di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 27 gennaio 2021
In una lettera al Ministero, il Presidente dell'Ucpi Caiazza esprime "sconcerto" per l'emissione di decreti ministeriali derogatori di norme del codice di procedura penale. Troppe le disfunzioni del Portale Telematico del penale che generano limitazioni all'esercizio dell'attività difensiva. Il Presidente dell'Unione delle camere penali Gian Domenico Caiazza scrive al Capo Dipartimento dell'Amministrazione Giudiziaria, Barbara Fabbrini, per chiedere un periodo congruo - di almeno un anno - nel quale l'utilizzo del Portale sia previsto come facoltà e non come obbligo, in attesa di veder risolte le molte problematiche di utilizzo.
Ed esprime "sconcerto" per l'emissione di decreti ministeriali "ai quali di fatto si attribuisce forza normativa di fonte superiore - poiché derogatoria - rispetto alle norme del codice di procedura penale". Il riferimento è al decreto 13 gennaio 2021 "Deposito di atti, documenti e istanze nella vigenza dell'emergenza epidemiologica da Covid-19 (GU n. 16 del 21-01-2021). "Più che potenziare il processo penale telematico per decreto - scrive Caiazza - andrebbero eliminati per legge tutti gli ostacoli all'esercizio del diritto di difesa che il Portale sta creando".
"Ogni disfunzione, ogni criticità, ogni malfunzionamento - si legge nella missiva -, si traduce inevitabilmente in un pregiudizio per il compiuto e sereno esercizio del diritto di difesa". Ragion per cui "finché non saranno risolte tutte le numerose problematiche che stiamo riscontrando, risulta indispensabile sospendere l'obbligo di utilizzo in via esclusiva del portale per il deposito degli atti".
Segue l'elenco delle disfunzioni. Per esempio: il difensore, nei procedimenti in cui è già nominato prima della conclusione delle indagini o all'atto della notifica dello stesso, non risulta automaticamente autorizzato all'accesso dal Portale a quel determinato procedimento, né vi è alcuna sospensione dei termini processuali.
Inoltre, effettuato il deposito della nomina sul portale, occorre attendere un riscontro che può tardare anche settimane per procedere con le attività difensive previste dell'articolo 415 bis Cpp Altre volte invece il portale va in blocco, con un "rallentamento esasperante" nel suo funzionamento. I penalisti definiscono poi "sorprendente" che ogni Procura segua un proprio "approccio" al Portale. Mentre la stesura di numerose "circolari" interpretative o organizzative hanno prodotto "una vera e propria Babele giudiziaria".
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 27 gennaio 2021
Giacinto della Cananea, ordinario di Diritto amministrativo alla Bocconi, è componente laico del Consiglio di presidenza della Giustizia tributaria. Nel 2018 venne scelto da Luigi Di Maio come capo del Comitato del M5S per il "contratto di governo".
Professore, il dibattito sulla riforma della giustizia rischia di condizionare il destino del Recovery italiano?
Può condizionarla in due modi. Da un lato, da molti anni le raccomandazioni della Commissione europea segnalano che il settore pubblico è d'ostacolo all'incremento della crescita economica, segnatamente per "la lunghezza delle procedure, tra cui quelle della giustizia civile" e "i tempi di esaurimento dei procedimenti penali presso i tribunali d'appello", come si legge nella "Raccomandazione sul programma nazionale di riforma 2020 dell'Italia" ai punti 25 e 27. Sono stimoli che vanno tenuti nel debito conto ai fini della predisposizione del Piano nazionale di ripresa e resilienza, finalmente presentato alle Camere il 12 gennaio. Dall'altro lato nelle prossime ore dovrebbe essere presentata, seppur in forma solo scritta, la Relazione del ministro sull'amministrazione della giustizia. Al di là del rischio di un giudizio parlamentare negativo, che alcuni temono possa compromettere il processo di approvazione del Piano, c'è un dato certo: il Piano va in ogni caso completato. Come ha osservato il presidente della Repubblica l'8 agosto scorso, "il Piano rappresenta un impegno ineludibile; un appuntamento da non perdere per incidere su nodi strutturali".
Alfonso Bonafede aveva annunciato, appena insediatosi a via Arenula, che avrebbe realizzato
una riforma "strutturale della Giustizia". A distanza di oltre due anni, però, siamo ancora a una fase non avanzata dell'iter parlamentare. Dipende da una mancanza di volontà politica o da altro?
Molti hanno notato i ritardi, pochi si sforzano di comprenderne le cause. La prima è che la classe politica italiana coltiva, con poche eccezioni, il mito della "grande riforma", che è inevitabilmente di tipo legislativo e richiede lunghi negoziati tra i parlamentari, molti dei quali mostrano una passione non per il decidere, ma per "lo stare per decidere". La seconda causa riguarda l'attuale Parlamento. Dallo studio che coordinai poco dopo le elezioni del marzo 2018 emerse chiaramente che la giustizia era, unitamente alla politica estera, il tema su cui si più differenziavano i programmi elettorali dei tre partiti che avevano più eletti. Lo ha confermato il dibattito parlamentare dell'anno scorso sulla giustizia. La terza causa è l'autoreferenzialità di molti giuristi, poco inclini a dare ascolto alle osservazioni altrui - come quelle esposte da Daniela Marchesi nel volumetto "Litiganti, avvocati e magistrati" quasi venti anni or sono - e, come ha notato Francesco Giavazzi, a dare spazio a chi ha capacità gestionali.
Come lei ha ricordato, la Commissione Ue chiede all'Italia riforme finalizzate in particolare alla "riduzione della durata dei processi civili e penali nei tre gradi di giudizio" e alla "riduzione del carico della sezione tributaria della Cassazione". Il governo, invece, ha risposto con il blocco della prescrizione. Una riforma che, a detta di tutti, aumenterà ancora di più la durata dei processi. Può dirci qual è la sua opinione?
Il problema si manifesta con particolare intensità nell'ambito tributario: "Presso la Corte suprema di Cassazione l'elevato numero di cause in entrata, combinato ai tassi di smaltimento inferiori della sua sezione tributaria, incide negativamente sull'efficienza generale della Corte e solleva preoccupazioni per la qualità del sistema della giustizia tributaria", si legge nella Raccomandazione del 2019, al punto 27. La Cassazione è, quindi, parte del problema, oltre che della soluzione, perché è un'istituzione fondamentale, che va restituita al suo ruolo. Sul blocco della prescrizione, la mia opinione è sempre stata critica, per ragioni di costituzionalità, evidenziate dall'ex presidente della Corte costituzionale Giovanni Maria Flick, e di opportunità, per il venire meno d'uno stimolo a celebrare tempestivamente i processi.
Al settore Giustizia sono stati destinati 3 miliardi di euro. In particolare 2,3 miliardi per assunzioni di personale e 450 milioni per nuove cittadelle giudiziarie e riqualificazione "green" e antisismica degli edifici esistenti. Qual è il suo giudizio?
Temo che ci sia un errore d'impostazione, ossia pensare che la modernizzazione della giustizia sia un'attività ad alta intensità di lavoro, mentre richiede investimenti soprattutto sulla formazione dei magistrati e sulla loro produttività. Non ci si può limitare ai procedimenti disciplinari, occorrono gli incentivi economici e di tipo reputazionale. Vanno richiamati nei tribunali magistrati adesso destinati ad altri compiti. Sulla riqualificazione antisismica, molti architetti e ingegneri evidenziano i ritardi dell'Italia rispetto al Giappone e ad altri Paesi.
Lo scoppio della pandemia ha messo in luce tutte le criticità del Paese sul fronte dell'innovazione e della digitalizzazione. La giustizia ha pagato lo scotto maggiore. Faccio un esempio: il personale amministrativo (a iniziare dai cancellieri), nonostante fosse obbligatorio lo smart working, non poteva lavorare da remoto in quanto impossibilitato ad accedere alla rete e al Registro generale. Come spiega questi ritardi?
Il sistema amministrativo italiano è stato colto alla sprovvista sul piano normativo, e non basta qualche tardiva circolare della Funzione pubblica, ma prima ancora su quello culturale. Ricordo che alcuni anni fa la mia proposta di utilizzare i collegamenti telematici per alcune riunioni del Consiglio di presidenza della Corte dei conti fu accolta dai più con stupore. C'è anche un forte e ingiustificabile ritardo negli investimenti sulla rete delle comunicazioni elettroniche, rispetto ai nostri partner europei. Mi sono sempre chiesto come mai non se ne chiedesse conto pubblicamente ai manager che l'hanno gestita.
Un'ultima domanda. Se fosse il ministro della Giustizia, quale sarebbe il suo primo provvedimento?
Chiederei immediatamente d'inserire nel Piano nazionale di ripresa e resilienza una serie di obiettivi intermedi, le modalità per controllarne l'attuazione, le misure da prendere in caso di ritardi e discostamenti.
di Simona Musco
Il Dubbio, 27 gennaio 2021
Il progetto per la giustizia contenuto nel Recovery Plan va rafforzato. E non si tratta di risorse - tre miliardi non sono pochi - ma di visione: puntare sulla digitalizzazione dimenticando i processi decisionali è il grande errore che rischia di far sprecare un'occasione. Ed è per questo che la soluzione, secondo l'economista Carlo Cottarelli, è il manager dei tribunali. Una figura che potrebbe restituire efficienza alla macchina e lasciare al centro della giustizia le persone.
Quali sono i problemi principali per la giustizia italiana?
Il problema generale è quello della lentezza. Bisogna riconoscere che qualche progresso è stato fatto negli ultimi anni. Secondo l'ultimo rapporto Cepej (Commissione europea per l'efficacia della giustizia, ndr) la durata media dei processi che arrivano al terzo grado di giudizio in Italia si è ridotta a sette anni e quattro mesi, contro gli otto del 2016. Anche la giustizia amministrativa ha accelerato i tempi, però sempre con un certo ritardo rispetto ad altri Paesi con i quali ci dobbiamo confrontare. In Germania, ad esempio, i processi civili durano due anni e quattro mesi. C'è poi un forte arretrato per ridurre il quale si vogliono assegnare risorse straordinarie.
La riforma punta a favorire conciliazioni giudiziali o transazioni extragiudiziali per snellire l'accesso alla giustizia. Si trova d'accordo?
Ci deve essere maggiore attenzione per queste procedure e credo anche ci debba essere, anche se mi rendo conto che questo potrebbe essere molto controverso, qualche freno maggiore a iniziare cause che sono frivole e a portarle avanti soltanto con lo scopo di ritardare la sentenza. I costi di accesso alla giustizia non devono essere impeditivi, tutt'altro, ma portarli alla media europea potrebbe essere un'idea. Questo è quello che io e Alessandro De Nicola, Leonardo D'Urso e l'ex giudice del Tribunale di Torino Mario Barbuto abbiamo proposto in uno studio per l'Osservatorio Conti Pubblici Italiani dell'Università Cattolica.
In quel documento veniva proposto anche l'aumento del contributo unificato per disincentivare il ricorso in giudizio e la resistenza temeraria. Ma così non si rischia di trasformare la giustizia in una roba solo per ricchi?
La proposta era di adeguarlo alla media europea. Ed è per questo che bisogna vedere cosa si fa all'estero, per avere un criterio ragionevole. Siamo stati molto attaccati su questo aspetto, perché mediaticamente funziona meglio, ma la nostra proposta si basa su molto altro, come ad esempio l'introduzione di una cultura manageriale nella gestione dei tribunali, che credo sia la parte fondamentale. Non bisogna fare propaganda inutile: tradizionalmente abbiamo una litigiosità più elevata che all'estero e dobbiamo chiederci perché.
Quindi lei è d'accordo con la proposta del Cnf del "court manager"?
Sì: i tribunali sono enti pubblici che producono sentenze e la bontà delle sentenze dipende ovviamente dalla qualità della decisione finale, ma anche dai tempi. E il tempo di conclusione dei processi e di "consegna" delle sentenze è molto alto. Bisogna introdurre, quindi, delle figure che abbiano una preparazione manageriale. E non si deve rifiutare il concetto che il tribunale, in qualche modo, sia un'azienda. È un ente pubblico di cui si deve valutare la performance e devono essere introdotti dei criteri di gestione e valutazione del personale che dipendono dalla puntualità con cui si gestiscono i processi. È abbastanza evidente che ci sono tempi diversi da tribunale a tribunale e tra diverse aree del Paese.
Nel Recovery plan non si parla espressamente di "manager", ma di un nuovo modello organizzativo...
È solo un accenno, non mi sembra che sia un aspetto prioritario, mentre dovrebbe essere considerato un punto fondamentale. Bisogna premiare chi gestisce bene i tribunali. Attualmente abbiamo una situazione a macchia di leopardo, proprio perché non si presta abbastanza attenzione a questo aspetto. Invece bisogna applicare su tutti i tribunali i criteri che si applicano in quelli che hanno le migliori performance.
Serve una figura esterna?
Non è necessario, può essere anche il presidente del Tribunale, però deve avere un addestramento e una formazione di tipo manageriale, nonché i poteri necessari.
Il piano del Cnf punta ad una giustizia che non sia solo efficiente ma che al centro metta le persone, per garantire i diritti ai cittadini. Come si concilia ciò con la celerità?
È certo che al centro debbano esserci le persone. Ma non c'è contrapposizione tra le garanzie dei cittadini e l'economia, perché quello che crea problemi all'economia e ai cittadini è l'incertezza. L'economia è fatta di cittadini e processi troppo lunghi fanno male a tutti. L'obiettivo è avere sentenze più rapide, che invece fanno bene a tutti.
Altro capitolo del piano è la digitalizzazione, che in tempi di Covid si è rivelata utile ma ha anche mostrato la fragilità delle strutture italiane. Siamo pronti a questo passaggio?
Scordiamoci che, sia nel campo della giustizia sia nella riforma della Pa, la digitalizzazione possa risolvere tutto. Deve esser fatta, certo, però alla fine a rallentare le cose sono i processi decisionali e quelli non possono essere digitalizzati. Non posso far fare delle sentenze ad una macchina.
Quindi è contro le "derive robotiche"?
Assolutamente. Mi preoccupano.
Servono più persone, dunque?
Servono più cancellieri e addetti ai servizi segretariali. Ma non si tratta di cifre enormi. Il costo della giustizia non è particolarmente alto in Italia. Ma l'importante è agire su diversi piani, non pensare che ci sia una soluzione magica.
Ci sono a disposizione circa tre miliardi. Possono bastare per fa sì che la giustizia migliori?
Non sono pochi. Il problema principale è di organizzazione, di procedure, di incentivi agli strumenti di soluzione extragiudiziale.
Qual è il giudizio complessivo su questo piano?
C'è un'attenzione importante per alcuni settori come la pubblica istruzione, anche se forse bisognerebbe investire di più, sulla sanità, sugli investimenti pubblici, assumendo che poi si riescano a fare. Non c'è abbastanza impegno per ridurre la burocrazia, le norme e le procedure inutili, per introdurre elementi di gestione moderna del personale, delle attività produttive, con chiari indicatori di risultato, obiettivi definiti ogni anno e responsabili per quegli obiettivi, cosa che in teoria facciamo dal 2009 ma che in pratica non avviene. La giustizia è da rafforzare e non si parla abbastanza di concorrenza, perché un'economia di mercato che non ha abbastanza concorrenza finisce per favorire le lobby, i monopoli e le posizioni di potere. Queste cose sono essenziali per la crescita italiana: creare un ambiente in cui il settore delle imprese private venga a investire facilmente senza troppi intoppi. Puntare soltanto sull'investimento pubblico è esagerato.
Il Fatto Quotidiano, 27 gennaio 2021
Dopo la crisi aperta da Matteo Renzi la relazione del ministro Bonafede si è trasformata in una mina pericolosa in grado di fare saltare in aria tutto il governo. Per questo motivo il premier ha deciso di dimettersi prima della discussione in Aula sulla giustizia. In passato ci sono due precedenti di relazioni non votate dal Parlamento: ecco quali ed eccome come andrà questa volta.
Doveva essere la prova che doveva suggellare l'allargamento della maggioranza di Giuseppe Conte. Dopo la crisi aperta da Matteo Renzi si è presto trasformata in una mina pericolosa in grado di fare saltare in aria tutto il governo.
Ed è per questo che il presidente del consiglio si è dimesso. Una settimana dopo aver incassato la fiducia alle Camere, infatti, la maggioranza avrebbe dovuto passare la prova sulla giustizia. Il guardasigilli, Alfonso Bonafede, avrebbe dovuto relazionare alla Camera e al Senato a partire da mercoledì 27 gennaio. Un intervento alla quale sarebbe seguito il voto sulle risoluzioni: una a favore e una contro la relazione del ministro della giustizia.
L'impressione è che soprattutto al Senato la maggioranza sarebbe andata sotto. Significava una sfiducia in Parlamento per Conte, soprattutto dopo che domenica Luigi Di Maio ha definito quello su Bonafede come "un voto su tutto il governo". Per questo motivo il premier ha deciso di dimettersi prima, senza correre il rischio di farsi sconfiggere in Aula sulla giustizia. In questo modo conserva la possibilità di riottenere l'incarico e lavorare a un nuovo esecutivo.
Ma cosa succede ora con la relazione sulla giustizia? Bonafede avrebbe dovuto comunicare al Parlamento quanto fatto nel 2020, quando al governo c'era pure Italia viva. E dunque la riforma della prescrizione, del processo penale e di quello civile.
Ma nella relazione sulla giustizia saranno riassunte anche le linee guida per il 2021. Vuol dire essenzialmente quanto è contenuto nel Recovery Plan, che stanzia quasi 3 miliardi di euro proprio per la giustizia. Soldi che serviranno soprattutto - 2,3 miliardi - per assumere magistrati, cancellieri, dipendenti che fanno parte del personale tecnico.
In totale si tratta di 16mila persone che avranno come obiettivo quello di eliminare l'arretrato che grava sui giudici, velocizzando i processi. Che fine fa ora quella relazione, visto che il governo si è dimesso? Sarà con tutta probabilità inviata alle Camere, senza alcuna discussione e ovviamente alcun voto. Col governo dimissionario e in carica solo per gli affari correnti, infatti, si ferma tutta l'attività parlamentare, eccetto che per gli atti urgenti come la conversione dei decreti legge in scadenza.
La relazione però alle Camere deve essere trasmessa. In base alla riforma della legge sull'Ordinamento giudiziario del 2005, infatti, è di fatto propedeutica alla inaugurazione dell'Anno Giudiziario in Cassazione. Si registrano due precedenti di relazioni presentate ma non votate. Il primo è stato nel 2008, quando l'allora guardasigilli Clemente Mastella si recò a Montecitorio per tenerla a poche ore dall'arresto (ai domiciliari) della moglie Sandra Lonardo.
Mastella parlò alla Camera ed andò a dimettersi, per cui non ci fu un voto sulla relazione. L'unico precedente di relazione tenuta durante un governo dimissionario risale, invece, all'epoca di Mario Monti nel 2013. Si decise in quella occasione di dare per assolto l'obbligo con la semplice trasmissione della relazione dell'allora guardasigilli Paola Severino senza svolgere le comunicazioni in Aula. Strada che verrà con tutta probabilità percorsa anche questa volta.
di Dimitri Buffa
L'Opinione, 27 gennaio 2021
Alla fine, se un governo non si occupa in maniera seria della giustizia, sarà la "giustizia" a occuparsi di lui. È la nemesi. La terribile dea greca della vendetta che, in realtà, è una trasposizione occidentalizzata della orientale legge del Karma. Ne sa qualcosa il ministro Alfonso Bonafede: ogni qual volta qualcuno gli ha chiesto conto delle mancanze del suo ministero - in primis sulla situazione quasi tragica delle carceri per segnalare la quale, da qualche giorno, è ricominciato il digiuno di dialogo di Rita Bernardini del Partito Radicale - si è limitato ad affermare che è "tutto sotto controllo". Davvero? Compresa l'epidemia di Covid alla fine divampata in tutti e 192 gli istituti penitenziari italiani, con buona pace di chi come Marco Travaglio si ostina a scrivere contro ogni evidenza che in quei posti si sarebbe più al sicuro che altrove, per il solo fatto di essere isolati dal resto del mondo?
La realtà si è presa la responsabilità di smentire le prese di posizioni ideologiche dei manettari. Che hanno fallito su tutto. Tanto che adesso Bonafede viene indicato come il più sacrificabile persino da parte dei grillini sull'altare di un agognato esecutivo Conte ter. Fin qui la "nemesi". Poi c'è lo "Stato di diritto" che i quasi tre anni di governi con i Cinque Stelle in posizione dominante - e con lo stesso su citato ministro a un posto che non faceva per lui, conquistato solo perché essendo stato allievo e assistente universitario di "Giuseppi" Conte e avendolo per questo presentato a Beppe Grillo e a Luigi Di Maio come possibile premier aveva in cambio ricevuto la importante carica - hanno ridotto in poltiglia. Ebbene, anche lo Stato di diritto improvvisamente viene rivalutato e quasi "vendicato" grazie sempre all'intervento della dea Nemesi, che come in una tragedia greca viene fuori dal coro di lagnanze da parte di altri magistrati contro lo strapotere mediatico di alcuni pm, che ancora si illudono che l'Italia voglia farsi rivoltare come un calzino o smontare come un Lego.
Il "malcapitato" che adesso si trova, all'improvviso, ad affrontare questo cambio di vento è il procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri. Criticato ferocemente non più solo dagli ex imputati, poi assolti, di alcune sue inchieste o dalla "corporazione" degli avvocati - sempre sospettata di nefandezze nell'immaginario malato del meraviglioso mondo a Cinque Stelle - ma addirittura dalla corrente di Magistratura democratica, che nel proprio sito internet praticamente sollecita un intervento da parte del Csm (Consiglio superiore della magistratura) a tutela di quei magistrati calabresi e non che potrebbero essersi sentiti accusati di chissà quali connivenze con la criminalità organizzata. Il contrasto contro la quale lo stesso Gratteri ha apparentemente assunto come "missione per conto di Dio".
"Non crediamo che la comunicazione dei procuratori della Repubblica possa spingersi fino al punto di lasciare intendere che essi siano gli unici depositari della verità, e di evocare l'immagine del giudice che si discosti dalle ipotesi accusatorie come nemico o colluso - si legge nel comunicato durissimo emanato dall'esecutivo di Md (Magistratura democratica) in un articolo pubblicato sul sito della corrente in questione - con un tale agire, il Pubblico ministero dismette il suo ruolo di primo tutore delle garanzie e dei diritti costituzionali, a partire dal principio di non colpevolezza, e assume quello di parte interessata solo al conseguimento del risultato, lontano dalla cultura della giurisdizione e dall'attenzione all'accertamento conseguito nel processo".
Parole che avrebbero potuto sottoscrivere politici che hanno fatto del garantismo la loro battaglia più importante come Marco Pannella o Enzo Tortora. E anche questa è una nemesi, stavolta per Magistratura democratica, che negli anni del proprio furore politico si presentava al pubblico come l'ispiratrice del "sostanzialismo" nella giustizia. Un sostanzialismo che però ha finito per degenerare con la Weltanschauung secondo cui "il fine giustifica i mezzi". Infatti, quando il pubblico ministero si sostituisce alle forze dell'ordine, invece di coordinarle e controllarne la legalità dell'agire nella ricerca delle prove, e "lotta insieme a loro" ecco che la giustizia piano piano - e neanche tanto piano - diventa la divoratrice del diritto.
Manca la nemesi di tutte le nemesi? No, non manca. Un Governo che ha approfittato della pandemia per tenersi a galla con qualunque mezzo possibile, conculcando la libertà dei cittadini con quella stessa cultura del sospetto già ampiamente collaudata da tutti quei pm d'assalto - e non è giusto gettare la croce solo su Gratteri che in fondo è l'ultimo arrivato - che sono stati per decenni idolatrati dalla sinistra di forca e di Governo e che poi sono diventati i totem intoccabili della variante impazzita rappresentata dal grillismo, eccolo cadere proprio su quel terreno che si credeva amico. La classica partita persa "in casa".
E la goccia che ha fatto traboccare il vaso ed impazzire le reazioni di chi oggi vede crollare la propria pseudo-ideologia improvvisata e basata tutto sommato sull'antico motto borbonico di "feste, farina e forca" (quest'ultima delegata a fare la parte del leone) l'ha versata il deputato Enrico Costa di Azione chiedendo in un più che opportuno emendamento che l'Italia recepisca una direttiva europea, che vaga per il Parlamento italiano dal lontano 2016 e che impone ai pm che fanno inchieste un contegno più riservato, e meno esibizionista, nel presentare i propri arresti all'universo mondo. Basta, quindi, con la giustizia-spettacolo che sembra fatta apposta per trasformare i pm d'assalto nei futuri detentori di diritti d'autore per libri e serie televisive. Basta con conferenze stampa in cui l'imputato viene condannato in televisione, prima che in aula e con la difesa ridotta a convitato di pietra.
Un affronto incredibile per quei magistrati dell'accusa finora intoccabili e che hanno scelto questa strada para mediatica (e a volte "paracula") come scorciatoia per l'avanzamento in carriera, a prescindere dai risultati processuali delle proprie inchieste. Arrivando magari a ingenerare il sospetto che le assoluzioni siano dovute alla presunta corruzione, o collusione, con le mafie dei loro colleghi giudicanti.
Questi ultimi quasi mai difesi con le famose "azioni a tutela" da parte del Consiglio superiore della magistratura. Anni fa c'è stato che credeva di potere risolvere questo corto circuito mediatico giudiziario vietando per legge che venissero fatti i nomi dei pubblici ministeri che conducevano le indagini. Oggi ci si accontenterebbe di vietare loro di dare nomi accattivanti e ammiccanti alle indagini. E di comportarsi come le "influencer" su Instagram.
di Lanfranco Caminiti
Il Dubbio, 27 gennaio 2021
Sotto accusa l'artista calabrese Teresa Merante, "cantante della malavita", che ora rischia un procedimento giudiziario per le strofe dedicate ai carcerati. "Bon capudannu e bon capu di misi / speramu l'annu novu sia felici / bon capudannu a tutti i carcerati / chi alli galeri siti segregati / speramu mu tornati in libbertà / 'nte vostri casi gioia e serenità". Sono queste le strofe incriminate di Teresa Merante, la calabrese "cantante della malavita".
Quelle che stanno suscitando un putiferio. A dicembre 2020, Nicotera, ridente paesino della costa tirrenica in provincia di Vibo Valentia, si veste un po' a festa, di luci e addobbi, forse per alleviare un Natale già triste per via della pandemia. L'iniziativa ha successo e le foto della "via del vischio", un breve tratto del corso che attraversa il centro del paese illuminato e addobbato, fanno il giro della regione.
Diverse persone, famiglie e bambini, vengono a vedere, a fare i selfie - vicino la slitta di luci, o la stanza con le pareti di candeline luminose nella piazzetta del mercato. Il sindaco è contento. Teresa Merante vede le foto e decide di fare la location per la sua clip di capodanno a Nicotera. Telefona all'amministrazione, chiede il permesso di girare alcune scene con la sua troupe - permesso accordato. Viene, gira le scene, sistema il montato, manda nel suo canale YouTube - dove registra milioni di visualizzazioni per le sue canzoni.
Passa qualche giorno e quella strofa - bon capudannu a tutti i carcerati - diventa la pietra dello scandalo. Ma che succede, a Nicotera - si fanno gli auguri agli ndranghetisti? Il sindaco corre ai ripari - lui non sapeva nulla, non aveva mai sentito la canzone, non aveva mai letto il testo; lui - è noto - è in prima fila nella lotta alla ndrangheta, chiede scusa perché nel filmato si vede che brinda con la cantante: sono stato ingannato.
Se potesse, farebbe cancellare dal video-clip quella frase in coda: "Si ringrazia per la cortese ospitalità l'amministrazione comunale e il sindaco, dott. Giuseppe Marasco". Il quale sindaco, che dottore non è ma ha sempre svolto con competenza e premura il suo lavoro di infermiere, aveva da poco partecipato a un evento con Nicola Gratteri, e si fa subito fotografare nel suo ufficio dove campeggia la foto di Falcone e Borsellino - tanto per mettere le cose in chiaro. Va detto: Nicotera è terra martoriata, come buona parte della Calabria.
Ci sono stati tre scioglimenti del Consiglio comunale - benché non ci siano state mai iniziative penali nei confronti degli amministratori e in generale la questione è che "il contesto è mafioso". Ma davvero basta un augurio ai carcerati - in un testo nel quale peraltro si fanno anche gli auguri "all'emigrati, chi sunnu ccchiù luntanu" e "a tutti i sufferenti e li malati" - per suscitare questa civica indignazione?
Qualcuno dice - ma Teresa Merante non è come il papa che fa la messa di Natale a Rebibbia: ascolta le sue canzoni. Io ascolto le sue canzoni. Ce ne sono di una estrema ingenuità testuale e musicale - una sorta di neo-melodico su una trama di folk - e poi ci sono quelle "incriminate": 'U latitanti, 'U capu di capi. "Li lupi quann'è ura comuncianu a gridari / na luci vascia vascia cumincia a lampeggiari. / Fuiti giuvanotti, chista è la polizia / sparati a tutta forza a sta brutta compagnia. / Nun aviti paura chi su' quattru pezzenti / nui simu i latitanti, nui simu cchiù putenti".
È la storia di Rocco Castiglione, latitante per anni, che Teresa Merante ha poi musicato. Peraltro sono storie che finiscono sempre male, li prendono tutti e languiscono in galera: "ciangiu nta sti quattru mura, ciangiu a la me mamma".
Non c'è redenzione - ma è come un destino che va percorso, fino in fondo. Le canzoni della malavita non sono un fenomeno recente - ancora negli anni Ottanta a ogni mercatino di paese c'era il banco con le cassette, ora c'è il video su YouTube. Ma sono radicate nella cultura popolare meridionale, nella sceneggiata napoletana, nel neo-melodico che si canta da Palermo a Napoli. Uno può chiedersi perché - ma questo è un altro discorso.
E sarebbe come chiedersi perché tra i giovani neri andava fortissimo il gangsta rap o l'hip hop più violento - che le strofe della Merante sono acqua fresca. Un paio d'ani fa fece a sua volta scandalo una trap di un giovanotto di Rosarno - terra di ndrangheta - che si chiama Glock21 e canta cose tipo "A noi non ci fotte nessuno / noi siamo i numero uno".
Il video mostrava un gruppo di ragazze e ragazzi che in posti abbandonati si vestono e si muovono come "quelli americani", buona parte dei quali aveva chi uno zio, chi un cugino, in galera o latitante. Anche loro, YouTube, migliaia di visualizzazioni: Non è il mondo che piace, ma, frate', è il nostro mondo - così dicevano. Portiamo roba pesante addosso, abbiamo i borselli pieni - così dicevano. E si vedevano ragazzi con mitra, fucili, Glock21, l'orologio d'oro Gucci, il macchinone.C'è ora chi chiede una qualche iniziativa giudiziaria contro la Merante.
Per quella "culturale" si sono già mossi i Sud Sound System, che si sentono oltraggiati che una musica salentina sia stata usata per queste cose. Per quella istituzionale ha già tuonato la presidente del Consiglio regionale pugliese, Loredana Capone.
Qualcuno accuserà la cantante di "incitamento alla criminalità"? Per una canzone? Per una compilation? Dovremmo perciò censurare film come Il Padrino o il più recente The Irishman, perché incitano alla criminalità?
Oppure, che so - le musiche di Nicola Piovani per Il camorrista di Giuseppe Tornatore, centrato sulla vita, benché romanzata, di Raffaele Cutolo? Dice - ma che c'entra, qui si parla di arte, di estetica e le canzoni della Merante invece sono sub-cultura.
È questo l'approccio; a leggere i resoconti di un tentativo della cantante di "circoscrivere" l'accaduto - "l'occhio le scappa spesso sul testo che lei o altri hanno preparato allo scopo e legge in maniera non poi così disinvolta" - viene sempre in mente quanto, proprio pochi giorni fa, Corrado Augias diceva della Calabria: è una terra perduta, irrecuperabile.
ilsicilia.it, 27 gennaio 2021
La procura apre inchiesta contro ignoti per omicidio colposo. La Procura di Termini Imerese ha aperto un fascicolo contro ignoti, quindi senza indagati, per omicidio colposo sulla morte del detenuto tunisino di 29 anni, Chiheb Hamrouni, trovato senza vita nella sua cella due giorni fa. Il sostituto Giacomo Barbara ha disposto l'autopsia che sarà eseguita domani, alle 17, all'istituto di Medicina legale di Palermo.
L'uomo era tra i principali imputati nel processo scaturito dall'indagine "Scorpion Fish" della guardia di finanza coordinata dalla Dda su un presunto traffico migranti e contrabbando di sigarette estere del giugno 2017. Lo scorso 4 giugno, la seconda sezione della Corte d'assise d'appello di Palermo gli aveva ridotto la pena da 7 anni e 4 mesi di carcere a sei anni e sei mesi. Per l'autopsia, chiedendo l'accertamento delle cause della morte del detenuto, il pm Giacomo Barbara ha nominato come periti i medici legali Antonina Argo e Ginevra Malta, dell'Istituto di Medicina Legale del Policlinico "Paolo Giaccone" di Palermo.
Il carcere di Termini Imerese ha notificato l'atto con cui viene fissata la data dell'autopsia anche al difensore di Chiheb Hamrouni, l'avvocato trapanese Fabio Sammartano, che aveva reso noto la notizia della morte in carcere del suo assistito che, ha ricordato, "aveva da poco reso importanti dichiarazioni nell'ambito di altre indagini della Dda palermitana in materia di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e contrabbando transnazionale di tabacchi lavorati".
di Maurizio Artale*
Ristretti Orizzonti, 27 gennaio 2021
Stefano oggi ha 64 anni. Il suo non è un nome di fantasia. Il suo è il nome di battesimo. Non si è mai voluto nascondere e non si è mai fatto sconti. Ha attraversato interamente la sua pena: nel 1990 la Corte d'Assise d'Appello di Torino lo condanna all'ergastolo ostativo: fine pena mai.
Sono trascorsi 14 mila e 600 giorni da quella data, dal giorno della sua condanna all'ergastolo per omicidio a causa di una rapina finita in tragedia.
La psicologa del Centro di Accoglienza Padre Nostro, fondato a Brancaccio dal Beato Giuseppe Puglisi, conobbe il Sig. Stefano a Palermo, 30 anni dopo quella condanna, in occasione di un Progetto di Inclusione Sociale denominato "Second Life", un progetto di orientamento lavorativo e sociale che a partire dal titolo rimandava proprio ad una seconda chance. E lui, Stefano, detenuto "modello", che in carcere aveva preso il diploma di ebanista, partecipando a decine e decine di corsi, durante quel colloquio disse: "Dott.ssa, ma quale "Second Life"?! io sono marchiato, non perché sono un detenuto, ma perché sono un ergastolano con un marchio scritto addosso: su di me c'è scritto "fine pena mai". Lei lo sa, dott.ssa, che vuol dire MAI?"
E da quel giorno, circa 10 anni fa, Stefano ha ricevuto in consegna un mazzo di chiavi: le chiavi dei sogni di un piccolo prete di periferia, un prete che lui non ebbe mai modo di conoscere personalmente. Eppure, i volontari del Centro da lui fondato consegnarono a Stefano proprio un mazzo di chiavi: chiavi che aprono e chiudono campi sportivi, stanze per i colloqui psicologici o per la consulenza legale, chiavi che custodiscono beni di prima necessità per i più bisognosi, chiavi che aprono le porte del futuro ai giovani in cerca di un titolo di studio, di una ambizione da coltivare.
E così, come accade a volte, il destino inverte le parti. Stefano, da un giorno all'altro, si trova dall'altra parte: lui, si proprio lui, è diventato per i ragazzi di Brancaccio il custode. Potremmo dire che per quasi 10 anni Stefano è stato "l'agente per la sicurezza" al Centro Polivalente Sportivo, al Centro Aggregativo minori e adolescenti, al Pronto Soccorso Sociale. Le sue funzioni principali sono state infatti quelle di garantire l'ordine e la sicurezza all'interno delle numerose sedi del Centro, partecipando al contempo a tutte le attività, osservando i ragazzi ed impegnandosi, a suo modo, per la loro crescita ed educazione.
Racconta spesso ai giovani di non aver visto crescere né i suoi figli, né i suoi nipoti. Eppure i ragazzi di Brancaccio si fidano di lui, ascoltano i suoi consigli. Stefano non ha cancellato nulla: descrive la sua vicenda umana e parla di una vita durissima. Questa storia lui la percorre passo dopo passo, e forte di questo dice ai ragazzi di non cercare i soldi facili, di non perdersi. Ripete loro di doversi creare un futuro. Lui, si lui, Stefano parla del tempo, parla di futuro...proprio lui che da 40 anni porta incisa addosso la parola MAI.
A dicembre 2020 Stefano riceve un altro mazzo di chiavi: l'art. 176 comma terzo del Codice Penale stabilisce che Stefano può essere ammesso alla liberazione condizionale: saranno i frutti di un percorso personale di ravvedimento, segnato dalla crescita, ma sarà anche il frutto dell'incontro, negli ultimi 10 anni, con il volto del martire attraverso i volontari ed operatori che ne hanno continuato l'opera a Brancaccio di cui lo stesso Stefano ha pitturato i contorni.
A lui Stefano dedica la sua scarcerazione condizionale ed è per questo che tiene, nel suo portafoglio, la sua immagine come si usa fare a Palermo con un caro defunto o con un santo.
A questo punto, adesso, con questa ennesima chance, mentre Stefano dorme a casa con la sua famiglia, una serratura è ancora chiusa. È questa la sua pena eterna, quella umana, dice Stefano, non quella della legge: "poter chiedere perdono ai familiari della persona che non c'è più a causa mia. È questa la mia fine pena mai. Fin quando non si realizzerà questo incontro il mio cuore non si darà pace".
*Presidente Centro di Accoglienza Padre Nostro
di Alessandro Puglia
Vita, 27 gennaio 2021
Dal primo pane biologico distribuito nei mercati, alle paste di mandorle con il marchio Dolci Evasioni realizzate nel laboratorio del carcere di Siracusa e oggi distribuite in Italia e in Europa. Ecco come la cooperativa L'Arcolaio ha portato avanti un modello di economia carceraria e di rilancio di un territorio che crede nell'unicità della sua natura
Ogni pasta di mandorla ha la sua storia dentro e fuori le mura del carcere di Siracusa. È qui, nella casa circondariale di Cavadonna, che dal 2005 gruppi tra gli otto e i dieci detenuti con regolare contratto di lavoro contribuiscono a far apprezzare in Italia e in Europa alcuni tra i più tipici dolciumi siciliani, specialmente quelli a base di mandorle. Perché la loro squisitezza è frutto di un lavoro meticoloso e attento fatto direttamente da un rapporto esclusivo con la terra, tra gli alberi di mandorlo che costellano le strade della provincia aretusea. A lavorarle sono mani che oggi costruiscono legami di pace perché hanno accettato quella proposta educativa che genera il cambiamento, sempre più necessaria tra le carceri italiane. Progetti che già dal 2003 vengono portati avanti dalla cooperativa L'Arcolaio, inizialmente con un piccolo forno che produceva pane biologico di casa, successivamente con una vasta produzione di prodotti a base di mandorle che dal 2005 con il marchio di Dolci Evasioni conquista in breve tempo il panorama nazionale del commercio equo e solidale.
Una storia di economia carceraria e di rilancio del territorio che oggi continua attraverso progetti già avviati come quello della lavorazione dei frutti iblei fino all'ultimo arrivo della sontuosa macchina per pelare le mandorle all'interno del progetto Fuori, la vita oltre il carcere, avviato con il sostegno della Fondazione Con il Sud. In un carcere dove le mandorle vengono declinate in ogni lora forma: dalle paste di mandorla, al pesto alle mandorle, alle mandorle tostate o pelate, agli amaretti. Da un punto di vista tecnico il macchinario permetterà di risparmiare i costi di pelatura, garantirà anche in termini di tracciabilità il processo di filiera ai clienti e aprirà le porte alle aziende del territorio che ne faranno richiesta. Il tutto all'interno di un carcere.
Il progetto Fuori permetterà così a 12 detenuti di seguire un corso formativo per ottenere la qualifica di addetto panificatore-pasticcere. Quattro di loro svolgeranno un tirocinio di sei mesi in pasticcerie del territorio, mentre altri tre detenuti che magari hanno qualche anno in più di pena da scontare saranno assunti all'interno del laboratorio della struttura carceraria.
"È un progetto che mira a potenziare le attività del nostro laboratorio in un contesto di reinserimento socio-lavorativo che portiamo avanti da anni oggi pensato per assistere i detenuti soprattutto nella fase di passaggio dal carcere al regime di libertà", spiega Valentina D'Amico, 40 anni, responsabile Area Sociale della cooperativa L'Arcolaio. "Noi facciamo da garante perché quando loro cercheranno un lavoro non possano portarsi addosso lo stigma di dire: io sono un detenuto" aggiunge Valentina che si sente ripetere spesso una frase: "il carcere mi ha salvato".
A ripeterla oggi è Max Coshman, 44 anni, ucraino, responsabile del laboratorio di essiccazione Frutti degli Iblei ed ex coordinatore dei pasticceri nel laboratorio di Dolci Evasioni. "Ho scontato una lunga pena e sin dal primo momento in carcere, prima a Verona e poi a Padova ho incontrato persone che volevano aiutarmi. Non parlavo neanche l'Italiano ed ero convinto che a 8 anni si diventa già uomini. Mi sbagliavo.
A Siracusa ho conosciuto quella che io chiamo la famiglia de L'Arcolaio. Hanno creduto in me. Ho imparato a gestire le cose, le mie cose, con amore e rispetto. E ho capito che la vera libertà dipende soltanto da noi, dentro o fuori il carcere. Se penso all'esperienza nel laboratorio di Dolci Evasioni penso ai tanti compagni che ho incontrato, nessuno di loro avrebbe mai pensato di ritrovarsi in quel luogo. Sì il carcere mi ha salvato", racconta Max che nel laboratorio di Canicattini Bagni sta preparando una spedizione contenente sali minerali aromatizzati, risultato del progetto Frutti degli Iblei, sostenuto dalla Fondazione di Comunità Val Di Noto.
Per realizzare prodotti in cui il sale marino della riserva naturale di Trapani e Paceco viene miscelato con le essenze delle erbe dei monti Iblei occorre organizzare un imponente lavoro con la terra. Giorgio Nichele, 53 anni è il responsabile delle attività nei terreni del progetto Frutti degli Iblei. E con Max hanno raccolto e trasportato con la carriola tonnellate di rosmarino.
Giorgio è arrivato in Sicilia da Desenzano e ci è rimasto anche per amore. Nelle sue vite precedenti aveva una ditta d'antiquario e operava in una comunità per tossicodipendenti. Oggi indossa ancora quel vecchio cappello di boyscout dove sono custoditi i suoi valori intramontabili, tra cui quella frase di Baden Powell che ripete tutte le sere prima di andare a dormire: "Sii felice, rendendo felice gli altri".
Le attività si svolgono in contrada Piano Milo, in un vasto terreno di 13 ettari che la Diocesi di Siracusa ha concesso in comodato d'uso alla cooperativa l'Arcolaio, nel comune di Noto. Due di quegli ettari oggi sono coltivati. "Abbiamo dovuto fare il lifting a questa zona, costruito una strada, creato un pozzo. Prima della pandemia la giornata tipo era così strutturata: ritrovo alle 7 del mattino, poi li caricavo tutti nella mia auto e arrivavamo nei terreni dove in genere facciamo attività fino alle 12,30 con una pausa di 15 minuti. Ogni prodotto e tecnica utilizzata per la raccolta si basa su principi sostenibili: per fare un esempio per la raccolta delle erbe usiamo sacchi in cotone".
Dalle prime distribuzioni di pane biologico in piazza Santa Lucia a Siracusa di anni ne sono passati. Giovanni Romano, 67 anni, fondatore della cooperativa L'Arcolaio spiega che alla base di tutto c'è una proposta educativa: "Noi crediamo nei detenuti e chiediamo a loro di accettare il cambiamento". Su questa scia sono nate in Sicilia altre esperienze positive di economia carceraria da Sprigioniamo Sapori a Ragusa a Cotti in fragranza nel carcere minorile Malaspina a Palermo.
Oggi i prodotti di Dolci Evasioni arrivano non soltanto in tutto il territorio nazionale, ma anche all'estero attraverso il lavoro di distribuzione del Consorzio Le Galline Felici di cui Dolci Evasioni è tra i soci fondatori.
"Abbiamo un mercato di riferimento in Francia, Belgio, Lussemburgo, Olanda, Austria, Germania, Svizzera, Italia. All'interno 40 soci e altrettanti fornitori esterni. Abbiamo iniziato con il classico viaggio in furgone all'estero con i nostri prodotti. Oggi abbiamo una mailing list con migliaia di utenti. Raccontiamo cosa c'è dietro un prodotto, in questo caso dietro a una pasta di mandorla. Il consumatore diventa parte integrante del processo produttivo. Crede in un progetto per l'impegno sociale che c'è dietro e lo sostiene", spiega Michele Russo, responsabile dell'area Comunicazione del consorzio Le Galline Felici. Una rete che potrebbe far nascere la prima filiera della mandorla in Sicilia, ispirandosi a un'agricoltura inclusiva e sostenibile che rigenera una terra, davanti a questi progetti, mai stata così fertile.
di Rossella Grasso
Il Riformista, 27 gennaio 2021
Covid: 60 contagi nel carcere di Secondigliano, cresce la preoccupazione per chi ha problemi di salute. "A questi ragazzi li tengono come gli animali, eppure la loro pena la stanno pagando. Malafede (così definiscono il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, ndr) dovrebbe dimettersi perché non sa fare il suo lavoro".
Così un gruppo di familiari e amici dei detenuti hanno deciso di far sentire la loro voce radunandosi fuori ai cancelli del carcere di Secondigliano a Napoli. La notizia dei 60 contagi nel carcere preoccupa. Ma il gruppo di familiari non ci sta e alza la voce per far sentire da fuori il loro sostegno e denunciare le condizioni di vita all'interno del carcere.
"Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede si deve dimettere perché è un ignorante, è un dilettante - grida uno dei manifestanti - la tutela della salute è un diritto di tutti, che sia o non sia un detenuto. Chi è in carcere è un popolo di serie C?".
"La legge non è uguale per tutti, è solo un abuso di potere - ha detto la mamma di uno dei detenuti di Secondigliano - In carcere ci sono persone invalide, che stanno male, che non hanno la possibilità di far sentire la loro voce per paura di ritorsioni da parte delle guardie. Non abbiamo una legge ma solo delinquenti seduti al parlamento che non prendono in considerazione i problemi delle carceri".
Ad allarmare i parenti, oltre all'incalzare della pandemia, sono i sovraffollamenti che peggiorano la situazione e rendono più facile il contagio. Molti segnalano le difficili situazioni di salute dei loro cari e temono che in carcere possano contrarre il virus. "Non vediamo papà da diversi mesi a causa del Covid, nelle videochiamate lo vediamo molto sofferente, sta malissimo - racconta tra le lacrime Carmela Polverino, scesa in piazza per suo padre - Ha 77 anni ed è affetto da Parkinson, varie patologie e una bronchite. Noi familiari siamo in angoscia per lui, stiamo morendo dal terrore che possa prendere il Covid dentro e non capiamo nemmeno se riceve cure adeguate".
La difficoltà nei colloqui di persona scoraggiano molto i detenuti che si sentono privati anche degli affetti. Ma il garante dei detenuti di Napoli, Pietro Ioia, ha confortato tutti: "Ho parlato con la direttrice del carcere e con la dirigente sanitaria - ha detto al pacifico gruppo di manifestanti - Ci sono 60 positivi al Covid, di cui 3 in ospedale, ma stanno già meglio. La situazione è sotto controllo: i contagiati stanno in celle isolate in una sezione apposita. Dobbiamo aspettare che passi il tempo e tutti guariscano. Oggi iniziavano anche i tamponi. Siamo fiduciosi, siamo qui fuori per far sentire la nostra vicinanza ai detenuti, per far sì che non si sentano soli. Speriamo che la Sanità non sia per loro di serie B, ma di serie A per tutti".
- Torino. Presidio No-Tav per le donne del movimento in carcere
- Saluzzo (Cn). Polo universitario in carcere, 14 detenuti iscritti al primo e secondo anno
- Roma. Poliziotto penitenziario si toglie la vita. Il Sappe: "In 2 anni 15 agenti morti così"
- Palermo. Al Pagliarelli 55 i detenuti positivi al Covid: aumenta la tensione
- Padova. I detenuti diventano aiuto-cuochi e nasce un brand











