di Francesco Falcone
La Stampa, 27 gennaio 2021
Al carcere Lorusso e Cotugno Dana Lauriola e altre attiviste stanno facendo lo sciopero della fame. Dalle 10 di ieri mattina fino a mezzogiorno. Poi ancora nel pomeriggio. E nei giorni a seguire, sempre mattina e pomeriggio, un presidio di attivisti del movimento No-Tav presidierà l'incrocio di piazza del Moro, nel cuore di Bussoleno, per esprimere solidarietà a Dana Lauriola (portavoce del movimento valsusino) e alle altre donne detenute alle Vallette in sciopero della fame da alcuni giorni.
L'iniziativa, nata in risposta all'appello lanciato ieri dalle "Fomne contra il Tav", mira a sostenere l'azione nonviolenta delle carcerate che protestano per la "riduzione" di alcuni loro diritti, a partire dai tempi abitualmente concessi per le videochiamate ai famigliari. Le detenute chiedono, inoltre, che la visita ad un parente in carcere sia riconosciuto quale valido motivo di spostamento al di fuori dei confini dei Comuni, per evitare che chi si trova recluso debba rinunciare a questo momento di socialità a causa delle restrizioni anti-Covid.
Per l'intera settimana il presidio nella piazzetta di Bussoleno che ospita la panchina rossa contro la violenza sulle donne sarà punto di riferimento del presidio a sostegno delle detenute. Invece sabato 30 l'appuntamento sarà davanti al carcere Lorusso e Cotugno di Torino, dove Dana Lauriola e le altre donne animatrici della protesta proseguono il loro sciopero della fame.
corrieredisaluzzo.it, 27 gennaio 2021
Sono 14 i detenuti del carcere "Morandi" di Saluzzo iscritti all'Università di Torino, 9 al primo anno e 5 al secondo, 10 iscritti ai corsi del dipartimento di Cultura politica e società e 4 a Giurisprudenza. Dopo i primi due anni avviati in via sperimentale il progetto di Polo universitario nel carcere di Saluzzo (il secondo in Piemonte dopo Le Vallette di Torino), istituto penitenziario di alta sicurezza, è stato formalizzato martedì 25 gennaio con la firma della convenzione con Università di Torino.
Gli studenti detenuti possono fruire fin d'ora delle lezioni registrate, l'accordo prevede la possibilità di dialogo tra docenti, tutor e studenti e di sostenere gli esami al completamento del percorso. "Grazie al sostegno della Compagnia di San Paolo agli studenti vengono forniti gratuitamente i libri e l'università rinuncia alla parte di tasse che le compete" ha spiegato il prof. Franco Prina, delegato dal rettore per il Polo universitario per studenti detenuti.
I problemi ancora da risolvere riguardano la dotazione tecnologica dell'istituto penitenziario di Regione Bronda che, come ha spiegato la direttrice Giuseppina Piscioneri, "per la sua posizione dispone di poca copertura". Dal punto di vista logistico è stata individuata la nona sezione dove saranno riuniti tutti gli iscritti, sezione che però al momento è occupata da otto detenuti comuni.
"Studiare in carcere può essere molto difficile - ha osservato il garante regionale dei diritti dei detenuti Bruno Mellano - sono indispensabili spazi ed attenzione dedicati".
Mellano ha auspicato che la necessità di rafforzare la rete infrastrutturale possa contribuire a consolidare la filiera della formazione didattica anche di primo e secondo livello, citando l'esperienza esemplare e di assoluta qualità del Liceo artistico "Soleri Bertoni" presente da anni con un corso all'interno del carcere saluzzese.
di Andrea Ossino
Il Tempo, 27 gennaio 2021
L'assistente Capo, in servizio nel carcere di Rebibbia, era in isolamento a casa perché positivo al Covid. Un lavoro opprimente. Il dolore per la perdita del padre. E l'isolamento dettato dalla positività al Covid. Una concomitanza di cause dal risultato drammatico: lunedì scorso un assistente Capo della Polizia Penitenziaria, in servizio nel carcere di Rebibbia, si è suicidato.
Il lento logorio della vita carceraria fiacca anche gli animi più forti. Una triste realtà a cui non sono sottoposti soltanto i detenuti, ma anche i secondini, servitori dello Stato che trascorrono la loro vita all'interno di un penitenziario. All'oppressione dettata da una vita lavorativa faticosa spesso si sommano piccoli e grandi drammi personali, in un mix di difficoltà che troppo spesso sembrano essere insormontabili. E il suicidio, erroneamente, appare come l'unica via per fuggire da quel male interiore. A.G., cinquant'anni, si è impiccato nel suo appartamento, tra quelle mura dove era rinchiuso da quando il tampone gli ha rivelato un responso nefasto.
Era positivo al Covid, ma asintomatico. Il virus non lo ha ferito fisicamente, ma lo ha ulteriormente indebolito psicologicamente. Da solo, l'uomo ha avuto tutto il tempo di alimentare una depressione che si è aggravata da quando il padre, recentemente, è morto. In servizio nel braccio G11 del penitenziario di Rebibbia, uno dei tre reparti dove è esploso un focolaio, trascorreva le sue giornate in carcere. Una vita difficile, una condizione che accomuna tutti i secondini. Il suo dramma non è un caso isolato.
"Negli ultimi due anni sono stati 15 i poliziotti penitenziari che si sono tolti la vita - afferma Donato Capece, segretario del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria - questo è il primo caso di quest'anno. Servono soluzioni concrete per il contrasto del disagio lavorativo del personale di Polizia Penitenziaria.
È necessario strutturare un'apposita direzione medica, composta da medici e da psicologi impegnati a tutelare e promuovere la salute di tutti i dipendenti dell'Amministrazione Penitenziaria. Non si perda altro prezioso tempo che potrebbe costare altre vite umane". Gli appelli negli anni sono stati numerosi, e sempre inascoltati. Adesso al sindacato non resta che rivolgere un pensiero: "Ci stringiamo intorno ai familiari".
di Roberto Puglisi
livesicilia.it, 27 gennaio 2021
Cresce il focolaio dei detenuti positivi al Covid al 'Pagliarelli': sono cinquantacinque, al secondo tampone. Tra otto giorni verrà somministrato un terzo. I già positivi sono stati sottoposti al molecolare, i negativi al test rapido antigenico e al molecolare, successivamente, in caso di positività: lo screening riguarda tutti. Alcuni si sono negativizzati, ma ci sono altri casi di contagio. Il Covid, in una comunità ristretta come un istituto penitenziario, presenta, oltre alla straordinaria angoscia della normalità, qualche motivo di tensione in più.
L'Usca e la protesta - C'è chi, per esempio, avrebbe rifiutato la visita del medico dell'Usca che è dedicata proprio al Pagliarelli. Appunto, le ulteriori complicazioni che una pandemia comporta in carcere non spingono alla serenità degli animi. Si avverte una palpabile tensione che riguarda sia il personale sia i detenuti, sono i sintomi del logorio, amplificato dal contesto.
Personale positivo - C'era già stato un piccolo cluster, tra il personale, nei mesi scorsi. Ora, ci sono quattro positivi. Ed è un altro dato da tenere sott'occhio, anche se l'origine del contagio dovrebbe essere esterno al carcere. La buona notizia è che non ci sarebbero quadri clinici pesanti, in generale. Tra chi lavora è in corso la campagna di adesione volontaria al vaccino. Finora hanno risposto sì più di cinquecento, su una platea di circa settecento.
"Vacciniamo i detenuti" - Sulla questione sono intervenuti, nei giorni scorsi, Rita Barbera, anima sensibile che, con il suo impegno, ha cercato di fare entrare il carcere nel mondo e viceversa. Ecco le sue parole: "In un istituto penitenziario c'è promiscuità e c'è il sovraffollamento, due situazioni gravi. Ecco perché i detenuti e il personale andrebbero vaccinati subito".
Ed ecco la posizione di un'altra figura impegnata come Pino Apprendi, presidente di Antigone Sicilia: "Il problema fondamentale riguarda sempre i diritti umani, ma siccome la gente è poco attenta, aggiungerei un dato: se i contagi dilagheranno, la popolazione carceraria finirà per occupare le terapie intensive degli ospedali e il sistema sarà ulteriormente a rischio per tutti. Non possiamo girare la testa dall'altra parte. Il carcere non è un luogo sicuro".
Il Mattino di Padova, 27 gennaio 2021
L'istituto penitenziario padovano ospita un percorso formativo volto a favorire l'inserimento lavorativo dei detenuti, con la mansione di addetto cucina / aiuto-cuoco, sotto la guida dello chef e formatore abilitato Italo Cristofani. Il laboratorio è stato avviato a settembre 2019, il 18 gennaio scorso è potuta iniziare la terza edizione.
Il progetto e il tirocinio sono promossi dalla coop sociale Coislha, con il sostegno del Ministero di Grazia e Giustizia e il co-finanziamento di Fondazione Cattolica. I primi due cicli formativi si sono conclusi: 10 detenuti hanno conseguito l'abilitazione di aiuto cuoco, mentre in questo terzo ciclo appena iniziato, altri cinque soggetti impareranno a destreggiarsi tra i fornelli sotto la guida di Italo Cristofani.
Dalla seconda metà di febbraio sarà possibile acquistare le conserve e le preparazioni prodotte alla Casa Circondariale direttamente dagli scaffali della Bottega del Parco, al Parco Etnografico di Rubano. Sarà solo il primo test per il progetto più ampio di Coislha Food: riunire sotto un unico brand i prodotti naturali del territorio lavorati alla Casa Circondariale, per valorizzare il progetto sociale e le realtà agricole del padovano.
di Claudia Brunetto
La Repubblica, 27 gennaio 2021
Stefano Taormina, condannato all'ergastolo per una rapina finita in omicidio, ha ottenuto la scarcerazione condizionale. Ha lavorato per quasi un decennio al centro Padre Nostro. "Dedico la libertà a don Pino Puglisi: è sempre qui con me".
L'immagine di padre Pino Puglisi è sempre nel suo portafoglio. Non l'ha mai conosciuto, ma il suo messaggio gli è arrivato forte e chiaro nei nove anni in cui si è dato da fare come volontario in mezzo a bambini e ragazzi del centro di accoglienza Padre Nostro, a Brancaccio. Per Stefano Taormina, 64 anni, 40 dei quali passati in carcere, condannato all'ergastolo per omicidio dopo una rapina finita in tragedia, all'inizio di dicembre è arrivata la libertà condizionale. Per uno che nel suo destino aveva scritto "fine pena mai", l'unica parola che conta è "libertà". "Sono libero - dice Taormina - e ancora non ci credo. L'avvocato continuava a ripetermi "sei libero", ma io non capivo. Anche perché in passato me l'avevano negata diverse volte. Provo una gioia immensa. Una nuova vita che inizia. La dedico anche a padre Puglisi che è sempre con me".
A salvarlo è stata la condotta virtuosa dentro e fuori dal carcere, ma anche una lunga lista di encomi ricevuti nel tempo in tutta Italia. "Mi sono diplomato come ebanista, ho fatto decine di corsi. Mi sono appassionato alla pittura, dipingo anche il volto di padre Pino Puglisi e ho esposto i miei quadri, ma non mi viene mai bene come vorrei, come me lo immagino.
E poi nei nove anni al centro ho dato il massimo. Mi sono occupato dei campetti sportivi, ne sono stato custode e manutentore, ma quello che mi ha gratificato di più è stato il rapporto con i ragazzi. Alcuni li ho incontrati a cinque anni e oggi sono adolescenti", dice Taormina. E a modo suo li ha educati, forte della sua storia. "Gli ho detto che a inseguire i soldi facili si sbaglia e si rischia grosso, come è successo a me, gli ho detto che la forza e la sopraffazione non sono gli unici modi per rapportarsi agli altri. Gli ho detto di non perdersi in strada e di cercarsi un vero lavoro", racconta.
A Brancaccio è nato e cresciuto, così come i suoi due figli, i tre nipoti e gli altrettanti pronipoti. Il quartiere lo conosce a memoria, fiuta e scruta ogni cosa, riconosce l'illegalità anche quando è ben nascosta. I ragazzi stessi lo fermano, conoscono la sua storia. Per loro è un esempio. "Se vedo due ragazzi in motorino uscire di zona, già mi preoccupo - dice Taormina - temo si spostino per qualche colpo. Quando li fermo per strada, gli chiedo dove hanno preso il motorino che guidano e gli faccio un sacco di raccomandazioni. A Brancaccio perdersi è un attimo.
La mia vita lo dimostra". Brancaccio, però, gli ha anche offerto la possibilità di riscattarsi. E adesso gli ha dato un vero lavoro nella casa di riposo per anziani "Il giardino dei racconti", dove fa il cuoco e si occupa della manutenzione. "Nel mio percorso durissimo che mi ha costretto a rinunciare a tutto, alla vita, a mia moglie lasciata sola a 16 anni, ai miei figli che non ho visto crescere, ho incontrato anche tante persone che hanno creduto in me, che mi hanno dato fiducia. È anche grazie a loro che ho raggiunto questo traguardo. La vita in carcere è stata durissima, ma ho dimostrato di meritarmi anche altro".
Dai primi di dicembre la sua vita è fatta di lavoro, di affetti, del centro Padre nostro e anche delle rigide regole da seguire ogni giorno. "Ci abbiamo creduto fortemente - dice Giuseppe Inguaggiato, il suo avvocato - La libertà condizionale di Taormina è il risultato del contributo di tutti. Ciascuno ha fatto la sua parte, partendo da un punto certo: lo straordinario impegno di quest'uomo che ha commosso tutti noi". La libertà condizionale ha una serie di vincoli: anzitutto l'obbligo di presentarsi in questura tre volte alla settimana e il divieto di uscire di casa dalle 21,30 alle 7 del mattino. "Ma non devo tornare più in carcere", dice Taormina. Dopo cinque anni senza sbagliare mai, lo aspetta l'estinzione della pena. Un fatto più che eccezionale.
"Un miracolo - dice Taormina - Adesso l'unica cosa che mi manca per sentirmi libero davvero dentro di me, nel mio cuore, è poter chiedere perdono ai familiari della persona che non c'è più per causa mia. Soffro maledettamente, ho avuto anche un infarto per il dolore. Penso sempre a quello che ho fatto e mi pesa non essere riuscito, in tutti questi anni, a raggiungere i suoi familiari, anche se ci ho provato tante volte. Spero di farcela in questa nuova vita, attraverso l'assistente sociale che mi segue".
Per il centro Padre Nostro, Stefano Taormina è "l'ennesimo frutto di padre Pino Puglisi". "Per nove anni è diventato il perno di tante nostre attività - dice Maurizio Artale, presidente del "Padre Nostro" - il centro è stato creato per questo, per seguire le persone singolarmente in un percorso di rinascita, per provare a concedere loro un'altra possibilità, nonostante tutto".
bandieragialla.it, 27 gennaio 2021
Fare informazione dal carcere e sul carcere è già un'impresa difficile in un panorama mediatico poco attento all'argomento eccetto che per i soliti temi (evasioni, suicidi, il detenuto famoso...) e con un'opinione pubblica di conseguenza poco informata. Figurarsi farlo in questo periodo di pandemia quando tutte le attività educative e formative all'interno del carcere sono state sospese o sono state riprese in modo limitato, eppure a Bologna qualcuno ci prova, come è il caso dell'esperienza di Eduradio.
Ne abbiamo parlato con frate Ignazio, monaco della comunità fondata da Giuseppe Dossetti, che è uno dei due conduttori (l'altra è Caterina Bombarda) della rubrica radiofonica "Buongiorno con Liberi dentro", trasmessa su radio Fujiko (103.100 MHz) dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 9.30.
Ignazio ha vissuto per 12 anni in Medio Oriente dove si è specializzato in islamistica: "Il mio incontro con il carcere è stato proprio per la presenza lì di centinaia di musulmani. Sapevo l'arabo, conoscevo la loro cultura e allora ho dato una mano per le relazioni con i detenuti musulmani, facendo soprattutto i colloqui individuali".
La sua attività lo ha portato a leggere la Costituzione italiana in arabo per farla conoscere ai detenuti dato che "Non si dà integrazione se non passando per il territorio culturale delle persone a cui ci si rivolge". Quella italiana veniva confrontata con le costituzioni dei paesi di origine dei detenuti arabi in un percorso di lettura e discussione che è durato due anni e che è stato raccontato nel docu-film Dustur, che in arabo significa appunto costituzione.
Un successivo progetto "Constitution on air" che vedeva degli studenti universitari impegnati in un progetto di educazione alla cittadinanza in carcere, era diventato un documentario radiofonico a causa della pandemia ed è così che è nata l'idea di trasformare in un programma radiofonico e televisivo tutte le attività educative fatte all'interno del carcere e che non potevano essere fatte in presenza. "Eduradio è nata come emergenza ma lo sviluppo che sta avendo adesso è sorprendente - afferma frate Ignazio - è l'idea di un cambio di paradigma, di trasformare la radio accesa 24 ore da strumento generalista e anestetizzante per i detenuti in uno strumento integrato del progetto rieducativo".
Il programma radiofonico, promosso dal Comune di Bologna, Asp città di Bologna e con il sostegno dell'associazione Insight, è partito a fine gennaio 2021 e continuerà fino al 18 aprile. Trasmetterà per l'intera settimana per circa un'ora al giorno e avrà una replica anche su Tele Tricolore una televisione che copre tutta l'Emilia Romagna, presente sul canale digitale terrestre numero 366.
Mentre la rubrica "Buongiorno con Liberi dentro" è un programma di intrattenimento con musica e ospiti, l'altra mezz'ora quotidiana (che va in onda su Radio Fujiko alle 6,30) è condotta dai responsabili dei vari laboratori che si svolgevano dentro il carcere (teatrale, scrittura autobiografica, giornalismo...). A questi si sono aggiunti nuovi laboratori che prima non esistevano come quello dedicato alla salute.
La scelta del canale radiofonico e di quello televisivo ha lo scopo di raggiungere il maggior numero di persone fuori e dentro al carcere, sì perché questo tipo di informazione ha sempre il duplice obiettivo di far parlare chi sta dentro al carcere ma anche di sensibilizzare il comune cittadino che spesso è carico di pregiudizi.
Anche se l'iniziativa è partita da Bologna la vocazione di questo progetto è chiaramente regionale - già esiste la collaborazione con il carcere di Parma - e si stanno cercando accordi con altre radio locali per replicare le trasmissioni e coprire così l'intera Emilia Romagna. La radio in particolare è un mezzo molto adatto, sostiene frate Ignazio, "Mentre per vedere la televisione in carcere ci si deve accordare con i compagni di cella, la radio, è personale, si ascolta con le cuffie durante la passeggiata o di notte".
Del resto l'utilizzo della radio per parlare di carcere ha dei precedenti illustri in Europa. Il caso più famoso è quello inglese dove dal 2007 esiste Prison Radio Association che copre 100 case circondariali con il 75% dei detenuti che l'ascoltano, ha due studi di produzione (uno femminile e l'altro maschile) con uno staff di 80 persone tra detenuti e professionisti.
In Italia invece è nota l'esperienza di Paolo Aleotti, giornalista Rai, che a Bollate fa da anni un laboratorio di giornalismo radiofonico dal titolo Jail Houserock e che va in onda su Radio Popolare.
In futuro frate Ignazio spera che anche a Bologna i detenuti possano partecipare direttamente alla realizzazione del programma radiofonico. "Capiamo tutte le difficoltà di far uscire le voci dei detenuti. Portare la voce dei detenuti all'esterno è un fattore di integrazione molto forte.
Ma sappiamo che il canale può essere manipolato, può essere usato per messaggi in codici, occorre avere una grande attenzione". Questo tipo di difficoltà non deve sminuire però l'importanza di un'esperienza come Eduradio, come testimoniano le numerose lettere che i detenuti scrivono su carta e fanno arrivare a frate Ignazio, lettere dove esprimono gratitudine di non essere lasciati soli soprattutto in questo momento.
Ma una volta che finirà l'emergenza sanitaria cosa succederà a Eduradio? "Noi siamo tutti operatori in carcere - dice frate Ignazio - quindi l'idea è quella di portare i volti e le voci che sono famigliari alla popolazione detenuta, in prospettiva vorremmo essere l'aggiunta delle attività che si fanno in presenza, una volta che finirà la pandemia".
di Gaetano De Monte e Giovanni Tizian
Il Domani, 27 gennaio 2021
Progetti per milioni di euro destinati a migliorare le condizioni dei migranti detenuti nelle prigioni libiche sarebbero finiti anche alle bande che controllano quei luoghi. L'atto d'accusa degli avvocati dell'Asgi, che chiedono l'intervento della magistratura contabile.
Il rischio è che il denaro pubblico proveniente dai bandi dell'Agenzia della Cooperazione Internazionale (Aics) del ministero degli Esteri italiano, destinato al miglioramento delle condizioni di vita dei migranti ospitati nei centri di detenzione in Libia, sia stato usato anche per l'esatto opposto: rendere più sicure con cancelli e recinzioni esterne i campi di tortura: "Interventi di natura ambivalente, con funzione contenitiva, in quanto volta a limitare la libertà delle persone detenute nella struttura".
È uno dei passaggi dell'esposto presentato alla corte dei Conti del Lazio nel novembre scorso dall'avvocato Lorenzo Trucco, in qualità di presidente dell'Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione, Asgi, l'organizzazione più autorevole in materia.
Tra i centri "teatro di interventi con fondi Aics" anche quello di Zawiya, che indagini giornalistiche e della magistratura hanno rivelato essere in mano al clan Al Nasr, al cui vertice c'è il trafficante, con un passato nella guardia costiera libica, Abdurahman al Milad: più noto come "Bija", presente persino a un tavolo tecnico organizzato in Italia con funzionari del ministero per discutere di immigrazione sulla rotta mediterranea, all'epoca in cui ministro dell'Interno era Marco Minniti e da pochi mesi era stato firmato il memorandum Italia-Libia con il quale si prorogavano aiuti a Tripoli per frenare le partenze dalle coste da quel paese.
Bija è stato arrestato dalle autorità libiche a ottobre scorso, sul suo ruolo restano ancora molti misteri. Il viaggio del trafficante con la delegazione governativa nei palazzi romani è avvenuto a maggio 2017. Quattro mesi più tardi, l'Aics ha stanziato svariati milioni di euro per i centri di detenzione libici con l'obiettivo di migliorare le condizioni di vita dei reclusi. Tra i documenti dell'Agenzia consultati da Domani c'è un bando con il codice 11242 che aveva previsto 2,3 milioni per progetti umanitari "salute, igiene, protezione".
Quasi un milione è finito ai centri dell'"area geografica di Zuara e Sabratha", dove ricade anche il lager di Zawya. La conferma che parte di quel denaro sia finito anche nel campo controllato dalla milizia di Bija è in un articolo pubblicato dall'associazione Helpcode che ha curato la distribuzione dei kit per i migranti detenuti: sul proprio sito è ancora visibile l'annuncio della distribuzione, nell'ambito del progetto sostenuto con i fondi Aics, "il 28 novembre (2019)" di beni "di prima necessità nel centro di Zawiya, ai migranti presenti sono stati consegnati 1160 kit per l'igiene personale e 1.000 coperte. Le donne, infine, hanno ricevuto 382 dignity kit contenenti 3 confezioni di assorbenti. È poi stato consegnato al direttore del centro un kit con materiali per la pulizia".
L'esposto - "Le organizzazioni internazionali operanti in Libia sono ben consapevoli della possibilità di malversazioni e sviamento degli aiuti umanitari: secondo una comunicazione interna delle Nazioni unite esiste un "alto rischio" che gli aiuti umanitari destinati ai detenuti vengano incamerati da gruppi armati. Nel centro di Zawiya, gestito dal clan del noto trafficante conosciuto come "Bija" e teatro di un intervento da 1 milione di euro con fondi Aics, gli aiuti finirebbero metà ai detenuti metà alle guardie, molti beni vengono poi rivenduti sul mercato nero" si legge nella denuncia presentata alla corte dei Conti.
Che il centro di Zawia sia un luogo di abusi e torture lo conferma una sentenza del tribunale di Messina di maggio 2020: sono stati condannati tre guardie di quella prigione. "L'ipotesi che gli interventi abbiano una natura anche contenitiva è suffragata dalle affermazioni del direttore di una Organizzazione non governativa libica, secondo il quale i migranti detenuti nel centro di Sabaa sarebbero stati addirittura obbligati a costruire un'ala aggiuntiva del centro con fondi del governo italiano", è scritto nel documento inviato ai giudici contabili.
Attività che appaiono in netto contrasto con la finalità istituzionale dell'Aics e con "lo scopo dei progetti, che è di migliorare le condizioni di vita della popolazione dei centri migranti e rifugiati e delle comunità ospitanti limitrofe ai centri", scrivono gli avvocati di Asgi.
Bandi sotto accusa - I bandi di gara la cui gestione è finita all'attenzione della magistratura contabile, sono quelli previsti "a valere sul fondo Africa" approvati a ottobre e novembre del 2017 dalla Farnesina. In particolare, sotto la lente della magistratura contabile è finita l'attività di alcune Ong che avrebbero dovuto realizzare dei progetti in favore della popolazione migrante in Libia con un fondo disponibile di qualche milione di euro. I bandi escludono la presenza di personale italiano sul campo, così l'attuazione degli interventi è affidata a subappaltatori libici.
"Da un esame dei documenti ottenuti dall'Aics", scrivono i legali nella denuncia, "emerge una preoccupante mancanza di controlli sull'operato delle Ong e dei subappaltatori libici".
Sapone carissimo - C'è poi il capitolo spese. La Ong Helpcode, si legge nell'esposto "rendiconta attività che appaiono di importo manifestamente eccessivo. Il costo unitario di cinque o sei euro per saponi appare manifestamente sproporzionato rispetto al prezzo di mercato della merce stessa".
Helpcode è la stessa attiva nel campo di Zawya: il lager delle torture come hanno raccontato numerosi testimoni. Tutti i rendiconti, sostengono gli avvocati di Asgi nell'esposto, sono stati approvati dall'Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo. Da parte sua, un'altra Ong tirata in ballo, Emergenza sorrisi, ha evidenziato che "i rendiconti sono stati puntualmente consegnati con dettaglio dei costi all'Aics".
L'Agenzia tuttavia non ha concesso all'Asgi, denunciano i firmatari dell'esposto, di leggere i documenti certificati sulle spese. Abbiamo chiesto un commento all'ufficio stampa della Farnesina, ma non abbiamo ancora ricevuto risposta. Emergenza sorrisi avrebbe dovuto richiamarci ma non lo ha ancor fatto.
Il Riformista, 27 gennaio 2021
La cultura per salvare la giustizia: il monito dei professori di penale alla presentazione del libro. La giustizia penale è un'emergenza incrollabile, che rischia di divenire "una emergenza definitivamente incontrollabile con danni individuali e sociali a carico dei cittadini irreversibili". È questo il grido d'allarme lanciato nel corso della presentazione del libro "La chiamano giustizia ma è ciò che il giudice ha mangiato a colazione", scritto dalla giornalista calabrese, Morena Gallo.
L'incontro, organizzato dalle Camere penali di Catanzaro e Cosenza, dall'Ordine degli avvocati di Catanzaro e Cosenza, dall'Accademia cosentina e dalla rivista "Critica del diritto", ha messo in luce in maniera inequivocabile il rischio, ormai sempre più concreto, di una giustizia affidata a magistrati che si sentono "tribuni".
"È cosa nota che quello a cui stiamo assistendo negli ultimi anni è un imbarbarimento del nostro sistema giudiziario. Alla sospensione di alcuni fondamentali principi costituzionali - ha detto l'autrice del libro Morena Gallo - I figli della mia generazione avallano la deriva giustizialista: come se in campo vi fossero solo due schieramenti: il male e il bene, e come se il bene si trovasse sempre e comunque da una parte, quella parte rappresentata dalla magistratura, in particolare quella d'accusa. Con questo ovviamente non voglio dire che nella magistratura si trova il male, ma dobbiamo uscire da questa logica manichea. Anche i magistrati sbagliano perché non hanno la verità in tasca. E un giornalismo che si dica tale oltre a magnificare il lavoro dei magistrati, lo deve anche, e forse soprattutto, criticare quando vi sono i presupposti".
Per il professore Giovanni Fiandaca, "uno dei grossissimi problemi della giustizia penale oggi è quello del tipo di cultura giurisdizionale. Del tipo di cultura penale che predomina nell'ambito della magistratura o almeno in alcuni dei settori più attivistici, più interventistici della magistratura. In un contesto nel quale punire non solo in Italia è diventato una passione contemporanea bisogna contrapporre antidoti culturali di segno diverso e impegnarci più di quanto abbiamo fatto".
E, in riferimento alla vicenda di Giuseppe Caterini, condannato in primo grado per aver adempiuto ad un suo dovere, precisa che "le cause vere del diffuso fenomeno di malagiustizia sono cause che stanno a monte, sono cause di ordine culturale che attengono alla concezione che il magistrato penale - e quando dico magistrato ovviamente mi riferisco sia il pm che al giudice e in particolare mi riferisco al magistrato che esercita un ruolo di accusa - ha del proprio ruolo, alla concezione che il magistrato ha degli scopi del processo penale, alla concezione che il magistrato ha delle indagini preliminari, alla concezione che il magistrato ha della notizia criminis".
Anche per il professore Giorgio Spangher è un problema culturale: "con questo convegno noi cerchiamo di dare voce ai tanti Caterini - ha esordito nel suo intervento - A tutti i Caterini che non hanno voce, perché le persone che vengono assolte a seguito di un processo penale sono tantissime, se non vengono assolte in primo grado vengono assolte in appello; lo Stato paga fior di denari per la carcerazione preventiva, che permetterebbero annualmente non so quante assunzioni di personale.
Dobbiamo migliorare sul piano culturale: il discorso è che dobbiamo migliorare sul punto di vista culturale non soltanto noi, non soltanto l'avvocatura, non soltanto anche la magistratura, ma il Paese, perché il mio timore è che del processo penale si pensa sempre che è una brutta bestia e lo è, perché costa, costa moralmente, costa socialmente, costa economicamente agli imputati anche quando vengono assoluti".
E sugli effetti del processo penale, ricorda che "si pensa sempre che il processo penale tocchi agli altri e non tocchi a te; invece la convinzione che noi dobbiamo realizzare è che il processo penale può toccare a chiunque ed è una bestia soprattutto per chi è innocente, che subisce un danno doppio, perché almeno il colpevole ha una ragione per capire che è sottoposto a processo penale; l'innocente, come Caterini, non riesce a cogliere, perché non riesce a capire e ne subisce gli effetti nella famiglia, negli affetti, nella società. Non c'è un'esigenza sociale che riguarda gli altri. Il processo penale riguarda noi".
Il popolo sembra disconoscere il termine garantisco. Per il professore Luigi Stortoni "la volontà popolare non è educata al garantismo e ai principi, plaude il giudice che condanna e insulta e beffeggia il giudice che assolve e il giudice fa sempre più fatica - anche perché la sua cultura non è garantista - a capire che la sua posizione è quella di chi si frappone fra la voce della gente che chiede il linciaggio e l'imputato reo, magari colpevole, e che la folla non faccia giustizia con il linciaggio, ma sia la legge a giudicarlo, secondo i principi che valgono per tutti".
È stanco di sentire la parola garantismo il professore Sergio Moccia, secondo cui "il problema allora riguarda il non garantista, perché garantista significa applicare la legge; uno o è giurista o è giudice o non è, non è niente se non applica la legge".
Sulla vicenda giudiziaria trattata nel libro, invece, si interroga il consigliere della Corte di Cassazione, Antonio Bevere: "mi chiedo se ci siano state reazioni nei confronti dei magistrati che hanno mal ricostruito il fatto, senza tenere conto del fatto che era in corso un reato che è stato interrotto da un cittadino, un pubblico ufficiale encomiabile; c'era un dato di fatto che lo rendeva eroico e invece lo hanno reso un imputato ed anzi un condannato. Vittima di un errore giudiziario, ma vittima anche di un piccolo imprenditore che vive in Calabria".
grossetonotizie.com, 27 gennaio 2021
La Giunta comunale di Grosseto ha approvato la delibera per la concessione di un contributo economico all'associazione culturale Sobborghi Onlus. La volontà è quella di promuovere il progetto teatrale, svolto anche nella casa circondariale di Grosseto, utile a favorire la socializzazione della popolazione detenuta attraverso le attività teatrali e musicali e, conseguentemente, anche per il reinserimento dei detenuti nella società una volta scontata la pena detentiva. "Siamo particolarmente orgogliosi di poter contribuire all'iniziativa - dichiarano Antonfrancesco Vivarelli Colonna, sindaco di Grosseto, e Luca Agresti, vicesindaco ed assessore alla cultura -. È molto importante investire sul recupero e la crescita sociale anche di si trova all'interno di una realtà carceraria. Inoltre, promuovere l'arte è sempre un'ottima scelta".
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