di Kevin Roose
La Repubblica, 1 febbraio 2021
Wall Street è stata una delle ultime istituzioni ad essere travolta dai populisti online e questo è in parte dovuto al fatto che aveva una barriera di ingresso più alta. Non si tratta solo di una bolla speculativa o di uno stupido scherzo. Si tratta di una crisi di autorità.
L'evento clou della settimana sui mercati finanziari è stato il dramma assurdo e improbabile vissuto da GameStop, una catena di negozi di videogiochi in crisi che è diventata l'oggetto di un poderoso tiro alla fune tra i colletti bianchi di Wall Street e una moltitudine coalizzata di utenti Internet. La spiegazione più semplice di ciò che è accaduto è che un gruppo di facinorosi riuniti nel forum di Reddit r/WallStreetBets - una cricca di degenerati, come si definiscono loro, con nomi utente tipo "dumbledoreRothIRA" e "Coldcutcombo69" - ha deciso che sarebbe stato divertente e legittimo (e forse anche redditizio, anche se questo per loro era meno importante) organizzare una "short squeeze" (ricopertura di scoperto) per far salire il prezzo delle azioni di GameStop, mettendo così in scacco i fondi speculativi che avevano scommesso contro il titolo.
Il piano ha funzionato. Nel giro di soli due giorni il titolo di GameStop è diventato il più scambiato al mondo. Elon Musk e Alexandria Ocasio-Cortez hanno spalleggiato la rivolta mentre gli utenti del subreddit r/WallStreetBets postavano schermate del saldo dei loro conti che saliva alle stelle. L'ideatore dello schema, il cui nickname non è francamente pubblicabile su un giornale come questo, sostiene di aver trasformato un investimento inziale di cinquantamila dollari in un guadagno di più di quaranta milioni. Uno degli hedge fund che aveva venduto allo scoperto le azioni di GameStop, Melvin Capital, ha dovuto chiedere un salvataggio da 2,75 miliardi di dollari ad altri due investitori per ripianare le enormi perdite subite.
A seconda dell'interlocutore, c'è chi vi racconterà la saga di GameStop come la storia di un gruppo di nerd irresponsabili che per puro divertimento hanno destabilizzato il mercato azionario in un modo che probabilmente gli si ritorcerà contro o come la storia, in stile Davide e Golia, di un gruppo di impavidi piccoli investitori che hanno dato una lezione alle élite finanziarie corrotte. La verità sta da qualche parte nel mezzo. C'è sicuramente una componente di "rivincita dei nerd" ma ci sono anche molti ricchi investitori che stanno guadagnando su GameStop assieme a lavapiatti e studenti delle superiori. Comunque la si legga, la cosa più strana in questa storia di Wall Street che viene presa d'assalto da una chiassosa masnada di redditor è che sia successo solo ora. Questo tipo di rivolta populista - in cui gli insorti si organizzano in rete e danno gioiosamente una lezione all'establishment ignaro - colpisce da anni molte potenti istituzioni.
Anzi, riesce difficile trovare un pilastro dell'establishment globale che negli ultimi anni non sia stato travolto da un assalto di questo tipo. Editori, studi cinematografici, catene di ristoranti, tutti in un modo o nell'altro sono stati costretti a cedere di fronte al potere dei loro critici online. Anche la politica è stata trasformata dagli attivisti digitali, fra teenager che organizzano su TikTok il sabotaggio di comizi presidenziali e manifestanti che trasmettono in diretta su Twitch mentre danno l'assalto a Capitol Hill.
Qualunque sia il loro obiettivo - far fluttuare un titolo, ribaltare il risultato di un'elezione presidenziale o far cambiare la grafica di un film su Sonic - queste rivolte organizzate in rete tendono a seguire uno schema comune. Un bel giorno un gruppo di persone decide di agire contro un sistema che ritiene immorale o corrotto. Ne identifica i punti deboli strutturali (un partito politico vulnerabile, un produttore poco propenso al rischio, una posizione corta sovraesposta) e trova un modo creativo per approfittarne, usando i social media per fare pressione e ottenere visibilità. Se ci sono abbastanza persone motivate a spingere nella stessa direzione, il gruppo riesce nel suo intento, o quantomeno ottiene abbastanza attenzione da dare l'idea di esserci riuscito.
Queste crociate online possono essere condotte in buona fede o in malafede e alcune possono diventare anche molto distruttive. L'esempio classico di una battaglia condotta in malafede è il Gamergate, una battaglia culturale del 2014 iniziata come un attacco ai giornalisti che scrivono di videogiochi e poi degenerata in una violenta campagna misogina e razzista che ha aperto la strada all'estrema destra. Le migliori però possono scuotere la società in maniera utile: facendo luce su un'ingiustizia, sfidando norme anacronistiche o semplicemente risvegliando guardiani pigri.
Wall Street è stata una delle ultime istituzioni ad essere travolta dai populisti online e questo è in parte dovuto al fatto che aveva una barriera di ingresso più alta. Chiunque abbia un account Twitter e una connessione a Internet può creare un hashtag e dare il via a una campagna, il trading invece ha un costo - e richiede una certa competenza e un investimento di tempo - quindi è stato perlopiù lasciato ai professionisti.
La situazione è cambiata con l'avvento delle app di trading per smartphone come Robinhood, che hanno introdotto gli scambi senza commissioni e un'interfaccia in grado di rendere l'esecuzione di una "gamma squeeze" facile come ordinare la cena online. Da un giorno all'altro, milioni di dilettanti hanno potuto organizzarsi, generare ricerche di mercato e tesi di investimento, suscitare entusiasmo nei sub di Reddit o con dei video su TikTok e sedersi ai tavoli del casinò assieme ai pezzi grossi. (Che poi portare scompiglio sui tavoli dei ricconi li abbia aiutati finanziariamente o meno, è un altro paio di maniche.).
Molte cronache della saga di GameStop si sono concentrate sull'entusiasmo giocoso e volgare dei piccoli trader e sull'incredulità attonita dei loro antagonisti a Wall Street. Ma in questi resoconti spesso manca la prospettiva della giustizia economica. Su r/WallStreetBets ci sono testimonianze toccanti di trader che raccontano come scommettere su GameStop li abbia fatti sentire emancipati rispetto a un sistema finanziario che per anni ha approfittato di loro e delle loro famiglie.
Mercoledì, in un post divenuto popolare, un utente ha scritto: "Ai piani alti l'avidità è completamente fuori controllo e questa piccola storia divertente ne è la prova. Non lasciatevi convincere a credere che sia sbagliato reclamare una fetta un po' più grande della torta".
Sorvolando sui deliri scritti tutti in maiuscolo e sullo strano gergo dei più assidui, i redditor dicono alcune cose sensate. Le grandi banche e i fondi speculativi giocano davvero secondo regole diverse rispetto a quelle dei piccoli investitori. Le banche di Wall Street sono davvero state salvate dopo la crisi finanziaria del 2008 mentre l'economia reale riduceva sul lastrico chi aveva comprato una casa. Né è così scontato che sia più probabile ottenere un buon consiglio finanziario da un tizio elegante che ha un Mba piuttosto che da uno che posta video su YouTube con lo pseudonimo "RoaringKitty".
Mentre assistevo all'evolversi della vicenda di GameStop mi è tornato in mente il concetto di "rivolta del pubblico" di Martin Gurri. Gurri scrive che Internet ha emancipato le persone comuni mettendo a loro disposizione nuove informazioni e nuovi strumenti da usare per scoprire le falle dei sistemi e delle istituzioni che governano le loro vite. Una volta scoperti questi difetti, scrive, i cittadini spesso si ribellano e, in preda alla rabbia per essere stati ingannati ed esclusi, tentano di abbattere le élite e le istituzioni dominanti.
Il risultato, scrive Gurri, è una specie di nichilismo vendicativo, una pulsione a demolire lo status quo senza avere un'idea chiara di cosa potrebbe sostituirlo. Trovo che assomigli molto a quello che sta succedendo con GameStop. I piccoli investitori, armati di nuovi strumenti e informazioni che permettono loro di competere alla pari con i professionisti, guardano i "padroni dell'universo" e dicono: "Sul serio? Sono quei tizi a gestire il mercato?"
In altre parole, non si tratta solo di una bolla speculativa o di uno stupido scherzo. Si tratta di una crisi di autorità. E anche se le azioni di GameStop dovessero colare a picco o le autorità di controllo dovessero intervenire e interrompere la festa, questi day trader disillusi continueranno a cercare di fomentare il caos ai danni delle élite che, secondo loro, hanno passato decenni ad arricchirsi a loro spese.
Probabilmente sul lungo termine non saranno i ribelli a vincere. Il potere istituzionale ha i mezzi per riaffermarsi dopo uno shock improvviso. Alla fine arriva la Guardia Nazionale, il produttore si fa coraggio o intervengono le autorità di controllo. L'allegra brigata di GameStop si sta già scontrando con i limiti del suo potere. Mercoledì Discord, un'applicazione di messaggistica istantanea che i trader di Reddit hanno trasformato nel loro casinò virtuale, ha bandito il server di Wall Street Bets, prendendo a pretesto una violazione delle sue norme contro l'istigazione all'odio. Giovedì Robinhood, un'app la cui immagine pubblica, a partire dal nome, trasmette il messaggio "dalla parte dei più deboli", ha impedito ai propri utenti di acquistare azioni di GameStop e diversi altri titoli presi di mira dalle masse di r/WallStreetBets.
Ma per i day trader di Reddit la vittoria che conta è sempre stata quella simbolica. Magari finiranno sul lastrico ma saranno riusciti a far passare il messaggio che, con sufficiente passione e un'emoji a forma di razzo, una folla di degenerati irriverenti e volgari (lo ripeto, sono loro stessi a definirsi così) può mandare a gambe all'aria il mercato azionario.
di Giusi Fasano
Corriere della Sera, 1 febbraio 2021
Non lasceremmo mai un bimbo da solo per strada di notte. E non dovremmo neppure lasciarlo addentrare da solo nella Rete. Ci sono i nostri bambini soli per strada, di notte. E noi non soltanto non li accompagniamo ma li guardiamo allontanarsi nel buio come se niente fosse.
Chissà se dietro l'angolo c'è un pericolo, chissà se saranno capaci di riconoscerlo, di schivarlo e di tornare a casa sani e salvi... Lascereste mai che accadesse una cosa del genere? Guardereste allontanarsi nell'oscurità una bambina di 5-7-10 o 12 anni? Se la risposta è no allora la domanda vera è un'altra: per quale motivo star loro accanto e proteggerli nel mondo reale e invece non preoccuparsi di difenderli in quello virtuale della Rete?
Eppure in quell'universo, esattamente come nella realtà, ci sono molti rischi in agguato e territori pericolosi da esplorare, luoghi che per i più piccoli sanno essere spaventosi quanto rimanere soli in mezzo alla notte. Fino a che punto possano diventare pericolosi ce lo racconta la cronaca, a volte drammatica. A settembre dell'anno scorso fu l'undicenne di Napoli morto suicida - così si disse - con un volo dalla finestra della sua cameretta per seguire una sfida online, l'altro giorno è stata la bambina di 10 anni di Palermo che si è tolta la vita per un'altra sfida via web, stavolta su TikTok.
Nel caso di Napoli le indagini non hanno poi confermato nulla e forse succederà la stessa cosa anche a Palermo, ma non è questo il punto. Perché se non è la challenge mortale è la pedopornografia, il cyberbullismo, l'adescamento o - con il crescere dell'età - è il revenge porn, lo scambio di immagini mostruose (come le decapitazioni) o lo stalking (e l'elenco delle nefandezze possibili si allunga sempre più). Il punto è che dovremmo approfittare dei riflettori accesi sul binomio Rete-minori per mettere in cantiere una riflessione seria sul da farsi, finalmente. Come genitori, tanto per cominciare: per non rinunciare al ruolo educativo nel nome dell'analfabetismo tecnologico e per osare aggiornarsi, imparare e (se serve) usare controlli e divieti. Una riflessione anche a livello internazionale, come sostengono in molti, poiché "le armi di una nazione sola sono armi spuntate", per dirla con il direttore della Polizia postale Nunzia Ciardi. Lo psicoterapeuta Alberto Pellai ha scritto su queste pagine che "lo smartphone prima dei 13 anni è un rischio estremo per ogni minore". Sarebbe un bel passo avanti se almeno questo fosse chiaro a tutti.
di Rosalba Castelletti
La Repubblica, 1 febbraio 2021
Raffica di arresti tra i collaboratori di Navalnyj e tra gli attivisti del movimento di opposizione. L'insensatezza della nuova repressione in Russia è tutta lì: negli occhi di un bimbo di cinque anni che si vede strappare via il padre e non capisce perché. Serghej Smirnov, il direttore di Mediazona, passeggiava con il figlioletto quando sabato, alla vigilia delle nuove proteste a Mosca, la polizia lo ha fermato e portato via con sé. Smirnov, un giornalista. Per di più direttore di un sito di notizie su detenzioni illegali, abusi della giustizia e violazioni dei diritti umani in Russia. A rendere ancora più inquietante l'arresto, il balletto sulle accuse: "Si è unito alle proteste non autorizzate del 23 gennaio". Ma Smirnov era a casa quel giorno e in vita sua non ha mai partecipato a una manifestazione. E allora la rettifica ancora più paradossale: "Ha ritwittato una battuta sulla sua presunta somiglianza con il leader del gruppo punk Tarakany! era un invito a manifestare. "Prendere di mira Serghej Smirnov ha un solo obiettivo: terrorizzare la gente. Spaventare Smirnov, i suoi colleghi e ogni giornalista dipendente", ha commentato Meduza, una delle 30 testate che si sono mobilitate per la sua scarcerazione, prima che Smirnov venisse liberato con l'obbligo di comparire in tribunale martedì. "Legge marziale a Mosca", ha rincarato The Village.
In un Paese che erge statue di cera a Lavrentij Beria, il padre delle Purghe staliniane, e ha resuscitato contro gli oppositori i vecchi marchi d'infamia "agente straniero" e "nemico del popolo", non è mancato chi ha evocato le purghe di fronte alla raffica di arresti degli ultimi giorni. La scorsa settimana i familiari e principali collaboratori di Aleksej Navalnyj, nonché i più noti oppositori, sono stati fermati uno ad uno dopo che le loro abitazioni erano state perquisite: il fratello Oleg che ha già trascorso tre anni e mezzo in carcere per un processo "motivato politicamente", l'avvocata del Fondo anti-corruzione (Fbk) Ljubov Sobol, il coordinatore del quartier generale di Mosca Oleg Stepanov, la presidente del sindacato Alleanza dei medici nonché oculista di Navalnyj Anastasija Vasilieva che suonava Beethoven durante il raid e la Pussy Riot Maria Aljokhina. Quando venerdì sono stati chiamati in tribunale, Sobol leggeva simbolicamente Il mondo nuovo di Aldous Huxley su un'utopia dove il potere soffoca l'individualità.
Nel tentativo non riuscito di decapitare la protesta, sono stati tutti condannati agli arresti domiciliari fino al 23 marzo, insieme al capo delle inchieste Georgij Alburov, perché sospettati di violazione delle norme sanitarie anti-Covid per la manifestazione del 23 gennaio a Mosca. Rischiano fino a due anni di carcere. Cinque se le autorità dimostreranno che le violazioni hanno provocato una morte. Finora i centri anti-coronavirus hanno rilevato il contagio di 19 manifestanti. È il pretesto usato per vietare le proteste ieri e blindare il centro benché il sindaco della capitale Serghej Sobjanin abbia allentato le restrizioni, citando un calo dei positivi. Leonid Volkov, braccio destro di Navalnyj, è stato invece incriminato in contumacia per aver incitato i minori a prendere parte a proteste illegali. Mentre degli oltre 4mila fermati il 23 gennaio, 21 sono sotto inchiesta penale con accuse che vanno dall'aver ostacolato il traffico all'aver usato la violenza contro un funzionario pubblico. Molti, tra cui un popolare TikToker e un lottatore ceceno, rischiano il carcere.
Domani Navalnyj, su cui pendono almeno quattro inchieste penali, tornerà in tribunale per scoprire se una sua vecchia condanna alla libertà vigilata verrà convertita in oltre due anni di carcere. Quando il 18 gennaio è stato processato in una stazione di polizia trasformata in tribunale, alle sue spalle c'era il ritratto di Henrich Jagoda, direttore della polizia segreta Nkvd, antenata del Kgb. "È stato come un messaggio di Putin iscritto sul muro: le esecuzioni iniziano adesso", commentò profetica la Pussy Riot Aljokhina.
di Franco Venturini
Corriere della Sera, 1 febbraio 2021
Un errore far arrestare di nuovo il dissidente, che ora non più rappresenta soltanto la giovane classe media di Mosca e di San Pietroburgo. Forse Vladimir Putin si era illuso. Forse aveva pensato che le proteste di massa di sabato 23 gennaio fossero un episodio isolato. Che Aleksej Navalny, se duramente punito, avrebbe smesso di essere per lui una spina nel fianco. E che i russi, in gran parte nazionalisti, avrebbero finito per credere alla tv di Stato che indica in Navalny un agente occidentale.
Se è così, Putin ha compiuto l'ennesimo errore. Navalny, sabato 23 e di nuovo ieri, ha smesso di essere il capo di un movimento circoscritto al quale i sondaggi di Levada attribuivano dopo il suo avvelenamento il 20 per cento di consensi e il 50 per cento di dissensi. Ha smesso di rappresentare soltanto la giovane classe media di Mosca e di San Pietroburgo. È diventato, invece, il simbolo e anche il martire, se Putin si ostinerà a farlo arrestare, di una protesta radicata in settori molto più ampi della società russa, presenti in tutti i fusi orari del Paese più grande del mondo.
Questo salto di qualità Navalny lo ha compiuto, come spesso avviene nei movimenti di protesta, cogliendo il fatidico momento giusto. In non poche delle 120 città russe dove si sono svolte manifestazioni, Navalny è poco o punto conosciuto. Ma la gente è prontissima a scendere in piazza alla prima occasione perché l'economia di provincia è gravemente in crisi, la riforma al ribasso delle pensioni non è stata perdonata a Putin, le tanto amate sovvenzioni statali diminuiscono e i prezzi salgono, la lotta al Covid-19 è male organizzata, la corruzione dei vertici viene data per scontata. Navalny, coraggioso e ben consigliato, ha percepito che questa era l'occasione per allargare la sua base.
Il dilemma ora riguarda Vladimir Putin: capirà il suo errore e vorrà evitare che Navalny diventi davvero un martire, oppure allontanerà da se ogni sospetto di debolezza che potrebbe costargli un trono ancora solido? La scelta è scontata, Putin continuerà a picchiare duro. Ma dovrà stare attento perché Biden picchierà duro anche lui nella difesa dei diritti umani in Russia. E l'Europa dovrà, volente o nolente, partecipare.
Corriere della Sera, 1 febbraio 2021
La leader della Lega nazionale per la democrazia nelle mani delle forze armate. Le accuse di brogli nelle elezioni di novembre, in giornata si insedia in il nuovo Parlamento.
Il Myanmar nel caos. Il capo di fatto del governo Aung San Suu Kyi (premio Nobel per la pace nel 1991) è stata "arrestata" dalle forze armate. Lo ha detto la portavoce del suo partito, la Lega nazionale per la democrazia (Lnd). "Abbiamo sentito che è detenuta a Naypyidaw (la capitale del paese, ndr), presumiamo che l'esercito stia organizzando un colpo di stato", ha detto Myo Nyunt. Ma nel corso della notte tra domenica e lunedì quella che era una voce ha trovato conferma in un comunicato emesso dalle forze armate. Tutti i poteri in Myanmar sono stati trasferiti al generale Min Aung Hlaing. La decisione è stata annunciata dall'esercito poco dopo l'annuncio dello stato di emergenza per un anno e della presidenza ad interim affidata al generale Myint Swe, che era uno dei due vicepresidenti in carica. I militari avevano denunciato da diverse settimane irregolarità durante le elezioni legislative di novembre, vinte in modo schiacciante dalla Lnd.
Il comunicato dell'Esercito: "Rispettiamo la Costituzione" - La situazione adesso è davvero incerta. Ci sarebbero stato altri arresti di esponenti politici. L'esercito nei giorni scorsi aveva assicurato di voler proteggere e rispettare la Costituzione, questo con una dichiarazione arrivata in seguito alle crescenti paure del colpo di Stato, con tanto di esortazioni dell'Onu e della comunità internazionale a rispettare le norme democratiche.
Il Tatmadaw (il nome ufficiale delle forze armate nazionali) "rispetta la Costituzione attuale e rispetterà la legge. Organizzazioni e media hanno mal interpretato il discorso del comandante in capo e hanno formulato il loro punto di vista", era scritto nel comunicato dell'esercito, riferendosi a un discorso di mercoledì del capo delle forze armate Min Aung Hlaing in cui menzionava la possibilità di revocare la Costituzione del Paese. Ma poi l'ipotesi del golpe si è concretizzata per davvero e tutto è precipitato con l'arresto di Aung San Suu Kyi.
Le accuse di brogli - Nelle ultime settimane, l'esercito aveva denunciato diffuse irregolarità nelle elezioni dello scorso novembre, che hanno visto il trionfo della "Lega nazionale per la democrazia" di Aung San Suu Kyi. La Commissione elettorale ha negato l'esistenza di brogli, pur ammettendo alcune imprecisioni nelle liste elettorali. Nella giornata di oggi (lunedì) è attesa l'inaugurazione del Parlamento uscito dal voto di novembre. Ma non chiaro cosa succederà nelle prossime ore.
Nella graduale transizione dalla dittatura alla democrazia iniziata nel 2011, in Birmania vige un delicato equilibrio di potere tra l'esercito, che controlla il 25 percento (il che gli dà potere di veto per qualsiasi modifica alla Costituzione) dei seggi in Parlamento e tre ministeri chiave, e il governo civile guidato di fatto da Aung San Suu Kyi attiva per molti anni nella difesa dei diritti umani sulla scena nazionale del suo Paese, oppresso da una rigida dittatura militare - che la costrinse a vivere a a lungo in una stato di detenzione domiciliare - imponendosi come capo del movimento di opposizione, tanto da meritare i premi Rafto e Sakharov (quest'ultimo sospeso nel 2020), prima di essere insignita del Premio Nobel per la pace nel 1991.
Gli Usa: "Sosteniamo la democrazia, liberate Aung San Suu Kyi" - Gli Stati Uniti "continuano ad affermare il loro forte appoggio per le istituzioni democratiche" della Birmania e "in coordinamento con i nostri partener nell'area, chiediamo alle forze armate e a tutte le altre" parti in causa "di aderire alle norme democratiche e di rilasciare i detenuti". Lo afferma la Casa Bianca, sottolineando che il presidente Joe Biden è stato informato sugli eventi in Birmania, incluso l'arresto di Aung San Suu Kyi. Gli Usa, "allarmati" dalle informazioni che arrivano dalla Birmania, "si oppongono a ogni tentativo di alterare il risultato delle recenti elezioni o impedire una democratica transizione".
Chiuse le banche - Il colpo di stato in Birmania ha portato anche alla chiusura di tutte le banche del Paese da oggi fino a nuovo ordine, e al contempo sono sospesi anche i servizi di prelievo automatici. Lo ha annunciato l'associazione birmana degli istituti bancari.
di Franco Corleone
Il Riformista, 31 gennaio 2021
L'Italia sta vivendo una grave crisi politica, anzi meglio si dovrebbe dire una profonda crisi della politica, e paradossalmente proprio per questo sarebbe opportuno affrontare alcuni nodi irrisolti sul terreno della giustizia e del diritto. Mi capita di ripetere ossessivamente che la legge 180, conosciuta come la legge Basaglia, fu approvata dal Parlamento il 13 maggio 1978, pochi giorni dopo il ritrovamento del corpo di Aldo Moro ignobilmente assassinato. La politica, non imprigionata dalla emergenza del terrorismo, seppe rompere i muri dei manicomi. Oggi in piena pandemia bisognerebbe avere la stessa forza e passione.
di Francesca Sabella
Il Riformista, 31 gennaio 2021
Ciambriello e Bernardini uniti nella protesta: "Cerimonie e crisi di governo non facciano passare i diritti in secondo piano". "I diritti generano diritti": Samuele Ciambriello, garante campano dei detenuti, alza la voce e urla queste parole all'ingresso del Ministero della Giustizia, a Roma.
di Elena Del Mastro
Il Riformista, 31 gennaio 2021
Le Corti d'Appello di tutta Italia hanno inaugurato l'anno giudiziario 2021. Celebrazioni che sono avvenute in modo modesto e nelle sale vuole per l'emergenza coronavirus. Da Nord a Sud il tema centrale è stata l'emergenza coronavirus che ha praticamente paralizzato la macchina della giustizia. Ma c'è stato un altro tema affrontato dai più: il caso Palamara. A pochi giorni dalla pubblicazione del libro-intervista di Alessandro Sallusti proprio a Luca Palamara ("Il Sistema - Potere, politica, affari: storia segreta della magistratura italiana").
di Liana Miella
La Repubblica, 31 gennaio 2021
Nelle cerimonie nei distretti la pandemia viene presentata come l'occasione per rivoluzionare la giustizia. Ma i toni più duri sono sempre sul correntismo. Di Matteo parla di "cancro". Ermini e l'ex pm si scontrano a distanza. I giudici onorari protestano per il loro futuro.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 31 gennaio 2021
Oltre la metà dei processi che arrivano a dibattimento si conclude con l'assoluzione. Percentuale che sale ancora sino a sfiorare il 70% quando è in discussione l'opposizione a un decreto penale di condanna, quando cioè a essere contestato è il pagamento di una sanzione solo pecuniaria per reati ritenuti "minori".
Dati che emergono con evidenza dalla relazione del primo presidente della Cassazione in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario. E che spingono a riflessioni sia in termini di sistema sia sulle contingenze della politica della giustizia. A dibattimento circa la metà dei processi che si celebrano con il rito ordinario (50,5%) e oltre i due terzi dei giudizi di opposizione al decreto penale (69,7%) si concludono con una pronuncia di assoluzione.
Va puntualizzato che da questa percentuale non sono esclusi i procedimenti conclusi con dichiarazione di non doversi procedere (per prescrizione o per altre cause di improcedibilità che non riguardano direttamente l'infondatezza dell'accusa: per esempio, ricorda la relazione, la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto), ma tuttavia resta significativo l'indicatore che se ne ricava. "Il complesso dei dati relativi alle percentuali di assoluzione all'esito di dibattimento - sottolinea la relazione di Pietro Curzio - evidenzia un problema sia di valutazione prognostica sulla sostenibilità dell'accusa a dibattimento da parte del pubblico ministero (articolo 125 disp. att. cod. proc. pen.) che di effettività dei controlli giurisdizionali da parte del giudice per le indagini preliminari".
Dal vertice della Cassazione arriva anche una possibile cura visto che "da tempo viene segnalata l'opportunità di incrementare e rendere più penetranti i poteri definitori attribuiti al Gup in sede di udienza preliminare, ampliando la discrezionalità allo stesso attribuita dal codice di rito, onde ulteriormente ridurre le ipotesi di assoluzione al dibattimento per infondatezza dell'accusa".
Come spesso può avvenire, il dato statistico si presta a una pluralità di letture e non sarebbe certo testimonianza della buona salute del sistema giudiziario una percentuale di condanne molto elevata. E tuttavia un numero così elevato di assoluzioni in dibattimento, sia pure in assenza di una maggiore profondità di conoscenza per esempio sulla tipologia dei reati, di certo testimonia di una difficoltà evidente della nostra giurisdizione.
Soprattutto se si tiene conto della durata comunque assai elevato del nostro giudizio penale di primo grado, dai 378 giorni del 2017/18 si è passati ai 100 di più, 478, nel 2019/20 (con tutte le avvertenze della pandemia) e dei danni collaterali subiti dal cittadino che al procedimento penale è esposto.
Quanto poi all'intreccio con la cronaca, basta qui ricordare come l'attuale correttivo alla riforma Bonafede della prescrizione intende fare leva proprio sulla distinzione tra assolti e condannati in primo rado. Dalla relazione, infine, quanto all'esame dell'attività dell'Ufficio Gip-Gup emerge che la quasi totalità delle richieste di archiviazione avanzate dal pubblico ministero viene accolta (407.986 nel 2019/2020) e che le imputazioni coatte costituiscono un evento marginale.
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- Palamara, il fantasma delle cerimonie











