di Carlotta Rocci
La Repubblica, 20 gennaio 2021
Rita Bernardini, 68 anni, è la segretaria dei radicali italiani, impegnata per oltre un mese in uno sciopero della fame per chiedere maggiore sicurezza nelle carceri. Ma è anche la protagonista di una gaffe che l'ha trasformata da politica in "reclusa".
di Osservatorio Carcere Ucpi
camerepenali.it, 20 gennaio 2021
Si evita la via maestra e se ne percorre una con minime utilità e senza uscita. Era il 1948, quando i padri costituenti scrissero nella nostra Carta che "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". Una frase chiara che non si presta a pluralità di interpretazioni.
di Chiara Organtini
dire.it, 20 gennaio 2021
La Simspe, società italiana di medicina e sanità penitenziaria, da anni lavora per affrontare e migliorare le condizioni delle carceri dal punto di vista sanitario. Il suo presidente Luciano Lucanìa, ha spiegato alla Dire cosa bisogna ancora fare e cosa si è riusciti a realizzare.
Nella prima fase della pandemia la sanità penitenziaria ha gestito la difficile situazione di contenimento della trasmissione del Covid-19 con l'unico rimedio possibile: un cordone sanitario che isolasse quanto più possibile l'esposizione al rischio di detenuti e operatori interni agli istituti. Le disposizioni del Dap avevano sospeso i colloqui, la loro conversione in videochiamate con l'ausilio della tecnologia.
di Errico Novi
Il Dubbio, 20 gennaio 2021
Al centro c'è la persona. Il Cnf lo scrive nel titolo. Sintetizza così un documento ponderoso, di 111 pagine. Si tratta delle proposte che l'avvocatura avanza al governo, e innanzitutto al guardasigilli, per il Recovery plan. Un regalo per la giustizia, per chi la amministra, e in ultima analisi per i cittadini. Proposte con cui l'istituzione forense realizza un'ambizione: dare un orizzonte umanistico a una rotta già fissata. Cioè stabilire come andranno usati quei 2,3 miliardi di euro riservati alla giustizia dal "Piano nazionale di ripresa e resilienza".
di Aldo Varano
Il Dubbio, 20 gennaio 2021
Quella feroce polemica di Macaluso col giustizialismo dell'antimafia palermitana che aveva attaccato frontalmente Leonardo Sciascia accusandolo di aver dato man forte alla mafia delegittimando i giudici. Con Macaluso, classe 1924, scompare l'ultimo comunista che fece parte di una segreteria del Pci con Palmiro Togliatti. Per intenderci: c'erano Longo, Amendola, Pajetta, Ingrao, Alicata, Berlinguer e Bufalini.
Un parterre di passione, politica, disinteresse e cultura oggi inimmaginabile. Paragonando Pd e Pci Macaluso, che è stato anche un grande giornalista e direttore di giornali, una volta spiegò: "Lì hanno una direzione nazionale di 150 persone. Iniziano le riunioni la mattina tardi e finiscono prima del telegiornale della sera per fare in tempo ad andare in onda. Con Togliatti in direzione eravamo 19. Si cominciava la mattina presto e la sera tardi, certe volte, si rinviava al mattino successivo perché non avevamo finito". Spiegazione impietosa e lucida tra la politica della sua generazione e la politica spettacolo sempre più condizionata dai mezzi di comunicazione anziché dai cittadini o, come allora si preferiva dire "dalle masse popolari".
Macaluso non era arrivato alla segreteria nazionale del Pci, il più ristretto nucleo di direzione, nonostante la discussa operazione Milazzo (prima e sola vera spaccatura di massa della storia della Dc) ma, forse, grazie ad essa. Una rottura della Dc allontanata dal governo dell'isola e costretta all'opposizione. Togliatti era convinto che parte del popolo Dc dovesse "liberarsi" dalla gabbia in cui si era ficcato per contribuire a un rinnovamento profondo di cui il Pci si sentiva portatore principale.
La spaccatura di una delle Dc più forti d'Italia (quella siciliana di Don Sturzo e Scelba, dei Mattarella e di Restivo) a cui Macaluso aveva lavorato nel 1958, non poteva che essere valutata preziosa dal "Migliore", al di là delle contraddizioni anche stridenti che quell'operazione conteneva e che furono rinfacciate a lungo al Pci e a Macaluso. Lui era personaggio diverso da tutti gli altri "quadri", come venivano allora chiamati i dirigenti comunisti messi insieme da Togliatti, in gran parte grandi intellettuali con studi ed esperienze culturali molto robuste. Emanuele ragazzo era stato costretto per condizione familiare a studi modesti.
Era cresciuto a Caltanissetta assieme ai fratelli Sciascia di cui era coetaneo e amico: uno di loro si sarebbe suicidato l'altro sarebbe diventato un grande scrittore. Ragazzi della nidiata delle zolfare, dove si svolgeva la fatica terribile degli supersfruttati minatori, su cui "Sciascia (Leonardo, ndr) ha scritto pagine bellissime che restituiscono quell'universo dove sia lui sia io diventammo uomini", avrebbe poi scritto Macaluso in un saggio sul suo vecchio amico.Il 16 settembre 1944 ancora ventenne assieme ad altri suoi compagni accompagnò Momo Li Causi per un comizio a Villalba, regno incontrastato di Calogero Vizzini, il più potente capo mafioso dell'epoca. Il boss non gradì l'intrusione e fece scatenare contro i manifestanti una tempesta di piombo. Il bilancio fu di 14 feriti tra cui quello gravissimo di Li Causi, che perse l'agibilità di una gamba. E appena diventato uomo Macaluso, segretario della Cgil, era finito in galera per un reato anomalo rispetto a quelli che allora piovevano sui sindacalisti.
Aveva sfidato la morale codina della sua città vivendo alla luce del sole il suo rapporto d'amore con una donna sposata che sarebbe diventata madre dei suoi figli, Antonio e Pompeo. La polizia piombò a casa della coppia e portò via in manette Macaluso arrestandolo per un reato gravissimo punibile fino a 2 anni di carcere: adulterio. Esperienza che spiega le posizioni sempre coraggiose di Macaluso in tutte le battaglie di emancipazione civile. È stato profondamente laico Macaluso. E componente fondamentale della sua laicità è stato il suo impegno garantista decisamente contrapposto a ogni forma, larvata o esplicita, di giustizialismo.
Macaluso ha sofferto, anche rispetto al Pci e ai suoi dirigenti più prestigiosi, per dover vivere in un paese "dove vige una legge sul pentitismo che di fatto garantisce a chi confessa e accusa altri di non scontare la pena". Né è un caso che alle accuse lanciate contro Sciascia da parte del giustizialismo soprattutto palermitano, accuse che trovarono comprensione e/o esplicito accordo fino ai vertici del Pci non soltanto siciliano, si sia sempre pubblicamente e coerentemente contrapposto. In un suo libro ha ricostruito passi drammatici sul suo impegno contro il giustizialismo.
Ha rivelato pubblicamente che da direttore dell'Unità "in occasione del pentimento e la scarcerazione del terrorista Marco Barbone, che aveva partecipato all'assassinio di Walter Tobaci" pubblicò un proprio corsivo criticando la procura di Milano che reagì privatamente rivolgendosi per vie traverse (la federazione del Pci milanese) ad Alessandro Natta allora segretario del Pci. Natta disse a Macaluso che aveva sbagliato.
Ma Macaluso gli rispose che aveva ragione e che l'intero Pci, per non sbagliare, avrebbe dovuto avere quella posizione anziché restare zitto. "Ma né lui né tantomeno quelli che vennero dopo, cambiarono idea", annota Macaluso. E aggiunge: "Del resto anche sul processo Tortora le cose si erano svolte come per Barbone. Ai miei dubbi sui propositi dei magistrati napoletani si oppose da parte dei dirigenti del partito - c'era ancora Berlinguer - l'esigenza di non delegittimare i magistrati". Feroce la polemica di Macaluso col giustizialismo dell'antimafia palermitana che aveva attaccato frontalmente Leonardo Sciascia accusandolo di aver dato man forte alla mafia delegittimando i giudici. Sciascia era intervenuto sul clima che si era creato a Palermo con un articolo sul Corsera che qualcuno (non Sciascia, che lo precisò immediatamente, del resto tutti i giornalisti sanno che titoli e articoli sono di mano diversa) aveva titolato "I professionisti dell'antimafia".
In polemica si erano mobilitati molti i giornali e i leader del movimento palermitano antimafia con alla testa Repubblica che con un editoriale di Scalfari avevano accusato Sciascia di avere sferrato all'antimafia un attacco provocandone il "ripiegamento" e il "riflusso" nella lotta contro i boss. Il direttore di Repubblica, forse anche mosso da interessi di concorrenza tra il suo giornale e il Corsera, aveva concluso con durezza: "Del resto Leonardo Sciascia non è nuovo a questo genere di sortite, nella quali la vanità personale fa spesso premio sulla responsabilità civile".
Da lì si formò la diceria secondo cui tutto era iniziato con e per colpa di Sciascia che nell'inverno del 1987 col suo articolo aveva indebolito l'antimafia. Rovente la ricostruzione di Macaluso: "Pensare che tutto iniziò con Sciascia nel 1987, quando erano già stati assassinati Boris Giuliano, Terranova, Mattarella, Costa, La Torre, Dalla Chiesa, Chinnici e tanti altri è semplicemente assurdo. Se si insiste nell'asserire, come fa Scalfari, che nell'opera di demolizione del pool antimafia e del lavoro di magistrati come Falcone e Borsellino, tutto cominciò con Sciascia, si dice cosa contraria alla verità e si sottovalutano le forze necessarie a colpire uomini decisi a rovesciare una storia di connivenze, complicità, viltà".
E più avanti, allargando ancor di più la polemica contro gli avversari di Sciascia, la conclusione: "Io, invece, che lo conoscevo (Sciascia, ndr) meglio di Pansa (Giampaolo, anche lui entrato nella polemica, ndr) e non avevo una partita aperta per sostenere quel coacervo giustizialista che si ritrovava nel Comitato antimafia, pubblicai sull'Unità che la mafia può essere battuta solo con la legge, con il garantismo, con la democrazia".
Con Napolitano Macaluso fu leader riconosciuto dei "Miglioristi". Termine, un po' dispregiativo, nato negli ambienti della sinistra del Pci soprattutto ingraiana e vicina al gruppo degli intellettuali del Manifesto, per indicare quanti avevano ormai rinunciato alla Rivoluzione e al rovesciamento della società capitalista accontentandosi di migliorarla per attutirne le contraddizioni.
In realtà, il "Migliorismo", che ufficialmente non fu mai un'area organizzata, su cui Macaluso nei suoi scritti e nella sua battaglia politica e culturale s'impegnerà in modo energico fino a poche decine di ore prima di morire, progettava nella sua visione il massimo recupero possibile dalla tradizione positiva del Pci, via via che diventava sempre più evidente il fallimento del comunismo.
di Dimitri Buffa
L'Opinione, 20 gennaio 2021
I supereroi cinematografici della fantascienza o i resoconti della fantapolitica non bastavano più agli italiani. Da tempo la nuova moda è rappresentata dalla cronaca fanta-giudiziaria. Un miscuglio di teoremi e di desiderata di alcuni fantasiosi pm d'assalto - antimafia, anticorruzione e in genere anti-tutto - che, supportati da anni da pentiti capaci di inventarsi qualunque racconto pur di ottenere benefici economici e carcerari, hanno finito per essere accettati dalla pubblica opinione. Mentre chi li ispira, generalmente, a propria volta aspira a diventare famoso e stare sempre in tv. E un bel giorno a scendere in politica.
di Alessio Ribaudo
Corriere della Sera, 20 gennaio 2021
"Ho sofferto più della detenzione". L'ex senatore di Forza Italia, Marcello Dell'Utri è stato assolto perché "il fatto non sussiste" dall'accusa di concorso in peculato per l'appropriazione di 13 volumi trafugati dalla Biblioteca dei Girolamini di Napoli. La procura aveva chiesto sette anni di carcere.
Per i giudici della prima sezione penale del Tribunale di Napoli "il fatto non sussiste" e ha assolto Marcello Dell'Utri, 79 anni ed ex senatore di Forza Italia, dall'accusa di concorso in peculato per l'appropriazione di 13 volumi trafugati dalla Biblioteca dei Girolamini di Napoli. Una sentenza che ribalta la richiesta di sette anni di carcere formulata dai pubblici ministeri campani. L'inchiesta sulla spoliazione della storica biblioteca, definita dall'allora procuratore Giovanni Colangelo "un atto di brutale saccheggio", aveva portato a sei ordinanze di custodia cautelare fra cui l'allora direttore della Biblioteca dei Girolamini, Massimo De Caro.
Poi fu coinvolto anche Dell'Utri che alla polizia giudiziaria consegnò tutti i volumi che aveva catalogato come doni da parte di Massimo Marino De Caro. Libri che poi, invece, si scoprirà questi aveva sottratto, motivo per cui è stato condannato a sette anni di carcere. Così, la polizia giudiziaria si presentò dall'ex senatore per sequestrare sei volumi ma lui ne aggiunse altri sette perché li aveva catalogati come doni dell'allora direttore della Biblioteca dei Girolamini.
Il sospetto è che quei regali fossero stati fatti perché la sua nomina di De Caro fosse stata "caldeggiata" da Dell'Utri. Quasi parallelamente all'inchiesta di Napoli ne era nata un'altra anche a Milano che portò, nel 2015, al sequestro di 40mila volumi di proprietà dell'ex senatore, custoditi in nella sede della Fondazione Biblioteca di via Senato, di cui Dell'Utri era presidente e in parte anche in un caveau in via Piranesi, sempre a Milano.
Poi però il pm milanese ritenne convincenti le consulenze tecniche e le memorie difensive con le quali i legali di Dell'Utri giustificarono la provenienza delle opere e, alla fine, presentò istanza di archiviazione per le accuse di ricettazione. Richiesta poi accolta dal Gip che portò al dissequestro di tutti i volumi.
La sparizione - "Siamo molto soddisfatti - hanno dichiarato gli avvocati Francesco Centonze e Claudio Botti, legali dell'ex senatore - perché siamo riusciti a dimostrare che con la nomina di De Caro a direttore, Dell'Utri non aveva nulla a che fare e che non era a conoscenza della provenienza di quei libri donati dall'ex direttore della Biblioteca". L'ex senatore si era sempre professato innocente.
La reazione - "Questo processo mi ha provocato più sofferenza dei cinque anni di detenzione perché era una grande ingiustizia - commenta Dell'Utri al Corriere - ed è una ferita che neanche l'assoluzione può rimarginare. Certo restaura in buona parte l'anima bibliofila, ma non può purtroppo restituirmi quella integrità fisica e serenità psicologica che mi sono mancate in tanti anni di accuse giudiziarie e mediatiche. Questo processo però mi ha restituito fiducia nel diritto di difesa e dato la misura della professionalità dei miei legali - continua l'ex senatore - perché grazie al loro lavoro in punta di diritto è stato acclarato che io non solo non avevo influito nella nomina del direttore ma che non ne ero stato neanche messo al corrente".
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 20 gennaio 2021
L'impossibilità di altri mezzi di sostentamento del mendicante è causa di giustificazione della richiesta di elemosina. Non è una sanzione proporzionata quella di cinque giorni di carcere per la mendicante rom che non ha altri mezzi di sostentamento e non può pagare l'ammenda di circa 400 euro inflittale in Svizzera per l'accattonaggio sulla pubblica via. La sproporzione del regime di contrasto al fenomeno della richiesta di elemosina in strada deriva dal contrasto con l'articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo che tutela il rispetto della vita privata e familiare.
La Corte Cedu ha perciò condannato la Svizzera con la sentenza sulla domanda n. 14065/15. Secondo la Corte va considerato che la ricorrente di origine e residenza rumene, analfabeta e appartenente a famiglia estremamente povera, non aveva occupazione e non godeva di assistenza sociale. L'accattonaggio - dice la Corte - costituiva per la ricorrente il solo mezzo di sopravvivenza da cui discende il proprio stato di manifesta vulnerabilità. Da cui - in base al diritto fondamentale alla dignità umana - la ricorrente faceva uso dell'accattonaggio esprimendo il proprio disagio e rimediando così ai propri bisogni primari. In conclusione, nel bilanciamento dei diritti la Corte Cedu afferma che la sanzione inflitta alla ricorrente non costituisse una misura proporzionata al fine della lotta alla criminalità organizzata o della tutela dei passanti, dei residenti e dei proprietari di esercizi commerciali. La Corte rigetta così l'argomento del Tribunale federale svizzero che sosteneva che con misure meno restrittive non avrebbero ottenuto lo stesso risultato o un effetto comparabile.
la Regione, 20 gennaio 2021
La Corte europea dei diritti dell'uomo (Cedu) ha condannato ieri la Svizzera per aver violato la dignità di una rumena in condizioni di estrema povertà, multandola e infliggendole cinque giorni di prigione per aver mendicato per le strade di Ginevra. "La Corte ritiene che la sanzione inflitta alla richiedente non fosse proporzionata all'obiettivo della lotta alla criminalità organizzata, né a quello della tutela dei diritti dei passanti, dei residenti e dei proprietari di commerci", spiega la Corte di Strasburgo.
La vicenda riguarda una rumena analfabeta, nata nel 1992 e appartenente alla comunità rom. Era stata condannata nel gennaio del 2014 a una multa di 500 franchi per aver chiesto l'elemosina sulla pubblica via. La donna, che non aveva lavoro e non percepiva assistenza sociale, era stata successivamente posta in carcere preventivo per cinque giorni per non aver pagato la sanzione.
"In una situazione di manifesta vulnerabilità, la ricorrente aveva il diritto, inerente alla dignità umana, di poter mostrare il suo disagio e cercare di rimediare ai suoi bisogni chiedendo l'elemosina", prosegue la Cedu, secondo la quale per lei questa era l'unica soluzione per sopravvivere.
Secondo la Corte la Svizzera ha violato l'articolo 8 che tutela il diritto al rispetto della vita privata e familiare, iscritto nella Convenzione europea dei diritti dell'uomo, e dovrà pagare alla richiedente 922 euro per danni morali. Oltre che per motivi legati alla presunta protezione del pubblico 'decoro', le sanzioni contro chi fa elemosina erano state giustificate dai loro sostenitori come un modo per scoraggiare la tratta degli esseri umani, una correlazione contestata però da molti esperti e Ong.
di Luca Natile
Gazzetta del Mezzogiorno, 20 gennaio 2021
La rabbia della famiglia: "In sedia a rotelle e con l'Alzheimer, non poteva più restare in carcere". "Non doveva finire così. Mio padre è morto qualche giorno fa in una casa di cura per persone con patologie acute che hanno bisogno di essere sottoposte a riabilitazione. Era ridotto allo stato vegetativo, nell'ultimo periodo si alimentava con la Peg, l'alimentazione artificiale.
Quello che più mi addolora è che nonostante le istanze presentate attraverso il nostro legale, lui ha dovuto trascorrere gli ultimi mesi di vita da "detenuto". Lo chiamavano boss ma per me era solo mio padre, assomigliava ad Al Pacino". Paolo, 46 anni, non riesce a darsi pace. È il figlio di Francesco Abbrescia, 66 anni, un tempo legato agli ambienti della camorra barese, un pezzo da novanta organico al gruppo malavitoso dei Fiore. Stava scontando una condanna a 12 anni carcere emessa del Tribunale di Brindisi per reati di droga (inchiesta "Coke").
"Ha trascorso quasi metà della sua esistenza in carcere mio padre - spiega Paolo alla "Gazzetta" - ma non è mai stato un "padrino". Era invecchiato, era un uomo solo e malato, due semi paresi facciali quasi gli impedivano di parlare. I colloqui in carcere o quelli in videoconferenza erano diventati un supplizio. Le patologie che lo hanno portato alla morte non solo gli avevano tolto la salute e la possibilità di vivere in maniera autosufficiente ma anche la lucidità, la capacità di ragionare. Non era più in grado di provvedere a sé stesso.
Tra poco più di un anno, considerati gli sconti di pena e la buona condotta, avrebbe finito di pagare il suo conto alla Giustizia e sarebbe tornato un uomo libero ma lui sapeva che non sarebbe riuscito a resistere tanto e per questa ragione mi aveva chiesto di riportarlo a casa. Non voleva morire da carcerato. Non era più in grado di fare del male a nessuno e continuo a sostenere che il suo stato di salute, non fosse compatibile con il regime carcerario.
Avrebbe potuto trascorrere un po' di tempo con la sua famiglia prima di morire. È giusto che chi ha sbagliato paghi le sue colpe ma quando oramai non si è più neppure in grado di riconoscere un figlio, mi chiedo che tipo di giustizia è quella che ti lascia in uno stato di costrizione. Ho presentato istanza per poter riavere i suoi effetti personali, non me li hanno restituiti". Paolo è rimasto da solo a prendermi cura del genitore.
Ha chiesto due volte durante il 2020, a causa del rapido aggravamento delle condizioni di salute, che gli venissero concessi gli arresti domiciliari. "Ero il suo unico sostengo. L'Alzheimer gli stava portando via i ricordi e la capacità di ragionare, un intervento alla colonna vertebrale lo aveva costretto su una sedia a rotelle. Nessuna delle istanze per l'attenuazione della misura restrittiva - spiega Abbrescia - è stata accolta. Il 16 ottobre, l'ultima volta che sono andato in carcere per il colloquio mi hanno detto che non era possibile vederlo e parlargli perché non si sentiva bene. Il giorno dopo mi hanno telefonata dicendomi che le sue condizioni si erano aggravate e che era stato ricoverato in coma al Policlinico. È stato un colpo al cuore".
"Lo hanno ricoverato in Rianimazione, mettendogli un tubicino nella gola per farlo respirare. Ad inizio dicembre - prosegue nel racconto - è uscito dal coma, sono riuscito a parlargli ma lui non mi ha riconosciuto. Gli ho detto di non preoccuparsi, che lo avrei riportato a casa e che ci avrei pensato io a lui. Poi lo hanno trasferito all'ospedale De Bellis di Castellana Grotte dove è stato operato per calcoli alla colecisti. Da lì è stato trasferito alla casa di cura di Noci per sottoporlo ad un trattamento riabilitativo che purtroppo non è riuscito.
Mi hanno telefonato dicendomi che non mangiava più e che non rimaneva che il ricovero in una struttura a Bitonto specializzato in cure palliative e accompagnamento alla morte. Mio padre non ce l'ha fatta. Non è riuscito ad arrivare a Bitonto. Mi hanno telefonato nel cuore della notte per dirmi che era morto.". Dopo aver saputo del coma lo scorso ottobre, Paolo Abbrescia si è presentato nell'ufficio denunce della Questura ed ha depositato una denuncia/querela di tre pagine più 10 pagine di allegato in cui ricostruisce la "storia clinica" del genitore, la tempistica e le ragioni delle istanze con le quali, nonostante non il genitore non avesse raggiunto complessivamente la pena per la concessione del beneficio della detenzione domiciliare, ne chiedeva comunque il riconoscimento in quanto il suo stato di salute avrebbe potuto essere incompatibile "con il regime inframurario in carcere".
"Dopo tanti anni che cercavo di portarlo a casa, per le sue malattie inguaribili alla fine lui non ce l'ha fatta Ha sofferto molto. Ritengo ingiusto che sia rimasto in carcere nonostante il suo stato. Le ultime richieste per i domiciliari le abbiamo presentate quando abbiamo capito che la sua salute stava precipitando ossia il 5 maggio e poi il 19 settembre del 2020.
Sono state entrambe rigettate. Non ce l'ho con i giudici, e neppure con i medici ma a questo punto non mi resta che ipotizzare che qualche cosa non abbia funzionato nello scambio di informazioni sul suo stato di salute. Voglio sapere se gli è stata fornita in carcere tutta l'assistenza possibile. Se lo avessero lasciato uscire per tempo forse le cose sarebbero andate diversamente. Dopo la mia denuncia sono stato sentito dagli investigatori, è stato aperto un fascicolo. Voglio andare avanti. C'è però un ostacolo. Ho parlato con 8 avvocati e nessuno si è detto disposto a darmi assistenza legale".
- Sicilia. Il Covid in carcere e i rischi di tutti: "Vacciniamo i detenuti"
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- Napoli. Il Garante Ioia: "Mai più visto de Magistris, doveva venire con me in carcere"











