di Maddalena Berbenni
Corriere della Sera, 29 gennaio 2021
Dalle messe alla prova ai lavori di pubblica utilità: arriva il vademecum per le associazioni. La guida del Centro di servizio per il volontariato di Bergamo dà consigli alle associazioni che accolgono autori di reato, facendoli lavorare per estinguere pene o reati. È un tema su cui chi lavora attorno al mondo della giustizia insiste, e insiste: l'efficacia delle pene alternative al carcere, in primo luogo per abbattere la recidiva.
Per scontare una pena non esiste solo la detenzione: negli ultimi anni anche sul territorio della provincia di Bergamo abbiamo assistito ad una crescita del ricorso a misure alternative al carcere. Misure che spesso si traducono in esperienze di volontariato, riconosciute come riabilitative e allo stesso tempo educative e di inserimento nella comunità. Di conseguenza è cresciuta anche la ricerca di enti ed associazioni disponibili ad accogliere le persone sottoposte a provvedimenti di natura giudiziaria per un periodo più o meno lungo, affinché possano portare a termine il proprio percorso riparativo.
Il CSV di Bergamo, attraverso i progetti Pit Stop e Gioco di squadra 2 con capofila il Comune di Bergamo, ha mappato sul territorio della provincia 484 enti che tra il 2014 e il 2020 hanno accolto autori di reato. Tra questi il 30% sono Comuni, il 27% associazioni e il 23% parrocchie. Presenti in forma minore anche le cooperative sociali (12%), le strutture sanitarie residenziali (5%), le scuole (2%) e altri soggetti (1%). I soggetti ospitanti sono equamente distribuiti all'interno dei diversi Ambiti territoriali, con una presenza più marcata nell'Ambito di Bergamo (16%) e un picco più basso nell'Ambito di Dalmine (7%).
In sei anni 452 delle realtà mappate hanno accolto persone in messa alla prova, altre 149 hanno ospitato lavori di pubblica utilità come conversione pena e 17 hanno inserito al proprio interno persone per l'affidamento in prova al servizio sociale.
Sono numeri che danno la misura di come il ricorso a questi istituti giuridici sia sempre più diffuso e che chiedono ad associazioni ed enti di essere pronti ad accogliere sia adulti che minori in situazioni di fragilità, che si avvicinano al volontariato non per scelta ma per "obbligo". Un richiamo che porta il volontariato a riscoprire la propria vocazione originaria di soggetto che promuove inclusione sociale e riconoscimento della dignità di ogni uomo. un volontariato che deve però essere capace di accogliere queste persone e di gestire il loro inserimento con cautela e competenza, rispettando norme, procedure, dispositivi.
Per aiutare associazioni ed enti ad accogliere gli autori di reato, Csv ha quindi realizzato una "Guida pratica per l'accoglienza degli autori di reato": un vademecum composto da diverse schede ognuna delle quali dedicata ad una specifica misura alternativa alla detenzione. La guida contiene una descrizione semplice e comprensibile dei principali dispositivi incontrati dall'associazionismo e mette a disposizione suggerimenti, strumenti operativi, consigli utili per superare dubbi e difficoltà.
La "Guida pratica per l'accoglienza degli autori di reato" verrà presentata giovedì 28 gennaio 2021 alle ore 17.00 online sulla piattaforma Zoom. Durante l'incontro interverranno: Oscar Bianchi, presidente CSV Bergamo; Marcella Messina, assessore ai Servizi Sociali del Comune di Bergamo e presidente dell'Assemblea dei Sindaci; Lucia Manenti, direttrice Ulepe (Ufficio Locale Esecuzione Penale Esterna); Valentina Vielmi, agente di rete penale minorile Ambito di Bergamo.
Corriere di Bologna, 29 gennaio 2021
Un album di famiglia, con i protagonisti degli scatti che sono tutti detenuti-attori nel carcere di Ferrara. Per dieci giovedì i loro ritratti, intrecciati drammaturgicamente all'Amleto, si avvicenderanno nel corso delle dieci puntate di una webserie sulla pagina Facebook di Teatro Nucleo e del Coordinamento Teatro Carcere Emilia Romagna.
Liberamente ispirata a Amleto e alle sue varie riscritture, da Laforgue a Heiner Muller, la drammaturgia di Album di Famiglia si è andata componendo attraverso uno scambio di suggestioni fornite dai registi di Teatro Nucleo ai detenuti, che le hanno rielaborate in scritture biografiche sull'eredità familiare, sulla colpa e sul perdono. La composizione ha preso ispirazione da Hamlet Machine di Heiner Muller, il cui primo movimento si intitola proprio Album di famigli". Album di famiglia, Ferrara, 11 febbraio alle 18, in streaming sulla pagina Facebook di Teatro Nucleo.
imgpress.it, 29 gennaio 2021
Oggi, 29 gennaio 2021, ore 15.00, si terrà, sulla Piattaforma COA Bari - Gotowebinar, il convegno sul tema di: "Metavalori e Carcere. La mancata giurisdizionalizzazione dell'esecuzione", organizzato in partnership con il Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Bari; la GP4AI Global Professional for Artificial Intelligence e con il Coordinamento scientifico del Prof. Giovanni Neri, Prof.ssa Francesca Iole Garofoli, Avv. Michele Curtotti, Prof. Fabrizio Pompilio, Avv. Claudio Caldarola, Avv. Clemi Tinto, Dott.ssa Annalisa Turi, Avv. Nicola Gargano, Avv. Gabriella Panaro.
ll webinar sarà moderato da Tommaso Forte, giornalista. L'incontro di studio si propone di orientare i riflettori, attraverso la pluralità del sapere giuridico, sul valore della Giurisdizione nell'attuale contesto di emergenza, affinché i Metavalori possano trovare adeguato rispetto nel sistema penale e processuale. Sembra che il "vento di maestrale" continui a soffiare, quando libertà e dignità dell'Uomo sono in antitesi, sull'effettiva condizione penitenziaria.
Peraltro, Il tema del carcere, impone riflessioni sul ruolo della Giurisdizione, non solo nella verifica delle condizioni sanitarie indotte dall'emergenza, ma in maniera più dettagliata, sulle condizioni di vita comune nella restrizione detentiva. Invero, un'attenta valutazione delle tematiche indicate, dovrebbe sollecitare il Legislatore, a occuparsi delle dinamiche di prevenzione all' interno degli istituti penitenziari. Peraltro, si dovrebbe rivalutare l'intero sistema delle misure cautelari de libertate, in ragione del mutato quadro di riferimento dei pericula libertatis e delle presunzioni di pericolosità.
Non appare superfluo evidenziare come le scelte legislative d'emergenza siano connotate da indifferenza verso la regola della non considerazione di colpevolezza poiché, con l'intervenuta sospensione dei termini della custodia per la pandemia, si sono inevitabilmente aggravati tempi e condizioni delle vicende cautelari. Se, si preferisce navigare a vista, si lasciano da parte quelle scelte processuali calibrate su altre misure restrittive non custodiali e, l'idea di un carcere quale extrema ratio, diventa un'inutile finzione.
Insomma, se da un lato la logica sottesa alla normativa d'urgenza si muove su piani slegati e senza progettualità, consegnando al nostro Paese tutte le problematicità esistenti, dall' altro lato, sul fronte del carcere, si impone un confronto leale sui meta-valori e sul ruolo della pena, tra funzione retributiva e dimensione rieducativa.
Viceversa, dovremmo essere pronti ad accettare che la custodia cautelare resti, per sempre, contrassegnata nel suo Dna, come un'anticipazione della colpevolezza e della pena. La partecipazione al Convegno è gratuita e richiede l'scrizione sulla Piattaforrma COA Bari - Gotowebinar (max 500 posti) al seguente link: https://register.gotowebinar.com/register/8564470314972924944.
di Paolo Foschini
Corriere della Sera, 29 gennaio 2021
Purtroppo è solo un caso fra i tanti: senzatetto multati, per importi superiori anche ai 500 euro, per esser stati "sorpresi in strada" durante il lockdown. Questa volta la contravvenzione è stata annullata dalla prefettura di Bologna grazie all'associazione "Avvocato di strada" di Antonio Mumolo e Paola Pizzi.
"Come faceva a restare in casa chi una casa non ce l'aveva? Un'altra multa ingiusta, l'ennesima, è stata annullata e siamo molto felici per il nostro assistito". Antonio Mumolo, Presidente dell'Associazione Avvocato di strada, e l'avvocato Paola Pizzi commentano così la decisione della Prefettura di Bologna che ha accolto la richiesta dell'associazione e ha annullato la multa comminata lo scorso marzo a un uomo senza dimora trovato in strada durante il primo lockdown. "Molte persone - dice ancora Mumolo - in genere minimizzano queste cose: "Una multa a un senzatetto? che problema c'è, tanto non la pagherà mai!". Invece non è assolutamente così. Le multe rimangono, si accumulano. E, se non le si può pagare perché si è nullatenenti, gli importi negli anni si moltiplicano fino a raggiungere cifre considerevoli".
"Il Dpcm del marzo 2020 che stabiliva il lockdown totale e multe e denunce per chi veniva trovato in strada - dice ancora il Presidente - è stato pubblicato in un periodo di gravissima emergenza e le misure rigide erano senz'altro giustificate. Come abbiamo fatto subito notare con una nostra campagna, tuttavia, il Dpcm dimenticava quelle migliaia di persone che in quei mesi erano senza una casa e, per via di tutte le chiusure dei servizi e delle associazioni, prive di qualsiasi supporto".
In effetti le multe ai senzatetto, ancorché paradossali, sono state nel corso del 2020 tantissime. Come quella inflitta il 20 novembre a un signore di Como, conosciutissimo da tutti i residenti del centro da almeno dieci anni come l'angolo di strada ove dormiva, a cui un inflessibile controllore dell'ordine pubblico aveva consegnato un verbale da 400 euro. E ancora a Bologna si era verificato uno degli altri casi di contravvenzioni già annullate grazie all'associazione di Mumolo, il cui importo aveva toccato i 533 euro (e 33 centesimi, per l'esattezza). "Quando erano state decise le sanzioni per chi veniva trovato in strada durante il lockdown - aveva detto Mumolo già in quell'occasione - avevamo denunciato la situazione paradossale in cui si sarebbero trovate le persone senza dimora con la campagna "Io resto a casa. E se una casa non ce l'ho?". Eravamo stati facili profeti".
"Negli ultimi mesi siamo riusciti ad annullare già 4 multe che risalgono al primo lockdown, ma chissà quante sono le persone senza dimora multate in quel periodo che non si sono rivolte a noi e che continueranno a essere gravate da quel debito. Noi - conclude il presidente dell'associazione - continueremo nel nostro lavoro e ci auguriamo che nella malaugurata ipotesi di un nuovo lockdown gli ultimi non vengano dimenticati ancora una volta".
di Valeria Pini
La Repubblica, 29 gennaio 2021
Lutti, crisi e paura all'origine del malessere. I dati emergono dal XXII congresso nazionale della Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologia.
La pandemia non colpisce solo il corpo, ma anche la mente. La paura del contagio e la crisi economica in atto moltiplicano esponenzialmente il disagio psichico. In chi è entrato in contatto con il virus aumenta fino a 5 volte la probabilità di sintomi depressivi e si stima che nei prossimi mesi possano emergere fino a 800 mila nuovi casi di depressione. Una condizione che riguarderà anche i circa 10 mila italiani che hanno perso un proprio caro per colpa del virus, senza contare le almeno 150 mila persone non colpite da SAR-Cov-2 ma che manifesteranno sintomi depressivi a causa della crisi economica e della disoccupazione. È quanto emerge dal XXII congresso nazionale della Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologia, online da oggi al 29 gennaio.
La sindemia - È quello che gli esperti definiscono 'la tempesta perfetta'. Per i suoi effetti sulla salute, le abitudini sociali e l'economia mondiale sta provocando infatti una sindemia: l'epidemia cioè non è soltanto sanitaria, ma ha ripercussioni economiche, emotive e culturali tali da agire come un moltiplicatore senza precedenti del malessere psichico. Un male che non sembra guardare in faccia nessuno e che colpisce sia chi ha avuto il Covid sia chi invece non si è ammalato. Metà delle persone contagiate manifesta disturbi psichiatrici con un'incidenza del 42% di ansia o insonnia, del 28% di disturbo post-traumatico da stress e del 20% di disturbo ossessivo-compulsivo.
Inoltre il 32% di chi è venuto in contatto col virus sviluppa sintomi depressivi, un'incidenza fino a cinque volte più alta rispetto alla popolazione generale. La sindemia da Covid-19 e disagio psichico riguarda anche chi non è stato toccato direttamente dal virus: fra i familiari dei circa 86.000 pazienti deceduti, almeno il 10% andrà incontro a depressione entro un anno. La crisi economica provocata dalla pandemia incrementa a sua volta il disagio mentale in tutta la popolazione: il rischio di depressione raddoppia in chi ha un reddito inferiore ai 15.000 euro all'anno e triplica in chi è disoccupato.
150.000 nuovi casi di depressione - Si stima che saranno almeno 150.000 i nuovi casi di depressione dovuti alla disoccupazione da pandemia, ma la situazione potrebbe perfino peggiorare perché tutte le condizioni di fragilità sanitaria, emotiva, sociale che si stanno creando nel Paese non sommano, ma moltiplicano esponenzialmente le loro conseguenze negative sul benessere psicofisico della popolazione. Ad alto rischio soprattutto donne, giovani e anziani; le prime già più predisposte alla depressione e più toccate dalle ripercussioni sociali e lavorative, i secondi che hanno visto modificarsi la loro vita di relazione e patiscono gli effetti della crisi sull'occupazione, e gli anziani, più fragili di fronte ai contagi e disturbi mentali.
I riti svaniti - "Le condizioni sanitarie, economiche, sociali che si sono create a seguito della pandemia di Covid-19 hanno portato a una vera sindemia: alla malattia connessa all'infezione si è aggiunto un impatto enorme sul benessere psichico di tutta la popolazione, sia di chi è venuto a contatto col virus in maniera diretta, sia di chi non è stato contagiato ma vive sulla sua pelle le conseguenze della crisi in corso - spiega Claudio Mencacci, co-presidente della Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologia e direttore del Dipartimento Neuroscienze e Salute Mentale ASST Fatebenefratelli-Sacco di Milano - In chi è venuto a contatto col virus la probabilità di disagio mentale è più elevata, con un'incidenza di sintomi depressivi che cresce dal 6 al 32%; fino al 10% di chi ha perso un proprio caro per il Covid-19 andrà incontro a un lutto complicato che si protrarrà oltre 12 mesi, anche a causa delle regole di contenimento del contagio che hanno impedito a molti di poter elaborare il dolore, rivedendo un'ultima volta il congiunto per l'estremo saluto".
Un problema che con il tempo sembra aggravarsi. Anche oggi che il vaccino ha riaperto una speranza nelle nostre vite, in molti si rendono comunque conto che il cammino verso la normalità sarà lungo. "Con il prolungarsi dello stato di emergenza e delle restrizioni alla socialità, al lavoro, alla possibilità di programmare un futuro, anche chi non è stato contagiato è sull'orlo di una crisi di nervi: dopo una fase iniziale in cui si è fatto il possibile per resistere e si combatteva soprattutto la paura del virus, ora sono subentrati l'esaurimento, la stanchezza, talvolta la rabbia - spiega "Non solo - aggiunge Matteo Balestrieri, co-presidente della Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologia e professore ordinario di Psichiatria all'Università di Udine -. E ciò che preoccupa è soprattutto l'ondata di malessere mentale indotta dalla crisi economica: le condizioni ambientali e socio-economiche hanno infatti un grosso peso sul benessere psichico della popolazione e la pandemia di Covid-19 sta creando le premesse per il dilagare del disagio".
La disoccupazione - Le stime indicano infatti una perdita del 10% del Pil per il nostro Paese e un forte incremento dell'impoverimento e della disoccupazione, elementi che agiscono letteralmente come moltiplicatori dei disturbi mentali: in Italia la probabilità di ammalarsi di depressione raddoppia fra le persone a basso reddito (<15.000 euro/anno), triplica fra i disoccupati. Oggi i disoccupati sono il 10% della popolazione, ma alcune stime prevedono un incremento fino al 17% per il 2021. "Significa avere 1.800.000 disoccupati in più e un aumento di circa 150.000 casi di depressione soltanto a causa della perdita di lavoro generata dalla crisi economica in corso - prosegue Mencacci -. Oggi inoltre le famiglie che versano in stato di povertà assoluta sono 2,1 milioni, in continuo aumento, mentre un milione di famiglie vive esclusivamente di lavoro non. Il disagio economico innesca il malessere psichico, come certifica anche il notevole incremento delle vendite di psicofarmaci registrato negli ultimi mesi'.
Le donne più fragili - Ad alto rischio sono soprattutto le donne, più predisposte alla depressione e più toccate dalle ripercussioni sociali e lavorative del Covid-19: più degli uomini infatti sono state costrette a lasciare l'impiego, più degli uomini hanno sopportato e stanno sopportando il carico doppio del lavoro e della cura della famiglia durante i lockdown più o meno rigidi che si sono susseguiti nell'ultimo anno. Rischiano tuttavia anche i giovani dai 16 ai 34 anni, che hanno visto modificarsi la loro vita di relazione con la chiusura di scuole superiori e università e patiscono gli effetti della crisi sull'occupazione e la possibilità di entrare nel mondo del lavoro, e gli anziani, più fragili di fronte a contagi e disturbi mentali.
Le terapie - Siamo quindi realmente di fronte a una sindemia di proporzioni senza precedenti, a cui reagire migliorando l'assistenza e le cure dei pazienti. "Al contrario di quanto è accaduto nei primi mesi di pandemia, quando le visite e le prestazioni sanitarie nei Centri di salute mentale si sono ridotte, occorre puntare a rafforzare i servizi ed è indispensabile essere più vicini possibile ai cittadini. A partire dai medici di famiglia, - aggiunge Mencacci - che possono intercettare per primi il disagio inviando poi i pazienti dallo specialista". Un problema in una sanità travolta dal Covid che stenta a trovare spazi adeguati per la sofferenza mentale. "Nel settore della salute mentale esistono terapie che hanno cambiato volto e sono oggi in grado di migliorare enormemente la qualità della vita dei pazienti con disturbi psichici. A patto però - conclude Balestrieri - che i farmaci, se necessari, siano sempre prescritti dal medico specialista, che poi deve gestire le cure assieme al medico di famiglia. Il fai da te, che temiamo sia adottato da molti in un momento difficile come quello attuale, rischia di non risolvere i problemi e di esporre anche a rischi per la salute".
di Francesco Strazzari
Il Manifesto, 29 gennaio 2021
Il nuovo conflitto sociale in Egitto è la prova che crediti sauditi e opere faraoniche non bastano. Il Paese è come mai lacerato e i militari sono accusati di essere solo dei profittatori.
A cinque anni dal brutale assassinio di Giulio Regeni, dopo un anno di carcerazione di Patrick Zaki fra i sessantamila oppositori che languono nelle celle egiziane, cosa abbiamo capito delle speranze che hanno acceso il Mediterraneo e il mondo arabo nell'ultimo decennio?
Il quadro investigativo ricostruito dalla Procura di Roma è tale ormai che anche gli avvoltoi hanno smesso di volteggiare. Le insinuazioni sono evaporate alla luce dei fatti: a nessuno sfugge come parlare di Giulio oggi significhi parlare dei molti che ancora vengono fagocitati dalla repressione. Contrariamente alle aspettative del regime, la memoria di Giulio è più viva che mai: le scritte gialle riappaiono sulle facciate dei palazzi pubblici, e le istituzioni spendono parole senza ambiguità.
E tuttavia nulla si muove sul piano giudiziario. Ormai allo stremo, Patrick Zaki resta crudelmente esposto alla continua, reiterata conferma dei termini di detenzione, seguendo il copione che vuole nell'esibizione del potere di arbitrio la conferma della peggiore deriva autoritaria. Davanti alla richiesta della Procura di Roma e a dispetto delle testimonianze dirette, le autorità egiziane insistono sulla pista del rapimento criminale di Giulio: pur ammettendo che fosse sorvegliato, definiscono 'falso e illogico' che sia mai stato in mano alle polizie.
Eppure non tutto è immobile: poco prima della Festa della Polizia - quel 25 gennaio che coincise con l'inizio della rivoluzione - è giunta dal Cairo la notizia di un rimpasto interno agli apparati di sicurezza. Ad essere spostato è, fra gli altri, quel generale Tarek Saber che compare fra i quattro per cui la Procura romana chiede il processo.
L'opacità dei regimi militari rende impossibile farsi un'idea chiara dei motivi dietro le singole decisioni: è però evidente il fastidio che suscita l'attenzione internazionale, fastidio si nutre della predilezione che la dittatura mostra per quanto le consente di riprodursi - tritacarne della repressione incluso.
La figura di Saber, ad esempio, è associata anche alla decisione di arrestare i tre dirigenti di Egyptian Initiative for Personal Rights (Eipr), di fatto l'ultima realtà di difesa dei diritti umani rimasta, e con cui collaborava Zaki. L'opinione pubblica internazionale e le diplomazie si sono prontamente mobilitate.
È dunque plausibile che l'arresto sia parso un'inutile provocazione anche al Cairo. Nell'information age, il regime è infatti molto sensibile alla propria immagine quale baluardo di fermezza benevolente, che opera nel giusto contro la barbarie terrorista: cerca lusinghe e non tollera l'immagine di sé come golpista, nato con una carneficina e dedito alla repressione incivile. Si rasenta il parossismo: passa un minuto fra la notizia della scarcerazione dei tre dirigenti di EIPR con un 'atto dall'alto', e l'annuncio da parte dell'Eliseo del ricevimento di al-Sisi in pompa magna a Parigi, con tanto di imbarazzante conferimento della Legion d'Onore.
In Egitto è pressoché impossibile usare telecamere: piazza Tahrir oggi non può essere ripresa, ma l'architettura è stravolta, a significare un nuovo inizio. La dittatura ha bisogno delle nostre tv che decantano il nuovo museo archeologico auspicando un ritorno del turismo, e di energy companies nostrane che promuovono l'immagine dell'"Amico Egitto".
All'indomani del ritrovamento del corpo di Giulio, scrivevo con Marina Calculli (il manifesto, 10.2.2016) che avevamo davanti una catena di comando segnata da rivalità, ma che vede la propria sopravvivenza come coesione fondata su un patto di omertà e impunità: in assenza di terzietà, verità e giustizia sarebbero state proporzionali al solo grado di determinazione dell'azione italiana.
Ogni idea ispirata al tradizionale 'cinismo di controllo' realista avrebbe generato contraddizioni a cascata, sempre più insopportabili per l'interesse nazionale stesso. Molte voci si sono levate in questi anni a condannare come ipocrita la disgiunzione fra la pressante richiesta di cooperazione giudiziaria, e il business is business che guida la politica estera, incluso il boom delle forniture militari all'Egitto denunciato dai genitori di Giulio.
In realtà non è solo una questione commerciale: c'è un malaccorto bisogno dell'Italia di 'contare nel Mediterraneo', producendo 'geopolitica mediterranea' (Di Maio) in uno scenario di accresciuta competizione, sullo sfondo dello scontro fra il fronte pro-islamista (Turchia, Qatar) e quello autoritario-tradizionale (Egitto incluso) guidato dagli altri paesi del Golfo e appoggiato da parte dell'Occidente (Francia) e Russia. È forse presto, oggi, per capire quanto reale sia il rapprochement fra Qatar e le altre monarchie del Golfo per decifrare l'impatto della politica estera trumpiana nella regione, o l'esito dello scontro fra Egitto ed Etiopia per le acque del Nilo.
A dieci anni dalle rivolte arabe è però possibile dire che dove i militari hanno infine preso il sopravvento (dall'Egitto all'Algeria, dal Mali al Sudan) la situazione è precaria, e resta più instabile di quanto molti vogliano credere. Il riacutizzarsi del conflitto sociale in Egitto è la prova che crediti sauditi e opere faraoniche non bastano in un paese sempre più lacerato, nel quale proprio i militari sono accusati di perseguire nient'altro che il proprio interesse economico.
È un errore strategico dare lo status quo per assodato. Il cambiamento sociale e politico era, in fondo, l'oggetto dello studio sul campo di Giulio: per quanto militari avvezzi a reclutare e reprimere potranno contenere, per esempio, le soggettività femminili scese in campo nell'ultimo decennio? Un tetro sottobosco di informatori, spie e agenti di sicurezza non poté credere che Giulio fosse uno studente, per quanto scrupoloso, capace ed acuto gli deve essere apparso: ed è paradossalmente proprio per questa incapacità che possiamo credere che il regime sia in fondo condannato.
Le "primavere" giunsero inaspettate, dopo che gli alleati occidentali avevano per decenni riempito i dittatori di turno di aiuti e prebende. Nella storia il cambiamento procede per dinamiche carsiche che non sono esaurite. È grave che, alla luce di questo, manchi in Italia una visione strategica su come trattare con le dittature militari di cui si è circondata. Chi oggi, nel nome del realismo più trito, predica l'abbraccio calloso alle relazioni internazionali come eterna ripetizione, assenza di principio e cambiamento, mostra scarsa conoscenza della realtà e dei propri interessi.
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 29 gennaio 2021
Il premier ha risposto a tutte le domande del giudice Sarpietro e delle parti civili. Il Gip: "Responsabilità politica e penale vanno divise". L'indirizzo politico, quello di coinvolgere preventivamente l'Europa nella redistribuzione dei migranti soccorsi nel Mediterraneo, era condiviso dal governo ma le decisioni sugli sbarchi erano di competenza del ministero dell'Interno. E anche nel caso Gregoretti a decidere se e quando far scendere i 131 migranti a bordo della nave della Guardia costiera fu Matteo Salvini. Questa, in sintesi, la deposizione del premier Conte sentito questa mattina a Palazzo Chigi dal giudice di Catania Nunzio Sarpietro davanti al quale si svolge l'udienza preliminare che vede Matteo Salvini accusato di sequestro di persona.
Due ore e mezza di deposizione, alla presenza dello stesso Salvini, in cui il premier ha risposto a tutte le domande che gli sono state rivolte dal giudice e dagli avvocati di parte civile. E naturalmente anche a quelle dell'avvocato Giulia Bongiorno, legale di Salvini, che ha insistito per dimostrare l'assoluta condivisione da parte del governo di quello che stava accadendo.
"Il premier ha una posizione chiave. È l'unico che ci possa dare indicazioni fondamentali per l'eventuale rinvio a giudizio di Matteo Salvini". Le parole pronunciate dal giudice Nunzio Sarpietro all'ingresso a Palazzo Chigi che spiegano meglio di ogni altra cosa l'importanza del passaggio romano dell'udienza preliminare del processo Gregoretti a carico del leader della Lega.
Ed è stato proprio il giudice, all'uscita da palazzo Chigi, a fare una sintesi della testimonianza di Conte che ha definito "molto collaborativo e profondo nelle risposte. Ottima testimonianza che mi ha chiarito molti elementi sulla politica di governo e sulla ricollocazione dei migranti".
Il giudice ha chiarito che, se è vero che dalla documentazione acquisita al processo su richiesta del legale di Salvini, emerge l'indirizzo politico condiviso dal governo, è anche vero che "le responsabilità politiche e penali vanno distinte". E i legali di parte civile hanno aggiunto che "il premier Conte ha chiarito che la decisione di assegnare alla Gregoretti il porto è stata presa esclusivamente da Salvini".
In aula, a sentirlo, innanzitutto lui, Matteo Salvini, sul banco degli imputati per sequestro di persona aggravato e abuso d'ufficio, difeso dall'avvocato Giulia Bongiorno che, dopo le domande del giudice e delle parti civili che rappresentano alcuni dei migranti e Legambiente, ha interrogato Conte chiedendogli spiegazioni su una decina di mail partite da Palazzo Chigi in quei giorni, indirizzate agli ambasciatori italiani in Europa e agli altri primi ministri, proprio per sollecitare il meccanismo di solidarietà che l'Italia ha sempre sostenuto.
Mail e documentazione, tra cui alcune informative parlamentari, di cui l'avvocato Bongiorno ha ottenuto l'acquisizione e che dimostrano che le trattative per il reinsediamento dei migranti erano in capo a Palazzo Chigi. Oltre a un video, relativo alla conferenza stampa di fine 2019, in cui il premier dice chiaramente: "Prima i ricollocamenti, poi lo sbarco"
Secondo la difesa di Salvini "il premier ha confermato di essere stato protagonista nella politica della redistribuzione prima degli sbarchi". Gli avvocati di Salvini si sono basati anche su nuovi documenti ottenuti dopo la precedente udienza di Catania e che - a loro giudizio - confermano che Salvini operò in linea con la politica governativa: il ministro si opponeva in attesa della redistribuzione dei migranti. Una prassi, ricorda la difesa di Salvini, proseguita anche con il governo giallorosso.
E infatti, sempre all'uscita, Sarpietro risponde alla domanda se c'è continuità tra la politica migratoria di Salvini prima e quella di Lamorgese poi: "C'era il ministro Salvini prima, la ministra Lamorgese dopo. Non parliamo ancora di reati, stiamo parlando di un processo in cui bisogna accertare se c'è un reato. Ma nella politica generale del governo quella della ricollocazione era una costante, un leitmotiv generale".
Nel corso dell'esame di Conte, i legali hanno evidenziato un altro aspetto: il premier aveva scritto a Salvini per sollecitare lo sbarco dei minori a bordo della Open Arms (episodio successivo alla Gregoretti, ma consumato negli ultimi giorni del Conte 1) senza fare cenno ai maggiorenni e senza aver mai preso iniziative simili in precedenza. L'ennesima dimostrazione - secondo la difesa dell'allora ministro - della piena consapevolezza e condivisione del governo.
A Conte il giudice Sarpietro ha chiesto innanzitutto del patto di governo del Conte 1, per avere delucidazioni sui contenuti della politica migratoria del governo a cui Salvini fa riferimento per dimostrare che le sue decisioni altro non erano che attuazione di quanto stabilito nel programma di governo e dunque condiviso da tutta la coalizione. Ma il premier sarà chiamato anche a fornire spiegazioni sulla sua posizione, apparentemente diversa, in tre casi che presentano molte similitudini ma verificatisi in momenti politici diversi: il caso Diciotti innanzitutto, nell'estate 2018, vicenda analoga alla Gregoretti ma per la quale il tribunale dei ministri di Catania non ottenne l'autorizzazione a procedere e per la quale Conte espresse pubblico apprezzamento per l'operato di Salvini; il caso Gregoretti, un anno dopo, con l'esecutivo prossimo alla crisi e il premier in silenzio a spingere per far scendere subito i minorenni, e il caso Ocean Viking, due mesi dopo, secondo sbarco con Luciana Lamorgese al Viminale e i migranti ugualmente costretti ad attendere più di una settimana a bordo senza che venisse aperta alcuna inchiesta.
Del caso Gregoretti, è la risposta ufficiale fornita da palazzo Chigi agli atti del processo, il consiglio dei ministri non si è mai occupato. Risposta analoga a quella fornita, tra i tanti non ricordo, dall'ex ministro ai Trasporti Danilo Toninelli, già sentito a Catania insieme alla collega Elisabetta Trenta. Ma delle tante mail e atti formali partiti da Palazzo Chigi Conte dovrà dare una spiegazione. E chiarire soprattutto se, a fronte di una inequivocabile attività sua e del suo staff per ottenere il coinvolgimento dell'Europa, la decisione di bloccare i migranti a bordo anche in condizioni fisiche e sanitarie non idonee come stabilito da un'ispezione a bordo, sia stata condivisa o sia stata invece solo di Matteo Salvini. Il processo riprenderà a Catania il 19 febbraio con le testimonianze del ministro dell'Interno Luciana Lamorgese e di quello degli Esteri Luigi Di Maio.
di Caterina Malavenda
Corriere della Sera, 29 gennaio 2021
L'articolo 14 della legge sulla stampa del 1948 punisce chi pubblica opere destinate a fanciulli e adolescenti quando costituiscano incitamento al delitto o al suicidio. L'Italia sembra incapace di far fronte a fenomeni illeciti, spesso assai gravi e diffusi, con leggi e provvedimenti adeguati, senza un fattore scatenante, un fatto di cronaca, meglio se tragico, che attiri l'attenzione dei mass media e porti la questione all'ordine del giorno, rendendo impossibile temporeggiare ancora.
Fu la drammatica scomparsa di Tiziana Cantone nel 2016, a scuotere un Parlamento dormiente e mettere in moto l'iter, culminato nel 2019 con l'inserimento, nel codice penale, del reato riduttivamente definito, con stucchevole anglofilia, revenge porn; e che, in realtà, punisce non solo chi, per vendetta appunto, diffonde immagini o video sessualmente espliciti, che riprendono anche compagni più o meno consenzienti, ma soprattutto chi lo fa per noia, per esibizionismo o chissà per quale altra ragione malata. Il reato è inserito nel c.d. Codice Rosso, che tutela le vittime di violenza domestica e di genere, intervento anch'esso non più procrastinabile, di fronte al dilagare della violenza domestica, spesso con la voglia di deturpare le vittime con lesioni permanenti al viso, di cui Lucia Annibali è stata il più efficace testimone.
Oggi ci risiamo: la morte della bimba palermitana, mentre partecipava a quello che è criminale definire un gioco, ha messo in moto il solito coacervo di opinionisti, psicologi ed esperti, che sembrano aver scoperto solo ora che di social si può anche morire, specie quando sei talmente piccolo, da non percepire neppure i rischi che corri a metterti al collo una cintura e a stringere forte, per dimostrare che resisti più degli altri senza respirare. Questa volta, però, non ci potrà essere una legge, figlia dell'emergenza, a dare una risposta, a punire i cattivi ed a salvare le vittime, come efficacemente hanno scritto Daniele Manca e Gianmario Verona, ricordando che vigono oggi regole analogiche, in un mondo digitale e attraversato da questioni transanazionali: è la globalizzazione, bellezza!
Il Garante, il solo che possa far qualcosa e lo sta facendo, è intervenuto già due volte: ha tempestivamente, ma fin qui inutilmente, ordinato al social cinese TikTok di interrompere il trattamento dei dati degli utenti italiani, dei quali non abbia accertato l'età, senza alcuna apprezzabile reazione; ha chiesto a Facebook, che controlla Instagram, indicazioni sulle modalità con le quali viene verificata l'età dell'utente ed il rispetto dell'età minima di iscrizione ed ha in programma di estendere la verifica anche agli altri social.
Forse qualcosa farà anche l'Europa, finora piuttosto in affanno, anche sulle inadempienze contrattuali dei produttori di vaccini, ma l'educazione digitale, di cui c'è un gran bisogno, deve partire dai genitori, troppo spesso analogici al punto da non riuscire a fronteggiare i rischi, perché neppure li conoscono bene. Ma poi, è davvero necessario mettere in mano ai bambini uno smartphone e consentire loro di accedere liberamente ad un mondo, che travolge ed uccide a volte anche gli adulti, incapaci di distinguere tra realtà e fantasia? Non sarà un modo comodo di tenerli impegnati, spesso senza immaginare neppure quel che potrebbe accadere loro?
Una volta, si sa, era il motorino a 14 anni l'incubo dei genitori, che resistevano per mesi, prima di cedere e cominciare ad aspettare, con angoscia ed ogni sera, qualche volta invano, il rientro del figlio.
Oggi è il cellulare, l'oggetto del desiderio, il cui uso, anche se può indurre il suicidio o instillare propositi criminali, è sottratto alle vecchie regole analogiche esistenti, retaggio di antiche e saggie paure e di un più attento ascolto dei problemi dei minori.
È ancora sanzionato penalmente, infatti, dall'art. 14 della legge sulla stampa, scritta nel 1948 dall'Assemblea costituente - e si vede! - la cui permanenza in vigore è stata ritenuta indispensabile ancora nel 2005, chi pubblica libri, destinati "ai fanciulli ed agli adolescenti" quando "per la sensibilità ed impressionabilità ad essi proprie" costituiscano incitamento al delitto o al suicidio; oppure fumetti destinati all'infanzia, se vincono sistematicamente o ripetutamente i cattivi così favorendo "il disfrenarsi di istinti di violenza o di indisciplina sociale": meglio Diabolik, fermato da Ginko, di Kriminal, spietato criminale.
Certo il linguaggio è un po' retrò, ma che nostalgia per l'attenzione quasi maniacale, riservata da quegli insigni giuristi alla tutela dell'armonico sviluppo dei fanciulli, oramai fuori dai radar del nostro Parlamento - se ne è occupato solo per vietare giustamente la divulgazione delle loro immagini e generalità su giornali e siti- e di cui si sente ancora oggi un gran bisogno.
Ora siamo ad un bivio e il legislatore, presa coscienza degli innumerevoli quesiti che il libero accesso dei minori ai social può generare, potrebbe prendere spunto dal passato per adattare quelle regole digitalizzandole, perché è su quell'accesso che si deve intervenire e non a posteriori e, volte troppo tardi, sul singolo contenuto. Sembrano scritte oggi, quelle regole e sarebbero perfette, se fosse possibile aggiornarle ed applicarle ai social, che certo più dei fumetti e dei libri possono impressionare e condizionare i nostri bambini.
di Pasquale Porciello
Il Manifesto, 29 gennaio 2021
Terza notte di scontri ieri a Tripoli, tra le aree più colpite dalla crisi economica. I feriti sono in totale circa 200, alcuni sono in ospedale. Manifestanti con pietre e molotov, polizia con idranti, proiettili di gomma e lacrimogeni. Martedì altri blocchi sulle arterie principali nel resto del paese. Il premier incaricato Hariri in un tweet ha messo in guardia dalle strumentalizzazioni politiche della protesta. Costretto a scegliere tra morire di fame o di Covid, il popolo libanese viola le strettissime misure anti-contagio che hanno bloccato ulteriormente il Libano e quello che resta della sua economia disastrata.
L'11 gennaio la Difesa ha indetto lo stato di emergenza sanitaria: dal 14 chiusura di tutte le attività - supermercati e ristoranti possono solo effettuare consegne a domicilio - eccetto quelle essenziali, divieto totale di spostamenti e coprifuoco dalle 17 alle 5. Durerà fino all'8 febbraio, ma non si esclude un prolungamento. All'emergenza si è arrivati dopo una pessima gestione sanitaria specie nel periodo natalizio quando per far girare l'economia c'è stato in pratica un liberi tutti che ha portato a un'impennata di contagi, ricoveri e morti. I numeri sono impressionanti - solo ieri 76 morti e 3906 contagiati in un territorio di 10mila km² - nonostante le stime siano al ribasso poiché la sanità è privata e sia cure che tamponi sono cari.
I primi 50mila vaccini arriveranno solo dall'8 febbraio. Il ministro della salute Hasan si è impegnato a somministrare gratuitamente due milioni di vaccini nei prossimi mesi a libanesi e stranieri residenti e di raggiungere l'80% della popolazione entro la fine dell'anno. Il vaccino non sarà obbligatorio, ma altamente consigliato. Si protesta contro il governo che avrebbe dovuto provvedere ad aiuti prima di implementare le restrizioni. Il ministro ad interim per gli affari sociali Musharrafieh ha dichiarato martedì che tre quarti della popolazione, che è di sei milioni di abitanti, ne ha bisogno. Lo Stato avrebbe già cominciato a distribuire le 400mila lire libanesi mensili promesse a 230mila famiglie.
Cifra in ogni caso irrisoria dato che la crisi cominciata nel 2019 ha portato il cambio lira-dollaro da 1500 lire a circa 9mila per un dollaro. L'inflazione è alle stelle, visto anche che il Libano produce solo il 20% del proprio fabbisogno. Generi di primissima necessità a prezzi proibitivi, quando reperibili. L'Onu stima che oggi metà della popolazione libanese è in stato di povertà, metà della quale è estrema povertà. C'è una forte e ampiamente prevista emergenza alimentare: nei casi migliori malnutrizione, negli altri fame.
Intanto lo stallo politico non accenna a sbloccarsi. Dopo un momento di euforia iniziale, il 22 ottobre, per la nomina di Hariri appoggiata da Francia e Stati Uniti nel quale la formazione del governo sembrava questione di minuti, il gelo tra il quattro volte premier e il presidente Aoun non dà segni di scioglimento.
Il Movimento Futuro, il partito del premier designato Hariri, che ha sempre sostenuto la necessità di un governo di tecnici al fine di uscire dall'impasse economica con il sostegno della Francia, accusa Bassil, capo del Partito libero patriottico e genero del presidente Aoun, di volere invece un governo o puramente politico o tecnico, ma con i partiti che abbiano potere di veto.
L'Eliseo è intervenuto con un comunicato nel quale si dichiara la disponibilità di Macron e Biden a "lavorare insieme per il raggiungimento di pace e stabilità in Medio Oriente, in particolare riguardo alla questione del nucleare iraniano e alla situazione in Libano" e annuncia la visita a breve di Durel, consigliere di Macron per il Medio Oriente, mentre Hariri è atteso a Parigi. Nella telefonata di domenica sera il premier francese ha anche invitato il neo presidente americano ad avere un approccio "più realistico" su Hezbollah, data la situazione attuale. Nel mentre esplode la rabbia e la frustrazione di un popolo allo stremo.
di Giuliano Foschini
La Repubblica, 29 gennaio 2021
Depositate le motivazioni della sentenza sull'assassinio del fotoreporter italiano: inutilizzabili le dichiarazioni di alcuni testimoni di accusa. A sparare contro Andy furono i soldati ucraini ma non è possibile stabilire chi. I genitori del giornalista: "Non ci arrendiamo. Attendiamo ancora giustizia".
Spararono dalla collina. E spararono contro dei "civili inermi", il reporter italiano Andrea Andy Rocchelli e l'attivista per i diritti umani e interprete Andrej Mironov, era il 24 maggio del 2014 e Rocchelli e Mironov erano lì per documentare le difficoltà della popolazione del Donbass, durante la guerra civile ucraina. Spararono i soldati ucraini per "eliminare" quei civili: volvevano "difendere strenuamente quella posizione", visto che sulla collina c'era un'antenna televisiva, affinché "nella zona circostante, nel raggio di uno o due chilometri, nessuno potesse avvicinarsi". Non c'erano, però, abbastanza prove per confermare la condanna del soldato della guardia civile ucraina Vitaly Markiv, condannato in primo grado a 24 anni di reclusione per concorso in omicidio, e poi assolto in primo grado. Un'assoluzione, scrive però la Corte di appello di Milano nelle motivazioni alla sentenza, che arriva per un errore formale: le dichiarazioni prese dei militari e dei superiori di Markiv erano state raccolte senza la possibilità, che era loro dovuta, di non rispondere alle domande. "Dunque la prova va annullata".
"Non ci arrendiamo. Attendiamo ancora giustizia" spiegano i genitori di Andrea, Rino ed Elisa, assistiti dall'avvocato Alessandra Ballerini. "Si era gridato all'innocenza, dopo l'assoluzione - dicono - ma la sentenza d'appello mette invece una serie di punti fermi nella messa a fuoco della verità storica atto fattuale". "La ricostruzione dei fatti - si legge nella sentenza - così come emerge dalle prove processualmente utilizzabili e dalle considerazioni svolte ai paragrafi che precedono, porta questa Corte a concordare con le conclusioni della Corte d'Assise di Pavia in merito alla provenienza dei colpi che hanno ucciso Rocchelli e ferito Roguelon e cioè dei colpi di mortaio sparati dalla collina Karachun ad opera dei militari dell'armata ucraina, dove erano nascosti i fotoreporter, il tassista e il civile [...] essi erano quindi lì per svolgere la loro attività di fotoreporter [...] L'attacco ha avuto luogo senza alcuna provocazione e offensiva né da parte loro né dei filorussi".
La Corte ritiene inoltre che, correttamente, lo "Stato ucraino era stato citato in giudizio in qualità di responsabile civile". Un passaggio, dicono i Rocchelli, "che riteniamo straordinario: significa che l'immunità prevista per gli Stati non vale nel caso di violazione di diritti umani e crimini contro l'umanità. Sul testimone oculare, il francese William Roguelon, che era scampato per miracolo all'attentato, la Corte lo ritiene "pienamente attendibile". Ma questo non basta per condannare Markiv: l'accusa, infatti, non è riuscita a provare che fosse in servizio sulla collina al momento dell'attacco, e che fosse proprio nella posizione da cui è arrivata la raffica di spari che ha ucciso Rocchelli e Mironov. I suoi colleghi avevano raccontato circostanze che, in primo grado, erano state considerate cruciali. Ma che, poiché raccolte "con vizio di forma", non sono state considerate utilizzabili in Appello. Che per questo ha assolto Markiv.
"Ma qui fatti esistono, non sono evaporati" dicono i Rocchelli. "In definitiva, a noi, parte civile nel processo, già da quasi sette anni impegnati, malgrado le strategie di elusione, di insabbiamento e di depistaggio perseguite dallo Stato ucraino, pare che, con questa sentenza e in virtù delle motivazioni ora rese pubbliche, si possa concludere che la nostra ricerca di verità abbia centrato il suo bersaglio, restando per la seconda volta accertate la dinamica fattuale e le responsabilità dell'attacco mortale contro inermi. Attendiamo ancora che sia fatta pienamente giustizia".
"Dopo aver letto la sentenza ritengo doveroso chiedere al governo italiano di reclamare dalle autorità ucraine le prove e le testimonianze. Ora tocca all'Italia far sentire la voce delle istituzioni", rileva il presidente della Federazione nazionale della stampa, Giuseppe Giulietti. "Noi, di intesa con la famiglia e con i suoi legali, continueremo a chiedere verità e giustizia per Andy Rocchelli, perché - aggiunge - persino questa sentenza conferma che Rocchelli e Mironov sono stati uccisi dal fuoco ucraino. Sarà il caso di tornare a ripercorrere gli ultimi passi di Andrej e Andy".
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