di Michele Giorgio
Il Manifesto, 28 aprile 2021
La pandemia non ha frenato la spesa militare. Nel 2020, mentre medici e infermieri negli ospedali di ogni angolo del mondo lottavano per salvare la vita dei malati di Covid, in molti casi senza avere i respiratori per le unità di terapia intensiva, i governi di molti paesi investivano 1981 miliardi di dollari per comprare altre armi, con un aumento del 2,6% rispetto al 2019.
Lo rivelano i dati contenuti nell'ultimo rapporto diffuso ieri dall'International Peace Research Institute di Stoccolma (Sipri) che segue e registra vendite ed acquisti nel mondo di cacciabombardieri, carri armati, droni, sistemi missilistici, armi leggere e pesanti e molto altro. "Possiamo dire con certezza che la pandemia non ha avuto un impatto significativo sulla spesa militare globale nel 2020. Resta da vedere se i paesi manterranno o diminuiranno questi livelli durante il secondo anno di pandemia", spiega Diego Lopes da Silva, uno dei ricercatori del Sipri. Se la sua previsione, o l'auspicio, si avvererà lo vedremo tra un anno.
Sipri sottolinea che l'aumento del 2,6% della spesa militare mondiale è avvenuto mentre il Pil globale è diminuito del 4,4% - secondo i dati del Fondo monetario internazionale - e milioni di persone hanno dovuto chiudere le loro aziende e attività commerciali o hanno perduto il lavoro e sono finite in miseria a causa degli impatti economici della pandemia. Non solo. L'aumento della spesa militare è stato il più significativo dal 2009, la fase più acuta della crisi finanziaria ed economica globale. I cinque maggiori investitori nel 2020 - il 62% a livello mondiale - sono stati Stati uniti, India, Russia, Regno unito e Cina. La spesa militare di Pechino è cresciuta per il 26esimo anno consecutivo - 252 miliardi di dollari - ed è la seconda dopo quella degli Usa. "La continua crescita della spesa cinese è in parte dovuta ai piani di espansione e modernizzazione militare a lungo termine del paese, in linea con il desiderio dichiarato di mettersi al passo con le altre principali potenze militari" aggiunge Sipri.
La pandemia non ha frenato neanche la spesa militare degli Stati Uniti che ha raggiunto circa 778 miliardi di dollari, pari a un aumento del 4,4% rispetto al 2019: il 39% di quella totale nel 2020. E 12 paesi della Nato hanno speso il 2% in più del loro Pil per le loro forze armate. La Francia, ottavo spender a livello globale, ha superato la soglia del 2% per la prima volta dal 2009. Ma ci sono anche segnali in controtendenza. Alcuni paesi hanno riallocato parte della loro spesa militare investendo una porzione dei fondi stanziati per le nuove armi nella risposta sanitaria alla pandemia, come il Cile e la Corea del Sud. Altri, tra cui Brasile e Russia, hanno tagliato i loro budget militari iniziali. Anche i paesi del Medio oriente, da anni tra i principali acquirenti mondiali di armi, hanno rallentato facendo registrare nel 2020 un meno 6,5% (Arabia saudita -10%) ma hanno comunque speso 143 miliardi di dollari.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 28 aprile 2021
La Commissione presenta la strategia del Patto su migrazione e asilo: al centro gli allontanamenti volontari degli "irregolari". Intanto la Ocean Viking, unica nave umanitaria in zona Sar, salva 236 persone. Chi sperava che la strage di 130 persone della scorsa settimana potesse causare un sussulto di pietà da parte dell'Unione Europea può riporre le speranze in un cassetto. Al "momento della vergogna", invocato domenica da papa Francesco, è subentrato presto quello del "pragmatismo", messo sul piatto ieri dal vicepresidente della Commissione europea Margaritis Schoinas e dalla commissaria agli Affari interni Ylva Johansson. Pragmatismo in questo caso significa ribadire, nonostante tutto, il focus principale del Patto su migrazione e asilo presentato il 23 settembre scorso: allontanare tutti coloro che non riescono ad accedere all'asilo.
Così il centro della nuova strategia europea verso i migranti saranno, come da programma, i rimpatri volontari. Per fortuna mentre Schoinas e Johansson parlavano, duemila chilometri più a sud c'era una nave umanitaria che riempiva il vuoto lasciato dalle istituzioni europee: tra le 9 di mattina e mezzogiorno la Ocean Viking, della Ong Sos Mediterranée, ha soccorso in due diversi interventi 236 persone. Tra loro 114 minori non accompagnati, 7 donne e un neonato.
Dalla Commissione l'unica risposta sul tema del Search and rescue nel Mediterraneo è stato il riferimento al punto inserito nel Patto per favorire l'attivazione del meccanismo di solidarietà tra i paesi membri nella condivisione delle persone sbarcate dopo le operazioni di soccorso. Tutta l'attenzione è stata invece concentrata sui rimpatri volontari, che insieme a quelli forzati costituiscono lo strumento di espulsione dal territorio Ue dei migranti che non riescono a ottenere lo status di rifugiato o altre forme di regolarizzazione.
"Solo un terzo delle persone che non hanno diritto a restare in Europa tornano nel loro paese e di queste meno del 30% in modo volontario", ha dichiarato Johansson. Per Schoinas tale "fallimento" deriva da tre fattori: il quadro degli accordi di riammissione con i paesi terzi; la struttura organizzativa europea dei rimpatri; l'impatto ridotto della volontarietà. Tradotto: servono strumenti per convincere i paesi terzi a riprendersi i loro cittadini e i migranti a lasciare il territorio europeo. Anche perché conviene: si stima che un allontanamento forzato costi in media 3.414 euro, contro i 560 euro di uno volontario. La strategia proposta dalla Commissione prevede un approccio maggiormente integrato che utilizzi le leve politiche, diplomatiche ed economiche a disposizione dell'Ue per imporre le sue esigenze. Con lo scopo di armonizzare interventi e programmi sarà istituita la figura di un coordinatore.
La gestione dei rimpatri andrà in mano alla contestatissima agenzia Frontex, che è contemporaneamente al centro di: un'indagine sulle spese contabili dell'Ufficio europeo per le lotte anti-frode (Olaf); una verifica del mediatore europeo sul rispetto degli obblighi in materia di diritti fondamentali; un gruppo di scrutinio nella commissione Libe (Libertà civili, giustizia e affari interni) dell'europarlamento sul presunto coinvolgimento in respingimenti illegali nell'Egeo.
Proprio ieri i deputati di Bruxelles in plenaria hanno votato a larghissima maggioranza per posporre l'approvazione del bilancio dell'agenzia: se ne riparlerà a ottobre. Frontex ha visto moltiplicare il suo budget come nessun altro organismo Ue: da 19 milioni nel 2004 a 544 nel 2021 (fonte: Corporate europe).
"La Commissione europea pensa che unire le parole "ritorno" e "volontario" dia un suono più bello al suo piano per deportare decine di migliaia di persone. Ciò che ha presentato ieri è in realtà l'agenda dettata da Orbán, Duda, Janša e il desiderio di Salvini e Le Pen", accusa Sira Rego, eurodeputata di Unidas Podemos, vicepresidente di The Left e parte del gruppo di scrutinio su Frontex.
Pietro Bartolo, eletto a Bruxelles con il Partito democratico, si dice "preoccupato che la comunicazione della Commissione preceda una strategia per la creazione di vie legali d'accesso, unico strumento efficace per affrontare la migrazione irregolare e impedire le stragi nel Mediterraneo, ma non solo". Due giorni fa Bartolo aveva firmato assieme ad altri 52 parlamentari europei una lettera indirizzata a Schoinas e Johansson con la richiesta ufficiale di "attivare una missione e un fondo europeo per la ricerca e il soccorso". "Salvare vite in mare è un dovere a cui l'Ue e i suoi stati membri non possono sottrarsi", hanno scritto.
Chi davvero non si è sottratto al dovere di soccorrere è la nave umanitaria Ocean Viking, che ha messo al sicuro altre 236 vite. I migranti viaggiavano su due gommoni simili a quello affondato giovedì scorso. Sono stati trovati a 32 miglia nautiche dalla città libica di Zawyia. "Molti sopravvissuti erano deboli e disidratati. Avevano ustioni da carburante e soffrivano vertigini, nausea e mal di testa", ha raccontato l'Ong.
La Repubblica, 28 aprile 2021
La denuncia di Amnesty International. Nella regione della Cirenaica, nel periodo tra il 2018 e il 2021, sono state almeno 22 le condanne a morte e altre centinaia di persone incarcerate.
L'organizzazione umanitaria per la difesa dei diritti umani, Amnesty International, ha reso noto che nella Libia orientale (cioè la Cirenaica) i Tribunali militari hanno condannato centinaia di civili in seguito a processi militari segreti "profondamente iniqui", si legge in una nota dell'Organizzazione, con l'obiettivo di punire veri o presunti oppositori e critici delle Forze armate arabe libiche (Laaf) e dei gruppi armati affiliati. Nel periodo tra il 2018 e il 2021, sono state almeno 22 le condanne a morte, mentre centinaia di altre persone sono state condannate alla reclusione. Molti imputati hanno subìto torture e altri maltrattamenti durante il periodo trascorso in regime di detenzione preventiva.
Colpiti solo in quanto giornalisti. Tra i civili processati dai Tribunali militari nella roccaforte delle Laaf nell'Est della Libia, figurano due persone colpite esclusivamente per la propria attività giornalistica, un gruppo che ha partecipato alle manifestazioni pacifiche e decine di persone che hanno difeso i diritti umani o hanno condiviso sui social le critiche alle Laaf o ad altri gruppi armati affiliati. Gli ex detenuti che hanno parlato con Amnesty International hanno raccontato in dettaglio una serie di violazioni: sono stati rapiti e tenuti prigionieri fino a tre anni prima di essere deferiti alla giustizia militare, sono stati tenuti in regime di incommunicado fino a 20 mesi in circostanze simili a quelle di una sparizione forzata, sono stati sottoposti a percosse, minacciati e sottoposti a simulazioni di annegamento. Alcuni hanno detto di essere stati costretti a firmare delle "confessioni" per reati che non avevano commesso.
Tutto avviene in segreto, senza avvocati né imputati. "Il processo di civili da parte di tribunali militari, iniquo per natura - dice Diana Eltahawy, vicedirettrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l'Africa del Nord - il governo di transizione non rispetta gli standard internazionali e regionali. Nella Libia orientale, questi procedimenti avvengono in segreto e a volte in assenza di avvocati e imputati, pregiudicando qualsiasi apparenza di giustizia.
Il ricorso a Tribunali militari per i civili è un'evidente cortina di fumo attraverso la quale le Laaf e i gruppi armati affiliati esercitano il proprio potere per punire gli oppositori e per diffondere un clima di paura", ha aggiunto la vicedirettrice di Amnesty. Secondo il diritto internazionale, il ricorso ai Tribunali militari deve limitarsi ai procedimenti nei confronti del personale militare per le violazioni della disciplina delle forze armate. Ricorrere alla Giustizia militare per processare i civili pone diversi problemi, perché due dei protagonisti del processo, cioè l'Accusa e il il collegio giudicante, sono in servizio presso le forze militari e quindi soggetti alla loro gerarchia, dunque manca loro l'elemento fondamentale dell'indipendenza e dell'imparzialità.
Persone trattenute illegalmente per mesi. Nel corso dei colloqui con 11 persone, tra cui ex imputati, difensori dei diritti umani e avvocati, Amnesty International ha riscontrato che le persone che hanno subìto un processo militare sono state trattenute illegalmente per mesi o persino anni, sono state torturate e soggette a procedimenti profondamente iniqui. Un uomo condannato da un tribunale militare nel 2020 ha dichiarato che gli uomini affiliati alla "polizia militare", un gruppo armato alleato delle Laaf, lo avevano picchiato, minacciato di stupro e gli avevano messo un cappuccio sulla testa prima di versargli dell'acqua addosso per simulare un annegamento.
A processo per aver espresso critiche pacificamente. Tra coloro che hanno affrontato dei procedimenti dinanzi a tribunali militari figura una donna che nel febbraio del 2020 era stata portata via dalla sua abitazione da un gruppo armato per un post di critica sui social nei confronti delle Laaf. Non è stato permesso né ai suoi familiari né al suo avvocato di vederla prima che, in attesa del processo, ottenesse la libertà provvisoria nell'aprile del 2021. Inoltre, Amnesty International è venuta a conoscenza di 18 uomini arrestati per le proteste contro i gruppi armati avvenute a settembre 2020 che sono stati deferiti ai tribunali militari.
Processi farsa. I processi dinanzi ai tribunali militari nella Libia orientale non rispettano una serie di diritti relativi al processo equo, tra cui il diritto all'assistenza legale prima e durante il processo, il diritto a non rispondere, il diritto a un'udienza pubblica ed equa dinanzi a un tribunale imparziale e indipendente, il diritto a essere presenti durante il processo, ad avere una sentenza motivata nonché la possibilità di revisione. Gli imputati hanno di norma raccontato di non aver potuto incontrare il proprio avvocato durante il periodo di detenzione preventiva e, a volte, durante il processo. Anche gli avvocati sono stati colpiti. Secondo Libyan crimes watch, gruppo libico impegnato nella difesa dei diritti umani, nel mese di marzo del 2020, due avvocati sono stati arrestati e detenuti per molti giorni a causa di alcune denunce nei loro confronti fatte da Slim al-Fergani, presidente del tribunale militare permanente a Bengasi. Secondo una delle denunce esaminata da Amnesty International, un avvocato ha accusato Slim al-Ferjani di aver proibito ai legali di esaminare i fascicoli o di presentare una difesa in tribunale.
15 anni di galera per critiche alle Laaf. A maggio del 2020, un Tribunale militare ha condannato il giornalista Ismail Bouzreeba Al-Zway a 15 anni di detenzione, perché accusato di appoggiare il terrorismo. Amnesty International ritiene che sia stato punito per i contenuti trovati sul suo telefono, tra cui dei messaggi di critica alle Laaf e delle comunicazioni con stampa straniera. Non gli è stato permesso di mettersi in comunicazione con la sua famiglia e con il suo avvocato durante l'intero periodo di detenzione preventiva e il processo è avvenuto in sua assenza. In molti casi, fino al processo agli imputati non venivano comunicate con esattezza le accuse nei loro confronti, le udienze non erano pubbliche e non veniva dato loro accesso ai fascicoli o alle prove contro di loro o, una volta condannati, alle sentenze motivate.
Il peso delle gerarchie militari sulla giustizia. Inoltre, le sentenze emesse da un Tribunale militare possono essere appellate esclusivamente dinanzi a Tribunali militari di grado superiore. Sia la procura militare che i giudici mancano di indipendenza e imparzialità, essendo associati alle Laaf o ai gruppi armati alleati. A esempio, Faraj AlSoussa'a, attuale capo della procura militare nella Libia orientale rappresenta anche le Laaf nei colloqui della commissione militare libica (5+5) sotto l'egida dell'Onu, mentre Khairi al-Sabri a capo dell'Autorità militare giudiziaria generale, in passato ha guidato l'intelligence militare sotto il controllo delle Laaf. A sua volta, il giudice del Tribunale militare permanente a Bengasi è subordinato alla direzione dell'Autorità militare giudiziaria generale.
La pena di morte. Secondo le dichiarazioni della Unsmil (la Missione di sostegno in Libia delle Nazioni Unite) e delle Laaf, tra il 2018 e il 2020, i Tribunali militari hanno condannato a morte almeno 22 persone, in seguito a processi iniqui. Secondo le organizzazioni libiche per i diritti umani, sono almeno 31 le condanne a morte comminate. Amnesty International è contraria al ricorso alla pena di morte in qualsiasi circostanza. Secondo il diritto internazionale, i processi per i reati punibili con la pena di morte devono rispettare tutti i principi relativi a un processo equo e le esecuzioni a seguito di processi iniqui violano il diritto alla vita.
Pesanti conseguenze per i civili condannati. I civili scarcerati dopo aver scontato le pene hanno riferito che questi procedimenti nei loro confronti hanno danneggiato le loro vite, anche le loro prospettive lavorative future. Sulle loro teste incombe la paura di ulteriori arresti. Ibrahim el-Wegli, un medico che lavorava in un ospedale pubblico a Bengasi ha detto ad Amnesty International che dopo la sua scarcerazione il suo contratto di lavoro pubblico era stato invalidato a causa della sentenza a lui sfavorevole, emessa dal tribunale militare. Inoltre, due uomini condannati dai Tribunali militari hanno riferito ad Amnesty International che dopo il loro rilascio, hanno ricevuto costanti minacce verbali di ulteriori arresti e di sentenze più dure da parte di persone affiliate alla "polizia militare", il che li ha spinti a fuggire dalla Libia.
Motivazioni legali dubbie. Nel 2017, i membri della Camera dei rappresentanti, l'ultimo parlamento libico eletto, hanno approvato la legge n. 4/2017 che sanciva la giurisdizione dei tribunali militari sui civili accusati di "terrorismo" e di reati commessi nelle "zone militari". In quel momento, il paese era diviso tra due organismi contrapposti e in conflitto: la camera dei rappresentanti di Tobruk, alleata con le Laaf, che avevano il controllo della maggior parte dell'est della Libia, e il Governo di accordo nazionale (Gna) con sede a Tripoli. A novembre del 2018, un portavoce delle Laaf ha dichiarato che gli emendamenti del 2017 hanno fornito una base giuridica per i processi nei confronti delle persone accusate di "terrorismo" dinanzi ai tribunali militari.
di Marco Bonarrigo
Corriere della Sera, 28 aprile 2021
La denuncia di Aliaksandra Herasimenia, campionessa olimpica a capo della Belarussian Sport Solidarity Foundation, con la quale supporta gli atleti minacciati o incarcerati e che finanzia mettendo all'asta le sue medaglie. "Se sei un atleta non allineato al regime, in Bielorussia ti basta poco per finire in galera. A Yelena Leuchanka, stella del nostro basket, è stato fatale un post su Instagram spedito dall'aeroporto di Minsk dove stava per volare negli Usa: l'hanno arrestata al controllo passaporti e si è fatta 15 giorni di carcere. La regina del nostro freestyle, Aleksandra Romanovskaya, è stata cacciata dalla nazionale per aver firmato un appello per i diritti civili, Pavel Sitenkov - celebre coach del nuoto - è stato manganellato a sangue dalla polizia come pure Andrey Kravchenko, argento olimpico del decathlon, umiliato per 10 giorni nel carcere di Zhodino: entrambi avevano sfilato in corteo. E sono solo alcuni casi".
A parlare col Corriere (da Vilnius, dov'è rifugiata dopo essere stata bollata come "minaccia alla sicurezza e all'economia nazionale") è Aliaksandra Herasimenia, 35 anni, due argenti e un bronzo ai Giochi olimpici del 2012 e 2016 e due ori mondiali nel nuoto. Aljaksandra guida la Belarussian Sport Solidarity Foundation che supporta gli atleti minacciati o incarcerati e la finanzia mettendo all'asta le sue medaglie.
Nella Bielorussia di Alexander Lukashenko quando a reclamare i diritti civili è un atleta la prigione, i soprusi, la perdita del posto di lavoro statale o della borsa di studio e del diritto di allenarsi sono automatici. A protestare contro le elezioni farsa dell'agosto 2020 - che mantennero al potere l'autocrate Lukashenko - è un pezzo importante società civile.
Ma per un capo dello Stato che esibisce i risultati agonistici come bottino militare (96 medaglie olimpiche dall'indipendenza del 1991), che un campione rifiuti di presenziare alle parate militari e chieda di partecipare ai Giochi di Tokyo sotto bandiera neutrale è un oltraggio da punire.
Russia a parte (ma lì si parla di doping), la Bielorussia è la sola nazione al mondo sospesa dal Cio che ha disconosciuto il comitato olimpico nazionale, fino allo scorso autunno presieduto da Lukashenko stesso che poi ne ha fatto dono al figlio Viktor Aleksandrovich, suo consigliere per la sicurezza, accusato di ripetute violazioni dei diritti civili dalla Comunità Europea.
La sanzione del Cio si limita a bandire la presenza di padre e figlio da Tokyo (il padre ci sarà comunque come capo di Stato) e a un generico appello a non discriminare gli atleti. La Bielorussia (al contrario della Russia) può però continuare ad ospitare grandi eventi sportivi e a far sfilare i suoi atleti sotto la bandiera nazionale. "A giugno - spiega Herasimenia - Minsk ospiterà gli Europei di ciclismo su pista con atleti di 50 nazioni. Abbiamo chiesto invano alla federazione di spostarli altrove per appoggiare la nostra protesta".
L'Unione Europea di Ciclismo è presieduta da un italiano, Enrico Della Casa. "Non possiamo spostarci - ammette - perché nessuno ci darebbe i 350 mila euro che ci offre la federazione locale per coprire i costi. E comunque abbiamo il nullaosta del Cio". Herasimenia: "Pura ipocrisia, un voltarci le spalle e far finta che tutto vada bene. In realtà non va bene nulla: gli atleti meritevoli sono sistematicamente emarginati e sostituiti con quelli più scarsi ma fedeli al regime o che si guardano bene dal protestare. Ogni atleta sa che ai Giochi va chi corre o nuota più veloce, salta, lancia o gioca meglio. Regole universali, ma non nel nostro paese. Chiedo agli atleti di tutto il mondo - e in particolare alla vostra Federica Pellegrini, fuoriclasse contro cui ho gareggiato - di sostenere la nostra causa. Bastano una parola, una frase, un post. Non lasciateci soli".
di Marco Grieco
Il Domani, 28 aprile 2021
Mancano pochi mesi al 9 luglio, quando i sud sudanesi festeggeranno il decimo anniversario della loro indipendenza dal Sudan, ma quel cordone ombelicale reciso nel 2011 dal 98 per cento degli elettori, è ancora oggi intriso di sangue. Nemmeno la chiesa cattolica, protagonista del lento cammino di pacificazione del paese, può definirsi al sicuro.
Nella notte di ieri, infatti, il missionario comboniano Christian Carlassare, nominato vescovo di Rumbek appena due mesi fa, ha subìto un agguato ed è stato ferito alle gambe con colpi di arma da fuoco. Secondo quanto riferito dalla Conferenza episcopale del paese il presule non è in pericolo di vita, ma l'evento ha scosso tutte le diocesi, anche per la speranza che il più giovane vescovo italiano della chiesa cattolica porta nello stato più giovane del mondo. "Sento una grande responsabilità. Dovrò riuscire a far capire quanto tengo a loro, anche se le mie origini sono straniere" aveva dichiarato monsignor Carlassare qualche giorno fa ad Avvenire, parlando degli 800mila sud sudanesi della sua diocesi (un quarto è cattolico).
Estesa su un territorio di 60mila chilometri quadrati e con appena 15 parrocchie, a Rumbek la maggioranza della popolazione è di etnia dinka. Appena venti giorni fa, il paese piangeva la morte dell'anziano arcivescovo Paulino Lukudu, il missionario che è stato un saldo pilastro per tanti civili nel marasma del conflitto interno. Luduku e Carlassare, agli antipodi anagrafici, incarnano l'impegno trasversale e atemporale della chiesa cattolica in uno stato che ha smesso di credere ai suoi stessi tentativi di pace.
L'accordo firmato ad Addis Abeba il 12 settembre 2018 tra il presidente Salva Kiir e Riek Machar, rimpatriato dopo il rovinoso esilio costato la vita a centinaia di combattenti, era stato l'atto estremo della pressione diplomatica internazionale. Ma nella stessa Juba, dove il presidente del paese e il leader del movimento ribelle avevano celebrato il rinnovato dialogo, pochi mesi dopo i vescovi cattolici avevano espresso le loro perplessità. "La situazione concreta sul campo dimostra che non si stanno affrontando le cause profonde dei conflitti nel Sud Sudan. Siamo estremamente preoccupati perché, nonostante l'accordo di pace, la situazione sul terreno è che violenze e scontri continuano" avevano dichiarato il 28 febbraio 2019, senza risparmiare la dura condanna ai tiepidi tentativi di riconciliazione: "Le violazioni dei diritti umani continuano impunemente, tra omicidi, stupri, violenze sessuali diffuse, saccheggi e occupazioni di terreni e proprietà civili. Mentre si parla molto della pace, le azioni non corrispondono alle parole e temiamo che i leader di tutte le fazioni abbiano agende nascoste". Secondo gli ultimi dati forniti dalla Commissione per i diritti umani dell'Africa orientale, il 75 per cento del paese è ancora lacerato da attacchi a livello locale.
Nel Sud Sudan il problema sono le armi, sebbene il presidente Kiir abbia rinnovato gli sforzi per il disarmo. Eppure le azioni di un governo in parte svuotato di autorevolezza sono percepite con sospetto dai civili, e questo alimenta gli scontri, anche fatali, con le autorità.
"Il disarmo in Sud Sudan assomiglia a un'operazione di contro-insurrezione abusiva, non una raccolta ordinata di armi" dichiarava lo scorso agosto al New York Times Alan Boswell, analista presso l'International crisis group (Icg). Appena un anno prima papa Francesco aveva ricordato ai leader del paese che "la guerra non potrà mai portare la pace, l'unica via è affrontare i problemi senza l'uso delle armi e risolverli davanti al popolo". L'11 aprile 2019, dopo due giorni di ritiro spirituale in Vaticano, il pontefice aveva implorato la pace in ginocchio, baciando i piedi del presidente Kiir e dell'allora vicepresidente designato Machar cercando, nel gesto divenuto iconico, di conciliare simbolicamente le loro rispettive etnie dinka e nuer: "Vi chiedo come fratello, rimanete nella pace", aveva implorato il pontefice.
Da quell'incontro l'accordo di pace è rimasto un tentativo, mentre lo stesso Kiir accusava Machar di reclutare combattenti per rientrare a Juba armato. Intanto la corruzione nel paese resta radicata. Una recente inchiesta realizzata dal portale The Elephant ha fatto luce sul commercio illegale del legno di teak, che viene venduto sottobanco in Europa attraverso l'India, sebbene dal 2013 l'European Timber Regulation dovrebbe arginare la vendita illegale di legname. L'inchiesta mostra nel dettaglio come questa attività stia arricchendo politici corrotti e classi sociali interne che utilizzano i guadagni per dotarsi di armi nel conflitto fra etnie.
Arginare questo e altri fenomeni è impossibile persino per i caschi blu, spesso bersagli degli attacchi: proprio ieri le consultazioni tra le autorità del Sudan e del Sud Sudan per il ritiro delle forze di sicurezza dell'Onu dalla zona demilitarizzata di Abyei si sono concluse con un nulla di fatto. Secondo il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, per sguarnire la zona cuscinetto tra i due stati ci vorrà almeno un anno.
Il clima di incertezza diplomatica si riflette anche a livello locale e così le cicatrici ornamentali che i due gruppi etnici utilizzano da secoli per distinguersi fra di loro, oggi equivalgono a segni distintivi di morte. Intanto, continuano gli appelli dei vescovi a deporre l'ascia di guerra, come il recente invito di monsignor Hiiboro Kussala, vescovo di Tombura-Yambio e presidente dei vescovi di Sudan e Sud Sudan.
"Queste pecore smarrite devono essere aiutate a riconoscersi tutte figlie di Dio, tutte figlie dello stesso paese, andando oltre i propri clan" aveva dichiarato monsignor Carlassare in una recente intervista all'Osservatore Romano. Parole che oggi, vedendo le immagini del suo corpo insanguinato in barella, lasciano intendere con amarezza quanto la pace sia un percorso spesso in salita.
di Francesca Berardi
Il Domani, 28 aprile 2021
Nelle case statunitensi ci sono 400 milioni di armi, ovvero più armi che persone. Chiunque segua il dibattito sul controllo delle armi negli Stati Uniti ricorda il 2012 come un anno particolarmente intenso, conclusosi tragicamente. Il 14 dicembre, nella scuola elementare Sandy Hook di Newtown, in Connecticut, un ventunenne, armato di un fucile semi automatico e due pistole, uccise venti bambini e sei adulti. Quel massacro, avvenuto pochi mesi dopo quello altrettanto scioccante in un cinema del Colorado, riportò furiosamente a galla lo scontro politico sull'urgenza di limitare la vendita e il possesso di armi, soprattutto quelle d'assalto. La National Rifle Association (Nra), la potente lobby per le armi, ebbe una reazione ancora impressa nella memoria degli americani. Dopo una settimana di pesante silenzio, Wayne LaPierre, al vertice dell'organizzazione da trent'anni, disse che "l'unica cosa che ferma un cattivo ragazzo con una pistola, è un bravo ragazzo con una pistola".
Il tentativo di Obama - L'allora presidente Barack Obama, affiancato dal suo vice e attuale presidente Joe Biden, firmò 23 ordini esecutivi per bypassare il Congresso. L'obiettivo era di limitare le vendite e rendere più efficienti i controlli sugli acquirenti delle armi, i cosiddetti background checks, soprattutto nel caso di persone con disturbi psichiatrici. Una vera riforma avrebbe comunque implicato l'approvazione di Capitol Hill, e di fatto non ci fu una svolta significativa. Gli ostacoli erano, e sono tuttora, numerosi e complessi da superare. Nelle case statunitensi ci sono 400 milioni di armi, ovvero più armi che persone. C'è una cultura delle armi che si tramanda da generazioni, proprio come i fucili di famiglia, e che ha a che fare con l'identità, anche politica, di decine di milioni di americani. Ci sono i soldi dell'Nra nelle tasche dei parlamentari, repubblicani ma non solo. C'è il secondo emendamento della Costituzione al quale i difensori del diritto al possesso di armi si appellano in modo ostinatamente letterario e anacronistico per opporsi a ogni cambiamento. Tuttavia, la forte presa di posizione di Obama ebbe i suoi effetti. Uno dei più evidenti fu la percezione, da parte dei possessori di armi, che il governo potesse davvero imporre forti limitazioni. In quello stesso anno accadde infatti anche qualcosa di meno noto.
Fatte in casa - Mentre a Washington suonava un disco rotto, in una piccola townhouse ad Austin, in Texas, uno studente di legge pensava a come produrre armi aggirando tutta la politica, padri fondatori inclusi. Cody Wilson aveva allora 24 anni. Con un paio di conoscenti con i quali condivideva gli stessi interessi - gaming, tecnologia, la fascinazione per una certa idea di anarchia e libertà - decise di provare a costruire armi con una stampante 3d. L'intenzione era di elaborare i file necessari per la produzione e poi distribuirli gratuitamente attraverso Internet, negli Stati Uniti e non solo. Il progetto si chiamava Wiki-Weapon - un omaggio ai WikiLeaks di Julian Assange - e per realizzarlo Wilson e soci fondarono l'organizzazione Defense distributed, attiva ancora oggi. Sono loro, grazie a un discreto successo mediatico, ad avere dato la spinta decisiva alla popolarità delle cosiddette ghost guns, ovvero armi auto-costruite in casa (non necessariamente con stampante 3d) e senza numero di serie, ma non per questo illegali.
Armi fantasma - La diffusione delle ghost guns è per ovvie ragioni difficile da misurare, ma negli ultimi dieci anni è aumentata sensibilmente. Tanto che se ne è accorta pure la Casa Bianca. Lo scorso 8 aprile, parlando dal Giardino delle rose, Biden ha presentato il suo programma per affrontare l'epidemia di violenza provocata dall'uso delle armi. È "un imbarazzo internazionale" ha detto, mentre negli Stati Uniti il numero dei mass shootings continua a intensificarsi (per mass shooting, letteralmente sparatoria di massa, si intende una sparatoria in cui perdono la vita o vengono ferite almeno quattro persone, escluso il responsabile). Negli ultimi 30 giorni se ne sono verificati più di 45.
Dopo aver salutato alcuni dei presenti - primi tra tutti i genitori di uno dei bambini uccisi nella scuola Sandy Hook - Biden ha detto di essere determinato a fermare la proliferazione delle ghost guns. "Queste sono armi fatte in casa, costruite a partire da un kit che include le istruzioni per completarle", ha spiegato. "Non hanno numero di serie, così quando fanno la loro apparizione sulla scena del crimine non possono essere tracciate". Inoltre, ha detto, "agli acquirenti non è richiesto di passare il background check per comprare il kit e costruire l'arma".
Di conseguenza - ha aggiunto - può farlo chiunque, criminali e terroristi inclusi. Il presidente ha così dato al dipartimento di Giustizia 30 giorni per fare una proposta su come limitarne o quantomeno regolamentarne la diffusione. Non è ancora chiaro che tipo di iniziative conterrà la proposta, ma è improbabile che imponga il divieto di costruire armi in casa, anche perché si tratta di una pratica fino a ora considerata legale e che ha radici profonde.
È infatti solamente dal 1968, con il Gun Control Act, che i produttori di armi devono ottenere una licenza dal governo federale e marcare le armi con un numero di serie. E la legge non riguarda chi assembla armi per uso personale, cosa che appunto si presuppone siano le ghost guns. Solo che negli anni Sessanta - e neppure nel 1993 quando il Brady Gun Violence Prevention Act ha fondato il sistema federale di background checks facendo di nuovo un'eccezione per le armi fatte in casa - non si poteva ancora immaginare il potere di Internet. Le possibilità concesse dalla rete hanno infatti dato una nuova chiave di interpretazione all'associazione tra armi e libertà.
Pezzi da comporre - Per Wilson - che si definisce un crypto anarchist e dice di essere cresciuto in una famiglia senza armi - produrre armi in soggiorno è un gesto politico, un modo di affermare la propria libertà, alla faccia di un governo sempre più controllante, non importa se a destra o sinistra. Non a caso la prima pistola interamente realizzata con una stampante 3d da Defense Distributed si chiamava Liberator, come quella prodotta in massa dal governo americano nel 1942 con l'intenzione di armare gruppi della resistenza in Europa.
L'idea, poi non portata a termine, era di sganciarne migliaia dal cielo nella speranza che finissero nelle mani giuste, ma con la consapevolezza che potevano anche essere intercettate dai nazisti. Come si vede in un esemplare conservato al Museum of Jewish Heritage di New York, erano confezionate in scatolette di cartone contenenti anche le istruzioni per azionarle.
Esattamente come i kit per produrre le ghost guns. Le armi prodotte con stampanti 3d sono infatti solo una piccola parte. Come ha accennato Biden nel suo discorso, si tratta più in generale di armi costruite a partire da kit acquistabili online da diverse aziende specializzate, per poche centinaia di dollari. L'acquirente riceve a casa un cosiddetto "80 per cent receiver", ovvero un corpo inferiore di un'arma completo all'80 per cento e le istruzioni per terminarlo.
Il corpo inferiore è infatti il pezzo fondamentale, quello che include anche grilletto e cane, a cui è associato numero di serie e licenza. Anche le armi prodotte con la stampante 3d spesso hanno solo la parte del corpo inferiore realizzata con questa tecnologia, poiché il resto dei pezzi sono reperibili sul mercato senza controlli. Dal sito di Defense Distributed al momento si possono acquistare i corpi inferiori di diversi modelli, dalla pistola semiautomatica M1911 usata già dai primi del Novecento dalle forze armate degli Stati Uniti, al fucile semiautomatico Ar-15. Il costo varia dagli 80 ai 150 dollari. Inoltre, con un minimo di duemila dollari, è possibile acquistare una macchina a controllo numerico che, collegata a un computer e tramite uno specifico software, permette di produrre in casa componenti in metallo di vari modelli di armi.
Legali, per ora - Sebbene non sia possibile fare una stima del numero di ghost guns che circolano negli Stati Uniti, né ovviamente verificare chi le possiede, alcuni dati confermano che vengono utilizzate anche per scopi criminali. Nel 2019 gli agenti del Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms and Explosives (Atf), ne hanno sequestrate circa 10mila nel corso di arresti e perquisizioni. Secondo un'inchiesta pubblicata nello stesso anno dal sito The Trace, specializzato in violenza causata dall'uso delle armi, il 30 per cento delle armi sequestrate dalla polizia dell'Atf in California erano senza numero di serie. In molti casi erano state utilizzate per rapine o omicidi. In almeno due dei più recenti mass shooting avvenuti in California, nel 2013 in un college di Santa Monica e nel 2017 in varie zone del Tehama County, gli assalitori hanno usato ghost guns dopo che era stata loro negata la licenza. Inoltre, come ha raccontato alla radio pubblica americana il giornalista Ioan Grillo, autore del libro Blood gun money: how America arms gangs and cartels, il mercato delle componenti di armi da assemblare sta contribuendo a potenziare l'arsenale dei cartelli della droga in Messico e altri paesi del Centro America.
Negli ultimi anni i tentativi di fermare la proliferazione delle ghost guns non sono mancati ma è difficile stabilire se abbiano o meno avuto effetto. Diversi stati hanno tentato di regolamentarne il possesso o la vendita, come la California che dal 2016 richiede che le armi costruite in casa vengano registrate, o il New Jersey che proibisce del tutto il commercio di kit e componenti. Tuttavia nella maggior parte degli stati continuano a essere legali e non regolamentate.
L'azione di Biden in questo senso potrebbe segnare una svolta, quantomeno in termini di sensibilizzazione sul tema. A seguito del suo annuncio, grandi piattaforme di acquisti online come Facebook marketplace, Etsy e Google si sono impegnate a stringere i controlli dopo essere stati accusati di facilitare il commercio di parti di armi, in particolare stabilizzatori che permettono di utilizzare l'arma con una sola mano e con maggiore precisione.
Tuttavia le aziende del settore come Defense Distributed non si scoraggiano. Sui loro siti sono comparsi banner che rassicurano la clientela sul fatto che, vista l'opposizione che una legge sul controllo per le armi potrebbe trovare in Congresso, per almeno altri 90 giorni non dovrebbero entrare in vigore nuove leggi. Il pericolo, come avvenne nel 2012 e come avviene ogni volta in cui si mette in discussione la libertà degli americani di possedere armi, è l'effetto boomerang: l'incremento delle vendite di kit e parti da assemblare proprio in questo periodo.
articolo21.org, 27 aprile 2021
"Bisogna investire nella scuola in carcere, coltivando la fiducia nell'essere umano. Offrire nuove 'finestrè alle quali potersi affacciare per vedere delle alternative a una vita sbagliata". Così ha risposto uno studente detenuto al questionario sulla percezione del fenomeno mafioso somministrato dal centro studi Pio La Torre nell'ambito del Progetto educativo antimafia. L'iniziativa, sostenuta dal ministero dell'Istruzione, ha coinvolto per la 15esima edizione più di 600 scuole da Nord a Sud Italia, comprese alcune case circondariali. Ed è la scuola a rivelare tutta la sua centralità in questo anno pandemico: oltre il 65% del campione interpellato discute di mafia a scuola con i docenti, fenomeno che per i ragazzi può essere sconfitto boicottandone l'economia criminale con delle scelte di consumo più consapevoli.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 aprile 2021
Chiedono che la liberazione anticipata venga estesa a 75 giorni a tutta la popolazione detenuta e che abbia "effetto retroattivo" al 2015. "Chiediamo che si applichi l'ampliamento della liberazione anticipata estesa a tutta la popolazione detenuta, che tale provvedimento abbia "effetto retroattivo" al 2015 (anno in cui venne sospesa) in modo da avere un risultato concreto sul numero di ristretti". Dopo la lettera appello delle detenute del carcere di Torino rivolta alla ministra Marta Cartabia e al garante nazionale, si sono aggiunti i detenuti del carcere medesimo e i reclusi del carcere sardo di Massama.
di Errico Novi
Il Dubbio, 27 aprile 2021
Via libera ieri in Senato alla conversione del decreto voluto da Marta Cartabia su esame da avvocato. "In certi Tribunali lo spirito di condivisione ha vinto l'arretrato", così la guardasigilli chiede unità alla vigilia del termine per gli emendamenti su ddl penale e prescrizione di Bonafede. È un passaggio, non quello che dà il titolo. Ma l'intervista di Marta Cartabia alla Stampa, la prima della guardasigilli dal giorno del giuramento, evoca non solo il metodo dell'unità, della rinuncia all'idea di poter rendere ogni "istanza" una "pretesa irriducibile e unilaterale". Oltre a un appello che più tempestivo non poteva essere, rivolto alla vigilia del termine per gli emendamenti dei partiti sulla prescrizione, il messaggio della ministra chiama in causa anche qualche "perla della nostra giustizia".
di Davide Dionisi e Benedetta Capelli
vaticannews.va, 27 aprile 2021
A Vatican News l'intervista a Mauro De Palma, uno dei Garanti dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, ricevuto stamani dal Papa. "Grande condivisione con Francesco su molti temi e sul dolore degli invisibili".
- I tempi dei processi si abbasseranno del 40% nel civile e del 25 nel penale
- No a prescrizione e Csm: troppo divisivi per Draghi
- Riti alternativi e divieti d'impugnazione per il pm: così si archivia Bonafede
- Combatto ogni giorno per tutti: mai più un innocente dovrà finire dietro le sbarre
- Roma. La Garante dei detenuti: "A Rebibbia 60 donne positive al Covid su 300"









