La Stampa, 23 gennaio 2021
L'Amministrazione comunale di Asti ha ribadito il suo no al "raddoppio" del carcere di Quarto. Un progetto di cui il sindaco Maurizio Rasero non era stato informato, venendone a conoscenza per caso, un anno fa, grazie al Dossier sulle criticità delle carceri piemontesi presentato a fine 2019 dal garante regionale dei detenuti, onorevole Bruno Mellano.
La contrarietà del Comune non ha però influito sul progetto il cui iter è andato avanti con i primi sopralluoghi. La casa di reclusione di Asti è diventata ad Alta sicurezza (con due piccole sezioni riservate ai detenuti comuni). Ospita in media circa 300 carcerati (capienza regolamentare 214). Il nuovo edificio avrebbe una ulteriore capienza di 120 posti.
Il primo problema è rappresentato dalla convivenza che, sebbene da separati in casa, si verrebbe a creare tra detenuti comuni e alta sicurezza. La contrarietà al progetto è stata espressa anche dal garante regionale Mellano, nell'ultimo Dossier 2020. Ieri mattina 22 gennaio in Comune il sindaco Rasero e l'assessore Mariangela Cotto hanno incontrato i vertici dell'Amministrazione penitenziaria: Pierpaolo D'Andria e Catia Taraschi; la garante dei detenuti locale Paola Ferlauto e il regionale Mellano.
Ed ecco le ragioni del "no" da parte del Comune. Il sindaco Rasero ha fatto presente che oltre alle criticità dovute alla convivenza tra detenuti comuni e di massima sicurezza, l'ampliamento del carcere rischia di comportare una negativa ricaduta sociale sul territorio astigiano. L'assessore Cotto ha spiegato il rischio che costituirebbe costruire una nuova struttura ad appena un chilometro di distanza dal fiume Tanaro che spesso a causa delle abbondanti precipitazioni è a rischio esondazione. Inoltre ha invitato a riflettere sulle conseguenze della riduzione delle aree verdi utili per contenere eventuali esondazioni. Il dottor D'Andria, preso atto della posizione contraria del Comune, si è impegnato a riferirle all'Amministrazione Penitenziaria
I garanti dei detenuti - I garanti Mellano e Ferlauto hanno fatto presente alcuni aspetti anche citati nell'ultimo Dossier. Ad esempio il fatto che per costruire la nuova sede carceraria sia necessario eliminare le aree verdi e il campo sportivo, privando la popolazione carceraria di queste risorse. E anche i problemi rappresentati dal dovere duplicare tutti i servizi e sazi (biblioteca, laboratori, socialità, scuola, infermeria e molti altri) per incompatibilità tra detenuti.
di Marco Croci
La Prealpina, 23 gennaio 2021
Momenti di tensione e lancio di oggetti dalle celle, ai Miogni intervengono numerose pattuglie di Polizia di Stato e carabinieri in tenuta antisommossa. Nessun ferito. Due lunghe file di furgoni blu della Polizia penitenziaria, alcuni con i lampeggianti accesi e altri no, fermi sotto la pioggia battente. A bordo, agenti in attesa. La scena che si è presentata nella tarda serata di ieri in via Morandi, davanti al carcere dei Miogni dove nel pomeriggio c'è stata una rivolta dei detenuti, era impressionante.
L'immagine rappresenta l'ultimo fotogramma di un pomeriggio complicato. Per cause ancora in fase di accertamento, alcune ore prima è scoppiata una sorta di rivolta all'interno del penitenziario, con il coinvolgimento di numerosi detenuti. In base a quanto emerso finora, in attesa di conferme ufficiali, molti reclusi - il numero preciso è ancora da quantificare - hanno divelto mobili e danneggiato estintori, lanciando oggetti giù dalle celle e fuori dalle finestre. Nel caos che si è innescato sarebbe pure stato manomesso il quadro elettrico, lasciando l'edificio al buio.
Sul posto è stato chiesto l'intervento di rinforzi e sono arrivate diverse pattuglie della Polizia di Stato e dei carabinieri: vista la situazione, agenti e militari si sono messi in assetto antisommossa e, tutti insieme, hanno fatto ingresso nell'edificio di via Morandi. Muniti di caschi, scudi e manganelli, poliziotti e carabinieri, insieme agli agenti della Penitenziaria, hanno passato in rassegna i due piani della struttura, sedando la rivolta e riportando nelle celle i detenuti che in quel momento - come previsto dalla normativa per quei settori - potevano stare all'esterno delle stanze.
Sul posto sono accorsi anche funzionari della Questura e ufficiali dell'Arma. Alla fine - e non senza fatica - è stata riportata la calma. Pare comunque che nessuno, né tra i detenuti né tra le forze dell'ordine, sia rimasto ferito. Non ci sono stati tentativi di evasione ma in serata alcune decine di detenuti sono state trasferite in altri penitenziari per alleggerire la situazione.
Ora le indagini proseguono su due fronti: chiarire con precisione quanti e quali detenuti abbiano partecipato alla rivolta, e capire perché si sia verificata questa situazione. Sempre stando alle prime notizie trapelate, alcuni facinorosi sarebbero già stati individuati. Resta il mistero sulle cause: la scintilla finale - ma pure su questo si attendono conferme - sarebbe stato uno screzio tra un detenuto e un agente della Penitenziaria, innescato al culmine di malumori che si registravano nell'istituto negli ultimi giorni.
A Varese sono poi giunti rinforzi della Penitenziaria anche da altre case circondariali del Milanese. I veicoli di servizio sono stati parcheggiati all'esterno dell'istituto, lungo via Morandi, sia in direzione del centro, sia verso via Crispi: almeno una ventina i mezzi arrivati da altre case circondariali. Tra questi, anche un pullman incaricato di raccogliere i detenuti da trasferire in altre carceri. I due piani delle sezioni aperte sono stati alleggeriti: le condizioni in cui sono stati ridotti, non sarebbero in grado al momento di garantire la detenzione di tutte le persone in totale sicurezza. Da qui, lo spostamento e la necessità di rinforzi. E i due serpentoni che con i loro lampeggianti blu hanno illuminato il buio della notte in via Morandi. Recentemente il carcere varesino era stato al centro della cronaca per la morte di un detenuto che aveva fatto puntare l'accento sull'assenza di personale sanitario nelle ore serali e notturne.
di Francesca Saglimbeni
L'Arena, 23 gennaio 2021
"Le misure alternative alla detenzione per le persone senza dimora". Se ne parlerà oggi alle 15.30, in un webinar organizzato dall'associazione Avvocato di strada grazie al finanziamento di Fondazione Cariverona, nell'ambito del progetto "Diritti ai margini".
Un tema molto caldo in questo momento in cui, oltre ai dibattiti storici sulla funzione riparativa/rieducativa della pena e sulla dignità della persona, entrano in gioco le criticità del sovraffollamento delle carceri e dei protocolli anti-contagio.
Punto nodale è l'ammonimento del Consiglio d'Europa, che negli ultimi anni ha spinto gli Stati membri ad adottare misure alternative alla detenzione sempre più̀ efficaci sia in un'ottica rieducativa, che general preventiva. indirizzo che in Italia è stato fortemente ricalcato dalla sentenza Torreggiani, che nel 2013 ha condannato il nostro Paese per i trattamenti inumani e degradanti ricevuti da ben 7 persone ristrette.
L'alternativa all'espiazione della pena dietro le sbarre c'è, e va in diverse direzioni, le quali saranno illustrate da Vincenzo Semeraro, magistrato di sorveglianza del Tribunale di Verona e l'avvocato Simone Giuseppe Bergamini, moderati dall'avvocata Sara Barbesi, penalista del foro di Verona e volontaria di Avvocato di Strada.
Il dialogo cercherà di sensibilizzare soprattutto verso una categoria di detenuti, ovvero i senza fissa dimora, per i quali l'accesso al sistema di esecuzione penale esterna non è sempre garantito in egual misura ad altri condannati. Chi non ha casa e vive in una situazione di estrema povertà̀, si scontra ancora con tutta una serie di difficoltà acuite da uno sradicamento dal territorio e vari ostacoli sociali. Per partecipare: Prenotazione obbligatoria su ZOOM: https://starthubconsulting.zoom.us/webinar/register/WN_zR3bVZvfSDOadTePonN1jQ
ilreggino.it, 23 gennaio 2021
Si tratta di un servizio di assistenza legale a titolo gratuito per tutti i coloro che non possiedono i requisiti per accedere al patrocinio a spese dello Stato. "Prosegue l'attività di consulenza ed assistenza legale della rete di Avvocati Marianella Garcia. I professionisti, che operano all'interno del centro comunitario Agape, offrono un servizio di volontariato professionale e prezioso - dichiara il Presidente Agape, Mario Nasone - che continua ad essere un punto di riferimento per quanti vivono situazioni di fragilità ed hanno necessità di tutela ed accompagnamento.
In un periodo così difficile, anche per le difficoltà delle persone ad accedere ai servizi pubblici e tenuto conto della pandemia incalzante, si deve prendere atto di come si siano acutizzati i problemi delle famiglie e dei singoli e il ricorso a questa forma di aiuto rappresenta un ausilio concreto, professionale e tempestivo, rivolto a quelle categorie di cittadini che in questo momento hanno bisogno di riscontri". Così come già è avvenuto in passato nei casi di donne vittime di violenze, di cittadini migranti, famiglie in crisi, madri sole, minori, gli Avvocati della "Marianella Garcia" offrono il loro volontario supporto. L'Avvocato Lucia Lipari, responsabile della MG, ha precisato inoltre che: "possono rivolgersi alla nostra rete anche servizi pubblici, associazioni e cooperative che si occupano di fasce deboli e che hanno esigenza di potere fruire di consulenza e di una tutela legale per le persone di cui si prendono carico. La lotta alla povertà può fare un salto di qualità solo ripensando ad un sistema di welfare capace di implementare le risorse, rendere più efficaci e mirati gli interventi e spingendo cittadini e professionisti a fare di più per la collettività".
Il servizio di consulenza e di assistenza legale può essere richiesto nelle giornate di lunedi e mercoledì dalle ore 15.00 alle 18.00, telefonando allo 0965/894706. Per le richieste che avranno bisogno di un colloquio in presenza sarà fissato un appuntamento, nel rispetto delle disposizioni di sicurezza vigenti, presso il Centro Comunitario Agape, in via P. Pellicano n. 21/h.
L'Ufficio Legale della Marianella Garcia garantisce così un servizio di assistenza legale a titolo gratuito per tutti i coloro che non possiedono i requisiti per accedere al patrocinio a spese dello Stato, presta ascolto, informa sui benefici di legge, assiste legalmente le fasce deboli ed orienta chi manifesta una richiesta d'aiuto.
Corrobora anche lo Sportello Minori e Diritti in collaborazione con il Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria, insieme ad altri partner quali Agape, Save The Children, Unicef e la Camera Minorile di Reggio Calabria; cura la formazione professionale e specialistica, svolge attività a tutela dell'etica nelle professioni e attività di promozione della cultura dei diritti. Opera in sinergia con altre realtà associative, enti ed organismi a livello regionale e nazionale, nonché con Istituzioni Pubbliche.
di Matteo Vercelli
L'Unione Sarda, 23 gennaio 2021
Nell'Isola il 5,4% dei detenuti frequenta percorsi accademici contro una media nazionale dell'1,4%. In Sardegna il 5,4% dei detenuti frequenta corsi universitari, contro l'1,4% registrato a livello nazionale. Un buon risultato, dunque, emerso durante la tavola rotonda on line su università e recupero sociale organizzata dalla Facoltà di Studi umanistici per celebrare i 400 anni dell'Ateneo cagliaritano.
A rivelare il dato è stato il Provveditore regionale all'amministrazione penitenziaria, Maurizio Veneziano, che ha definito il fenomeno "fortemente significativo di un'azione ben condotta in questa regione con il supporto dell'amministrazione penitenziaria nazionale, che ha saputo creare una rete interistituzionale in grado di far salire questo dato a livelli così importanti. In Sardegna siamo capofila di una progettualità che sarà certamente seguita e avallata nel resto d'Italia".
Dallo scorso anno l'Università di Cagliari ha attivato un Polo universitario penitenziario che garantisce la frequenza a corsi e seminari ai detenuti e alle detenute negli istituti di Uta e Massama che ne facciano richiesta. Un'attività che genera anche un indiretto risparmio di risorse: "Normalmente - ha aggiunto Veneziano - un detenuto costa allo Stato in media 300 euro al giorno. Tutto quello che spendiamo in cultura, istruzione, lavoro - elementi premianti del trattamento penitenziario che riducono la recidiva una volta terminata la pena - va a formare un grande valore economico".
Il riferimento è all'attività svolta dai Poli Universitari Penitenziari, istituiti dal 2018 in tutta Italia e operativi anche in Sardegna: "Abbiamo iniziato in una ventina di atenei - ha detto Franco Prina, Presidente Conferenza Nazionale dei Poli Universitari Penitenziari della Conferenza dei Rettori italiani - Oggi siamo 37 e copriamo regioni nuove, come Puglia e Sicilia, in cui stiamo attivando nuove convenzioni con i provveditorati. In totale l'anno scorso erano 920 i detenuti iscritti in università italiane che offrono questo servizio".
L'impegno dell'Università di Cagliari nelle carceri di Uta e Massama è stato testimoniato dal Rettore Maria Del Zompo: "L'unico ascensore sociale che funziona, l'unica realtà che può far cambiare di stato una persona è la cultura, la conoscenza - ha ricordato - Questo accade nella scuola e negli studi universitari: è con orgoglio che il nostro ateneo, grazie alla professoressa Cristina Cabras e alle altre istituzioni coinvolte, porta avanti un percorso difficile di recupero di persone che hanno sbagliato e che hanno voglia di riscattarsi".
Nei mesi scorsi l'Università di Cagliari ha garantito lezioni e seminari ai detenuti che ne hanno fatto richiesta, grazie all'impegno di decine tra ricercatori e unità di personale tecnico-amministrativo.
"Negli anni scorsi gli studi scientifici dello staff della prof.ssa Cabras - ha aggiunto Gianfranco De Gesu, Direttore Generale dei Detenuti e del Trattamento, Dipartimento Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia - hanno dimostrato che quando i detenuti delle colonie penali sarde avevano la possibilità di acquisire competenze attraverso lo studio, il tasso di recidiva crollava. L'incontro con il mondo universitario era quindi assolutamente necessario. Il Covid ha poi fatto sì che anche l'amministrazione penitenziaria adottasse collegamenti multimediali che hanno consentito anche in questo periodo la partecipazione dei detenuti ai corsi universitari".
All'incontro è intervenuto anche don Ettore Cannavera, fondatore della Comunità La Collina e per tanti anni cappellano nel carcere minorile di Quartucciu: "Dico sempre che devianti non si nasce, ma si diventa - ha detto - soprattutto quando non si ha avuto la possibilità di crescere culturalmente. Per questo l'impegno dell'Università nelle carceri è fondamentale: la maggior parte dei ragazzi però non ha accesso a questa possibilità, molti perché vivono ancora nell'analfabetismo. È importante che l'università ci aiuti a far crescere i nostri ragazzi nella cultura e nella stima di sé, perché tutti devono avere questa possibilità, anche quelli che sono finiti in carcere".
di Francesca Sabella
Il Riformista, 23 gennaio 2021
L'allarme del garante Ciambriello: "Gli ultimi dati sui contagi confermano che il carcere è tutt'altro che un luogo immune al virus, come invece dichiarato dalla politica e da incauti operatori della giustizia. Eppure i detenuti rientrano ancora tra gli "scartati" dal piano dei vaccini". Nel giorno in cui il commissario Domenico Arcuri annuncia che il vaccino ai reclusi sarà somministrato subito dopo gli 80enni, il garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello riaccende i riflettori sull'emergenza pandemica dietro le sbarre e sull'urgenza di somministrare il vaccino a chi vive tra le mura del carcere, ora che i numeri sono tutt'altro che rassicuranti.
In Campania sono 68 i detenuti risultati positivi al virus: uno all'interno del carcere di Santa Maria Capua Vetere e 64 in quello di Secondigliano, a loro se ne aggiungono altri tre che sono invece ricoverati in ospedale. Inoltre ci sono 53 contagiati tra agenti di polizia penitenziaria e personale sanitario. A preoccupare è anche l'isolamento imposto ai detenuti che hanno avuto contatti con persone positive al virus.
Nel penitenziario di Secondigliano, sono centinaia i reclusi sottoposti a quarantena precauzionale e fiduciaria che lunedì prossimo si sottoporranno al tampone per verificare la positività al virus. "Di fronte a questi numeri - commenta Ciambriello - bisogna attendere una quantità eccessiva di morti per parlare di carcere e Covid o il solo rischio è sufficiente per affrontare la questione? Se sono già decine di migliaia i contagiati in tutta Italia, molti nella sola Campania, le conseguenze sanitarie, fisiche, psicologiche di questo contagio vanno affrontate subito".
L'avanzata del Covid fa tremare le prigioni di tutto il Paese. Secondo i dati diffusi pochi giorni fa dal Ministero della Giustizia, sarebbero 666 detenuti positivi al Covid e circa 26 quelli che al momento necessitano di cure ospedaliere e sono quindi ricoverati. Cresce anche il numero di contagiati tra gli addetti ai lavori: 612 positivi tra agenti di polizia penitenziaria e personale penitenziario, altri 14 sono invece ricoverati in ospedale. Appare evidente la necessità di vaccinare la popolazione carceraria o, quantomeno, di iniziare a organizzare la campagna vaccinale stabilendo tempistiche e modalità di tale azione.
La battaglia per far sì che i detenuti vengano inseriti tra le categorie a rischio e quindi vaccinati tra i primi, è stata al centro dell'attenzione anche dell'Ordine degli avvocati di Napoli che si è mobilitato per portare alla ribalta l'emergenza Covid in carcere. È stata la prima iniziativa in questo senso da parte di un ente pubblico, l'impegno è scattato dopo lo sciopero della fame di Rita Bernardini, ex deputata dei Radicali, e gli appelli di penalisti e garanti.
"È giusto, come si sta già facendo, procedere alla vaccinazione degli operatori sanitari nelle carceri, così come per gli agenti di polizia penitenziaria e gli operatori - afferma il garante regionale dei detenuti - Mi chiedo, però, visti i focolai di contagio in tutta Italia, i detenuti malati cronici con età superiore a 60 anni che si trovano nei Sai (Servizi di Assistenza Intensificata) delle carceri, quando riceveranno questa possibilità, chiaramente sempre su base volontaria? O forse sono cittadini di "serie B", cosiddetti scartati? Il rischio è quello di un razzismo di ritorno verso persone che avrebbero diritto al vaccino ma non l'ottengono solo perché detenuti".
Infine, il garante sottolinea come, nella seconda fase di pandemia, il numero di detenuti in Campania che hanno beneficiato di misure premiali ed eccezionali sia stato estremamente esiguo: dei 250 che avrebbero potuto scontare residui pena a casa, solo 90 hanno lasciato il carcere.
"Mi auguro che la magistratura di sorveglianza discuta in tempi ragionevoli delle istanze di liberazione anticipata per consentire a quanti più detenuti possibile di ottenere la detenzione domiciliare con o senza braccialetto elettronico - conclude Ciambriello - Lo stesso vale per le istanze di l'affidamento in prova ai servizi sociali e di semilibertà, oltre che per i ristretti gravemente ammalati che potrebbero beneficiare del differimento dell'esecuzione della pena".
di Marina Lomunno
La Voce e il Tempo, 23 gennaio 2021
Mons. Cesare Nosiglia, tramite la nostra rubrica "La Voce dentro" del numero del 20 dicembre scorso, poiché causa l'emergenza Covid non ha potuto celebrare la consueta Messa di Natale nel carcere torinese "Lorusso e Cutugno", ha scritto una lettera di auguri per i ristretti adulti e per i giovani reclusi nel carcere minorile "Ferrante Aporti". Una detenuta ci ha inviato una lettera (che pubblichiamo) per ringraziare l'Arcivescovo, il nostro giornale e i lettori che hanno accolto l'appello di regalare un abbonamento ai carcerati.
Gentile Direttore, con questa lettera vorrei ringraziare la redazione e tutti coloro che si ricordano di noi detenuti come persone e pensano a noi con umanità. Ho letto la lettera che mons. Cesare Nosiglia, tramite il suo giornale, ha voluto inviarci e le chiedo di portagli i miei ringraziamenti per le parole di speranza chi ci ha donato.
Ci è mancata la Messa di Natale presieduta dall'Arcivescovo che mi ha cresimata qui in carcere nel 2017, ci sono mancati i volontari e anche la presenza della vostra giornalista che ci segue per il suo giornale che leggiamo grazie alla generosità di tanti suoi abbonati. Mi spiace che stia per finire il suo "mandato", anche perché mons. Nosiglia è un uomo vicino alla gente comune e che non ha paura di esporsi anche redarguendo i "detentori del potere".
Questo per me è importantissimo perché ci fa sentire meno soli, dà forza a quei lavoratori che stanno perdendo il lavoro, agli ultimi lasciati al freddo, agli anziani soli dona quell'affetto di cui una società troppo egoista spesso ne dimentica l'esistenza. Qui in carcere il 2020 è stato un anno devastante, in un luogo già chiuso e stringente per il corpo e l'anima, il tempo è diventato ancora più lungo e pesante.
Solo grazie ai cappellani durante il primo lockdown siamo riusciti a tenere viva la speranza e abbiamo deciso di evitare sterili rivolte o piagnistei. Come detenuti abbiamo scelto di rispettarci come persone e di divulgare il nostro appello, pubblicato sui alcuni giornali a fi ne dicembre, per chiedere un gesto di clemenza e in questo periodo di Pandemia misure meno affl ittive estese a tutta la popolazione detenuta. Per quanto mi riguarda, ho molta paura a tornare fuori nelle "vie del male" e sto facendo del mio meglio per tornare ad essere una donna che si vuol bene e non si spreca. Purtroppo il carcere è un ambiente duro e mi pesa molto stare lontana dai miei affetti e con persone "estranee", anche se la solidarietà e l'impegno tra alcune di noi non manca e ci unisce. Ma non siamo tutti uguali anche se, almeno tra "gli ultimi", bisognerebbe essere coesi e non farsi i dispetti.
Purtroppo il futuro è carico più di incertezze che di buon auspici specie per chi come me teme l'esclusione completa da un possibile reinserimento una volta scontata la mia pena. "Fuori" c'è una crisi spaventosa, qui i progetti di reinserimento al lavoro per le donne scarseggiano e mi chiedo ogni giorno con angoscia se ce la farò.
Ma non mi faccio "uccidere" dal vittimismo, lo combatto: con il lavoro di addetta alle pulizie, con lo studio universitario anche se con difficoltà perché la sezione del Polo universitario interna è per ora riservata ai detenuti maschi; e poi ho svolto volontariato presso l'Icam, la sezione speciale dove sono ristrette le mamme con bambini sotto i 6 anni: tutto ciò mi riempie le giornate e il cuore perché mi sento una persona migliore servendo il prossimo. Ricordo gli insegnamenti dei salesiani quando andavo l'oratorio Agnelli e la scuola salesiana che frequentavo.
Rivolgere la mia preghiera a Dio mi aiuta, mi rafforza e non mi fa sentire sola. E non è una vergogna per me essermi allontanata da certi "codici" della strada: temo solo che senza un progetto per il mio futuro e senza un lavoro la solitudine mi ci riporti dentro.
Fuori avevo scelto la deviazione, qui mi sto impegnando come non mai a crearmi un futuro e non sbagliare ancora. Poiché non ho una casa e un lavoro fuori, prego e aspetto con ansia che gli educatori mi diano una mano a trovare un lavoretto esterno come prevede l'art.21 per poter proseguire il percorso verso la libertà e una nuova vita. Grazie per l'attenzione che ci riservate, grazie all'Arcivescovo.
Lettera firmata
di Sergio D'Elia
Il Riformista, 23 gennaio 2021
Nel 2020 è successo un miracolo nella terra di Allah. Dopo essere stato per anni uno dei carnefici più prolifici al mondo, l'Arabia Saudita si è concessa una tregua. Ha tagliato meno teste: "solo" 27. Di solito l'esecuzione avviene nella città dove è stato commesso il crimine, in un luogo aperto al pubblico vicino alla moschea più grande. Il condannato è portato sul posto con le mani legate e costretto a chinarsi davanti al boia, il quale sguaina una lunga spada tra le grida della folla che urla "Allahu Akbar!" (Dio è grande).
A volte, quando il reato commesso è considerato particolarmente brutale, alla decapitazione segue anche l'esposizione in pubblico dei corpi dei giustiziati. È il boia stesso a fissare la testa mozzata al corpo per poi farlo pendere per circa due ore dalla finestra o dal balcone di una moschea o fissarlo a un palo, durante la preghiera di mezzogiorno. Talvolta i pali formano una croce, da cui l'uso del termine "crocifissione". Benvenuti in Arabia Saudita, dove regna la legge islamica dura e pura. L'unico paese al mondo a mozzare la testa come metodo per eseguire sentenze capitali in base alla Sharia. L'antico principio del Codice di Hammurabi, la legge del taglione, detta anche pena del taglio, nel Regno di Saud ha trovato la sua applicazione letterale.
Negli ultimi anni, l'Arabia Saudita, insieme a Cina e Iran, aveva sempre conquistato il terribile podio dei primi tre Paesi-boia del pianeta, piazzandosi sul gradino più basso, il terzo, ma pur sempre un posto non invidiabile per chi ha a cuore i diritti umani e ritiene intollerabile che nel terzo millennio vi siano ancora Paesi che per fare giustizia lapidano, decapitano, impiccano, fucilano o avvelenano esseri umani.
Nel 2020 è successo un miracolo nella terra di Allah. Dopo essere stato per anni uno dei carnefici più prolifici al mondo, il boia con la spada si è concesso una tregua. Ha tagliato meno teste: "solo" 27, un numero drasticamente ridotto dopo il "lavoro straordinario" compiuto nel 2019 e nel 2018 con, rispettivamente, 184 e 144 teste mozzate.
Mentre l'omicidio, secondo l'interpretazione saudita della Sharia, è compreso tra i reati "hudud" per i quali il Corano prevede esplicitamente una pena inderogabile, la decapitazione, i reati legati alla droga sono considerati "ta'zir": il crimine e la punizione non sono definiti nell'Islam, sono a discrezione del giudice. Ciò nonostante, l'ideologia proibizionista ha sempre dato un contributo consistente alla pena del taglio in Arabia Saudita.
Nel nome della guerra alla droga, negli ultimi anni sono state effettuate decine e decine di esecuzioni. Sentenze discrezionali per reati "ta'zir" hanno portato a condanne a morte irragionevoli. Molti di coloro che sono stati giustiziati per droga erano spesso trafficanti di basso livello provenienti quasi tutti dai Paesi poveri del Medio Oriente, dell'Africa e dell'Asia. Avevano poca o nessuna conoscenza dell'arabo e non erano in grado di comprendere o leggere le accuse contro di loro in tribunale.
Spesso non sapevano di essere stati condannati a morte e, in molti casi, neanche che il loro processo si era concluso. Alcun di loro hanno potuto capire ciò che gli stava accadendo solo all'ultimo momento, quando le guardie hanno fatto irruzione nella cella, hanno chiamato la persona per nome e l'hanno trascinata fuori con la forza per portarla sul luogo dell'esecuzione. Nel 2020, invece, le decapitazioni per droga sono state "solo" 5, avvenute tutte a gennaio, prima dell'entrata in vigore di una nuova legge, emanata per decreto reale come di solito accade, che ordina l'interruzione di tali esecuzioni.
L'anno scorso il Regno saudita ha anche abolito la pena di morte per crimini commessi da minori e ha ordinato ai giudici di porre fine alla pratica della fustigazione pubblica, sostituendola con il carcere, multe o servizi di pubblica utilità. Dietro questi cambiamenti, v'è sicuramente il principe ereditario Mohammed bin Salman che, nel suo tentativo di modernizzare il Paese, attrarre investimenti stranieri e rinnovare l'economia, ha guidato una serie di riforme che riducono il potere dei wahhabiti ultraconservatori, fautori di una rigida interpretazione dell'Islam.
"La moratoria sui reati legati alla droga significa che il Regno sta dando una seconda possibilità ai criminali non violenti", ha detto la Commissione saudita per i diritti umani, per la quale il cambiamento rappresenta un segno che il sistema giudiziario saudita si sta concentrando sulla riabilitazione e sulla prevenzione piuttosto che esclusivamente sulla punizione.
Secondo Human Rights Watch, la diminuzione delle esecuzioni è un segno positivo, ma le autorità saudite devono anche fare i conti con un "sistema di giustizia penale orribilmente ingiusto".
Mentre le autorità annunciano le riforme, i pubblici ministeri sauditi chiedono ancora la pena di morte nei confronti di oppositori politici per nient'altro che le loro idee pacifiche, i giudici continuano a condannarli a morte e l'uomo con la spada li attende davanti alla moschea più grande per staccargli la testa tra le grida della folla che urla "Allahu Akbar!".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 23 gennaio 2021
La donna, sposata con un italiano, vive con la figlia minore nel nostro Paese dal 2018. Rischia 10 anni per dei biglietti di viaggio, quasi tutti rimborsati. Senza battere ciglio, il governo italiano ha concesso l'estradizione richiesta dalle autorità russe nei confronti di una donna, madre di una bambina di sette anni, e questo nonostante che sia stata minacciata da un importante politico aderente al partito di Putin con queste testuali parole: "Utilizzeremo tutte le nostre risorse e le nostre partnership amichevoli sul territorio italiano!".
Non solo. L'Italia - nonostante una importante patologia della donna - non ha chiesto nemmeno riassicurazioni sul luogo di detenzione dove verrà tradotta, sulle condizioni del sovraffollamento e sulle condizioni igieniche anche in relazione al Covid 19. Come se non bastasse, per il nostro governo, non è rilevante il fatto che ad effettuare le indagini e ad inquisire la donna, sia un procuratore russo che sarebbe stato truffato dalla agenzia di viaggi gestita dalla donna. Il condizionale è d'obbligo, visto che in seguito quasi tutti i clienti sono stati rimborsati.
Anastasia Chekaeva sottoposta a procedimento penale per una presunta truffa - Per questa vicenda lei rischia 10 anni di carcere. Ora la donna è stata tradotta nel carcere di Sassari, e da un momento all'altro arriveranno le autorità Russe per prelevarla e rinchiuderla, in via preventiva, in un luogo detentivo che potrebbe anche costarle la vita. Una storia davvero drammatica e seguita dall'avvocata Pina Di Credico Del foro di Reggio Emilia e dall'avvocato Fabio Varone del foro di Nuoro. Parliamo di Anastasia Chekaeva, cittadina della federazione Russa, sottoposta nel suo Paese a procedimento penale per presunti fatti di truffa perché - addetta a una agenzia di viaggi presso il centro commerciale "Galleria Chizhov" nella città di Voronezh -, si sarebbe appropriata di somme pagate dai clienti per l'acquisto di viaggi organizzati poi non forniti. Parliamo di un importo complessivo inferiore a 20.000 euro. In seguito rimborserà quasi tutti. Tranne chi? Il procuratore russo che ha deciso di inquisire lei e il marito di cittadinanza italiana, titolare dell'agenzia.Ma si aggiunge un altro problema.
Contro di lei si sono accaniti due uomini del partito di Putin - Il legale rappresentate della "Galleria Chizhov" è Klimentov Andry Vladimirovich, vice Presidente della Commissione per il Lavoro e la Protezione Sociale della popolazione. Ma il pezzo grosso è il fondatore della Galleria: Chizhov Sergey Viktorovich, dal 2007 deputato della Duma di Stato della Russia. Entrambi sono noti e discussi esponenti politici del partito "Russia Unita", il cui leader è Vladimir Putin. Sono loro che si sono ferocemente accaniti per vendicarsi della "cattiva pubblicità" causata dal processo contro l'agenzia che ospitano nella loro galleria. Una rabbia dovuta anche alle relative strumentalizzazioni politiche da parte degli oppositori. Non a caso, Klimentov, ha scritto un messaggio nei confronti dell'italiano F. Crespi, titolare dell'agenzia di viaggi e marito della Chekaeva, con parole di questo tenore: "Le conseguenze saranno molto brutte!".
Com'è detto, i clienti dell'agenzia di viaggio sono stati quasi tutti risarciti. Tra quelli che ancora dovevano essere rimborsati c'è il procuratore nel distretto di Leninsky presso la città di Voronezh, e si tratta della stessa Procura che ha aperto il procedimento e svolto le indagini. Sulla base di tali accuse, l'Autorità giudiziaria russa ha avviato un procedimento penale nei confronti della Chekaeva, ma - come risulta dagli atti del processo - l'ha tenuta sempre all'oscuro, al fine di precostituirsi il titolo per poter emettere a suo carico un provvedimento di carcerazione preventiva e domandare la successiva estradizione all'Italia. Il marito è italiano e per lui l'estradizione non poteva essere chiesta. Ecco perché il procuratore ha preferito accusare solo la donna, tra l'altro semplice dipendente dell'agenzia. "A dimostrazione che la Chekaeva non si sia allontanata dal territorio della Federazione russa per sottrarsi al procedimento - spiegano a Il Dubbio gli avvocati Pina Di Credico e Fabio Varone -, è provato dal fatto che è da tempo titolare di carta d'identità italiana e di regolare permesso di soggiorno, vive stabilmente in territorio italiano con la figlia minore, cittadina italiana di sette anni, entrambe domiciliate in Italia dal 4 gennaio 2018 e residenti in un piccolo comune in provincia di Sassari".
In Italia rigettati i ricorsi e le istanze della difesa - L'autorità giudiziaria italiana, sia nella fase giurisdizionale (Corte d'appello e Corte di Cassazione) che precede la decisione di consegna del ministro, sia nella fase amministrativa (Tar e Consiglio di Stato) successiva alla decisione, ha rigettato i ricorsi e le istanze della difesa (comunicati al ministero), nonostante la insussistenza oggettiva delle condizioni legittimanti l'estradizione.
"È stato violato - denunciano gli avvocati della Chekaeva - sia il diritto al giusto processo, sancito dall'articolo 6 della Convenzione Europea dei diritti dell'uomo, ratificata dall'Italia e dalla Russia, sia il diritto a non subire trattamenti crudeli, disumani o degradanti, stabilito dall'articolo 3 della stessa Convenzione, tenuto conto della situazione di sovraffollamento e delle gravissime condizioni igienico-sanitarie della popolazione carceraria della Federazione Russa, in particolare dei centri di detenzione preventiva (Sizos), come risulta dalla copiosa documentazione prodotta nei vari giudizi". Una situazione ulteriormente aggravata dalla emergenza sanitaria dovuta alla diffusione dei contagi da Covid-19 proprio nelle carceri russe, circostanza anch'essa documentata anche in relazione alle particolari condizioni di salute della Chekaeva.
I legali, inoltre, sottolineano che risulta anche violato il diritto della figlia minore, cittadina italiana, a conservare il rapporto con la madre, in violazione della Convezione europea sull'esercizio dei diritti dei minori (ratificata dall'Italia e non ancora dalla Federazione Russa, nonostante la sua sottoscrizione), considerato che la vita della bambina è radicata in Italia, ove risiede da tre anni, né potrebbe trasferirsi in territorio russo, dove ovviamente la Chekaeva non potrebbe assisterla.
Inoltre, il 28 ottobre 2020, è stata inoltrata al ministero sia una istanza di riesame della decisione di consegna per la violazione dell'art. 14 della Convenzione europea di estradizione - ratificata dall'Italia e dalla Federazione Russa - poiché l'Autorità giudiziaria russa, nell'ambito dello stesso procedimento penale per il quale aveva richiesto l'estradizione, ha posto sotto processo la Chekaeva per reati di truffa diversi rispetto a quelli oggetto della domanda estradizionale. "Su tale istanza di riesame il ministero - denunciano sempre gli avvocati Di Credico e Fabio Varone - non ha mai comunicato alcuna decisione".
Ieri la Corte d'appello di Sassari ha sottoposto la Chekaeva alla custodia cautelare in carcere - Nonostante ciò, il governo ha dato corso all'esecuzione della estradizione, poiché la Corte d'appello di Sassari, in data 22 gennaio 2021, su sollecitazione del governo stesso, ha sottoposto la Chekaeva alla misura della custodia cautelare in carcere al fine della sua consegna alla Federazione Russa e alle autorità di Putin.
"Il tutto - denunciano con forza i legali della donna - sta avvenendo in piena pandemia mondiale per la diffusione del virus Covid-19 che avrebbe dovuto indurre il nostro ministero quantomeno a sospendere la consegna in attesa del miglioramento delle condizioni sanitarie".
Ma da un momento all'altro potrebbero arrivare le autorità russe per portarla in un Paese dove lo stato di diritto è quasi del tutto inesistente. Nel frattempo gli avvocati Pina Di Credico e Fabio Varone faranno ricorso alla Cedu. Ma non c'è tempo, il nostro governo dovrebbe come minimo sospendere l'estradizione. Inoltre c'è una bambina che potrebbe rimanere da sola. Il padre è costretto a lavorare in Svizzera per poter sfamare la famiglia. La madre invece, rischia di essere rinchiusa per 10 anni. Il tutto per dei biglietti di viaggio, tra l'altro quasi tutti imborsati.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 23 gennaio 2021
Polizia e paramilitari hanno adottato torture e ingiustificate detenzioni come metodo di contenimento delle proteste. Numerose le violazioni dei diritti umani durante le proteste di Maidan in Ucraina. Così la Corte europea dei diritti dell'uomo con diverse sentenze (ricorsi nn. 15367/14, 12482/14, 39800/14, 42753/14, 43860/14, 21429/14 e 58925/14) ha stigmatizzato come torture e attentati alla sicurezza e alla libertà personale le azioni di repressione della protesta operate dalle forze dell'ordine e da corpi paramilitari. I giudici della Corte europea, all'unanimità, hanno affermato l'avvenuta violazione di diversi diritti umani tutelati dalla convenzione Cedu: articolo 3 (divieto di tortura e trattamenti inumani o degradanti); articolo 5, paragrafi 1 e 3 (diritto alla libertà e alla sicurezza); articolo 11 (libertà di riunione e associazione); articolo 2 (diritto alla vita); articolo 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare).
I fatti sono quelli noti per la cronaca come le proteste di Maidan, dal nome della piazza principale di Kiev, e quelli delle manifestazioni tenutesi in altre città dell'Ucraina. E sotto la lente della Corte Cedu sono finite le attività di contrasto a tali proteste, ma soprattutto le modalità con cui sono state realizzate: dalla dispersione dei manifestanti alla loro detenzione, dal rapimento di attivisti ai maltrattamenti loro inflitti. Tutti i ricorrenti davanti alla giustizia europea, erano stati coinvolti negli scontri con la polizia o con gli agenti non statali, accusati gli uni e gli altri di avere impiegato modi brutali verso i manifestanti, a cui sarebbe stato negato il diritto a manifestare, anche con detenzioni ingiustificate e, in un caso, con l'omicidio.
Per la Corte è stata raggiunta la prova che la repressione sia stata deliberatamente condotta con violenza e maltrattamenti. Da cui la responsabilità dello Stato, che si sarebbe affidato proprio a tali mezzi illegali e contrari al rispetto dei diritti umani, al fine di far rientrare le proteste. Quindi una vera e propria strategia di umiliazioni e violenze tali da fiaccare i manifestanti. La protesta prende l'avvio nel 2013 quando lo Stato ucraino pone nel nulla l'accordo di associazione con l'Unione europea e culminerà nei moti "rivoluzionari" del 2014.
- Tik Tok bloccato in Italia per la morte della bimba: "Nessun controllo sull'età"
- Etiopia, la fuga degli invisibili: sangue e fame nel caos genocida
- Vaccinazione Covid, Arcuri: dopo gli over 80 toccherà ai detenuti
- Emergenza Covid nelle carceri, Rita Bernardini riprende lo sciopero della fame
- Coronavirus, un piano urgente contro i focolai in carcere











