di Mattia Insolia
Il Domani, 28 gennaio 2021
Dietro ogni pena capitale c'è il fallimento di un sistema che dovrebbe cercare giustizia, non creare altro dolore. Come negli Stati Uniti con l'esecuzione di Lisa Montgomery: ecco perché ha senso ricordare la sua storia. Ci sono tipi umani che il mondo, per un istinto bastardo e inspiegabile, rigetta come pezzi di sé di cui non sa che farsene. Persone che, sfigurate dal fuoco quando ancora la corsa devono iniziarla, sembrano avere il destino già scritto.
Lisa Montgomery è cresciuta all'inferno e, nella sostanza di cui era composta, le cicatrici che s'è procurata lì se le è portate addosso per sempre. Quei segni egocentrici e dolorosi, però, non ha mai voluto guardarli nessuno, e il dramma che l'ha marchiata da bimba, alla fine, l'ha consumata tutta, incendiando ciò che la circondava. Il mondo quindi, ineluttabile e cieco, l'ha rigettata. La vita e i traumi Lisa nasce il 27 febbraio 1968 a Melvern, in Kansas.
Vive con la sorellastra di quattro anni più grande, Diane, il patrigno e Judy, la madre; donna violenta, dura e alcolizzata che in gravidanza causa una sindrome feto-alcolica a Lisa. Le due bimbe, non del tutto consce di vivere in un orrore allucinato, cercano di proteggersi a vicenda dalle torture a cui sono sottoposte quotidianamente. Una volta Diane è costretta a stare nuda in strada, un'altra Judy uccide il cane di famiglia davanti alle sorelline.
Finché una notte, quando la madre è in città ad annegare nell'alcol, Diane viene stuprata da uno dei tanti babysitter saltuari ingaggiati da Judy, un uomo avanti d'età che manco conosceva. Mesi dopo i servizi sociali portano via Diane per darla in affidamento: per lei è la fine degli abusi, ma per Lisa è solo l'inizio. Il patrigno comincia a seviziarla, e va avanti per anni portandola in un rimorchio per roulotte comprato apposta.
Chiusi lì, lui e i suoi amici stuprano, picchiano e insultano Lisa per ore e ore; spesso, le orinano addosso. Judy sa cosa succede nel rimorchio vicino casa, ma dà la colpa a Lisa (quando la vede per la prima volta con quegli uomini, la minaccia con una pistola). Inizia quindi a vendere il corpo della bambina, usandola come moneta di scambio, dandola a elettricisti e idraulici. La gente del quartiere inizia a conoscere la storia di Lisa ma nessuno fa niente, neppure chi avrebbe dovuto: assistenti sociali, medici e poliziotti.
A diciott'anni sposa il fratellastro, però non cambia niente: le botte e gli stupri continuano, adesso il marito registra sia le percosse, sia le violenze sessuali per poi costringere Lisa a guardarle con lui. La donna rimane incinta quattro volte, ma a 32 anni Judy la fa sottoporre con la forza a una sterilizzazione. Nel periodo successivo, crede più volte di aspettare un figlio, succede anche che si convinca che quel bimbo o quell'altro, incontrato in giro, sia suo.
Passa gran parte delle giornate al computer, si allontana da tutti, come fosse in un mondo distante. Non ha relazioni se non con i figli e con il nuovo marito (si è sposata di nuovo). E quel corpo di cui nessuno s'è mai voluto prendere cura, lo abbandona lei stessa al nulla che cerca da anni d'inghiottirla. Finché un giorno, nell'autunno del 2004, un giorno di quiete apparente, Lisa conosce su internet Bobbie Joe Stinnett, ventitreenne all'ottavo mese di gravidanza.
E la tragedia di Lisa, tessera di un domino che cade alla prima scossa del terreno, ne innesca un'altra. Il male genera male È il male a generare il male, ed è in questa procreazione che tutto si fa buio. Bobbie Joe Stinnett è stata uccisa da Lisa Montgomery il 16 dicembre 2004. Strangolata a morte, l'assassina le ha reciso l'addome per prenderle la bimba che portava in grembo (bimba che Lisa, nel proprio delirio, era convinta fosse sua; nelle ore in cui l'ha tenuta con sé, l'ha rinominata Abigail).
Il corpo di Bobbie è stato trovato il giorno dopo, Lisa è stata arrestata quasi subito e la neonata, Victoria, è ritornata alla famiglia, con cui vive oggi. Condannata a morte nel 2007, Lisa è stata uccisa con un'iniezione letale il 13 gennaio 2021; la prima donna in 67 anni a essere ammazzata dal governo federale degli Stati Uniti, la quarta della sua storia.
Psichiatri e avvocati coinvolti nel caso si sono detti certi, e a più riprese tra il 2005 e il 2020, che Lisa non fosse capace d'intendere e di volere sia quando ha strangolato Bobbie sia durante il processo (cinque giorni dopo l'assassinio, aveva già rimosso ciò che aveva fatto). Le sono stati diagnosticati un disturbo bipolare, una sindrome da stress post traumatico, una forte dissociazione e una profonda depressione; gli ultimi giorni della sua vita li ha trascorsi in una zona a parte del penitenziario perché si temeva potesse suicidarsi.
Sulla lettiga dove è stata uccisa, sdraiata e legata, le è stato chiesto se avesse delle ultime parole, ma lei ha risposto "No". Solo "No". "No" e basta. E dopo sedici anni di carcere è stata messa a morte. Raccontando la storia di Lisa Montgomery il mio intento non è cancellare le sue colpe. Non instillare pena o sentimenti di simpatia nei suoi confronti. Non giustificare i suoi crimini con un trascorso di violenze tremende. Il delitto di Lisa è atroce, e niente e nessuno potrà mai eliminare il dolore che ha causato. Il mio intento non è sgravarle di dosso la colpa, ma umanizzare la colpevole. Lo faccio con lei, ma penso sia un ragionamento valido per tutti.
Lisa è un esempio, e i motivi per cui ho deciso di parlare di lei sono due. Primo, perché lei, con la sua esistenza martoriata, con la sua infanzia infranta, fatichiamo a considerarla un mostro: ai nostri occhi rimane un essere umano. Secondo, perché il suo episodio rende chiaro quanto possa essere fallibile un sistema di giustizia e, di conseguenza, quanto orribile sia il meccanismo che prevede che un uomo, imperfetto in quanto tale, possa trovarsi tra le mani la facoltà di uccidere un suo pari. Lisa non doveva essere ammazzata al di là dei problemi psichiatrici, è questo che voglio dire (anche se quelli, come detto, rendono la storia più grottesca).
Doveva pagare per i crimini commessi, sì, ma chi l'ha giudicata avrebbe dovuto fare giustizia, non cercare vendetta. È verso un mondo giusto che dobbiamo andare, non un mondo vendicativo, di paura e di dolore. E se non come una vendetta, come giudicare la messa a morte di una donna così sofferente? Insomma, con l'omicidio di Lisa cos'ha ottenuto il popolo degli Stati Uniti, sul cui nome cade l'atto d'esecuzione? Cosa il suo governo? Cosa la famiglia di Bobbie?
Ora le donne morte sono due, le famiglie che piangono sono due, i boia colpevoli sono due. Dell'altro dolore, ecco cosa hanno ottenuto tutti. Ma in fondo, la pena di morte porta solo a questo. I paesi che la prevedono sono 56; alcuni per reati gravissimi, altri anche per quelli comuni. Per Amnesty International, nel 2019 sono state messe a morte 657 persone; ma di dati certi non se ne hanno, ed è convinzione di molti che paesi quali la Cina, che uccide più di qualsiasi altro e per di più con processi sommari, non forniscano dati reali.
Si tratta, in effetti, di omicidi. Esecuzioni che violano il diritto alla vita. Che s'insinuano tra le maglie labili della società. Che non hanno valore deterrente. Che non leniscono il dolore di chi sulla terra ci rimane e che anzi, come detto, la sofferenza la scaricano su altri individui. Gesti privi di umanità, in apparenza privi pure di coscienza o carica empatica. E per rendersene conto, basta leggere la missiva con cui a Lisa è stato detto che nel giro di qualche giorno sarebbe stata ammazzata dal dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti: "Cara signora Montgomery, lo scopo di questa lettera è informarla che una data per l'espletamento della sua sentenza di morte è stata scelta". Niente di più. Seguono tre righe inutili di nomi e numeri. In calce, la firma di chi si è occupato del caso e, in fondo, una lunga lista di persone in copia. Stop.
Parole che traboccano di burocrazia. Impersonali, deboli e insieme acuminate, fredde, bastarde. E credo sia questa spersonalizzazione istintiva dell'estraneo, il problema più grosso. Ormai siamo abituati a guardarci senza vederci, a riconoscerci a vicenda come nemici fino a prova contraria, a risolverci l'un l'altro in categorie rassicuranti e semplici.
Avvertiamo le persone non appartenenti alla nostra cerchia come così distanti da noi da essere diventati incapaci di provare empatia per chi non conosciamo. E così non facciamo che sottrarre valore alla vita altrui. Siamo tutti esseri umani, però, attaccati alla vita, messi qui da chissà chi e per chissà quale ragione a condividere spazi e tempi. Ed è nei nostri gesti e nelle nostre parole e nelle nostre decisioni che risiede l'anima della società, un equilibrio precario a cui si attenta ogni volta che qualcuno viene ucciso. Se le vene in cui è stato iniettato il veleno erano di Lisa, la morte è stata della civiltà tutta.
di Leo Lancari
Il Manifesto, 28 gennaio 2021
Nel naufragio dell'11 ottobre 2013 persero la vita 200 migranti, 60 dei quali erano minori. E' stata definita la "strage dei bambini" perché tra i 200 migranti che quel giorno persero la vita, era l'11 ottobre del 2013, c'erano anche 60 minori. Una delle tragedie più gravi del Mediterraneo, preceduta solo 8 giorni prima, il 3 ottobre, da un'altra: l'affondamento a soli 300 metri dalle coste dell'isola di Lampedusa di un barcone stracarico di migranti, 368 dei quali persero la vita. Un dramma così grande che quasi offuscò la sorte di quelle 200 vittime che vennero in seguito e, soprattutto, le responsabilità avute dall'Italia in quanto accadde. Sì perché non lontano da quel peschereccio in difficoltà, c'era un pattugliatore della Marina militare italiana, la Its Libra che sarebbe potuta intervenire.
"L'Italia ha fallito", ha stabilito ieri il Comitato per i diritti umani delle Nazioni unite accogliendo il ricorso presentato da quattro sopravvissuti a quel naufragio, tre siriani e un palestinese. "Avrebbe dovuto tutelare il diritto alla vita di oltre 200 migrati che erano a bordo dell'imbarcazione" e invece "non ha risposto prontamente a varie chiamate di soccorso" partite dalla barca. Tra queste anche quelle fatte da un medico siriano di Aleppo, il dottor Mohanad Jammo, che aveva lanciato l'allarme chiamando Roma con un telefono satellitare. Jammo, che in quel naufragio perse due dei suoi tre figli, due bambini di 6 anni e 9 mesi, è uno dei testimoni del processo in corso a Roma che vede tra gli imputati due ufficiali, il comandante della sala operativa della Guardia costiera e quello della sala operativa della squadra navale della Marina militare. Entrambi devono rispondere di rifiuto di atti d'ufficio e omicidio colposo per non aver ordinato l'immediato intervento del pattugliatore in attesa che a operare fossero le autorità di Malta.
Proprio il ruolo svolto dalla Marina è al centro della decisione adottata dai 18 membri indipendenti del Comitato Onu. Il peschereccio era partito il 10 ottobre dalla città libica di Zuwarah con a bordo circa 400 persone, la maggior parte delle quali profughi siriani in fuga dalla guerra. Poche ore dopo la partenza, l'imbarcazione comincia a prendere acqua a causa dei colpi sparati da un'altra nave. In quel momento si trova 113 chilometri a sud di Lampedusa e 218 chilometri a sud di Malta, in zona Sar maltese. Inutili le richieste di aiuto rivolte alle autorità italiane, che rimandano però le chiamate a quelle maltesi. Uno scaricabarile che dura ore, fino a quando il peschereccio non si ribalta e le persone finiscono in mare. Solo a quel punto da Roma arriva l'ordine alla Libra di intervenire in aiuto dei migranti, senza però riuscire a impedire la morte di 200 di loro.
"L'incidente è avvenuto nelle acque internazionali, all'interno della zona di ricerca e soccorso maltese, ma il luogo era effettivamente più vicino all'Italia e a una delle sue navi militari", ha spiegato ieri uno dei membri del Comitato, Helene Tigroudja. "Se le autorità italiane avessero diretto immediatamente la loro nave e le barche della Guardia costiera dopo le chiamate di soccorso, il salvataggio avrebbe raggiunto la nave al più tardi due ore prima che affondasse".
Il fatto che il peschereccio non si trovasse in acque sotto responsabilità italiana non giustifica, per il Comitato Onu, le scelte prese: "Gli Stati interessati sono tenuti, in base al diritto internazionale del mare, a prendere provvedimenti per proteggere la vita di tutti gli individui che si trovano in una situazione di pericolo in mare" spiega infatti Tigroudja, sottolineando come le autorità italiane "avevano il dovere di appoggiare la missione di ricerca e soccorso per salvare le vite dei migranti". La decisione di ritardare i soccorsi, è la conclusione raggiunta dal Comitato delle Nazioni unite, "ha avuto un impatto diretto sulla perdita di centinaia di vite".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 gennaio 2021
Ieri Rita Bernardini, di nuovo in sciopero della fame, era con Sandro Veronesi. Ieri alle 13, sotto al ministero della Giustizia c'era Rita Bernardini del Partito Radicale con lo scrittore Sandro Veronesi. È un'azione di un'ora di camminata giornaliera che serve per ricordare a Bonafede quali sono i suoi obblighi nei confronti dei detenuti. Oggi, invece, a farle compagnia sarà l'ex senatore e presidente dell'associazione "A Buon Diritto" Luigi Manconi.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 27 gennaio 2021
Gratta gratta, alla fine la telenovela del contratto tra ministero dell'Interno e Fastweb per i braccialetti elettronici è un po' come la storia dei vaccini: comprati a dosi o a fiale? Sui dispositivi di sorveglianza a distanza il tema, ora si comprende, è lo stesso: fornitura "di" mille al mese, o servizio di monitoraggio "fino a" mille al mese, in cambio di 7,7 milioni l'anno da dicembre 2018 a dicembre 2021?
di Susanna Ronconi
dirittiglobali.it, 27 gennaio 2021
In Italia abbiamo una emergenza democratica: il problema della violenza istituzionale che si esercita sui corpi di chi è recluso appare ormai drammaticamente routinaria e fuori controllo.
Basta scorrere i titoli degli ultimi mesi per rendersi conto che in Italia abbiamo una emergenza democratica: chiamerei così, e mi pare appropriato e non retorico, il problema di quella violenza istituzionale che si esercita sui corpi di chi è recluso, e che appare ormai drammaticamente routinaria e fuori controllo. Mi pare si debbano leggere in questa prospettiva, e non come una mera sommatoria di singoli accadimenti, le tante violenze avvenute nelle carceri e approdate a una visibilità, anche solo considerando gli ultimi tre anni, vuoi attraverso denunce, vuoi tramite la segnalazione in procura di qualche garante, vuoi per un'azione di singoli, famiglie e associazioni che hanno strappato il velo del silenzio.
di Angela Stella
Il Dubbio, 27 gennaio 2021
Per un'ora al giorno la leader radicale (in digiuno) camminerà sotto il ministero per ricordare al Guardasigilli, chiunque sarà, i suoi obblighi verso i detenuti. Con lei Veronesi poi Manconi, Saviano, Flick. "Memento: chiunque tu sarai, noi saremo qui ad aspettarti per il rispetto dei diritti umani dei detenuti": queste sono le parole scritte su un grande post-it affisso ieri da Rita Bernardini e Sandro Veronesi sulla facciata del Ministero della Giustizia.
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 27 gennaio 2021
Nel togliere quel bene supremo, una comunità civile si sentirebbe responsabile di una sopraffazione mostruosa. Ciò la indurrebbe a rendere decenti le condizioni di vita dei detenuti. Ma non ne siamo capaci. Ecco perché.
di Giuseppe De Filippi
Il Foglio, 27 gennaio 2021
Concentrate i vostri sforzi di comprensione dei fatti politici (è dura per tutti, non bisogna abbattersi) sulla questione giustizia. Come bussola avrebbe funzionato per tutti gli ultimi 30 anni, consentendo di capire a sufficienza degli sviluppi nella competizione per il potere e anche di quelli economici, sociali e della possibilità di riformare le istituzioni.
Insomma non proprio tutto poteva leggersi attraverso il codice della giustizia, ma una gran parte del lavoro sarebbe stata acquisita. Allora proviamoci anche adesso, perché non serve un retroscenista (professione in disuso nei tempi recenti in cui succedono più cose sulla scena che sul retro) per legare la crisi di potere con l'appuntamento fatale della relazione del ministro Alfonso Bonafede.
Oggi il Foglio ne tratteggia un ritratto al quale non c'è niente da aggiungere e che descrive un politico e una linea sulla giustizia incompatibili con un governo che si dichiara liberale, europeista e tutto il resto che sapete.
Bonafede sembra essere rimasto impigliato nel primo grillismo, fuso com'era (anche per il momento storico in cui è nato) con il giustizialismo mediatico e specialmente televisivo, e con quel piano di lavoro non si può governare, ma al massimo ci si può scalmanare all'opposizione per acchiappare voti, cioè quello che facevano i grillini prima maniera.
A questo punto, per seguire le convulse ore che ci portano alla cena, proviamo solo a guardare le cose che hanno a che fare con la giustizia e con Bonafede. Tra le prime in cui andiamo a incappare c'è l'apertura di disponibilità da parte di esponenti di Forza Italia verso l'appoggio a una nuova maggioranza, sufficientemente contiana, cioè a partire dalla quasi-maggioranza attuale, a condizione di avere una riforma della giustizia in cui si rimettano in discussione gli eccessi persecutori della linea mutuata da Bonafede ma proveniente da altri ambienti (ribadiamo: quel primo grillismo un po' scopiazzava in giro, sentiva quello che c'era nell'aria, era manettaro perché c'era la moda del giustizialismo, ma nella sua anti-politicità avrebbe potuto assumere, senza scossoni, anche altri atteggiamenti).
La stessa cosa vale per gli altri centristi, per di più ora colpiti nel loro leader da un'inchiesta proveniente da uno dei campioni della giustizia spettacolarizzata. La domanda politica è se Giuseppe Conte e, con un'altra decisione, i 5 stelle, riescono a superare non tanto la figura di Bonafede quanto quei legami culturali e opportunistici con cui una decina di anni fa si celebrò il matrimonio tra grillismo e uso politico della giustizia.
L'impressione è che poi quella roba passasse sempre un po' sopra la testa dei grillini, non completamente credibili quando tentavano di intestarsi (onestà, onestà) le battaglia degli schieramenti tipicamente legati all'attività di un certo potere giudiziario. Un sussulto, un barbaglio, di questa condizione lo ebbe a sperimentare anche Bonafede, quando si vide esposto a improvvisi attacchi per aver scelto, con una discreta quota di autonomia, il direttore del Dap, scelta per la quale venne pubblicamente attaccato da Nino Di Matteo nientemeno che dagli studi di Massimo Giletti.
Allora si tratterebbe di recuperare un po' di quell'autonomia di decisione e provare a lavorare con o forse al posto di Bonafede. Se qualcosa si muove lungo questo asse allora ci saranno notizie anche per il governo e la maggioranza. Seguite e parlatene a cena. Sul dibattito, intanto, si potrebbe prendere tempo con soluzioni creative.
di Gioacchino Criaco
Il Riformista, 27 gennaio 2021
Se le disgrazie altrui si utilizzano a mo' di consolazione, si capisce che l'utilizzatore non versi in splendide condizioni. La disgrazia per eccellenza, in Italia, è diventata la Calabria, quotidianamente c'è un suo male che arriva mediaticamente a lenire il male nazionale: dalla sanità, alla politica, all'assetto idrogeologico, ai rifiuti. È un laboratorio infinito, in cui si produce l'orrore. E lei, la Calabria, se ne sta appesa per il collo al pendolo di un orologio sfasato, che oscilla per gran parte del tempo da un solo lato: quello della tragedia. Di tanto in tanto spezza il blocco e passa nell'altro campo: quello della farsa. Sta fra un necrologio e una cartolina: si legge male la Calabria in bilico fra le Procure e il cinema, il gotico e il pacchiano. Poiché queste sono le sole lenti di lettura, ovviamente si legge male, con un unico giudizio: irredimibile Calabria.
E non si può fare un torto a chi, da fuori, veda una terra perduta: da parecchi anni è sull'orlo di un burrone, sul perché la lascino in bilico, sulla mancanza dell'ultimo calcio bisognerebbe interrogarsi. Basterebbe poco, un colpo e cesserebbe il battito. Al contrario, servirebbe un impegno eccezionale per allontanarla dal dirupo, portarla lontano dal pericolo e trarla in salvo.
Invece: nessuno vuole ammazzarla e nessuno vuole salvarla. C'è chi si nutre della sua agonia e chi trae giovamento dalla sua sopravvivenza.
Massima calabrese infallibile recita: nulla è come sembra, trova a chi giova e troverai il colpevole. Se la si usasse avremmo una narrazione diversa dal racconto fasullo in uso. Sull'abisso, prossimi all'irredimibilità, i calabresi, non ci sono arrivati di colpo, vi sono stati condotti passo dopo passo. Ora, è vero, è inutile rivedere gli errori, il passato è passato, ma la condizione di prossimi agli inferi dipende tutta da ciò che hanno fatto loro e da ciò che loro si sono lasciati fare.
Ognuno si prenda le colpe che ha, dopo i calabresi ci andranno all'inferno, ma non è che dovranno farlo chiedendo pure scusa ai carnefici? Gli hanno fatto, e si sono lasciati fare: che il popolo calabrese dopo millenni di stanzialità sia finito preda della irresistibile partenza, si è svuotato un mondo, che ovvio non era felice.
Da metà Ottocento, a oggi, le nuove generazioni sono state mandate via. Una terra senza sangue giovane non cambia. Non è questione sia migliore chi parta o chi resti, è questione della mancanza della parte vitale di un corpo, che non c'è stata per lottare, lavorare, costruire. Ai rimasti è stato insegnato l'arrangiarsi, il piegarsi e, senza inalberarsi, in tempi recenti o remoti, tutti hanno avuto qualcuno che si sia piegato. I rimasti si sono trovati schiacciati fra uno Stato lontano, e indifferente, e un potentato locale spregiudicato e spietato, dotato di un formidabile cane da guardia: la 'ndrangheta.
Si è vissuto così, fra la costrizione a partire e la necessità di compromettersi per vivere, e un padre o un nonno o un bisnonno si è piegato pure per gli integerrimi di oggi, pure per i moralizzatori. La Calabria non ha mai vissuto la normalità in nessun settore: lavoro, sanità, giustizia, viabilità, istruzione. Per decenni tutto è viaggiato in un certo modo. E non è che nel resto del Paese abbia imperato la perfezione, anzi, il Sud ha subito di tutto, ma certo non ha imposto totalitarismi politici o economici. Certo è che oggi la Calabria sia un fenomeno da baraccone, buona per divertire, consolare.
I calabresi hanno la colpa gravissima di non aver lottato da subito per la propria libertà. Dopo sono diventati cani alla catena che cialtroni di fuori e traditori di dentro hanno condotto dove fosse utile a loro. E adesso sono prossimi all'irredimibilità, e ancora gli vengono impartite lezioni sulle loro colpe, e ancora gli inviano Messia con la promessa di salvezza; e ancora, loro, si lasciano raccontare, irretire.
Ancora non trovano la forza di fare l'unica cosa che abbia davvero dignità. Lottare, provare a essere liberi da nemici esterni e traditori interni, che sono ancora gli stessi, che lì portano ancora gli stessi nomi di famiglia. E l'Italia potrebbe provare a far qualcosa, invece di consolarsi dondolando il capo davanti al quadro dell'orrore: come l'ambasciatore di Hitler a Parigi, davanti alla Guernica di Picasso, senza capire che la Germania aveva determinato l'orrore.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 27 gennaio 2021
La disciplina italiana sul mandato d'arresto Ue non tutela a sufficienza il diritto alla salute. Non prevede infatti un esplicito motivo di rifiuto nel caso la consegna della persona interessata ne possa verosimilmente compromettere l'equilibrio psicofisico.
Per queste ragioni la Corte d'appello di Milano ha rinviato alla Corte costituzionale la legge n. 69 del 2005, con la quale è stata recepita nel nostro ordinamento penale la decisione quadro sul mandato d'arresto europeo nella parte in cui non prevede tra i motivi di rifiuto, (ma solo eventualmente di sospensione) le ragioni di salute croniche e di durata indeterminabile con gravi conseguenze per la persona oggetto della domanda di consegna.
Nel caso approdato alla V sezione infatti (richiesta di consegna avanzata dalla Croazia nei confronti di una persona con gravi disturbi psichici accusata da traffico e spaccio di stupefacenti), al di là delle eventuali condizioni "inumane o degradanti" cui la persona interessata potrebbe essere sottoposta, la tutela della salute psichica verrebbe danneggiata o messa in serio pericolo dalla stessa attivazione del procedimento di consegna: la peculiarità della malattia psichiatrica, l'interruzione del rapporto terapeutico con il medico che lo ha in cura, Io sradicamento anche solo temporaneo dalla famiglia, "sono tutti elementi che, come attestato dalla perizia svolta su incarico di questa Corte renderebbero molto concreto il pericolo suicidario".
Il sistema previsto dalla legge n. 69, centrato "solo" sulla possibilità di sospensione, appare irragionevole alla Corte d'appello sotto una pluralità di profili: l'eventualità di una sospensione della consegna successiva alla pronuncia favorevole alla consegna medesima, "sottrae alla fase giurisdizionale la valutazione circa l'analisi di un'eventuale lesione al diritto fondamentale della salute quale motivo che consenta di rifiutare la consegna; rimette alla fase esecutiva (eventuale) la verifica - con atto peraltro non impugnabile - della sussistenza di gravi ragioni di salute consentendo la sospensione del procedimento; sospensione del procedimento che tuttavia avrebbe, nel caso che ci occupa, una durata indeterminabile". Ancora, il regime della sola sospensione si porrebbe poi in contrasto anche co in principi del giusto processo, perché, nel caso di malattie croniche o comunque non risolvibili in tempi anche solo medi, espone il procedimento penale a una sostanziale paralisi. Inoltre, sia pure comprensibile in termine di maggiore affidamento tra gli Stati dell'Unione europea, l'assenza del rifiuto per tutela della salute, in Italia ma anche nella decisione quadro, introduce un elemento di diversità rispetto al regime giuridico dell'estradizione, valido tra Paesi non appartenenti alla Ue, dove invece questo motivo è espressamente stabilito.
- Penalisti: troppe disfunzioni, stop all'obbligo del deposito telematico
- "Il blocca-prescrizione? È deleterio". Parola dell'esperto voluto dai 5S
- Carlo Cottarelli: "Sulla giustizia conciliare diritti ed efficienza è possibile"
- Cosa succede ora con la Relazione sulla giustizia di Bonafede?
- La nemesi contro il partito dei pm e la giustizia-spettacolo











