di Marta Serafini
Corriere della Sera, 20 gennaio 2021
La legale Hoda Nasrallah: "Ci si aspettava una scarcerazione". Lo studente è in carcere da quasi un anno. Amnesty: Egitto mostra disprezzo dignità detenuti. Gli attivisti: angosciati per il suo stato psicologico. Altri 15 giorni di reclusione per Patrick Zaki, lo studente dell'università d Bologna in carcere da quasi un anno in Egitto con l'accusa di propaganda sovversiva su internet: lo ha comunicato all'Ansa una sua legale, Hoda Nasrallah. "Quindici giorni", ha risposto al telefono l'avvocatessa alla domanda su cosa fosse stato deciso all'udienza dell'altro ieri. "Ci si aspettava una scarcerazione", si è limitata ad aggiungere Hoda. La notizia è stata confermata anche via Twitter dalla Eipr, la ong con cui Patrick collaborava e che sta collaborando alla sua difesa.
Lo studente egiziano è in carcere per "sedizione sui social network" dal 7 febbraio scorso. L'udienza di Zaki - in cui sono stati discussi decine di altri casi - si è svolta domenica, ma la sentenza è stata comunicata soltanto oggi, dopo una lunga attesa. Zaki è stato trattenuto in tribunale per ore e ore senza poter mangiare o andare al bagno. All'udienza di domenica erano presenti anche quattro rappresentati diplomatici tra cui un funzionario italiano, che hanno potuto vedere Patrick Zaki e salutarlo, trovandolo in "buono stato".
Lo studente - che nelle lettere degli scorsi mesi ha più volte lamentato dolori alla schiena aggravate dalle condizioni di detenzione e per il quale è stata espressa grande preoccupazione in quanto asmatico - ha ringraziato più volte i diplomatici presenti per il sostegno che viene dall'Ue e dai loro Paesi.
"Non sappiamo per quale motivo la detenzione cautelare di Patrick stavolta sia stata rinnovata di 15 giorni e non di 45. Stando alla legge, 45 giorni è il limite impiegato in questo tipo di casi. Speriamo che sia un buon segno, e che il conteggio inizi a partire da domenica, quando si è svolta l'udienza", ha commentato alla Dire Hossam Bahgat, fondatore e direttore esecutivo dell'Egyptian Initiative for Personal Rights (Eipr), ong con cui lo studente e attivista Patrick Zaki collaborava prima dell'arresto. Bahgat, che dopo altri arresti tra i responsabili dell'Eipr ha dovuto riassumere la guida dell'organizzazione, continua: "Ora, insieme alla famiglia, gli amici e i colleghi di università, noi dell'Eipr nutriamo la genuina speranza che Patrick venga rilasciato alla prossima udienza per il rinnovo della detenzione cautelare. Soprattutto perché il 7 febbraio sarà trascorso un anno dall'inizio della sua ingiusta prigionia".
E se la decisione di oggi accende dunque le speranze degli attivisti, grande è la prudenza delle rappresentanze diplomatiche. Così come grande prudenza è espressa dai legali del giovane. Alla domanda se il prolungamento di 15 giorni - invece dei 45 previsti - abbia qualche significato e possa far sperare in una scarcerazione, la legale di Zaki ha risposto negativamente. "Aspettiamo", si è limitata ad aggiungere Nasrallah.
Numerose le reazioni. Preoccupazione è stata espressa dagli attivisti e sostenitori di Zaki "Siamo molto angosciati e preoccupati per lo stato psicologico di Patrick quando verrà a conoscenza dell'ennesimo rinnovo della detenzione; concluderà un anno intero in carcere in meno di tre settimane", si legge in un post su "Patrick Libero" su Facebook. "Con la decisione di rinnovare di altri 15 giorni la detenzione preventiva di Patrick, dopo 48 ore di attesa dell'esito dell'udienza di domenica, le autorità giudiziarie egiziane hanno mostrato ulteriormente il loro disprezzo per il rispetto e la dignità dei detenuti.
Quindici giorni vuol dire che arriveremo a ridosso dell'anniversario dall'arresto di Patrick, è una detenzione che, ribadiamo, è illegale, arbitraria, infondata e immotivata", ha commentato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. "C'è da augurarsi - ha dichiarato Noury all'Ansa - che le vicende politiche interne italiane non facciano sì che venga abbandonata l'attenzione nei confronti di Patrick che ha bisogno di un intervento, anche italiano, che ponga fine a questa dolorosa e inaccettabile situazione".
Erasmo Palazzotto presidente della commissione parlamentare d'inchiesta sulla morte del ricercatore italiano Giulio Regeni, avvenuta quattro anni fa a Il Cairo ha invece scritto su Twitter "Lo stesso rito crudele ogni volta: un'udienza per la libertà e la proroga degli arresti. L'ingiusta detenzione di #PatrickZaki si allunga di 15 giorni. Nelle carceri egiziane per aver difeso i diritti umani, come in tanti, come in troppi. Non lo dimentichiamo. #FreePatrick".
Dispiaciuti se non arrabbiati, si definiscono poi dall'Università di Bologna. "Continueremo a tenere alta l'attenzione. Siamo molto dispiaciuti se non arrabbiati. Ci stiamo avvicinando a un anno da quando questa storia assurda è iniziata", spiega il prorettore vicario dell'università di Bologna, Mirko Degli Esposti, dopo che il Comune del capoluogo emiliano, nei giorni scorsi, ha conferito a Zaki la cittadinanza onoraria di Bologna con una delibera votata all'unanimità dal "parlamentino" di Palazzo d'Accursio. E sempre da Bologna la senatrice bolognese Michela Montevecchi, membro della commissione Diritti Umani commenta: "La spirale di rinnovi a oltranza di 45 giorni della detenzione di Zaky, fa apparire questi 15 giorni come un segnale di buon auspicio. E mi auguro che lo sia davvero perché l'unico vero gesto che aspettiamo è la scarcerazione di Patrick, rinchiuso da quasi un anno senza aver avuto ancora nemmeno un processo. Giovedì scorso in commissione Diritti Umani è stata accolta la mia richiesta di istituire un Osservatorio permanente sulla detenzione di Zaki, e presto saremo al lavoro, così come parallelamente lo è la nostra diplomazia. Invio a Patrick un abbraccio solidale in attesa del suo ritorno".
Secondo Amnesty, Patrick Zaki rischia fino a 25 anni di carcere. La custodia cautelare in Egitto può durare due anni. Le accuse a suo carico sono basate su dieci post di un account Facebook che i suoi legali considerano dei fake ma che per le autorità egiziane hanno configurato fra l'altro i reati di "diffusione di notizie false, l'incitamento alla protesta e l'istigazione alla violenza e ai crimini terroristici". Patrick, attualmente detenuto nel settore per indagati del carcere egiziano di Tora, stava compiendo studi all'Alma Mater bolognese in un Master biennale in studi di genere ed era stato arrestato al momento di rientrare in Egitto per una vacanza. È in carcere da 347 giorni.
di Marco Perduca
Il Manifesto, 20 gennaio 2021
Il passo politicamente più rilevante è stato il voto della Camera dei rappresentanti sul disegno di legge per depenalizzare la marijuana a livello federale. Solo una decina d'anni fa nessuno si sarebbe mai aspettato che dagli Stati Uniti sarebbe partito un movimento mondiale per il recupero della ragione sulle piante e sostanze proibite dalle convenzioni delle Nazioni unite in materia di stupefacenti. Certo nessuno si sarebbe aspettato scene da Animal House a Capitol Hill ma questa è un'altra storia.
L'insistenza nell'organizzare referendum, a partire da quello che 25 anni fa legalizzò la cannabis terapeutica in California, ha creato le condizioni per cui sulla pianta proibita siano stati fatti enormi passi avanti. Tra le ultime sorprese la grazia concessa da Trump a Weldon Angelos detenuto per marijuana.
Il passo politicamente più rilevante è stato il voto della Camera dei rappresentanti sul disegno di legge per depenalizzare la marijuana a livello federale. La Legislatura appena iniziata vede i Democratici in maggioranza in entrambe le Camere, se il Marijuana Opportunity Reinvestment and Expungement (More) Act dovesse esser votato nuovamente si eliminerebbero le condanne per fatti di "lieve entità, rimuoverebbe l'erba dal Controlled Substances Act consentendone la tassazione e indirizzando parte delle entrate ad aiutare chi per anni ha subito le "influenze negative" delle leggi razziste sulle droghe (ne avevamo scritto su queste colonne con Leonardo Fiorentini il 6 dicembre).
L'importanza del More Act risiede nei motivi per cui era stato presentato mesi fa: annullare il "retaggio delle ingiustizie razziali ed etniche frutto di 80 anni di proibizione della cannabis". L'ufficio del bilancio del Congresso ha stimato che, tenendo conto dei detenuti federali presenti e futuri per motivi di marijuana "dal 2021 al 2030 quella legge avrebbe ridotto il tempo scontato in carcere di 73.000 anni-persona".
Il proibizionismo è un'ideologia trans-nazionale che non prevede sfumature; i contrari al More Act lo hanno criticato usando gli stessi argomenti che da sempre caratterizzano i reazionari di casa nostra: "La Camera perde tempo su questioni urgenti come la marijuana norme serie e importanti che si addicono alla crisi nazionale".
Questi paladini dell'interesse nazionale restano indifferenti alle sorti di centinaia di migliaia di detenuti per reati legati alla coltivazione, consumo e commercio di una pianta. Secondo il Last Prisoner Project, che ha preso in considerazione solo la presenza dei detenuti per cannabis negli Usa, nell'ultimo decennio, attesta che ben 16,7 milioni di persone siano stati fermate per marijuana. Un loro studio afferma inoltre che la guerra alla droga costa annualmente 47 miliardi di dollari mentre il giro d'affari legale attorno alla pianta vale 10,4 miliardi.
Le elezioni del novembre scorso hanno portato a 15 gli Stati, più tre territori, che hanno regolamentato legalmente la marijuana; sono invece 36 quelli che prevedono programmi di cannabis terapeutica. Le politiche proibizioniste degli Usa sono da sempre le più violente, la Drug Policy Alliance stima che ogni anno gli arresti per detenzione, spaccio e consumo di cannabis raggiungano il mezzo milione - principalmente persone di colore - mentre la Aclu denuncia che in molti stati una condanna penale cancella il diritto a partecipare alla vita politica, ottenere un alloggio, ricevere un'istruzione superiore o trovare un lavoro.
Divieti che calati nell'emergenza sanitaria acuiscono situazioni socio-economiche di per sé già gravi. Nel motivare la grazia ad Angelos la Casa Bianca ha scritto che si tratta di "un attivo sostenitore della riforma della giustizia penale" e che "la sua sentenza è stata il prodotto di una condanna minima obbligatoria eccessiva". E se ci arriva Trump... rapporti di Last Prisoner Project e Aclu su www.fuoriluogo.it.
di Rosalba Castelletti
La Repubblica, 20 gennaio 2021
La Fondazione anti-corruzione dell'oppositore pubblica una mega-inchiesta sul presidente russo: un'indagine sulla sua presunta residenza sul mar Nero, "grande quanto 39 principati di Monaco", con piscina, casinò, bunker e sala da pole dance. Finanziata da fedelissimi del potere, sostiene l'attivista che invita a manifestare. Il Cremlino respinge le accuse.
Sopravvissuto all'avvelenamento da Novichok e incarcerato al suo rocambolesco ritorno in Russia dopo la convalescenza in Germania, Aleksej Navalnyj è subito passato al contrattacco con una mega-inchiesta su quello che definisce "uno Stato separato dentro la Russia" sulle rive del mar Nero con "un solo e insostituibile Zar: Putin". Si tratta di un "palazzo" circondato da 7mila ettari di terreno che sarebbe già costato 100 miliardi di rubli (oltre 1,1 miliardi di euro) finanziati da uomini che occupano posti chiave nella Federazione russa.
Accompagnata da un video di quasi due ore, registrato prima del ritorno di Navalnyj e visto in poche ore oltre cinque milioni di volte su YouTube, l'inchiesta intitolata "Palazzo per Putin" è tra le poche della Fondazione anti-corruzione a puntare dritto al leader del Cremlino.
Il complesso comprenderebbe un eliporto, una pista da hockey, una chiesa, una serra, un tunnel che porta a mare che all'occorrenza può diventare bunker, un anfiteatro, una casa da tè raggiungibile grazie a un ponte di 80 metri, un allevamento di ostriche e persino una dacia, chiamata "Chateau" nei documenti, con vigneti e cantine, oltre che il "palazzo" vero e proprio da 17.691 metri quadri che includerebbe una discoteca, una sala narghilè con postazione per la pole dance, una piscina, sauna e bagno turco, una palestra e un casinò.
Interni che il team di Navalnyj ricostruisce in 3D grazie a piante e foto dei tre piani del palazzo ottenute da un presunto appaltatore "sbalordito e infuriato per l'arredamento lussuoso". Come i divani di pelle (ben 47) da due milioni di rubli, un tavolo da oltre quattro milioni o un cancello con aquila bicipite esatta riproduzione dell'ingresso del Palazzo d'Inverno nel film Ottobre di Serghej Eisenstein. Dettaglio che, secondo Navalnyj, "ci dice molto su chi quest'uomo pensa di essere".
Sorvegliata da uomini dell'Fsb, l'area "grande quanto 39 principati di Monaco" nei pressi di Gelendzhik, regione di Krasnodar, sarebbe protetta da una no-fly zone e un'area marina interdetta alle imbarcazioni, nonché da veri e propri checkpoint d'ingresso. "Senza esagerazioni - si legge nell'inchiesta - è il complesso più riservato e ben protetto in Russia. Una città intera, o meglio un regno".
Costato oltre un miliardo di euro, sarebbe stato finanziato, secondo l'attivista, dai fedelissimi del presidente russo, come il boss del colosso petrolifero Rosneft Igor Sechin o l'uomo d'affari Gennadij Timchenko. "La tangente più grande" della storia, secondo Navalnyj. Lo stesso sistema usato, sostiene sempre l'oppositore, per mantenere le donne di Putin: Svetlana Krivonogikh e Alina Kabaeva. A dire il vero l'esistenza del palazzo e i suoi presunti legami con Putin erano già stati denunciati nel 2010, ma dopo lo scandalo il palazzo era stato venduto.
Secondo Navalnyj, contratti e transazioni dimostrerebbero che la vendita non sarebbe stata altro che "un'illusione legale" per nascondere l'identità del vero beneficiario della proprietà: un uomo "ossessionato da lusso e ricchezza", ossia Putin. Un punto su cui il team martella molto sperando di galvanizzare la popolazione come successe nel 2017 dopo l'inchiesta sulle proprietà dell'allora premier Dmitrij Medvedev.
Non a caso l'inchiesta si conclude con un appello a manifestare sabato contro il potere che "deruba" i suoi cittadini, ribadendo l'invito a "scendere in piazza" lanciato già lunedì: "Siamo decine di milioni. Semplicemente non crediamo nella nostra forza. Tutto quello che dobbiamo fare è smettere di resistere. Smetti di aspettare. Smettila di sprecare la tua vita e le tue tasse per arricchire queste persone. Il nostro futuro è nelle nostre mani. Non essere silenzioso".
E, a rincarare la dose, dal carcere di Matrosskaja Tishina dov'è detenuto, Navalnyj ha pubblicato un messaggio su Instagram: "Non rimpiango di essere tornato. Mi rifiuto di sopportare l'illegalità perpetrata dalle autorità del mio Paese. Mi rifiuto di tacere ascoltando le bugie spudorate di Putin e dei suoi amici, impantanati nella corruzione. La corruzione, le bugie e l'illegalità rendono la vita peggiore, più povera e più breve per ciascuno di noi".
Mentre il suo collaboratore e direttore esecutivo di Fbk Vladimir Ashurkov ha pubblicato una lista di otto uomini, tra cui il patron del Chelsea Roman Abramovich, che Usa ed Europa dovrebbero sanzionare "se vogliono davvero incoraggiare Mosca a smettere di attaccare i diritti umani e a combattere la corruzione". Definendo l'inchiesta "un disco rotto", il portavoce di Putin Dmitrij Peskov ha però messo in guardia dal lanciare appelli "illegali". Perché il Cremlino teme le proteste? "No", ha risposto a radio Kommersant Fm. "Il Cremlino non ha paura". La sfida è aperta.
di Raimondo Bultrini
La Repubblica, 20 gennaio 2021
La donna postò su Facebook sei anni fa un audio offensivo nei confronti dell'ex sovrano. Condanna delle organizzazioni per i diritti umani e degli studenti che da mesi scendono in piazza per contestare i privilegi della monarchia e della famiglia reale. La signora Anchan - nome fittizio di una donna thai 65enne - ha ottenuto la più pesante condanna per lesa maestà nella storia del regno thailandese: 43 anni. Le è andata anche bene, visto che la sentenza secondo i parametri del codice indicati dal Tribunale sarebbe stata di 87 anni. Ma ha avuto un forte sconto grazie alla confessione di aver effettivamente postato su Facebook sei anni fa un audio offensivo verso il vecchio re e la corona.
Se in appello non ci saranno modifiche, rischia virtualmente di tornare in cella dov'è già stata tra il 2015 e il 2018 e restarci fino ai suoi 103 anni. Sempre che riesca a resistere alla vecchiaia e alle notorie dure condizioni delle prigioni del suo Paese. Solo un altro imputato la precede in quanto a record del genere: un venditore ambulante che ottenne inizialmente una sentenza a 70 anni ridotti a 35, anche nel suo caso dopo la piena confessione del grave "misfatto" di aver postato più di un'immagine e testo offensivi.
La storia di Anchan, una dipendente pubblica, ha sollevato l'indignazione di molti esponenti dei diritti umani e degli studenti che per mesi nel 2020 si sono battuti in piazza contro questa stessa legge e altri "privilegi" concessi al sovrano e alla sua famiglia. Anche se all'inizio delle proteste Rama X Vajiralongkorn aveva chiesto esplicitamente al governo di non usare il famigerato articolo 112 del codice penale che preserva da critiche l'intero sistema monarchico, da qualche tempo il premier Prayut Chan Ocha si era rivelato più realista del re. Dal novembre scorso ha fatto fioccare le denunce e gli arresti tra i giovani dissidenti, almeno 50 ancora in carcere o in attesa di giudizio, tutti per aver offeso o minacciato la corona.
La goccia che fece traboccare il vaso, e la stessa pazienza di Rama X che diede il via al riutilizzo dell'articolo 112, fu un incidente nel quale la regina venne bloccata con la sua limousine da alcuni manifestanti che le mostrarono invece dell'inchino un saluto col dito medio alzato. Ma il caso della signora Anchan è ancora precedente alle stesse rivolte iniziate in estate a Bangkok e altre città per chiedere ampie riforme sia della monarchia che del sistema politico dominato da un élite non eletta ma imposta dai militari con il via libera del re.
I post Facebook incriminati dell'impiegata pubblica non risalgono nemmeno al tempo dell'attuale sovrano, ma a quello di suo venerato padre Rama IX Bhumibol Adulyadej, deceduto nel 2016. Proprio nei due anni precedenti il lutto nazionale, la polizia informatica aveva registrato 26 post di Anchan su YouTube e tre su Facebook. Erano clip di registrazioni vocali proibite, riprese dai siti di un personaggio noto in rete come Banpodj, accanito critico della monarchia prima, durante e dopo il colpo di stato militare del 2014.
Da qui anche l'accusa per Anchan di aver violato la legge sulla criminalità informatica, un reato minore rispetto alla lesa maestà punita dai tre ai 15 anni. Ma per i codici thai ogni singolo episodio è sanzionato a parte e gli anni di condanna si accumulano anche se si tratta, come in questo caso, dello stesso messaggio smistato a più persone. La donna tentò di difendersi dicendo che non intendeva diffamare la monarchia, ma far girare quel discorso che l'aveva colpita, ammettendo la colpa per ottenere lo sconto di 44 anni sull'originaria sentenza.
"Ho pensato che fosse una cosa da niente - disse ai giudici - C'erano tante persone che hanno condiviso quel contenuto e l'hanno ascoltato. L'autore lo ha fatto per così tanti anni... Quindi non ci ho davvero pensato e non ero abbastanza attenta da rendermi conto che non era appropriato". Quando venne arrestata Anchan era ad appena un anno dal pensionamento e con la condanna rischia anche il vitalizio. Ora tenterà di ottenere in appello se non l'assoluzione, almeno una pena adeguata alla sua età. Difficile infatti sperare che le proteste sollevate dal suo caso modificheranno l'atteggiamento di governo e autorità della sicurezza condizionate dall'influenza del re.
"È un verdetto choc - ha detto Sunai Phasuk di Human Rights Watch - invia un segnale inquietante per dire che non solo le critiche alla monarchia non saranno tollerate, ma verranno anche severamente punite". Di certo si tratta anche di un ammonimento esplicito agli studenti della "Gioventù libera" che hanno partecipato alle proteste spesso ironizzando sulla figura del re e delle sue spese elevate.
Tra queste l'acquisto di una flotta aerea di 38 apparecchi e il mantenimento di servi di corte e concubine trasferiti con lui in un albergo-harem sulle alpi bavaresi fino al loro ritorno in patria nel dicembre scorso. Tra i 50 studenti e attivisti accusati di offese al re ci sono anche due giovani leader delle proteste accusati di "minacce fisiche alla regina" per aver alzato il dito sbagliato al passaggio del corteo reale. Per loro la sentenza potrebbe essere addirittura più elevata di quella contro l'impiegata Anchan.
di Gabriella Colarusso
La Repubblica, 20 gennaio 2021
Secondo i dati della Commissione per i diritti umani, organismo controllato dallo Stato, lo scorso anno le esecuzioni sono state 27: l'85% in meno rispetto al 2019. Il tentativo di Riad di ammorbidire le sue leggi arriva in un momento cruciale per il Regno: il programma di sviluppo Vision2030 e la nuova Amministrazione americana guidata da Joe Biden.
L'Arabia Saudita è stata a lungo uno dei Paesi con il più alto numero di esecuzioni capitali al mondo, preceduta solo dalla Cina e dall'Iran, ma nel 2020 c'è stata un'inversione di tendenza: le condanne a morte eseguite sono state 27, l'85% in meno del 2019 (184).
La Commissione per i diritti umani, organismo controllato dallo Stato, spiega che questa riduzione è dovuta soprattutto alla moratoria sui reati legati al traffico di droga introdotta "per dare una seconda chance ai criminali non violenti". Nel 2018 Riad aveva cambiato anche la legislazione che riguarda i reati commessi da minorenni, che oggi possono scontare una pena di massimo 10 anni di carcere, ma non è chiaro se queste due modifiche di legge saranno in vigore anche nel 2021. "C'è una discrepanza tra il decreto reale di marzo e l'annuncio che è stato fatto dalla Commissione per i diritti umani e da altri organismi in seguito", ha detto a The Media Line Dana Ahmed, ricercatrice dell'Arabia Saudita presso Amnesty International. "Il decreto reale dice che questo nuovo ordine non si applica alle persone che sono state processate per accuse ai sensi della legge antiterrorismo".
Secondo l'organizzazione non governativa Reprieve ci sono ancora 80 persone a rischio di essere condannate a morte in Arabia Saudita e molti sono attivisti per i diritti umani a cui non sono stati garantiti processi equi. Il tentativo di Riad di ammorbidire le sue durissime leggi sulla pena di morte arriva in un momento particolare per il Regno alle prese con il programma di sviluppo Vision 2030, che dovrebbe garantire al Paese un futuro post-petrolio fatto di ricerca, tecnologia, turismo - e con la necessità di non allontanare turisti e investimenti stranieri. Il principe ereditario al trono Mohammed Bin Salman vuole modificare l'immagine del suo Paese come bastione dell'ultraconservatorismo, dove c'è poco se non nessuno spazio per la libertà di espressione e la difesa dei diritti umani, anche in vista dell'arrivo alla Casa Bianca della nuova amministrazione guidata da Joe Biden.
Sul rispetto delle libertà civili e del dissenso, l'era Trump è stata un salvacondotto per bin Salman. L'omicidio nel 2018 di uno dei principali dissidenti sauditi all'estero, il giornalista Jamal Khashoggi - secondo la Cia e l'Onu l'assassinio è stato ordinato dal principe ereditario - ha suscitato una ondata di indignazione internazionale e ha affossato l'immagine di Bin Salman come giovane principe riformatore. Trump non aveva reagito al clamore internazionale. In un'intervista con il giornalista Bob Woodward aveva anche ammesso di aver in qualche modo protetto Bin Salman sul caso Khashoggi. Con Biden ora l'aria è cambiata.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 19 gennaio 2021
Nel programma di Rai3 Report, condotto da Sigfrido Ranucci, Bernardo Iovene ha firmato un'inchiesta sull'universo penitenziario. George Orwell scrisse che "la vera libertà di stampa è dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire".
di Alessio Lanzi*
Il Dubbio, 19 gennaio 2021
O rendiamo legittime le correnti oppure, per sconfiggere il loro peso, rendiamo segreto il voto in Plenum. Sono quasi due anni che sentiamo insistentemente parlare di crisi della magistratura, di perdita di credibilità del CSM, di caduta dei consensi relativi all'amministrazione della giustizia, etc. Dal mio angolo visuale, quale componente laico del CSM, ritengo di avere una visione concreta e adeguata di quanto accade e di quanto è accaduto. Indubbiamente la situazione è, e continua ad essere, di "emergenza".
di Ferdinando Esposito
L'Opinione, 19 gennaio 2021
Nonostante una certa stampa abbia insistito molto per far passare il messaggio secondo cui la vicenda che ha riguardato Luca Palamara sia stato il punto più basso toccato dalla magistratura italiana nella sua storia, in realtà, le cose non stanno affatto in questi termini, perché il fondo era già stato toccato da tempo per le numerose disfunzioni evidenziate da un sistema in cui crede ormai soltanto il 20 per cento degli italiani.
di Errico Novi
Il Dubbio, 19 gennaio 2021
Campagna partita solo per agenti e operatori: le vite dei detenuti sono "di scarto"? Appelli da agenti, Antigone e da Ardita. Il silenzio del governo suona come un'odiosa discriminazione. Al momento c'è una circolare. Datata mercoledì 13 gennaio, e firmata dai vertici del Dap.
Avvia la campagna vaccinale nelle carceri. Con un dettaglio: riguarda solo il personale. Di detenuti non si parla. La domanda è: siete davvero convinti di aver fatto la cosa giusta? A suggerire il contrario sono gli appelli promossi a considerare i reclusi categoria protetta. Soprattutto, colpisce l'eterogenea provenienza, di quegli appelli.
di Simona Musco
Il Dubbio, 19 gennaio 2021
Cambio di rotta alla sezione Sorveglianza di Trento: "Difficoltà tecniche, linee intasate, interferenze e scarsa dimestichezza con Teams: necessario tornare in aula". "Difficoltà tecniche dovute sia ai problemi di connessione legati a sovraccarico delle linee e alle interferenze della strumentazione che alla frequente scarsa dimestichezza con lo strumento informatico".
L'oggetto della critica è ormai noto a tutto il mondo della giustizia: Microsoft Teams, la piattaforma utilizzata da tutti i tribunali d'Italia per svolgere le udienze da remoto. A scrivere queste parole in un documento ufficiale non è però un esponente del mondo dell'avvocatura, la quale, in questi mesi, ha fortemente criticato la smaterializzazione del processo e la perdita della sua fisicità. A mettere nero su bianco le difficoltà vissute nelle aule di giustizia è il presidente del tribunale di Sorveglianza di Trento, Lorenza Omarchi, che ha certificato l'inidoneità del sistema a fronte delle esigenze di giustizia.
Il documento in questione è un ordine di servizio datato 15 gennaio, due semplici pagine che però rafforzano i dubbi espressi per mesi dall'avvocatura, prendendo le mosse dalla proroga delle norme emergenziali. Proroga che, per avvocati, magistrati, giudici e personale di cancelleria significa meno presenze in aula e più lavoro da remoto, con tutto ciò che ne consegue per le garanzie di difesa. Tali norme implicano che "la partecipazione a qualsiasi udienza delle persone detenute, internate, in stato di custodia cautelare, fermate o arrestate, è assicurata, ove possibile, mediante videoconferenze o con collegamenti da remoto individuati e regolati con provvedimento del direttore generale dei sistemi informativi e automatizzati del ministero della Giustizia". Le udienze penali che non richiedono la partecipazione di soggetti diversi dal pubblico ministero, dalle parti private, dai rispettivi difensori e dagli ausiliari del giudice possono dunque essere tenute mediante collegamenti da remoto sfruttando, appunto, la piattaforma Microsoft Teams.
Ma il giudice Omarchi evidenzia qualcosa di molto significativo: già la scorsa primavera, si legge nell'ordine di servizio, la partecipazione delle parti tramite video collegamento da remoto ha evidenziato difficoltà tecniche, così come anche in tempi più recenti, quando "si sono ripetute le difficoltà tecniche di collegamento imputabili sia alla linea Rug (Rete unica della giustizia, ndr) in uso negli uffici giudiziari che al sovraccarico della stessa". Problemi di connessione che, soprattutto nel corso delle ultime due sedute collegiali, hanno reso necessaria la ripetuta sospensione dell'udienza, fino alla totale rinuncia di proseguire da remoto, costringendo, dunque, gli esperti del tribunale di Sorveglianza a raggiungere con urgenza l'aula d'udienza di fatto per tenerla dal vivo, con regolare costituzione del collegio.
Da qui la necessità di ridurre al minimo non le udienze in presenza, così come la normativa emergenziale vorrebbe, bensì quelle da remoto, forti anche del potenziamento delle misure di protezione per ridurre il rischio di infezione, ovvero la disinfezione delle postazioni dopo la trattazione di ogni procedimento, mascherine, schermi in plexiglas, scaglionamento dei procedimenti, video collegamento da remoto per i detenuti, diversa modalità di accesso all'aula da parte dei difensori e loro assistiti, "aumentando il numero di schermi divisori e provvedendo ad un ulteriore distanziamento delle postazioni riservate alle parti processuali".
Al tribunale di Sorveglianza di Trento, dunque, si cambia musica: fermo restando l'obbligatoria partecipazione da remoto per i condannati in stato di detenzione (sempre che l'istituto di pena sia effettivamente in grado di garantire il collegamento), fino al 30 aprile prossimo, recita l'ordine di servizio, le altre udienze si svolgeranno con la presenza di presidente, magistrato di sorveglianza, esperti, pm, difensori di fiducia e d'ufficio e assistiti, con orari di chiamata "opportunamente scaglionati" per evitare assembramenti.
E solo in caso di necessità - e con il giusto preavviso - sarà possibile partecipare da remoto tramite Teams, con la presenza, nello stesso luogo, di difensore e assistito. I difensori dei condannati potranno decidere sia di partecipare in aula o tramite video-collegamento in carcere, vicino al proprio assistito. Insomma, un tentativo di tornare alla normalità (e di salvare il processo dalle storture dovute alla pandemia) che parte dal basso, da chi le aule le pratica ogni giorno.
D'altronde, il giudizio dell'avvocatura, specie i penalisti, è chiaro: il processo penale è incompatibile con una dimensione che non sia quella fisica. L'oralità è il punto di contatto tra il giudice e la fonte di prova, "così da poter percepire direttamente egli stesso elementi irripetibili e non riproducibili in un verbale o in una trascrizione e che non potranno essere colti tramite un collegamento via etere da remoto, quali il tono della voce, il contegno tenuto, le eventuali incertezze o esitazioni, tutti elementi necessari e imprescindibili per vagliare la credibilità del dichiarante e, quindi, per accertare correttamente il fatto e giungere ad un equo giudizio", si legge in un documento della Commissione linguistica giudiziaria della Camera penale di Roma.
E non si tratta di un principio astratto: anche la Corte di Strasburgo riconosce e garantisce il principio di oralità e immediatezza "in quanto espressione del diritto dell'equo processo", affermando che "coloro che hanno la responsabilità di decidere sulla colpevolezza o l'innocenza degli accusati devono in linea di principio essere in grado di sentire i testimoni e di valutare la loro attendibilità in prima persona. La valutazione dell'attendibilità di un testimone è un compito complesso che di solito non può essere soddisfatto da una semplice lettura delle sue dichiarazioni". Insomma: la compresenza nel medesimo luogo fisico, per la Cedu, è fondamentale affinché possa parlarsi di giusto processo.
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