di Simona Musco
Il Dubbio, 30 gennaio 2021
Inaugurazione dell'anno giudiziario, il procuratore generale della Cassazione: "Discrasia tra clamore mediatico e fasi successive. No alla ricerca del consenso".
"L'anno della pandemia ha visto gli uffici del pubblico ministero nell'intero territorio nazionale impegnati a svolgere responsabilmente il loro fondamentale ruolo. Non sempre al clamore delle indagini e degli arresti ha però corrisposto pienamente la conferma nelle fasi successive. Questa discrasia, quando significativa, dovrà essere oggetto di attenta analisi in sede di ricerca dell'uniformità nell'esercizio dell'azione penale e quindi anche nelle indagini preliminari". Quello che il procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi dedica alle inchieste spettacolo è solo un piccolissimo passaggio.
Ma rimane comunque potentissimo, a fronte di una relazione di oltre 300 pagine che analizza un anno complicatissimo per la giustizia, devastata dal Covid e costretta a fare i conti con nuovi strumenti per non rischiare l'empasse. Il passaggio è delicato e tocca la questione della presunzione di innocenza, spesso dimenticata e sostituita con una condanna mediatica a priori, spesso irreversibile, anche dopo le assoluzioni pronunciate nei luoghi deputati al processo. Ed è forte la critica pronunciata da Salvi, nel corso del suo intervento in Cassazione, all'eccesso di protagonismo, alla ricerca smodata di consenso, all'uso del processo penale come risposta alle pulsioni della pubblica opinione e non come applicazione delle norme.
"È ricorrente la polemica circa dichiarazioni rese dai magistrati del pubblico ministero. La moderazione nelle dichiarazioni, resa necessaria dalla precarietà dell'accertamento non ancora sottoposto alla piena verifica del contraddittorio, è manifestazione della professionalità del capo dell'ufficio - ha dichiarato il procuratore generale -. La comunicazione nei toni misurati e consapevoli deve essere tale da evitare anche solo il sospetto che non la fiducia della pubblica opinione sia cercata ma il suo consenso. Questa sarebbe la fine dell'indipendenza del pubblico ministero". Ma non solo: affidare al diritto penale "l'orientamento valoriale di un aggregato sociale" vuol dire snaturarlo, portando "rischi preoccupanti".
Così facendo, infatti, "si esigerebbe dalla giurisdizione che le sentenze dei giudici non applichino solo norme, ma veicolino contenuti ritenuti giusti e tali non perché ricavati dalla Carta fondamentale, ma dal sentimento, dalle passioni, dalle emozioni dei cittadini". E ciò, ha avvisato Salvi, porterebbe le politiche pubbliche a non affrontare i fenomeni criminali sulla base della loro natura, spostandosi soltanto "suoi risvolti punitivi". Si tratta di quella che il procuratore generale ha definito "la tentazione del governo della paura", che "ha riflessi anche sul pubblico ministero", in quanto "dal desiderio di assecondare la rassicurazione sociale all'idea di proporsi come inquirente senza macchia e senza paura, che esporta il conflitto sociale e combatte il nemico, il passo non è troppo lungo".
"Avvocatura e magistratura unite nell'affermare i valori costituzionali" - Salvi ha aperto il suo discorso rivolgendo un saluto anche all'avvocatura, "alla quale siamo legati dal comune sentire nell'affermare i valori costituzionali e che nell'esercitare in autonomia il suo ruolo garantisce anche la nostra indipendenza e alla quale va dunque il nostro rispetto", passaggio che corrisponde perfettamente alla base teorica della riforma per l'avvocato in Costituzione.
Ricordando i magistrati caduti nell'esercizio della propria funzione, il pg ha ricordato lo scandalo che ha travolto la magistratura, resa meno credibile da "un sistema diffuso di asservimento del governo autonomo a logiche di interessi di gruppo, che ha consentito anche condotte di assoluta gravità, alcune delle quali in precedenza mai verificatesi". Per evitare tali degenerazioni, "sono state emanate linee guida" per distinguere i casi di effettiva rilevanza disciplinare da quelli di carattere etico e deontologico.
Ma è evidente, si legge nella relazione, "che la disciplina non può che essere parte di un impegno ben più vasto, nel quale la sanzione non sia che l'aspetto residuale, l'ultima ratio. Non dobbiamo riprodurre nel giudizio disciplinare le dinamiche degenerative che hanno afflitto il diritto penale, così da farne non il luogo eccezionale della violazione del precetto tipico, ma quello di un diritto punitivo etico".
Il Covid e la sfida degli uffici giudiziari - L'emergenza Covid, ha sottolineato Salvi, ha spinto gli uffici giudiziari a sfruttare la tecnologia per non fermare la giustizia. Una sfida, tutto sommato, vinta, secondo il procuratore generale. "La giustizia ha molto sofferto - ha sottolineato -. Abbiamo avvertito innanzitutto il peso della nostra arretratezza, soprattutto nella diffusione del processo telematico. L'esperienza ha infine generato, anche grazie all'impegno indefesso del ministero della Giustizia, aspetti positivi, sui quali dobbiamo ora operare per non disperdere il patrimonio accumulato, cogliendo le opportunità che si aprono per l'innovazione organizzativa della giustizia nell'attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza".
Ma non solo: la pandemia ha aumentato il livello di condivisione tra gli uffici requirenti, "che vede al centro l'impegno per l'uniforme esercizio dell'azione penale, secondo i principi della correttezza dell'agire del pubblico ministero e del perseguimento dell'obiettivo della ragionevole durata del processo, in ogni sua fase". Rimane abnorme il contenzioso nel settore della protezione internazionale e in quello tributario, a causa di contrasti interpretativi che impediscono "la celere definizione dei processi sulla base del precedente consolidato e determinano sin dal giudizio di primo grado intollerabili disparità di trattamento di posizioni eguali".
Carcere, estremismo di destra e femminicidi - Un passaggio viene anche dedicato alla diffusione del virus nelle carceri, che ha reso evidente un problema annoso: "l'esclusione degli "ultimi" dai benefici a causa della loro marginalità sociale". Da qui l'impegno "per rendere disponibili alloggi e programmi di inserimento per i detenuti con pene brevi residue".
Il pg ha anche fatto il punto sulle rivolte nelle carceri, sottolineando che i nove detenuti morti nell'istituto di Modena "sono deceduti per l'assunzione di sostanze stupefacenti sottratte dalla farmacia e non per violenze esercitate nei loro confronti durante la rivolta dell'8 marzo a Modena". Ma la pandemia ha fatto emergere anche l'uso strumentale della paura, soprattutto dai partiti estremisti di destra: "Le formazioni vicine all'estremismo ed eversione di destra, negli ultimi mesi, hanno dimostrato interesse contro le politiche governative in tema di contenimento del Covid-19 e hanno cercato di sfruttare la particolare situazione problematica per incitare alla disobbedienza e ad atti di violenza, strumentalizzando il disagio economico e sociale diffuso in diversi strati della cittadinanza". Fenomeno al quale si associa "il riproporsi di antiche pulsioni razziste e antisemite, che si saldano a nuovi mezzi di comunicazione e all'affermarsi di movimenti che si richiamano al suprematismo bianco". Segnalato, infine, il calo degli omicidi, che solo in minima parte ha riguardato i femminicidi, divenuti "proporzionalmente tra le principali cause di omicidio".
di Errico Novi
Il Dubbio, 30 gennaio 2021
David Ermini, nell'intervento pronunciato all'inaugurazione dell'anno giudiziario, si conferma come un vicepresidente del Csm autonomo e realista. Niente inerzia, niente scorciatoie sommarie, magari col sacrificio di qualche singolo. David Ermini, nell'intervento pronunciato all'inaugurazione dell'anno giudiziario, si conferma come un vicepresidente del Csm autonomo e realista. Arriva a chiedere alla magistratura una "rifondazione morale". Appello in cui riecheggia il discorso severissimo rivolto al plenum, nel giugno 2019, dal Capo dello Stato, da quel Sergio Mattarella che è il più alto vertice anche dell'organo di autogoverno. Al presidente della Repubblica, non a caso, Ermini si rivolge più volte nel suo intervento, innanzitutto per esprimergli "profonda riconoscenza".
"Il doveroso accertamento delle responsabilità di singoli magistrati non deve trasformarsi in un modo per liquidare fatti dolorosi e inquietanti all'interno di una spiacevole parentesi da archiviare e dimenticare in fretta", è il passaggio in cui il vicepresidente del Csm pare in sintonia con i tanti che intravedono in Luca Palamara un facile capro espiatorio. E infatti, a pochi mesi di distanza dalla condanna all'espulsione pronunciata a Palazzo dei Marescialli nei confronti dell'ex presidente Anm, Ermini ricorda come "risulterebbe vana ogni decisione della sezione disciplinare o della prima commissione per le incompatibilità se ad essa non si affiancasse un profondo cambiamento di mentalità, una vera e propria rifondazione morale", appunto, "che coinvolga tutta la magistratura".
Il che non vuol dire che si debba disconoscere il tentativo, compito in questi mesi, di scuotersi dalla normalizzazione spartitoria. "Nell'anno appena trascorso il Consiglio superiore, dopo aver rischiato di essere travolto dalle dolorosissime vicende venute alla luce l'anno precedente, che avevano reso evidente una degenerazione correntizia non più sostenibile, era chiamato a dimostrare di saper continuare ad assolvere la funzione di governo autonomo della magistratura attribuitagli dalla Costituzione: ciò non solo attraverso la serietà e puntualità nell'accertamento delle responsabilità disciplinari, ma anche attraverso le modalità di assunzione delle deliberazioni". E grazie al sostegno di Mattarella, tiene a dire Ermini, si può "affermare che il Consiglio ha dato questa dimostrazione". Evidentemente con qualche rischio di resistenza, se il vicepresidente sente il bisogno di raccomandare, per esempio, attenzione nelle "assegnazioni di funzioni che richiedono peculiari requisiti di idoneità: penso, ad esempio, all'incarico di membro del Comitato direttivo della Scuola superiore della magistratura". Scelte che devono essere precedute, ricorda, "dalla sola, scrupolosa valutazione delle competenze tecniche, senza cedere alla tentazione di accordi preventivi volti alla ripartizione dei posti".
Oltre a un passaggio sulla riforma all'esame della Camera, per la quale si chiede di audire anche lo stesso Csm, ce n'è un altro forse più significativo di tutti: serve una "autoriforma", secondo Ermini, innanzitutto nei "procedimenti di valutazione di professionalità dei magistrati, che dovranno prevedere controlli sulla qualità e sulla tenuta dei provvedimenti, in modo da consentire quella necessaria differenziazione dei giudizi, oggi spesso indebitamente uniformati in incolori e ripetitive espressioni di generica positività, che costituisce il presupposto indispensabile dell'affermazione del merito". Forse la svolta davvero necessaria, non a caso accolta poco dopo, in una nota dell'Unione Camere penali, con un plauso liberatorio.
di Gian Domenico Caiazza
Il Riformista, 30 gennaio 2021
Fiore all'occhiello del giustizialismo, il fine-processo-mai era stato portato in trionfo. E invece ha affossato il Conte bis, Bonafede, e i responsabili. La lunga battaglia delle Camere penali, alla fine ha pagato. La politica è l'arte del possibile? Beh anche dell'impossibile, verrebbe da dire. Se qualcuno, un paio di anni fa, assistendo alla marcia trionfale della riforma Bonafede della prescrizione, avesse immaginato che un giorno il governo del populismo giudiziario si sarebbe impiccato esattamente a quella riforma, sarebbe stato accusato di essere lui visionario.
Invece è esattamente quello che è accaduto. Non entro nel merito della crisi; dico solo che il Governo Conte bis, che pure ha varato la entrata in vigore di quella sciagurata riforma (approvata l'anno precedente, ma con entrata in vigore differita a gennaio 2020) ha dovuto rassegnare le dimissioni prendendo atto che il Parlamento avrebbe certamente bocciato la relazione del ministro della Giustizia esattamente a causa di quella riforma.
Dico di più: il tentativo di costituzione di un nuovo gruppo parlamentare (responsabili, costruttori, europeisti, insomma quello) è naufragato principalmente su quel voto, e sulla politica della Giustizia simbolicamente connotata proprio da quel fiore all'occhiello del populismo giudiziario da quasi tre anni al governo del Paese. Credo sia legittimo rivendicare con orgoglio il contributo che l'Unione delle Camere Penali Italiane ha saputo offrire al raggiungimento di questo importante risultato politico.
Un percorso, forte di anni di battaglie politiche, manifestatosi il 23 novembre 2018 al Teatro Manzoni di Roma, riempito fino all'inverosimile, con la discesa in campo, a fianco dei penalisti italiani "contro il populismo giustizialista", dell'intera comunità dei giuristi italiani, mai fino ad allora così espliciti nello schierarsi apertamente nell'agone politico. Fu quel Teatro che seppe accendere un'attenzione nuova, nei media e nella politica, sulle parole d'ordine del garantiamo, del diritto penale liberale, dei valori costituzionali del giusto processo, denunciando con forza il valore illiberale ed antidemocratico di una idea del diritto penale che rivendica a se stesso il compito di "spazzare via" fenomeni sociali, piuttosto che porre limiti chiari e predefiniti alla potestà punitiva dello Stato.
Una attenzione mediatica che deflagrò con la "Maratona Oratoria" per raccontare "la verità sulla prescrizione". Centinaia di avvocati da tutta Italia si alternarono senza sosta, per una intera settimana, al microfono del gazebo installato davanti al palazzo della Corte di Cassazione, per disvelare la grande mistificazione mediatica e politica populista. Quella che faceva dell'antico istituto della prescrizione non lo strumento di difesa contro l'assurda pretesa dello Stato di rendere a proprio piacimento prigioniero di un'accusa l'imputato senza limiti di tempo, e con essa la sua dignità e la sua vita, ma invece un oltraggioso privilegio di pochi ricchi privilegiati, e dei loro avvocati traffichini.
Quando vedemmo popolarsi quella piazza, giorno dopo giorno, di telecamere dei telegiornali prima, e di trasmissioni popolari della mattina e del pomeriggio poi, capimmo che la lunga semina stava finalmente dando i suoi frutti, che le nostre parole, il nostro punto di vista, stava diventando comprensibile e dunque in grado finalmente di esprimere la sua forza. E furono tanti, ed autorevolissimi, i politici ed i parlamentari che vollero raggiungerci a quel microfono, per dirsi pronti a raccogliere in Parlamento e nel Paese il testimone di quella battaglia di civiltà e di libertà.
La legge abrogativa fu varata, a gennaio 2020, ma tra un florilegio di distinguo, condizioni, scadenze temporali, promesse di rivisitazioni che ne fecero da subito, all'evidenza, un'anatra zoppa. Non so se infine riusciremo ad abbatterla, quella sciagurata riforma.
Vedremo. Ma se oggi, addirittura a distanza di un anno dalla sua entrata in vigore, di fronte all'arrogante rivendicazione di quel mostriciattolo giuridico di infima qualità tecnica -una vergognosa giaculatoria populista senza capo né coda, cifra perfetta dei tempi miserabili che ci tocca vivere- la sua sola evocazione è bastata a precludere definitivamente ogni ipotesi di sopravvivenza del Governo alla propria crisi politica, credo sia legittimo rivendicare con orgoglio questa lunga, esaltante battaglia politica in nome del diritto, delle garanzie, della Costituzione.
Questa è la bellezza della politica, quando essa si nutre di idee, di convinzioni, di valori forti a lungo sedimentati nella storia del pensiero umano, non di vuota e violenta agitazione delle viscere della pubblica opinione. "La durata è la forma delle cose", ci ricordava sempre Marco Pannella. Non dimentichiamola mai, questa splendida verità.
di Errico Novi
Il Dubbio, 30 gennaio 2021
La relazione del primo presidente Pietro Curzio per l'inaugurazione dell'anno giudiziario 2021 nell'Aula Magna della Cassazione. "È importante il dialogo con l'Avvocatura, che concorre alla giurisdizione, anche di legittimità, svolgendo un ruolo fondamentale. Vi sono oggi le migliori condizioni per intensificare questo dialogo". Il primo presidente della Cassazione Pietro Curzio lo sottolinea nella sua relazione per l'inaugurazione dell'anno giudiziario, che quest'anno si svolge con una cerimonia "ristretta" nell'Aula Magna della Cassazione: 25 magistrati in toga rossa e una trentina di ospiti, alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, per rispettare il distanziamento necessario in questa fase di emergenza sanitaria.
Presenti al Palazzaccio i presidenti di Senato e Camera, Elisabetta Casellati e Roberto Fico, il premier dimissionario Giuseppe Conte, il presidente della Corte Costituzionale Giancarlo Coraggio, oltre ai vertici delle forze armate, della magistratura amministrativa e contabile. Dopo la relazione del presidente Curzio, segue l'intervento del Guardasigilli Alfonso Bonafede, quelli del vicepresidente del Csm David Ermini e del procuratore generale della Suprema Corte Giovanni Salvi, e, a seguire, dell'avvocato generale dello Stato Gabriella Palmieri e del presidente facente funzioni del Consiglio nazionale forense, Maria Masi.
"La pandemia ha ulteriormente mostrato l'inadeguatezza del sistema, la gracilità e vetustà di molti suoi gangli, e pone in modo deciso la necessità di un cambiamento profondo e incisivo, prima di tutto culturale", comincia Curzio. Nel 2020, sottolinea, "l'amministrazione della giustizia è stata, come ogni settore della vita della nostra comunità, segnata dalla pandemia. Ciò ha comportato il sostanziale blocco dell'attività giudiziaria per un certo periodo, una faticosa e difficile ripresa per la restante parte dell'anno e oggi ci pone dinanzi alla necessità di ripensare profondamente il sistema. Di partecipare alla costruzione di un qualcosa che ancora non c'è".
"Di riforme del sistema giustizia e, al suo interno del giudizio di legittimità, ne sono state fatte molte negli ultimi anni, con un continuo, a volte turbinoso, susseguirsi di modifiche normative e organizzative, che a volte, invece di risolvere i problemi, hanno finito per complicarli", sottolinea Curzio. "Da tempo - aggiunge - siamo consapevoli che un sistema giustizia adeguato alla complessità dei problemi costituisce un fattore insostituibile per la garanzia dei diritti e doveri dei cittadini, per la vita delle imprese e delle amministrazioni, per la ragionevole certezza dei rapporti economici, civili, sociali".
"Per fare fronte alla crisi si è scelto di impegnare risorse economiche in misura impensabile sino a un anno fa. Ma per ottenere dall'Europa i relativi finanziamenti è necessario tracciare un quadro di riforme, prima fra tutte della giustizia, che dia idonee garanzie di conseguire gli obiettivi prefissati". In particolare, ricorda il presidente della Suprema Corte, su temi quali "digitalizzazione, semplificazione, nuove risorse umane e strumentali, ufficio del processo" vi sono "impegni precisi nel Piano nazionale di ripresa e resilienza. Ci auguriamo che il 2021 sia l'anno della "svolta italiana" all'interno di una svolta europea, che il piano prospetta, e che il progetto si trasformi in un processo operativo articolato ed efficace". "Il terribile anno che ci siamo lasciati alle spalle ci ha visti impegnati fondamentalmente a limitare i danni e alla fine il bilancio è positivo", spiega il primo presidente. "Grazie ad un forte recupero nel secondo semestre - aggiunge - siamo riusciti a definire più di 30mila processi civili e nel penale siamo riusciti a conservare tempi di definizione dei giudizi inferiori ad un anno".
Edizilia giudiziaria - "La generalità degli uffici giudiziari presenta significative carenze strutturali, necessità di interventi di manutenzione straordinaria, anche per quello che riguarda gli impianti tecnici e di sicurezza, e una complessiva inadeguatezza degli spazi resa particolarmente evidente dalla necessità di adottare, a causa della pandemia, misure di distanziamento particolarmente incisive nell'accesso agli uffici e nella permanenza all'interno di essi di professionisti e utenti", sottolinea il primo presidente della Cassazione Pietro Curzio, nella sua relazione per l'anno giudiziario, affrontando il tema dell'edilizia penitenziaria e delle strutture dell'esecuzione penale esterna che "mostrano da anni gravi deficit di capienza e una significativa vetustà degli edifici che hanno determinato l'ormai endemica problematica del sovraffollamento carcerario, cui consegue un significativo contenzioso nel settore risarcitorio e situazioni di grave crisi, sfociate, durante la fase più virulenta della pandemia, anche in tumulti e rivolte, nonché una diffusa difficoltà di gestione".
Al Governo deve essere rivolta la richiesta di proseguire il potenziamento del personale amministrativo della Corte, che ha bisogno urgente di nuove acquisizioni tanto sul piano numerico che delle competenze professionali", dice Curzio affermando che "la pandemia ci ha posto il problema di ricorrere al lavoro agile, ma le difficoltà sono state molteplici per la mancanza di accesso al sistema da luoghi diversi dall'ufficio. Questi problemi devono essere risolti, predisponendo meccanismi che consentano di passare con fluidità da una modalità all'altra di lavoro quando ciò si renda necessario o utile per il buon andamento dell'amministrazione". In prospettiva, secondo Curzio, "l'organizzazione della Corte dovrebbe essere modificata puntando più che sull'aumento del numero dei magistrati, sul rafforzamento delle strutture di supporto al loro lavoro, mediante la costituzione di un ufficio composto da giovani giuristi cui affidare compiti preparatori di studio dei fascicoli e di ricerca giurisprudenziale e dottrinale, volti a costituire la base delle decisioni. È questo l'assetto organizzativo di altre Corti supreme, che dovremmo importare nel nostro sistema".
Caso procure: "Credibilità magistratura appannata, no a degenerazioni correntizie" - "Gli ultimi anni sono stati difficili per il Csm e per l'associazionismo giudiziario. La magistratura italiana ha le risorse per superare questo periodo travagliato, anche se non è facile. Bisogna avere l'umiltà di ascoltare ciò che ci hanno insegnato i migliori tra noi", si legge nella relazione di Curzio, che cita Rosario Livatino, il quale "lasciò scritto nel suo diario di uomo di fede "non ci sarà chiesto se siamo stati credenti ma credibili". Forse il segreto - osserva Curzio - è semplicemente, per ogni scelta che operiamo, di chiederci quanto siamo credibili".
"La cultura del dialogo e la ricerca di soluzioni condivise creano un metodo di confronto capace di plasmare l'attività del magistrato all'ascolto e al rispetto delle opinioni diverse. Di questo si ha una prova evidente nella vita degli uffici giudiziari, là dove l'impegno della magistratura associata è capace di aiutare a superare i momenti di puro individualismo, sempre presenti, per ricercare soluzioni organizzative discusse e partecipate. Di questo si ha oggi più che mai bisogno, in una fase in cui la credibilità della magistratura e dei suoi organismi è fortemente appannata, al punto da consentire dubbi sul suo assetto voluto dalla Costituzione", si legge nella Relazione. "Il profondo e inscindibile legame che unisce lo Stato di diritto alla libertà di associazione dei magistrati deve però far riflettere attentamente i magistrati e le loro associazioni sulla responsabilità che assumono nel momento in cui esercitano tale libertà - aggiunge Curzio - Essa rappresenta un bene prezioso per la crescita culturale per l'attuazione dello Stato democratico e non tollera deviazioni verso logiche corporative e autoreferenziali, né, tantomeno, inquinamenti, forme di degenerazione correntizia, collegamenti con centri di potere".
Violenza sulle donne: crescono maltrattamenti e stalking - "Se per un verso non si segnalano particolari disfunzioni derivanti dall'entrata in vigore delle nuove disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere introdotte dalla legge numero 69 del 2019, il cosiddetto "Codice Rosso", dall'altro, si registra un incremento dei reati spia, quali i maltrattamenti in famiglia, lo stalking e le altre violenze ai danni delle donne", sottolinea Curzio. "Viene da più parti segnalato l'incremento delle denunce di violenze da parte di donne straniere - prosegue - ritenuto indice della crescente integrazione sociale cui consegue un'accresciuta consapevolezza da parte delle vittime della possibilità di ottenere tutela e di affrancarsi da pratiche e costumi dei paesi di origine".
Il Resto del Carlino, 30 gennaio 2021
"La Procura di Modena ha già accertato che nove detenuti del carcere Sant'Anna sono deceduti per l'assunzione di sostanze stupefacenti sottratte dalla farmacia e non per violenze esercitate nei loro confronti durante la rivolta dell'8 marzo". Lo ha detto ieri il procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi nella sua relazione in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario. "Proseguono - ha sottolineato - indagini in diversi uffici per valutare se vi siano state responsabilità per negligenza che abbiano potuto aver causa concorrente nei decessi".
In merito all'emergenza Covid-19 e alla situazione carceraria, "gli 'orientamenti' adottati l'1 e il 27 aprile 2020, sulla base dell'interlocuzione con i Procuratori generali dei distretti hanno trovato generalizzata applicazione - ha aggiunto - in molti casi erano già stati anticipati dagli uffici di merito, che alla loro redazione avevano contribuito. Gli uffici hanno colto l'impostazione di fondo che prevede misure atte a diminuire la pressione carceraria, garantendo al tempo stesso le esigenze di tutela delle vittime e della collettività. In effetti questi due obiettivi sono stati pienamente raggiunti. Da un lato vi è stato un reale decremento della popolazione carceraria, dall'altro non si sono registrati fenomeni diffusi di violazione di prescrizioni o di recidivismo, correlabili a dette misure".
antudo.info, 30 gennaio 2021
Pino Apprendi, nel corso della diretta tenutasi venerdì 29 dicembre sulla pagina Facebook di Antudo.info, ha sottolineato le difficoltà dell'essere detenuti fuori dalla propria regione e l'importanza di battersi per garantire questo diritto fondamentale. Uno degli aspetti di cui poco si parla riguardo la vita in carcere è la condizione di chi si ritrova a scontare la pena lontano dalla propria località di residenza.
A prescindere dall'emergenza sanitaria, la lontananza dalla propria terra è una grave violazione dei diritti dei detenuti. Non solo, ma è una condizione che colpisce anche i familiari, costretti a vivere una situazione emotivamente ed economicamente ancora più difficile. Già avere un parente detenuto in una città diversa da quella di residenza comporta oneri enormi che diventano insormontabili se il detenuto si trova fuori dalla regione.
Durante l'attuale pandemia, la paura del contagio amplifica queste criticità. Nel caso in cui i detenuti risultino positivi, vivranno la malattia lontani dalla famiglia, col rischio di non poter più tornare ad abbracciare i propri cari.
Le parole di Pino Apprendi - "È un argomento importante. Noi come Antigone Sicilia stiamo cercando di far sì che i detenuti possano stare nella propria regione, preferibilmente nella loro città - a meno che non ci siano motivi ostativi grandi. Bisogna pensare agli affetti familiari. Non è che oltre al detenuto, può pagare suo figlio, sua madre, la moglie e via dicendo. Non è possibile questo, dobbiamo cercare di evitarlo. Soprattutto perché mette in condizione la famiglia di essere dissanguata economicamente.
Mi è capitato un caso in cui una signora ha avuto il marito trasferito all'improvviso ad Agrigento. Arrivata lì con la macchina, la bambina stava malissimo perché, a quanto pare, soffriva molto di mal d'auto. Questo è un esempio banale per esprimere le difficoltà che ha la famiglia a incontrare il detenuto, a portargli degli abiti, a portare del cibo. Questa è tra le battaglie che stiamo portando avanti a livello nazionale. Un altro esempio che vi riporto è quello di un detenuto fuori regione che è stato contagiato. Aveva il Covid ma non riusciva a comunicare con l'esterno la sua malattia. Poi la moglie, siciliana, mi ha chiamato e io dalla Sicilia ho messo in moto il meccanismo del garante regionale. Gli è stata salvata la vita. Questo argomento è molto molto importante, se ne sta occupando direttamente il Garante dei detenuti nazionale".
di Giulia Merlo
Il Domani, 30 gennaio 2021
L'inaugurazione dell'anno giudiziario 2021 si è svolta sottotono. A causa del Covid-19 non c'è stato il corteo delle alte cariche dello stato e della magistratura e la cerimonia è stata contingentata in un'ora e mezza con 50 ospiti in sala, contro i quasi 350 delle precedenti annate. A causa della crisi di governo, invece, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede si è presentato con una relazione scevra da ogni valutazione politica e prospettiva per l'anno che verrà.
A incombere sulla sala, tuttavia, c'era anche la questione che sta facendo il giro delle chat dei magistrati italiani: il libro-intervista Il Sistema scritto da Alessandro Sallusti con Luca Palamara. A due anni dalla crisi che ha mandato in tilt le toghe, il tema del correntismo e del mercato delle nomine è tutt'altro che archiviato e anzi è tornato attuale dopo le nuove dichiarazioni di Palamara, espulso dall'ordine giudiziario e imputato per corruzione a Perugia. Nel libro, infatti, l'ex capo dell'Anm chiama in causa due delle più alte cariche della magistratura, entrambe presenti all'inaugurazione.
Palamara sostiene di aver orchestrato insieme ai vertici renziani del Pd di allora la nomina di David Ermini a vicepresidente del Csm durante una cena non dissimile da quella organizzata all'hotel Champagne per scegliere il procuratore capo di Roma. Inoltre afferma che l'attuale procuratore generale della Cassazione, Giovanni Salvi, lo avrebbe invitato su "una splendida terrazza di un lussuoso albergo romano" per chiedergli sostegno. Sostegno che Palamara non gli ha dato, preferendogli Raffaele Fuzio, che poi si è dimesso nel 2019 proprio in seguito allo scandalo delle nomine.
"E non era la prima volta che Salvi, che quel posto successivamente lo ha raggiunto, mi incrociava", ha scritto Palamara, sostenendo di aver preso parte negli anni precedenti anche al tavolo spartitorio che ha portato Salvi alla procura generale di Roma. Gli interventi Il libro di Palamara è già oggetto di querele e smentite, che però per ora non hanno riguardato i capitoli su Salvi ed Ermini. Ma negli interventi di entrambi, ieri, si è letta in controluce una indiretta risposta agli attacchi. Ermini ha ricordato che serve "una vera e propria rifondazione morale che coinvolga tutta la magistratura" e che le nomine "siano precedute dalla sola, scrupolosa valutazione delle necessarie competenze tecniche, senza cedere alla tentazione di accordi preventivi volti alla ripartizione dei posti. È ciò che il Consiglio ha iniziato a praticare e intende praticare".
Salvi ha invece sottolineato l'efficacia delle linee guida emanate dal suo ufficio e utilizzate per l'esame dei casi emersi dalle indagini di Perugia: "Esse hanno distinto i casi di effettiva rilevanza disciplinare, perché in violazione del precetto tipico, dalle condotte che, pur in contrasto con precetti etici o deontologici, rientravano nell'attribuzione del Csm o dell'Anm, da quelle che non hanno alcuna valenza negativa", ricordando che hanno portato "all'esercizio dell'azione disciplinare nei confronti di ventisette magistrati, per 17 dei quali è già stato chiesto il giudizio, che si svolge dinanzi alla Sezione disciplinare del Csm".
Linee guida che "assolvono" il magistrato che decida di autopromuoversi, se ciò viene fatto "anche se in modo petulante, ma senza la denigrazione dei concorrenti o la prospettazione di vantaggi elettorali, non può essere considerata in violazione di precetti disciplinari".
Eppure proprio la posizione di Salvi ha sollevato nei giorni scorsi la reazione della magistratura associata: una trentina di magistrati guidati da Articolo 101, gruppo di opposizione all'attuale giunta Anm, hanno chiesto al procuratore generale e al togato di Area, Giuseppe Cascini, anche lui tirato in ballo da Palamara, di chiarire. Anche Magistratura indipendente ha chiesto "un rapidissimo accertamento della veridicità dei fatti narrati e una loro rigorosa valutazione".
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 30 gennaio 2021
Magistratura indipendente ora chiede un "rapidissimo accertamento della veridicità dei fatti narrati". Il "Sistema", il libro-intervista di Luca Palamara con Alessandro Sallusti, già sold out in molte parti d'Italia, sta scatenando, com'era prevedibile, polemiche feroci fra le toghe. Le rivelazioni dell'ex togato Csm, per anni punto di riferimento dell'associazionismo giudiziario, hanno messo in imbarazzo più di un magistrato. Diverse le querele già presentate.
"Quanti sono chiamati in causa spiegheranno e diranno la loro verità e chi ne ha il potere distribuirà torti e ragioni. Quel che non può tollerarsi", è la reazione che il presidente dell'Anm Giuseppe Santalucia ha affidato ieri a una nota, "è che una intera istituzione, la magistratura, paghi oggi un prezzo elevatissimo in termini di sfiducia collettiva e di pericolosa delegittimazione per l'opera di quanti hanno creduto di poterla utilizzare per personale tornaconto.
È il tempo della reazione indignata", è il passaggio chiave di Santalucia, "contro chi, per comprensibile convenienza, non si immerge nella faticosa opera di distinguere i fatti e i comportamenti dei singoli ma cuce con suggestione narrativa tanti diversi episodi per tratteggiare con le fosche tinte del complotto l'esistenza di un ' sistema' in cui la magistratura si muoverebbe come un corpo unitario, animato da convenienze faziose e interessi corporativi".
Parole durissime che, però, non sembrano essere condivise da tutti. A prendere le distanze dal presidente dell'Anm, esponente di primo piano della componente progressista "Area", sono i vertici di "Magistratura indipendente", Mariagrazia Arena e Paola D'Ovidio, rispettivamente presidente e segretario della corrente moderata. "Mi", si ricorderà, era stata "penalizzata" dallo scoppio dall'affaire Palamara, con tre consiglieri su cinque al Csm costretti alle dimissioni per aver partecipato all'incontro all'hotel Champagne. "I fatti in questione, se veri, determinano discredito e un grave vulnus di credibilità della magistratura. Chiediamo con forza un rapidissimo accertamento della veridicità dei fatti narrati e una loro rigorosa valutazione, da operarsi nel rispetto di ogni garanzia, da parte degli organi preposti nell'interesse dell'intera magistratura e dei cittadini".
Dello stesso tenore il commento della presidente, a sua volta vicina a "Mi", della Corte d'Appello di Venezia, Ines Marini: "Sarebbe sbagliato risolvere ogni cosa con l'espulsione del singolo, facendone un capro espiatorio: occorre circoscrivere la discrezionalità del Csm nelle nomine, privilegiando l'anzianità di servizio e l'esercizio effettivo dell'attività giurisdizionale rispetto a quella svolta fuori ruolo oppure in incarichi elettivi, anche istituzionali, perché questi ultimi presuppongono l'indispensabile supporto delle correnti".
Dopo lo scambio fra vertice Anm e componente "moderata", ieri è poi di nuovo intervenuto Palamara, ormai corteggiatissimo dai media: domenica è atteso a "Non è l'arena" su La7: "Non sto parlando come una persona che è definitivamente fuori dalla magistratura, la decisione del Csm sulla mia rimozione è temporanea, non è definitiva, né esecutiva", ha esordito a chi gli domandava se avesse nostalgia della toga. "Nel libro - ha poi aggiunto - racconto fatti accaduti. Se l'ho fatto è per dare un contributo e svolgere una riflessione sul mondo della magistratura".
Alla domanda sul perché avesse deciso di scrivere un libro, ha risposto di voler "spiegare il meccanismo delle nomine, anche perché il racconto che viene fuori dai giornalisti di giudiziaria è il racconto di giornalisti divenuti magistrati aggiunti, perché parlano con gli stessi e quindi diventano depositari di verità. Se qualcuno si sente danneggiato può chiamarmi e parlarne, io ci sono", ha quindi concluso, rinnovando l'invito a essere ascoltato dalla prima commissione del Csm, competente per le incompatibilità ambientali, con particolare riferimento alle polemiche per i passaggi del libro in cui e citato, fra gli altri, il togato Giuseppe Cascini, che giovedì sera ha annunciato di voler querelare Palamara.
Ieri è arrivato anche il commento di Andrea Reale, fra i fondatori di Articolo 101. Il gruppo delle toghe "anticorrenti" aveva chiesto al pg di Cassazione Giovanni Salvi e allo stesso Cascini di querelare Palamara per quanto scritto nei loro confronti nel libro. Cascini ha appunto immediatamente assecondato l'invito. "Chiederemo all'Anm di prendere una posizione: auspichiamo il confronto pubblico anche in una sede istituzionale", precisa Reale, secondo cui "tutti i cittadini hanno il diritto di sapere come sono andati i fatti".
A Palamara, osserva Reale, "è stato tolto il diritto di parola e di difendersi davanti all'Anm. Il processo disciplinare è stato troppo frettoloso, gli hanno falcidiato la lista testi. L'Anm deve decidere se essere parte offesa o riconoscere di essere stata protagonista di una stagione infamante della magistratura e dare atto al nuovo corso. Palamara è stato solo la punta di un iceberg".
Il Dubbio, 30 gennaio 2021
Aveva solo 28 anni ed è morto mentre era detenuto nel carcere della Dozza di Bologna. Una morte strana quella del giovane nordafricano su cui bisognerà far luce. Per questo motivo sarà probabilmente disposta un'autopsia sul corpo trovato senza vita questa mattina nel carcere bolognese.
Il giovane, che scontava una condanna a quattro anni e dieci mesi per vari reati, era in cella con un altro detenuto e sarebbe deceduto nel sonno, dalle prime ricostruzioni per cause naturali. Ma la sua giovane età e la totale assenza di problemi di salute lasciano spazio a qualche sospetto. Dopo i primi soccorsi del personale sanitario del carcere, è intervenuto il 118 con l'automedica, ma per il 28enne non c'era nulla da fare. Vista la giovane età, saranno fatti accertamenti per chiarire l'origine del malore. Per il sindacato di Polizia Penitenziaria Sappe, la situazione nella struttura al momento non è critica. "Nel carcere di Bologna - affermano Giovanni Battista Durante e Francesco Borrelli, segretario generale aggiunto e vice segretario provinciale del sindacato- sono presenti 685 detenuti, non si registra, quindi, un grave sovraffollamento, come invece succedeva in passato. Ricordiamo che sono state registrate presenze che hanno raggiunto i 1200 detenuti circa. Anche i problemi relativi al contagio da Covid-19 sono stati affrontati e superati in buona parte, rispetto alla gravità dei mesi di novembre e dicembre".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 30 gennaio 2021
L'allarme della garante dei detenuti del comune di Roma, Gabriella Stramaccioni sulla situazione sanitaria nel carcere di Rebibbia. "Il clima che si respira è difficile. soprattutto dal punto di vista psicologico. Ci sono persone che sono in isolamento dal 2 gennaio in condizioni strutturali precarie", questa è la fotografia attuale dei detenuti che stanno al carcere di Rebibbia Nuovo Complesso.
È la Garante dei detenuti del comune di Roma, Gabriella Stramaccioni, a descrivere il disagio interno. Ha visitato nuovamente il carcere ieri mattina, con l'infettivologa e la Comandante dell'istituto, nei reparti dove sono alloggiati i positivi. "Sono attualmente 75 i positivi, 6 i definitivamente negativi, 4 attualmente negativi (in attesa di terzo tampone di conferma) 22 attualmente negativi (in attesa di secondo e terzo tampone di conferma), e 7 ricoverati. Ci sono poi alcuni reparti in isolamento per quarantena", rende noto sempre la garante Stramaccioni.
La garante Stramaccioni: il sovraffollamento peggiora la situazione - L'infettivologa, che sta seguendo tutti con molta scrupolosità, ha risposto alle innumerevoli domande che le sono state poste e ha anche spiegato i motivi per i quali è necessario registrare tre tamponi negativi per poter essere considerati guariti e tornare nel proprio reparto. "La mancanza di spazi ed il sovraffollamento peggiorano una situazione già difficile", denuncia la garante. Anche nel giro fatto ieri mattina, ha avuto conferma che ci sono situazioni che potrebbero essere risolte per coloro che sono al di sotto dei 18 mesi al fine pena. "Ma non avviene e le persone continuano a essere recluse anche con un fine pena di 3 o 4 mesi. Per non parlare dell'assurdità di alcuni rigetti ad istanze presentate per incompatibilità per motivi di salute", spiega con amarezza la garante Stramaccioni.
Domiciliari a Verdini per l'emergenza sanitaria - Come se non bastasse, è stata rigettata una istanza ad una persona il 19 gennaio in quanto non considerata a rischio Covid. Peccato però, fa sapere sempre la garante, che la stessa persona sia risultata positiva 4 volte ai tamponi dal 2 gennaio ad oggi. Nel compenso, almeno si aggiunge una notizia positiva per l'oramai 70enne Denis Verdini: va ai domiciliari nella sua casa di Firenze. Il magistrato di sorveglianza, Romina Incutti, ha firmato ieri l'ordinanza, citando fra le motivazioni lo stato di salute dell'ex senatore di Forza Italia e l'emergenza sanitaria nelle carceri. E Verdini era detenuto proprio a Rebibbia, epicentro di un importante focolaio.
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