di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 28 aprile 2021
Accolto in parte il ricorso di un cittadino, costretto a lasciare la Nigeria dopo la scoperta di una relazione omosessuale. La Corte di Appello di Genova aveva negato la protezione internazionale a un cittadino nigeriano costretto a lasciare il proprio Paese dopo che fu scoperta la relazione omosessuale con il compagno dell'epoca. Il nigeriano ha fatto ricorso e la Cassazione l'ha accolto in parte, annullando la sentenza impugnata e rinviandola alla Corte d'appello al fine di "verificare - si legge nella sentenza -, anche attraverso le opportune indagini officiose proprie della materia, se il trattamento degli omossessuali in Nigeria, giustifichi il riconoscimento di una delle tutele gradatamente rivendicate dal ricorrente".
I quattro motivi del ricorso in Cassazione - Il nigeriano ha fatto il ricorso in Cassazione motivandolo con quattro motivi. Con il primo, il ricorrente ha denunciato l'omesso esame su di un fatto decisivo (art. 360 n. 5 c.p.c.), sostenendo che la Corte territoriale avrebbe mal interpretato le vicende riguardanti la sua fuga dalla città di Epkonna, in Nigeria.
La Corte avrebbe fatto riferimento al solo fatto che il padre dell'amico avrebbe inveito con urla contro il ricorrente, mentre era stato precisato che ciò fosse stato accompagnato da minaccia di denuncia alla polizia, aggiungendosi poi - nel medesimo motivo - ulteriori precisazioni rispetto all'episodio della seconda e definitiva fuga da Benin City e dal Paese.
Con il secondo motivo ha denunciato la violazione e falsa applicazione (art. 360 n. 3 c.p.c.) degli artt. 7 e 8 d. Lgs. 251/2007, in combinato disposto con l'art. 8 d. Lgs. 25/2008, per avere la Corte territoriale omesso di considerare le notorie persecuzioni cui sono sottoposte in Nigeria le persone omosessuali e comunque omettendo di svolgere gli opportuni approfondimenti istruttori anche officiosi sul punto. Al terzo motivo, invece, il ricorrente ha affermato la violazione (art. 360 n. 3 c.p.c.) dell'art. 14 lettera b) e c) d. Lgs. 251/2007, in combinato disposto con l'art. 8 d. Lgs. 25/2008 per non avere la Corte territoriale correttamente indagato sulla sussistenza di una situazione di violenza indiscriminata nel Paese di origine.
Con il quarto motivo ha invece affermato la violazione (art. 360 n. 3 c.p.c.) dell'art. 32, co. 3 d. Lgs. 25/2008, in combinato disposto con l'art. 5, co. 6, d. Lgs. 286/1998, sostenendo che la Corte avrebbe sottovalutato la condizione di omosessuale del ricorrente anche da questo punto di vista, non considerando le difficoltà sociali e di reinserimento che essa comunque avrebbe comportato rispetto al proprio Paese natale.
Per la Cassazione il ricorso è fondato in parte - Per la Cassazione il ricorso è fondato in parte. E la cosa non è di poco conto. In sostanza, la Corte sottolinea che i giudici d'appello hanno omesso di accertare, come denunciato dal ricorrente, se in Nigeria sussista un regime persecutorio riguardo alla condizione di omosessualità, come anche, eventualmente, se, rispetto ad essa, "sussistano forme dannose di persecuzione privata non contrastate efficacemente dallo Stato o infine se tale condizione sia anche solo oggetto di disvalore solo sul piano sociale, ma tale da giustificare, nel dovuto giudizio comparativo rispetto alla situazione italiana, la tutela residuale umanitaria".
Ed ecco perché la Cassazione ha rimesso il giudizio alla Corte territoriale, in diversa composizione, al fine di verificare, anche attraverso le opportune indagini officiose proprie della materia, se il trattamento degli omossessuali in Nigeria, giustifichi il riconoscimento di una delle tutele gradatamente rivendicate dal cittadino nigeriano. Quest'ultimo rischia di essere rispedito nel Paese dove potrebbe subire atti persecutori a causa del suo orientamento sessuale
di Fabrizio Ventimiglia e Maria Elena Orlandini
Il Sole 24 Ore, 28 aprile 2021
Lo scorso 15 aprile la Corte Costituzionale si è pronunciata sulle questioni di legittimità costituzionale sollevate dalla Suprema Corte di Cassazione "sul regime applicabile ai condannati alla pena dell'ergastolo per i reati di mafia e di contesto mafioso che non abbiamo collaborato con la giustizia e che chiedono l'accesso alla liberazione condizionale" (Comunicato della Corte Costituzionale, 15 aprile 2021).
Sul punto, i giudici della Consulta, attraverso il comunicato stampa pubblicato sul sito della Corte costituzionale, hanno rilevato come la disciplina vigente del c.d. "ergastolo ostativo preclude in modo assoluto, a chi non abbia utilmente collaborato con la giustizia, la possibilità di accedere al procedimento per chiedere la liberazione condizionale, anche quando il suo ravvedimento risulti sicuro". Per tali ragioni, continua la Corte, la disciplina in esame è in aperto contrasto con il dettato normativo degli artt. 3 e 27 Cost. nonché con l'art. 3 della Convenzione Europea Dei diritti dell'Uomo. La Corte ha, tuttavia, stabilito di rinviare la trattazione delle questioni a maggio 2022, "per consentire al legislatore gli interventi che tengano conto sia della peculiare natura dei reati connessi alla criminalità organizzata di stampo mafioso, e delle relative regole penitenziarie, sia della necessità di preservare il valore della collaborazione con la giustizia in questi casi".
L'ergastolo "ostativo", fu introdotto nell'ordinamento italiano dopo la strage di Capaci del 23 maggio 1992, nel clima di allarme sociale creato dall'uccisione del magistrato antimafia Giovanni Falcone. Tale regime penitenziario, disciplinato ai sensi dell'art. 4 ord. pen., osta alla concessione di qualsivoglia beneficio penitenziario - come, ad esempio, la libertà condizionale della pena, lavoro all'esterno, permessi premio - a quei detenuti, condannati per delitti di criminalità organizzata, terrorismo e eversione, che hanno deciso di non collaborare con la giustizia.
Escludendo la possibilità di poter usufruire dei benefici previsti dall'Ordinamento Penitenziario, la pena detentiva viene scontata integralmente in carcere addivenendo così perpetua, trasformando l'ergastolo in un concreto "fine pena mai" (in contrasto, invero, con la funzione rieducativa della pena deducibile ai sensi dell'art. 27 co. 3 Cost.).
Come anticipato, la Corte Costituzionale, all'esito della camera di consiglio del 15 aprile 2021, ha dichiarato l'ergastolo ostativo in contrasto con i principi sanciti negli artt. 3 e 27 della Costituzione italiana. Si tratta di una decisione molto significativa per il nostro Ordinamento, il cui esito era tuttavia preventivabile.
La Consulta già con la sentenza n. 253 del 23 ottobre 2019, aveva, infatti, dichiarato, anche seppur solo con riferimento al beneficio penitenziario del permesso premio, come la presunzione assoluta di pericolosità sociale del condannato, sulla base dell'assunto che il rifiuto di collaborazione equivalga a perdurante pericolosità, fosse illegittima, in quanto non solo irragionevole, ma in violazione dell'articolo 27, comma 3, della Costituzione, che sancisce la funzione rieducativa della pena ed implica, quindi, la progressività trattamentale e la flessibilità della pena, contro rigidi automatismi. Ancor prima, la Corte europea dei diritti dell'uomo, con sentenza del 13 giugno 2019 nel caso Marcello Viola c. Italia, aveva giudicato il regime dell'ergastolo "ostativo", implicante l'equazione teorica tra rifiuto di collaborare e presunzione assoluta di pericolosità sociale del condannato, incompatibile con l'articolo 3 della Convenzione europea e con il principio della dignità umana.
La strada per l'atteso verdetto della Consulta era quindi già stata in un certo senso tracciata. Appariva, infatti, evidente la necessità di rivedere la vigente disciplina dell'ergastolo "ostativo" riportandola sui binari dettati dalla nostra Carta Costituzionale. Sarà, tuttavia, importante attendere il deposito dell'ordinanza, che avverrà nelle prossime settimane. Ad oggi, infatti, il comunicato della Corte non fornisce una chiave di lettura che possa aiutare il Parlamento a riscrivere la disciplina giuridica prevista dall'art. 4 ord. pen., limitandosi ad un mero auspicio secondo cui il Legislatore possa concretamente apportare delle migliorie in tema di ergastolo ostativo, fornendo una lettura costituzionalmente orientata e in linea con i principi della Cedu.
Il Legislatore si trova di fronte ad una grande occasione per riportare al centro dell'ordinamento penitenziario l'uomo, o meglio, il condannato e la sua dignità. Insomma, bisognerebbe - citando un grande esponente della dottrina penalistica partenopea, il Prof. Sergio Moccia, dell'Università degli Studi di Napoli "Federico II" - eliminare il "fine pena mai" dal nostro ordinamento giuridico e trasformarlo in un "fine pena sempre", coerentemente a quei principi statuiti nella nostra Costituzione, per garantire ad ogni detenuto la risocializzazione e la sua reintegrazione all'interno della società civile.
di Stefano Lolli
Il Resto del Carlino, 28 aprile 2021
Partono oggi le vaccinazioni in carcere. Serviranno cinque giorni per completare il primo giro di somministrazioni ai circa 400 detenuti, per le quali sarà utilizzato il siero della Pfizer. Inizialmente si pensava di impiegare quello, monodose, della Johnson & Johnson, "ma la fornitura limitata e il fatto di uniformarci alle scelte delle altre aziende sanitarie - spiega la direttrice generale dell'Ausl Monica Calamai - ci hanno spinto a privilegiare quello di cui oggi disponiamo in quantità maggiore".
Non è mancata neppure una valutazione di carattere quasi psicologico, aggiunge la direttrice della casa circondariale Maria Nicoletta Toscani: "C'è stato un certo allarmismo, senz'altro ingiustificato, su AstraZeneca e Johnson & Johnson, abbiamo preferito in ogni caso adottare una linea prudenziale per rasserenare gli animi". Il clima è comunque tutt'altro che agitato: "La situazione delle carceri cittadine è assolutamente virtuosa - afferma il prefetto Michele Campanaro -, le misure di controllo e contenimento del virus sono state puntuali e centrate".
Parlano i numeri: "Dall'inizio della pandemia si sono registrati 13 casi di positività tra gli agenti, tutti asintomatici e per contatti nell'ambito familiare. Per quanto riguarda invece i detenuti, i casi sono stati in tutto 7, dei quali 6 nuovi arrivati in via Trenti, e un lavorante che ha probabilmente subìto la contaminazione attraverso derrate alimentari".
La virtuosità non è comunque una virtuosità immutabile, va aiutata con azioni di controllo sistematici. Dal triage esterno allo screening sia con test sierologici (2517 da maggio 2020) ai tamponi molecolari, che ora vengono svolti mensilmente: "Siamo probabilmente l'unico carcere che svolge un'attività di controllo così intensa - prosegue la Toscani -, e i risultati parlano da soli". Da oggi dunque scatta l'altra fase importante, quella della vaccinazione: sollecitata, nelle carceri, dal commissario straordinario Francesco Figliuolo.
"In occasione della sua visita a Bologna e Ferrara, è stato esplicito con i Prefetti - ricorda Campanaro - e lo scorso 20 aprile ci è stata indirizzata una ulteriore sollecitazione". Per questo, a scaglioni di 100 detenuti al giorno (per evitare anche commistioni tra i vari nuclei della casa circondariale), la sala teatro dell'Arginone verrà adibita a punto vaccinale, con i medici referenti del carcere coadiuvati dai team dell'Usca.
Il primo round di somministrazioni verrà completato il 3 maggio, quindi alla fine del prossimo mese saranno effettuati i richiami. Passando alla campagna vaccinale più in generale, la Calamai ha fatto il punto su un andamento "ottimale, in considerazione delle dosi disponibili. Abbiamo ultimato la vaccinazione degli over 80 e delle persone in assistenza domiciliare, siamo già oltre il 50% delle seconde dosi per gli estremamente vulnerabili, e per quanto riguarda ora la scia d'età 65-69 anni, nel primo giorno di prenotazione sono stati fissati 10mila appuntamenti".
Guardando all'obiettivo della cosiddetta "immunità di gregge" (che su scala nazionale viene indicata nel 75%), Ferrara veleggia ben oltre la soglia prefissata: "Tendenzialmente siamo oltre l'85% - conclude la direttrice dell'Azienda Usl - e tra gli anziani e i fragili siamo sopra il 90%".
di Maria Desiderio
italiachecambia.org, 28 aprile 2021
In un'epoca in cui la deriva culturale e una pandemia foriera di tante insicurezze hanno alimentato la diffidenza per il prossimo, empatia e dialogo sono degli strumenti di risoluzione del conflitto formidabili. Su di essi si basa il lavoro del Centro per la mediazione dei conflitti di Padova, che nel difficile quartiere Stazione prova a pacificare i residenti e i senza dimora, accusati di essere fonte di degrado e insicurezza.
Che la pandemia di coronavirus abbia fatto emergere le enormi disuguaglianze e le contraddizioni della società contemporanea lo abbiamo sentito dire in tutte le salse e con diverse intenzioni. A forza di ripetercelo, questo assunto - che è per evidenza veritiero - sta perdendo colore e intensità, così come sentiamo sfilacciarsi sempre più velocemente quelle che fino a qualche mese fa consideravamo prospettive certe di risoluzione.
La solidarietà fatica a tenere ben salda la sua posizione nel lessico comune e lo spazio urbano ha assunto connotazioni nuove e a tratti spaventose. Le città possono essere attraversate, di tanto in tanto consumate, ma per questioni di sicurezza, vissute il meno possibile. Vediamo ridursi sempre più la possibilità di essere abitanti di un territorio, progressivamente perdiamo il contatto con l'ambiente che ci circonda e l'altro, di default, viene sempre più facilmente percepito come una minaccia alla nostra stabilità.
In questo scenario si collocano anche pratiche volte, al contrario, alla mediazione e risoluzione dei conflitti sociali e penali. Esse assumono un valore aggiunto, perché un tessuto sociale tagliuzzato e costellato di piccoli e grandi strappi ha bisogno di trovare le proprie modalità per riuscire a superare le conflittualità e a vivere le città come possibili luoghi di cura collettiva e non certo di guerra, soprattutto in tempi di pandemie.
Il Centro per la mediazione dei conflitti è una iniziativa dell'associazione Granello di Senape - costituitasi come soggetto autonomo nel 2004 rifacendosi all'esperienza dell'Associazione-madre, "Il granello di senape", che ha sede a Venezia -, un progetto di giustizia riparativa in ambito sociale e penale. "La visione della giustizia riparativa - spiega Lorenzo, che fa parte del Centro - ci porta a posare lo sguardo sul territorio, porsi in una dimensione di ascolto e mai di giudizio nel raccogliere tutte l esperienze e i punti di vista. Quello che fa un mediatore di fatto è ricucire uno strappo e per farlo nel migliore dei modi è importante mantenere la centratura necessaria".
Piazza Mazzini è ai limiti del quartiere Stazione, poco prima del centro. È un punto di ritrovo per molti "senza dimora", per persone con problemi di dipendenze. Per evitare che le panchine di questa piazza venissero utilizzate per dormire, la precedente amministrazione le ha tolte; ovviamente questo non ha risolto i conflitti e le criticità tra i due schieramenti di abitanti. Da un lato ci sono quelli per così dire autoctoni, che vivono nei palazzi intorno alla piazza, che hanno paura di attraversarla con il buio e che si lamentano - a ragione - del mancato rispetto dello spazio pubblico. Dall'altro lato c'è il gruppo delle persone che non hanno altri posti dove trascorrere le proprie giornate e che sono ben consapevoli di essere percepiti come causa di degrado, se non di vero e proprio pericolo.
"Il percorso che stiamo costruendo a piazza Mazzini non è certo semplice - prosegue Lorenzo -, ma ogni situazione è difficile a modo suo. Stiamo lavorando con entrambi i gruppi per spingerli a usare l'empatia per una maggiore introspezione, singola e collettiva. Mettersi nei panni dell'altro infatti è uno sforzo a cui si è sempre meno abituati, ma è necessario riconoscersi a vicenda se si vuole uscire da una dimensione conflittuale che spesso è il risultato di paure diverse ma speculari. La paura del diverso può essere una minaccia alla propria intimità quotidiana ed è legata a quella di essere continuamente respinti dalla società, buttati fuori da un cerchio nel quale poi è complesso reinserirsi".
Portare avanti questo genere di pratiche nelle zone urbane in cui le criticità sono più evidenti e le convivenze a volte impraticabili è fondamentale in un'ottica trasformativa del presente e soprattutto del futuro. Lo è in particolar modo in un periodo storico tanto fragile come quello che stiamo vivendo, in cui troppo spesso le situazioni di conflitto vengono "risolte" con soluzioni securitarie e repressive che nel concreto non sciolgono i nodi, ma spostano semplicemente i problemi e i conflitti di qualche metro. Al contrario, la mediazione del conflitto si pone come una pratica di prossimità che, se ben gestita, può generare nuovi equilibri di comunità.
di Enrica Riera
L'Osservatore Romano, 28 aprile 2021
L'invenzione è di Fernando Gomes da Silva, detenuto che "pur non trovandosi nel mondo, per il mondo ha voluto creare qualcosa". Dopo settant'anni dall'uscita di Miracolo a Milano per la regia di Vittorio De Sica, il suo finale è indimenticato. Un gruppo di uomini s'eleva da terra, vola sulle scope di saggina degli spazzini comunali recuperate in piazza Duomo e s'allontana dall'immondizia in mezzo alla quale era costretto a vivere. Una fiaba. Ma una fiaba, senza la sua replicabilità e dinnanzi a una (attuale) massiccia produzione di rifiuti urbani, suggerisce di giocare d'ingegno. Senza scope volanti, per vivere in luoghi salubri e rispettosi della natura, occorre mettere in atto buone pratiche.
Una di queste prende piede non a caso a Milano. Si chiama Riselda ed è un cassonetto intelligente, pensato per essere installato all'interno dei condomini e per pesare, tracciare ed etichettare i rifiuti prodotti da ogni singola famiglia. In pratica, chi differenzia meglio, viene premiato (ad esempio con sconti e buoni spesa da utilizzare negli esercizi che aderiscono al progetto, "e pure tenendo conto di quelle esigenze originatesi dalla pandemia da covid-19").
Tuttavia non finisce qui. Perché, grazie all'evoluzione di Riselda in Riselda partecipa, diventa anche possibile avviare un percorso di coinvolgimento dell'intera comunità: l'app collegata al cassonetto permette la reale condivisione di messaggi e informazioni tra gli abitanti del quartiere, i quali possono proporre e stimolare nuove idee e servizi ("i rifiuti smaltiti generano valore economico, da reinvestire in progetti decisi dai cittadini").
Il quartiere selezionato per avviare tutto questo è il Giambellino-Lorenteggio, fucina, pertanto, di un progetto nel progetto, nato, supportato e sostenuto da una vera e propria coralità di attori. C'è, infatti, BiPart, l'impresa sociale che coordina la campagna di crowdfunding civico del comune meneghino per attivare la citata partecipazione di cittadini, attività commerciali e istituzioni e che, come spiega il suo fondatore Stefano Stortone, "punta sull'iniziativa perché s'intende trasformare un rifiuto in una risorsa non solo economica, ma da cui derivino soprattutto relazioni".
C'è inoltre Sarah D'Errico, l'educatrice del team Riselda che, tra gli altri, è stata di supporto per la presentazione del progetto al bando della "Scuola dei quartieri" (sempre promosso dal Comune di Milano), in base al quale il cassonetto intelligente s'è aggiudicato il primo posto nella graduatoria, per "entrare", appunto, nel condominio.
E ancora, attorno a tantissime altre professionalità che fanno parte della nascente realtà di sperimentazione, c'è Fernando Gomes da Silva, colui al quale si deve l'invenzione stessa di Riselda: idea prima e macchinario poi, che gli originari passi li ha mossi nel carcere di Sollicciano, a Firenze, e dopo in quello di Bollate.
"È a Firenze, dov'era dapprima ristretto, che Fernando - racconta Sarah D'Errico - ha iniziato ad assemblare la sua invenzione, che successivamente ha suscitato interesse anche negli esperti dell'Università Federico ii di Napoli e in chi, fattivamente, ha studiato il macchinario divenuto persino oggetto di diverse tesi di laurea. Quando nel 2016 Fernando - prosegue D'Errico - è stato trasferito a Bollate, è entrato a far parte di un'associazione ambientalista, costituita da detenuti ed esterni, Keep the Planet Clean, e s'è iniziata a sperimentare la teoria che sta dietro a Riselda: chi, in quanto a raccolta differenziata, teneva un comportamento virtuoso, vedeva riconoscersi, in accordo con la struttura carceraria, un'ora di colloquio in più o una telefonata ulteriore con i familiari. C'è da sottolineare, però, che le buone pratiche sono continuate anche a prescindere da questo sistema di riconoscimenti, tanto che la raccolta differenziata a Bollate è arrivata a toccare picchi dell'ottanta per cento e ha coinvolto tutti".
Così, con Riselda che si prepara a fare ingresso all'interno del condominio milanese e a coinvolgere un'intera comunità, Fernando Gomes da Silva - quarant'anni, d'origine brasiliana (ciò spiega perché il cassonetto si chiami Riselda, che è il nome di sua madre) e con un passato da elettricista - è entusiasta. È assai soddisfatto, cioè, dell'evoluzione di quello che circa dieci anni fa era solo un pensiero, che man mano s'è fatto concreto ("i primi modellini della macchina funzionante sono stati costruiti a partire da scatole di merendine") e ha intercettato la curiosità e la progettualità di molti, andando oltre la sola dimensione carceraria e aprendosi a nuove narrazioni. "Fernando - riferisce D'Errico - ha sempre detto che non trovandosi nel mondo, vista la pena da scontare, per il mondo avrebbe tanto voluto creare qualcosa".
E adesso il desiderio si è tramutato in realtà. "Una realtà - ripete Stortone di BiPart - caratterizzata da principi e valori di ecosostenibilità, salvaguardia della socialità. Motivo per cui - continua - chissà, Riselda potrebbe diventare un'autentica impresa di quartiere o popolare con utenti in grado di decidere cosa realizzare per il proprio territorio".
Partire dalla separazione dei rifiuti, dunque, per unire le persone, per generare cambiamento e creare nuovi cammini di economia circolare, oltre a una comunità che pensando ai suoi bisogni pensi anche a quelli degli altri. Per dirla come in Miracolo a Milano: "Un regno dove buongiorno vuol dire veramente buongiorno".
di Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera, 28 aprile 2021
In una democrazia come la nostra l'interesse pubblico è quello che ogni maggioranza e ogni ministro reputa che sia. Nei regimi democratici è compito della stampa illustrare con obiettività i punti di vista dell'opposizione, anche quando non li si condivide e ancora di più, quando è necessario, difenderne i diritti. È il caso mi sembra di due questioni importanti venute alla luce di recente e riguardanti rispettivamente Fratelli d'Italia e la Lega.
La prima riguarda i servizi segreti, o per dir meglio le agenzie di intelligence che all'interno e all'esterno del Paese hanno il compito di difendere gli interessi vitali della Repubblica. Servizi segreti che - dopo le ambiguità, le "deviazioni" e i veri e propri tradimenti ormai risalenti all'altro secolo addebitabili ad essi pur se sempre avvolti nelle nebbie dello scarico di responsabilità - dal 2007 obbediscono a una nuova normativa. Stando alla quale essi operano alle dipendenze del presidente del Consiglio (espressione, lo ricordo, di una maggioranza parlamentare), il quale ne nomina i vertici, sovrintende al loro operato e ne porta ovviamente la piena responsabilità politica. Tuttavia, data la delicatezza dei poteri così attribuiti al presidente del Consiglio, la legge ha previsto come una sorta di contrappeso l'esistenza di un Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir) con compiti di verifica e di controllo sistematico sull'operato dei servizi stessi.
Non solo, ma al fine di sottolineare il carattere di organo di garanzia del Comitato ha stabilito che presidente del Copasir debba essere sempre un parlamentare dell'opposizione, cioè della minoranza parlamentare. E infatti è sempre stato così fino ad ora. Fino a quando cioè le vicende politiche italiane hanno portato alla costituzione di un governo - quello di Mario Draghi - sorretto da uno schieramento che comprende tutti i partiti salvo uno, Fratelli d'Italia. Al quale quindi, come prescrive la legge e come si è sempre fatto, spetta oggi la presidenza del Copasir. Ecco però che a questo punto il presidente in carica del Copasir, il senatore Raffaele Volpi della Lega, si rifiuta di lasciare la sua poltrona. Senza alcuna motivazione: si rifiuta e basta.
Poco male, si dirà: i presidenti delle Camere - ai quali spetta tra l'altro la nomina del Comitato - esistono proprio per questo: per far rispettare le norme secondo le quali deve funzionare il Parlamento. Soprattutto, ci piace immaginare, al fine di garantire i diritti della minoranza. Un Parlamento in cui tale diritto è violato, infatti - e tanto più se ciò avviene con il consenso di chi lo presiede - non ha più nulla di un Parlamento. È qualcosa di mezzo tra un Bar dello sport e la Camera dei fasci e delle corporazioni, vale a dire un luogo di discussioni inutili dove può aver ragione sempre uno solo.
È a questo punto che avviene qualcosa davvero singolare. I due presidenti delle Camere Maria Elisabetta Alberti Casellati e Roberto Fico, investiti della questione, decidono infatti di spogliarsi dei propri poteri. Invece di invitare il senatore Volpi a lasciare il suo posto a un presidente designato da Fratelli d'Italia decidono di non decidere e rimandano la palla ai partiti: se la vedano tra loro e cerchino loro un accordo. Che però, data la natura della disputa dove un compromesso è palesemente impossibile, naturalmente non si trova. E così, nonostante la lettera della legge, nonostante pareri di una schiera di costituzionalisti dei più vari orientamenti ma dal primo all'ultimo favorevoli all'avvicendamento, nonostante la moral suasion esercitata, pare, dalle sedi più autorevoli, nonostante tutto, da settimane la questione è ferma lì e il Copasir è di fatto paralizzato. Ancora una volta sul senso dello Stato e delle istituzioni ha prevalso insomma lo spirito fazioso dell'appartenenza. Oltretutto da parte di chi era meno ragionevole aspettarselo.
Vengo al secondo caso, che riguarda la Lega. Il cui segretario, come si sa, è stato rinviato a giudizio davanti al tribunale di Palermo a causa del divieto di sbarco da lui ordinato come ministro degli Interni, nel 2019, nei confronti di un gruppo di naufraghi raccolti dalla nave di una ong, la "Open arms". Uno dei pilastri argomentativi dell'accusa, ampiamente riportato dai giornali, è che Matteo Salvini nel prendere la decisione di cui sopra sarebbe stato mosso da ragioni politiche e non già per difendere un interesse dello Stato: parole più o meno riprese letteralmente da moltissimi giornali e notiziari radiotelevisivi.
A me pare un argomento che suscita molte perplessità. Infatti, se da parte del Salvini ministro c'è stata una violazione comunque dimostrabile e palese di qualche disposizione di legge, è fin troppo ovvio che egli vada portato in giudizio e condannato. Ma se in un qualunque modo viene in ballo invece una questione di discrezionalità (la legge gli dava il potere di decidere in un modo o in un altro) e/o di motivazioni (che cosa è che lo ha spinto a decidere come ha deciso?), allora la distinzione fatta dai magistrati tra ragioni politiche e interesse dello Stato è difficilmente sostenibile.
Per il semplice fatto che in un regime democratico parlamentare "l'interesse dello Stato" - a meno che qualche legge o la Costituzione non indichino chiaramente quale esso sia, che cosa debba intendersi con tale espressione - di per sé non esiste. In una democrazia come la nostra l'interesse dello Stato è quello che ogni maggioranza parlamentare e ogni ministro che ne fa parte reputa che esso sia. Coloro che governano, infatti, vengono eletti da una parte, sono esponenti di un partito, ma se possono contare su una maggioranza parlamentare il loro punto di vista - ripeto: politico di parte - per ciò stesso diviene legittimamente il punto di vista generale, diviene, se proprio vogliamo usare questa espressione, l'interesse dello Stato. Era un "interesse dello Stato" usare l'aviazione italiana per azioni di bombardamento in Kossovo come fece a suo tempo il governo D'Alema? È un "interesse dello Stato" che si costruisca una linea di alta velocità tra Torino e Lione? Se ne può discutere all'infinito, ma quel che conta è che chi ha preso quelle decisioni aveva il diritto di farlo dal momento che non c'era alcuna legge che lo vietava esplicitamente. Se nel caso di Salvini invece c'è, allora basta e avanza; sennò no. E tirare in mezzo l'interesse dello Stato serve solo a confondere le idee.
di Francesco D'Errico*
Il Dubbio, 28 aprile 2021
Luigi Manconi e Federica Graziani nel loro "Per il tuo bene ti mozzerò la testa. Contro il giustizialismo morale" (Einaudi), scrivono che il populismo penale è "un camaleontico dio minore tracima nella realtà, in una lotta ostinata per l'egemonia nello spazio pubblico, un fenomeno che straripa da ogni delimitazione scientifica e da ogni analisi analitica".
E come si presenta, d'altronde, il populismo penale, se non con l'immagine di una vorace bestia multiforme in grado di sopravvivere e di riprodursi nelle più disparate realtà sociali, culturali e politiche pur andando sempre a caccia di libertà e garanzie individuali? Ne "L'enigma penale. L'affermazione politica dei populismi nelle democrazie liberali" (Giappichelli), il penalista Enrico Amati, ci offre una panoramica completa e approfondita della proliferazione giustizialista contemporanea, muovendosi nella sua ricerca con un dinamico approccio interdisciplinare che, pur rimanendo nel solco di una rigorosa impostazione tecnico- scientifica, ha il pregio di non prescindere mai dal "momento e dal milieu politico in cui la legislazione viene alla luce ed opera", visto che diversamente non si potrebbe affatto "intendere l'intimo valore di essa" (Bettiol docet).
Più in particolare il professore analizza il rapporto tra la belva populistica e l'habitat della democrazia liberale contemporanea, indagando, anche al di là dei confini italiani, sulle ragioni storiche e politiche all'origine della sua nascita e della sua affermazione, ed evidenziando le principali prede della sua inarrestabile voracità, la presunzione d'innocenza, l'extrema ratio, e soprattutto la razionalità delle produzione delle leggi penali, che ha ormai lasciato il posto all'oclocrazia punitiva.
D'altronde il populismo penale miete vittime nel nostro Paese da almeno ventinove anni, da quando è, per così dire, passato dall'infanzia alla giovinezza grazie all'inchiesta di Mani Pulite, occasione nella quale la magistratura ha assunto "impropriamente il ruolo di interprete autentico di aspettative popolari di giustizia in una logica di supplenza", una funzione paradossalmente legittimata dallo stesso legislatore, che da allora ha iniziato a scaricare sul potere giudiziario problemi che il potere politico non sa o non vuole risolvere, contribuendo attivamente alla propria delegittimazione.
Così "l'oppio giudiziario ha ormai contaminato gran parte della cultura (anche politica) italiana, incentivando una produzione penale compulsiva di scarsa qualità, che ha notevolmente ampliato la discrezionalità giudiziale e prodotto un generale abbassamento del livello di garanzie giuridiche". Se il panorama effettivamente appare desolante, nella cupa fase in cui domina "l'insipienza di tutto governare col mezzo di criminali processi" e in cui (ri) emerge "la vecchia modernità delle ideologie penalistiche autoritarie", Amati non si limita all'analisi dell'esistente ed elabora una serie di proposte per resistere all'incessante attacco corrosivo dell'orribile creatura figlia dell'incrocio pericoloso di antipolitica, giornalismo manettaro e protagonismo mediatico della pubblica accusa.
Il recupero della riserva di legge rafforzata in materia penale, una nuova deontologia giudiziaria ed ermeneutica volta alla valorizzazione dei principi di tassatività, determinatezza ed offensività ed il "recupero della vocazione all'apertura culturale e alla permeabilità politica che ha caratterizzato la penalistica civile italiana", sono i sentieri da percorrere.
Se è vero, infatti, che "la macchina giustizia è indispensabile" - e in ogni società civile lo è sebbene sia "affetta da congeniti, tremendi pericoli e da immoralità intrinseche" -, è altrettanto vero che "ciò non esime la penalistica dal pretendere, quantomeno, un modello di giustizia penale decente". Bando alla disillusione e al cinico pessimismo, largo alla ragionevole utopia della decenza. Il cammino è lungo e tortuoso, meglio non perdere tempo.
*Presidente Associazione Extrema Ratio
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 28 aprile 2021
La cura viene prima dei divieti. Il tribunale di Arezzo giudica non punibile l'uomo disabile. "Assolto perché il fatto non sussiste". Malgrado 15 piante di marijuana e 800 grammi di infiorescenze messe già ad essiccare. Walter De Benedetto è soddisfatto, "non solo per me ma anche per tutti coloro che vivono nelle mie stesse difficoltà". Tira un sospiro di sollievo, il 50enne che vive su un sedia a rotelle per colpa di una devastante artrite reumatoide, e che rischiava fino a quattro anni di carcere; ringrazia i tanti che lo hanno sostenuto e che ancora ieri hanno organizzato sit-in in 18 città italiane, oltre che davanti al tribunale di Arezzo dove si è tenuta l'udienza del processo in direttissima che lo vedeva accusato di coltivazione di sostanze stupefacenti in concorso con un'altra persona condannata per averlo aiutato a innaffiare le piante nel suo giardino.
Lui in aula non c'era, ieri non era in grado di muoversi neppure in ambulanza, ma è già pronto a ripartire da questa sentenza "per portare avanti la nostra lotta". Anche se le sue condizioni di salute lo spingono già altrove, nelle "altre ricerche" che vuole compiere d'ora in poi, come ha detto rispondendo a chi gli chiedeva se riprenderà a coltivare piante di marijuana.
La quantità di medicinali cannabinoidi che gli venivano forniti dal Ssn non gli bastavano. La sua condizione ha finito per essere una vera "tortura", come l'ha definita la senatrice Emma Bonino intervenendo durante il dibattito sul Recovery plan e mostrando al premier Draghi una foto di De Benedetto, costretto ad un "processo grottesco". E così Walter, che è stato un dipendente comunale, non ha mai fatto uso di stupefacenti e non fuma sigarette, a un certo punto decise di coltivare in casa la pianta che allevia le sue sofferenze.
Oggi la sua è una battaglia politica: supportato dalla campagna #MeglioLegale, dall'associazione Luca Coscioni, dai Radicali italiani, da +Europa, dal movimento 6000 Sardine e da singoli esponenti di LeU, Pd e M5S, l'uomo che una settimana fa aveva scritto una lettera aperta al Presidente Mattarella spera ora che questa sentenza apra la strada alla legalizzazione dell'autoproduzione per uso personale e terapeutico. "Non ho più tempo per aspettare i tempi di una giustizia che ha sbagliato il suo obiettivo - aveva dichiarato - Il dolore non aspetta. Mi assumo la mia responsabilità, mi sento a posto con la mia coscienza". Nel novembre scorso il deputato di +Europa Riccardo Magi gli aveva ceduto un pacchettino di marijuana e si era autodenunciato per il gesto. Oggi Magi chiede "la completa depenalizzazione della coltivazione domestica per uso personale, verso una vera legalizzazione della cannabis".
Come spiegano i difensori di De Benedetto, gli avvocati Claudio Miglio e Lorenzo Simonetti (vedi intervista), il giudice Fabio Lombardo ha riconosciuto prioritaria la motivazione personale del coltivatore rispetto alla quantità del suo raccolto. D'altronde la cannabis a scopo farmacologico prodotta dall'Istituto militare di Firenze (dal 2020 doveva arrivare a 300 kg l'anno) è ancora insufficiente. La marijuana prodotta a scopo curativo, rispetto a quella che comunemente si trova sul mercato illegale, ha una diversa composizione del principio attivo Thc (il 5,6%) e dei metaboliti non psicoattivi con effetti sedativi e miorilassanti che sono il Cbd (l'8,6%) e il Cbg.
E allora, propone la portavoce di #MeglioLegale, Antonella Soldo, bisogna "aprire la produzione di cannabis terapeutica anche a privati, semplificare la burocrazia e formare i medici. Sono questi i passi fondamentali che serve mettere in campo affinché altri pazienti non si trovino nuovamente ad affrontare l'iter giudiziario che ha dovuto percorrere De Benedetto".
"L'assoluzione di Walter - commenta Marco Perduca dell'Associazione Coscioni - apre nuovi scenari che per quanto lo riguardano sono finalmente positivi ma che per chi si trova in situazioni simili devono essere chiarite da una norma di legge. Non tutti gli imputati che hanno coltivato in "stato di necessità" potranno contare su avvocati preparati e impegnati, né su magistrati attenti al bilanciamento del diritto alla salute con quello del rispetto del T.U. sulle droghe, che è di stampo proibizionista con pene sproporzionate e irragionevoli. Oggi festeggiamo ma da domani torneremo a chiedere riforme radicali di norme liberticide".
di Giovanna Casadio
La Repubblica, 28 aprile 2021
Il presidente leghista della commissione Giustizia del Senato, Andrea Ostellari, è stato irremovibile: "Parliamo di tutto, fuorché del disegno di legge contro l'omotransfobia". Il grillino Brescia: "Cosa temi? Stop a squallidi mezzucci"
È finita in caciara: da un lato le grida di protesta dei dem e dei grillini, dall'altro l'irremovibile decisione del presidente leghista della commissione Giustizia del Senato, Andrea Ostellari di parlare d'altro. Di tutto. Fuorché del disegno di legge contro l'omotransfobia che prende il nome dal deputato del Pd e attivista Lgbt, Alessandro Zan.
Fumata nera. Sulla legge Zan (e gli altri ddl sullo stesso tema), nulla di fatto. Eppure il centrosinistra era sicuro che oggi sarebbe stato il giorno della svolta, con la calendarizzazione della discussione e la scelta del relatore. "Rispetta gli impegni non ce la fai proprio a mantenere la parola", hanno urlato Franco Mirabelli e gli altri dem al presidente Ostellari. "Era un impegno preciso, discusso anche in capigruppo", ha rincarato Alessandra Maiorino che per i 5Stelle sta seguendo passo passo la legge e ha lanciato un flash mob social la settimana scorsa. "Cosa temi? Stop a squallidi mezzucci", attaccano rivolti al presidente leghista i deputati grillini Giuseppe Brescia e Mario Perantoni.
"Qui ormai non è più questione di ostruzionismo ma di picchettamento. Era dai tempi del liceo che non vedevo un picchetto", si è sfogata alla fine della riunione di commissione, Anna Rossomando, vice presidente dem di Palazzo Madama e responsabile giustizia e diritti del partito. Il tempo della commissione per discutere d'altra parte era ridotto all'osso: convocati per le 14 e 30, dopo mezz'ora i senatori sono tutti andati in aula a sentire Draghi sul Recovery Plan.
E Ostellari ha invitato i gruppi politici a parlare appunto dei disegni di legge che stavano a cuore. Ha cominciato il leghista Simone Pillon, che ha preso spunto dalla vicenda della donna lombarda affetta da un tumore, la quale è andata alla ricerca della madre naturale per potere accedere alle diagnosi genetiche e mettere a punto un trattamento terapeutico adeguato. Pillon propone di rivedere la legge che garantisce l'anonimato alla madre che non riconosca poi il figlio.
"La Corte costituzionale ha chiesto al Parlamento di legiferare in materia. È un argomento delicatissimo, ma è giusto parlarne", sostiene il senatore leghista. Acerrimo avversario del ddl Zan, Pillon contrattacca: "Sono stati grillini e Pd a polemizzare e a pretendere che non si rispondesse alle loro accuse: mi pare un tantino anti democratico. È slittato tutto per le loro inutili discussioni". Per Forza Italia invece tra le priorità c'è il ddl sulle interferenze della magistratura in politica.
Domani la commissione Giustizia si riunisce di nuovo alle 8 e 45 del mattino. Sarà la volta buona? Ostellari si difende: "Non dipende da me ma dalla commissione". Salvini e Meloni hanno posto il veto alla legge contro l'omofobia. La capogruppo del Pd a Palazzo Madama, Simona Malpezzi denuncia: "C'è stata una forma di ostruzionismo. Hanno cominciato a chiedere ulteriormente altre calendarizzazioni e per il ddl Zan non c'è stato tempo".
E Rossomando: "Noi insistiamo, è diritto del Parlamento discutere delle leggi. Noi dem, alla Camera, sulla commissione d'inchiesta sulla giustizia, pur essendo contrari ci guardiamo bene dall'impedire che venga calendarizzata o discussa. Il Parlamento va difeso sempre e non a giorni alterni". Il ddl Zan è stato approvato alla Camera il 4 novembre scorso e si è insabbiato al Senato.
di Riccardo Luna
La Repubblica, 28 aprile 2021
E quindi? Com'è questo Recovery Plan sul digitale? Arriveremo finalmente nel futuro di cui parliamo da venti anni? Dopo le vaghissime bozze dei mesi scorsi, il documento varato dal governo e approvato dalle Camere a larghissima maggioranza, e solo 19 voti contrari, per quel che riguarda il digitale è ben fatto, organizzato con logica e scandito con una tempistica sensata.
Ma non equivochiamo: non è geniale o visionario. È decoroso.
Dice il Pnrr che dovremo portare la banda ultra larga ovunque entro cinque anni, scuole comprese; digitalizzare tutti i servizi della pubblica amministrazione e realizzare finalmente due riforme avviate nello scorso millennio: il fascicolo sanitario elettronico e il processo civile telematico. Parla anche di cose più recenti, promesse a vario titolo da un decennio: la razionalizzazione dei data center e l'utilizzo diffuso del cloud. Insomma, non rocket science, non c'è la promessa di mandare l'uomo sulla luna ma quella non meno ardita per noi, di far sparire le file agli sportelli.
Si tratta insomma di realizzare finalmente il gigantesco libro delle nostre incompiute. La differenza con il passato è che stavolta ci sono i soldi, tantissimi soldi, per realizzare questi progetti (oltre 50 miliardi di euro, molti di più se consideriamo la quota digitale di istruzione e giustizia). Ma i soldi non bastano: non è per mancanza di investimenti che siamo agli ultimi posti in Europa per la trasformazione digitale, ma per aver fatto progetti pessimi o per averli abbandonati strada facendo.
In questo contesto colpisce la considerazione che nel Piano c'è per il tema della cybersecurity, citata di passaggio e destinataria di appena 620 milioni di euro. Spiccioli. Dicono che dietro ci sia una guerra di palazzo, sussurrano che con Mario Draghi l'impostazione del predecessore verrà ribaltata. Può darsi: ma i soldi per proteggere l'Italia, le sue aziende e i cittadini da attacchi hacker ormai quotidiani sembrano davvero pochi.
Eppure ancora ieri il ministro Lamorgese, inaugurando un centro di sicurezza digitale della polizia di Stato, ha detto che la cybersecurity è un presidio di democrazia. La nostra libertà passa da lì. Sacrosanto. Ma promettere che in cinque anni l'Italia diventerà un paese totalmente digitale e trascurare la sicurezza informatica è come fare una casa e non metterci le porte.
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