di Elisabetta Zamparutti
Il Riformista, 29 gennaio 2021
Lo Stato italiano non riesce ad assicurare l'accoglienza nelle Rems. Nel 2020 la lista di attesa era di oltre 700 persone e c'è chi è costretto a subire una detenzione illegittima in carcere. Ma ora si è mobilitata la Cedu. Il 21 gennaio, la Corte europea dei diritti dell'uomo ha emesso un provvedimento cautelare in favore di un paziente psichiatrico da tempo in lista di attesa per il collocamento in una Residenza per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza (Rems) e attualmente detenuto nel carcere di Regina Coeli. I giudici di Strasburgo hanno ordinato al Governo italiano di provvedere all'immediato trasferimento del ricorrente presso una struttura idonea ad assicurargli un trattamento adeguato alle sue condizioni di salute.
di Ada Maurizio*
epale.ec.europa.eu, 29 gennaio 2021
L'emergenza sanitaria ha imposto anche in carcere la didattica a distanza, spesso ostacolata dall'assenza e/o dalle difficoltà di connessione a internet negli istituti. Il Ministero dell'Istruzione ha curato una rilevazione sull'attivazione di corsi a distanza in carcere nel periodo dal 7 al 14 maggio 2020. I dati, seppur riferiti a un periodo limitato, indicano che il 95% dei Centri Provinciali per l'istruzione degli adulti ha garantito il proseguimento dei corsi di alfabetizzazione e di primo livello all'interno dei penitenziari. Il Ministero della Giustizia ha realizzato un monitoraggio delle attività didattiche a distanza nel periodo di sospensione della didattica in presenza a partire dal mese di marzo 2020, attraverso la collaborazione dei Provveditorati Regionali (Prap) che conferma il dato rilevato dal Ministero dell'Istruzione ed evidenzia l'elevata eterogeneità delle realtà territoriali.
di Sergio D'Elia
Il Riformista, 29 gennaio 2021
Nel 2021 continua il nostro "Viaggio della speranza", tra detenuti dai diritti violati, ergastolani, vittime delle misure antimafia. Domani si svolgerà il primo Consiglio Direttivo di Nessuno tocchi Caino-Spes contra spem del 2021. È un anno che vogliamo vivere intensamente come abbiamo vissuto il 2020, nonostante i divieti, la paura, l'esercizio autoritario del potere che il governo della pandemia ci ha imposto e ci impone. È proprio in momenti come questo che occorre essere speranza contro ogni speranza. Trasformare la condizione di "chiusura" esterna in un'occasione di "apertura" interiore, di incontro e dialogo per essere così forza di cambiamento.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 29 gennaio 2021
L'autorità giudiziaria ha vietato a un recluso al 41bis di Viterbo l'acquisto del libro scritto dall'ex presidente della Consulta Marta Cartabia. "Il possesso del libro metterebbe il detenuto in posizione di privilegio agli occhi degli altri detenuti, aumenterebbe il carisma criminale", così l'autorità giudiziaria ha vietato l'acquisto din un libro a un recluso al 41bis di Viterbo. Parliamo della biografia di Totò Riina, oppure del romanzo "Il padrino" che narra le vicende americane di una famiglia mafiosa di origini italiane? No, si tratta di "Un'altra storia inizia qui", il libro a firma di Marta Cartabia, l'ex presidente della Corte costituzionale, e Adolfo Ceretti, docente di Criminologia, nel quale si confrontano con il magistero del compianto arcivescovo Carlo Maria Martini. Non solo.
"Per aspera ad astra": obiettivo la riqualificazione del carcere attraverso la cultura e la bellezza
italpress.it, 29 gennaio 2021
"Per aspera ad astra" è un progetto promosso da Acri insieme ad un gruppo di Fondazioni di tutta Italia, compresa la Fondazione Con il Sud, che ha come obiettivo la riqualificazione delle carceri attraverso la cultura e la bellezza. Il progetto coinvolge 12 carceri e circa 250 detenuti, che partecipano a percorsi di formazione professionale nei mestieri del teatro, non solo attori e drammaturghi quindi, ma anche scenografi, costumisti, truccatori, fonici, addetti alle luci.
Ne parliamo con Giorgio Righetti, direttore generale di Acri.
di Liana Milella
La Repubblica, 29 gennaio 2021
Il ministro Bonafede: "Solo approvando le riforme già in Parlamento potremo avere la garanzia dei fondi". Le 220 pagine inviate ieri sera e pubblicate oggi sui siti di Palazzo Madama e Montecitorio. Testo istituzionale perché il governo è dimissionario.
La relazione sullo stato della giustizia del Guardasigilli Alfonso Bonafede è in Parlamento da ieri sera. E oggi è stata digitalizzata e pubblicata sui siti della Camera e del Senato. Doveva essere l'oggetto di un grande scontro parlamentare, dove i numeri traballavano al Senato. Invece il testo di Bonafede, depurato da ogni riferimento politico poiché il governo è dimissionario, è solo una radiografia tecnica sullo stato della giustizia. Da una parte i numeri, ossia i processi arretrati nel civile e nel penale, le prescrizioni maturate; dall'altro l'elenco delle leggi presentate in Parlamento, in particolare la riforma del processo penale e quella del processo civile, nonché le nuove norme sull'ordinamento giudiziario e sulla riforma del Csm. Nonché le previsioni, fatte dal governo, sui fondi del recovery plan per la giustizia, quei 2,7 miliardi di euro che dovrebbero consentire di assumere 2mila magistrati aggregati e 16mila figure ausiliarie.
Recovery solo dopo riforme - Ma chi si aspetta una relazione politica resterà deluso, perché lo stesso Bonafede, nella stesura finale del testo, è stato costretto a sbianchettare ogni programma che suonasse come il frutto di un governo divenuto nel frattempo dimissionario. Di politico ci saranno ovviamente le leggi di Bonafede, attualmente divise tra Senato (accelerazione del processo civile) e Camera (le modifiche penali e il Csm). Tant'è che nel testo integrale della relazione si può leggere questo passaggio: "Non soltanto gli investimenti richiesti dal ministero della Giustizia, ma l'intero Piano nazionale di Ripresa e Resilienza sarà scrutinato tenendo conto della capacità di affrontare con riforme normative, investimenti e misure organizzative i problemi del processo civile e penale e di apprestare un'efficace prevenzione della corruzione.
La confidence delle istituzioni europee verso le prospettive di rilancio del nostro Paese è dunque fortemente condizionata dall'approvazione di riforme e investimenti efficaci nel settore della giustizia. Non può del resto sfuggire come qualsiasi progetto di investimento - anche estraneo al settore giustizia strettamente inteso - per essere reputato credibile dev'essere immunizzato dal rischio che un lungo contenzioso giudiziario ne ostacoli la realizzazione entro le scadenze stabilite dal Regolamento Ngeu. I progetti di riforma del processo penale, del processo civile e dell'ordinamento giudiziario, approvati dal Consiglio dei ministri nell'anno 2019 e nel 2020, sono attualmente all'esame del Parlamento".
Il binomio risorse e giustizia - Bonafede parte da questa premessa: "Nessuna riforma può essere efficace senza l'immissione di risorse umane e strumentali adeguate, senza mettere benzina nella macchina della giustizia". Ed ecco che succede con il Recovery, partendo dal seguente presupposto: "Lo scopo è quello di assorbire, nell'orizzonte previsto al 2026, l'arretrato che rappresenta il principale fattore di rallentamento dei processi e l'ostacolo pratico all'attuazione del diritto alla ragionevole durata".
Ecco la mappa della distribuzione dei finanziamenti: "Dei circa 3 miliardi di euro attribuiti dalla bozza di Pnrr trasmessa al Parlamento al settore della giustizia, 2,3 miliardi sono destinati ad assunzioni a tempo determinato dedicate in larga parte al rafforzamento e alla riqualificazione dell'Ufficio per il processo", un modello organizzativo varato nel 2014 e che ha potuto contare finora su risorse insufficienti: potrà ora essere alimentato da 16mila addetti all'Ufficio per il processo con contratto a tempo determinato (8mila per due cicli, ognuno dei quali della durata di due anni e mezzo) e da 2mila magistrati onorari aggregati (mille per ogni ciclo, della durata di due anni e mezzo).
Si prevede che i primi supporteranno il giudice nello studio della controversia, dei precedenti giurisprudenziali e della dottrina pertinente e collaboreranno alla raccolta della prova dichiarativa nel processo civile, sul modello dei clerks presenti in altri Paesi. I magistrati onorari aggregati collaboreranno con i giudici professionali che operano nelle sedi gravate da arretrati significativi nel settore civile, elaborando bozze di sentenze. Inoltre, 4.200 operatori a tempo determinato saranno chiamati a rafforzare la capacità amministrativa del sistema". Infine un contingente di cento magistrati onorari ausiliari supporterà la sezione tributaria della Corte di Cassazione, che è gravata da un numero di pendenze superiore al dato globale di tutte le altre sezioni civili della Corte di legittimità.
Investimenti sull'edilizia giudiziaria - Ecco il passaggio della relazione sull'edilizia giudiziaria: "Altro settore di particolare attenzione attiene all'obsolescenza degli edifici, al degrado degli spazi della giustizia e all'inadeguatezza dimensionale delle strutture, esasperata dalle esigenze di distanziamento imposte dalla pandemia. Una delle linee di finanziamento, dell'ammontare di circa 470 milioni di euro, è perciò dedicata alla realizzazione di nuove cittadelle giudiziarie e alla riqualificazione delle strutture esistenti, in un'ottica green e di sicurezza sismica".
L'aumento del personale - Scrive la relazione: "È importante inquadrare l'intervento straordinario nella cornice del piano di assunzioni di personale amministrativo, senza precedenti, finanziato e deliberato nel 2018 per circa 13.313 unità. In attuazione di tale piano sono state già assunte 4.836 persone mentre è in corso il reclutamento, entro il prossimo triennio, di 8.287 persone. Sulla stessa linea si muove l'incremento della dotazione organica dei magistrati. Si tratta di 600 unità. Una parte di questa dotazione è stata già distribuita negli uffici di legittimità nell'anno 2019.
Le toghe per l'emergenza - Un'innovativa misura organizzativa è inoltre costituita dalla "pianta organica flessibile", un contingente di magistrati destinato ad ovviare alle "criticità di rendimento" rilevate in determinati uffici giudiziari, sulla base di indicatori che hanno riguardo anche all'accumulo delle pendenze, oltre che alle scoperture provvisorie. La proposta di distribuzione delle risorse flessibili, trasmessa nell'ottobre del 2020, attende di essere riscontrata dal parere del Csm, mentre l'ultima legge di bilancio ha già stanziato risorse per incentivare la copertura di tali posizioni.
I prossimi concorsi - La relazione spiega che "nei giorni 25, 26 e 28 maggio saranno espletate, nel rispetto di tutti i protocolli di sicurezza, le prove scritte del concorso per l'accesso alla magistratura bandito nell'ottobre 2019 e rinviato a causa dell'emergenza sanitaria". Inoltre "è allo studio degli uffici ministeriali la pubblicazione nella prossima primavera di un nuovo bando di concorso, con prove scritte da espletarsi nell'autunno in modo da ridimensionare l'impatto negativo dell'epidemia sulle scoperture della pianta organica del personale di magistratura".
Il personale amministrativo - Per quanto riguarda il personale amministrativo, la relazione spiega che sono stati reclutati "mille operatori giudiziari a tempo determinato (bando pubblicato il 15 settembre 2020), 400 direttori a tempo indeterminato (bando del 17 novembre 2020), 150 funzionari giudiziari (bando del 27 novembre 2020) e 2.700 cancellieri esperti (bando dell'11 dicembre 2020); mentre 1.163 dipendenti sono stati assunti attraverso lo scorrimento della graduatoria dei candidati risultati idonei all'esito di un precedente concorso per assistenti giudiziari".
La digitalizzazione - Ecco quanto si può leggere nel testo di Bonafede: "L'intento è di reingegnerizzare e rafforzare l'infrastruttura che sorregge i sistemi del processo civile (Pct) e del processo penale telematico (Ppt), già interamente finanziati con risorse interne ed europee diverse dal Ngeu e intensamente utilizzati da operatori interni (circa 40 mila tra magistrati, personale amministrativo e polizia giudiziaria) e utenti esterni abilitati (1milione e 200mila professionisti, di cui 250 mila avvocati). I flussi telematici del settore civile sono cresciuti, nell'anno 2020 anche rispetto all'anno precedente: 21,2 milioni di depositi in Pct contro i circa 18 milioni del 2019; 2.502.084 depositi di professionisti esterni nel 2020 (avvocati, consulenti) in Pct contro gli 11.177.899 del 2019; 8.755.209 provvedimenti telematici depositati dai magistrati in Pct nel 2020 contro i 6.917.670 del 2019; 33,4 milioni di notifiche telematiche civili nel 2020 contro i quasi 28 milioni del 2019. Sono stati infine dematerializzati nel 2020, anno di sostanziale avvio del processo penale telematico, circa 1.300.000 fascicoli; mentre sono stati acquisiti al gestore documentale (Tiap) dal portale delle notizie di reato 1.369.000 documenti digitali".
Covid e processi - Ampio il passaggio sulla pandemia: "Ammonta a 31 milioni la spesa degli uffici per acquisto di dispositivi di protezione (mascherine, barriere para-fiato, sanificazioni, materiale igienizzante). Al fine di rendere effettivo il lavoro a distanza, 13 mila dipendenti sono stati autorizzati alla gestione da remoto dei sistemi amministrativi e giudiziari e riforniti di appositi pc (oltre 17.000 in corso di distribuzione), mentre è già interamente coperta la platea dei magistrati ordinari e onorari". La relazione sottolinea come "è degno di nota come il personale amministrativo, la magistratura ordinaria e la magistratura onoraria abbiano continuato a svolgere il loro lavoro in condizioni difficili, non facendo mai mancare la loro professionalità".
Seguono i dati sui processi definiti e iscritti: "I tribunali e le Corti di appello nel settore civile hanno definito più di quanto sia stato iscritto: sia in primo che in secondo grado le pendenze del civile al 31 dicembre 2020 sono diminuite anche rispetto al dato del 2019 (229.959 nel 2020 contro i 241.673 del 2019 per la Corte e 1.988.477 contro i circa 1.989.905 per i Tribunali). Soprattutto nel secondo semestre dell'anno (fase 2 dell'emergenza sanitaria) la produzione degli uffici del settore civile è stata tale da determinare un indice di smaltimento dell'arretrato (clearance rate) di segno positivo: 1,12 nelle Corti d'appello; 1,08 nei Tribunali".
Le carceri - Ecco i dati del settore penitenziario: "Al 31 dicembre 2019 i soggetti in carico per misure erano 60.372, mentre al 31 ottobre del 2020, il loro numero è pari a 57.991. Alla stessa data dell'anno precedente era invece pari a 60.184. Per rafforzare questo settore, si è ottenuto, nell'ultima legge di bilancio, uno stanziamento per l'assunzione di 80 unità di personale presso il Dipartimento della giustizia minorile e di comunità. Nel 2020 sono stati immessi in servizio ben 1122 agenti di polizia penitenziaria".
Dati e analisi della giustizia civile - Al termine delle 220 pagine la relazione fa il punto e fornisce i dati sui processi civili e penali. Partiamo dai primi: "Il totale dei fascicoli pendenti del settore civile nel 2020 risulta complessivamente stabile rispetto al 2019. Nel dettaglio, presso la Corte di Cassazione, in linea con la tendenza registrata negli anni precedenti, si mantiene un andamento crescente (+2,9%); in Corte d'Appello prosegue il trend decrescente degli ultimi anni (-4,8%); i Tribunali ordinari presentano un dato stabile rispetto allo scorso anno, i Tribunali per i Minorenni mostrano una decrescita pari all'1,3% e, da ultimo, la pendenza dei Giudici di Pace evidenzia una lieve crescita (+1,2%)".
Ecco la cifra complessiva: "Al 31 dicembre 2020 il numero totale di fascicoli civili pendenti era pari a 3.292.218. Le pendenze erano pari a 2.818.575, con una variazione positiva dello 0,4% rispetto al minimo registratosi nel 2019 (che rappresentava il dato migliore dal 2003), connessa al rallentamento dell'attività dovuta all'emergenza epidemiologica. In media, nel 2020 il rapporto tra procedimenti definiti e iscritti è stato pari a 1,01, un valore di sostanziale stabilità. Tuttavia, occorre considerare che l'andamento è il risultato di una riduzione sia dei procedimenti sopravvenuti (-18%) che di quelli definiti (-20%) rispetto al dato del 2019". Seguono le considerazioni sull'arretrato: "L'erosione dell'arretrato cosiddetto "patologico" o "a rischio Pinto" si arresta nel 2020, con un incremento marcato in Corte di Cassazione, pari al 12,2%, una crescita evidente anche in Tribunale (+3,1%) e più contenuta in Corte d'Appello (+1,1%). Rispetto al 2013, tuttavia, la contrazione è pari al 46% in primo grado ed al 50% in secondo grado".
Segue ancora una "breve rassegna ragionata dei dati indicatori per tipologia d'ufficio giudiziario": "La Cassazione mostra un aumento stimato delle pendenze (120.473 al 31 dicembre 2020) sia pure lieve rispetto allo stesso periodo del 2019 (117.033). Il dettaglio delle materie trattate in Corte d'Appello permette di evidenziare la riduzione stimata a 10.892 procedimenti pendenti in tema di pubblico impiego che costituisce una marcata riduzione rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente (11.732). Di rilievo la riduzione delle pendenze in materia di contenzioso commerciale (65.913 stimata al 31 dicembre 2020 rispetto ai 73.372 del 31 dicembre 2019) e di contenzioso ordinario (92.121 alla data del 31 dicembre 2020 rispetto a 95.144 al 31 dicembre 2019). Presso i Tribunali ordinari, nell'ultimo anno giudiziario si osserva un calo dei procedimenti pendenti per il contenzioso commerciale (325.732 stimato al 31 dicembre 2020 rispetto ai 351.944 del 31 dicembre 2019) ancor più accentuato nei procedimenti esecutivi immobiliari (184.033 stimato al 31 dicembre 2020 rispetto ai 204.602 del 31 dicembre 2019). Calano, alla data del 31 dicembre 2020, le iscrizioni di tutti i procedimenti del settore civile.
Dati e analisi della giustizia penale - Per chiudere i dati sui processi penali. "Nel corso dell'ultimo anno il numero complessivo di procedimenti penali pendenti presso gli Uffici giudiziari è rimasto stabile, attestandosi a 2.676.750 procedimenti alla data del 30 settembre 2020. Nei primi nove mesi del 2020, in relazione con il rallentamento delle attività dovuto all'emergenza epidemiologica, il totale dei procedimenti penali pendenti presso gli uffici giudicanti è cresciuto del 4,3%. Nello stesso periodo si è, invece, ridotto il numero di procedimenti pendenti dinanzi agli uffici requirenti (-2,7%)". Segue una dettagliata analisi dei flussi: "L'analisi dinamica su scala nazionale del dato - elaborata comparando il periodo 1.10.2019-30.09.2020 al periodo 1.1.2019-31.12.2019 - mostra che ad un generalizzato calo del numero delle nuove iscrizioni (-11,71% sul totale), corrisponde un altrettanto generale calo delle definizioni (pari al -16,40%). Globalmente, si registra un aumento delle pendenze pari all'1,51%". La relazione riporta anche i dati sui diversi uffici del settore penale.
Procura della Repubblica - "I procedimenti con autore noto iscritti nell'anno giudiziario 2019/2020 sono diminuiti del 2,57% rispetto all'anno precedente con un andamento diversificato: analogamente a quanto registrato negli anni passati, crescono i procedimenti di competenza della DDA (+2,74%), mentre diminuiscono quelli ordinari (-2,11%) e quelli di competenza del giudice di pace (-5,63%). Il trend delle definizioni, fortemente influenzato dalla situazione pandemica, evidenzia una generalizzata riduzione pari, rispettivamente, al 17,59% per i reati di competenza della DDA, al 10,74% per i reati ordinari e al 17,29% per i reati di competenza del giudice di pace. Tribunale: per gli uffici di Tribunale, nel complesso, l'anno giudiziario 2019/2020, rispetto al precedente, evidenzia una diminuzione delle iscrizioni (in calo del 14,35%) e delle definizioni (in calo del 19,43%)".
Giudice di Pace - "Anche per questi uffici è confermato l'andamento generale con la diminuzione di procedimenti iscritti e definiti nel dibattimento nella misura del 15,55% e del 25,51%".
Cassazione - "Parimenti per la Corte di Cassazione si registra una diminuzione delle iscrizioni e delle definizioni, rispettivamente nella misura del 18,62% e del 28,78%.
Corte di Appello - "Anche presso tali uffici il dato tra iscrizioni e definizioni segue un trend convergente. Ad un calo delle iscrizioni pari al 15,79% corrisponde una riduzione delle definizioni nella misura del 25,08 per cento".
di Giacomo Puletti
Il Dubbio, 29 gennaio 2021
"Servono sia la riforma dell'ordinamento penitenziario che quella del processo civile e penale, garantendo tempi certi. Poi occorre tornare alla riforma Orlando sulla prescrizione, coinvolgendo avvocatura e magistratura nel monitoraggio pregnante del suo funzionamento da un posto all'altro". Cosimo Ferri, deputato di Italia Viva ed ex magistrato, auspica che la strategia sulla giustizia di un eventuale nuovo governo "riparta dalla riforma Orlando" e non si tira indietro quando viene ipotizzata la presenza proprio dell'esponente dem a via Arenula al posto di Alfonso Bonafede.
Onorevole Ferri, cosa chiederete in tema di giustizia a chi arriverà a palazzo Chigi affinché abbia il vostro sostegno?
Non sta a me fare richieste né al Presidente della Repubblica né al presidente del Consiglio, ma certamente il governo che verrà dovrà dare un segnale di discontinuità rispetto agli ultimi due esecutivi.
Il segnale che chiedete coincide con la rimozione di Bonafede da ministro della Giustizia?
Bonafede ha fatto il ministro sia nel Conte uno che nel Conte bis, che come è facile immaginare anche per chi non si occupa di giustizia avevano visioni diverse su questo tema. Ma la debolezza dell'operato del Conte bis sulla giustizia è nei fatti, perché pur essendosi salvato su diversi passaggi critici come la Tav, poi sulla giustizia ha fatto un passo indietro dimostrando di non essere sicuro. Aver aperto la crisi dopo il voto di fiducia ma prima della relazione sulla giustizia è il riconoscimento che questa politica non ha avuto consensi in Parlamento.
Dice che non è questione di nomi, eppure la distanza tra le vostre proposte e quelle pentastellate è abissale. Il problema è Bonafede?
Il problema non è Bonafede ma quello che ha portato avanti, dall'ordinamento penitenziario alla magistratura onoraria. Veti sui nomi abbiamo sempre detto che non si faranno, perché non sono corretti. Ma sui temi sì e lui non ha affrontato nessuna di queste questioni. Un settore molto tecnico come la giustizia, nel quale occorre confrontarsi ad esempio con la magistratura e l'avvocatura, chiede risposte adeguate che non sono state date.
La discontinuità più forte che chiedete è quella sulla prescrizione?
La riforma della prescrizione è certamente uno dei punti fondamentali. Io ci ho lavorato con il ministro Orlando e avevamo trovato punto di equilibrio allungando i tempi della prescrizione tenendo conto delle garanzie dell'imputato e della persona offesa attraverso la giusta durata del processo. Tutti hanno interesse a un processo veloce, anche gli stessi testimoni. Ne va della ricerca della verità. I "non ricordo" dei testimoni a otto anni dal fatto perdono di quella genuinità tipica anche della prova.
Crede sia opportuno che il nuovo governo riparta da quella riforma?
Sì, perché non sappiamo ancora se funzioni o no. Avevamo chiesto a Bonafede di monitorarla e modificarla in caso non avesse funzionato. Lui si era preso l'impegno di istituire una commissione e aveva assicurato di pensare a una riforma che garantisse i temi celeri del processo penale. Se rendiamo veloci i processi, il dibattito sulla prescrizione diventa un tema superato. Ma anche qui tanti annunci e pochi fatti.
Magari la persona giusta per ripartire dalla riforma Orlando è lo stesso Orlando. Farete il suo nome come futuro ministro della Giustizia?
Le decisioni sui ministri non spettano a me ma al futuro presidente del Consiglio incaricato, che li propone, e al Presidente della Repubblica, che li nomina. Posso però dire di aver lavorato molto bene con Orlando e di essere stato impressionato dalla sua capacità di ascolto, dimostrata ad esempio in occasione degli stati generali sulle carceri che facemmo alla presenza di Napolitano prima e di Mattarella poi e aprendo il dialogo alla società civile. Un ministro della giustizia deve saper ascoltare e poi decidere. E lui lo sa fare.
Da quali punti programmatici chiedete di ripartire?
Sarò schematico. Servono sia la riforma dell'ordinamento penitenziario che quel del processo civile e penale, garantendo tempi certi. Poi occorre tornare alla riforma Orlando sulla prescrizione, coinvolgendo avvocatura e magistratura nel monitoraggio pregnante del suo funzionamento. Infine, bisogna investire sulle garanzie del processo penale e civile telematico, puntando sulle notifiche, migliorare quello che si è già fatto sulla depenalizzazione e rafforzare ulteriormente i riti alternativi.
Un programma vasto e impegnativo. Servirà un governo stabile e duraturo per portarlo a termine, non crede?
Come quando si parla di Recovery plan, anche in tema di giustizia occorre ragionare come Paese e non come interesse di partito. Ci vogliono maggioranze allargate perché chi verrà dopo deve condividere un certo programma, dal momento che su alcune questioni non si può tornare indietro. Lo stesso Bonafede a volte ha portato avanti le nostre politiche, il problema è che non ha saputo implementarle. Sulla politica delle assunzioni del personale ad esempio c'è stata collaborazione. A una mia interrogazione di qualche giorno fa ha risposto parlando del nostro concorso come di un "passaggio epocale".
Lei ha parlato di Recovery Plan. Come devono essere investiti per la giustizia i denari messi a disposizione dall'Unione europea?
Il Recovery plan serve per fare investimenti strutturali che diano discontinuità e lascino un segno. Le urgenze sono la digitalizzazione (che non deve diminuire le garanzie) e l'edilizia giudiziaria, con il recupero di posti nelle carceri e interventi strutturali (non credo molto nella creazione di nuove carceri, la pena deve essere certa ma umana e dignitosa) e degli uffici giudiziari. Poi occorre investire nella formazione del personale amministrativo e nell'organizzazione: non si possono aspettare mesi per spostare i fascicoli da un posto all'altro.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 29 gennaio 2021
Tra le cause il "produttivismo" dei pm. Nel 2019 le sentenze monocratiche in ordinario sono state 271 mila, 90 mila in riti alternativi, 27 mila le sentenze collegiali. Processi che finissero con il 90% di condanne sarebbero non un sistema efficiente, ma un incubo che negherebbe la ragione stessa del giudizio come luogo di verifica dell'accusa.
Ma forse neppure è sano che, almeno per la maggioranza dei reati (quelli davanti al giudice monocratico), già in primo grado i processi si concludano in media con assoluzioni nel 35-40% dei casi. Eppure è quanto emerge se si ha la pazienza e si fa la fatica di provare a cercare, tribunale per tribunale, questo dato qualitativo che altrimenti non è contenuto nella pur copiosa statistica quantitativa che proprio oggi e domani verrà come al solito riversata nelle cerimonie di apertura dell'anno giudiziario, in un tripudio di quanti processi siano sopravvenuti, quanti definiti, in quanto tempo, ad onta di quante carenze di organico, e via ingrossando i vari indici. Tutti tranne uno: ma come finiscono questi processi in primo grado?
Numeri sparsi - Una risposta seria non è facile per svariate ragioni. Intanto non esiste appunto un posto dove sia possibile attingere questo dato aggregato. Molti dei tribunali interpellati, come pure dei distretti giudiziari (ad esempio Napoli e Trieste) di Corti d'Appello raggruppanti più tribunali, rispondono di non essere in grado di ricavarlo. Altri non rispondono, altri ancora si sforzano invece di fare una ricerca apposita per non incorrere nella fallacia statistica (che in passato aveva inficiato le prime timide attenzioni al tema) di non depurare il numero delle assoluzioni dalle tante prescrizioni, o dalle (invece non tantissime) tenuità del fatto e messa alla prova. Inoltre c'è differenza tra la mole di procedimenti in cui la Procura esercita (per lo più a citazione diretta) l'azione penale per reati di competenza in Tribunale del giudice monocratico, e la più ristretta quota di dibattimenti (dove il tasso di assoluzione è più basso) per i reati ben più gravi giudicati dal Tribunale in composizione collegiale (tre giudici): nel 2019 le sentenze monocratiche in ordinario sono state 271 mila, 90 mila in riti alternativi, 27 mila le sentenze collegiali.
Riflessione - Pur con tutti questi distinguo, i numeri trovati consentono una riflessione attendibile almeno appunto sui processi monocratici, che ad esempio annoverano furti, ricettazioni, lesioni personali (salvo le gravissime), spaccio di droga (salvo le forme aggravate e il narcotraffico), frodi informatiche, truffe sulle erogazioni pubbliche, traffico illecito di rifiuti, auto-riciclaggio. Qui, su cento volte nelle quali la Procura ritenga di non archiviare ma di mandare a processo qualcuno, l'assoluzione è subito l'esito già nel 35% dei casi nel distretto di Roma (con punte in tribunale del 47% a Civitavecchia o Viterbo); 40% nel distretto di Palermo; 40% in tribunale a Firenze; quasi 40% nel distretto di Milano (27% in tribunale a Milano come a Lodi e Busto Arsizio, 35% a Monza, ma con picchi del 50% in tribunale a Como e del 72% a Varese); 34% nel distretto di Reggio Calabria; 30% nel tribunale di Torino; pure 30% nel distretto di Bologna (con punta del 40% a Reggio Emilia); 41% nel distretto di Bari (con tribunali al 38,5% a Bari o al 46% a Trani).
Nuovi occhiali - Assoluzioni in questa quantità, subito al primo colpo, sembrano andare ben oltre il fisiologico esito della prova di resistenza di una ipotesi d'accusa, e fanno temere che molte persone affrontino i danni collaterali (personali, lavorativi e anche economici per il costo della difesa) per la sola pendenza di procedimenti forse non tutti così granitici già in partenza. Prezioso sarebbe disporre di "occhiali" statistici più raffinati (nell'estate 2020 i dirigenti ministeriali hanno assicurato che "la soluzione di questo problema è uno degli obiettivi ipotizzabili nell'arco di un anno"), ad esempio per distinguere i vari tipi di assoluzione (piena o per prova insufficiente, perché il fatto non sussiste, per non aver commesso il fatto, ecc.): in modo da comprendere se un così elevato tasso di cedimento dell'accusa dipenda dal ricorrente meteorite di un fatto nuovo sempre e solo nel dibattimento, o se sia l'onda lunga e deleteria di un'idea sbrigativamente efficientista e rozzamente "aziendalista", che magari spinge i pm a un produttivismo seriale e scadente ma funzionale a vantare poi doti manageriali al momento delle progressioni in carriera, misurate solo sulla quantità prima dai Consigli giudiziari locali e poi dal Csm.
Possibili cause - Se si parla con i giudici, la loro impressione è che le imputazioni spesso siano firmate dal pm ma in realtà redatte dal suo staff, peraltro in fascicoli non di rado istruiti poco (tipico il caso delle bancarotte con solo la relazione del curatore e l'identificazione errata di amministratori di fatto). Per i pm, invece, sarebbero i giudici a utilizzare poco i poteri istruttori integrativi; peserebbe il cambio in corsa di interpretazioni giuridiche sull'utilizzabilità delle prove; e non marginale sarebbe il fatto che nelle udienze monocratiche quasi sempre a sostenere l'accusa siano magistrati onorari (i vpo-viceprocuratori onorari). Costoro, a loro volta, rigettano l'accusa di essere meno "pm" in udienza dei pm titolari, che peraltro da anni gli hanno subappaltato l'intero ruolo monocratico, al punto da faticare a mandare avanti la quotidianità nei periodi in cui i vpo scioperano per chiedere di non essere più trattati dallo Stato come "precari" pagati a cottimo, senza pensione e malattia. E a sentire gli avvocati sarebbe l'ipertrofia dell'esercizio dell'azione penale a intasare i tribunali.
Effetti e alibi - Su tutto aleggia il circolo vizioso tra arretrato, lunghezza dei processi e loro esito: nel senso che più esiste un arretrato che schiaccia taluni tribunali, più tardi (a distanza di mesi e in qualche caso anche di anni) vengono fissati i processi a citazione diretta chiesti dai pm, più sbiadiscono i ricordi dei testi a distanza di così tanto tempo, e più è facile che così si sgretolino elementi anche solidi all'inizio... Somigliano però ad alibi autoconsolatori le minimizzatrici litanìe intonate in magistratura appena si sfiora il tema: in questi dati sulle assoluzioni non sono infatti contate le prescrizioni, e neanche le sentenze "promiscue" (che assolvono una persona su alcune imputazioni ma la condannano su altre). E anzi, se davvero i procuratori della Repubblica sono statisticamente "ciechi" sull'esito in primo grado dei processi che promuovono, viene da chiedersi come facciano allora a rispettare la circolare Csm sulle Procure che a loro impone, nella redazione del progetto organizzativo dell'ufficio, di tenere conto degli "esiti dei diversi tipi di giudizio". Appunto quelli che, al riparo delle statistiche solo quantitative, un po' tutti sembrano contenti di non (poter) conoscere.
di Giulia Merlo
Il Domani, 29 gennaio 2021
Il ministro interviene oggi all'evento con tutti i vertici della giustizia in Cassazione. Sarà un discorso breve e istituzionale, senza accenni alle riforme del 2021. In attesa di sapere se il Guardasigilli rimarrà a via Arenula. In tempo di pandemia e di crisi di governo, anche l'inaugurazione dell'anno giudiziario si celebra in scala ridotta e senza la consueta enfasi.
Il momento solenne in cui le più alte cariche dello stato e della magistratura si ritrovano nell'aula magna della corte di Cassazione per fare il bilancio dell'anno appena concluso e dare prospettiva a quello che comincia si svolge in forma ridotta: un'ora e mezza appena di durata, delegazioni ridotte al minimo indispensabile e nessun giornalista ammesso al Palazzaccio di piazza Cavour.
Colpa del covid, ma che per una volta potrebbe venire in aiuto del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede: il suo intervento sarà breve, in linea con il complessivo contingentamento dei tempi della cerimonia, e si concentrerà sulla giustizia alla prova della pandemia e su come verranno spesi i fondi del Recovery plan. Nessun afflato di prospettiva futura, nessun auspicio per il 2021 appena iniziato e soprattutto nessun accenno politico. Istituzionalmente inappuntabile, vista la situazione di un governo dimissionario, ma anche strategicamente cauto.
Il guardasigilli, infatti, è reduce da una settimana di tensione: era atteso in parlamento a metà settimana per presentare la sua relazione sulla giustizia, ma proprio quel passaggio d'aula rischiava di essere la Waterloo del governo scampata pochi giorni prima e il sacrificio pubblico del capo-delegazione Cinque stelle. Capita l'antifona delle opposizioni (in testa Italia viva, che aveva annunciato già il voto contrario alla relazione ed era tornata a battere sul tema della prescrizione) e realizzato che il gruppo dei responsabili non sarebbe stato sufficiente, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha scelto di non parlamentarizzare la crisi e dunque la strada obbligata delle dimissioni. Questo ha salvato Bonafede dalla gogna dell'aula, ma non ha tolto dalle sue spalle il bersaglio di ministro in bilico, anche nel caso di una conferma di Conte a palazzo Chigi. È in questo clima infuocato che oggi il Guardasigilli si presenta in Cassazione: conscio della sua situazione di debolezza politica e consapevole anche che il suo discorso sarà passato al setaccio, in cerca di ulteriori elementi per affossarlo. È per questo che punta a non lasciare alcun margine di attacco ai suoi detrattori.
Dunque il suo discorso sarà conciso, con al centro due soli punti: l'attuale situazione della macchina giustizia, affaticata da un anno di pandemia che ne ha rallentato il funzionamento ma anche dotata di nuovi strumenti informatici; i fondi del Recovery fund messi a disposizione di via Arenula e per quali interventi e riforme già in cantiere i 3 miliardi verranno spesi.
A mancare, invece, saranno tutti i passaggi più politici: il discusso stop della prescrizione da pochi mesi entrato in vigore con una legge che porta il nome dello stesso Bonafede; le riforme del processo civile e penale ancora ferme in commissione ma incluse dell'ultima bozza di Recovery plan; la riforma del Consiglio superiore della magistratura che sta facendo molto discutere proprio i magistrati a cui Bonafede di rivolge. In sintesi: nessuna rivendicazione di quel programma di governo per la giustizia, che è proprio il punto su cui il Conte bis ha rischiato di cadere in aula.
La relazione - Bonafede ripeterà a grandi linee i punti delle 200 pagine di relazione sull'allocazione dei fondi del Recovery, anche quelle depurate da qualsiasi considerazione di merito politico. Il dato di partenza, però, rivendica la centralità del dicastero di via Arenula: non solo quelli per la giustizia, ma tutti i 209 miliardi del Recovery fund sono vincolati a una velocizzazione dei processi e alla lotta alla corruzione. La misura portante riguarda le assunzioni: "2,3 miliardi sono destinati ad assunzioni a tempo determinato dedicate in larga parte al rafforzamento e alla riqualificazione dell'Ufficio per il processo", con l'obiettivo di rendere più efficiente la macchina e di smaltire la mole di arretrato che affossa il lavoro delle corti.
Poi ci sono gli interventi di edilizia giudiziaria, "Una delle linee di finanziamento, dell'ammontare di circa 470 milioni di euro, è perciò dedicata alla realizzazione di nuove cittadelle giudiziarie e alla riqualificazione delle strutture esistenti, in un'ottica green e di sicurezza sismica". Infine, la digitalizzazione: "L'intento è di reingegnerizzare e rafforzare l'infrastruttura che sorregge i sistemi del processo civile (Pct) e del processo penale telematico (Ppt), già interamente finanziati con risorse interne ed europee".
La relazione, poi, contiene i numeri dell'arretrato civile e penale. Nel civile "il numero totale di fascicoli civili pendenti è pari a 3.292.218", cifra leggermente più alta rispetto al 2019 a causa del rallentamento dell'attività dovuta all'emergenza epidemiologica. Lo stesso aumento vale anche per il penale: 2,6 milioni di procedimenti pendenti e "nei primi nove mesi del 2020 il totale delle pendenze penali è cresciuto del 4,3 per cento".
Numeri che graveranno sulle spalle del successore di Bonafede, o almeno così sembra probabile alla luce delle ultime schermaglie politiche: esiste l'ipotesi di una staffetta con l'ex ministro dem Andrea Orlando, ma si ragiona anche su profili tecnici e considerati "garantisti" come quello di Marta Cartabia e Sabino Cassese, graditi anche a Italia Viva.
di Errico Novi
Il Dubbio, 29 gennaio 2021
"A volte non servono sforzi interpretativi: la legge è chiara. Anzi, è chiaro il diritto. Che è definito dalla legge e prima di tutto dalla Costituzione". Alessio Lanzi, consigliere laico del Csm, fino al giorno prima di essere eletto (su indicazione di Forza Italia) a Palazzo dei Marescialli ha svolto attività da avvocato penalista, oltre a tenere una cattedra alla Bicocca. Ieri ha difeso un magistrato: Catello Maresca. Lo ha fatto come relatore della pratica relativa all'ipotesi di "incompatibilità ambientale" per il pm napoletano. Maresca, in servizio presso la Procura generale, da mesi è indicato sui giornali come possibile candidato sindaco del centrodestra nel capoluogo campano. "Ma lui non ha formalizzato alcuna candidatura, e sarebbe stato impossibile visto che neppure c'è la data del voto, né l'ha mai annunciata", ricorda Lanzi. "Ritenerlo incompatibile con l'esercizio delle funzioni a Napoli avrebbe semplicemente privato il dottor Maresca del diritto a partecipare a elezioni riconosciuto a tutti i cittadini dall'articolo 51 della Costituzione. Ecco perché ho votato per l'archiviazione della pratica, approvata dal plenum".
Tanto per fare ordine: se non ha formalizzato alcunché, su quale base poteva essere trasferito?
Non c'era alcuna base giuridica, infatti. La pratica è stata aperta dopo la segnalazione trasmessa al Csm dal capo dell'ufficio presso cui Maresca è in servizio, il pg di Napoli Luigi Riello. Abbiamo esaminato il caso in prima commissione, e abbiamo approvato una delibera con proposta al plenum di archiviazione, appunto.
Eppure in plenum è finita 12 a 9, con un astenuto. C'è mancato poco che su Maresca si aprisse una procedura di trasferimento...
Le ragioni di un trasferimento non esistono. È stata compiuta l'unica scelta compatibile col diritto vigente. Da una parte l'articolo 51 riconosce a tutti, magistrati inclusi, la possibilità di partecipare a elezioni politiche o amministrative. Dall'altra la legge preclude la candidatura nel luogo in cui il magistrato abbia esercitato le proprie funzioni fino a 6 mesi prima, ma solo per il Parlamento. Nelle istituzioni locali è prevista semplicemente l'aspettativa dopo aver formalizzato la candidatura.
In plenum i consiglieri Cascini e Marra hanno detto: ormai Maresca è un candidato di fatto...
Primo: lui non ha mai confermato di volersi candidare. Lo dicono altri, e in ogni caso non si può rispondere per altri. I giornali hanno scritto che lo avrebbe contattato Silvio Berlusconi, alcuni articoli hanno dato rilievo alle parole del parroco che ne conoscerebbe gli intenti profondi... Una cosa è certa: non si può limitare un diritto costituzionale sulla base di una legge che non esiste. Sarebbe pericoloso tentare di forzare il quadro normativo, per almeno due motivi.
Quali?
Prima di tutto, se bastano voci sulla possibile candidatura di un magistrato perché il Csm lo trasferisca, chiunque può decidere di colpire un pm o un giudice sgradito con illazioni simili: lo fa mandar via dall'ufficio in cui lavora. Con buona pace dell'autonomia e indipendenza. Secondo: se la legge non preclude quanto l'articolo 51 della Carta in linea generale consente, allora al magistrato interessato a candidarsi al Comune o alla Regione devono essere consentite anche le attività prodromiche: cioè le interviste, le dichiarazioni, o anche semplicemente le interlocuzioni di cui poi magari la stampa dà conto.
Il consigliere Nino Di Matteo ha definito preziosi i candidati che provengono dalla magistratura ma anche dall'avvocatura. Allora non è vero che l'area più intransigente del mondo giudiziario considera gli avvocati inaffidabili...
Il consigliere Di Matteo non potrebbe mai condividere le illazioni rivolte agli avvocati da qualche esponente politico inavveduto. Da quanto ho potuto osservare in prima commissione, dove siamo entrambi, non la pensa affatto in quel modo. La sua esperienza di magistrato gli ha consentito di comprendere quanto sia essenziale la funzione del difensore.
Maresca che candidato sindaco sarebbe?
L'ho visto solo in foto. Mi sono impegnato nella discussione sul caso in difesa di un principio. Non ne ho idea, francamente.
Chiamato in audizione dai 5 stelle in commissione Giustizia, spiazzò tutti: fu assai critico sulla riforma della prescrizione...
Allora sono ancor più contento di aver affermato il principio, perché evidentemente mi sono impegnato per una persona davvero dotata di indipendenza.
A proposito: sulla prescrizione c' è appena caduto un governo...
Sono compiaciuto delle critiche rivolte dal dottor Maresca a quella norma proprio perché io stesso ho scritto in questi anni numerosi contributi per sostenere che la modifica sulla prescrizione è di stampo sostanzialmente medievale. Non è il giusto processo: è la santa inquisizione. A proposito di principi costituzionali da rispettare: l'articolo 111 non solo stabilisce che il processo deve avere durata ragionevole, ma anche che la legge deve concorrere a tale esito. E invece la nuova prescrizione fa in modo che avvenga esattamente l'opposto, e cioè che il processo abbia una durata non ragionevole. Il Medioevo, appunto.
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