di Antonella Barone
gnewsonline.it, 28 gennaio 2021
Quando fu aperto, nel 2006, il carcere di Ancona Barcaglione era circondato da un terreno demaniale di circa due ettari invaso dai rifiuti e popolato da animali selvatici. Oggi al suo posto ci sono 300 olivi di varietà autoctone, un apiario, un ovile con trenta pecore, un caseificio, un frantoio e una serra, dove si coltivano more, lamponi e mirtilli. C'è anche un orto- giardino, irrigato con l'acqua di un laghetto, che alcuni detenuti coltivano con l'aiuto di tutor pensionati della Coldiretti Marche. Un'area verde - dove è possibile trascorrere del tempo con i familiari in visita oppure assistere a spettacoli e a eventi ludico-sportivi - che ha contribuito a trasformare una zona desolata in un luogo accogliente oltre che fertile e produttivo.
Neanche le difficoltà e le limitazioni dovute all'emergenza Covid-19 hanno fermato le iniziative della Fattoria Barcaglione, come è ormai conosciuta la casa di reclusione. L'attività zootecnica di allevamento ovini e trasformazione del latte - realizzata in collaborazione con la Regione Marche Assessorato all'Agricoltura, Azienda Servizi Settore Agroalimentare della Regione Marche, il Garante regionale dei detenuti e il Servizio Veterinario Regionale - è stata, infatti, avviata nei mesi scorsi. A dicembre è partito un corso di formazione per detenuti da occupare nel nuovo settore e sono stati allestiti l'ovile e il caseificio Per i primi giorni di marzo è previsto il parto delle pecore e, dopo il periodo di svezzamento, si inizierà la mungitura e la produzione di latticini. Altri corsi su materie legate alla zootecnia sono in programma per formare detenuti addetti alle varie d'intesa per il progetto di fasi di allevamento e produzione.
Il progetto rientra tra le attività previste dal Protocollo agricoltura sociale "Orto sociale in carcere" che sarà firmato, nel corso di una conferenza stampa, il 3 febbraio prossimo dal Provveditore dell'Emilia Romagna e Marche Gloria Manzelli e dal Vice Presidente delle Marche e anche Assessore all'Agricoltura Mirco Carloni. L'accordo estende ad altri istituti del territorio, in particolare a quelli di Ascoli Piceno e Pesaro, le iniziative di agricoltura sociale che hanno caratterizzato gli interventi della Regione Marche in ambito penitenziario. Nell'occasione la Fattoria Barcaglione presenterà la sua storia, i suoi progetti e una produzione che ha valorizzato la dimensione locale, dando priorità alle risorse del territorio da rivalutare o tutelare. La Direzione dell'Istituto sta valutando di allestire, in collaborazione con l'Istituto Zooprofilattico dell'Umbria e Marche, la Federazione Regionale della Coldiretti e la Regione Marche un allevamento di galline ovaiole del tipo "Ancona", una razza autoctona pressoché scomparsa dal territorio.
Olio, miele e prodotti dell'orto finora sono stati destinati al consumo interno dell'istituto e, quelli in eccesso, distribuiti a famiglie bisognose della zona ma, in vista di un loro incremento, presto potrebbero essere venduti, sia pure nel circuito della filiera corta, anzi cortissima. Entro il 2021 è, infatti, previsto l'apertura nello spazio antistante il carcere di un piccolo spaccio dove potranno essere acquistati miele (acacia, millefiori e melata), candele in cera d'opercolo, olio di varietà autoctone delle Marche, formaggi e bonsai.
di Marina Lomunno
Avvenire, 28 gennaio 2021
L'arcivescovo Nosiglia risponde alla lettera di una detenuta: il dialogo con voi è prezioso. La donna aveva scritto al settimanale diocesano: questo è un ambiente duro, ma ho paura di quel che sarà fuori. Il presule: grazie al Signore può vincere il male con il bene.
"Il tempo passato in carcere non è vuoto e inutile, se il cuore si apre al Signore per avviare con lui un dialogo costante, non tanto di parole, ma di sentimenti interiori: la certezza del suo amore che mai viene meno, scaccia ogni timore e infonde forza e coraggio". Parla direttamente ai detenuti, l'arcivescovo di Torino, Cesare Nosiglia, e sceglie una donna in particolare per ragionare sulla situazione in carcere.
La sua riflessione arriva dopo che la stessa donna, reclusa nel carcere torinese Lorusso e Cutugno, aveva indirizzato una lettera la scorsa settimana alla redazione de "La Voce e il tempo", il settimanale della diocesi subalpina. "Vorrei ringraziare la redazione e tutti coloro che si ricordano di noi detenuti come persone e pensano a noi con umanità - aveva detto. Ho letto la lettera che monsignor Cesare Nosiglia, tramite il suo giornale, ha voluto inviarci e le chiedo di portargli i miei ringraziamenti per le parole di speranza chi ci ha donato. Ci è mancata la Messa di Natale da lui presieduta che mi ha cresimata, qui in carcere nel 2017 perché è un uomo vicino alla gente comune: questo per me è importantissimo perché ci fa sentire meno soli, dà forza alle persone che stanno perdendo il lavoro, agli ultimi lasciati al freddo, agli anziani soli dona quell'affetto di cui una società troppo egoista spesso ne dimentica l'esistenza".
?La missiva era contenuta nell'appello "Abbona un detenuto", a cui hanno risposto finora 60 lettori del settimanale, consentendo al giornale di entrare ogni settimana in altrettante sezioni del penitenziario. "Qui in carcere, il 2020 è stato un anno devastante" aveva scritto la donna. "In un luogo già chiuso e stringente per il corpo e l'anima, il tempo è diventato ancora più lungo e pesante. Solo grazie ai cappellani siamo riusciti a tenere viva la speranza e abbiamo deciso di evitare sterili rivolte e piagnistei ma di rispettarci come persone".
Nosiglia, tramite la rubrica del numero di Natale, aveva già scritto una lettera di auguri per gli adulti e per i giovani reclusi nel carcere minorile Ferrante Aporti, poiché a causa della pandemia non aveva potuto celebrare la consueta Messa nella cappella del carcere.
E così ha deciso di proseguire il dialogo, rispondendo alla donna reclusa. "Nella mia lettera l'ho invitata a pensare al suo futuro con serenità perché lo Spirito Santo che ha ricevuto nel sacramento della Cresima che le avevo amministrato, la sosterrà nel suo cammino" ci dice Nosiglia "e le consiglierà le scelte giuste da compiere per vincere il male con il bene e non perdere mai la fiducia in se stessa perché il suo amore scaccia ogni timore".
È quello che si augura anche la donna: "Ho molta paura di tornare fuori nelle "vie del male" e sto facendo del mio meglio per tornare ad essere una donna che si vuol bene e non si spreca. Purtroppo il carcere è un ambiente duro e mi pesa molto stare lontana dai miei affetti, anche se la solidarietà tra alcune di noi non manca e ci unisce. Ma il futuro è carico più di incertezze che di buon auspici specie per chi come me teme l'esclusione da un possibile reinserimento una volta scontata la mia pena".
Fuori c'è una crisi spaventosa, "ma non mi faccio 'uccidere' dal vittimismo, lo combatto: con il lavoro di addetta alle pulizie, con lo studio al Polo universitario per i detenuti anche se con difficoltà perché per ora è riservato ai reclusi maschi e con il volontariato presso l'Icam, la sezione speciale dove sono ristrette le mamme con bambini sotto i 6 anni".
E, aggiunge, "tutto ciò mi riempie le giornate e il cuore perché mi sento una persona migliore servendo il prossimo. Ricordo gli insegnamenti dei salesiani quando andavo l'oratorio: rivolgere la mia preghiera a Dio mi aiuta, mi rafforza e non mi fa sentire sola".
di Roberto Pinter
Corriere del Trentino, 28 gennaio 2021
La morte per freddo di un clochard a Rovereto ha destato scalpore. Ecco, mi piacerebbe adesso che tornassimo a indignarci per le molte disuguaglianze. Che qualcuno possa morire di freddo al giorno d'oggi è difficile da accettare, ma la domanda è: cosa è invece più facile da accettare? In una società programmata per produrre anche scarti umani ci si può meravigliare che ogni tanto questi scarti siano visibili e ci obblighino a qualche sussulto di coscienza e a qualche buon proposito?
Se ci sono 238 posti letto per i senza tetto nel nostro tranquillo Trentino non è un problema, lo è se manca il 239 posto che magari avrebbe salvato una vita, e forse anche no visto che ci sono "scelte" di libertà che si sottraggono all'assistenza. Se si ammazza qualche detenuto per tortura o per rivolte dovute al Covid è un problema, e certo che lo è e pure gravissimo, ma non lo è se riempiamo le carceri di piccoli delinquenti fino a farle scoppiare. Se ogni supermercato ha una presenza fissa di questuanti è perfino fastidioso, ma se vediamo che i ricchi hanno accresciuto la ricchezza anche grazie al Covid non ci da fastidio più di tanto. Non voglio dire che chi si agita per una morte all'addiaccio sia mosso da falsa carità o perché voglia rimuovere i segni della povertà, mi domando solo se è sufficiente questa indignazione mentre non ci si indigna più per la vergognosa crescita delle disuguaglianze.
Cosa dovremo fare: preoccuparci che nessuno muoia per strada da solo? Certo che dobbiamo preoccuparci, ma ci basta? Possiamo velocizzare la raccolta dei rifiuti e continuare a produrne di più? Non ha molto senso, o meglio lo ha solo quando anche i rifiuti sono occasione di business. Analogamente possiamo moltiplicare i posti letto per i senza tetto o i beneficiari dei redditi di cittadinanza e continuare a produrre disoccupazione, precarietà e povertà? Ho la sensazione che la povertà, superata l'evidenza della fame, sia diventata normalità nel paesaggio della nostra società contemporanea, ma non per insensibilità, bensì per accettazione del modello di sviluppo che comporta appunto alcuni scarti.
La stessa sinistra ha finito per dimenticarsi degli ultimi se non come destinatari delle politiche di protezione sociale, per includerli, ma mai come persone da rappresentare nei loro bisogni di cittadinanza o soggetti di un processo di emancipazione sociale. Includere o emancipare sono due cose differenti. Nel primo caso si parla di meriti e di opportunità e si offre qualcosa agli esclusi dalla corsa allo sviluppo. Nel secondo caso si parla di uguaglianza e di cittadinanza per tutti. Ecco, mi piacerebbe che tornassimo a indignarci non per il caso di cronaca o per ciò che sui social commuove, ma per quello che non va e che non si dice, per una struttura iniqua e di classe che controlla il potere e la ricchezza e per il conformismo che finisce per accettare questa struttura come l'unica possibile e dunque immodificabile.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 28 gennaio 2021
L'attacco alla Casa delle donne romana, come a tante altre iniziative che hanno fatto dei luoghi occupati risorsa necessaria, non è difesa della legalità ma una risposta vendicativa per salvaguardare ingiustizie e inefficienze. Il pesante retaggio di secoli di dominio maschile, con le sue ricadute culturali, sociali, politiche, è arrivato da tempo alla coscienza storica, ma sono ancora esigue minoranze femministe e femminili, con le loro teorie e pratiche, a far in modo che non ritorni di nuovo in ombra.
Anche senza andare troppo lontano nel tempo, basta pensare al radicamento che hanno avuto nel nostro Paese le associazioni, i gruppi, le Case delle donne, i centri antiviolenza, gli archivi e i centri di documentazione, le librerie, le libere università, nati dal movimento delle donne degli anni 70. Si tratta di una enorme produzione di pensiero e di battaglie politiche che sono andate, sia pure lentamente, modificando modi di vivere, relazioni, pregiudizi, visione di sé e del mondo per entrambi i sessi, inscrivendo talvolta il cambiamento anche nelle leggi e nel linguaggio politico.
Ciò nonostante, la cultura dominante non sembra esserne stata scossa più di tanto. Nel privato, come nel pubblico, continuano a passare violenze maschili di ogni sorta, manifeste e invisibili, materiali e psicologiche, tanto che non è raro per una donna che denuncia la violenza di un marito o padre, o fratello, trovarsi al medesimo tempo vittima di una giustizia che le ritorce contro ciò che ha subito.
Un atto aggressivo, come quello degli agenti di polizia del Commissariato Tusculano che, senza aspettare l'arrivo delle avvocate, identificano le ospiti già gravate da un difficile percorso di uscita dalla violenza, si pone al di fuori di ogni legittimazione e non può che essere interpretato come l'atto arrogante di un potere di alcuni uomini, sostenuto dal silenzio complice dei loro simili.
Il contrasto alla violenza contro le donne manca ancora di quella indispensabile assunzione di responsabilità da parte del sesso che, su un dominio trasmesso di padre in figlio, ha costruito la sua visione del mondo, le sue istituzioni, i suoi saperi. Se è vero che anche gli uomini, pur essendo dalla parte dei vincenti, hanno finito per assumere inconsapevolmente ruoli e identità considerati "naturali", perché è così difficile per loro avviare un processo di "presa di coscienza" come quello che è venuto cambiando la vita di molte donne? A quale "legittimazione", precedente ogni dispositivo di legge, fanno riferimento quando infliggono violenza a una donna, sia pure solo verbale?
Dietro i comportamenti individuali c'è purtroppo ancora una cultura patriarcale che li alimenta e un apparato istituzionale, politico e amministrativo che li incoraggia. L'attacco a Lucha y Siesta, come a tante altre iniziative che hanno fatto dei luoghi occupati una risorsa necessaria e preziosa contro le innumerevoli carenze di chi ci governa, non è la "difesa della legalità", ma la risposta vendicativa e autoritaria volta a salvaguardare ingiustizie, privilegi e inefficienze rispetto a quello che dovrebbe essere salvaguardato come bene comune.
di Sara Cariglia
Libero, 28 gennaio 2021
Valentina, Stefania, Martina: "Oltre gli occhi", giornale prodotto nel carcere milanese, raccoglie i loro scritti e libera le loro menti. Mentre in Italia e nel mondo infuria la pandemia, dietro le mura di San Vittore imperversa il nuovo numero di "Oltre gli occhi", il giornale delle detenute che trasforma storie galeotte nate tra le pareti di una cella, in farfalle pronte a volare via lontano fuori dagli scherni del giudizio e del pregiudizio, a bordo di moti vorticosi che segano sbarre e rompono cliché.
Il magazine del Reparto femminile - probabilmente l'unico in un carcere italiano - s'inserisce nel cuore della "movida" del penitenziario più chiacchierato di Milano, forse perché capace di far luce e "gossip" su ogni pagina buia di quel luogo così totalizzante e totalitario.
Si dice che un nuovo anno sia come un libro bianco e la "gazzetta" di piazza Filangieri ha scelto di aprirlo con uno speciale che getta lo sguardo sul dietro le quinte di uno spazio, al momento, radicalmente stravolto dal virus. Un virus colpevole di aver isolato il sistema detentivo da familiari, volontari e da responsabili di attività lavorative interne.
La rivista, raccomanda la direttrice, non va sfogliata, ma sgusciata come tentano di fare ogni giorno loro a loro stesse che scrivono. Essa vanta una storia lunga quasi otto anni e ha già conosciuto la penna di diverse detenute. Valentina è tra queste. La "giornalista" in erba racconta le sue prigioni e lo fa puntando i riflettori sulle condizioni di statico silenzio cui versano gli istituti di pena italiani in tempo di pandemia: "Sono stata arrestata per la seconda volta il 19 giugno 2020.
A San Vittore ci sono entrata in piena emergenza Covid. Dentro di me c'era un caos incredibile: l'isolamento, le persone che non potevano avvicinarsi al mio blindo, la poca comunicazione. È stato davvero faticoso non avere un appoggio iniziale, stare sola in cella quasi come una persona infetta, e non poter fare una doccia per giorni". A distanza di qualche mese la situazione non è cambiata. Anzi, per quanto le carceri italiane siano effettivamente alle prese con l'endemico sovraffollamento dei detenuti nelle celle, al loro interno predomina una sempre più ampia e tenebrosa voragine di solitudine spalancata sul nulla.
A testimoniarlo è la storia di Valentina: "Le misure in vigore non permettono che nessuno, neppure per gentilezza, possa offrirti una sigaretta, pena il rapporto disciplinare. Provo una sensazione assurda, di solitudine indescrivibile. Mi sento persa, abbandonata e spaesata, perché il carcere fa paura". A disarcionare la porta di sicurezza sono anche le parole di Martina, abitante del Raggio femminile di San Vittore. La galeotta piange i suoi amati dal 21 gennaio scorso: "Dissi a mia mamma: non ti allarmare, ma penso che fra poco chiuderanno i colloqui. Non mi sbagliavo, quello fu l'ultimo incontro pre-pandemia. Mai avrei pensato che il mondo, da quel momento, sarebbe profondamente cambiato".
L'annus horribilis ha lasciato un'impronta maledettamente indelebile anche nella vita di Stefania che, tra le pagine chiare e le pagine scure dell'inconsueto giornale, ha scelto di dipingervi quegli sciagurati istanti in cui quel gruppo di reclusi di San Vittore, al fine di protestare le misure preventive resesi necessarie a causa del Coronavirus, diede la struttura in pasto alle fiamme: "Era il 9 marzo 2020. Sembrava un giorno come un altro, anche se ovviamente l'aria era pesante. Verso le 10, mentre stavo facendo le pulizie durante la pausa dello spazio agenti, mi è stato detto che dovevo rientrare di corsa al Femminile. Il carcere stava attivando tutte le procedure d'emergenza, facendo uscire i civili e impedendo nuovi ingressi".
Che cosa stava succedendo? "Chiedevo spiegazioni ma nessuno rispondeva. Solo guardano il tiggì ho capito che al Maschile era in atto una rivolta". La redattrice-detenuta ora teme che le bieche azione degli accusati possano infangare ancor più il "buon" nome della galera: "Le carceri sono sempre state viste come una sorta di fabbrica del male, chi ne esce è in un certo senso bollato, adesso dopo questi fatti la visione della gente sarà di sicuro peggiorata".
La rabbia di Stefania è un grido che parla al nostro presente: "Sono stati scritti articoli e articoli, ma per quale ragione neppure una riga su chi come noi ha fatto ricorso alla violenza? Allora mi domando e dico: chi sconta una pena, perché deve essere punito per qualcosa che non ha fatto, ma che ha semplicemente subito?".
Con uno sguardo orizzontale, paritario e mai giudicante, ad accogliere le "urla" del popolo femminile di San Vittore è Renata Discacciati, anima fondatrice del laboratorio di scrittura in auge: "Parliamo di una minuscola ma feroce impresa, in grado di liberare ciascuno dai cassetti in cui è rinchiuso". Non a caso il certamen del Lab firmato "Saint-Victor" è per aspera ad astra. "Non so quando potremo ancora ricominciare le lezioni settimanali interne la casa circondariale, ma il fatto che tutte le redattrici abbiano voglia lo stesso di lavorare da sole mi ha scaldato il cuore e mi ha confermato quanto, a volte, io mi senta più a mio agio con loro che con le persone del mio mondo" conclude la punta di diamante della redazione più sconosciuta di Milano.
di Marta Occhipinti
La Repubblica, 28 gennaio 2021
Palermo bruciava come un alambicco sul fuoco. Agosto, 1982. Traversa di via Castelforte, quartiere Pallavicino: dentro una macchina un uomo sta accasciato in una pozza di sangue. Si sentono solo le urla della moglie, nel buio di una via silenziosa. La vittima è Vincenzo Spinelli, ex grossista di corredi di 46 anni, proprietario del raffinato "ValTiz" di via Valderice, oggi via Spinelli.
Non è facile fare l'imprenditore a Palermo. Di pizzo non si parlava ancora ma la mappa del potere mafioso della città sviscerata dal "Rapporto 162" parlava già chiaro: chi si ribella, muore. "Non tutti poi cercano la mediazione e Spinelli è uno di questi", confesserà il boss Francesco Di Carlo, che con Spinelli prendeva il caffè ogni giorno nello stesso bar. Non erano bastate le rapine negli anni precedenti per quel negoziante ribelle, Spinelli aveva denunciato anche un pezzo da novanta della malavita, il nipote di Pino Savoca, uomo d'onore di Brancaccio. Il clan Riccobono di Pallavicino mise a posto così il commerciante che disse no al pizzo.
La stessa lezione la impartì due mesi prima a Vincenzo Enea, imprenditore edile di Isola delle Femmine che non volle trasformarsi in garzone della mafia. "Killer per un costruttore", titolò L'Ora l'8 giugno del 1982 con una foto orribile di Vincenzo riverso davanti al cancello del " Center Bungalow", il modesto villaggio di casette prefabbricate realizzato con poca spesa sugli scogli di Isola delle Femmine: chiuso d'inverno ospitava gratuitamente famiglie di extracomunitari.
Storie di uomini scomodi, come avrebbe insegnato nove anni dopo Libero Grassi, e di papà coraggiosi come Carmelo Iannì, ucciso due anni prima all'hotel Riva Smeralda. La sua colpa? Avere dato una mano ai poliziotti che utilizzarono l'albergo di cui era titolare per infiltrarsi e seguire i movimenti del perito chimico marsigliese, e noto trafficante, Andrè Bousquet ingaggiato da Cosa nostra per insegnare ai picciotti palermitani la raffinazione della droga. Il suo omicidio fu ordinato dal carcere, la sua morte fu una delle prime "esemplari" di Cosa Nostra.
"La mafia è un po' come un cane che dorme, se non lo importuni ti lascia tranquillo e non ti fa male". Eppure di uomini e di donne che la importunarono ce ne sono stati tanti; come Carmelo Iannì ci furono Ferdinando Domè e Salvatore Zangara, uomini buoni uccisi "per sbaglio", "danni collaterali" che come un effetto domino lacerano di colpo le esistenze di affetti e famiglie.
Ricorda dieci storie tra oltre mille di vittime di mafia, Alessandro Chiolo, insegnante prestato alla scrittura, che dopo aver esaminato le vicende della Squadra mobile dalla morte di Boris Giuliano al maxiprocesso, continua la sua opera di ricostruzione di biografie dimenticate nel libro "Dietro ogni lapide. Morti per mafia, vivi per amore" (Navarra).
È un'antologia-ponte tra vivi e morti, tra memorie lucide e carte giudiziarie sotterrate: "Libri come questo chiudono un'epoca e ne avviano un'altra. Chiudono il capitolo di una storia fin troppo inflazionata, votata alla retorica e cominciano a scriverne un altro", scrive il giornalista Piero Melati nella sua prefazione alla raccolta.
Riavvia tante storie Chiolo e ricordandole ne fa Storia collettiva: l'effetto è un amaro sorriso. La memoria è più forte della morte, perché è presenza. Insegna questo il racconto- intervista di Chiara Frazzetto, figlia del primo imprenditore a ribellarsi al pizzo a Niscemi, Salvatore Frazzetto, detto Totò, ucciso nel suo negozio, "Papillon", insieme al figlio Mimmo, il 16 ottobre del 1996. Cinque mesi dopo, la moglie Agata si impicca per il dolore. Certi dolori "sono condanne all'ergastolo", il tempo fa il suo lavoro come il mare che leviga le pietre, la giustizia accelera la maturazione della perdita, anche quando a questa non c'è spiegazione: è il caso di Giuseppe D'Angelo, 'u patri ri puvirieddi, freddato da dodici colpi di pistola per uno scambio di persona col boss di Tommaso Natale, Bartolomeo Spatola. Chiolo racconta di vittime relegate in serie B, e sceglie il modo più autentico per farlo: attraverso le voci dei loro parenti, racconti in prima persona, interviste dai lunghi silenzi che gettano parole nuove nel racconto sulla mafia. Il risultato è un inedito memoriale di "eroi normali" che hanno amato così tanto da vivere anche dopo la morte.
di Giulia Merlo
Il Domani, 28 gennaio 2021
Nel libro "Il sistema", l'ex presidente dell'Anm accusa il magistrato antimafia di aver orchestrato la sua caduta. Il meccanismo gli si sarebbe ritorto contro, nel momento in cui ha provato a scegliere il suo successore. Tutto inizia e finisce con la procura di Roma: l'ufficio più importante d'Italia, che nella gerarchia politico-giudiziaria equivale a due ministeri. Qui inizia il caso Palamara, scoperto con le intercettazioni dell'Hotel Champagne, in cui il magistrato insieme a Luca Lotti, Cosimo Ferri e due membri del Consiglio superiore della magistratura si accorda per il successore a capo della procura. Secondo Palamara, invece, la storia inizierebbe nel marzo 2012, con la nomina a procuratore capo della capitale di Giuseppe Pignatone.
"Se vogliamo usare la parola tradimento, possiamo farlo", ha detto Luca Palamara durante la presentazione del libro-intervista Il sistema, scritto da Alessandro Sallusti e primo tassello della difesa pubblica dell'ex magistrato. Radiato dalla magistratura e imputato per corruzione dalla procura di Perugia, per Palamara il tradimento sarebbe quello compiuto da Pignatone ai suoi danni.
Il libro-intervista ha già ricevuto numerose smentite e annunci di querela: il primo è stato l'ex procuratore aggiunto di Roma, Giuseppe Cascini, che ha detto che è "tutto inventato". Se il libro se fosse un romanzo, Pignatone sarebbe l'amico che si trasforma in regista che ordisce la caduta di Palamara.
Nato a Caltanissetta nel 1949 e figlio di un deputato democristiano, Giuseppe Pignatone diventa magistrato e nel 1977 viene nominato sostituto procuratore a Palermo. Negli anni si ritaglia spazio come uno dei più stretti collaboratori del procuratore capo Pietro Giammanco, in forte antagonismo e contrasto con Giovanni Falcone.
È il periodo dei veleni nel palazzo di giustizia di Palermo: Falcone annota nei suoi diari del progressivo ostracismo che sta subendo anche da parte dei colleghi, che lo costringono a lasciare il capoluogo siciliano. Proprio questa scelta di campo avrebbe segnato la carriera di Pignatone.
Dopo la strage di Capaci viene costretto ai margini e, nonostante i suoi quasi trent'anni di servizio in quella procura e i successi professionali, la sua nomina a procuratore capo nel 2006 sarebbe stata impedita dai colleghi siciliani. Inizia così il suo "esilio" a Reggio Calabria, dove esporta il sistema di indagine applicato a Palermo: qui ottiene visibilità nazionale dopo alcune indagini contro la 'ndrangheta che lo rendono vittima di intimidazioni e minacce. La più nota, nel 2010, è il ritrovamento di un bazooka "indirizzato" a lui davanti alla sede della procura di Reggio Calabria.
"Lo conosco nel 2011, quando come presidente Anm intensifico la mia presenza a Reggio Calabria", racconta Palamara a Sallusti, "e Pignatone, ben conoscendo il mio ruolo nella politica associativa, inizia a parlarmi delle sue ambizioni future".
Palamara sostiene di essere l'orchestratore della nomina di Pignatone a capo della procura di Roma nel 2012. L'avversario da sconfiggere è Giancarlo Capaldo, il braccio destro del procuratore capo uscente Giovanni Ferrara, che però viene messo fuori dai giochi a causa di una fuga di notizie su una sua cena con un indagato nell'inchiesta Finmeccanica.
Pignatone viene nominato all'unanimità procuratore capo e nel libro Palamara rivendica di aver utilizzato di nuovo la sua influenza di "signore delle tessere" per muovere le pedine sulla scacchiera e accontentare Pignatone, che gli avrebbe caldeggiato il trasferimento a Roma dei suoi stretti collaboratori: il magistrato Michele Prestipino e alcuni ufficiali della polizia giudiziaria.
"Lo aiuto a circondarsi di investigatori di sua scelta - qualcuno dirà che si era fatto una polizia privata - ma soprattutto mi impegno a portargli a Roma come vice il suo braccio destro di sempre, il procuratore aggiunto Michele Prestipino, che era rimasto a Reggio Calabria a fare la guardia all'ufficio. Con lui Pignatone - fu una sua confidenza - avrebbe voluto cambiare l'agenda della procura di Roma, sterzare su grosse indagini contro la criminalità organizzata mafiosa, come aveva fatto a Palermo prima e a Reggio Calabria poi", dice ancora Palamara. Il racconto trascritto da Sallusti è quello di un Palamara che si presterebbe a esercitare il ruolo di braccio esecutivo di Pignatone, assecondandone le richieste attraverso la sua rete correntizia. A questo punto arriva il tradimento: all'indomani del successo di Palamara nella nomina di Riccardo Fuzio a procuratore generale della Cassazione, Pignatone gli avrebbe comunicato che "con la Guardia di finanza abbiamo fatto degli accertamenti su un albergo e risulta che una notte tu hai dormito lì con una donna che non è tua moglie" e ancora "stiamo indagando sul tuo amico Fabrizio Centofanti e c'è il sospetto che lui abbia sostenuto le tue spese".
L'indagine è quella sull'imprenditore Centofanti, amico comune anche di Pignatone ma che il procuratore capo farà arrestare nel 2018 per corruzione. Per riassumerla con le parole di Palamara: "Nel giorno del mio massimo successo, il "Sistema", con la faccia gentile di Pignatone, mi annuncia che sono arrivato al capolinea".
"L'equivoco di fondo"
Ecco dunque che si invertono le posizioni. Pignatone, da maestro e "pezzo pregiato" del sistema, diventerebbe artefice con la sua inchiesta della caduta del padrone delle tessere. Passano quasi due anni tra la conversazione con Pignatone raccontata da Palamara e la successiva fuga di notizie e pubblicazione delle intercettazioni dal cellulare di Palamara.
Due anni che Palamara vive con la spada di Damocle di una inchiesta che potrebbe distruggerne la credibilità ma che non gli impediscono di giocare due partite fondamentali: la nomina di David Ermini alla vicepresidenza del Csm e soprattutto la successione alla procura di Roma di cui si discute all'Hotel Champagne. "Da un certo punto in poi il rapporto con Pignatone non ha più funzionato per un equivoco di fondo", ha raccontato Palamara alla presentazione del libro. L'equivoco avrebbe riguardato proprio la successione dopo il pensionamento di Pignatone.
Le intercettazioni dell'hotel Champagne pubblicate indebitamente scoperchiano il vaso di Pandora del "mercato delle nomine", facendo saltare la nomina ormai quasi fatta di Marcello Viola. L'allusione è chiara: Palamara salta nel momento in cui scavalca Pignatone nella scelta del suo successore. Pignatone vorrebbe che il nuovo procuratore agisca in continuità e il nome sarebbe quello del suo braccio destro, Michele Prestipino (che nel 2020 diventa effettivamente procuratore capo).
Palamara, invece, vorrebbe giocare da solo la partita e nominare un nuovo procuratore capo più controllabile, perché scelto con la logica spartitoria che lui governa. Un procuratore capo che avrebbe per le mani anche l'inchiesta su Centofanti, in cui Palamara risultava implicato.
Così emerge il disegno che Palamara oggi usa per difendersi: il "sistema" si sarebbe attivato contro di lui, che fino ad allora era stato più strumento che burattinaio, quando si mette in testa di determinare le sorti della procura più importante d'Italia contro il volere di chi fino ad allora la aveva retta.
di Alessandro Parrotta
Il Dubbio, 28 gennaio 2021
Con la sentenza del 18 novembre 2020, n. 278, la Corte Costituzionale ha ritenuto infondate le questioni di illegittimità costituzionale sollevate a più battute in ordine alla sospensione dei termini di prescrizione così come disposta dall'art. 83, comma 4, del Decreto Legge n. 18 del 2020. Nelle sue intenzioni il decreto, volendo far fronte alla crisi pandemica in atto, ha deciso di congelare tutte le attività del settore Giustizia, disponendo la sospensione dei processi dal 9 marzo us all' 11 maggio del 2020.
L'effetto freezer andava applicandosi, ancorché in forza di una legge intervenuta a posteriori, anche a fatti antecedenti la data di entrata in vigore del decreto, con un evidente vulnus del principio di legalità penale. In particolare, la pronuncia nel respingere le censure elevate, ammette la sospensione in utilizzando quale "Cavallo di Troia" l'art. 159 c. p. p., per il quale "il corso della prescrizione" rimane sospeso "ogni qualvolta la sospensione del procedimento o del processo penale sia imposta da una particolare disposizione di legge". Secondo la Consulta, infatti, l'art. 159 c. p. p. consentirebbe al Dpcm 18/ 2020 e 23/ 2020 di eludere il principio di legalità, rectius rispettarlo, perché giustificato dal comma 1 del summenzionato articolo. Si legge infatti nella sentenza che l'art. 159 c. p. p. "rispetta il principio di legalità di cui all'art. 25, secondo comma, Cost., avendo un contenuto sufficientemente preciso e determinato, aperto all'integrazione di altre più specifiche disposizioni di legge, le quali devono comunque rispettare - come si dirà infra al punto 14 - il principio della ragionevole durata del processo (art. 111, secondo comma, Cost.) e quello di ragionevolezza e proporzionalità (art. 3, primo comma, Cost.)".
Ed è in questo frangente che entra in campo la ragionevole durata del processo che non verrebbe minacciata da una semplice sospensione di pochi mesi. Parimenti rispettato il principio di ragionevolezza, dal momento che la norma interverrebbe per far fronte ad una situazione emergenziale del tutto imprevedibile, singolare e per certi versi traumaticamente ingravescente, che pone in risalto la tutela di un interesse altrettanto meritevole di protezione: la salvaguardia della salute pubblica. Infine il provvedimento è stato giudicato proporzionale - ai sensi dell'art. 3 Cost. - in quanto il congelamento di tutti i termini procedimentali comporta un equilibrio di tutti gli interessi in gioco. Infatti la stasi procedimentale è valida per tutte quante le parti del procedimento: "la pubblica accusa, la persona offesa costituita parte civile e l'imputato. Come l'azione penale e la pretesa risarcitoria hanno un temporaneo arresto, così anche, per preservare l'equilibrio della tutela dei valori in gioco, è sospeso il termine di prescrizione del reato per l'indagato o l'imputato".
Tuttavia in merito a quest'ultimo aspetto va sottolineato che, se da un lato è vero come, almeno proceduralmente, è rispettato l'equilibrio e parità delle parti, non è altrettanto vero che simile bilanciamento intervenga in toto anche dal lato più propriamente sostanziale. La Corte Costituzionale, infatti, omette di evidenziare che il tempo nel quale l'imputato è costretto a trovararsi in virtù della sua condizione, viene inevitabilmente prolungato per scelte, sì condivisibili, ma non giustificabili, dal punto di vista giuridico- sostanziale. La Consulta, insomma, nel rilevare la sussistenza del criterio di "proporzionalità", non si pone nell'ottica di chi vede il giorno del proprio giudizio sempre più lontano. La criticità era già stata sollevata da chi scrive allorquando si parlò del venir meno dell'istituto della prescrizione con l'effetto a catena del "fine processo mai".
Vi è di più. Ad un occhio allenato non può sfuggire che tale sentenza risulta confliggente con le stesse pronunce della Corte, in particolare con la cd. sentenza "Taricco", allorquando la Consulta affermava con forza che la prescrizione, quale principio di carattere sia procedurale, ma soprattutto sostanziale, non può soffrire eccezioni. Un Giano Bifronte che guarda al passato ed al futuro quindi? La prescrizione, in allora, veniva incasellata tra tutta una serie di garanzie, tra cui la tassatività, irretroattività, garanzie che oggi parrebbero venir meno. Ne consegue che, l'art. 159 c. p. p., pur essendo stato ritenuto idoneo ad aprire le porte del sistema nei suddetti termini, non è di per sé solo sufficiente, essendo stato il decreto valutato, in subordine, alla luce di ulteriori principi. D'altra parte, è corretto evidenziarlo, il precedente sì creato ha di fatto scalfito quello che fino alla sentenza "Taricco" era uno dei supremi principi dell'ordinamento, ponendo in luce la verità che, ogni principio, anche quelli più elevati nella gerarchia costituzionale, possono venire meno avanti a situazioni di necessità. La pandemia, insomma, ha cancellato la certezza che principi immutabili siano tali, ponendo in luce l'evidenza che anche i presidi più inscalfibili possono essere declassati qualora ve ne siano altri - come la tutela della salute collettiva - sottoposti a rischio.
L'esigenza di tutelare il bene primario della salute costringe a realizzare un ragionevole bilanciamento tra diritti fondamentali, nessuno dei quali può essere assoluto e inderogabile. Evidente appare il piegarsi del dogma ad esigenze di carattere pragmatico, mettendo a rischio quell'immutabilità di cui la Costituzione da sempre gode, o dovrebbe godere, quale tutela dei diritti di tutti. Ammettere infatti una flessibilizzazione della Carta costituzionale per renderla più accomodante alle esigenze della realtà storica, se da un lato comporta una più agevole capacità di affrontare le emergenze, dall'altra rende il testo costituzionale meno forte a mantenere il ruolo per cui è stato creato che è la tutela dei diritti fondamentali, soprattutto in stagioni di emergenza.
A parere di chi scrive, la Consulta pur entrando nettamente in conflitto con il principio di legalità ex art. 25 Cost. e creando per certi versi il precedente di retroattività della legge penale, non apporta eccessivi cambiamenti interni al sistema: è pacifico ritenere che la Consulta sia perfettamente consapevole delle motivazioni e della loro portata e, anzi, è assolutamente probabile la Corte sia solamente mossa da ragioni di estrema necessità, quale la battaglia al Covid- 19 che porta, con lo sforzo di tutti, una tutela rafforzata a salvaguardia degli interessi di salute del Paese.
di Eraldo Affinati
Il Riformista, 28 gennaio 2021
Il ritorno della lebbra antisemita è sotto ai nostri occhi con la recrudescenza del razzismo neonazista. I testimoni diretti dell'orrore sono sempre meno: loro avevano legittimità di parola, noi dovremo conquistarla. E intervenire qui e ora di fronte all'oltraggio e all'infamia.
Per gentile concessione dell'autore e del Quirinale, pubblichiamo qui di seguito il discorso che Eraldo Affinati ha pronunciato ieri alla presenza del presidente Mattarella in occasione del Giorno della Memoria.
Signor Presidente della Repubblica, autorità politiche, il Giorno della Memoria in ricordo della Shoah è stato istituito in Italia nel 2001, grazie a una legge dell'anno precedente, quindi prima della risoluzione presa dall'Assemblea delle Nazioni Unite, che è del 2005, e questo ho sempre pensato facesse onore al nostro Paese che, come tutti sappiamo, non può chiamarsi fuori rispetto allo "sterminio industriale e amministrativo" (è un'espressione del filosofo Theodor Adorno) di milioni di persone avvenuto alla metà del Novecento nel cuore dell'Europa civilizzata, visto il nostro diretto coinvolgimento nella sciagurata alleanza con il regime nazista che determinò l'emanazione delle leggi razziali nel 1938, quando, per fare un solo esempio, tanti bambini furono costretti ad abbandonare le loro aule da un giorno all'altro solo perché erano ebrei. Ricorderò sempre l'emozione che Piero Terracina, uno degli ultimi testimoni, di cui sono stato amico, scomparso poco più di un anno fa, suscitò nei miei studenti alla Città dei Ragazzi di Roma, quando lo accompagnai di fronte a loro a raccontare la sua storia, dal momento della forzata interruzione scolastica, alla vera e propria deportazione, fino alla terribile esperienza del lager.
In questi venti anni dalla prima edizione del Giorno della Memoria dobbiamo ammettere che la consapevolezza dei giovani al riguardo è indubbiamente cresciuta, anche grazie all'opera di tanti insegnanti impegnati a far conoscere ai loro studenti le atrocità degli eventi accaduti. Eppure il ritorno della lebbra antisemita e negazionista è sotto ai nostri occhi con la dolorosa recrudescenza del razzismo neofascista e neonazista spesso amplificato dalla dimensione digitale dove l'offesa e l'insulto, anche per un deficit legislativo che dovremmo superare, sembrano affrancati dall'obbligo del risarcimento. È vero: ogni generazione ricomincia da capo e noi adulti, qui parlo come educatore, non dovremmo mai dare niente per scontato. Soprattutto adesso che i protagonisti diretti sono sempre di meno e noi, venuti dopo, siamo chiamati a raccoglierne il testimone. Ma loro avevano la legittimità per parlare. Noi dovremo conquistarcela. Come possiamo fare?
Ci sono due modi: studiare le fonti e guidare i nostri ragazzi alla perlustrazione dei luoghi dove avvennero i massacri: Auschwitz, Birkenau, Mathausen, Bergen Belsen, Sobibor, Treblinka, questi sono "terreni sacri", come li definì Günther Anders, avvicinabili solo attraverso categorie demoniache, certo, ma anche Fossoli, la risiera di San Sabba, il campo di transito di Bolzano, il carcere di Via Tasso, le Fosse Ardeatine.
Soprattutto dovremmo capire che la Shoah si può ripresentare in forme nuove, diverse dal passato, ma non meno efferate. Per la prima volta, nella storia dell'umanità, si è ucciso a catena, come si costruiscono le automobili, è un'immagine evocata da Zygmunt Bauman in un libro intitolato Modernità ed Olocausto. Milioni di persone, ebrei, oppositori politici, cosiddetti asociali, omosessuali, senza dimenticare il popolo rom, vennero gassate e bruciate nei forni crematori all'interno dei campi di concentramento sparsi in tutta Europa.
Ma lo sterminio era cominciato già molto prima in Germania con l'eliminazione dei malati mentali mediante iniezioni letali: la famosa operazione T4. La ferocia nazista si mostrò poi con le "eliminazioni caotiche", come le chiama Léon Poliakov, oppure le "operazioni mobili di massacro", secondo l'espressione di Raul Hilberg. I reggimenti speciali si spostavano in piccoli drappelli sulla linea del fronte russo, entrando nelle città conquistate dai nazisti insieme alle avanguardie della Wehrmacht. Mitragliarono a sangue freddo migliaia di ebrei davanti a enormi buche. Del resto, i rastrellamenti dei ghetti polacchi implicavano la fucilazione sul posto di vecchi, donne e bambini. Naturalmente sapevamo che gli individui della nostra specie possono commettere i delitti più atroci, ma la Shoah ha rivelato la parte terrificante dell'essere umano.
Le selezioni avvenivano sin dal primo arrivo dei deportati sulle banchine ferroviarie e potevano causare la loro morte immediata: il medico nazista si metteva al centro e con un cenno della mano divideva la fila, fra donne e uomini, bambini e adulti, sani e malati. Da una parte si andava al campo, dall'altra al gas. Nel lager tutto era orribilmente organizzato. C'erano le SS, demoni inaccessibili e solenni agli occhi dei reclusi, c'erano i capi-blocco, prigionieri eletti a dittatori assoluti, c'erano i Sonderkommando, ai quali veniva affidata la gestione dei crematori. Il capo-baracca, famigerato Kapò, aveva un potere illimitato sui prigionieri. Controllava i pasti, verificava l'appello, eseguiva le punizioni corporali.
I grandi scrittori dell'universo concentrazionario sono diventati punti di riferimento assoluto, non soltanto per chi, come me, è nipote di un partigiano fucilato dai nazisti e figlio di una donna riuscita a fuggire dal convoglio maledetto, anche per ogni essere umano: da Primo Levi a Robert Antelme, da Jean Améry a Tadeusz Borowski, da Margaret Buber-Neumann a Etty Hillesum, da David Rousset a Jorge Semprun, da Eli Wiesel a Ruth Kluger.
Grazie a loro abbiamo decifrato i numeri tatuati sulla pelle, le schedature, la fame, le mutilazioni permanenti, la tortura sistematica, gli appelli, le impiccagioni. Sono stati questi straordinari salvati, per usare l'immagine coniata da Primo Levi nel suo libro testamento, a farci comprendere il gorgo dove sprofondarono i sommersi.
Senza di loro non avremmo memoria dei pezzi di pane nero, le brodaglie, i calci, le bastonate, le fustigazioni, gli assiderati, i lavori forzati, i cani addestrati ad azzannare i prigionieri, i famigerati esperimenti genetici sui gemelli del dottor Mengele... "Il cupo mistero di quanto accadde in Europa non è per me separabile dalla mia stessa identità", scrisse George Steiner. Oggi, 76 anni dopo, noi siamo come i giovani soldati russi a cavallo che, alla fine del gennaio 1945, per primi avanzarono fra i reticolati. Continuiamo a procedere guardinghi, oppressi da quello che Primo Levi in La tregua definì "un confuso ritegno". I carnefici non erano soltanto sadici, altrimenti sarebbe più facile liquidarli oggi. Si trattava, come ci ha spiegato Christopher Browning, di persone ordinarie che aprirono e chiusero una parentesi nella loro vita.
Questo ci obbliga a riconsiderare le nostre esistenze. Ricordiamo sempre l'espressione, "banalità del male", divenuta proverbiale, usata da Hannah Arendt per definire l'azione dell'oscuro burocrate Adolf Eichmann.
Dietrich Bonhoeffer, teologo antinazista fatto impiccare da Adolf Hitler nel lager di Flossenburg poco prima della fine della Seconda guerra mondiale, aveva sperato che le generazioni future potessero imparare dalla tragedia del totalitarismo. Così purtroppo non è avvenuto.
Alcune sue parole preziose dovrebbero essere al centro di ogni patto educativo: "Per noi il pensiero era molte volte il lusso dello spettatore", disse, "per voi sarà completamente al servizio del fare". Si tratta, ancora oggi, di un compito ineludibile.
Dovremmo intervenire appena vediamo l'oltraggio dei principi democratici in cui crediamo. Non basta eseguire il mansionario. Bisogna assumere la responsabilità dei contesti in cui operiamo. Adesso, qui ed ora. Nella vita privata e pubblica. Non chissà quando e dove. In tale prospettiva Auschwitz non è solo alle nostre spalle. È anche, sempre più, davanti a noi.
di Bruno Ruffilli
La Stampa, 28 gennaio 2021
"Dicano quanti e quali profili aveva la bambina morta a Palermo e chiariscano come funzionano le verifiche per l'età di iscrizione". Presto l'indagine dell'autorità sarà estesa anche ad altri social
Minori e privacy, dopo TikTok il Garante apre un fascicolo anche su Facebook e Instagram.
Si allarga l'intervento del Garante per la protezione dei dati personali a tutela dei minori sui social dopo il caso della bambina di Palermo e il blocco imposto a Tik Tok. L'Autorità ha aperto ieri un fascicolo su Facebook e Instagram. Nei giorni scorsi alcuni articoli di stampa hanno riportato la notizia che la minore avrebbe diversi profili aperti sui due social network. L'Autorità ha dunque chiesto a Facebook, che controlla anche Instagram, di fornire una serie di informazioni, a partire da quanti e quali profili avesse la minore e, qualora questa circostanza venisse confermata, su come sia stato possibile, per una minore di 10 anni, iscriversi alle due piattaforme.
Ma ha chiesto soprattutto di fornire precise indicazioni sulle modalità di iscrizione ai due social e sulle verifiche dell'età dell'utente adottate per controllare il rispetto dell'età minima di iscrizione. Facebook dovrà dare riscontro al Garante entro 15 giorni. La verifica dell'Autorità sarà estesa anche agli altri social, in particolare riguardo alle modalità di accesso alle piattaforme da parte dei minori. Intanto un portavoce di TikTok ha dichiarato: "Abbiamo comunicato al Garante delle linee d'azione in risposta alle preoccupazioni sollevate, che prendiamo con la massima serietà. In TikTok la sicurezza della nostra community - in particolare degli utenti più giovani - è la nostra priorità. Mettiamo a disposizione degli adolescenti e delle loro famiglie solidi controlli di sicurezza e risorse sulla nostra piattaforma e aggiorniamo regolarmente le nostre policy e misure di protezione come parte del nostro continuo impegno nei confronti della nostra community".
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