di Massimiliano Coccia
Il Manifesto, 25 gennaio 2021
"In questo modo si sottrae terreno al traffico internazionale e potremmo concentrarci sul livello alto delle organizzazioni criminali". Parla il Procuratore Nazionale Antimafia Federico Cafiero De Raho. Federico Cafiero De Raho, 68 anni, Procuratore Nazionale Antimafia dal 2017, si muove da figlio di un tempo dove si diventava un modello per gli altri non nella convegnistica ma sul campo.
Collegialità, equilibrio e memoria i postulati della modalità operativa e di elaborazione, forse anche per questo per superare gli strascichi di un anno orribile per la magistratura attraversata dal caso Palamara, De Raho auspica all'inizio di questo dialogo una "riforma necessaria del Csm, in grado di garantire l'imparzialità, dove le correnti sino laboratori di idee e non strumenti per un conflitto. Anche per questo servono regole chiare per le nomine dei dirigenti, valorizzando l'attività giudiziaria svolta, la professionalità e l'imparzialità del magistrato, che è specularmente manifestata dalla indipendenza dalla politica come da qualunque altro centro di potere".
Da investigatore di lungo corso è affezionato alla riservatezza, valore spesso tralasciato e per questo "la riforma sulla giustizia deve, anche, poter garantire il valore costituzionale della presunzione di non colpevolezza e, al tempo stesso, l'obbligo della riservatezza delle iniziative giudiziarie, fino a sentenza definitiva. Una garanzia anche per evitare condizionamenti esterni".
Dottor De Raho, riavvolgiamo il nastro, è passato molto tempo dal suo ingresso in magistratura, come ha visto mutare il sistema investigativo e la lotta a mafie e terrorismo?
"Presi servizio a Milano con le funzioni di sostituto procuratore nel settembre 1979: il giudice Emilio Alessandrini era stato ucciso da Prima Linea a gennaio di quell'anno, scelsi quella sede anche nella convinzione di dire chiaramente che la magistratura non accetta intimidazioni. Era stato ucciso perché la sua azione spaventava, per il grande apporto investigativo contro il terrorismo rosso e per aver compreso che lo Stato vince solo se agisce applicando i principi dello Stato di diritto e osservando i valori della nostra Costituzione. A Milano ho avuto subito consapevolezza che la lotta al crimine organizzato e al terrorismo avrebbe potuto compiersi sviluppando un modello investigativo condiviso dalle procure, fondato sull'assoluto rispetto delle regole; ieri come oggi il crimine si contrasta con la "squadra Stato", dalle forze dell'ordine alla magistratura: è una lezione che si rinnova. La coesione crea vittorie e avanzamenti".
Simbolica e importante appare la capacità di generare dal dolore e dalla lotta alle mafie nuovi modelli operativi.
"Nella mia carriera mi sono occupato di camorra e di 'ndrangheta, affrontando anche i collegamenti di queste organizzazioni con Cosa nostra: le indagini sui Nuvoletta, sui Bardellino, sul clan dei casalesi, sulla strage di Casapesenna, come sull'omicidio di Francesco Imposimato, il fratello del giudice, ucciso per ordine di Pippo Calò, oltre che sulla partecipazione della 'ndrangheta all'attacco allo Stato con le stragi continentali. Le indagini sulle organizzazioni mafiose hanno prodotto un'esperienza che ha portato la magistratura ad impegnarsi al meglio, individuando il modello che Giovanni Falcone, da Direttore generale degli Affari Penali, ha poi tradotto in quel circuito giudiziario antimafia giunto attualmente ad un altissimo livello di specializzazione, con le 26 Procure distrettuali e la Procura Nazionale che dirigo".
Attualmente qual è la proiezione delle organizzazioni criminali?
"È quella delle grandi attività che possono dirsi più redditizie. Fra tutte - estorsione, usura, contrabbando - è il traffico di droga che moltiplica per tre ad ogni passaggio il valore della merce: è fonte di una ricchezza straordinaria, e quando questa si traduce in danaro contante si comprende l'esigenza di reinvestire nell'economia legale. Le organizzazioni criminali reinvestono in società di capitali. Non utilizzano più violenza e intimidazione per infiltrarsi, ma lo strumento della convenienza, mediante l'offerta di servizi illegali. Le false fatturazioni, ad esempio, costituiscono il mezzo per avvicinare e, quindi, aggregare imprese "sane" che, in momenti di difficoltà come questo che viviamo, possono trovare opportuno l'utilizzo di falsa documentazione".
Le mafie come stanno sfruttando questa pandemia?
"La crisi offre nuove opportunità ai gruppi criminali, i settori sono quelli in cui le mafie si sono specializzate sull'onda delle emergenze, come le multiservizi (mense, pulizie, disinfezione), intermediazione della manodopera, filiera del ciclo dei rifiuti, imprese di costruzione; ma anche in quelli che appaiono particolarmente lucrosi, come il commercio di mascherine, oltre che il turismo (bar, ristoranti, alberghi). Le mafie devono collocare liquidità e la loro necessità è acquisire la gestione dei soggetti economici già esistenti, tramite meccanismi di controllo informale, non registrati in studi notarili o camere di commercio. Difendiamo l'economia legale anche col disvelamento dei modi coi quali i gruppi criminali si appropriano delle imprese tramite il versamento di denaro contante, coperto nei modi più disparati come false fatturazioni o prestito a breve termine. Questo consente alle mafie di entrare con i propri capitali assicurandosi il controllo successivo della gestione con i tradizionali mezzi mafiosi, per recuperare il prestito aumentato dall'interesse usurario".
Nel contrasto all'usura in questa fase c'è collaborazione tra soggetti investigativi e mondo della finanza?
"Sarebbe necessaria una maggiore collaborazione dei mondi imprenditoriali, del commercio e della finanza anche nel segnalare al circuito giudiziario antimafia i soggetti a rischio usura. Ci sarebbe bisogno di una cooperazione internazionale più larga, perché l'attenzione che mettiamo in Italia all'analisi dei flussi economici non è presente in eguale misura negli altri paesi, soprattutto alcuni, ove non ci si domanda troppo da dove proviene il denaro. Nel panorama globale la disarmonia dei sistemi è fonte di gravissime anomalie e favorisce la criminalità. È sempre più necessario occuparsi dei paradisi normativi, e non solo dei paradisi fiscali".
Ciclicamente torna invece di attualità il dibattito sulla legalizzazione delle droghe leggere che però sembra sempre a un punto morto.
"Credo che sia opportuno, come ho ribadito in commissione Giustizia alla Camera, cambiare la legge sulle droghe perché è vetusta. La legalizzazione delle droghe leggere, con altri interventi, potrebbe sottrarre terreno al traffico internazionale, e avrebbe il vantaggio di far concentrare la fase investigativa sul livello alto delle organizzazioni criminali e sulla filiera economica che ne deriva".
Tra i fenomeni che emergono dalle relazioni della Direzione investigativa antimafia si nota una recrudescenza del gioco illegale, un problema che sembrava accantonato.
"È necessario incrementare il gioco legale per sottrarre risorse alla criminalità organizzata e monitorare in modo puntuale tutta la filiera. Molteplici inchieste hanno dimostrato quanto il gioco illegale sia un indotto gestito dalle mafie e dalla 'ndrangheta; per questo occorre rafforzare la rete di controllo anche online per riuscire a determinare una rete di monitoraggio coordinata".
Le mafie sono entrate anche nel mercato dei dispositivi di protezione contro il Covid-19 e dei vaccini. Come state agendo su questo versante?
"Ad oggi sono oltre trenta le situazioni sospette intercettate, con società che addirittura sono state costituite all'estero, che commerciano in dispositivi di protezione, riconducibili a organizzazioni mafiose e 'ndraghetiste, grazie al tavolo tecnico della Dia composto da Uif, Agenzia delle Dogane e Nucleo speciale di polizia valutario che ha monitorato transazioni anomale. C'è poi un altro tavolo con i Ros dei Carabinieri, Sco della Polizia di Stato, Scico della Guardia di finanza in cui si monitorano i settori economici per individuare i settori più esposti al rischio di infiltrazione mafiosa, 'ndranghetista e camorrista".
Sul versante del terrorismo di matrice islamista che momento viviamo?
"In Italia non è stato commesso alcun attentato di matrice islamista non perché siamo fortunati, ma perché viene svolta un'attività di monitoraggio straordinaria e costante, che tocca vari livelli di prevenzione dal monitoraggio delle moschee alle carceri e ai flussi di denaro".
E su quello interno?
"Le minacce dell'eversione dell'estrema destra e dell'anarchismo insurrezionalista sono le urgenze. I primi minano la convivenza civile e i secondi fanno leva sul malcontento popolare per la crisi economica determinata dalla pandemia e il disagio rischia di divenire il serbatoio della criminalità".
Per quest'anno appena iniziato quali sono i terreni di sfida secondo lei più urgenti che questa pandemia ha generato?
"Assieme al contrasto delle infiltrazioni mafiose nell'economia, è la scuola il fronte più urgente. Non mi riferisco alle lezioni in presenza o a distanza, ma ai contenuti. Ritengo che i giovani debbano essere formati ad una società democratica e solidale, capace di svilupparsi rispettando la dignità di tutti secondo i valori della Costituzione. La pandemia sta lasciando indietro i ragazzi e le loro famiglie: stanno perdendo, di pari passo, potere di acquisto ed educativo. Se non si torna alla centralità educativa prevista dalla Carta, il rischio di regalare le giovani generazioni alle mafie è altissimo e questo dobbiamo impedirlo".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 25 gennaio 2021
In occasione del decimo anniversario dell'inizio della rivolta del 2011 in Egitto, Amnesty International ha pubblicato un rapporto che dipinge un quadro fosco della crisi dei diritti umani in atto nelle prigioni del paese, stipate fino al doppio della capienza dal governo del presidente Abdel Fattah al-Sisi.
Il personale e la direzione delle carceri - si legge nel rapporto - ostentano un totale disinteresse per la vita e il benessere dei detenuti e ignorano in larga misura le loro esigenze sanitarie. Lasciano alle famiglie dei prigionieri l'onere di fornire loro medicinali, cibo e denaro per comprare beni di prima necessità, come ad esempio il sapone, e infliggono loro ulteriori sofferenze negando le cure mediche adeguate o il tempestivo trasferimento negli ospedali.
Le autorità si spingono anche oltre, negando intenzionalmente assistenza sanitaria, cibo adeguato e visite familiari alle persone detenute per aver esercitato i propri diritti umani e ai detenuti politici.
Il rapporto racconta le storie di 67 prigionieri, detenuti in tre prigioni femminili e 13 prigioni maschili in sette province. Dieci di loro sono morti in carcere e due poco dopo il rilascio, nel 2019 e nel 2020. Gli ex detenuti hanno raccontato di essere stati rinchiusi in celle non ventilate, sovraffollate e in pessime condizioni igieniche. Inoltre, gli agenti penitenziari hanno negato loro biancheria e indumenti adeguati, cibo sufficiente, articoli per l'igiene personale, compresi gli assorbenti igienici, e l'accesso all'aria fresca e all'esercizio fisico.
A molti sono state crudelmente negate le visite delle famiglie. Le rappresaglie comprendono l'essere tenuti in isolamento prolungato e a tempo indeterminato in condizioni disumane per più di 22-23 ore al giorno, non ricevere visite dei familiari per periodi fino a quattro anni e l'essere privati di pacchi di cibo o di altri prodotti essenziali inviati dai parenti.
Le ricerche di Amnesty International hanno rivelato che le direzioni delle carceri non forniscono ai detenuti un'assistenza sanitaria adeguata, sia per negligenza che per scelta. Le infermerie sono generalmente poco pulite e mancano di attrezzature e di professionisti sanitari qualificati; i medici somministrano solo antidolorifici a prescindere dai sintomi e addirittura aggrediscono verbalmente i detenuti, accusandoli di "terrorismo" e "delinquenza morale". Due ex detenute hanno dichiarato di aver subito molestie e abusi sessuali.
Gli ex detenuti hanno anche lamentato l'assenza di procedure chiare per chiedere assistenza medica in caso di emergenza e di essere stati completamente alla mercé degli agenti e degli altri funzionari del carcere, che spesso hanno ignorato le loro richieste. A fronte dell'inesistenza di servizi di salute mentale all'interno delle carceri, l'accesso all'assistenza esterna è stato reso disponibile solo per pochi detenuti che avevano tentato il suicidio. Le autorità carcerarie spesso rifiutano di trasferire i detenuti politici che necessitano di cure mediche urgenti verso ospedali specializzati fuori dal carcere e non mettono a disposizione i farmaci, anche quando i loro costi potrebbero essere sostenuti dalle famiglie.
Oltre alle 12 persone morte descritte nel rapporto, Amnesty International è a conoscenza di altri 37 decessi verificatisi nel 2020, per i quali l'organizzazione non ha ottenuto il consenso delle famiglie per paura di rappresaglie. I gruppi egiziani per i diritti umani stimano che dal 2013 centinaia di persone siano morte in carcere, a causa delle terribili condizioni detentive e al diniego di cure mediche. Le autorità rifiutano di rivelare i dati o di condurre indagini efficaci, approfondite, imparziali e indipendenti su questi decessi. Le autorità egiziane si rifiutano di rivelare il numero dei detenuti presenti nei centri penitenziari del paese. Si stima che sia di 114.000, oltre il doppio della capienza massima carceraria di 55.000 persone indicata dal presidente al-Sisi nel dicembre 2020.
Il numero dei prigionieri è aumentato dopo la deposizione dell'ex presidente Mohamed Morsi nel luglio 2013, dando luogo a un grave sovraffollamento. Nelle 16 carceri esaminate da Amnesty International, centinaia di detenuti sono ammassati in celle sovraffollate, con una superficie media stimata di 1,1 metri quadrati per detenuto, molto inferiore al minimo di 3,4 metri quadrati raccomandato dagli esperti. C'è poi la questione della pandemia da Covid-19. Le autorità continuano a ignorare gli appelli a ridurre la popolazione carceraria. Nel 2020, a seguito di grazie presidenziali e rilasci condizionali, sono uscite dalle prigioni 4000 persone in meno rispetto al 2019.
Le direzioni delle carceri non sono riuscite a distribuire regolarmente prodotti igienizzanti, a tracciare e controllare i nuovi arrivati, né a testare e isolare i casi sospetti. Problemi di lunga data, come la mancanza di acqua pulita, la scarsa ventilazione e il sovraffollamento, hanno reso impossibile l'attuazione di misure igieniche preventive e di distanziamento fisico. I detenuti con sintomi da Covid-19 non sono stati sottoposti a test sistematici. In alcune carceri i sospetti positivi sono stati posti in quarantena in celle piccole e buie, utilizzate per la detenzione in isolamento, senza accesso a cure adeguate. In altre prigioni sono stati lasciati nelle loro celle, mettendo in pericolo la salute degli altri detenuti.
di Rosalba Castelletti
La Repubblica, 25 gennaio 2021
Aperti diversi procedimenti penali contro i manifestanti. Ue e Usa condannano la prepressione. Mosca minimizza i cortei e accusa Washington di ingerenze, ma si dice pronta al dialogo con Biden.
Oltre 3.500 dimostranti sono stati arrestati ieri in Russia alle manifestazioni indette dall'oppositore Aleksej Navalnyj: il numero più alto di sempre nella storia della Russia moderna, segno che le autorità non cederanno di un millimetro, soprattutto in vista delle elezioni legislative che si terranno il prossimo settembre.
Cortei si sono tenuti in centinaia di città da Mosca a Vladivostok nell'Estremo Oriente russo per chiedere la liberazione dell'attivista sopravvissuto all'avvelenamento da Novichok e arrestato e condannato a 30 giorni di carcere una settimana fa al suo rientro in Russia dopo la convalescenza in Germania, ma anche per denunciare la corruzione al potere cristallizzata dal cosiddetto "palazzo di Putin", una residenza lussuosissima sul Mar Nero che secondo il Fondo anti-corruzione di Navalnyj sarebbe costata 100 miliardi di rubli finanziati dai fedelissimi del presidente.
Le proteste non erano state autorizzate e sono quasi ovunque sfociate in arresti, spesso brutali, e - fatto inedito - in scontri tra manifestanti e forze di polizia. Sono state 3.512 le persone arrestate in tutto il Paese, secondo l'ong Ovd-info che segue raduni e cortei, di cui 1.396 a Mosca, 525 a San Pietroburgo e oltre 90 a Novosibirsk, Kazan e Voronezh.
La maggior parte sono stati rilasciati, ha fatto sapere Valerij Fadeev, presidente del Consiglio consultivo per i diritti umani vicino al Cremlino. Ma, anche grazie alle leggi restrittive approvate a fine 2020, il Comitato investigativo russo ha aperto numerosi procedimenti penali in particolare sul presunto uso della violenza contro le forze di polizia. A San Pietroburgo, tuttavia, la procura ha aperto anche un'inchiesta sulla violenza perpetrata dalle "forze incaricate di far rispettare la legge".
Ha fatto molto scalpore il caso di una donna colpita allo stomaco dai poliziotti anti-sommossa dopo aver chiesto loro perché stessero arrestando un giovane manifestante disarmato. La donna, identificata come Margarita Judina, sarebbe ora ricoverata "in uno stato grave". Amnesty International ha accusato la polizia di avere "menato indistintamente e arrestato arbitrariamente" i manifestanti. Anche l'unione Europea e gli Stati Uniti hanno condannato la repressione.
Il Cremlino ha minimizzato la portata delle manifestazioni. "Poca gente è scesa in piazza, molti votano per Vladimir Putin", ha detto il portavoce Dmitrij Peskov, denunciando un tentativo di "minare la situazione interna" nel Paese. In particolare ha criticato l'ambasciata Usa a Mosca che aveva evitato i suoi concittadini a non partecipare ai cortei, specificando tuttavia i luoghi dei raduni. Gesto già interpretato da Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russi come un tentativo di promuovere le "marce contro il Cremlino", che Peskov ha definito "ingerenza assoluta nei nostri affari interni". "È una mera pratica di routine" come le varie allerta lanciate ai cittadini nel mondo, ha invece precisato l'ambasciata Usa.
Il Cremlino si è detto tuttavia pronto al dialogo con la nuova amministrazione Biden, ha detto sempre Peskov citato da Interfax. "Ci sarà un dialogo dove, naturalmente, le differenze dovranno essere enunciate. Ma allo stesso tempo, un dialogo è la possibilità di trovare i noccioli della ragione, quelle parti dove le nostre relazioni possono aumentare", ha aggiunto. "E se la nuova amministrazione è pronta a tale approccio sono sicuro che il nostro presidente risponderà alla stessa maniera".
di Pierluigi Bussi
Corriere della Sera, 25 gennaio 2021
Accade nella provincia di Kunar. I bambini vengono spinti ad usare le armi dagli insorti. Nonostante gli accordi di Doha, gli attacchi non sembrano subire pause, anzi sono aumentati in maniera esponenziale. E con loro sono in forte crescita i reclutamenti dei "bambini soldato", sempre più utili a stanare le forze di sicurezza afghane senza eccessivi controlli.
In Afghanistan la guerra di propaganda dei Talebani negli ultimi mesi non dà tregua. I bambini delle zone rurali e sperdute del Sud Est afghano sono sempre più presi di mira. Nell'ultimo anno i fondamentalisti islamici hanno il pieno controllo delle provincie al confine con il Pakistan: nonostante gli accordi di Doha, gli attacchi non sembrano subire pause, anzi sono aumentati in maniera esponenziale. E con loro sono in forte crescita i reclutamenti dei "bambini soldato", sempre più utili a stanare le forze di sicurezza afghane senza eccessivi controlli.
In questo video i talebani sono in un villaggio della provincia di Kunar situata nella parte sud-orientale dell'Afghanistan al confine con il Pakistan. Incitano i bambini ad usare le armi. Le loro parole in lingua pashto sono inequivocabili. "Questi sono i soldati di Dio e si sacrificheranno per l'amore di Dio, scacceranno via gli infedeli dall'Afghanistan. I bambini a questa età sono pronti per il sacrificio in nome di Allah, il popolo afghano è con i talebani, sia le donne che gli anziani e soprattutto i bambini aiuteranno i talebani. Con il loro sostegno sconfiggeremo gli infedeli. Allah accetterà il loro sacrificio". I bambini rispondono con grande fervore. "Allahu Akbar. Viva i talebani e morte al governo afghano e alle milizie locali".
Le forze talebane in Afghanistan hanno aggiunto decine di bambini ai loro ranghi negli ultimi anni in violazione del divieto internazionale sull'uso dei bambini soldato, hanno utilizzato scuole religiose islamiche per addestrare i bambini fin dalla giovane età. Spesso iniziano a studiare materie religiose all'età di sei anni e apprendono le abilità militari intorno ai 13 anni. Di solito, questi ragazzi non vengono presi con forza.
Le madrase talebane attraggono molte famiglie povere perché i talebani coprono le loro spese e forniscono cibo e vestiario ai bambini. In alcuni casi offrono anche denaro. Il diritto internazionale umanitario, proibisce il reclutamento e l'arruolamento di bambini di età inferiore ai quindici anni in forze armate o gruppi o utilizzarli per partecipare attivamente alle ostilità. Si tratta di un crimine di guerra ai sensi dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale, a cui appartiene l'Afghanistan. Coloro che commettono, ordinano, assistono o hanno responsabilità di comando per crimini di guerra sono soggetti ad azione penale da parte della Corte penale internazionale o dei tribunali nazionali.
di Flavia Carlorecchio
La Repubblica, 24 gennaio 2021
Sono ancora 28 bambini rinchiusi in cella con le loro madri in Italia. La nuova legge di bilancio ha stanziato un fondo da 4,5 milioni di euro per sviluppare soluzioni di detenzione alternative.
Nelle carceri italiane entrano anche piccoli innocenti: i figli e le figlie di donne detenute. Le madri possono scegliere di portare con sé i bambini fino a un'età di sei anni e, al momento, sono 26 donne e 28 bambini a trovarsi in una struttura carceraria, con tutto quello che questo comporta, soprattutto per i piccoli. La tendenza è in calo: il 31 agosto 2018 i minori erano 62, con 52 mamme; nell'ottobre del 2020 erano 33. È comunque un segnale positivo, ma va interpretato.
di Fabrizio Caccia
Corriere della Sera, 24 gennaio 2021
La spinta del Pd su Bonafede: dia un segnale o sbattiamo. Il voto sulla relazione del ministro al Senato potrebbe slittare a giovedì per dare fiato alla trattativa. Dai dem l'invito al Guardasigilli: dialoghi e non rivendichi solo il passato. Un giorno in più per salvare il governo o dirsi addio. Martedì la conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama potrebbe decidere di spostare di 24 ore la relazione in Senato del Guardasigilli Alfonso Bonafede (M5S) sullo stato della giustizia, prevista per mercoledì. Una prova decisiva per il governo perché la risoluzione di maggioranza potrebbe andare incontro a una sonora sconfitta in Aula dopo lo strappo di Italia Viva.
di Liana Milella
La Repubblica, 24 gennaio 2021
Martedì alla Camera il forzista Costa presenterà un emendamento anti-procuratori. Il tema della separazione delle carriere incombe nella commissione Affari costituzionali di Montecitorio: Renzi in dissenso con la sua ex maggioranza e la partita è tutta da giocare perché i voti al momento a favore al momento sono 24, come quelli dell'opposizione.
di Marcello Sorgi
La Stampa, 24 gennaio 2021
Conte è assolutamente contrario. Ma l'ipotesi delle dimissioni del premier, per l'apertura di una "crisi pilotata", un reincarico per un Conte-ter, continua a stare sul tavolo. Soprattutto su quelli dei vertici del Pd, che ieri con Bettini e Orlando ha ribadito che è difficile ricucire con Renzi, malgrado la disponibilità espressa dal leader di Italia viva, ma ha avvertito il presidente del consiglio sulla difficoltà di superare il passaggio di mercoledì o giovedì al Senato, quando il ministro di giustizia Bonafede presenterà la sua relazione annuale a Palazzo Madama e sarà quasi impossibile per la maggioranza restare tale se Renzi voterà con l'opposizione e gli aiuti dei "responsabili" su quella materia dovessero rivelarsi più complicati da conquistare.
La giustizia è infatti un argomento divisivo e Bonafede è percepito come un alfiere dell'ala giustizialista dei 5 stelle. Imprevedibile, ad esempio, aspettarsi a votare in suo favore la senatrice Sandra Lonardo Mastella, vittima di un'inchiesta giudiziaria conclusa dopo lunghissimo tempo con l'assoluzione; o il segretario del Psi Nencini, che aveva votato "no" già la volta scorsa. E sono solo due esempi di "responsabili".
Conte insiste a non voler passare attraverso il percorso naturale della crisi per la gravità del momento - l'allarme Covid ancora molto alto, i ritardi dei vaccini - e perché teme le incognite delle trattative per la formazione del nuovo governo. Non ha tutti i torti: nel Pd accanto al sostegno dichiarato dai vertici, che lo considerano "l'unico punto di equilibrio per tenere insieme la coalizione" si va affacciando una fronda sempre più larga (il capogruppo alla Camera Del Rio, l'economista Nannicini, l'ex-ministra Madia) che non condivide la linea "o Conte o elezioni", considera fallito il tentativo di sostituire i renziani con i "responsabili" e insiste per riaprire la trattativa con Iv. Non sarà facile, non sarà stabile (Renzi ad agosto, quando lo scioglimento delle Camere diventa impossibile, potrebbe far saltare il banco), ma sta diventando l'unica strada percorribile. Ieri infatti la proposta di Berlusconi di un governo di unità nazionale per affrontare l'emergenza non ha trovato ascolto né a destra né a sinistra.
di Luigi Manconi
La Stampa, 24 gennaio 2021
Rifiutato un testo di Cartabia e Ceretti: "Darebbe più carisma criminale al detenuto". La professoressa Marta Cartabia, Presidente emerita della Consulta, ordinaria di Diritto Costituzionale all'Università Bocconi, ha scritto con Adolfo Ceretti, geniale criminologo, un libro dal titolo "Un'altra storia inizia qui", pubblicato dalla Bompiani qualche mese fa.
di Rocco Vazzana
Il Dubbio, 24 gennaio 2021
Senza un accordo certo con l'ex alleato la relazione sulla riforma della giustizia del ministro Alfonso Bonafede potrebbe slittare. Rinviare la relazione Bonafede sulla giustizia a data da destinarsi. Potrebbe essere questa l'unica strada per mettere al sicuro il ministro e l'intero governo. O almeno è questa l'idea che comincia a circolare negli ambienti grillini dopo il fallimento dell'operazione responsabili.
Al Senato i numeri sono troppo ballerini, soprattutto dopo il ciclone Gratteri che ha definitivamente allontanato l'Udc dal perimetro dei papabili volenterosi, per blindare la relazione. E senza un accordo certo con Matteo Renzi, nel frattempo rientrato nell'elenco non ufficiale degli interlocutori possibili, Bonafede si trasformerebbe in un bersaglio troppo facile da colpire. Ma impallinare il Guardasigilli - costretto per opportunità alle dimissioni in caso di bocciatura - equivarrebbe ad affondare l'intera corazzata, già provata dalla battaglia vinta per un soffio al Senato martedì scorso.
Alfonso Bonafede non è infatti un grillino qualunque: capodelegazione M5S al governo, intimissimo di Luigi Di Maio e inventore del Conte premier. Praticamente un intoccabile. Così, l'inquilino di via Arenula si è trasformato in un'arma a doppio taglio, utilizzata dai renziani per costringere l'ex avvocato del popolo a trattare, in cambio della salvezza del ministro, e dallo stesso premier per obbligare i grillini a seguirlo sulla strada delle elezioni anticipate in caso di una bocciatura della relazione sulla giustizia e della conseguente fine del governo.
Per il Movimento sarebbe un'onta troppo grande da sopportare - Non che Bonafede possa contare su un convinto sostegno della base parlamentare movimentista. Anzi, sono in tanti, nel sottobosco pentastellato, a considerare il ministro uno dei maggiori responsabili dell'indebolimento del partito e a dichiararsi indisponibili a rischiare il proprio scranno per difendere il capodelegazione. Eppure, simbolicamente e politicamente, sacrificare il ministro, per i cinquestelle, sarebbe un'onta troppo grande da sopportare. Meglio trattare con chi c'è e rinviare la resa dei conti interna a momenti meno convulsi. Già, ma chi c'è in questo momento? I volenterosi si son dimostrati svogliati e persino i nuovi compagni d'avventura raccattati una settimana fa sembrano aver già voltato le spalle alla maggioranza. Per capire il clima basta infatti ascoltare le parole di Clemente Mastella, arruolatore di costruttori prima della messa all'angolo dell'Udc, che raffredda, e di molto, l'entusiasmo mostrato 72 ore prima. "Avverto la maggioranza che nei prossimi giorni avrà un problema", dice il sindaco di Benevento.
"Se io fossi in Senato non voterei la relazione annuale del ministro della Giustizia Bonafede", annuncia Mastella, piazzando l'ennesima mina sotto la sedia di Conte. "La vedo dura e nulla vieta che possa essere messo da parte un ministro della Giustizia. Non mi piace questa forma di giustizialismo ad oltranza che è stata portata avanti da Bonafede. Su questo personalmente mi asterrei", aggiunge. È il segnale definitivo: la partita resposabili si è chiusa.
Al presidente del Consiglio serve battere altre strade. E l'unica possibile porta ancora ad Italia viva, l'alleato "traditore" con cui il premier non avrebbe più voluto avere nulla a che fare. Pazienza se Alessandro Di Battista, tornato a sostenere Luigi Di Maio dopo la crisi di governo in nome dell'anti renzismo, la prenderà male. Il capo del governo, ma anche il ministro degli Esteri, non può legare la propria sopravvivenza politica al rispetto della linea ortodossa. E sa che alla fine anche il Pd ingoierà il boccone.
I renziani aspettano un'offerta conveniente - Non resta che provare. Rafforzare la maggioranza è ancora possibile, "i numeri ci sono", ma per farlo serve "un governo nuovo", avverte Bruno Tabacci il vero architetto dell'operazione salva Conte, nonché proprietario del pallottoliere di maggioranza dopo aver incontrato Di Maio per fare il punto della situazione. L'ex democristiano sa bene di cosa parla, non a caso riporta sul piatto del premier le "condizioni" poste da Italia viva per rientrare al governo, in un "governo nuovo".
I renziani osservano compiaciuti le difficoltà di Conte e Bonafede ma non infieriscono, consapevoli, semmai, che anche per loro potrebbe essere l'ultima chiamata per uscire dall'angolo. Anzi, offrono un salvagente. Serve "una soluzione politica che abbia il respiro della legislatura e offra una visione dell'Italia per i prossimi anni", scrivono in una nota deputati e senatori di Iv, risedendosi di fatto al tavolo delle trattative.
Perché dopo aver ottenuto la revisione del Recovery Plan e la cessione postuma della delega ai Servizi segreti, Matteo Renzi potrebbe anche accontentarsi di un Conte ter senza sgambetto al presidente del Consiglio ma con un peso maggiore nell'esecutivo. A queste condizioni potrebbe accettare di salvare Bonafede, come già fatto in passato. La scusa dell'eventuale giravolta, del resto, è già pronta e la dirama in anticipo il senatore renziano Leonardo Grimani: "Quella che si vota mercoledì è la relazione sull'anno appena trascorso e noi in questo anno siamo stati al governo con Bonafede. Quindi vanno fatte valutazioni di contenuto ma anche politiche perché non possiamo scordare che eravamo al governo insieme". Ma per valutare ci vuole tempo. E se entro lunedì non si arrivasse a un accordo, a Bonafede non resterebbe che rinviare l'appuntamento con l'Aula.
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