di Carlo Nordio
Il Messaggero, 29 gennaio 2021
"Nessuna riforma può esser efficace senza l'immissione di risorse umane e strumentali adeguate, senza mettere benzina nella macchina della giustizia". Con queste parole, apparentemente convincenti, il Ministro Bonafede ha licenziato la sua "relazione sullo stato della giustizia" prima che la crisi in atto licenzi lui. Il documento, depurato con vereconda parsimonia, di ogni riferimento politico, è un evanescente surrogato del programma originale, sul quale il Parlamento si sarebbe dovuto pronunciare ieri, e che avrebbe consacrato, visti i numeri, la fine del governo Conte.
Il risultato è un caotico sincretismo di aspirazioni enfatiche che per di più, e questa è la parte che ci interessa, inverte i termini della questione. Perché è vero che le risorse destinate alla giustizia sono insufficienti, ma è ancor più vero che la loro destinazione, senza le adeguate riforme normative, assomiglierebbe al nutrimento forzoso di un organismo malato, il quale distrugge il cibo che non riesce ad assimilare. E il nostro sistema giudiziario è minato da un morbo che lo corrode dal di dentro, e che dev'essere estirpato prima di pensare al recupero dell'organismo. Questo morbo è la complessità e l'inadeguatezza di entrambi i codici che disciplinano il processo, quello civile quanto quello penale. I sintomi più allarmanti sono, come ormai è stucchevole ripetere, i tempi biblici della loro durata.
Partiamo dalla giustizia civile. La sua lentezza impatta sui costi delle imprese, sull'allocazione e sul costo del credito, e più in generale sulla certezza dei rapporti contrattuali. Il danno approssimativo è pari al due per cento del Pil, perché nessun investitore accetta il rischio che l'adempimento di un'obbligazione, la risoluzione di un rapporto di lavoro, o comunque una qualsiasi controversia su interessi economici si trascini per anni con esiti incerti.
Ma perché le nostre cause durano il doppio, e talvolta il triplo rispetto alla media europea? Non tanto, e non solo, perché le risorse sono insufficienti, quanto e soprattutto perché le procedure sono ingarbugliate e farraginose, come la gran parte delle nostre leggi. Che fare allora? Dopo averle tentate tutte, con risultati deludenti, proviamo a copiare. Il sistema tedesco, ad esempio, è molto razionale ed efficace. Prendiamolo in blocco, e senza vergognarsi: anche loro hanno copiato dal nostro diritto romano.
E ora quella penale. Non ripeteremo qui le consuete litanie sulla politicizzazione della magistratura, l'abuso della custodia cautelare e delle intercettazioni, l'invadenza delle procure, il protagonismo di alcune toghe, la violazione del segreto istruttorio ecc. ecc. Tutte cose che vulnerano la credibilità della nostra civiltà giuridica, o di quel che ne rimane, ma che esulano dai nostri propositi.
Parliamo invece della sua inefficienza. Essa dipende da una contraddizione insanabile tra il codice attuale e la Costituzione. Il codice Vassalli è nato con un impianto anglosassone, (non per nulla si parlò di processo alla Perry Mason) di impronta garantista e liberale. Al contrario, i nostri padri costituenti, nel lontano '48, avevano davanti il codice Rocco e, paradossalmente, vi adattarono la Costituzione, inserendovi le caratteristiche tipiche del processo inquisitorio: obbligatorietà dell'azione penale, unità delle carriere, impugnazione delle sentenze assolutorie ecc. Tutte cose che fanno rabbrividire un giudice inglese o americano. E poiché nella gerarchia delle fonti la Costituzione, benché più vecchia, prevale sul codice più recente, quest'ultimo, modellato come s'è detto su principi affatto diversi, si è rivelato con essa incompatibile, e oggi è un pasticcio di cui nessuno capisce più nulla. Anche il profano può rendersene conto spulciandone gli articoli dove modifiche, soppressioni e integrazioni sono più numerose del testo originale.
Ecco perché questa sgangherata 500, con il motore truccato di una Ferrari, non può funzionare per quanta benzina ci si metta, come suggerisce Bonafede. Bisogna cambiare veicolo. E se si vuole una Ferrari vera, costosa ma veloce come il sistema anglosassone, bisogna modificare la Costituzione. E le risorse? Certo che sono necessarie: non perché siano in sé scarse - anche se purtroppo lo sono - ma perché sono insufficienti rispetto ai fini ambiziosi che questa politica si propone: punire tutto inventandosi una marea di reati, e mantenendo l'obbligatorietà dell'azione penale.
Concludo. Il fallimento della nostra giustizia non è certo colpa di Bonafede. Esso risiede nel dilettantismo indifferente e opaco con il quale la politica ne ha da tempo trascurato le esigenze. E tuttavia è quasi una Nemesi che il governo Conte sia caduto proprio per evitare un dibattito parlamentare sulla prescrizione, che ne costituisce la macchia più indelebile.
di Errico Novi
Il Dubbio, 29 gennaio 2021
L'ex presidente dell'Anm ripercorre le fasi della mancata nomina di Nicola Gratteri a ministro della Giustizia con l'allora governo Renzi: "La magistratura è più potente della politica e può condizionare la riforma della politica". "La magistratura è più potente della politica e può condizionare la riforma della politica".
Lo ha detto l'ex presidente dell'Anm, Luca Palamara, intervenendo alla trasmissione Buongiorno Regione della TgR Calabria. L'ex magistrato, che ha origini calabresi, ha sottolineato che in Calabria "ci sono degli importanti investigatori e importanti magistrati che si battono per la legalità", quindi ha ripercorso le fasi della mancata nomina di Nicola Gratteri a ministro della Giustizia con il Governo Renzi. "Nicola Gratteri - ha detto - è una persona troppo indipendente. Con lui ho condiviso l'inizio della mia carriera. Basta prendere l'ultimo documento di pochi giorni fa di Magistratura Democratica per capire che Gratteri all'interno della magistratura, quanto meno, non è benvoluto dalla parte che conta della magistratura. Ho sempre apprezzato, al di là del merito delle inchieste, comunque il suo coraggio".
L'ex presidente dell'Anm ha aggiunto: "Nella vicenda della mancata nomina a ministro della Giustizia, sicuramente all'interno della magistratura e nell'allora mio ufficio, la Procura di Roma, c'era timore che potesse diventare Ministro. Per la mia esperienza, quando si mettono in moto questi meccanismi, difficilmente la politica può accettare una cosa del genere. Successivamente - ha concluso Luca Palamara - ho avuto modo di sapere in alcuni incontri politici che non era voluta da alcuni magistrati della Procura di Roma".
I fatti risalgono al 2014. L'anno in cui Matteo Renzi era presidente del Consiglio: appena incaricato dall'allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il leader di Italia viva voleva a tutti i costi Gratteri alla guida del ministero della Giustizia. Gratteri al tempo era procuratore aggiunto a Reggio Calabria ma si era già fatto notare per la sua lotta alla criminalità organizzata e una popolarità sempre crescente anche al di fuori della magistratura Per questo Renzi voleva affidargli la guida di via Arenula, ergendolo a "segnale più importante della discontinuità che intendo dare al mio esecutivo". Gratteri era pronto ad accettare ma, disse, "soltanto se avessi la libertà di realizzare le cose che ho in testa".
Voleva carta bianca, insomma, e l'allora neo inquilino di palazzo Chigi era disposto a dargliela. Ma non finì bene, perché a mettersi di traverso fu proprio Napolitano, che storse la bocca quando Renzi presentò la lista dei ministri. Si parlò di una regola non scritta, ma praticamente sempre rispettata, per cui un magistrato ancora in servizio non potesse ricoprire il ruolo di ministro della Giustizia. Non tutte le ricostruzioni di quei momenti convergono, fatto sta che dopo tre ore di colloquio la lista dei ministri cambiò e quella casella venne occupata da Andrea Orlando, democratico garantista, pro abolizione dell'ergastolo e contrario all'obbligatorietà dell'azione penale.
di Giuseppe Di Federico
Il Riformista, 29 gennaio 2021
Accolgo volentieri l'invito del Riformista a partecipare al dibattito sulle valutazioni di professionalità dei magistrati avvenuto su questo giornale nei giorni scorsi. Dibattito cui hanno contribuito avvocati delle Camere penali ed un magistrato di grande esperienza ed ex componente del Csm, Nello Rossi. Da entrambe le parti si segnala l'inattendibilità di quelle valutazioni e l'esigenza di riformarle al fine di meglio garantire la qualità della giustizia ai cittadini e l'efficienza della giustizia. Difficile non essere d'accordo con loro.
I dati delle ricerche da me condotte analizzando i verbali del Csm a partire dagli anni 1960, dati periodicamente da me pubblicati, mostrano che la percentuale dei magistrati valutati positivamente ha variato tra il 99,1% ed il 99,5%. Di regola, cioè, negli ultimi 50 anni il Csm ha deciso di sua iniziativa (non lo prevede nessuna legge) di promuovere tutti i magistrati fino al vertice della carriera in base all'anzianità salvo i casi di grave e documentato demerito (come le più elevate sanzioni disciplinari o condanne penali).
Anche i pochissimi magistrati che vengono "bocciati" di regola vengono poi promossi con due o tre anni di ritardo. Non avviene in nessun altro paese europeo con magistrature reclutate burocraticamente (non in Francia, non in Germania, non in Olanda, non in Spagna, ecc.) che sono tutte più efficienti della nostra. Solo una coincidenza? Molte sarebbero le cose da aggiungere sulle modalità con cui il Csm (non) effettua le valutazioni di professionalità. Ne segnalo solo due. Una riguarda la modalità con cui il Csm valuta e promuove i magistrati fuor ruolo e l'altra il contenuto delle valutazioni positive.
Quanto al primo aspetto occorre ricordare che sono stati sistematicamente valutati positivamente e promossi numerosi magistrati che non avevano esercitato funzioni giudiziarie per molti anni, a volte decenni (parlamentari, titolari di incarichi amministrativi, e altro). Ciò facendo il Csm, nella frenesia di promuovere tutti, ha implicitamente, ma chiaramente, affermato, che nel nostro Paese neppure l'esperienza giudiziaria è più necessaria per ottenere valutazioni positive e fare carriera in magistratura.
Quanto al secondo aspetto: avendo personalmente letto molte centinaia di valutazioni di professionalità dei magistrati nel corso delle mie ricerche e della mia esperienza di consigliere del Csm, non posso non essere d'accordo con quanto scritto nel suo articolo dal magistrato Nello Rossi quando dice: "Dalle valutazioni di professionalità i magistrati emergono quasi sempre come puntuali, laboriosi, competenti, addirittura geniali. È perciò legittimo chiedersi perché nelle valutazioni di professionalità non affiorano quei profili critici del modus operandi di alcuni giudici e pubblici ministeri che in molti conoscono e di cui molto si parla negli uffici giudiziari...".
Nei loro articoli né il presidente della Camere Penali, Gian Domenico Caiazza né il magistrato Nello Rossi offrono credibili proposte di riforma. In particolare, nessuno dei due ci dice come superare il principale ostacolo alla riforma da loro auspicata che deriva dallo stretto collegamento che esiste tra valutazione della professionalità e trattamento economico dei magistrati.
Per spiegare di cosa si tratta dobbiamo ricordare che fino agli anni 1960 l'assetto della carriera dei nostri magistrati era simile a quello degli altri paesi dell'Europa continentale riguardo alle valutazioni di professionalità ed allo svolgimento della carriera: non potevano essere promossi ai livelli superiori della carriera un numero di magistrati superiore al numero limitato dei posti che si rendevano vacanti ai livelli superiori della giurisdizione.
Di conseguenza le valutazioni dovevano essere di necessità reali e selettive. Solo un numero molto limitato di magistrati poteva raggiungere i livelli più elevati della carriera e del trattamento economico: i dati da noi raccolti per il decennio 1952-62 mostrano infatti che più della metà dei magistrati (il 52,2%) andava in pensione senza aver superato il livello intermedio della carriera (quello di magistrato d'appello) e del relativo trattamento economico. Negli altri paesi europei con reclutamento burocratico simile al nostro l'assetto delle valutazioni e della carriera è ancora quello. Da noi invece, a partire dagli anni 1960, il Csm ha deciso di sua sponte (non lo prevede nessuna legge) di promuovere ai vari livelli della carriera tutti i magistrati in base all'anzianità e, al contempo, di attribuire loro un trattamento economico che di regola consente a tutti di raggiungere, nel corso degli anni, anche il livello più elevato del trattamento economico. In altre parole il Csm assicura a tutti i magistrati di raggiungere, nella parte finale della loro carriera, uno stipendio mensile netto di oltre 8000 euro per 13 mensilità, con i conseguenti vantaggi che questo comporta per i livelli delle liquidazioni e delle pensioni.
Proporre di rendere più rigorose le valutazioni di professionalità vuol quindi anche dire che una parte dei magistrati non potrebbero più raggiungere i livelli più elevati della carriera e della retribuzione. Chi propone riforme di questo genere dovrebbe anche indicare come si potrebbe convincere la magistratura a rinunziare ai vantaggi dell'attuale sistema e convincere il Csm ad essere più rigoroso nelle sue valutazioni a dispetto della suo attuale assetto, un assetto in cui la maggioranza dei componenti magistrati sono eletti con l'appoggio delle varie correnti del sindacato della magistratura e quindi comprensibilmente contrari a contrastare le consolidate aspettative dei propri associati (ed anche le proprie).
A riguardo di queste difficoltà è forse significativo ricordare che di regola i soli magistrati che criticano il sistema di valutazione della professionalità e le disfunzioni che ne derivano sono magistrati già andati in pensione o già al vertice della carriera. I magistrati che hanno osato farlo anzitempo sono stati poi osteggiati dall'Anm e penalizzati dal Csm. Solo due esempi. Quelli di Giovanni Falcone e di Corrado Carnevale.
Corrado Carnevale venne denunziato per vilipendio della magistratura dalla procura di Agrigento e certamente fu poi in vario modo osteggiato nella sua carriera dal Csm. Giovanni Falcone subì una dura reprimenda da parte del Direttivo centrale dell'Anm (Bollettino della Magistratura, ottobre 1988) per aver ricordato, in un suo scritto, che gli automatismi di carriera "sono causa non secondaria della grave situazione in cui versa attualmente la magistratura. La inefficienza dei controlli sulla professionalità cui dovrebbero provvedere il Csm ed i consigli giudiziari, ha prodotto un livellamento della magistratura verso il basso". Come si sa anche la carriera di Falcone fu gravemente penalizzata dal Csm in varie occasioni nonostante l'elevata professionalità che gli veniva riconosciuta anche a livello internazionale.
Una postilla. Tutti coloro che sono stati componenti del Csm, tranne me, hanno contribuito col loro voto ad effettuare valutazioni positive della professionalità generalizzate (circa 4000 per ogni consiliatura). In rare occasioni alcuni componenti si sono opposti. Ne voglio ricordare una avvenuta nel corso di una delle centinaia di sedute del Csm cui ho assistito prima di divenire Consigliere e che riguarda proprio il dott. Rossi. Nella seduta del 7 aprile 2000 egli si oppose ad una promozione esibendo una sentenza del candidato che era scritta con calligrafia quasi illeggibile, con numerose cancellature e scarsamente e motivata. Venne accusato da altri consiglieri togati di avere indebitamente criticato il contenuto di una sentenza e rimase in assoluta minoranza. Il Dott. Rossi meglio di altri dovrebbe quindi conoscere le difficoltà di modificare il sistema delle valutazioni ed anche la limitatissima efficacia che potrebbero avere le proposte di riforma che egli fa nel suo articolo.
di Andrea De Lotto
pressenza.com, 29 gennaio 2021
Intervista al garante dei detenuti Francesco Maisto. "Nella mia vita ho fatto giocare tanti bimbi, tanti. C'è un gioco di una facilità estrema e di un successo sicuro, credo peschi lontano tra i nostri gesti primordiali. Prendete una bella corda forte, mettetevi in mezzo, gridate ai bimbi che la prendano da una parte e dall'altra e in un attimo daranno anima e corpo, suderanno e si faranno male alle mani pur di tirare la fune dalla loro parte".
Francesco Maisto dà l'impressione di aver speso tanto tempo a tirare la corda. Una vita trascorsa come magistrato di sorveglianza, si occupa di carceri da sempre; ora è in pensione, ma è garante dei detenuti qui a Milano. Gli chiedo che cosa si stia facendo in questo periodo per mettere in sicurezza i detenuti e chi lavora nel carcere: "Pochissimo!" risponde.
"La cosa da fare era soprattutto una: sfoltire, guadagnare spazio e distanza. Si è fatto troppo poco. Dal ministero una commissione pletorica. Non vi sono quasi più parlamentari che entrano nelle carceri, che si spendono per questa vicenda. Con il Covid il sovraffollamento delle nostre carceri è diventato ancora più evidente e drammatico. Credo che si dovrebbero alleggerire le carceri a livello nazionale di almeno 4/5mila unità. Deve anche aumentare il cablaggio, in modo da avere migliori connessioni per i colloqui o la scuola. La rete internet attualmente spesso non regge. Non è solo questione di soldi da investire; c'entrano anche i troppi intralci burocratici per la realizzazione immediata di alcuni cambiamenti urgenti".
Le rivolte sono state pagate a prezzo altissimo. Quali forme di pressione possono attuare i detenuti e i loro familiari?
Le carceri italiane hanno visto moltissime forme di protesta civile, che devono poter continuare; sono uno sfogo utile e necessario. È stata bloccata per esempio la richiesta di un detenuto di iscriversi all'associazione "Nessuno tocchi Caino" e questo non va bene. Voleva unirsi allo sciopero della fame promosso da Rita Bernardini e al quale mi sono partecipato anch'io. Una lotta per fare pressione rispetto alla criticità della situazione delle carceri italiane. Se manca la trasparenza nelle carceri, questa danneggia tutti: i detenuti, la comunità penitenziaria e anche la popolazione civile. E invece sta tornando questa volontà di chiudersi a riccio. A tratti sembra di tornare al pre-riforma 1975, quando le carceri erano avulse dalla società. Si rischia di tornare a "girachiavi e camosci" (gergo carcerario con il quale si chiamano gli agenti e i detenuti), come vorrebbero alcuni sindacati di polizia penitenziaria e alcuni partiti politici, ma non è possibile.
Come procede la richiesta che nelle carceri arrivino al più presto i vaccini?
Noi garanti stiamo facendo tutte le pressioni possibili, abbiamo firmato appelli ai parlamentari, ai singoli ministri e al governo, abbiamo messo in evidenza i pericoli di contagio nelle carceri, per tutti coloro che vi entrano. Se qualche pubblico ministero diceva che si era più sicuri in carcere che in piazza Duomo, bisogna invece sapere che il Covid è arrivato anche all'interno del reparto 41bis di Opera. Anche oggi è scoppiato un focolaio a Rebibbia. Molti gli appelli anche dal mondo del volontariato e invece i membri del governo non mostrano alcuna intenzione di dare una minima priorità alle vaccinazioni dei detenuti e di chi lavora in carcere. Attualmente i volontari nelle tre carceri milanesi sono più di mille, la maggior parte dei quali in questo momento è bloccata. Qualcuno è riuscito a mantenere la propria attività, ma non è affatto facile. In questo momento gli arrestati sono soprattutto clochards, tossici e persone con problemi di salute mentale, quelli che non hanno nulla da perdere (apro una parentesi: San Vittore è quasi diventato un vecchio ospedale psichiatrico giudiziario!). Spesso non hanno abiti adeguati, hanno freddo...
La situazione è delicata, bisogna fare molta attenzione. Se spesso durante questa emergenza Covid vi è una situazione "oscillatoria" del contagio nella società esterna, questo avviene anche nel circuito penitenziario. Per esempio a Milano c'è un luogo di grande eccellenza come l'Icam (Istituto a custodia attenuata per detenute madri), dove queste vivono con i loro bambini in una struttura ben diversa da un carcere. Attualmente è vuota e il Comune ipotizzava di chiuderla definitivamente, ma chi ci dice che passato questo periodo non si tornino ad avere mamme con bambini? E allora sarà bene avere questa struttura. Rischiamo regressioni.
Torniamo pure al decreto legge che avrebbe dovuto contribuire a ridurre l'affollamento: sono previsti una quantità di motivi ostativi che ne limitano grandemente l'efficacia. La maggior parte delle persone che ne potrebbe beneficiare sono fragili, spesso senza casa, senza lavoro e senza assistenza sanitaria. Non si può far finta di nulla. È vero che la cassa delle ammende ha messo a disposizione dei fondi per affrontare queste situazioni, ma la Regione Lombardia ha voluto spendere quei soldi a favore della polizia penitenziaria. È assurdo, quella ha altri canali per avere aiuti! Ma intanto si perde tempo; queste strutture hanno dei tempi troppo lunghi. Il Parlamento avrebbe dovuto mettere in atto delle misure quasi automatiche per sfoltire la popolazione carceraria di quei soggetti non pericolosi che possono tranquillamente espiare la pena in misure alternative. E questo non è stato fatto.
Le suggerisco un gioco: se lei fosse Ministro di Grazia e Giustizia proporrebbe subito una misura del genere?
Il dottor Maisto ride... "Io ho 74 anni, ero arrivato al massimo della mia carriera e ora sono un magistrato in pensione che fa il garante. In passato ministri che non erano particolarmente progressisti, nel momento in cui l'Italia, per la sentenza europea Torregiani, fu accusata di sovraffollamento, attuarono delle misure speciali che sfoltirono le carceri. Un aumento delle riduzioni di pena per tutti coloro che avevano tenuto una condotta regolare. In quell'occasione tanti poterono uscire, altri videro una riduzione della pena. A maggior ragione oggi si dovrebbe fare un'azione di questo genere, anche a livello simbolico. Si parla di Ristori e Ristori, ma per le carceri niente? La sofferenza sta solo aumentando.
Durante il primo lockdown, quando fummo costretti a restare in casa, qualcuno disse che forse avremmo capito di più le condizioni dei detenuti. Le sembra che sia avvenuto?
No, mi sembra invece che cresca una cattiveria punitiva, un egoismo non fondato. In Italia è ancora forte e diffusa la cultura del "buttare le chiavi e farli marcire dentro". C'è però ancora molta voglia di lavorare, lo vedo dal mondo dei volontari, che restano attivi nel dare speranza. Le risposte del mondo della politica sono spesso false e inadeguate.
In questo momento è più frustrato o più arrabbiato?
Sono più arrabbiato.... anche se preferisco dire "reattivo". La rabbia non mi appartiene.
Lei il carcere di San Vittore lo raderebbe al suolo?
Per niente, bisogna conoscere e mantenere la memoria per sapere quanta sofferenza c'è stata là dentro. Per i nazisti fu un parcheggio prima di mandare gli ebrei verso i campi di sterminio. È un monumento storico all'interno della città, dove ci sono ancora persone detenute che soffrono perché hanno sbagliato o perché forse hanno sbagliato. Potrebbe essere trasformato rispondendo in parte alle esigenze originarie, in parte a nuove funzioni sociali. San Vittore potrebbe diventare un luogo per semi-liberi e anche un museo; sarebbe davvero significativo. Che si ricordi come là dentro migliaia di persone hanno sofferto, a ragione o a torto. A me non va fatta questa domanda. Io ho speso tanto della mia vita lì dentro, da magistrato e alla fine anche da volontario. Ho visto i morti bruciati, ho visto di tutto, mi hanno chiamato per convincere a scendere detenuti che si erano rifugiati nelle bocche di lupo, sono riuscito a far buttar giù quelle finestre da cui non si vedeva fuori, ora sostituite da finestroni. A San Vittore c'erano delle celle sotterranee dette "ai topi" e io le ho fatte chiudere. Ogni giorno mi arrivavano i rapporti giudiziari di infortuni sul lavoro riguardo ai detenuti con le dita tagliate, non c'era la minima sicurezza. Io non sono oggettivo su San Vittore. Io mi ritengo un riformista democratico, un riduzionista; non sono un abolizionista del carcere, ma sono sicuramente per la de-istituzionalizzazione.
La Costituzione italiana dice che la pena, e quindi in sostanza il carcere, deve avere una funzione riabilitativa, rieducativa. Da 1 a 100, come classificherebbe in questo senso il carcere in Italia?
Direi 10. Molto poco. La maggior parte dei fondi viene investita in sorveglianza, struttura, vigilanza, architettura e non in alternative. Bollate resta una struttura "virtuosa" dove la recidiva guarda caso è molto più bassa.
di Ambra Notari
Redattore Sociale, 29 gennaio 2021
Clementi: "Non abbassare la guardia: la proroga delle misure alternative "straordinarie" scade il 31 gennaio, il governo intervenga subito". Garante: "Priorità vaccinare tutta la popolazione carceraria".
Il boom di contagi registrato tra la seconda metà di novembre e fine dicembre sembra essere definitivamente alle spalle, ma anche se "al momento non registriamo particolari criticità, non possiamo abbassare la guardia, perché con la ripresa di alcune attività ovviamente i rischi aumentano". Questo il quadro della situazione relativa al Covid-19 tracciato, ieri nel corso di una seduta di commissione in Comune a Bologna, dalla direttrice del carcere della Dozza, Claudia Clementi.
Nel suo intervento, Clementi spiega che al momento "abbiamo un solo detenuto positivo, e si tratta oltretutto di una persona giunta di recente", aggiungendo che anche i contagi tra gli operatori "si contano sulle dita di una mano, e sono comunque dovuti a contatti extra-lavorativi".
Sul fronte del personale, ricorda poi la direttrice, "a tutti viene fatto mensilmente il tampone molecolare a personale, e ora è in corso screening gennaio", mentre per quanto riguarda i detenuti la situazione è più problematica. Infatti, anche se "ora raramente superiamo le 700 presenze", i dati di fine dicembre, precisa poi l'avvocato Elia De Caro di Antigone, parlano di 671 detenuti, cifra comunque ben superiore alla capienza della Dozza, che non dovrebbe ospitare più di 500 persone.
E anche se "applichiamo le norme sulla detenzione domiciliare speciale e sui permessi in deroga, siamo sempre sul filo del rasoio, perché queste misure scadono il 31 gennaio e ad oggi non sappiamo se saranno rinnovate". Quanto poi ai rischi connessi alla ripresa di parte delle attività, Raffaella Campalastri, referente dell'Ausl per la sanità penitenziaria, cita come esempio il caso di un'insegnante che segue diverse classi di detenuti e che due giorni fa è risultata positiva.
Questo, dettaglia, "ci ha imposto di isolare i detenuti in questione e i loro compagni di cella, e anche se il primo tampone è risultato negativo per tutti, dobbiamo comunque aspettare 10 giorni in attesa di fare il secondo tampone". In ogni caso, assicura, "in generale la situazione relativa alla salute dei detenuti è molto buona".
Anche il Garante comunale dei detenuti, Antonio Ianniello, pone l'accento sulla necessità di non abbassare la guardia e auspica una proroga delle misure alternative alla detenzione, così come De Caro, che sottolinea "l'impossibilità di mantenere il distanziamento in strutture sovraffollate" e rileva "l'inefficacia dei provvedimenti del Governo nello sfollare le carceri".
Si spinge oltre, sul punto, Stefania Pettinacci dell'Osservatorio carcere della Camera penale bolognese, che spera addirittura in "amnistia e indulto, perché le attuali misure alternative sono inique, risibili e inefficaci, in quanto toccano una platea molto ristretta di detenuti e sono difficilmente applicabili a causa, ad esempio, della scarsità di braccialetti elettronici". Sul fronte dei lavoratori, invece, i sindacati Sappe e Fp Cgil chiedono che venga rispettato scrupolosamente il calendario degli screening, e Salvatore Bianco della Fp Cgil auspica anche che "vengano adottate le mascherine Ffp2, più protettive, per tutte quelle attività in cui non è possibile mantenere il distanziamento".
Il Messaggero, 29 gennaio 2021
Il Garante: "Situazione grave". Covid e carcere, numeri che spaventano. "Sono 110 i detenuti positivi questa mattina nella Casa circondariale di Rebibbia Nuovo complesso. Il fatto che la grande parte di essi siano asintomatici e non abbiano bisogno di assistenza sanitaria, se non del monitoraggio costante delle loro condizioni di salute, non toglie nulla alla gravità della situazione". Lo comunica il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, Stefano Anastasìa. Una nota divulgata dalla Pisana sottolinea che, secondo l'assessorato regionale alla Sanità, lunedì scorso erano 51 i detenuti positivi al Covid-19 nei 14 istituti di pena del Lazio.
Sulla vicenda interviene Monica Cirinnà, responsabile Diritti del Pd: "Si sta realizzando quello che si sarebbe dovuto prevedere: non può essere l'isolamento fisico dei detenuti a contenere il rischio di contagi: non solo perché in carcere non può essere garantito il distanziamento, a causa del sovraffollamento, ma anche perché un rafforzamento delle condizioni di isolamento ha effetti collaterali pesanti sulla concreta condizione di vita e sulla tenuta psicologica dei detenuti. E anche perché gli enormi problemi in materia di tutela della salute in carcere rendono davvero drammatica la prospettiva di focolai nella popolazione carceraria". "Per questo - conclude Cirinnà - auspico che in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario, che avverrà il prossimo 29 gennaio, venga posta grande attenzione sul dare indicazioni precise e linee di intervento per disinnescare la bomba ad orologeria che sono le carceri, ad iniziare dalla gestione dei detenuti in attesa di giudizio".
"Lo ripetiamo quotidianamente - prosegue Anastasìa nel comunicato: le carceri sono luoghi a rischio per la diffusione della pandemia. Questa situazione non può proseguire ancora per mesi, in attesa che arrivi il vaccino o che si prendano il Covid tutti i detenuti. Servono iniziative e disposizioni immediate, a partire dalla scarcerazione di tutti coloro che possano beneficiare di alternative al carcere e dei detenuti in attesa di giudizio per reati non violenti, in modo che si possa gestire nel migliore dei modi l'isolamento, il monitoraggio e l'assistenza di chi contrae il virus in carcere. Serve il vaccino subito, come è stato fatto nelle cinque Residenze per le misure di sicurezza (Rems) del Lazio".
dire.it, 29 gennaio 2021
Continua l'emergenza Covid nelle carceri lombarde, in attesa della definizione del piano vaccinale. Nella seconda ondata, la popolazione carceraria contava 7.600 persone (a fronte di una capienza regolamentare di 6.143), di cui 1.220 sono stati i detenuti affetti da Covid 19 dal 1° ottobre ad oggi, con un picco di contagiati (442) registrato l'11 dicembre, mentre il totale dei casi da inizio pandemia ammonta a 1.329 pazienti positivi, 45 sono stati i ricoveri e 3 i detenuti morti a causa del virus, con oltre 32mila tamponi.
Attualmente ci sono ancora 139 detenuti positivi, ricoverati nei due hub Covid di San Vittore (55 persone) e Bollate (42), mentre gli altri casi derivano dal focolaio del carcere di Bergamo. Questa la fotografia dell'evoluzione della pandemia nelle carceri lombarde, illustrata nell'ultima seduta della Commissione speciale Carceri, presieduta da Antonella Forattini (PD).
A raccontare l'emergenza sanitaria vissuta dietro le sbarre, il dottor Roberto Ranieri, responsabile Sanità Penitenziaria di Regione Lombardia e il dottor Pietro Buffa, provveditore dell'Amministrazione Penitenziaria lombarda, che hanno illustrato le principali problematiche: la convivenza tra detenuti, personale sanitario, personale di polizia penitenziaria; la situazione di sovraffollamento con difficoltà di applicazione di misure di distanziamento sociale; il rischio di diffusione rapida della catena di contagio con coinvolgimento di pazienti fragili (anziani, immunodepressi) e le conseguenze sul sistema sanitario esterno; l'impatto negativo su misure rieducativo-trattamentali, particolarmente in pazienti tossicodipendenti e portatori di patologie psichiatriche.
"La situazione carceraria durante l'epidemia è stata senz'altro un'emergenza nell'emergenza - ha dichiarato la presidente Forattini. Auspichiamo che l'esperienza maturata e le buone pratiche adottate in Lombardia, grazie allo sforzo, all'impegno e alla creatività dei dirigenti penitenziari e dei responsabili della sanità, venga messa a sistema e possa fornire indicazioni per l'organizzazione dei vaccini, somministrazione che speriamo possa avvenire quanto prima".
Tra le soluzioni adottate, e che secondo il dottor Ranieri rappresentano un modello di sanità territoriale, la creazione di una task force multidisciplinare, che ha consentito la diagnosi precoce dei casi asintomatici contribuendo alla circoscrizione dei focolai epidemici, il contact tracing. "Tutte misure e trattamenti clinici - ha sottolineato il provveditore Buffa - che sono stati congrui e omogenei rispetto a quelli del cittadino comune, e non ulteriormente restrittive della libertà individuale, come richiesto dalle normative".
Il provveditore ha, inoltre, sottolineato anche il grande contributo avuto dai servizi di telemedicina, elemento che rimarrà anche dopo la fine della pandemia. Durante la seduta si è anche parlato della non facile organizzazione del piano vaccinale che per gli agenti di Polizia penitenziaria dovrebbe avvenire, secondo le ultime notizie, nella fase 1 bis, mentre per i detenuti è prevista la somministrazione alla fine della fase 2, che invece dovrebbe essere anticipata.
ilreggino.it, 29 gennaio 2021
Raccontare l'esperienza di "insegnante di rap" nelle carceri minorili tramite le parole di un libro e la musica di uno street album: questo l'obiettivo del rapper e scrittore calabrese Francesco "Kento" Carlo che giovedì 28 gennaio pubblica "Barre". Il libro "Barre - Rap, sogni e segreti in un carcere minorile", edito da minimum fax, è disponibile in tutte le librerie, mentre lo street album intitolato "Barre Mixtape" è su tutte le piattaforme digitali e, nelle prossime settimane, uscirà su vinile per Aldebaran Records.
Nelle 177 pagine del volume, Kento racconta la sua esperienza maturata in oltre dieci anni di laboratori in vari istituti penitenziari italiani, a contatto con centinaia di ragazzi detenuti, insieme ai quali ha scritto strofe, ritornelli e punchline. Nei suoi laboratori, Kento stimola a incanalare nella creatività la rabbia, la frustrazione e la tentazione di fare del male agli altri e, più spesso, a sé stessi.
Barre racconta queste esperienze - con gli strumenti della narrativa, perché la legge impone di non rivelare nulla che possa collegare le vicende narrate ai protagonisti reali - e insieme riflette sul classismo insito nel sistema della giustizia minorile italiana, in cui a finire dentro spesso non sono i più colpevoli ma semplicemente gli ultimi per condizione economica, culturale e sociale.
Barre, come quelle di metallo alle finestre della cella. Barre, come vengono comunemente definiti i versi di una strofa rap. Barre, come i segni di penna sui nomi dei ragazzi che non frequentano più i laboratori. Perché sono usciti, finalmente liberi.
Perché sono diventati grandi e devono trasferirsi nel carcere degli adulti. Perché non sono mai rientrati dai permessi premio, e chissà che fine hanno fatto. Il disco è stato registrato e masterizzato allo storico Quadraro Basement e vede le produzioni di Shiny D, Goedi, DJ Fuzzten, Gian Flores, Dj Dust, Giovane Werther e un feat. di Lord Madness. Tredici tracce dove la poesia incontra il boombap e le classiche rap ballad si alternano a incursioni nelle sonorità più moderne, senza mai perdere l'attenzione al messaggio che è da sempre il tratto distintivo dell'MC reggino.
Un lavoro legato a doppio filo al libro perché nato dalla stessa ispirazione, e scritto in buona parte nel periodo in cui - per colpa del lockdown - i laboratori in carcere hanno subito un'interruzione forzata, così come i concerti. In attesa di poterlo sentire dal vivo, è prevista quindi un'edizione in vinile di sole 100 copie numerate a mano e autografate, su supporto in formato 180 grammi nero con effetto marmorizzato giallo, che richiama la copertina del libro. Il vinile di Barre Mixtape è disponibile in pre-ordine sul sito di Aldebaran Records in bundle con il libro stesso e, per chi vorrà, anche con una t-shirt realizzata in esclusiva dalla cooperativa Jailfree, che si occupa del reinserimento lavorativo dei detenuti.
"Minimum fax è un editore che ho sempre stimato, e vedere il loro logo accanto al mio nome in copertina è un traguardo importante e uno stimolo per il futuro - dichiara Kento - Trovo particolarmente significativo abbinare quest'uscita a quella del vinile per Aldebaran Records, protagonista di alcune delle uscite su supporto analogico più significative degli ultimi anni".
anteprima24.it, 29 gennaio 2021
Benevento - Samuele Ciambriello, garante dei detenuti della Campania, nel pomeriggio di oggi ha visitato il carcere di Benevento dove sono attualmente reclusi 354 detenuti di cui 56 donne. La visita é stata effettuata con i volontari e il presidente della cooperativa "I Care" Don Giuseppe Campagnuolo della diocesi di Cerrito Sannita (BN) che si occupa del disagio giovanile, di una casa di accoglienza per donne e bambini e ragazzi con disabilità.
"I Care" nel carcere di Benevento gestisce un progetto finanziato dal garante campano dei detenuti, che prevede un percorso introspettivo dei detenuti accusati di reati a sfondo sessuali, sia nel reparto femminile che maschile.
Per il garante Ciambriello "questi progetti nelle carceri sono importanti sia per far riappropriare delle proprie responsabilità i diversamente liberi, sia per aiutarli a soffermarsi su un loro presente e a riconoscere i propri limiti e a saperli gestire. Prima di entrare in carcere ho incontrato don Nicola De Blasio della Caritas diocesana di Benevento.
Ho finanziato un suo progetto di attività di recupero per detenuti e ho firmato un protocollo di intesa per accoglienza e lavori socialmente utili per 5 detenuti. La Caritas dal mese di febbraio attiverà un centro di ascolto psicologico e di sostegno morale nel carcere di Benevento.
Sono grato a quanti istituzioni pubbliche e del privato sociale nel Sannio hanno attivato percorsi di solidarietà e di reinserimento socio-lavorativo per detenuti ed ex detenuti". Il garante Ciambriello ha regalato ai detenuti sex offender una confezione contenerne un libro e alcune mascherine. Convinto, come ha detto all'uscita, che "la cultura libera, la conoscenza aiuta a superare le disuguaglianze e a riappropriarsi dei propri sogni".
di Cristina Rufini
Il Resto del Carlino, 29 gennaio 2021
Si è aperto ieri mattina, con l'udienza filtro, il processo a carico di un ispettore di Polizia penitenziaria al tempo dei fatti e dell'allora collega Sovrintendente della stessa Penitenziaria. I fatti che vengono loro contestati sarebbero accaduti tra la fine del 2016 e giungo 2017 nei confronti di un detenuto nel carcere di via Arginone.
Secondo le contestazioni che sono mosse dal pubblico ministero Isabella Cavallari, i due in concorso sono accusati di aver percosso e minacciato un detenuto, in modo tale da indurlo a raccontare fatti relativi ad altri carcerati "il tutto aggravato dall'odio razziale", secondo la tesi sostenuta dal pm Cavallari. Sempre in concorso abusavano del loro potere di controllo sui detenuti con eccessive 'misure di rigore reiteratè, che comprendevano anche le percosse.
La stessa accusa che viene mossa, questa volta al solo ispettore della Penitenziaria, nei confronti di un altro detenuto, sempre per riuscire a fargli raccontare fatti che riguardassero altri carcerati. Ispettore che è anche accusato di avere danneggiato, in concorso con un detenuto che è poi deceduto, il vetro che si trovava a protezione del televisore installato nella cella.
All'Ispettore, in questo particolare episodio, viene imputato il concorso morale, "avendo istigato il detenuto, a compiere il danneggiamento". Ieri si è aperto il processo davanti al Tribunale in composizione collegiale, con fissazione della prossima udienza al 24 marzo. Entrambi sono assistiti dall'avvocato Denis Lovison.
- Bergamo. Una guida pratica per accogliere gli autori di reato
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