di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 29 aprile 2021
La Cassazione chiarisce, con la sentenza n. 16120/2021, la piena applicabilità ai procedimenti camerali di sorveglianza ed esecuzione della causa di nullità per violazioni del diritto di difesa dovuti all'assenza della parte o del difensore.
Sbaglia il tribunale che ritiene "non indispensabile" la presenza del difensore di fiducia nell'ambito di un procedimento camerale. Se vi è stata la nomina da parte dell'imputato e l'assenza dell'avvocato non è una sua colpa il giudice non può sostituirlo con un difensore d'ufficio. La Cassazione di fatto chiarisce, con la sentenza n. 16120/2021, la piena applicabilità ai procedimenti camerali di sorveglianza ed esecuzione della causa di nullità per violazioni del diritto di difesa dovuti all'assenza della parte o del difensore.
Quindi scatta nullità della decisione e di tutti gli atti conseguenti se il giudice nomina difensore d'ufficio dell'imputato quando questi ne abbia nominato uno di fiducia, il quale risulti impossibilitato a partecipare all'udienza per legittimo impedimento ovviamente tempestivamente comunicato. E ciò vale, a maggior ragione, se l'"impedimento" è dovuto a un disguido tecnico delle strutture del tribunale che avrebbero dovuto garantire la partecipazione del legale di parte tramite videoconferenza, a cui aveva acconsentito, ma che non è stato possibile attivare.
A fronte di tale impossibilità il giudice non poteva procedere, ovviando al problema, attraverso la nomina d'ufficio del difensore. E non poteva giustificare come legittimo il "rimedio "della difesa d'ufficio poiché si trattava di procedimento camerale. Il diritto di difesa nella sua piena espressione non è infatti comprimibile in procedimenti de libertate come quelli del caso concreto.
Il ricorrente aveva fatto istanza per ottenere i domiciliari e il suo avvocato di fiducia aveva acconsentito - data l'emergenza attuale - a prestare la propria assistenza da remoto tramite collegamento di videoconferenza. Ma rilevato il problema tecnico non dovuto al legale di parte bensì agli uffici del giudice questi non poteva superare l'assenza sostituendolo d'ufficio fuori dalle ipotesi previste dalla legge.
fanpage.it, 29 aprile 2021
Pasquale trovato morto in cella: picchiato ogni notte. Stando ai fatti, a quello che la polizia e la Procura hanno dichiarato ufficialmente, Lucia Amato sa soltanto che la mattina del 20 marzo suo fratello Pasquale è stato trovato morto in cella, nient'altro. Soltanto una settimana dopo, quando è andata di fronte al carcere di Cuneo per una manifestazione, ha ricevuto una lettera anonima da parte di un detenuto che le ha rivelato che suo fratello sarebbe stato trovato impiccato in cella, dopo giornate e nottate di continui pestaggi.
La versione dell'impiccagione trova per ora conferme nella dichiarazione del garante dei detenuti della Regione Piemonte, Bruno Mellano, che ha dichiarato di aver ricevuto la notizia del suicidio di Pasquale Amato nella mattina del 20 marzo. "Ho raccolto le notizie e sto cercando di farmene un'idea - spiega Bruno Mellano - una ricostruzione che abbia il senso sicuramente di un percorso che ha visto il fallimento del carcere, della presa in carico del soggetto e di noi.
Varie istituzioni che non siamo riusciti a proteggere Pasquale Amato forse da sé stesso". Pasquale era al carcere di Cuneo da appena venti giorni, però, ed era un paziente affetto da una malattia psichiatrica cronica. "Era affetto da schizofrenia - racconta Lucia Amato - e aveva bisogno di cure continue, di parlare con uno psicologo. Noi nemmeno sapevamo che era lì, pensavamo fosse a Biella, non ci hanno detto nulla.
Io non riesco più a dormire, mi immedesimo nei suoi ultimi giorni e vado fuori di testa a pensare a cosa possa essergli successo". Più di un dubbio infatti affligge la famiglia Amato, che ha chiesto che un consulente di parte fosse presente all'autopsia, effettuata il 24 marzo. La procura di Cuneo infatti, come atto dovuto per permettere le indagini, ha aperto un'inchiesta contro ignoti per omicidio colposo.
"L'autopsia, quando usciranno i risultati tra 60 giorni - spiega l'avvocato degli Amato Andrea Lichinchi - sarà in grado di darci ulteriori elementi". "Vogliamo sapere - insiste Lucia Amato - se mio fratello riceveva le cure che doveva ricevere per la sua malattia, se ha subito delle percosse, se gli è successo qualcosa prima. Non crediamo che si possa essere suicidato".
La Nuova Sardegna, 29 aprile 2021
Due reclusi e un agente penitenziario sono ritenuti responsabili della morte di Marco Erittu avvenuta nel 2007 a San Sebastiano. Ergastoli confermati dalla Cassazione per tre sardi accusati dell'omicidio nel carcere di San Sebastiano, a Sassari, del detenuto Marco Erittu, trovato senza vita in cella il 18 novembre del 2007, morte archiviata inizialmente come suicidio.
Il carcere a vita resterà tale per Pino Vandi e Nicolino Pinna, all'epoca reclusi nel penitenziario sassarese, e per l'agente penitenziario Mario Sanna. Tutti e tre erano stati assolti in primo grado, sentenza poi ribaltata in appello. Ora la Suprema corte ha respinto la richiesta del collegio difensivo - Agostinangelo Marras, Franco Luigi Satta, Gabriele Satta, Patrizio Rovelli, Fabrizio Rubiu e Luca Sciaccaluga - e ha confermato per tutti l'ergastolo.
Gli inquirenti avevano riaperto le indagini dopo quattro anni, sulla base delle dichiarazioni del super-pentito Giuseppe Bigella. L'uomo, reo confesso e già in carcere per un altro omicidio, si era autoaccusato del delitto e aveva chiamato in correità altre tre persone: i detenuti Pino Vandi e Nicolino Pinna e l'agente Mario Sanna. Gli imputati erano stati assolti in primo grado perché i giudici della Corte d'assise non avevano ritenuto attendibile il pentito, considerato un millantatore che avrebbe avuto come obiettivo uno sconto di pena. Di diverso avviso i giudici di appello: per loro il racconto di Bigella era di una "logica ferrea".
di Massimiliano Cassano
Il Riformista, 29 aprile 2021
In cella con meno di tre metri quadri a disposizione, così come indicato dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo. La Cassazione ha confermato il risarcimento del danno per un ex recluso nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, che per poco più di un anno, tra il 2010 e il 2011, era rimasto con altri cinque detenuti nei reparti Tevere e Volturno dell'istituto Francesco Uccella, in celle però omologate per quattro.
Il Ministero della Giustizia era stato condannato nel 2018 dal Tribunale di Isernia al pagamento di un risarcimento per l'uomo quantificato in quasi 3mila euro. L'ex detenuto aveva deciso di rivolgersi ai giudici dopo aver finito di espiare la pena ai domiciliari. Il dicastero aveva impugnato il ricorso presupponendo che l'azione risarcitoria fosse decaduta: la norma prevede infatti che questa venga esercitata entro sei mesi dalla cessazione dello stato di detenzione.
Il collegio giudicante della Suprema corte ha sancito un principio destinato a rappresentare un importante precedente in materia. Devono infatti ritenersi equivalenti le espressioni che si riferiscono da un lato alla "cessazione dello stato di detenzione" e dall'altro alla "cessazione della espiazione della pena detentiva", in quanto entrambe coincidono con il fine pena, "ossia con l'esaurimento della esecuzione della pena detentiva, indipendentemente dalle modalità di esecuzione della stessa". L'uomo aveva finito di espiare la pena agli arresti domiciliari il 20 ottobre 2015, e ha presentato il ricorso il 19 aprile 2016, quindi entro i sei mesi dal termine dell'esecuzione della pena detentiva. Non c'è stata quindi decadenza, considerando il periodo di detenzione domiciliare.
immediato.net, 29 aprile 2021
Sale a 45 il numero di detenuti contagiati dal Covid nel carcere di Foggia. È quanto emerge dal report nazionale del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, aggiornato al 26 aprile. Rispetto a quattro giorni prima, quando nel penitenziario foggiano i detenuti positivi erano 30, adesso ne sono stati registrati 45, 5 dei quali ricoverati in ospedale.
Nello stesso carcere ci sono anche 11 agenti, per complessivi 56 casi Covid. In totale, nelle carceri pugliesi, il numero dei positivi è di 120 tra detenuti, agenti di Polizia penitenziaria e personale amministrativo. In particolare risultano positivi 80 detenuti, ai quali si aggiungono 32 poliziotti e 8 amministrativi. Oltre Foggia, le carceri pugliesi con più casi sono quelle di Bari con 24 contagi (18 detenuti, 4 agenti e 2 amministrativi), Lecce con 18 contagi (3 detenuti, 12 poliziotti e 3 amministrativi), San Severo con 11 casi (tutti detenuti, due dei quali ricoverati in ospedale).
di Concita De Gregorio
La Repubblica, 29 aprile 2021
Ci sono i vicini che denunciano, infastiditi da quell'uomo non ancora cinquantenne, in sedia a rotelle, afflitto da quando aveva 16 anni da un'artrite reumatoide gravissima che oggi gli impedisce di camminare e di usare le mani. Bisogna immaginarseli, questi vicini. Perché l'Italia è così: pullula di condomini pronti a portarti la spesa se hai bisogno, ma almeno altrettanti sono quelli che sbirciano dallo spioncino e chiamano il 113 se annaffi piante sospette in giardino.
Che la cannabis, per Walter De Benedetto, non fosse un vizio attempato ma una necessità di cura alleviare il dolore, riuscire a dormire - era evidente, ma attenzione: la legge tutela l'anonimo che denuncia chi commette un reato. Ed è giusto, per carità. I pentiti, gli informatori, ogni altra risorsa umana utile a sgominare il crimine: benvenuti.
Dunque, quello che è sbagliato, qui, è che coltivare cannabis sia un reato. Se sei malato, ne hai bisogno per curarti, se la sanità pubblica - come ha testimoniato parlando anche di sé Emma Bonino - non è in condizione di fornirti la quantità di farmaci che ti è necessaria: fai da te. De Benedetto è stato assolto: una sentenza storica, si è scritto. Perfetto.
Ma la marijuana, come ognun sa, è in uso anche fra chi non soffre di patologie degenerative. Chiedete in giro, se avete ragazzi sottomano, da chi se la procurano. Date un'occhiata ai report su chi gestisce il commercio. Poi, se il tema sono le destre e la chiesa, affacciatevi in Spagna, per esempio: dove la destra di Franco ha lasciato un'eredità lunga fin qui e l'Opus Dei è più potente del primo ministro. Non è questo, il punto. È un alibi. Si può fare, volendo. Se non si fa è perché non si vuole. Tutti.
di Luca Kocci
Il Manifesto, 29 aprile 2021
Si sblocca l'iter del disegno di legge: sarà calendarizzato al senato. Tutto il centrodestra contrario, la Cei vede rischi di "intolleranza". Si sblocca al Senato il disegno di legge contro l'omotransfobia. Ma il cammino si preannuncia accidentato: il relatore del provvedimento sarà infatti il leghista Andrea Ostellari, che più di tutti in queste settimane si è impegnato per far arenare la norma contro le discriminazioni e le violenze per orientamento sessuale, genere e identità di genere, abilismo.
Ieri mattina, dopo settimane che hanno visto contrapposti da un lato i sostenitori della legge, che hanno promosso flash-mob e campagne social per l'avvio dell'iter del testo già approvato alla Camera nello scorso novembre, e dall'altro l'opposizione e l'ostruzionismo di Fratelli d'Italia e soprattutto della Lega, la Commissione giustizia di Palazzo Madama ha dato il via libera al ddl Zan (dal nome del deputato del Pd, Alessandro Zan, che lo ha presentato a Montecitorio).
Ogni gruppo parlamentare ha indicato tre provvedimenti considerati prioritari. Fra questi c'era anche il ddl Zan, che è passato con 13 voti favorevoli di Pd, M5s, Leu e Italia Viva e 11 contrari, di tutto il centrodestra, compreso quello di governo (con poche eccezioni in Forza Italia), che ora accusa la sinistra di aver spaccato la "santa alleanza" costruita attorno a Mario Draghi ("per una questione ideologica si va a infrangere l'unità a sostegno del governo, così si avvelena il clima", ha attaccato il senatore leghista Simone Pillon).
Entro il mese di maggio il ddl sarà incardinato in Commissione giustizia. Successivamente la stessa Commissione definirà un calendario dettagliato, stabilendo l'inizio dell'esame del provvedimento e le eventuali audizioni.
Il cammino è quindi cominciato. Ma i tempi non saranno brevissimi, e soprattutto c'è il nodo del relatore. Ostellari, senatore della Lega - la forza politica maggiormente ostile alla legge contro l'omotransofobia, insieme a Fratelli d'Italia e a una parte consistente di Forza Italia -, è il presidente della Commissione giustizia di Palazzo Madama, che si è tolto i panni di arbitro super partes per assumere quelli di giocatore. "Il regolamento prevede che il relatore di ciascun disegno di legge sia il presidente della commissione, che ha la facoltà di delegare questa funzione ad altri commissari - ha dichiarato Ostellari. Poiché sono stato confermato presidente, grazie al voto della maggioranza dei componenti della Commissione, per garantire chi è favorevole al ddl e chi non lo è, tratterrò questa delega".
"Dispiace che il presidente Ostellari abbia ritenuto di assumere il ruolo di relatore - ha replicato la senatrice dem, Monica Cirinnà -. In queste settimane ha dimostrato, purtroppo, di non avere a cuore l'imparzialità del suo ruolo: sono curiosa di capire come eserciterà, a questo punto, quello di relatore". E Laura Boldrini, che alla Camera aveva presentato un analogo provvedimento, poi confluito nel ddl Zan: "Il fatto che il leghista Ostellari nomini se stesso come relatore è un atto di prepotenza per perdere altro tempo. L'omotransfobia e la misoginia feriscono le vite delle persone. Per questo va approvata subito la legge".
Uno degli attori extraparlamentari che potrebbe giocare un ruolo fondamentale nell'approvazione o meno della legge è il mondo cattolico, se avviasse una vera e propria "crociata" contro il ddl Zan, come peraltro fatto in passato verso altri provvedimenti. Quello conservatore, come le associazioni del Family Day, che già annunciano manifestazioni di piazza: "Una parte di maggioranza vuole tenere il Parlamento occupato a parlare di un testo divisivo, che introduce nell'ordinamento un vago e pericoloso concetto di identità di genere, che apre a derive liberticide e all'indottrinamento nelle scuole tramite corsi affidati alle sigle lgbt, rallentando così la discussione e l'approvazione delle riforme necessarie per implementare il Recovery plan".
Ma anche quello istituzionale, con una nota della Presidenza della Cei, che continua a considerare il provvedimento un rischio per la libertà di opinione e a vedere quello che nella norma proprio non c'è: "Una legge che intende combattere la discriminazione non può e non deve perseguire l'obiettivo con l'intolleranza, mettendo in questione la realtà della differenza tra uomo e donna".
di Stefano Bocconetti
Il Manifesto, 29 aprile 2021
Contro questo testo tante associazioni per le libertà digitali hanno provato ad opporsi negli anni e nei mesi scorsi. Perché è intitolato alla lotta al terrorismo ma col terrorismo ha poco a che fare. E si avvicina tanto alla censura.
"Via libera ad Orban". O a quelli come lui. Via libera, senza neanche un voto. Ed è quest'ultima, forse, la cosa che allarma di più: la sottovalutazione. Accade in Europa, a Strasburgo. E che sia un "via libera" a chi viola sistematicamente i diritti, lo dice - fra i tanti - anche "Liberties.Eu", la più che moderata organizzazione europea, che segue da vicino tutto ciò che riguarda le legislazioni digitali. Organizzazione che fa solo comunicati sobri, senza tante definizioni. Stavolta non si attiene al suo stile. Segno che qualcosa di grave è accaduto.
E' successo infatti che - dopo anni di discussioni serrate, di scontri, di mobilitazioni - è stato approvato il nuovo regolamento contro il terrorismo on line. Senza un dibattito, né un voto in aula. Lo consente lo Statuto generale, negli articoli 67 e 68: prevedono che se non ci sono "proposte alternative, né emendamenti, né richieste di abrogazione", l'atto si considera approvato così com'è formulato.
Ed è esattamente quel che è avvenuto, quand'è passato per "mancanza di opposizione" - diciamo così - il testo nella formulazione varata a gennaio dalla "commissione libertà civili", nome che oggi suona ancora più sarcastico. Regolamento che, a sua volta, era frutto di una trattativa fra governi e l'esecutivo europeo. Un testo al quale tante associazioni per le libertà digitali hanno provato ad opporsi negli anni e nei mesi scorsi. Un regolamento, insomma, intitolato alla lotta al terrorismo ma che col terrorismo ha poco a che fare. E si avvicina tanto alla censura.
In tutte le sue parti. A cominciare dall'obbligo - imposto ai provider - di cancellare i messaggi sui social entro un arco di tempo brevissimo. Un'ora, appena un'ora (norma dalla quale sono esclusi solo i piccolissimi provider). Imperativo che riguarda da vicino i diritti civili: perché per poter dare forma a quest'obbligo, chi gestisce i social ha un solo strumento a disposizione, i filtri. I filtri automatici. Gli unici strumenti in grado di poter intervenire in sessanta minuti.
Filtri automatici, dunque, quelli che bloccano senza l'intervento dell'uomo un tweet, un messaggio, un post, se rilevano la parola "jiahd", la parola attentato. O come è stato denunciato recentemente quando leggono la parola palestinesi. Cancelleranno tutto, entro un'ora. Anche i commenti di denuncia. Come se i terroristi usassero i social mainstream per scambiarsi opinioni, come se usassero un linguaggio ufficiale. Come se non fosse stato semplice, per l'assassino della moschea neozelandese due anni fa, superare i blocchi di FaceBook e mandare in diretta il filmato della sua strage.
Chi ci rimetterà, invece, saranno le libertà di parola, le libertà di dissenso, saranno gli utenti. Saranno gli attivisti per i diritti umani (pochi mesi fa, la denuncia delle ong sulla censura automatica esercitata su alcuni filmati provenienti dalla Siria, nel cui titolo c'era una parola bloccata), le associazioni per le libertà digitali, saranno i giornalisti che appena poche settimane fa avevano rivolto un disperato appello ai parlamentari europei perché respingessero quel regolamento.
Non ce n'è stata l'occasione - per incuria o per scelta - perché nessuno ha chiesto di bocciarlo, né di emendarlo. Accontentandosi, forse di quel po' che si era riuscito a conquistare nei mesi scorsi. Sì, perché di questo regolamento se ne parla da un bel po', dopo gli attentati che sconvolsero la Germania e la Francia. E qualcosa i movimenti erano riusciti ad attenuare, rispetto al primissimo impianto. Ma la sostanza, il "grosso" è rimasto lo stesso. Drammaticamente uguale. Consentendo appunto il "via libera ad Orban", per usare l'espressione di Liberties.Eu.
Perché Orban (o quelli come lui)? Perché fra le tante norme liberticide c'è anche quella che assegna ad un paese l'autorità per intervenire su un altro stato membro dell'Europa. Appunto: se il premier ungherese definisse un post - magari solo critico nei suoi confronti - come terrorista, avrà la facoltà di farlo cancellare. Anche se quel messaggio è ospitato su un provider italiano e non viola alcuna legge.
Assegna ad un paese il potere di cancellare, censurare testi ed immagini. Già ma cosa si intende per "paese". E qui c'è un altro obbrobrio: ogni singolo Stato membro potrà decidere, a sua discrezione, le "autorità nazionali competenti" in materia. Quelle che avranno il potere di attuare le misure, compreso l'ordine di cancellazione. Come saranno composte queste "autorità" lo deciderà ogni Stato per proprio conto, a suo piacimento: ci potranno essere commissioni, organismi ad hoc, con rappresentanti istituzionali. O soltanto burocrati nominati dai governi. Magari anche agenti di polizia. Come tutto fa presagire ci sarà in Ungheria. O in Polonia.
E ancora: sarà un altro passo versa la privatizzazione della giustizia perché il tutto avverrà senza un controllo giudiziario, una sentenza. Ai giudici ci si potrà rivolgere solo in caso di ricorso. La censura di un messaggio, insomma, non sarà decisa in prima istanza da un'aula di tribunale. Lo potrà fare l'esecutivo di Budapest, però. Questo è il regolamento, varato senza un voto. AccessNow, una delle più grandi ed autorevoli organizzazioni mondiali a difesa dei diritti digitali - da sempre in prima fila nella battaglia contro questo mostro legislativo - non vuole darsi per vinta. E anche se si mostra sorpresa per le modalità del varo (senza un voto a Strasburgo), in un tweet dice che continuerà a battersi per migliorare le norme. Sperando che governi e forze politiche ci ripensino, almeno nelle "traduzioni" nazionali del regolamento. Ma ormai ci credono in pochi e, soprattutto, non sembrano esserci più tanti margini. E si entrerà così nell'era dell'#Orbandeletes, nell'epoca del "decide Orban". In tutta Europa.
di Ilaria Sacchettoni
Corriere della Sera, 29 aprile 2021
Nel film un attore per impersonare il ricercatore e interviste agli ex ministri Gasparri e Trenta. Sensi: "l'ennesima pena dei genitori" del giovane.
La telecamera segue un ragazzo con la barba e il trolley che esce dall'aeroporto del Cairo per infilarsi in un taxi. L'incipit è convenzionale, lo svolgimento meno: il preteso documentario "The story of Regeni" del giornalista Fulvio Grimaldi (nel suo curriculum anche articoli negazionisti del Covid-19) approda in rete alla vigilia della decisione del giudice per le udienze preliminari di Roma sul rinvio a giudizio dei quattro militari dei servizi segreti egiziani accusati del rapimento e delle torture di Giulio Regeni. E tenta di accreditare - utilizzando perfino testimonianze "eccellenti" fra le quali gli ex ministri Maurizio Gasparri ed Elisabetta Trenta - l'ipotesi di un Regeni pedina dei Fratelli musulmani, agente straniero atterrato in Egitto con scopi eversivi. Nè più nè meno che la versione offerta dalle stesse autorità egiziane in questi lunghi cinque anni di indagini.
Gli argomenti, qui e là, coincidono con quelli prospettati dal governo del Cairo, primo fra tutti quello secondo il quale il ricercatore friulano avrebbe percepito sovvenzioni opache per effettuare il suo lavoro in Egitto. Un argomento già affrontato e risolto da Ros e Sco coordinati dal pubblico ministero della Procura di Roma Sergio Colaiocco, Nulla di opaco. Dopo una analisi sui movimenti bancari di Regeni, gli investigatori hanno trovato che il ragazzo percepiva solo i finanziamenti delle borse di studio universitarie ottenute per la sua attività di ricercatore. E ancora, altro elemento mutuato dalle autorità egiziane, il fatto che gli investigatori del Cairo non abbiano avuto accesso - così si sostiene nel filmato di Grimaldi- al pc di Regeni, mentre dal 2016 gli investigatori italiani hanno messo a disposizione copia forense del pc in questione.
Restano le domande, una fra tutte: come mai questo video proprio alla vigilia del processo a Tariq Sabir, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Usham Helmi e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, i funzionari dell'intelligence egiziana sotto accusa per la morte di Giulio Regeni?
Vorrebbe una risposta il parlamentare Pd Filippo Sensi che, nell'immaginare "l'ennesima pena di Paola e Claudio Regeni alla vista di questo documentario, comparso dal nulla a screditare l'immagine di Giulio" si augura che sia fatta luce "sulla genesi del filmato attraverso un'inchiesta ad hoc".
E di "depistaggi sistematici" parla la Procura di Roma negli atti depositati in vista dell'udienza preliminare prevista per stamani alle dieci: "Fin dall'inizio sono stati posti in essere da molteplici attori plurimi tentativi di sviamento dell'indagine finalizzati a distogliere l'attenzione degli investigatori dagli appartenenti agli apparati pubblici egiziani" è scritto. Perfino l'autopsia è stata rielaborata ad uso e consumo di una versione di comodo, scrivono i pm romani. La relazione del medico legale del Cairo tentò di accreditare l'idea di una morte per incidente stradale di Giulio, scaturita da ferite alla testa tipiche del caso. Fino alla messinscena attraverso la quale si è tentato di riversare la responsabilità della fine del ragazzo su una banda di criminali comuni, a casa dei quali sono stati fatti rinvenire documenti e oggetti del ricercatore. Ora, grazie alle indagini svolte con il supporto dell'avvocato della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini, sappiamo che la verità è altrove.
di Maicol Mercuriali
Italia Oggi, 29 aprile 2021
Piano da 150 milioni di sterline per migliorare le condizioni delle carceri femminili. Detenute: 80% per reati non violenti. Autolesionismo record.
In Gran Bretagna sono molte le donne in carcere che finiscono per soffrire di problemi di salute mentale. Nelle carceri femminili inglesi aumentano i casi di autolesionismo tra le detenute: con la pandemia, ha spiegato l'associazione Prison Reform Trust in uno studio pubblicato dall'Independent, alcuni servizi terapeutici e di assistenza sono stati cancellati e il risultato è stata una crescita verso livelli record di questo fenomeno. Secondo le statistiche del ministero della giustizia gli episodi di autolesionismo tra le detenute di Inghilterra e Galles sono aumentati dell'8% in un anno, passando da 11.482 a 12.443, mentre nelle carceri maschili i casi sono diminuiti di circa il 7%.
A lanciare l'allarme è lo studio condotto dal Prison Reform Trust: l'80% delle donne in carcere sta scontando condanne per reati non violenti. E invece di lavorare a misure alternative, come promesso dal governo, si investono 150 milioni di sterline per creare nuove celle.
Il rapporto del Prison Reform Trust vaglia i risultati del Female Offender Strategy, il programma che il governo si era dato nel 2018 per affrontare alla radice i reati commessi dalle donne e che vedeva la custodia in carcere come l'ultima risorsa, riservata ai delitti più gravi. Ma, ha rilevato l'organizzazione nel suo studio, il governo non è riuscito a mantenere nemmeno la metà degli impegni, implementando negli ultimi tre anni solo 31 delle 65 azioni previste. Però, ha evidenziato l'associazione che si batte per la riforma carceraria, è stato recentemente annunciato dal governo un piano per realizzare 500 nuove celle nelle prigioni femminili, una misura in contrasto agli obiettivi della strategia come ha rimarcato il direttore Peter Dawson.
"Non ha senso avere un buon piano se non lo si realizza", ha detto al giornale inglese, "si richiede un calendario, risorse e misure di successo. Il governo sembra aver abbandonato la sua idea iniziale e il premier Boris Johnson è pronto a trovare 150 milioni di sterline (172,3 milioni di euro) per migliorare le carceri femminili, potenziando strutture e personale, e far fronte, così, al fallimento della politica sulla riforma carceraria, in stallo: questi soldi non sarebbero stati necessari se si fosse implementato il piano d'azione. La maggioranza delle donne viene mandata in prigione per reati non violenti e per scontare pene inferiori a un anno. È tempo di investire in pene alternative".
I curatori dello studio hanno poi sottolineato la necessità di adottare misure per creare "un ambiente sicuro e informato sui traumi", in modo da assistere le donne dietro le sbarre e prevenire i casi di autolesionismo. The Independent ha ricordato che molte detenute soffrono di problemi di salute mentale e in carcere sono spesso vittime di reati più gravi di quelli per cui sono state condannate. Un portavoce del ministero della giustizia ha detto al quotidiano britannico: "Vogliamo vedere meno donne andare in prigione e stiamo investendo milioni nella nostra strategia. La custodia sarà sempre l'ultima risorsa: i nuovi posti carcerari miglioreranno le condizioni con più celle singole e un maggiore accesso all'istruzione e al lavoro, aiutando quindi le donne a rimettere in sesto le loro vite".










