di Nello Trocchia
Il Domani, 1 febbraio 2021
Nel nuovo complesso dell'istituto penitenziario di Roma ci sono 70 casi positivi e decine di detenuti affetti da gravi malattie. Anche il ministero chiede spiegazioni sulla scarcerazione dell'ex senatore. Il carcere è unico, si chiama Rebibbia, ma le possibilità cambiano a seconda del nome e del cognome del detenuto. Il nuovo complesso, il più grande dei quattro istituti del polo carcerario, ospita in media 1350 ristretti, almeno 200 oltre la capienza.
Qualche giorno fa Denis Verdini, per lungo tempo senatore della repubblica e al centro della scena politica, è uscito dall'istituto dove era entrato 85 giorni prima per scontare una condanna definitiva a sei anni e mezzo, ottenendo la misura meno afflittiva della detenzione domiciliare. Alla base del provvedimento la drammatica situazione in cui versa il carcere di Rebibbia, dove alcune sezioni sono state chiuse per la diffusione dei contagi.
I giudici hanno quindi deciso per la scarcerazione di Verdini, che compirà 70 anni a maggio, disponendo una detenzione domiciliare provvisoria in quanto il regime carcerario, con l'aumento dei casi di Covid-19, non è compatibile con le condizioni di salute dell'ex parlamentare. Verdini ora trascorre il periodo di detenzione pressa la propria abitazione di Firenze. Nessuno, neanche chi protesta, inascoltato, come i familiari di decine di ristretti, vuole sindacare sul caso Verdini, che esce a causa delle condizioni di salute incompatibili con il carcere, ma a leggere le storie di decine di detenuti emerge la disparità di trattamento. Detenuti che presentano condizioni anche più gravi, ma che non riescono a ottenere ascolto e la necessaria visita per dimostrare l'incompatibilità con la detenzione carceraria.
L'accusa a Bonafede - Verdini entra in carcere a inizio novembre, riceve le visite degli educatori, degli assistenti sociali e anche dei parlamentari di ogni schieramento: Matteo Renzi, Matteo Salvini, Roberto Giachetti, Daniela Santanché, del magistrato in aspettativa e deputato renziano Cosimo Ferri. Un cordone di amicizia e attenzioni si stringe attorno all'ex senatore e leader di Ala, il partitino di ex berlusconiani che ha tenuto in vita il governo Renzi, qualche anno fa. Verdini è entrato a Rebibbia, nel nuovo complesso, e dopo qualche giorno è stato trasferito al G14, il reparto infermeria, è riuscito a ottenere la visita del medico che ne ha certificato l'incompatibilità e poi l'approvazione della misura differita da parte del magistrato di sorveglianza.
Una vicenda che ha avuto anche una ricaduta politica. Il senatore ex M5s Mario Michele Giarrusso ha attaccato duramente il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. "Siamo alle solite vergogne e incapacità di Bonafede, alcuni giorni fa avevo rilanciato l'allarme scarcerazioni per Covid, in quella occasione si era detto di procedere senza ritardi alle vaccinazioni dei detenuti e degli operatori carcerari per evitare nuove scarcerazioni. L'ottimo e superlativo ministro Bonafede, ovviamente nulla ha fatto al riguardo ed ecco le ovvie evitabili conseguenze", scrive Giarrusso sui social annunciando un'interrogazione urgente. Intanto i vertici del Dap, il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, hanno chiesto spiegazioni alla direzione dell'istituto di pena per capire l'iter di scarcerazione. Nulla di anomalo, le condizioni di salute sono state giudicate incompatibili con il carcere, visto il rischio Covid, ma la trafila che ha riguardato l'ex senatore si è svolta in tempi da paese civile, mentre per gli altri detenuti i tempi cambiano.
Una condizione carceraria che lo stesso Verdini ha potuto verificare parlando con gli altri detenuti e che ha posto all'attenzione di chi gli ha fatto visita e delle autorità preposte, ma la situazione resta drammatica. A Rebibbia, nel nuovo complesso, padiglione G12, è scoppiato un focolaio Covid, attualmente ci sono una settantina di contagiati all'interno del carcere. I casi dei signor nessuno sono tanti e i tempi sono lunghi, terribilmente lunghi con richieste e sollecitazioni continue, da parte di avvocati e garanti, in alcuni casi anche per accelerare l'invio delle certificazioni di incompatibilità.
Le richieste respinte - M.E. è ristretto in carcere, in isolamento da inizio gennaio, gli è stata respinta la richiesta di domiciliari in quanto l'amministrazione non ne ha certificato il rischio Covid, ma è risultato positivo a quattro tamponi. Ora attende ancora che venga valutata dal giudice l'ultima istanza presentata. A G.D. è andata meglio, alla fine di una battaglia lunghissima è uscito, a distanza di mesi dalle richieste. Ha un tumore, una necrosi e diverse malattie. In carcere ha perso 23 chili, è finito in isolamento precauzionale per Covid. Dopo lettere e sollecitazioni è riuscito a ottenere la visita ed è stato dichiarato incompatibile con il carcere in quanto la malattia è in stato avanzato, ottenendo la scarcerazione disposta dal magistrato di sorveglianza. G.R attualmente si trova al padiglione G14 dove è stato Verdini. È un detenuto che ha l'Hiv, ha perso 20 chili, è cardiopatico e presenta altre patologie, attualmente ha l'ossigeno, già due relazioni specialistiche ne hanno accertato la non compatibilità con il carcere, ma è ancora nel braccio G14. In carcere ci sono storie di ogni genere, troppe certificano la violazione costante della nostra Costituzione.
E.H è in carcere perché ha commesso un reato da minorenne, divenuto definitivo a distanza di 11 anni, da quando è entrato non ha ancora avuto modo, nonostante le richieste, di incontrare l'educatore, primo passo per chiedere una misura alternativa. Aspetta da agosto.
Aspettano in tanti, M.Z., come altri, da mesi non vede i familiari e per chiedere il permesso ha bisogno di incontrare l'educatore, ma è in attesa. Un altro recluso, G.D., ha diverse patologie, una invalidità al 100 per cento e si muove in sedia a rotelle, l'azienda sanitaria ne ha certificato il pericolo di complicanze polmonari visto anche il rischio Covid, ma il tribunale di sorveglianza ha respinto la richiesta con questa motivazione: "Le condizioni di vita non appaiono determinare un pericolo di vita, né sono tali da far apparire l'espiazione della pena in istituto in contrasto con il senso di umanità e con la tutela del diritto alla salute, costituzionalmente garantiti". Ora è ricoverato in ospedale, affetto da Covid-19, ma è ancora detenuto, al momento le sue richieste di differimento della pena sono state tutte respinte.
di Veronica Valente
lecceprima.it, 1 febbraio 2021
La fotografia del penitenziario di Lecce nei mesi dell'emergenza, contenuta nelle relazioni redatte in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario dal presidente della Corte d'Appello e dal procuratore generale. Sovraffollamento, pressioni da parte di esponenti della criminalità organizzata sul personale di polizia penitenziaria per ottenere favori, proteste "pilotate per ottenere benefici", l'utilizzo di piccoli cellulari da parte di alcuni tra i detenuti più pericolosi.
Ne parlano il presidente della Corte d'Appello di Lecce Lanfranco Vetrone e il procuratore generale (Pg) Antonio Maruccia, nelle loro relazioni sull'anno giudiziario che si è appena concluso.
"È un settore quello carcerario al quale guardiamo con attenzione e adottando le contromisure per le dinamiche criminali che da esso si dipartono; basti pensare alla quantità di microcellulari introdotti illecitamente nei penitenziari coi quali la criminalità organizzata e mafiosa tiene i collegamenti con l'esterno, come riferisce la Direzione distrettuale antimafia", scrive il pg.
Secondo il procuratore generale, la stagione carceraria è stata affrontata e gestita con grande competenza ed equilibrio da parte degli uffici giudiziari e dei dirigenti delle strutture detentive: i casi di diffusione di infezione da Covid 19 a danno di detenuti e di operatori penitenziari sono stati davvero pochi e tutti controllati in maniera efficace.
Sono state pochissime, inoltre, le scarcerazioni per effetto della normativa emergenziale, a riprova, secondo il pg, della tenuta degli uffici giudiziari e soprattutto della buona gestione sanitaria delle strutture. Nel carcere di Lecce, il picco delle presenze, 1.117, si è avuto il 26 febbraio scorso, alla vigilia del lockdown, scendendo di 61 unità nel novembre successivo. Ma la struttura ha una capienza di 632 posti, ai quali se ne aggiungono 174 nel nuovo padiglione che sebbene aperto nel giugno 2020, non è ancora andato a regime per l'assenza di lavori strutturali e la mancata attivazione di un intero piano.
Questo limite viene superato da tempo. Le cose sono certamente migliorate rispetto al passato, prima che entrasse in vigore la legge cosiddetta "svuota carceri": nel 2011 gli ospiti erano 1.350, nel 2012, 1.269. Si tratta di dati preoccupanti, secondo il presidente Vetrone, perché in costante crescita e in ogni caso di gran lunga superiori alla capienza regolamentare.
Rispetto al 2018, nel 2020, si è registrato anche un aumento delle presenze per reati di associazione mafiosa: in riferimento alla Mafia, i reclusi sono stati 27 (il 19 percento in più); alla Camorra, 50 (il 29 percento in più); all'Ndrangheta, 33 (il 12 percento in più); alla Sacra Corona, 84 (il 34 percento in più).
Nella relazione, il numero uno della Corte d'Appello ha tenuto conto anche delle iniziative incoraggianti che si sono tenute nel penitenziario di "Borgo San Nicola", "segno di una crescente umanizzazione della pena". Tra queste, l'impegno a offrire sostegno emotivo alle famiglie impossibilitate, a causa dell'emergenza, di far visita ai parenti ristretti. Grazie all'associazione "Fermenti lattici", per esempio, sono stati realizzati dei videomessaggi in cui i detenuti spiegavano ai figli le regole del distanziamento sociale e le motivazioni della chiusura dei colloqui.
Certo è che quando gli incontri sono ripresi, alcuni esponenti del crimine organizzato avrebbero fatto pressioni affinché si svolgessero senza le barriere anti-contagio che impediscono il passaggio, oltre che del virus, anche di quello fraudolento di oggetti e scoraggiano le comunicazioni compromettenti.
Ma non finisce qui. Durante il lockdown, sono stati segnalati, a livello nazionale, accordi tra diversi esponenti della criminalità organizzata detenuti in istituti diversi, volti a "pilotare" le proteste che divampavano a macchia di leopardo, con l'obiettivo di aprire un negoziato con l'Amministrazione penitenziaria sulla concessione dei benefici, sulla ammissione alle misure alternative alla detenzione e sull'ottenimento di alcuni vantaggi (per esempio chiamate su Skype, corrispondenza telefonica non prevista dall'Ordinamento penitenziario e su cellulari).
di Vanessa Seffer
affaritaliani.it, 1 febbraio 2021
Stefano Anastasìa, il Garante dei detenuti del Lazio: "Provvedimenti governativi timidi lo scorso marzo per liberare le carceri, sarebbe necessaria una riduzione radicale e immediata". Tante le criticità dei 14 Istituti di pena del Lazio. Ma a cercare risposte immediate è il carcere di Rebibbia che ospita 1440 detenuti a fronte dei 700 che dovrebbe trattenerne, anche per quegli spazi di emergenza che sono necessari.
Le carceri, proprio per questa condizione di grave sovraffollamento, per le scarse condizioni igieniche e per le condizioni di salute di molti detenuti, sono luoghi ad alto rischio di diffusione per qualsiasi epidemia. Infatti, 110 dei detenuti attualmente sono positivi al Covid, nonostante gli sforzi della Polizia penitenziaria e del personale sanitario di questi lunghi mesi. Il Garante dei Detenuti del Lazio, il Dott. Stefano Anastasìa, ci spiega cosa succede e se ci sono speranze che possa esserci a breve una svolta.
La situazione che si è creata a Rebibbia, che non è detto non possa duplicarsi altrove, è surreale. L'isolamento, il monitoraggio e l'assistenza sono possibili per le persone che hanno contratto il virus in carcere?
Situazione molto complicata e difficile, la maggior parte di queste persone è asintomatica ed ha bisogno solo di monitoraggio costante e non di assistenza sanitaria. Ma certamente li ho visti, ho visitato il reparto Covid di Rebibbia. Sono stanze ricavate da una sezione chiusa in attesa di ristrutturazione, quindi fra quelle messe peggio dal punto di vista ambientale. Vedere queste persone in ambienti di 5 o 6 persone e in situazioni così precarie anche igienicamente ed altro è davvero molto difficile. Questo riguardo ai positivi, ormai non spostano neanche più gli altri perché non si sa dove metterli, quindi chiudono le sezioni dove risultano i detenuti positivi. Poi c'è il problema di coloro che sono stati in contatto con i positivi, che vanno con maggiore attenzione isolati, messi in quarantena per verificare nel caso dovessero risultare anch'essi positivi che non vadano a contagiare altri. Anche lì la mancanza di spazi, il cronico sovraffollamento degli Istituti di pena, in modo particolare di Rebibbia nuovo complesso, fa sì che queste quarantene non si svolgono come ci hanno spiegato, che dobbiamo stare in casa, in stanze separate, senza entrare in contatto e con tutte le precauzioni del caso. Le quarantene in carcere si svolgono tutti insieme, nella stessa stanza in cui normalmente si vive e i negativi e i positivi stanno insieme col rischio che si contagino fra loro.
Nel carcere lavorano sia il personale penitenziario che il personale medico-sanitario, che poi tornando a casa si rapportano a loro volta con le famiglie.
La campagna vaccinale che è partita sul piano nazionale copre in qualche modo il personale medico ed infermieristico, che già nei mesi passati risultava positivo operando dentro gli Istituti di pena. Ora con loro siamo un po' più tranquilli, ma lo siamo meno nel caso della Polizia penitenziaria. Sono alcune decine i poliziotti positivi al virus, pur esentati dal servizio, stanno a casa, ma questo pesa su tutto il funzionamento della macchina. Avere venti agenti in servizio in meno significa complicare i turni di servizio, lasciare postazioni vuote. È un sistema intero in grande sofferenza.
Ci sono 5 Rems nel Lazio. In tre di queste è stato fatto il vaccino anti-Covid ai pazienti e addirittura è stato già dato il richiamo. Come mai non si è pensato di vaccinare subito anche i detenuti nelle carceri che sono tutte sovraffollate?
La vaccinazione nelle tre Rems della ASL di Tivoli si è conclusa con i due cicli e le altre due lo stanno completando. Possiamo dire che tutta la popolazione dei malati di mente autori di reato ospitati nelle Rems sono stati vaccinati, ma questo lo hanno potuto fare le Autorità Sanitarie Locali, in particolare i Dirigenti di Salute mentale competenti su queste strutture, perché si tratta di "strutture sanitarie" e rispondevano alla giurisdizione delle Asl. Le Strutture Sanitarie Residenziali sono quelle che sono state individuate come priorità assoluta, pensiamo alle famose Rsa dove ci sono tanti nostri anziani e dove si è partiti nella campagna di vaccinazione e quindi i dirigenti sanitari hanno ritenuto di poter intervenire direttamente nell'ambito della loro autonomia anche in queste strutture in quanto strutture sanitarie. Purtroppo le carceri non sono strutture sanitarie, quindi la decisione riguardo le carceri, in merito alla campagna vaccinale, dipende direttamente dalle decisioni del piano vaccinale. Per cui le carceri in una prima fase non sono proprio state prese in considerazione e in una seconda fase è stato detto che le vaccinazioni potranno arrivare all'inizio della terza fase, cioè a partire da luglio. Sappiamo che ci sono i ritardi nelle forniture e che la cosa può slittare molto più in là. Questa però è responsabilità del piano vaccinale nazionale, del Ministero della Salute e del Commissario Arcuri, il quale vorrei precisare ha risposto alle molte sollecitazioni di noi Garanti e dei tanti operatori del sistema penitenziario. Ha finalmente detto che effettivamente le carceri, intendendo sia i detenuti che il personale che lavora nelle carceri, dovrebbero rientrare nella campagna vaccinale dopo gli ultra 80'enni, quindi nella prossima fase della campagna vaccinale. Aspettiamo che queste indicazioni al momento solo verbali del Commissario Arcuri, possano tradursi in provvedimenti scritti.
Potremmo considerare i detenuti parte di quella popolazione "fragile" dato che vivono non solo ammassati l'uno su l'altro, ma anche in condizioni igieniche molto scarse e in condizioni di salute spesso molto precarie?
Dobbiamo tener infatti presente la specificità delle istituzioni penitenziarie peraltro riconosciute a livello internazionale, a partire dall'Oms in giù. Ovunque sia quindi riconosciuta una particolare fragilità o vulnerabilità degli ospiti delle istituzioni penitenziarie. In Italia lo ha fatto anche la commissione di Bioetica in un suo documento dello scorso aprile, dicendo che dopo le Rsa le carceri sono un luogo di attenzione. Perché sono un luogo di vita comunitaria esattamente come le Rsa e sebbene ci sia un'età media più bassa ci sono condizioni non paragonabili e più gravi di quelle delle Rsa e le persone detenute hanno storie di salute assai complicate con patologie pregresse molto rilevanti e quindi una vulnerabilità individuale molto significativa. Pertanto sono convinto che se la questione dovesse essere discussa in sede di Comitato Tecnico Scientifico per il piano vaccinale, questo non potrà che decidere che quella delle carceri sia effettivamente una priorità.
Che tipo di disposizioni si potrebbero mettere in atto per alleviare questa situazione durante il Covid?
Sarebbe necessaria la riduzione delle presenze in carcere, una riduzione radicale ed immediata. Fino a quando non ci sarà una campagna vaccinale che possa coprire tutto l'ambiente penitenziario, detenuti e operatori, noi dobbiamo pensare che nelle strutture penitenziarie siano liberati spazi per quell'isolamento, quelle necessità di cura e di monitoraggio che oggi non ci sono. Purtroppo i provvedimenti governativi in questo senso sin dal marzo scorso sono molto timidi, non hanno fatto diminuire quanto necessario la popolazione detenuta, però gli uffici giudiziari e le autorità competenti possono intervenire con i loro strumenti. Ricordo che ci fu un intervento importante del Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione Giovanni Salvi, sul contenimento delle misure cautelari in carcere e sulla possibilità di rinviare l'esecuzione di provvedimenti penali che non avessero una ragione di particolare urgenza o di sicurezza evidente. Intanto si potrebbe lavorare in questo modo poi bisogna procedere alla campagna vaccinale.
Corriere della Sera, 1 febbraio 2021
Sono 99 i detenuti indagati per la rivolta scoppiata la sera dell'8 marzo 2020 nel carcere di Torre del Gallo a Pavia, su 200 che avevano partecipato alla protesta. Le accuse sono di devastazione e saccheggio e, solo per alcuni reclusi, resistenza a pubblico ufficiale.
I disordini scoppiarono dopo quanto accaduto anche in altre carceri italiane. La rivolta fu scatenata dalla protesta contro le condizioni vissute dai detenuti durante l'emergenza coronavirus e contro il paventato blocco dei colloqui a causa della pandemia.
Le devastazioni nella casa circondariale di Pavia si protrassero per sette lunghe ore, provocando danni per circa un milione di euro tra materassi e arredi incendiati e porte distrutte. Alcuni detenuti, usciti dalle celle, salirono sul tetto del carcere. Tre agenti rimasero feriti. La rivolta venne sedata solo dopo una difficile mediazione. Secondo la procura, i 99 indagati avrebbero avuto un ruolo attivo nella protesta, rispetto agli altri detenuti.
di Stefano Passigli
Corriere della Sera, 1 febbraio 2021
I dati dimostrano che un legame tra spesa pubblica e consenso elettorale è indubbiamente possibile, ma non tra legge elettorale - maggioritaria o proporzionale che sia - e qualità della spesa. In un suo recente articolo a favore di una legge elettorale maggioritaria (Corriere della Sera, 23 gennaio) Angelo Panebianco sostiene l'esistenza di un rapporto tra leggi elettorali e spesa pubblica, affermando che il proporzionale, rendendo più instabili i governi, spinge i governanti a ricercare consenso incrementando la spesa pubblica per erogare "beni privati" a vantaggio dei propri sostenitori, piuttosto che "beni pubblici" a vantaggio dell'intera comunità.
Il punto sollevato da Panebianco è interessante perché se fosse supportato da adeguata evidenza risolverebbe la eterna disputa tra proporzionale e maggioritario. Purtroppo, l'evidenza non permette di risolvere la questione. Su queste colonne ho più volte affermato che non esistono leggi "sbagliate" da rifiutare sempre, o leggi "giuste" buone per ogni tempo e Paese.
Ogni legge va giudicata nell'ambito del sistema in cui è chiamata a operare, e giudicata per gli effetti che concorre a produrre in quello specifico sistema. In Germania, ad esempio, il proporzionale, corretto da una adeguata soglia di sbarramento e dalla sfiducia costruttiva, ha assicurato una stabilità di governo molto superiore a quella assicurata al Regno Unito dal maggioritario. Potrei portare numerosi altri esempi, e non dubito che Panebianco potrebbe oppormi esempi contrari. In breve, le leggi elettorali sono solo uno degli elementi che spiegano il funzionamento di un sistema, e hanno effetti mutevoli al cambiare degli altri elementi sistemici.
Credo perciò che non sia assolutamente possibile affermare l'esistenza di una correlazione da condannare tra legge elettorale proporzionale e spesa pubblica orientata alla erogazione di beni privati - o per meglio dire alla soddisfazione di interessi privati e settoriali - e di converso una correlazione virtuosa tra maggioritario ed erogazione di beni pubblici nell'interesse della intera collettività.
La storia italiana dall'inizio della Repubblica lo dimostra con chiarezza: fino ai primi anni Settanta il rapporto debito/Pil è stato intorno al 35%, e una grande classe politica ha orientato la spesa pubblica negli anni del centrismo e del primo centro-sinistra a sostegno della crescita economica e dell'ampliamento dei diritti civili e sociali, ricostruendo il nostro Paese, sollevandolo da storiche miserie e riducendo le diseguaglianze.
Per tutto questo periodo avevamo una legge elettorale proporzionale. Ancora nel 1980 il rapporto debito/Pil era al 55%, malgrado l'aggravio di spesa rappresentato dall'istituzione del Servizio Sanitario Nazionale e delle Regioni, nella logica di Panebianco misure entrambe qualificabili come beni pubblici. A partire dagli anni Ottanta la spesa esplose con i governi Craxi e Andreotti. La legge elettorale era ancora la stessa. La differenza, dunque, non la fa la legge elettorale, ma la qualità della classe politica.
Nel 1996 il rapporto debito/Pil era al 120%. In cinque anni il centro-sinistra di Prodi-D'Alema-Amato, lo riportò con Ciampi al Tesoro a quota 106%. E perse le elezioni. Berlusconi che governò 10 dei 12 anni tra il 2001 e il 2013 riportò il deficit oltre quota 130%. Per tutto il periodo a partire dal 1994 la legge elettorale era la stessa e sostanzialmente maggioritaria. La differenza ancora una volta non la fa la legge elettorale ma la qualità della classe politica.
I dati su indicati dimostrano che un legame tra spesa pubblica e consenso elettorale è indubbiamente possibile, ma non tra legge elettorale - maggioritaria o proporzionale che sia - e qualità della spesa. L'esperienza italiana non conferma il rapporto tra proporzionale e spesa pubblica senza freni e con obiettivi particolaristici, indicando semmai il contrario, posto che il nostro debito pubblico si consolida e il rapporto debito/Pil cresce soprattutto durante il periodo in cui il nostro sistema elettorale è stato il maggioritario, e la nostra spesa pubblica non ha sostenuto grandi e onerose riforme perdendosi piuttosto a pioggia in mille rivoli.
Purtroppo, la variabile che spiega il successo dell'azione di governo nei primi decenni della storia repubblicana e l'attuale impasse è la qualità della classe politica. Spero che su questo Panebianco convenga, e anche che sia con me d'accordo che occorre riportare i cittadini a partecipare attivamente alla politica, innanzitutto dando loro il diritto di scegliere i propri rappresentanti ponendo fine allo scandalo dei parlamentari "nominati". Nel 1992 le élites del nostro Paese si mobilitarono per cambiare un sistema ormai logoro, e in un decennio l'Italia consolidò almeno la sua posizione in Europa. Dopo altri venti anni di una transizione senza successo occorre che le nostre élites rinnovino quell'impegno.
di Alessia Rastelli
Corriere della Sera, 1 febbraio 2021
La senatrice a vita al Memoriale della Shoah di Milano all'incontro organizzato da Sant'Egidio con la Comunità ebraica. "Quando ognuno era ancora un sigillo/ Di noi ciascuno reca l'impronta/ Dell'amico incontrato per via;/In ognuno la traccia di ognuno".
Cita i versi di Primo Levi, deportato come lei ad Auschwitz, Liliana Segre, parlando al Memoriale della Shoah di Milano. Da lì, da quel luogo un tempo nascosto della Stazione Centrale, nel ventre della città, oggi diventato uno spazio di memoria e di dialogo, la testimone e senatrice a vita fu deportata il 30 gennaio 1944, a 13 anni, con suo padre Alberto e altre 603 persone. Di quel convoglio solo in 22 sopravvissero e ogni anno, proprio al Memoriale, attorno a quella data, con la Comunità di Sant'Egidio e la Comunità ebraica di Milano Liliana Segre ricorda "tutti quelli che non sono tornati".
"I versi di Primo Levi, tratti dalla poesia Agli amici, sono il contrario dell'indifferenza. Quando ognuno è la traccia di ognuno, non ci può essere indifferenza. L'indifferenza porta alla violenza, è già violenza", dice la senatrice (la cerimonia si è svolta domenica 31 gennaio, in forma essenziale per la pandemia). "Allora - ricorda Liliana Segre - i violenti non furono solo i nazisti, ma anche i fascisti nostri vicini di casa. Poi, quando eravamo nei vagoni, ognuno era l'altro, ognuno piangeva con le lacrime dell'altro". Il 30 gennaio, la partenza. Il giorno dopo "si varcò il confine. Ero già una ragazza vecchia che quando l'altro, mio padre, ti dice di non avere paura, risponde: "Non ne ho, perché sono vicino a te".
Liliana Segre parla nell'atrio del Memoriale, davanti alla parola "Indifferenza". Fu la Comunità di Sant'Egidio a far conoscere i sotterranei da cui partì. "Era il 1997 - ricorda la senatrice -, all'inizio venivamo qui in pochi, con una candela. C'erano figure importanti: il cardinale Martini, il rabbino Laras. Poi pian piano è nato il Memoriale e io ho insistito per la scritta "Indifferenza".
Liliana Segre ricorda il silenzio di chi allora si voltò dall'altra parte, quando da San Vittore i camion attraversarono Milano per raggiungere in quei sotterranei il binario 21. "Il silenzio, inteso come incapacità di sentire il dolore degli altri, è un problema su cui riflettere anche oggi", sottolinea Rav Alfonso Arbib, rabbino capo della Comunità di Milano. E l'arcivescovo Mario Delpini si augura che il messaggio raggiunga "chi vive questi giorni tribolati senza lasciarsi toccare dalla compassione".
Non furono indifferenti, in quel gennaio 1944 i detenuti di San Vittore. "Ci fecero sentire ancora persone", testimonia Liliana Segre, che nel carcere milanese, dopo l'arresto, fu rinchiusa quaranta giorni. "So come si sta nelle celle. Perciò mi preoccupo che i detenuti siano vaccinati", dice (e infatti il 17 dicembre 2020 ha presentato un'interrogazione in tal senso). Invia un video Mauro Palma, presidente del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale. E il sindaco Giuseppe Sala, in presenza, dice che "il Memoriale è un luogo di riscatto per Milano, dove nacque il fascismo" e che lotterà "perché le forze politiche che accettano persone che fanno saluti romani non abbiano spazio a Milano", evocando i fatti di Cogoleto (Genova) nel Giorno della Memoria.
Ad ascoltare Liliana Segre, ci sono anche gli adorati figli Alberto e Luciano, i carabinieri della scorta diventati famiglia. E poi Alpha, giovane profugo tra i 7 mila accolti al Memoriale tra il 2015 e il 2017, oltre a una delegazione di ragazzi di Sant'Egidio e studenti del liceo Carducci di Milano che eseguono brani musicali. A loro, ai giovani, la senatrice ricorda ancora che "sono fortissimi".
E a loro si rivolge il Memoriale. "Uno spazio aperto per le nuove generazioni", nota Andrea Riccardi, fondatore di Sant'Egidio. "Da fine giugno avremo anche la biblioteca", aggiunge Roberto Jarach, presidente del Memoriale dal 2017, dopo che per dieci anni lo era stato Ferruccio de Bortoli, ora presidente onorario. Ai giovani pensa anche Emanuele Fiano, figlio di Nedo, superstite della Shoah scomparso a dicembre, al quale è stata dedicata una "Stanza delle testimonianze". "Rimarrà per le future generazioni, ne sarebbe orgoglioso", dice il figlio. "Io e Nedo non parlavamo del passato - racconta Liliana Segre - ma sempre di figli e nipoti. Era la nostra vittoria su Hitler".
di Vittorio Coletti
La Repubblica, 1 febbraio 2021
L'assurda condanna della sindaca di Torino per la ressa, il morto e i feriti provocati dal panico deliberatamente provocato da alcuni malfattori in piazza S. Carlo, quasi l'Appendino fosse, dal punto di vista legale, una loro complice, ha suscitato un giusto sconcerto e fatto ricordare a molti che, in questi giorni, l'ex sindaca di Genova, Marta Vincenzi, condannata per l'omicidio (colposo) delle sei vittime dell'eccezionale alluvione del 2011, inizia il suo percorso penitenziale per espiare in qualche opera sociale una colpa che il diritto le ha attribuito in tutta legalità, ma a scapito del buon senso e della ragione.
Persino il pm di Torino sembra avere avuto perplessità nel chiedere la condanna dell'Appendino e certamente ne ha avuta un alto magistrato genovese, che aveva svolto un ruolo importante nei processi territoriali alla Vincenzi, quando mi ha detto che, a normativa vigente, c'è da chiedersi chi abbia ancora il coraggio o la sventatezza di fare il sindaco. Il diritto dei tribunali sta soffocando la società che vorrebbe proteggere e la consegnerà, andando di questo passo, a degli sprovveduti che si prenderanno responsabilità politiche solo perché non avranno né coscienza né intelligenza, e magari né arte né parte. Se si verifica un evento calamitoso, col senno di poi si scopre sempre che qualcosa non ha funzionato e quindi non ci sarà mai tragedia naturale, grave incidente o disastro, che non possa essere imputato anche a qualche falla nel comportamento degli amministratori di turno. Qualche volta sarà davvero così, ovviamente; ma ora, per un sindaco, lo è sempre e a prescindere, in virtù della sua posizione di garanzia. Il legislatore ha paura dell'impopolarità e tace di fronte a queste assurdità; preferisce assecondare la passione collettiva per il capro espiatorio, specie se molto in vista. Troppi operatori del diritto assecondano questa deriva populista, che assicura notorietà e, a volte, persino carriera.
Vincenzo Roppo, uno dei grandi giuristi genovesi, ha concluso il suo splendido "Racconto della legge" auspicando un diritto mite, non perché indulgente, ma perché consapevole dei propri limiti, del dovere, in certi casi, di ritirarsi e tacere. In questi giorni, si legge che la procura di Savona ha chiesto l'archiviazione delle indagini per il crollo di un pilone sulla A6 dovuto a una frana proveniente da un punto assai distante dalle fondamenta del viadotto interessato dal cedimento. C'è da chiedersi: poiché chiunque, anche a occhio nudo, poteva vedere che in quel caso l'autostrada non c'entrava, perché spendere tempo (con l'intasamento che c'è nei tribunali), denaro (perizie ecc.) per un'iniziativa che il buon senso avrebbe archiviato in partenza, tanto più che, grazie a Dio, nel crollo non c'erano state vittime?
Il fatto è che gli agenti del diritto tendono ad occupare ogni angolo della realtà, specie se mediaticamente ben esposta, e decidono persino, lo abbiamo visto qualche giorno fa qui in Liguria, sulla riapertura delle scuole. Se non ci pensano gli addetti ai lavori a far scorpacciate di iniziative legali dubbie o inutili, li rifornisce di argomenti per promuoverne di nuove la gente comune, che sporge denunce e presenta esposti per qualsiasi cosa. È di questi giorni la lodevole decisione di una GIP di Genova di archiviare le denunce per diffamazione sporte dall'infettivologo Matteo Bassetti, che aveva querelato chi aveva sollevato pubbliche riserve sull'abbinamento della sua immagine professionale alla pubblicità di aziende private.
La sentenza di archiviazione della giudice è piena di buon senso e induce a chiedersi perché si ricorra alla magistratura anche in casi così piccoli e inconsistenti, affidando alla legge il compito di proteggere non già il proprio onore (cosa doverosa, se a uno si attribuisce falsamente un illecito), ma la propria suscettibilità (notoriamente molto soggettiva). Ci vorrebbe una rivoluzione culturale nel mondo del diritto, nella legislazione e nella giurisprudenza. Se non saranno gli stessi magistrati e avvocati a reintrodurre la ragione nei loro territori professionali ("a chi non ci è abituato dobbiamo ormai sembrare tutti dei matti", ha detto un'importante avvocata genovese), prima o poi ci penserà qualcuno che non cercherà l'equilibrio della giustizia, ma l'impunità del potere.
di Giuseppe Filetto
La Repubblica, 1 febbraio 2021
In seguito all'avvio del fascicolo della Corte dei Conti per il danno erariale di 8 milioni allo Stato dopo 17 anni spuntano le intercettazioni tra l'imprenditore scomparso e il banchiere Ponzellini.
Quel carcere di Savona, che non c'è, "si doveva fare" in quel sito, sulla collina di Passeggi, buona parte di proprietà della Società Autostrada Torino- Savona del Gruppo Gavio. Su un terreno a rischio idrogeologico, tanto che nel novembre 2019 il versante è franato, trascinando il viadotto Madonna del Monte della A-6.
E però la famiglia Gavio di Castelnuovo Scrivia a quanto pare spingeva perché fosse scelta quell'area. Se in un primo momento il Comitato Ministeriale Paritetico Giustizia-Infrastrutture aveva individuato un altro terreno, nel 2004 Massimo Ponzellini (all'epoca amministratore delegato di Patrimonio dello Stato Spa, società del ministero dell'Economia) riesce a ribaltare la scelta. Dà la buona notizia proprio a Marcellino Gavio, l'imprenditore scomparso nel 2009. Il colloquio telefonico del 21 luglio 2004 è intercettato dalla Guardia di Finanza, che per la Procura di Milano indaga sulla società autostradale "Milano-Mare" (ex Serravalle).
"Abbiamo fatto il miracolo! Per fare il carcere è stata scelta quell'area, abbiamo ribaltato la decisione - dice Ponzellini. Guarda che però dobbiamo essere grati a qualcuno, perché bisogna accontentarli".
Già, accontentarli. Come? Le intercettazioni sono state pubblicate nel 2009 dal Corriere della Sera, ma in questi giorni tornano attuali. La Corte dei Conti della Liguria ha chiesto gli atti alla Procura di Roma, alla quale li avevano trasmessi i magistrati di Milano. Tant'è che nella Capitale il pm Pietro Giordano aveva aperto un'inchiesta sul "mattone a sbarre", indagando il consulente per l'edilizia penitenziaria Giuseppe Magni.
Attenzione. Il leghista Magni è stretto collaboratore di Roberto Castelli, in quegli anni ministro della Giustizia. Inoltre, alle Infrastrutture c'è Pietro Lunardi (di Forza Italia) di Parma.
E Ponzellini, banchiere bolognese vicino a Romano Prodi (è stato suo assistente nel 1978 al ministero dell'Industria), nonché cugino di Giancarlo Giorgetti (tesoriere della Lega) con Giulio Tremonti nel 2002 diventa amministratore delegato della Patrimonio dello Stato: per finanziare la costruzione di nuove carceri. Tanto che Castelli e Lunardi nel giugno 2004 sottoscrivono una convenzione con la società Dike Aedifica (al 95% della Patrimonio Spa) con in dote 461 milioni di euro.
Tra questi penitenziari c'è quello di Savona ed i Gavio sono galvanizzati dall'idea di costruire un istituto penitenziario da 250 posti. Un investimento da 75 milioni di euro. Ma Ponzellini, uomo trasversale per tutte le stagioni, dice che "bisogna accontentare qualcuno". Chi? Il favore è stato ricambiato? Non si sa che fine abbia fatto l'inchiesta di Roma. In ogni modo, se i fatti sono del 2004 e dal punto di vista penale i reati di corruzione e falso sono prescritti, certo è che del carcere di Savona non si è vista neppure l'ombra. Anche se il vecchio di Sant'Agostino è chiuso dal 2018. Proprio sull'eterna incompiuta adesso la Procura Regionale della Corte dei Conti della Liguria punta l'attenzione, affidando il fascicolo al pm Marco Ferraro; le indagini alla Guardia di Finanza di Savona. Si indaga per danno erariale che ha tempi di prescrizione più dilatati, e sentenze della Cassazione dicono che per la giustizia contabile fa fede la data in cui si ravvisa la violazione, non quella in cui viene consumata.
Parliamo di un buco di 8 milioni di euro che lo Stato ha dovuto pagare alla ditta di progettazione, la Pizzarotti di Parma: cinque sono riferiti ai soldi che il Mit ha versato all'impresa che aveva vinto la gara. Altri 3 milioni di euro contestati dalla Corte dei Conti riguardano spese di progettazione e istruzione dell'iter amministrativo e tecnico. Nel 2018, infatti, la Corte di Appello di Roma ha condannato il ministero a risarcire la Pizzarrotti che aveva intentato la causa civile.
L'assegnazione del primo lotto di appalto, infatti, è del 2009. Con una gara pubblica bandita dal Provveditorato alle Opere Pubbliche della Liguria e dal Mit alla cui guida è Antonio Di Pietro. E la Corte dei Conti chiama in causa come "indagati": due amministrazioni che si sono succedute al Comune di Savona, guidate dai sindaci Carlo Ruggeri e Federico Berruti, entrambi Ds e poi Pd; le giunte regionali presiedute prima da Sandro Biasotti (centrodestra), poi da Claudio Burlando (centrosinistra); più i ministeri della Giustizia e delle Infrastrutture. E non solo.
di Paolo Lepri
Corriere della Sera, 1 febbraio 2021
Matteo Renzi giustifica con argomenti che appartengono alla fantasia il suo viaggio da Mohammed Bin Salman, per magnificare il "Rinascimento" saudita. Questo "nuovo Rinascimento" sarebbe guidato proprio da un Paese dove l'attivista Loujain al-Hathloul, protagonista della battaglia per il diritto delle donne a guidare l'automobile, è stata condannata a cinque anni e otto mesi di reclusione. "Stiamo parlando - dice il leader di Italia Viva in un'intervista al Corriere accolta con molte critiche dal mondo politico e che secondo la presidente di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni, per fare un esempio, contiene "parole inaccettabili" - di uno dei nostri alleati più importanti".
E dove si realizzerebbe questa alleanza? Nella Nato abbiamo già la Turchia, ci mancherebbe solo il regime del "grande" principe ereditario Mohammed Bin Salman. Ma non è il caso di scherzare.
Pensiamo piuttosto a quelli che stanno davvero dalla nostra stessa parte. Quando si usa la parola "alleati" generalmente si guarda verso l'altra parte dell'Atlantico. Vediamo allora cosa dicono a Washington. In un dibattito elettorale il presidente Joe Biden annunciò che i sauditi avrebbero "pagato il prezzo" del barbaro assassinio del giornalista Jamal Khashoggi.
La promessa è stata mantenuta con la decisione, nei giorni scorsi, di sospendere la vendita di armi all'Arabia Saudita. Pur riconoscendo giustamente le "aggressioni" di cui sono responsabili entrambe le parti nel conflitto dello Yemen, il segretario di Stato, Antony Blinken, ha parlato di una "campagna" guidata da Riad, "che ha contribuito a quella che viene ritenuta da molti la peggiore crisi umanitaria del mondo attuale". Le immagini dei bambini che muoiono fanno gridare di rabbia, altro che Rinascimento.
Lo Yemen è oggi la ragione prioritaria delle pressioni sui sauditi. Non è un caso che anche il governo italiano abbia deciso di revocare l'esportazione di missili e bombe di aereo verso Riad, mettendo in pratica il divieto di vendere armi a Paesi che violano i diritti umani. Due alleati veri, non di fantasia, hanno compiuto passi analoghi quasi contemporaneamente. "Una piacevole coincidenza", è stato il commento di Amnesty International. Una spiacevole coincidenza, si potrebbe aggiungere, che Renzi nel frattempo parlasse con invidia del basso costo del lavoro saudita alla "Davos del deserto".
di Umberto De Giovannangeli
globalist.it, 1 febbraio 2021
Parla il portavoce di Amnesty International Italia: "Le carceri sono piene di dissidenti".
Il senatore Matteo Renzi ha affermato e ribadito che in Arabia Saudita è in atto un vero e proprio "Rinascimento". Risulta anche a Amnesty International?
Se questa espressione include anche aspetti riguardanti i diritti umani, direi che è un puro ossimoro. Non c'è nulla nella situazione attuale dei diritti umani in Arabia Saudita che possa far pensare ad un miglioramento: le carceri sono piene di dissidenti, in particolari di avvocati, difensori dei diritti umani e di attiviste che hanno combattuto anni per ottenere riforme che hanno posto fine a molti aspetti della discriminazione nei confronti delle donne, purtroppo stanno in galera per aver lottato per quelle conquiste. La pena di morte continua ad essere applicata in modo massiccio. E questo riguarda solo il fronte interno. Stiamo parlando di un Paese che ormai saranno sei anni a marzo, bombarda lo Yemen, e quindi direi che si possa parlare, a ragion veduta, di un periodo ancora oscuro per quanto riguarda i diritti in Arabia Saudita.
Un'altra affermazione del leader di Italia Viva è che l'Arabia Saudita nello scenario mediorientale sia un argine all'estremismo integralista. Non è anche questo un ossimoro?
Si potrà anche dire che l'Arabia Saudita del 2021 non è quella del 2001, dunque non è l'incubatrice ideologica dei terroristi che compirono i crimini contro l'umanità alle Torri Gemelle l'11 settembre del 2001. Ma se veniamo ad anni più recenti, quello che va evidenziato è che l'Arabia Saudita ha finanziato i gruppi più estremisti e crudeli islamisti nel conflitto in Siria. Che decapita e mette a morte attivisti della minoranza sciita all'interno della provincia orientale, dunque all'interno stesso dell'Arabia Saudita. Che ha invaso il Bahrein nel 2011 dove c'era una rivolta della minoranza sciita. Che da sei anni combatte una guerra contro un gruppo estremista sciita che controlla parte dello Yemen. Affermare che Riyadh sia un baluardo di moderazione sembra un po' singolare.
Tanto più singolare è che nel momento in cui Renzi fa questo elogio del Regno Saud, il Governo italiano, su pressione delle organizzazioni pacifiste e per i diritti umani, tra le quali Amnesty, ha preso una decisione importante: la revoca della vendita di armamenti all'Arabia Saudita...
È stata indubbiamente una decisione importante, arrivata dopo una campagna portata avanti da organizzazioni della società civile che è iniziata poco dopo che la prima bomba saudita venisse sganciata sullo Yemen. Sappiamo che negli anni immediatamente successivi all'inizio, quasi sei anni fa, del conflitto in Yemen, bombe italiane sono state autorizzate per l'esportazione verso l'Arabia Saudita, che queste sono state utilizzate per colpire obiettivi civili in Yemen. Quella assunta nei giorni scorsi dal Governo italiano era una decisione da lungo tempo dovuta. Siamo contenti che sia stata presa, contenti che ci sia stato, almeno a partire dal luglio del 2019, un'accelerazione sia dal punto di vista del Governo che del Parlamento per arrivare a questo risultato.
Te la butto già brutalmente: perché l'Italia ha questo atteggiamento ossequioso, accondiscendente, verso autocrati come Erdogan, al-Sisi e lo stesso principe ereditario saudita, tanto plaudito da Renzi, Mohammad bin Salman?
C'è sempre un tema che domina sugli altri. E questo tema non è mai quello riguardante i diritti umani. Intanto, si tratta di Paesi, in tutti e tre i casi che hai citato, che rappresentano clienti importanti dal punto di vista della fornitura di armi. Sono considerati partner su aspetti che non riguardano i diritti umani, anzi che ne presuppongono la violazione: penso al ruolo della Turchia come soggetto che è stato lautamente pagato per fermare le partenze di migranti verso la frontiera marittima orientale dell'Unione europea. All'Egitto viene attribuito un ruolo di soggetto stabilizzatore nella sua area, con particolare riferimento alla Libia. E alla fine di tutto questo, c'è un enorme equivoco sul significato dell'aggettivo "moderato". C'è una tendenza a credere, e questo vale soprattutto per quanto riguarda l'Arabia Saudita, ad una narrazione assolutamente finta...
Vale a dire?
Una narrazione che presuppone di investire grandi somme di denaro in campagne di pubbliche relazioni, in organizzazioni di forum, e questa narrazione è quella che si nutre dello "sport washing", per cui si punta a investire nello sport per far dimenticare la situazione interna. E da ultimo, e questo secondo me è ancora più grave, nel "pink washing", cioè mostrare questa leadership illuminata o "rinascimentale" del principe bin Salman come quello che ha emancipato le donne nel suo Paese. La prova contraria è che le vere riformiste, le vere "rinascimentali", quelle che hanno iniziato decenni fa a sfidare il divieto di guidare, stanno in galera. In galera per un reato che potremmo dire di "oscuramento reputazionale", cioè hanno avocato a sé quelle riforme che MbS pretende che il mondo creda che le abbia fatte lui.
A proposito di acquiescenza. Amnesty International Italia è stata fin dal primo giorno a fianco di Paola e Claudio Regeni, i genitori di Giulio, per chiedere verità e giustizia. La risposta la si è avuta dalla magistratura e non dalla politica, tanto meno dal Governo italiano. Anche qui vale la genuflessione ad un presidente, Abdel Fattah al-Sisi, che viene considerato, pure lui come Mbs, uno stabilizzatore del Medio Oriente?
Vale lo stesso discorso. Gli storici parlerebbero di "appeasement", cioè di una politica basata sull'accettazione a tutti i costi dell'interlocutore. Sul dimenticare le violazioni dei diritti umani, sul mantenere buoni rapporti a tutti i conti ed evitare di disturbare. I risultati li abbiamo sotto gli occhi: da qualunque punto di vista si voglia esaminare, e torno ai tre Paesi menzionati, Egitto, Arabia Saudita, Turchia, c'è una complicità indiretta nel peggioramento della situazione dei diritti umani, in tutti e tre quei Paesi. Perché nel momento in cui non si parla di diritti umani, si fa il gioco dell'interlocutore che li inibisce nei modi più brutali. Nel caso dell'Arabia Saudita anche facendo a pezzi un giornalista dissidente, Jamal Khashoggi, il regime "rinascimentale" zittisce ogni forma di dissenso.











