di Rocco Vazzana
Il Dubbio, 26 gennaio 2021
Comunque vada a finire la crisi, Giuseppe Conte sarà chiamato a pagare un prezzo molto salato. C'è un nodo, infatti, che il presidente del Consiglio dovrà sciogliere, e in fretta, per restare in sella: la Giustizia. Tornata al centro dello scontro politico per una coincidenza fatale - la relazione al Senato del ministro Alfonso Bonafede proprio nelle ore più tese della crisi -Via Arenula si è trasformata nella moneta di scambio chiesta al premier da tutti gli ipotetici e futuri compagni di strada. Renziani o responsabili che siano, tutti fanno leva su quello che reputano il punto più debole dell'esecutivo per trattare il loro ingresso in maggioranza.
Alcuni chiedono la "testa" di Bonafede per cinico gusto punitivo nei confronti dell'avvocato, altri ne approfittano per regolare qualche conto col ministro, considerato portatore di una cultura giustizialista da spazzare via. Appartengono di certo a questa categoria renziani e forzisti, da anni protagonisti di uno scontro feroce col Guardasigilli sui temi bandiera del Movimento 5 Stelle, primo fra tutti: la riforma della prescrizione.
Concepita durante il Conte uno e tramutata in legge col Conte due, la prescrizione targata Bonafede (sospesa dopo la sentenza di primo grado, anche in caso di assoluzione) è diventata l'ossessione di Matteo Renzi, che già nel febbraio scorso aveva minacciato di aprire una crisi di governo su questo tema. Solo la promessa di correggere il tiro attraverso gli emendamenti alla riforma del processo penale (da depositare entro la prossima settimana) aveva scongiurato il rischio di una frattura insanabile già un anno fa.
Perché l'ex premier e il Guardasigilli non sono mai entrati davvero in sintonia, e anni di accuse reciproche non hanno certo aiutato a rasserenare il clima. E se a febbraio del 2020 Bonafede veniva definito "ministro del giustizialismo" sulla prescrizione, pochi mesi dopo, a maggio, in piena emergenza Covid nelle carceri era proprio l'ex premier ad abbandonare la barricata "garantista" per unirsi al coro di chi accusava Bonafede di "aver scarcerato boss mafiosi". Anche in quel caso, solo dopo una intensa mediazione, Italia viva decise di non sostenere la mozione di sfiducia al Guardasigilli presentata dalle opposizioni.
Adesso che Conte traballa, sono in tanti a mettere nel mirino il ministro della Giustizia, l'uomo che ha trasformato un professore universitario in presidente del Consiglio. E a puntare le frecce non sono solo avversari storici. Perché è proprio dentro al Movimento 5 Stelle che monta l'insoddisfazione più aspra nei confronti del capodelegazione. Certo, il malumore non traspare dalle dichiarazioni dei vertici, tutti pronti a fare quadrato attorno a Bonafede, è nella pancia del gruppo parlamentare che la voglia di rivalsa cresce.
"In tutto questo tempo Alfonso non ha toccato palla", dice una deputata grillina, "si è limitato a fare il passacarte di Conte", è l'accusa più pesante. "Crimi e Di Maio lo difendono? Evidentemente qualche ministro si sentirà ben rappresentato, non il gruppo parlamentare, glielo garantisco", prosegue la "confessione" di chi imputa a Bonafede anche la responsabilità di non aver bloccato Conte, di non averlo invitato "a darsi una calmata".
Insomma, deputati e senatori non sembrano affatto pronti a "scendere in piazza" per difendere il loro ministro. Anzi, se Via Arenula fosse l'unica merce di scambio per garantire il proseguimento della legislatura, in tanti sarebbero disposti a metterla sul banco. E chi lo ammette non lo fa solo dietro garanzia d'anonimato. C'è chi esce allo scoperto senza temere ripercussioni. "Nel governo Conte 2 Bonafede ha fatto molto poco, e qualcosa è stato fatto anche male", dice senza mezzi termini il deputato M5S Andrea Colletti.
"Dal mio punto di vista, sono errate anche le modalità con cui si sta lavorando al Recovery per quanto riguarda le risorse da investire sulla giustizia: così non si migliora e non si innova nulla", aggiunge Colletti, prima di infierire: "La politica legislativa del ministro è in mano ai burocrati. Per me il grande errore di Bonafede è stato affidarsi ai magistrati del suo ministero e poco ai parlamentari: le Commissioni Giustizia di Camera e Senato hanno lavorato pochissimo".
Una bocciatura senza appello, dunque, che restituisce l'immagine di un Movimento lacerato da un regolamento di conti interno, in cui gli "esclusi" dalla gestione politica provano a togliersi ora più di un sassolino dalla scarpa. Mentre Conte sale al Quirinale, per Bonafede comincia la battaglia più complicata. Per evitare di "cadere" dovrà guardarsi soprattutto le spalle.
di Massimo Krogh
Il Mattino, 26 gennaio 2021
Da non politico, penso e mi sento di dire che la politica è un impulso di vita, vale a dire una tendenza spirituale che interpreta la vita. Vi sono buoni politici come i cattivi e i pessimi, da non confondere però con la politica oggettivamente intesa, la quale è essa stessa vita.
di Pieremilio Sammarco*
Libero, 26 gennaio 2021
Giovedì il ministro della Giustizia Bonafede dovrebbe presentare la sua relazione sullo stato della giustizia: già immaginiamo gli annunci roboanti con cifre iperboliche sulle risorse da destinare a questo settore, aumenti di organico, programmi di edilizia carceraria, digitalizzazione e snellimento di ogni fase e tipo di processo e così via di seguito.
Ma, al netto della propaganda, rimanendo ancorati alla realtà, la fotografia che si ha della giustizia in Italia è impietosa e buona parte la si deve sia a questa guida politica che ai suoi interpreti. Se proviamo a seguire le 4 direttrici che attraversano il campo della giustizia (strutture, personale, norme, processo), arricchite da qualche esempio, il quadro d'insieme che ne esce è sconfortante.
1. Quanto alle strutture, gli edifici - anche carcerari - sono inadeguati e gli spazi insufficienti; i templi della giustizia sono, soprattutto nelle grandi città, un dedalo di corridoi dove giacciono i faldoni ed impera la burocrazia dei funzionari. Le risorse informatiche obsolete e carenti, come evidenziato in questa pandemia quando i processi sono stati per lo più rinviati, anziché essere celebrati in videoconferenza.
2. Si dice da tempo che il personale togato e amministrativo è insufficiente rispetto alla mole di lavoro. Può essere vero, ma perché questa giustificazione non sia un pretesto per non svolgere appieno i propri compiti, e necessitano, come in una qualunque realtà privata, misurare la produttività dei lavoratori attraverso controlli serrati sui tempi di lavorazione degli atti giudiziari e l'emissione delle sentenze. È noto che senza controllo non vi è efficienza. Quanto alla magistratura, si sono registrate numerose ipotesi di corruzione commesse dai magistrati nell'esercizio delle loro funzioni, oltre allo scandalo delle nomine al Csm che ha svelato un sistema capillare di spartizione correntizia che ignorava merito e capacità dei singoli candidati. E tutto questo naturalmente non ha fatto altro che, agli occhi del pubblico, gettare discredito sull'intera categoria.
3. L'apparato normativo, a seconda dei settori, si rivela a tratti inadeguato, a volte farraginoso e altre volte sembra appositamente creato per vessare l'individuo. Con riferimento alle nuove tecnologie o alle questioni bioetiche, le norme stentano: si pensi, ad esempio, alla difficoltà di introdurre la digital fax per i giganti di Internet, o il pagamento dei diritti d'autore agli editori per le news diffuse da Google, o à trattamento di fine vita. Nel settore dei lavori pubblici, il codice degli appalti introduce procedure macchinose e complesse per la pubblica amministrazione e si è visto che senza questa briglia è possibile realizzare grandi opere come il ponte Morandi. Nel penale, l'introduzione di reati vaghi e fumosi come il voto di scambio ed il traffico di influenze attribuiscono una ampia discrezionalità agli inquirenti che consente loro di avviare indagini che spesso non portano a nulla, se non alla rovina della vita politica e professionale dei malcapitati.
4. I processi sono lo specchio finale del disastro sistemico: nel civile la loro eccessiva durata incide sull'andamento del Pil, scoraggiando investitori stranieri e riducendo l'interesse ad avviare iniziative imprenditoriali. Nel penale, il processo è un marchingegno che sembra essere stato creato per stritolare l'imputato: oltre all'abolizione della prescrizione, la prova, a dispetto di quanto previsto dal codice, non si forma più nel dibattimento, ma nella fase delle indagini per lo più mediante strumenti di sorveglianza, i quali anche se attivati senza controlli o con risultanze dubbie, non possono essere utilmente disconosciuti.
E prima ancora che arrivi la sentenza del Tribunale perviene, grazie al circuito mediatico, quella dell'opinione pubblica, assetata di trovare un colpevole a cui dare le colpe per le proprie insoddisfazioni.
Nel tributario, infine, vi è uno sbilanciamento tra le posizioni delle parti: non essendoci una banca dati delle decisioni delle Commissioni Tributarie, l'Agenzia delle Entrate ha in casa tutta la giurisprudenza dove e parte necessaria, mentre il contribuente annaspa, dovendo ricostruire da solo principi e soluzioni in un quadro normativo confuso e contraddittorio. Tutto questo (ed altro), per certo, non sarà menzionato nella relazione annuale del ministro Bonafede.
*Professore di Diritto Privato Comparato Università di Bergamo
di Liana Milella
La Repubblica, 26 gennaio 2021
Spunta l'emendamento Costa sulla presunzione di innocenza. A Montecitorio scontro fra garantisti e giustizialisti. L'esponente di Azione chiede di introdurre nella legge di delegazione europea, che si discute a Montecitorio a partire da oggi, i principi garantisti sul processo. Lucia Annibali di Italia viva ha presentato una legge identica ma dice: "Dobbiamo decidere".
Sarà l'antipasto - in scena alla Camera a partire da oggi, ma con il clou domani pomeriggio - dello scontro sulla relazione per la giustizia del Guardasigilli Alfonso Bonafede. Sempre se, crisi permettendo, quel dibattito si svolgerà. Ma prima di mercoledì, ecco un altro appuntamento destinato a provocare una lite sul tema del processo giusto.
l titolo del provvedimento, di per sé, non dà nell'occhio - "legge di delegazione europea 2019-2020" - ma basta scorrere gli emendamenti, già a partire dal primo articolo, per accorgersi che sui principi del giusto processo e sul rispetto dell'imputato da non presentare subito come un sicuro colpevole, inevitabilmente, garantisti e giustizialisti affileranno le armi. Anche perché di mezzo c'è Enrico Costa, il deputato ex forzista e ora calendiano di Azione, per giunta di professione avvocato, che ormai da anni non perde occasione per introdurre nei codici tutte le garanzie possibili per l'imputato, prima che un processo definitivo sancisca la sua effettiva colpevolezza.
E stavolta saranno tuoni e fulmini, perché lui propone tre emendamenti per tutelare chi viene messo sotto processo, tutti ricopiati di peso dalla direttiva europea. A questo punto gli schieramenti permetteranno già di fare la prima conta dell'aula in vista della relazione di Bonafede.
Cosa farà Italia viva? La responsabile Giustizia Lucia Annibali, che ha presentato un progetto di legge dello stesso tenore degli emendamenti di Costa, per ora dice: "Dobbiamo riunirci e decidere". Costa, per parte sua, è deciso comunque a sfidare la maggioranza: "Ricordo a tutti che già il Guardasigilli Andrea Orlando aveva chiesto di recepire la direttiva europea. Italia viva ha sempre condiviso questi principi tant'è che ha presentato la sua proposta di legge. Quindi mi auguro che prevalgano le convinzioni, e non le convenienze".
Se questo, in sintesi, è lo scenario politico, vediamo in concreto e nel merito di cosa si sta discutendo. E se gli emendamenti di Costa rischiano di essere bloccati e di non essere messi neppure in discussione. La legge di delegazione europea riguarda moltissimi temi e recepisce tutte le direttive della Ue che devono entrare a far parte della legislazione italiana.
È stata approvata al Senato a novembre, la maggioranza vuole chiuderla in fretta senza ulteriori rinvii, e per questo è contraria a inserire nuovi emendamenti alla Camera che comporterebbero poi un ulteriore passaggio al Senato, dove, per via del Covid, c'è un forte arretrato. Tant'è che sul processo civile il governo vuole ricorrere a un decreto legge. Su questo, c'è la prima reazione irritata di Costa: "Di fronte a principi costituzionali così importanti sarebbe davvero grave se privilegiassero il calendario rispetto alle garanzie costituzionali".
Ma vediamo quali sono le proposte di Costa che firma gli emendamenti con Riccardo Magi di Più Europa. Con una premessa. Già nel titolo, la direttiva 343 approvata il 9 marzo del 2016 dal Parlamento europeo, ci fa capire quali sono i temi in discussione. Recita così: "Rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza e del diritto di presenziare al processo nei procedimenti penali".
Un testo che chiedeva agli Stati europei, già dall'anno scorso, di trasmettere subito, e poi ogni tre anni, "i dati disponibili relativi al modo in cui sono stati attuati i diritti sanciti dalla presente direttiva". Un ordine preciso dunque, e non solo un'indicazione sommaria o un suggerimento.
Ma già a novembre, quando la legge di delegazione europea è arrivata in commissione Giustizia alla Camera, e Costa ha proposto i suoi emendamenti, la sua proposta è stata bocciata. In una riunione molto tesa, è finita in parità, 23 a 23, con il voto determinante del presidente di M5S Mario Perantoni. Le proposte di Costa non sono state inserite nel testo destinato al dibattito in aula. Adesso rieccole, questa volta sotto forma di emendamenti da discutere nell'emiciclo.
Il primo, all'articolo uno, chiede semplicemente di recepire la direttiva Ue. Ma già dal secondo, all'articolo due, si entra nel merito. Costa e Magi chiedono di "adottare le misure necessarie per garantire che, fino a quando la colpevolezza di un indagato o imputato non sia stata legalmente provata, le dichiarazioni pubbliche rilasciate da autorità pubbliche e le decisioni giudiziarie diverse da quelle sulla colpevolezza non presentino la persona come colpevole".
Ancora: i due proponenti chiedono di "regolamentare le forme di comunicazione giudiziaria da parte delle procure della Repubblica durante le indagini preliminari, consentendo esclusivamente e tassativamente la diramazione di comunicati stampa con l'indicazione degli specifici fatti e delle norme contestate ai soggetti indagati".
Ma non basta, Costa e Magi chiedono ancora di "prevedere che, fino alla conclusione delle indagini preliminari, non vengano diffusi dall'autorità giudiziaria, a fini di comunicazione, filmati contenenti riprese di atti di indagine preliminare (intercettazioni, perquisizioni, esecuzione di misure cautelari), né audio di intercettazioni non ancora vagliate nell'apposita udienza stralcio".
Infine chiedono pure che "alle inchieste non venga assegnata una denominazione non prevista dalle norme di legge" e di "ripristinare il divieto di pubblicazione integrale dell'ordinanza di custodia cautelare". Per chiudere vogliono stabilire anche un altro principio garantista: "La condotta dell'indagato che in sede di interrogatorio si sia avvalso della facoltà di non rispondere, non costituisce, ai fini del riconoscimento della riparazione per ingiusta detenzione, elemento causale della custodia cautelare subita".
Insomma, per dirla in estrema sintesi, Costa vuole tappare la bocca ai magistrati, impedire le conferenze stampa dei procuratori dopo gli arresti, bloccare l'uscita di qualsiasi dettaglio sulle indagini, né foto, né filmati, né brani di intercettazioni, tantomeno quell'ordinanza di custodia cautelare che era stata liberalizzata proprio dalla legge Orlando sulle intercettazioni come elemento di trasparenza in un momento clou dell'indagine.
Un'esagerazione di Costa? Una pretesa eccessiva? Il deputato di Azione si fa forte delle parole contenute nella direttiva europea che chiede agli Stati membri di "adottare le misure necessarie per garantire che, fino a quando la colpevolezza di un indagato o imputato non sia stata legalmente provata, le dichiarazioni pubbliche rilasciate da autorità pubbliche e le decisioni giudiziarie diverse da quelle sulla colpevolezza non presentino la persona come colpevole".
Principio generale - appena citato dalle toghe di Magistratura democratica per criticare le ultime dichiarazioni pubbliche del procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri - che poi viene esplicitato in una decina di articoli, tutti dello stesso tenore delle richieste di Costa. A partire dalla seguente premessa: "La presunzione di innocenza sarebbe violata se dichiarazioni pubbliche rilasciate da autorità pubbliche o decisioni giudiziarie diverse da quelle sulla colpevolezza presentassero l'indagato o imputato come colpevole fino a quando la sua colpevolezza non sia stata legalmente provata.
Tali dichiarazioni o decisioni giudiziarie non dovrebbero rispecchiare l'idea che una persona sia colpevole. Ciò dovrebbe lasciare impregiudicati gli atti della pubblica accusa che mirano a dimostrare la colpevolezza dell'indagato o imputato, come l'imputazione, nonché le decisioni giudiziarie in conseguenza delle quali decorrono gli effetti di una pena sospesa, purché siano rispettati i diritti della difesa". Musica per le orecchie dei garantisti.
Alla vigilia del dibattito sulla relazione di Bonafede non poteva cadere, nell'aula della Camera, una discussione peggiore di questa. È stato solo il caso, ma se gli emendamenti verranno votati, questo rappresenterà già un primo screening dei consensi su cui il governo potrà contare in vista del dibattito sulla giustizia del giorno dopo.
di Annalisa Cuzzocrea
La Repubblica, 26 gennaio 2021
Ci sono due visioni dietro quello che appare come un unico schema. La prima è di chi pensa che chiedere al premier di salvare Bonafede, dimettendosi prima del suo discorso in aula, fosse inevitabile, ma che nulla cambia riguardo alla linea da tenere: o lui o le urne. C'è però tutto un altro pezzo di Movimento che non crede più nelle possibilità dell'ipotesi ter.
Quando in videoconferenza Vito Crimi comincia a dare i numeri del Senato, in quella che ai presenti sembra un po' la conta delle figurine, "ce l'ho, ce l'ho, mi manca", i ministri e i sottosegretari del Movimento 5 stelle cominciano a sbuffare. Sono le 18. La riunione è stata indetta per capire il da farsi. E il da farsi è già deciso: il Movimento ha chiesto a Giuseppe Conte di non mandare Alfonso Bonafede in aula senza paracadute. Di salvare il Guardasigilli da una bocciatura certa sulla relazione annuale della Giustizia che, inevitabilmente, sarebbe comunque ricaduta sul premier e sul governo.
"Non si è chiuso nessun accordo con nessuna quarta gamba", esordisce il reggente M5S. Sostenuto dai conti del ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D'Incà. Bonafede sta ancora lavorando al suo discorso, sta trattando possibili aperture in senso garantista con il suo predecessore, il vicesegretario pd Andrea Orlando, e con il deputato Pd Walter Verini.
L'idea è di convincere a votarlo almeno un pezzo di centristi e gli stessi responsabili della fiducia. I suoi lo fermano: "Non ha senso, non ci voterebbero comunque e ci scopriremmo su un fronte interno", è il senso del ragionamento dei dirigenti M5S. Che già pensano ai possibili attacchi dei soliti malpancisti, a cominciare dal presidente della commissione Antimafia Nicola Morra, davanti a un Movimento che si sorprende a scoprire il garantismo per far guadagnare un po' di ossigeno al governo.
Prende la parola Stefano Buffagni: "Non possiamo mandare Alfonso a schiantarsi in aula - dice il sottosegretario al ministero per lo Sviluppo economico - dobbiamo difendere i nostri. Difendere Conte, che è il perno fondamentale della maggioranza. Ora però vi chiedo: qual è la strategia?". Silenzio. Crimi neanche accende il microfono su Zoom. Interviene il ministro degli Esteri Luigi Di Maio: "È inutile che ci giriamo intorno, i numeri non ci sono, dobbiamo trarne le conclusioni e affrontare da domani la situazione". Parlano anche le sottosegretarie Mirella Liuzzi e Laura Agea, in difesa di Conte. Qualcosa, però, si è spezzato. Perché la mossa del M5S - per la prima volta dopo settimane - non mette Conte davanti a tutto, anzi.
Ci sono due visioni, dietro quello che appare come un unico schema. La prima è di chi pensa che chiedere al premier di salvare Bonafede, dimettendosi prima del suo discorso in aula, fosse inevitabile, ma che nulla cambia riguardo alla linea da tenere: o Conte o urne. Così l'hanno detta e la ripetono ministri ed esponenti di governo di rilievo come Riccardo Fraccaro, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, o Stefano Patuanelli, responsabile dello Sviluppo economico, che ancora ieri all'idea di riaprire a Renzi diceva: "Chi è il problema non può essere la soluzione. Non è una questione personale, ma di affidabilità politica".
C'è però tutto un altro pezzo di Movimento che non crede più nelle possibilità del Conte ter. E che lavorerà per un nuovo governo anche se il presidente del Consiglio dovesse perdere la sua golden share, rimettendola magari nelle mani di chi l'ha avuta per primo, come Luigi Di Maio. Perché non venga fuori troppo presto, l'assemblea congiunta di ieri sera di Camera e Senato è stata rinviata da Crimi "a data da destinarsi". Non è il momento di dare sfogo ai malumori e alle paure dei parlamentari, che già si sono fatti attrarre dall'idea di maggioranze allargate o di possibili ritorni (uno tra tutti, l'invito ad abbassare "il testosterone" del deputato Sergio Battelli). Ma non si tratta solo di ingovernabili peones, o di viceministri preoccupati del loro futuro come Giancarlo Cancelleri (che alla Stampa è arrivato a dire, poi smentendo: "Nessuno è indispensabile"). Sono dirigenti di peso M5S, ormai, a dire chiaramente: "Il premier sui responsabili ha capito di aver sbagliato. Proverà a fare il Conte ter, ma non ci riuscirà".
zic.it, 26 gennaio 2021
L'inchiesta sociale di Zic.it sulla sanità pubblica nella pandemia da Covid-19 continua con la pubblicazione della testimonianza di un detenuto del carcere della Dozza.
Sono un detenuto del carcere di Bologna che si è trovato coinvolto nel grave focolaio di Covid scoppiato alla Dozza ai primi di dicembre. Il mio compagno di cella fu trovato positivo al coronavirus dopo avere manifestato i sintomi del contagio, soprattutto la perdita dell'olfatto e dei sapori del gusto. Venne fatto anche a me un tampone rapido che diede un esito positivo. A quel punto fummo entrambi trasferiti dalla sezione dove normalmente siamo collocati al repartino di isolamento Covid dove c'erano altri 27 detenuti risultati positivi al virus. Anche in questo braccio fummo messi in cella assieme.
Qui, quasi subito, mi venne fatto un tampone molecolare che diede esito negativo. Il mio compagno di branda, invece, risultò essere ancora positivo. Anche dopo questo esito ci hanno lasciati in cella assieme per altre due settimane. Io avevo imparato, seguendo diverse trasmissioni televisive sulla pandemia, che l'isolamento serviva per separare coloro che hanno un'infezione da Covid accertata (con esito positivo del tampone) e le persone sane. In questo modo si possono predisporre le tutele necessarie per prevenire la trasmissione dell'infezione. La presenza nella stessa cella e lo stretto contatto tra una persona positiva e una negativa era in netto contrasto con le disposizioni sanitarie che tutti conoscevano.
Terminato questo periodo di clausura forzata, ad entrambi venne fatto un nuovo tampone molecolare. Io risultai negativo, al mio compagno di cella invece venne ancora diagnosticata la positività. Ci comunicarono che avremmo dovuto sottostare a un altro periodo di quarantena stando ancora undici giorni chiusi insieme nella stessa "camera di pernottamento". Io, a questo punto, iniziai a fare casino. La quarantena si applica a persone sane, ma che potrebbero essere state esposte al virus, avendo avuto contatti stretti con soggetti infetti. Lo scopo del provvedimento è di limitare e restringere i movimenti e i contatti e serve per monitorare l'eventuale comparsa di sintomi, individuare nuovi casi di infezione e limitare il rischio di nuovi contagi. Ma sei io negativo continuavo a stare segregato con uomo contagiato lo scopo della quarantena andava a farsi friggere.
Accettarono di spostarmi, ma mi proposero di andare in cella con un'altra persona positiva. Mi rifiutai e protestai ancora più forte, finalmente mi misero in una cella da solo. E lì restai per altri dodici giorni, poi mi venne fatto un altro tampone. Mi venne di nuovo confermato l'esito negativo; a quel punto fui riportato finalmente al reparto penale, dove solitamente sono recluso. Questo isolamento è stato particolarmente duro. Quasi un mese di cella, ventiquattro ore su ventiquattro, senza mai uscire, che va aggiunto al mese di isolamento per il dopo-rivolta di marzo e all'altro mese per il primo lockdown. Questi giorni non finivano più.
All'inizio ho cercato di non far sapere ai miei famigliari che ero in isolamento per il Covid, ma poi, dato che i colloqui non li faccio da tempo, il fatto di non utilizzare neppure le video-chiamate li ha fatti angustiare di più. E, quindi, per fare in modo che non andassero nel panico, ho fatto arrivare a loro la notizia. In quei giorni interminabili di reclusione totale vedevo solo il detenuto/lavorante; il medico passava una volta al giorno, ogni tanto due.
Poi c'era il giro dell'infermiere la mattina e la sera. Gli agenti si facevano vedere poco, avevano molta paura del contagio e, quando arrivavano, erano tutti bardati con strumenti protettivi. Ho pensato molte volte a mia madre, alle mie sorelle e ai miei nipotini. Spesso ho riflettuto sulla morte e su come sarebbe stata la mia vita se mi fossi ammalato davvero. Non so dire se, effettivamente, avevo paura per la mia vita. Piuttosto temevo di non potere più vedere i miei cari e la cosa mi faceva andare giù di testa.
Ho avuto comunque anch'io i miei momenti di panico, pensavo al fatto che qua in carcere non conto niente, che non sono nessuno, perciò vivo o morto sarebbe stato uguale. In quegli attimi mi sono ricordato di un vecchio detto del mio paese: "La carne davanti al macellaio non può dire nulla. Lui la taglia a pezzi e decide solo lui come tagliarla".
Un'altra ossessione è stata la preoccupazione di rimanere infettato dal lavorante. Questo detenuto passava da una cella all'altra del reparto Covid, protetto il giusto. Io tutte le volte che ho potuto non ho preso niente dal carrello della cucina. Compravo qualcosa di confezionato alla spesa del sopravvitto e mangiavo quello. Chi, invece, non aveva quella possibilità, chi non aveva nemmeno gli spiccioli per comprarsi il tabacco, era messo ancora peggio. Tante volte ho sentito le urla di disperazione di chi, in cella, non aveva nulla, perché non aveva soldi per fare la spesa. Quante notti sono stato svegliato da chi gridava per avere una sigaretta.
Mettete insieme tutte queste cose e unitele alla paura dell'infezione, non vi sarà difficile capire come farsi prendere dalla disperazione diventi quasi normale. Per esempio, un mio paesano, rinchiuso anche lui al reparto Covid, una sera sbraitava come un indemoniato, gridava che non ce la faceva più, che si voleva uccidere. Le guardie, dal corridoio, gli dicevano di calmarsi e di non fare cazzate, lui, naturalmente, non ne voleva sapere di quei consigli inutili.
Chiesi agli agenti di aprirmi e che mi lasciassero andare a parlargli. All'inizio non ne volevano sapere, poi anche loro si convinsero che forse era la cosa più intelligente. Andai davanti alla cella di quell'uomo e gli dissi che la nostra religione, come aveva aiutato me, poteva aiutare anche lui. Se lui si fosse suicidato, la sua vita sarebbe finita lì, ma per la sua famiglia e per i suoi figli come sarebbe stata? Cosa avrebbero pensato di lui? Gli ho parlato e sono riuscito a calmarlo e la cosa è stata molto utile anche a me.
Per fortuna questa storiaccia del Covid, qua dentro, non sembra così allargata come lo era un mese fa. I numeri attuali non danno l'impressione di essere molto alti e ci dicono che si riesce a tenere il tutto sotto controllo. Da un po' di tempo sono stati riaperti gli spazi dell'aria, la palestra invece è ancora chiusa, ma questo succede anche fuori.
Questa "mezza normalità" mi permette di riprendere, anche se non a pieno regime, la vita a cui mi ero attrezzato per resistere... E, per passare il tempo, tornerò a contare i giorni che mi mancano alla fine della pena. Il miraggio della libertà è per tutti noi il fondamento delle nostre giornate da reclusi. Spero soltanto che, quando me ne andrò da qua, anche il Covid se ne sia andato, non ce la farei a sottostare ad altre limitazioni.
Lettera firmata
di Matilde Bellingeri
Il Sole 24 Ore, 26 gennaio 2021
La misura cautelare del divieto di avvicinamento alla persona offesa è stata applicata all'indagato per il reato di cui all'art. 612-bis poiché con reiterate condotte quotidiane di molestia, interrompeva la fornitura dell'acqua del fratello ed alzava il volume della musica, disturbando il figlio nei suoi studi ed in generale inducendo nella famiglia della persona offesa un cambiamento apprezzabile delle abitudini di vita.
Una recente sentenza della Corte di Cassazione (n. 1541/21, depositata il 14.1.2021) precisa i limiti interpretativi del delitto di atti persecutori e della misura ex art. 282 ter c.p.p. che spesso ne accompagna l'accertamento
La vicenda - La misura cautelare del divieto di avvicinamento alla persona offesa è stata applicata all'indagato per il reato di cui all'art. 612-bis poiché con reiterate condotte quotidiane di molestia, interrompeva la fornitura dell'acqua del fratello ed alzava il volume della musica, disturbando il figlio nei suoi studi ed in generale inducendo nella famiglia della persona offesa un cambiamento apprezzabile delle abitudini di vita. Avverso la pronuncia del Tribunale del Riesame proponeva ricorso per Cassazione l'indagato. La Corte, ritenendo la prospettazione insufficiente a supportare la tesi accusatoria, ha accolto il ricorso e fornito importanti principi di diritto.
I principi di diritto - Lo stalking è un reato abituale che si configura esclusivamente quando le condotte di minaccia o molestia sono tali da causare nella sfera della persona offesa almeno uno degli eventi tipici ivi descritti: perdurante e grave stato di ansia nella vittima degli atti persecutori, fondato timore per la propria o altrui incolumità, costrizione ad alterare le proprie abitudini di vita.
Alla stregua del principio di offensività la norma deve essere interpretata restrittivamente sicché dalla sub specie di "apprezzabile cambiamento delle abitudini di vita" devono essere esclusi i fatti che, sebbene percepiti come fastidiosi, abbiano portato la persona offesa a piccoli, ma irrilevanti, cambiamenti delle abitudini di vita.
Ai fini della verificazione dell'"apprezzabile cambiamento delle abitudini di vita" occorre considerare il significato e le conseguenze emotive dell'essere costretti a modificare le proprie abitudini, non essendo sufficiente una mera valutazione quantitativa delle variazioni apportate, attraverso un generico riferimento ai disagi conseguenti alla condotta (nella specie intermittente erogazione dell'acqua e difficoltà del figlio nello studio). In ossequio ai principi di tassatività e determinatezza il Giudice deve sempre precisare i termini in cui si manifesta l'evento e illustrare il ragionamento eziologico all'esito del quale detta alterazione risulta conseguenza apprezzabile e inevitabile della condotta persecutoria.
Questi profili sono stati ritenuti assenti nella pronuncia del Tribunale del Riesame, il quale avrebbe erroneamente individuato l'evento dell'alterazione delle abitudini di vita nelle reiterate condotte moleste, pur senza indicare gli elementi fondanti il nesso di causa. Ad avviso della Corte di Cassazione i plurimi interventi sull'impianto di erogazione idrica, unitamente alle immissioni sonore, non sarebbero sufficienti a supportare la tesi accusatoria della sussistenza di gravi indizi di colpevolezza ex art. 612 bis c.p.;
Conseguentemente, anche ai fini dell'applicazione della misura del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa ex art. 282 ter c.p.p. non è sufficiente l'accertamento di un quadro indiziario relativo alla sussistenza di reiterati atti molesti occorrendo, altresì, la presenza di elementi idonei a provare la sussistenza del nesso di causa tra la condotta delittuosa e almeno uno degli eventi tipici previsti ai fini della configurazione del reato. Imponendo all'indagato di mantenere una distanza di almeno 10 metri dalla abitazione della persona offesa e dalle sue pertinenze (ivi compreso l'alloggiamento del contatore idrico), il Tribunale del Riesame avrebbe snaturato la funzione della misura cautelare ex art. 282 ter c.p.p., se si considera come sia stata disposta con riferimento al luogo di collocazione dell'impianto di erogazione dell'acqua - con lo scopo evidente di impedirvi l'accesso - e non, come invece avrebbe dovuto, ai luoghi frequentanti dalla persona offesa.
Non si deve dimenticare che il divieto di avvicinamento previsto ai sensi dell'art. 282 ter c.p.p., è stato introdotto nel nostro ordinamento proprio in relazione al reato di atti persecutori, per fronteggiare quelle situazioni di persistente ricerca e avvicinamento alla vittima. Il divieto ex art. 282 ter c.p.p. riferendosi alla persona offesa (e non esclusivamente ai luoghi dalla stessa frequentanti) è espressione di una precisa scelta normativa: consentire alla persona offesa il completo svolgimento della propria vita sociale in condizioni di sicurezza.
di Claudia Morelli
Italia Oggi, 26 gennaio 2021
La carta che il ministro della giustizia Alfonso Bonafede intende giocarsi per salvare la poltrona e con essa il governo Conte-bis, sarebbe quella di un nuovo decreto legge per recuperare al Paese quella capacità attrattiva dissolta in processi civili e penali che durano decenni.
Ampliare l'utilizzo di sistemi di Adr incentivandoli fiscalmente, ammissibilità di misure cautelari nell'arbitrato, introduzione nel codice di procedura civile del principio di sinteticità e chiarezza degli atti di parte e del giudice, introduzione di meccanismi premiali se le parti, in casi specifici, concorrano a snellire la fase decisoria in Cassazione. La carta che il ministro della giustizia Alfonso Bonafede intende giocarsi per salvare la poltrona e con essa il governo Conte-bis, sarebbe quella di un nuovo decreto legge destinato a integrare, da una parte, le riforme del processo civile, del processo penale e dell'ordinamento giudiziario, pendenti in Parlamento da prima del Covid 19; dall'altra, a supportare le misure organizzative di rafforzamento delle risorse negli uffici giudiziari, prevista dalla legge di Bilancio 2021. A questa rosa di interventi sarebbe affidata la resilienza e il riscatto del sistema Giustizia, per circa 3 miliardi di euro, per recuperare al Paese quella capacità attrattiva dissolta in processi civili e penali che durano decenni.
Il governo Conte è appeso al filo della relazione annuale sull'andamento della giustizia del ministro Bonafede in Parlamento. Ma troppo lontane appaiono le proposte del guardasigilli e il suo approccio giustizialista, tradotto nelle norme sulla prescrizione.
Da qui, l'intenzione di accelerare la presentazione di un nuovo decreto legge il quale interverrebbe a mettere qualche pezza dopo che l'esperienza del servizio Giustizia in epoca pandemica si è dimostrata più che rivedibile: cancellerie bloccate nell'accesso da remoto; indecisione verso le udienze da remoto; molti uffici giudiziaria ancora non digitalizzati e collegati alla rete; processo civile telematico ormai vecchio, processo penale e di cassazione solo alle prime battute telematiche (non senza default); scarsa tenuta dei server e continuità della giustizia sempre più in crisi con frequenti blocchi del sistema (a novembre il sistema dei depositi telematici si è bloccato in tutto il Sud). Questi, in sintesi, comunque, alcuni interventi in via di definizione con il provvedimento d'urgenza, che Italia Oggi può anticipare.
Adr. Misure di incentivazione fiscale, sia implementando e semplificando l'attuazione di quelle esistenti, sia introducendone di nuove, per estendere l'utilizzo delle Alternative dispute resolution (risoluzione alternativa delle controversie).
Processo civile. Misure per migliorare l'efficienza del processo con riferimento ai temi centrali delle preclusioni processuali, ristabilendo le cadenze temporali per la definizione del thema decidendum, affinché alla prima udienza le posizioni delle parti siano complete e il giudice possa valutare le scelte processuali funzionali alla più rapida definizione del giudizio; principio di chiarezza e sinteticità degli atti delle parti e del giudice; ulteriore accelerazione del giudizio di appello.
Arbitrato. Agli arbitri conferire il potere di concedere sequestri ed altri provvedimenti cautelari se previsto dalla convenzione di arbitrato o da altro atto scritto separato redatto anteriormente all'instaurazione del giudizio arbitrale.
Spese di giustizia. Meccanismi premiali ove le parti, in casi specifici, concorrano a snellire la fase decisoria in Cassazione, e in materia di digitalizzazione dei pagamenti delle indennità di cui alla legge 24 marzo 2001, n. 89, al fine di accelerare il procedimento di liquidazione.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 26 gennaio 2021
Accusato di aver influenzato il suo collegio per favorire la mafia, dopo dieci anni è stato assolto definitivamente perché "il fatto non sussiste". Le dichiarazioni del procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri sui giudici che "scarcerano nelle fasi successive" ha fatto ritornare alla mente il clima che si respirava negli anni 80, quando salì agli onori delle cronache il giudice della corte di Cassazione Corrado Carnevale. Ispirando la sua azione a uno dei capisaldi dello Stato di diritto, la presunzione d'innocenza, ben riassunta nella massima: meglio un colpevole fuori, che un innocente dentro, Corrado Carnevale, ora 90enne, non è mai stato simpatico a molti dei sui ex colleghi.
Senza peli sulla lingua criticò anche il pool antimafia dove c'era Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, perché li definiva "sceriffi". Una cosa è certa. Non traspare da nessuna parte che Falcone e Borsellino ritenessero "colluso" con la mafia Corrado Carnevale. Non fecero mai nessuna insinuazione di questo tenore. Ma, nello stesso tempo, non nascosero che, a causa della sua proverbiale estrema puntigliosità, lo ritenevano un problema per l'esito del maxiprocesso costruito sul cosiddetto teorema Buscetta. Viceversa, non c'è da stupirsi se i mafiosi riposero le speranze in Carnevale. Oramai è storia che grazie a una idea di Falcone, l'ex ministro della giustizia Martelli attuò la rotazione del collegio giudicante, impedendo nei fatti al giudice Carnevale di presiedere la prima sezione della corte di Cassazione. Fu in quel momento che Falcone, agli occhi di Totò Riina, divenne un nemico da annientare.
Corrado Carnevale è una persona che non ha mai aderito ad alcuna corrente della magistratura, e ciò è sconveniente per chi è desideroso di fare carriera. Fino al 1985, la carriera di Carnevale conosce un crescendo impressionante: in pochi anni brucia tutte le tappe e i record della magistratura. Dal 1986 in poi, a seguito della sentenza emessa dalla I sezione penale del Cassazione da lui presieduta nel cosiddetto processo Chinnici (rinviò alla Corte la sentenza per una nuova valutazione), inizia l'attacco e l'isolamento ai suoi danni. Sui giornali nasce il mito del giudice "ammazza-sentenze". Il primo avviso di garanzia lo riceve dall'allora capo della procura di Palermo Gian Carlo Caselli e dall'allora procuratore Antonio Ingroia, il 23 aprile 1993. L'inchiesta dura dieci anni, fino all'assoluzione del 30 ottobre 2002.
Ma per capire bene di che cosa stiamo parlando, dobbiamo analizzare le sentenze. Le uniche che cancellano anni e anni di maldicenze e accuse, riportando il tutto alla giusta dimensione dei fatti. E c'è voluta sempre la Cassazione a sentenziare che Corrado Carnevale non influenzò i giudici del suo collegio per favorire la mafia. La Corte suprema ha scritto nero su bianco che la decisione del giudice di secondo grado è "assolutamente carente nella individuazione di elementi che possano ritenersi davvero idonei a dimostrare che le deliberazioni della I. Cassazione, oggetto di contestazione, non furono espressione della volontà collegiale formatasi liberamente attraverso l'apporto di volontà individuali determinatesi autonomamente, indipendentemente da influenze e condizionamenti altrui, bensì il risultato del comportamento dell'imputato, illecito in quanto volto a favorire l'associazione criminale Cosa Nostra". Per questo la sentenza di condanna viene annullata dalla Cassazione. Un annullamento senza rinvio, poiché le lacune non possono essere colmate in un eventuale giudizio di rinvio. "Tanto si ricava - si legge nelle motivazioni della sentenza di Cassazione dalla completa e minuziosa disamina degli atti compiuta in sede di merito, in cui si è indagato su ogni circostanza che a tal fine sembra rilevante. Indagine che tuttavia ha proposto o elementi inutilizzabili, o elementi già disattesi, o elementi non dotati di alcuna, rilevante significazione".
In sostanza la sentenza viene annullata senza rinvio perché il fatto ascritto a Carnevale non sussiste. Fine di un incubo, ma le stimmate rimangono, perché - come disse Carnevale stesso in una intervista apparsa tre anni fa nel numero di marzo della rivista della Camera penale di Roma "Cento Undici", firmata da Valerio Spigarelli e Giuliano Dominici, "facevo il lavoro dell'anatomopatologo, quello che fa l'analisi sul cadavere".
Interessante sempre la sua testimonianza che fa comprendere il clima nel quale operavano i magistrati, il ruolo della stampa che cavalcava certi processi e l'inevitabile indignazione popolare. Corrado Carnevale racconta della lettura del ricorso contro l'ordine di cattura nei confronti di un famoso personaggio dell'epoca per omicidio. La lesse parola per parola davanti al collegio e alla fine il più anziano disse: "È acqua fresca".
Allora Carnevale rispose: "Annulliamo!". I suoi colleghi però controbatterono: "E che vogliamo andare un'altra volta a finire sui giornali?". Un aneddoto che fa capire come la pressione politica e mediatica cercava di influenzare l'esito dei processi. L'ex giudice Carnevale se n'è infischiava, pagandone pure le conseguenze. Altri un po' meno. E oggi, invece? I giudici hanno la forza di decidere sui grandi processi senza farsi influenzare dai mass media con tanto di pressione politica? La storia insegna che ci sono, esistono tuttora. Anche a rischio di finire potenzialmente alla gogna e ricevere insinuazioni di collusione dai propri colleghi. Nel nostro Paese i giudici vanno bene se condannano, ma non se assolvono.
di Gianluca Perricone
L'Opinione, 26 gennaio 2021
Lo scorso 11 gennaio Vito Crimi (reggente pro tempore del malmesso Movimento 5 Stelle) ha pubblicato un post sulle "meraviglie" realizzate dall'attuale governo. Mi è venuta la malaugurata idea di commentare in modo civile quelle righe e, tra gli argomenti, ponevo anche la mancata riforma della giustizia. Non l'avessi mai fatto: decine, centinaia di fiancheggiatori di Crimi e compagnia si sono scatenati accusandomi di tutto: di essere stato complice di chi in 30 anni ha rovinato il Paese, di essere amico di chi si è intascato i famigerati 49 milioni (proprio a me lo dicono...), che il bunga-bunga non mi sarebbe estraneo, di non capire un c...o e di farmi curare: il tutto perché mi sono permesso di mettere sobriamente in dubbio quanto scritto dal Crimi.
Tra i tanti attacchi che ho subìto - e arriviamo al tema giustizia - ce ne è stato uno sferrato da un "sommo giurista" che ha stigmatizzato quanto da me scritto, sostenendo che la riforma della giustizia c'è già stata perché il governo è riuscito a far passare la riforma della prescrizione ed il cosiddetto "spazza-corrotti": ecco, per certi pentastellati, riformare la giustizia vuol dire manette e null'altro. Tempi della giustizia civile e penale? Responsabilità civile dei giudici? Detenzione e condizioni dei detenuti nelle carceri? Nulla di tutto questo (e non solo).
Chissà se finalmente mercoledì (o giovedì, a seconda delle volontà del Governo e del ministro) riusciremo finalmente a sapere gli indirizzi che l'esecutivo vuole dare alla giustizia italiana. Il ministro-dj Alfonso Bonafede ha comunque un futuro anche fuori dal ministero di via Arenula: come avvocato o, male che vada per lui, come animatore in qualche discoteca.
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