org, 28 gennaio 2021
Vi raccontiamo la storia della tipografia KC che dal 1987 intreccia l'amore per la stampa a quella per i libri. Nel 2009 ha scelto di rivoluzionare l'intero processo di stampa, diventando la prima tipografia certificata FSC® in Liguria e la prima certificata Eco-print© in Italia. Un progetto ambientale ma anche sociale, perché coinvolge attivamente alcuni detenuti del carcere di Genova Pontedecimo con un progetto formativo.
Conosco personalmente Giacomo Chiarella da fine 2018: lo incontro la prima volta per parlare di un progetto editoriale ancora acerbo e mi ritrovo subito ad ascoltare con piacere le sue idee, il suo approccio e a visionare il campionario di carte secondo lui più adatte. Nel tempo mi accorgo che Giacomo è sempre indaffaratissimo, ma è una persona che sa fermarsi ad ascoltare i dubbi e, soprattutto, le visioni dei suoi clienti. L'esperienza prosegue e il libro viene pubblicato da KC Edizioni, la casa editrice integrata alla tipografia. Il risultato è molto curato e il taglio artigianale viene notato da chiunque prenda in mano il volume. Tutt'oggi la tipografia rimane, per me, un punto di riferimento per stampe di qualunque tipo, perché sa coniugare la passione per le arti grafiche con l'amore per l'ambiente, tema su cui sono molto sensibile. L'ho intervistato per raccontarvi la sua storia.
Giacomo inizia a lavorare nel mondo delle stampe sin da ragazzo, affiancando il papà, Kicco Chiarella, da cui deriva il nome della tipografia. Mi confessa che, nonostante subito non ne fosse entusiasta, con il passare del tempo, si appassiona sempre di più a questo mestiere, così legato all'arte e alla cultura. Poco più di dieci anni fa, arriva il momento della conversione al green. "Nel 2009 ci siamo ritrovati con i macchinari obsoleti. Le scelte erano due: rinnovarsi o chiudere, perché in questo settore le attrezzature sono fondamentali e si tratta di investimenti piuttosto onerosi. Allora abbiamo deciso di proseguire, pensando al futuro".
Giacomo mi racconta che ora tutta l'energia utilizzata durante il processo di stampa proviene interamente da fonti rinnovabili, gli inchiostri usati sono a base acqua e cera vegetale e i sistemi di lavaggio sono fortemente ridotti e operati evitando solventi chimici. In più, tutte le carte proposte sono certificate FSC®: quelle riciclate sono sbiancate senza l'utilizzo di cloro e provengono da cartiere selezionate personalmente per trasparenza nei cicli produttivi. Un'ecologia a tutto tondo, in una tipografia dove si respira l'amore per l'ambiente e la passione per questa professione. "Per lavorare bene è fondamentale il clima di fiducia e amicizia che si vive qui. D'altronde, passiamo più tempo insieme ai colleghi che a casa, per questo è importante lavorare concentrati, ma sempre con il sorriso". Nel 2016 Giacomo decide di aprire una succursale della tipografia all'interno della casa circondariale di Pontedecimo. L'obiettivo è quello di formare un gruppo di persone detenute al lavoro di stampa e legatoria, valorizzando l'attività lavorativa all'interno del carcere. "In questi cinque anni, il progetto si sta sviluppando bene, tanto che siamo riusciti a inquadrare e ad assumere anche alcuni di loro e ad aumentare il gruppo di detenuti in borsa lavoro".
Un'idea che riesce concretamente a rendere la detenzione un periodo di recupero, per far sì che chi è dentro possa avere gli strumenti per reinserirsi nel circuito sociale, una volta fuori. "Chi ha lavorato con noi ha imparato molto e sono tanti quelli che, dopo essere usciti, sono venuti a ringraziarci non solo per aver dato loro una base economica, ma soprattutto quella salute mentale che il lavoro ti dà. Questo progetto è davvero un'ancora di salvezza per loro".
"Per me il carcere era un luogo completamente nuovo e non nascondo che è un ambiente molto pesante, per noi che entriamo, per chi ci lavora ma soprattutto per loro, che sono dentro. Bisogna pensare qualcosa che possa aiutarli, altrimenti la loro condizione non può che peggiorare. Per questo sono contento di essere riuscito a proporre questo progetto formativo che sviluppa qualcosa di positivo". Un'azienda, quella di Giacomo, che non è interessata esclusivamente alla crescita economica, ma si proietta verso il futuro, della società e dell'ambiente. Un bell'esempio di impresa profit che sa lavorare, facendo del bene.
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