di Giuseppe Sottile
Il Foglio, 26 gennaio 2021
La via crucis giudiziaria di Mannino, il circo mediatico di Gratteri, le gogne pubbliche, la prescrizione, il trojan e processi che, nonostante proclami e annunci, sono sempre più lenti. Ma il guardasigilli non sembra accorgersi mai di nulla.
Per favore, smettiamola con i luoghi comuni e con la facile ironia. A che vale ricordargli che prima di raggiungere le alte vette del governo se ne stava lì, a Mazara del Vallo a proporre come dj le canzoni di Gigi D'Agostino? Lui vi risponderà che comunque, da ministro della Giustizia, ha varato leggi, come la Spazza-corrotti, destinate a sconvolgere il codice penale, a crocifiggere il malaffare, a snidare la delinquenza che si nasconde tra le pieghe della politica e nelle stanze opache della burocrazia, negli affari dei poteri forti e nelle trame nascoste dei poteri criminali. E vi griderà in faccia uno slogan che va oltre "onestà-tà-tà". Vi griderà: viva le manette, viva la galera. Sì, perché Alfonso Bonafede, quel simpatico Fofò che ride sempre, nella buona e nella cattiva sorte, non è solo un forcaiolo grillino; non è uno dei tanti giustizialisti che urlano il vaffa e agitano il cappio. È il ministro che ha istituzionalizzato la gogna.
Con il taglio sacrilego della prescrizione ha trasformato il processo in un rito infinito, durante il quale un imputato potrà stare appeso al palo finché morte non lo separi. E con l'introduzione del diabolico trojan, la spia più invasiva inventata dalla cultura sbirresca delle intercettazioni, ha fatto in modo che venissero consegnati ai magistrati - soprattutto a quelli più rampanti e spregiudicati - spezzoni di vita non solo degli inquisiti ma anche di persone che con l'indagine non hanno nulla a che fare. Il trojan è un'applicazione che può essere inoculata nel telefonino dell'indiziato, senza che lui se ne accorga ovviamente; e che ha la capacità di catturare le voci di chiunque si trovi a parlare nelle vicinanze dell'uomo "attenzionato" dalla procura. Voci di ogni genere e grado, anche e soprattutto innocenti, che non hanno alcuna valenza penale ma intanto finiscono lì, in un brogliaccio a disposizione dei pubblici ministeri, dei cancellieri, dei difensori, degli ufficiali di polizia giudiziaria e quindi anche dei giornali. Il trojan è l'organo dello sputtanamento. Che si attiva anche quando l'indiziato spegne il telefono e che dunque finisce per registrare ogni dialogo del-
l'indiziato, anche quello più intimo con la moglie o con l'amante. Ricordate il caso di Luca Palamara? Ricordate quante nefandezze vennero fuori dal trojan piazzato nel telefonino dell'uomo più potente dell'Associazione nazionale magistrati e del Csm, l'organo di autogoverno dei giudici? Nefandezze e trame di potere, accordi sottobanco e inconfessabili complicità.
Il trojan inserito nel telefonino di Palamara ha finito per seppellire la credibilità del Consiglio superiore della magistratura e, se vogliamo, anche del sistema giudiziario. È diventato infatti difficile per chiunque credere nel sacro principio dell'autonomia dei giudici dopo avere letto i traffici che Palamara tramava con gli altri caporioni delle correnti togate per promuovere o emarginare - dentro e fuori il Palazzo dei Marescialli - il capo di una procura, il presidente di un Tribunale, un giudice della Cassazione o un presidente di Corte d'appello. Altro che gogna.
Si dirà: che c'entra Bonafede con le scempiaggini di Palamara? Il trojan, pur con l'invasività che lo contraddistingue, ha fotografato una realtà. Al limite ha fatto crollare l'ultima impalcatura o, se volete, il tetto di un edificio - quello della giustizia italiana - vecchio, logoro, ammuffito, diroccato, traballante. Che il ministro Bonafede, in oltre due anni di presenza rumorosa al vertice del palazzo cinquecentesco di via Arenula, ha comunque lasciato tale e quale.
Oggi, vigilia di un difficilissimo passaggio parlamentare, il Guardasigilli promette mare e monti: sedicimila assunzioni, riforme mirabolanti e risolutive, interventi decisi e muscolosi contro le lentezze e le storture dell'organizzazione giudiziaria. "La fede - sosteneva san Paolo - è sostanza di cose non viste e di cose sperate". Ma i fatti dicono una sola cosa: nel gennaio del 2019, dopo il taglio della prescrizione ha promesso di rendere i processi più veloci e più giusti, ma dopo due anni la macchina infernale della giustizia, anche a causa del Covid, è più lenta di prima. Inghiotte vite e onorabilità. Umilia l'imputato. Mortifica lo stato di diritto. Affligge i carcerati. "La giustizia senza castigo è un'utopia, ma il castigo senza misericordia è crudeltà", annotava cinque secoli fa san Tommaso d'Aquino. Un principio di sacra umanità cristiana che Bonafede stenta a fare suo. E per avere contezza del baratro che si staglia dietro la politica giudiziaria del ministro Fofò basta citare due nomi che hanno infelicemente segnato le cronache di questi giorni. Due nomi contrapposti. Da un lato Calogero Mannino, l'ex ministro democristiano inchiodato per ventisette anni, dai cosiddetti magistrati coraggiosi, a un processo senza fine; e poi definitivamente assolto da tutte le accuse, anche le più infamanti.
Dall'altro lato Nicola Gratteri, procuratore di Catanzaro, ultimo campione di quei pubblici ministeri che tanto piacciono al circo mediatico-giudiziario: magistrati di prima linea, mandati da Dio in terra per salvare l'umanità dalla mafia, dalla 'ndrangheta e da ogni altra contaminazione criminale. Non uomini semplici ma eroi che amano i grandi numeri, le maxi retate e i maxi processi; che non chiudono un'indagine se non c'è dentro un nome di spicco, un colletto bianco, un politico di primo piano. Un nome, insomma, che faccia volare l'inchiesta sulle ali delle prime pagine dei giornali, sulle luci dei talk-show, sui palcoscenici seducenti della popolarità.
Per favore, smettiamola con i luoghi comuni. Non insistete nel rinfacciare a Bonafede la sua confusione su che cosa e il dolo e che cosa è la colpa. Non mettetelo in difficoltà se in materia di mafia confonde il 41 bis con il 416 bis. Rinfacciategli piuttosto i silenzi su Mannino e Gratteri.
La via crucis giudiziaria dell'ex ministro democristiano-incarcerato e incriminato per collusioni con la mafia dai magistrati d'assalto che a Palermo volevano riscrivere la storia d'Italia - avrebbe dovuto spingere il ministro a riflettere sugli effetti che può avere su un innocente un processo senza fine.
Con Mannino i giudici non avevano fretta perché la legge antimafia - quella voluta da Giovanni Falcone e portata in parlamento nel '91 da Claudio Martelli, allora ministro di Giustizia - raddoppia già i tempi della prescrizione. Se tu vieni accusato di peculato, dopo dodici anni hai diritto alla prescrizione. Ma se il pm ti contesta l'aggravante mafiosa prevista dall'articolo 7 della legge Martelli gli anni necessari per la prescrizione automaticamente raddoppiano: ne serviranno 24. Lo stesso vale per l'abuso di ufficio: in via ordinaria il reato viene prescritto dopo cinque anni, ma con l'aggravante mafiosa di anni ne servono dieci.
E così per ogni accusa, per ogni imputazione. Diventa difficile, se non impossibile, per un picciotto o un boss di mafia ottenere una sentenza in tempi ragionevoli. Ma un imputato che con la mafia non ha mai avuto nulla a che fare perché deve essere sottoposto a un identico calvario? La prescrizione, piaccia o no, è quello strumento giuridico - di alta civiltà giuridica - con il quale lo stato dichiara la propria impotenza: se i tribunali non riescono a garantire giustizia entro i termini fissati dalla legge, il processo automaticamente decade: l'imputato non viene né assolto né condannato; saluta i giudici e se ne torna a casa. Invece Bonafede, con la norma inserita nel decreto "Spazza-corrotti" ha voluto
infierire e ha esteso il rigore della legge antimafia a tutti i cittadini che inciampano in una colpa o in un reato: superato il primo grado di giudizio, il tempo del processo non ha più un limite. L'imputato qualunque - alla stregua di Mannino, ma anche di Antonio Bassolino, di Mario Ciancio e di altri cento imputati eccellenti - potrà vivere una gogna lunga anche ventisette anni. Dovrà pagare per tutto quel tempo gli avvocati e potrà anche chiudere la propria attività perché non ci sarà una banca che gli concederà un mutuo o un finanziamento. Sarà la morte civile. Viva le manette. Viva la galera.
Ancora più grave il silenzio del ministro di Giustizia sulle dichiarazioni di Nicola Gratteri, il magistrato che di questi tempi anima maggiormente il piazzale degli eroi. Dopo l'ultima roboante operazione di polizia contro la 'ndrangheta e con lo scalpo di Lorenzo Cesa, segretario nazionale del-l'Udc, ancora in mano, il procuratore di Catanzaro si è fatto il consueto giro di giornali e tv per diffondere urbi et orbi le sue accuse agli indiziati, agli indagati, ai complici, ai fiancheggiatori e ai comprimari. Poi in una vampata di orgoglio e di amor proprio ha rilasciato una intervista a Giovanni Bianconi, del Corriere della Sera, durante la quale si è lasciato andare a una risposta che avrebbe meritato da parte di Bonafede più di una attenzione e più di una riflessione. Bianconi gli chiede come mai molte delle sue prodigiose e strabilianti inchieste vengono puntualmente dimezzate se non addirittura azzerate dai giudici di merito. E Gratteri risponde: "Se altri giudici scarcerano nelle fasi successive non ci posso fare niente, ma credo che la storia spiegherà anche queste situazioni". Bianconi sobbalza. Ci sono ragioni meno nobili? Ci sono prove nei cassetti che prima o poi verranno fuori? Il procuratore si ferma: "Non posso rispondere", dice. E tra il dire e il non dire finisce l'allusione.
Di fronte a un messaggio, così potente e obliquo, inviato a mezzo stampa da Gratteri a tutti i giudici che dovranno valutare - serenamente, terziariamente - il suo operato di procuratore, il ministro Bonafede avrebbe dovuto quantomeno inviare gli ispettori a Catanzaro per vedere se veramente ci sono nei cassetti carte compromettenti. Si sarebbe potuto raccordare con il procuratore generale della Cassazione o con il vicepresidente del Csm. Così, tanto per capire. Oppure si sarebbe potuto porre una domanda sull'insofferenza di certa magistratura inquirente nei confronti dei giudicanti.
Diciamolo: l'onnipotenza porta spesso all'insofferenza. I precedenti non mancano: anche la procura di Palermo, negli anni di Gian Carlo Caselli e della sua antimafia chiodata, diede la caccia ai giudici del tribunale che mostravano perplessità sulla linea dura e pura dei pubblici ministeri; o a quelli, sbeffeggiati come parrucconi, che nelle Corti d'assise o d'appello stavano attenti alle forme, più che alla sostanza, convinti che la forma è la massima garanzia di una giustizia giusta. Nella caccia all'uomo fu coinvolto anche uno squadrone di pentiti. I quali, manco a dirlo, coglievano l'occasione per togliersi macigni dalle scarpe e mettere alla gogna chi, magari, li aveva mandati in galera con una sentenza di condanna.
Ne fu vittima Pasquale Barreca, un giudice e un galantuomo di altri tempi, assolto dopo essere stato abbondantemente massacrato a Caltanissetta da un processo ingiusto e astioso. Ma la vittima più illustre fu Corrado Carnevale, presidente della prima sezione penale della Corte di cassazione, un maestro del diritto che non aveva alcuna remora nell'annullare condanne prive di solide prove. Contro di lui, rigoroso giudice di legittimità, furono reclutati tra il 1993 e il 1994 pentiti buoni per tutte le accuse e sicofanti destinati a luminose carriere.
Uno di questi, Salvatore Cancemi, arrivò a dichiarare che lui si recava a Roma, per aggiustare i processi in Cassazione, con le borse piene di piccioli. Fandonie. Che però paralizzarono il giudice Carnevale - i giustizialisti di allora per sfregiarlo lo chiamavano "ammazzasentenze" -con una gogna lunga e brutale, e con un processo per concorso esterno in associazione mafiosa che si trascinò per molti anni. Fino alla definita assoluzione perché "il fatto non sussiste" e al reintegro, siamo già alla fine del 2007, nel suo ruolo di supremo giudice.
La frase torva di Gratteri sui collegi giudicanti rivela che all'interno dell'ordinamento giudiziario c'è una casta bramina che vuole imporre a tutti i costi la propria supremazia. Che non sopporta più la gerarchia dei controlli, che ama fare i processi in televisione e non nelle aule dei tribunali o delle corti d'appello. Una casta fanatica e aggressiva. Che ama il potere. Anche e soprattutto il potere di condizionare la politica, di orientarla, di dettarle l'agenda.
Il silenzio su Gratteri, al pari di quello su Mannino, rende automaticamente Bonafede complice di questo casta e di questo sistema. Il ministro, che è anche capo della delegazione grillina a Palazzo Chigi, indossa la grisaglia, il gilet e non dimentica mai, come il premier Giuseppe Conte, la pochette a quattro punte nel taschino della giacca.
Ma il vestito serve spesso a coprire o a nascondere le distanze. Per esempio l'abisso che separa un uomo di stato da un forcaiolo a cinque stelle; o un ministro della Repubblica da un manetta-ro. Ricordate quello che arrivò a dire un paio di anni fa durante una cerimonia ufficiale?
"Il processo finisce con la condanna". Il suo amico e collega Di Maio, dopo l'approvazione del reddito di cittadinanza, si è affacciato al balcone di Palazzo Chigi e ha annunciato al mondo che aveva abolito la povertà. Il simpatico Fofò, per non essere da meno, ha annunciato invece di avere abolito l'istituto dell'assoluzione. Tutti in galera. Un manettaro e nulla più.
Ristretti Orizzonti, 26 gennaio 2021
Il Portavoce dei Garanti territoriali, Stefano Anastasìa: "Speriamo che sia di buon auspicio per altre decisioni in ambienti penitenziari". "A tutti gli ospiti che lo hanno accettato (tutti tranne uno), al personale sanitario e di vigilanza delle Residenze per l'esecuzione della sicurezza (Rems) di Palombara Sabina e Subiaco è stato somministrato il vaccino anti-Covid-19".
Lo riferisce Stefano Anastasìa, Portavoce della Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà e Garante regionale di Lazio e Umbria. Due sono le Rems a Palombara Sabina e una a Subiaco. Circa una cinquantina gli ospiti in tutto, pazienti autori di reato che stanno scontando una misura di sicurezza detentiva, affidati alla Asl, perché dichiarati (oppure in valutazione) incapaci d'intendere e di volere.
"Mi congratulo con i dirigenti del dipartimento di salute mentale della Asl Rm5 - prosegue Anastasìa - per l'iniziativa che riconosce la condizione di vulnerabilità degli ospiti di queste strutture e l'urgenza della loro vaccinazione, anche per la prosecuzione dei loro percorsi terapeutici. Speriamo che sia di buon auspicio anche per altre decisioni, conseguenti alle dichiarazioni del commissario straordinario per il contrasto all'emergenza epidemiologica, Arcuri, secondo cui, dopo gli ultraottantenni verrà il turno dei lavoratori e dei detenuti in carcere".
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 26 gennaio 2021
L'ordinanza 1476 depositata oggi ha accolto il ricorso di una madre, pur dichiaratasi incapace di occuparsi della figlia, contro lo stato di adottabilità confermato in Appello. La Cassazione, sulla scorta della giurisprudenza della Corte Edu, introduce nel nostro ordinamento "l'adozione mite", che non recide cioè il legame con la famiglia biologica, e relega "l'adozione legittimante" al ruolo di extrema ratio utilizzabile unicamente in presenza di una irreversibile incapacità di cura da parte dei genitori. In tal modo si intende dare copertura a tutti quei casi in cui il giudice accerti comunque l'interesse del minore "a conservare il legame con i suoi genitori biologici, pur se deficitari nelle loro capacità genitoriali".
Con l'ordinanza 1.476 depositata oggi ed ampiamente motivata, la Prima Sezione civile individua anche lo strumento normativo nell'"adozione in casi particolari", e segnatamente nell'articolo 44, lett era d) della legge 184/1983, qualificata come norma di chiusura ed interpretata estensivamente.
I giudici hanno così accolto, con rinvio, il ricorso di una madre contro la decisione della Corte di appello che aveva confermato lo stato di adottabilità della figlia. La decisione, si legge nell'ordinanza, si è "sottratta all'obbligo - sulla stessa incombente - di considerare, compiuti gli opportuni approfondimenti istruttori, il ricorso ad una forma di "adozione mite", ai sensi dell'art. 44, lett. d), che consenta un graduale recupero del rapporto tra quest'ultima e la madre biologica, in considerazione dell'affetto e dell'interesse dimostrato dalla madre nei suoi confronti".
La Corte territoriale si è limitata "a confermare la dichiarazione dello stato di adottabilità della piccola effettuata dal Tribunale per i minorenni". Mentre come chiarito dalla Cedu in caso di presa in carico del minore, l'Autorità pubblica deve attivarsi rapidamente "per riunire la famiglia biologica non appena ciò sia possibile". La bambina era stata sottratta alla mamma all'età di cinque mesi e nei successivi due anni si era proceduto soltanto a due incontri. Successivamente il terremoto delle Marche del 2016 aveva reso inagibile il luogo indicato per i successivi contatti. Contro questi impedimenti fisici la donna, che pure riconosceva di non essere in grado di prendersi cura da sola della figlia, si era sempre battuta svolgendo anche incontri preparatori con gli assistenti sociali.
La Cassazione ricorda che, con specifico riferimento alla cosiddetta "adozione mite", la Cedu ha affermato di essere "ben consapevole del fatto che il rifiuto da parte dei tribunali di pronunciare un'adozione semplice risulta dall'assenza nella legislazione italiana di disposizioni che permettano di procedere a questo tipo di adozione" ma anche che alcuni tribunali italiani "avevano pronunciato, per mezzo di una interpretazione estensiva dell'articolo 44 lett. d), l'adozione semplice in alcuni casi in cui non vi era abbandono".
Alla stregua di tali considerazioni, l'ha concluso che "costituisce un obbligo delle autorità italiane, prima di prevedere la soluzione di una rottura del legame familiare, di adoperarsi in maniera adeguata per fare rispettare il diritto della madre di vivere con il figlio, al fine di evitare di incorrere nella violazione del diritto al rispetto della vita familiare, sancito dall'articolo 8 Cedu" (Corte Edu, 21 gennaio 2014, Zhou c. Italia; conf. Corte Edu, 13 ottobre 2015, S. H. c. Italia).
"In presenza di situazioni di semi-abbandono - argomenta la Suprema corte -, nelle quali, cioè, la non piena idoneità genitoriale dei genitori biologici non esclude, tuttavia, l'opportunità della loro presenza nella vita del figlio in considerazione dell'affetto e dell'interesse, da essi comunque dimostrato nei confronti del minore - l'adozione che recida ogni rapporto con il genitore biologico può rivelarsi una scelta non adeguata al preminente interesse del minore".
Da qui l'affermazione del seguente principio di diritto a cui dovrà attenersi la Corte territoriale in sede di rinvio: "L'adozione cd. legittimante che determina, oltre all'acquisto dello stato di figlio degli adottanti in capo all'adottato, ai sensi dell'art. 27, primo comma, della legge 4 maggio 1983, n. 184, la cessazione di ogni rapporto dell'adottato con la famiglia d'origine, ai sensi del terzo comma, coesiste nell'ordinamento con la diversa disciplina dell'"adozione in casi particolari", prevista dall'art. 44 della legge n. 184 del 1983, che non comporta l'esclusione dei rapporti tra l'adottato e la famiglia d'origine; in applicazione degli artt. 8 Cedu, 30 Cost., 1.n. 184 del 1983 e 315bis, secondo comma, cod. civ., nonché delle sentenze in materia della Corte Edu, il giudice chiamato a decidere sullo stato di abbandono del minore, e quindi sulla dichiarazione di adottabilità, deve accertare la sussistenza dell'interesse del medesimo a conservare il legame con i suoi genitori biologici, pur se deficitari nelle loro capacità genitoriali, costituendo l'adozione legittimante una extrema ratio cui può pervenirsi nel solo caso in cui non si ravvisi tale interesse".
"Il modello di adozione in casi particolari, e segnatamente la previsione di cui all'art. 44, lett d) della legge n. 184 del 1983, può, nei singoli casi concreti e previo compimento delle opportune indagini istruttorie, costituire un idoneo strumento giuridico per il ricorso alla cd. "adozione mite", al fine di non recidere del tutto, nell'accertato interesse del minore, il rapporto tra quest'ultimo e la famiglia di origine".
anteprima24.it, 26 gennaio 2021
La Tienda Equosolidale promuove l'iniziativa "Dona un libro ad un detenuto". Si può quindi regalare un libro a chi si trova in carcere permettendogli di trascorrere del tempo ed evadere dal carcere con la mente per qualche momento. L'iniziativa sta avendo un successo enorme. Arrivano libri da tutta Italia. La raccolta è prorogata a metà febbraio. Una richiesta nobile quindi da parte de La Tienda Equosolidale che per dare più forza all'evento chiede anche un supporto morale.
Chiunque decida di donare un libro è infatti invitato a scrivere un piccolo messaggio di speranza ai detenuti. Per partecipare quindi al progetto "Dona un libro a un detenuto" basta recarsi in loco (Vomero, via Solimena 143) oppure inviare il libro per posta.
Questi libri saranno poi distribuiti nelle carceri campane. Salvatore D'Amico, che da anni lotta per i diritti degli ultimi ed è riuscito a distribuire ben 30 mila pasti caldi nel corso del suo operato, ha voluto rilasciarci queste dichiarazioni: "Noi come Tienda Equosolidale da anni attiviamo iniziative a favore delle fasce più deboli della popolazione. Un mese fa abbiamo fatto raccolta di coperte per i senza tetto. Un anno fa abbiamo invece fatto una raccolta di farmaci sempre per queste stesse persone.
In passato abbiamo ospitato il garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello ed il garante cittadino dei detenuti Pietro Ioia. Inoltre anche l'Associazione Giancarlo Siani e la cooperativa Lazzarella del carcere di Pozzuoli. Siamo molto attenti a sostenere e promuovere tutti i prodotti del sud del mondo compresi tutti i piccoli produttori campani che non trovano spazio sul mercato perché il mercato sta in mano ai grandi gruppi capitalistici".
di Elisabetta Burla*
triesteprima.it, 26 gennaio 2021
È trascorso un anno dalle prime avvisaglie della presenza del virus; a marzo 2020 i primi provvedimenti anche a tutela delle "comunità detentive", non certo eclatanti i risultati: un numero contenuto di persone hanno potuto usufruire delle misure alternative all'esecuzione della pena, principalmente la detenzione domiciliare.
A marzo 2020 questo Ufficio redigeva un appello alla responsabilità evidenziando problematiche e criticità, evidenziando alcuni aspetti della detenzione in carcere: gli spazi troppo contenuti ove si svolge la vita quotidiana in una condizione di promiscuità; l'impossibilità a mantenere il distanziamento sociale; il timore di un possibile contagio in un luogo ove sarebbe stato complicato limitarlo, così come sarebbe stato complicato gestire la quarantena; l'incredibile superficialità dell'opinione pubblica.
Nulla è cambiato - A distanza di 10 mesi nulla sembra cambiato, salvo che il timore di un possibile contagio, all'interno della Casa Circondariale, è diventato realtà. Il focolaio ha messo in evidenza tutte le difficoltà nella gestione, in spazi e con risorse inadeguate, del contagio. Non si contesta la gestione del particolare momento visto che da parte dell'ASUGI e dell'allora Direzione della Casa Circondariale - dell'allora Direzione perché Trieste, come tutte le Case Circondariale del Friuli Venezia Giulia eccezion fatta per l'Istituto di Tolmezzo, non ha un proprio Direttore ma un Direttore in missione che si trova a dover gestire, anche in questo delicato momento, come molti altri Direttori, più Istituti in diverse Regioni italiane - sono state poste in essere tutte le cautele e le scelte possibili a tutela delle persone.
La richiesta di indicazioni più complete - Ci si sarebbe aspettato un intervento maggiormente garantista, delle indicazioni più complete da parte del Ministero della Giustizia e del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, una maggiore collaborazione tra Uffici - ad esempio - per istruire le pratiche relative alle richieste di misure alternative. Invece si è data la precedenza al lavoro agile, al lavoro da casa, con riduzione degli orari di apertura degli uffici e di presenza del personale in un Paese dove la digitalizzazione dei documenti è spesso un miraggio, ove molti sono gli uffici che non sono dotati degli strumenti idonei a operare adeguatamente. E a ben vedere non sono neppure dotati di un numero adeguato di personale.
La situazione a Trieste - La Casa Circondariale di Trieste non ha un suo direttore; l'area giuridico pedagogica è composta da tre funzionari due dei quali applicati anche negli Istituti di Gorizia (sprovvisto totalmente di personale) e di Udine, manca di una segreteria tecnica; lamenta un inadeguato numero di agenti di polizia penitenziaria.
In una situazione confusa ove le notizie trasmesse appaiono spesso contraddittorie, anche tra i detenuti vi è un prevalente sentimento di timore, timore per un eventuale ritorno del contagio e le conseguenze che lo stesso ineluttabilmente porterebbe, timore per le condizioni della detenzione e per una nuova chiusura alle attività formative che garantiscono un impiego fruttuoso del tempo, permettono il confronto e l'apprendimento, una crescita e un cambiamento; evitano stati di depressione e ciò che da essa consegue.
La manifestazione di venerdì 22 gennaio - E sembra strano ma, ancora una volta, si reputa opportuno ricordare che i detenuti sono persone, persone che come tutti temono anche per la propria salute, un diritto inviolabile, fondamentale, un diritto che va, anche a queste persone, garantito in termini assoluti, senza compromessi, un diritto che - a Trieste - hanno voluto rivendicare con una manifestazione pacifica venerdì 22 gennaio 2021 con battitura e con uno sciopero del carrello chiedendo di poter donare il cibo, ad essi destinato, alla Comunità di Sant'Egidio come segno di riconoscenza e perché possano impiegarlo a favore di persone che si trovano in difficoltà. Le persone detenute chiedono di poter eseguire dei controlli periodici - effettuare dei tamponi con cadenza mensile come accade ad esempio nella casa circondariale di Udine - per verificare il loro stato di salute e prevenire eventuali futuri focolai.
Le richieste dei detenuti - Chiedono di vedersi garantito il diritto alla salute, garanzia che andrebbe anche a beneficio del diritto alla salute di tutte le altre persone che, a diverso titolo, operano nella locale Casa Circondariale. Come accaduto in precedenza si reputa doveroso ricordare che il carcere non è una bolla isolata, non è un mondo altro totalmente avulso dalla società esterna; è una parte della società, è abitato da persone.
Alcune ancora in attesa di giudizio. Incomprensibili, inadeguati e feroci i commenti rilasciati sul post relativo al servizio del TG regionale in relazione alla manifestazione di protesta pacifica. Forse una comunicazione più corretta e meno violenta, una consapevolezza generalizzata dei diritti delle persone, potrebbe costituire un primo passo per cercare di limitare un clima d'odio assolutamente inutile.
*Garante per i detenuti di Trieste
redattoresociale.it, 26 gennaio 2021
Dall'unione di due Cooperative sociali per le persone svantaggiate tra Parma e Piacenza nasce B-coop. L'assessore regionale alle Attività produttive Colla: "In un momento come quello che stiamo vivendo dare una mano ai soggetti più deboli significa fare coesione sociale".
Due cooperative sociali con sede nel piacentino e nel parmense, con l'obiettivo dell'inserimento lavorativo di persone in condizione di svantaggio sociale e a rischio emarginazione e che insieme danno lavoro ad oltre 250 persone, di cui il 40% fragili, si uniscono per dare vita ad un gruppo che consentirà a entrambe le realtà di essere più radicate nel territorio ed efficaci nel raggiungere i propri obiettivi di responsabilità sociale.
Dall'unione di "L'Orto botanico" di Fiorenzuola d'Arda (Pc) e "Biricc@" di Parma nasce B-coop, presentata questa mattina in conferenza stampa, alla presenza del sindaco di Fiorenzuola, Romeo Gandolfi, dell'assessore alle attività produttive della Regione Emilia-Romagna, Vincenzo Colla, del presidente di Legacoop Emilia Ovest, Edwin Ferrari, e dei presidenti delle cooperative fondatrici Giancarlo Anghinolfi e Fabrizio Ramacci.
"Un ottimo progetto che sta nella logica della cooperazione, e cioè dare risposte sociali e creare lavoro - ha detto l'assessore Colla. Conosco da tempo il ruolo di queste due cooperative, che ora stanno dando vita a un'importante operazione di sistema, che gli consentirà di rapportarsi meglio con le istituzioni e con il sistema delle imprese".
"Un momento difficile, quello che stiamo vivendo, e proprio in un momento come questo dare una mano ai soggetti più deboli significa fare coesione sociale- ha aggiunto-. Stiamo progettando il futuro, nonostante l'impegno nella lotta contro il Covid, e abbiamo bisogno di ricucire le nostre comunità, dando nuove opportunità".
"La Regione continuerà a fare investimenti in quest'ambito, anche attraverso la Legge regionale 14- ha assicurato Colla-. Anche recentemente abbiamo stanziato nuove risorse per dare risposte al sistema sociale e collettivo, perché queste realtà e gli operatori che ci lavorano, che spesso svolgono il loro lavoro come una missione, devono essere sostenuti".
Le cooperative, leader nelle rispettive provincie nei settori di riferimento e con un fatturato complessivo di quasi 10 milioni, operano prevalentemente nei settori della raccolta rifiuti e manutenzione del verde (L'orto Botanico) e della lavanderia, panificazione e pulizie (Biricc@), e si distinguono perché hanno importanti progetti di sviluppo nelle carceri, in particolare in quelle di Piacenza. Biricc@ inoltre aprirà a breve una lavanderia dentro il carcere di Parma. Insieme hanno creato un gruppo "multiservizi", che mira a rafforzare progetti innovativi ed inediti per la cooperazione sociale, che si inseriscono nell'ambito del rafforzamento della presenza nella filiera agroalimentare.
In particolare, si punta a mettere a sistema i progetti ExNovo, premio Ersi-Innovatori responsabili 2019 e il progetto Il Panettone di Ranzano (ammesso al premio Ersi 2020, in attesa di esito finale).
Il progetto Ex Novo della cooperativa L'Orto Botanico si realizza nel carcere di Piacenza, in cui i detenuti sono impegnati nella produzione di fragole, ortaggi e miele, prodotti con criteri di sostenibilità e destinati al mercato locale, in un percorso di riabilitazione sociale e trasferimento di competenze utili a essere "spese", a fine pena, nella comunità e sostenere la riabilitazione sociale dei detenuti).
Il Panettone di Ranzano, prodotto secondo una ricetta tradizionale con processi rigorosamente artigianali, è il frutto del lavoro del Forno Cooperativo di Piacenza e del Forno di Ranzano della cooperativa Biricc@ in cui si sviluppano percorsi di inserimento lavorativo di persone in condizioni di svantaggio sociale e si dà un contributo allo sviluppo economico e civile di territori marginali, quali le periferie cittadine di Piacenza e il borgo dell'appennino Parmense.
di Paola Pica
Corriere della Sera, 26 gennaio 2021
Logistica d'avanguardia, tracciamento, distribuzione. Le organizzazioni assistenziali come Emergency, Caritas e il Banco Alimentare si sono "reinventate". Obiettivo: far fronte alla crescente domanda di cibo. Sullo schermo nel suo ufficio di via Santa Croce a Milano millecinquecento segnalatori rossi colorano la cartina della città, dal centro alle periferie: i puntini sono le famiglie che ricevono da Emergency la spesa alimentare e di prodotti per l'igiene.
"Il necessario per una settimana a un nucleo di quattro persone. Ogni mese ricontattiamo le famiglie, per sapere come stanno e valutare se sono n grado di uscire dal programma o meno" dice Marco Latrecchina, coordinatore di Nessuno Escluso, il primo progetto di Emergency fuori dall'ambito sanitario. L'onda alta della povertà da precarietà ha incontrato una risposta senza precedenti dell'intero Terzo settore.
Che ha saputo aggregare nuovi soggetti, tanti giovani, e fare un salto collettivo di efficienza e "accountability" riconosciuto dalle istituzioni. Racconta Latrecchina: "Non ci sostituiamo a chi si occupa da sempre di sfamare l'umanità, offriamo quello che sappiamo fare in emergenza: 1. Accesso, tutti devono poter ricevere aiuto. 2. Triage, valutazione della vulnerabilità 3. Tracciabilità, lavoriamo sulla nostra piattaforma digitale sappiamo tutto del cibo in transito e del suo corretto arrivo a destinazione".
I numeri della povertà in impennata - Della riorganizzazione in corsa sui nuovi bisogni di chi prima della crisi poteva ancora sbarcare il lunario, mettere i figli a tavola e pagare le bollette, fanno esperienza le migliaia di reti territoriali in tutto il Paese. Reti di aiuto di ultima generazione che rispondono a nuove fragilità: le code per il pane vanno allungandosi con l'affacciarsi, a fianco degli ultimi, dei nuovi "penultimi", colf e commesse, lavoratori dello spettacolo e dei centri sportivi, non di rado insegnanti di scuole private. Salvamamme, l'associazione nata a Roma una ventina di anni fa per le donne e i loro bambini vittime di violenza domestica ha allargato il raggio d'azione fino ai papà separati, agli anziani, alle intere famiglie.
E accanto allo storico trolley, la valigia di salvataggio "per non tornare indietro" che contiene tutto l'occorrente per madre e figli nelle prime 72 ore in fuga, Salvamamme distribuisce ora pacchi alimentari. Spiega Gabriella Salvatore, criminologa dell'associazione: "In pochi mesi abbiamo quadruplicato l'attività, reinventandola per lavorare in sicurezza in sede e nelle consegne a domicilio, o in ospedale, dove recapitiamo pigiami e altro. Alle famiglie forniamo pacchi alimentari per una decina di giorni, in relazioni sempre monitorate e protocollate".
Lo sforzo di Banco Alimentare e Caritas. Il Banco Alimentare uno dei principali fornitori di derrate ha visto crescere del 40%, quest'anno, le richieste delle circa 8 mila strutture caritative servite, una rete che a sua volta assiste 2,1 milioni di persone, tra nuovi poveri e indigenti cronici. In certe zone le famiglie precipitate in povertà sono cresciute anche del 200% come è avvenuto nel profondo Nord della zona di Cernusco sul Naviglio dove da 34 sono balzati a 134 i nuclei che in questo caso la Caritas sta mettendo in sicurezza. Il presidente del Banco Giovanni Bruno conferma come molte nuove realtà di aiuto si siano messe in movimento in questi 10 mesi, solo il Banco Alimentare ne ha accolte 500 in più. "Ma se la risposta è stata fin qui straordinaria - avverte Bruno - non è sempre automatico che quando aumenta la domanda di beni materiali aumenti di conseguenza l'offerta. Specie quando le risorse, come in una pandemia, vengono drenate dal settore sanitario.
E quello che è potuto accadere in Italia è frutto di un'alta specializzazione. Non bastano i soldi - argomenta il presidente del Banco - e nemmeno le donazioni di cibo. Bisogna saper recuperare, conservare, stoccare, distribuire, tracciare". Dal tir di frutta e verdura donato dal produttore al piatto dell'indigente i passaggi della logistica non sono secondi a quelli della grande distribuzione. Nel 2019 il solo Banco Alimentare ha gestito 75mila tonnellate di cibo che nel 2020 sono salite a 95mila. Del numero di coperti ci si può fare un'idea considerando che l'unità di misura convenzionale di un pasto è il mezzo chilo.
La paura della fine del blocco dei licenziamenti - La preoccupazione di Giovanni Bruno, come del resto quella dell'intero Terzo settore, è sul "cosa accadrà con la fine del blocco dei licenziamenti e l'avvio alla precarietà di un milione di persone, il numero è una stima di Confindustria". Intanto si fanno i conti con le risorse a disposizione in Italia e in Europa e qui il quadro si fa complesso. Ma vale la pena di approfondire.
Come sono costruiti il sacchetto della spesa gratuita di Pane Quotidiano e il pranzo alla mensa della Caritas? O, ancora, le 120 cene calde che ogni sera, dal lunedì al venerdì, il food truck di Progetto Arca offre ai senza fissa dimora con il cestino di colazione e pranzo del giorno seguente? Le donazioni di derrate delle aziende, il recupero delle eccedenze o dei prodotti in scadenza e il sostegno economico di Fondazioni o filantropi privati sono fonti importanti, non le uniche. L'aiuto materiale si avvale di finanziamenti pubblici dell'Europa e dello stesso governo italiano.
Nel primo caso, Bruxelles, il 2020 è stato l'ultimo dei sette anni del Fead (Fund for european aid for the most deprived) che quest'anno - ma la discussione è ancora in corso - verrebbe assorbito dall'Esf+ (European social fund plus).
L'obiettivo del "merger" è di integrare i bisogni alimentari con quelli di inclusione sociale. Un passaggio anche culturale importante promosso dalla presidente della Ue von der Leyen in "My Agenda for Europe". La fusione Fead-Esf, però, sembra portare con sé una diversa distribuzione delle risorse, in misura minore destinate all'alimentazione, e una novità digitale assai controversa. "Diciamo - spiega ancora Bruno - che ci sono correnti di pensiero diverse. Si pensa, a Bruxelles, a introdurre i voucher con i quali i bisognosi possano far la spesa al supermercato.
Le reti sul territorio - Ma le reti sul territorio, insieme al cibo, offrono la relazione e lavorano alla ricostruzione del tessuto sociale. Una cosa ben diversa! Per combattere la povertà non basta conoscere i bisogni, bisogna conoscere i bisognosi". Accanto al fondo europeo, i cui finanziamenti 2014-2020 faranno sentire i loro effetti fino al 2023, c'è il cofinanziamento italiano. Negli ultimi sette anni, ai 670 milioni circa attribuiti dalla Ue all'Italia (uno dei Paesi con il più alto tasso di povertà e di stanziamenti comunitari) il governo ne ha aggiunti 118 circa.
Nell'annus horribilis 2020, però, lo sforzo nazionale è stato ben più ampio con circa 300 milioni aggiuntivi contenuti nei decreti Cura Italia e Rilancio 2. E va riconosciuto all'ex ministra Teresa Bellanova di aver blindato il meccanismo circolare che lega la spesa alimentare per i poveri al sostegno della filiera agroalimentare italiana.
Gli aiuti nella manovra economica - Altri 40 milioni di aiuti per il 2021 sono stati inseriti nella manovra economica. Le risorse italiane A gestire i flussi sono da una parte il ministero del Lavoro (che riceve i fondi) dall'altro il ministero dell'Agricoltura che attraverso il braccio operativo Agea gestisce acquisti e bandi. Le grandi realtà come Caritas, Croce Rossa, o lo stesso Banco, si approvvigionano direttamente da Agea (Agenzia per le erogazioni) e poi trasferiscono le derrate alle strutture accreditate che sono oggi complessivamente più di 10 mila. Ogni risorsa va impiegata nei tempi previsti e rendicontata e sottoposta ad audit e sebbene il Terzo settore abbia mostrato capacità e trasparenza di gestione, molto del lavoro resta in capo agli uffici della pubblica amministrazione.
Da qui la proposta sostenuta da Giampaolo Silvestri, segretario generale di Avsi, Ong che con il Comune di Milano e Croce Rossa Italiana, sta realizzando il progetto Building Hope (finanziato da Usaid), di affidare i fondi del piano Next Generation Eu "direttamente alle realtà del Terzo settore che hanno dimostrato di saperli spendere con trasparenza e documentando i risultati".
di Valentina Errante
Il Messaggero, 26 gennaio 2021
Esce oggi il libro-intervista "Il Sistema", in cui l'ex pm, radiato a ottobre dalla magistratura, racconta ad Alessandro Sallusti la sua verità sulla vicenda che l'ha coinvolto e svela il lato oscuro del mondo giudiziario italiano. Tra pressioni politiche, carriere e correnti di potere. Parla con Alessandro Sallusti, direttore de Il Giornale, Luca Palamara il pm radiato dalla magistratura e attore principale di quel risiko delle nomine che l'ha portato sotto procedimento disciplinare, mentre è anche a rischio processo per corruzione a Perugia. Parla e racconta quello che da mesi vorrebbe che tutti sapessero, perché il sottotitolo di questo volume, edito da Rizzoli (pagg 205, euro 19) è "Potere, politica, affari: storia segreta della magistratura italiana".
Il concetto, declinato nei dettagli nella lunga intervista, è che, a partire dal 2008, nessuna nomina è sfuggita alle logiche e agli accordi tra le correnti della magistratura: in tutti gli uffici giudiziari. Ma Palamara racconta di più: quanto sulle scelte del Csm pesino le pressioni dello Stato, come sarebbe accaduto per la nomina di Francesco Lo Voi a capo della procura di Palermo, il candidato che ha meno titoli dei suoi avversari, ma è "meno rigido sull'inchiesta che riguarda la Trattativa Stato Mafia".
E ricorda le parole di Nicola Clivio al plenum al momento dell'elezione: "Sono venuto a Roma per vedere come funziona il potere. Oggi l'ho capito e sono rimasto sconvolto". Nella versione dell'ex pm romano, i dialoghi intercettati all'hotel Champagne a maggio 2019, dal trojan piazzato sul suo telefono dalla procura di Perugia, sono solo un piccolo episodio della cronaca ordinaria.
"Normalmente funziona che se le correnti si accordano su un nome, può candidarsi anche Calamandrei, padre del diritto, ma non avrà alcuna possibilità di essere preso in considerazione", dice Palamara. Racconta di pranzi, cene e incontri, ai quali hanno preso parte proprio le toghe che lo hanno accusato, e durante i quali si decidevano gli incarichi.
Incontri anche con persone poi travolte dalle inchieste, come il consigliere di Stato Riccardo Virgilio o l'imprenditore Fabrizio Centofanti. E di come lui stesso abbia avuto un ruolo anche nelle nomine di tre vice presidenti del Csm, del procuratore di Roma Giuseppe Pignatone e di come quest'ultimo, oggi presidente del Tribunale Vaticano, abbia influito sulla scelta del capo dei pm a Palermo e sia riuscito a designare i suoi aggiunti nella Capitale. Ma non c'era incarico che sfuggisse al controllo. Con le alleanze sui nomi che diventavano un segno di forza.
L'ex pm avvalora in qualche modo il mantra berlusconiano sulle toghe rosse, spiega però che non c'è una magistratura di sinistra, ma che "il nemico è la non sinistra", così il Sistema espelle chi viola le regole non dette. Nel dettaglio, Palamara racconta il retroscena nella presa di posizione dell'Anm, che presiedeva all'epoca, rispetto all'allora magistrato Luigi De Magistris, titolare dell'inchiesta Why not. E Palamara dà anche una spiegazione politica alla sua espulsione "Quando ho toccato il cielo, il Sistema ha deciso che dovevo andare all'inferno".
Aveva tradito, pensava di essere così forte da potere dettare le regole. L'errore è stato schierarsi con i renziani, i rottamatori. E persino l'ex premier Matteo Renzi avrebbe commesso un errore fatale, pensare di potere nominare l'attuale capo della procura di Catanzaro Nicola Gratteri, ministro, senza avere consultato le correnti.
Per Palamara il sistema al quale è stato organico e che lo ha espulso vive in osmosi con la politica ed è capace anche di condizionarla. Un lungo capitolo è dedicato alle vicende giudiziarie che hanno riguardato Silvio Berlusconi e alla caduta del suo governo, nel 2011.
"Tutti quelli - colleghi magistrati, importanti leader politici e uomini delle istituzioni molti dei quali tuttora al loro posto - che hanno partecipato con me a tessere questa tela, erano pienamente consapevoli di ciò che stava accadendo" dice Palamara. Il "Sistema", sostiene, "è il potere della magistratura, che non può essere scalfito: tutti coloro che ci hanno provato vengono abbattuti a colpi di sentenze, o magari attraverso un abile cecchino che, alla vigilia di una nomina, fa uscire notizie o intercettazioni sulla vita privata o i legami pericolosi di un magistrato".
Palamara, a posteriori ricostruisce, e spiega che nel 2017, quando ha pensato di violare gli accordi tra correnti e far nominare al vertice della Cassazione i suoi candidati, è cominciata la caduta. E spiega anche quella sua ultima partita, quando anziché schierarsi con la corrente di centro decide di allearsi con quella di destra per la nomina di Marcello Viola alla procura di Roma. E conclude: "Continuerò a difendermi nel processo e ho rispetto per i pubblici ministeri di Perugia, ma sono convinto che altri abbiano usato me per stoppare una nomina che altrimenti non avrebbero avuto la forza di fermare in altro modo".
Dopo avere ricostruito nel dettaglio le fortune e le sciagure professionali di alcuni suoi colleghi, Palamara conclude: "Con il senno di poi ho fatto un azzardo: smarcarmi definitivamente da quella sinistra ideologica anti-renziana con la quale avevo condiviso la lottizzazione della magistratura, oltre che la gestione politica della giustizia. Il primo ex consigliere del Csm, radiato dall'ordine giudiziario (intanto ha presentato un ricorso) è fiducioso di poter tornare a indossare la toga, almeno così dice a Sallusti. Anche se non crede affatto che le regole del Sistema cambieranno mai.
frontierarieti.com, 26 gennaio 2021
Entra nella seconda fase il progetto Freesooner, finanziato dalla Regione Lazio e dedicato al reinserimento socio lavorativo dei detenuti della casa circondariale di Rieti
Il progetto Freesooner, finanziato dalla Regione Lazio, è dedicato al reinserimento socio lavorativo dei detenuti della casa circondariale di Rieti. Dopo la prima fase di presa in carico individuale di circa 15 ospiti dell'istituto penitenziario, ora si entra nel vivo con il secondo step, quello dedicato all'orientamento.
Collaborano allo svolgimento delle attività l'Associazione Made in Jail, capofila, ed i partner Consorzio Ro.Ma. e Cooperativa Sociale Tiche. Un'Ats di grande valore ed esperienza: da tempo le tre realtà coinvolte si occupano specificatamente delle realtà penitenziarie, delle categorie sociali svantaggiate e di pratiche riabilitative e di reinserimento nell'ambito delle dipendenze.
L'attuale macro fase di orientamento, partita a ridosso delle festività natalizie, durerà circa un anno ed accompagnerà il gruppo nella costruzione di un bilancio personale e professionale utile alla stesura del progetto individuale.
Le attività principali di questo anno di lavoro saranno sei: ci sarà una sezione dedicata alla conquista della consapevolezza di sé e del controllo sulle proprie scelte, decisioni e azioni, sia nell'ambito delle relazioni personali sia in quello della vita politica e sociale, che oltre ad avere come scopo generale quello di innalzare il livello di autostima dei detenuti, si occuperà di far raggiungere loro obiettivi concreti.
Seguirà una fase di accompagnamento finalizzata ad organizzare l'approccio con il mondo del lavoro, dalla stesura del curriculum, alla candidatura per una determinata occupazione, fino alla conoscenza di alcuni aspetti normativi che regolano i rapporti. Accanto a queste attività verranno condotti dei laboratori pratico-inclusivi dedicati al lavoro in organizzazioni cooperative, alla trasformazione di prodotti agricoli e, infine, alla serigrafia intesa anche come mezzo di comunicazione d'impatto.
Tutto il percorso sarà accompagnato da un sostegno psicologico e supporto familiare, fondamentale per il reinserimento a 360 gradi del detenuto. Il progetto, infatti, sposa a pieno la convinzione che per assolvere adeguatamente al ruolo rieducativo, è necessario comporre tutti gli elementi del processo reintegrante in una visione ed azione d'insieme.
"Purtroppo - si legge in un comunicato stampa di presentazione del progetto - nonostante la riforma penitenziaria del 2018 fosse tesa ad intendere l'esecuzione penale come rispettosa della dignità umana, uniformata ai valori costituzionali ed in linea con le risoluzioni internazionali, gli istituti penitenziari sono travolti quotidianamente da una serie di problemi che ancora non trovano soluzione. L'insufficienza e l'inadeguatezza delle risorse umane e materiali, la presenza di un'utenza penitenziaria diversificata ed eterogenea, l'inefficacia di alcuni approcci rieducativi e la cronica situazione di sovraffollamento determinano, il più delle volte, situazioni esplosive, che non solo generano disorientamento, ma non hanno nessuna finalità rieducativa e di reinserimento sociale".
"Il progetto - conclude la nota - vuole essere incisivo proprio in questa direzione, evitando azioni massive e generalizzate, ma personalizzando gli interventi, avendo bene a mente l'evoluzione individuale del condannato, solo così sarà possibile realizzare un progetto di vita riabilitante e riqualificante della persona e della sua dignità".
di Marino Bisso
La Repubblica, 26 gennaio 2021
Testimonianze, dirette on-line, letture e concerti: sessanta appuntamenti da Treviso a Catanzaro. Il presidente dell'Associazione partigiani, Pagliarulo: "Saranno iniziative di memoria attiva". E anche le Reti di Psicologi per i Diritti Umani in occasione del 27 gennaio organizzano un webinar per celebrare il diritto alla vita. Mentre wikipediani e wikimediani da tutta Italia saranno impegnati in una maratona per tenere vive le voci correlate a Negazionismo e Olocausto.
Testimonianze, dirette on-line, letture e concerti. Sessanta iniziative in sessanta città: da Treviso a Catanzaro. Così l'Anpi, l'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia, ha mobilitato tutti i comitati provinciali in occasione della Giornata della Memoria.
Una ricca programmazione di incontri (tutte le iniziative sul sito: https://www.anpi.it/eventi/) non solo per non dimenticare le vittime del nazismo e del fascismo. Ma anche per guardare avanti, in modo attivo, e denunciare i nuovi pericoli legati al negazionismo e alla formazione di nuovi gruppi che si richiamano a quella ideologia della morte che tra il 1933 e il 1945 provocarono circa 17 milioni di vittime tra ebrei, prigionieri di guerra, oppositori, omosessuali, zingari e gruppi religiosi.
"Il 27 gennaio il Paese si raccoglierà intorno a volti e vicende che hanno segnato tragicamente la storia del '900. L'Anpi auspica fortemente che questo giorno non si esaurisca in una pur necessaria celebrazione, in una banalizzazione di un evento mostruoso per l'umanità, bensì sia un momento di riflessione coinvolgente, la base di un messaggio di civiltà, antifascismo, e democrazia che proviene dal sangue dei campi di concentramento" sostiene il presidente dell'Anpi, Gianfranco Pagliarulo. "La chiamiamo memoria attiva, perché il ricordo non ha senso se non si esercita la sua portata educativa nel presente - aggiunge Pagliarulo - ogni giorno, ogni incontro, ogni impegno, ogni battaglia. È un dovere, oltreché l'unico omaggio possibile, perché tangibile e duraturo, alle vittime della deportazione e ai combattenti per la libertà".
E guarda avanti anche l'iniziativa promossa dall'Associazione ReDiPsi - Reti di Psicologi per i Diritti Umani. In occasione di mercoledì 27 gennaio, dedicato al settantaseiesimo anniversario della liberazione dei deportati di Auschwitz, ha organizzato il webinar per celebrare il Diritto alla vita, sancito dall'articolo 3 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, approvata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre del 1948.
"Sarà un momento di confronto sul rispetto della vita, sull'uguaglianza, sulla libertà - spiegano dall'Associazione ReDiPsi - sui diritti umani fondamentali, nonché della memoria storica". Nel corso dell'incontro (il programma è disponibile sul sito: www.redipsi.com) si alterneranno le riflessioni di Pietro Barbetta, Psicologo, Psicoterapeuta e fondatore di ReDiPsi; Manuela Tomisich, Psicologa, Psicoterapeuta e fondatrice di ReDiPsi. Giacinto Di Pietrantonio, Docente di Storia dell'Arte all'Accademia Brera di Milano, Critico e Curatore d'Arte; Corrado Levi, Artista crossover, docente, critico e collezionista. Modererano: Gabriella Scaduto, Psicologa, psicoterapeuta e Presidente di ReDiPsi; Riccardo Bettiga, Psicologo, Psicoterapeuta, Garante Regionale dei Diritti dell'Infanzia e dell'Adolescenza.
E per il terzo anno consecutivo, anche Wikipedia si mobilita per il Giorno della Memoria. Wikipediani e wikimediani da tutta Italia, impegnati sui "Progetti: Persecuzioni, deportazioni e crimini del periodo nazi fascista e Donne e Shoah", parteciperanno alla Giornata della Memoria.
Quest'anno, a causa della pandemia, gli eventi si svolgeranno on-line (https://tinyurl.com/memoria-eventi). Il programma del 27 gennaio è dedicato a: Negazionismo e Olocausto: gli Eichmann di carta. Una maratona di voci sul negazionismo e l'Olocausto che saranno create e alcune migliorate, in diretta, da diversi wikipediani italiani.
- I poveri pagheranno la crisi per dieci anni
- Giorno della Memoria. Il ricordo non basta, si deve anche narrare
- Giustizia per Giulio Regeni e per le migliaia di egiziani torturati e uccisi come lui
- Egitto. La famiglia Regeni: "Dalle istituzioni parole vuote e bugie"
- Egitto. Delitto Regeni, l'inchiesta non si ferma: i pm sulle tracce di 13 complici











