newsbiella.it, 21 gennaio 2021
Chiara Caucino: "Occorre migliorare l'edilizia carceraria e rafforzare le custodie attenuate per le mamme con figli". L'esponente della giunta Cirio ha visitato, insieme al Garante per i detenuti, Bruno Mellano e alla Garante per l'infanzia e l'adolescenza, Ylenia Serra, il "Ferrante Aporti" di Torino.
"Nonostante gli sforzi delle persone che gestiscono le strutture di detenzione per minori e nonostante la qualità dei servizi offerti ai ragazzi - in particolare relativi alla possibilità di studiare e di apprendere nuove professioni - credo che l'ambiente carcerario minorile, così come è in queso momento, non sia il luogo più adatto per raggiungere l'obiettivo finale, che - non dimentichiamolo - è quello di recuperare i ragazzi che si sono resi protagonisti di violazione della legge a una vita normale e a fargli comprendere il valore della legalità".
Così l'assessore regionale al Welfare, Chiara Caucino, che nei giorni scorsi, accompagnata dal Garante per i detenuti, Bruno Mellano e dalla Garante per l'Infanzia e l'adolescenza, Ylenia Serra, ha visitato l'Istituto Penale per minorenni "Ferrante Aporti" di Torino, constatando una situazione non priva di gravi criticità. Da qui l'intenzione di favorire la ristrutturazione degli ambienti che ospitano il "Ferrante Aporti" (unico centro di detenzione minorile del Piemonte), in particolare per quanto riguarda le celle in cui vivono e dormono i ragazzi: "Ho trovato - aggiunge Caucino - strutture obsolete, servizi igienici non adeguati, che in alcuni casi non sono compatibili con la dignità dei ragazzi reclusi, che va comunque garantita".
L'esponente della giunta Cirio precisa ancora meglio la sua posizione: "Non si tratta di creare un "albergo di lusso", ovviamente, ma un ambiente pulito, con strutture aggiornate, "psicologicamente" non deprimenti, in modo da rendere più efficace la pena e renderla davvero un momento di recupero e di redenzione. "È inutile nascondersi dietro a frasi fatte - spiega Caucino.
L'obsolescenza delle strutture presenti in Italia, Piemonte compreso e la frequentazione di un ambiente per sua natura poco accogliente, non facilita certamente la funzione correttiva della detenzione. Si rischia, in questo modo, paradossalmente, di ottenere l'effetto opposto, con i ragazzi che, invece di comprendere i loro errori e di essere aiutati a non commetterli più, si ritrovano, a fine pena, nelle condizioni di delinquere ancora. Ecco perché credo che compito della politica sia anche quello di garantire per tutti, ma a maggior ragione per i minori - strutture funzionali e dotate di tutti i servizi necessari, affinché i giovani che hanno sbagliato potranno trovare tutte le condizioni per comprendere i propri errori e per essere aiutati nel processo di pieno recupero nella società".
"È mia intenzione - conclude Caucino - rafforzare anche gli Istituti a custodia attenuata per detenute madri (Icam), dal momento che la detenzione della madre non deve in alcun modo penalizzare la crescita e il rapporto con i propri figli". La Legge 62/2011 ha introdotto nell'ordinamento penitenziario norme di maggior tutela per le detenute mamme, istituendo, appunto, in carcere le "Custodie attenuate" per le madri ristrette con i figli minori al seguito (per bimbi fino ai 6 anni), e prevedendo la nascita di una rete di Case famiglia protette (per bambini fino a 10 anni) per offrire un'accoglienza in ambiente senza sbarre.
"Osservare gli spazi e il contesto della detenzione minorile aiuta a comprendere l'urgenza di prevedere luoghi e modalità diverse per l'esecuzione delle pene innanzitutto per i minori - ha aggiunto il Garante per i detenuti, Bruno Mellano. Al momento sono meno di 400 i giovani detenuti (circa 20 le ragazze) nei 17 Istituti penali minorili italiani, mentre le donne recluse nelle carceri per adulti sono tuttora ben 2.255 (attorno al 4% della popolazione detenuta), di cui 30 madri con 33 bambini al seguito e solo le più fortunate sono ospitate negli Istituti a custodia attenuata per detenute madri (Icam).
La visita all'Istituto minorile ha rappresentato il naturale prosieguo dell'incontro "Una casa senza sbarre", organizzato nei mesi scorsi per sostenere la necessità di una rete italiana di Case famiglia e per avviare una verifica urgente di fattibilità per edificarne una in Piemonte, la terza in Italia dopo quelle già operative a Roma dal 2016 e a Milano dal 2018. È il momento di agire perché il contesto nazionale sembra quanto mai favorevole: l'approvazione di un emendamento alla Legge di Bilancio prevede infatti di creare un fondo per accogliere i genitori detenuti con i propri figli al di fuori delle strutture carcerarie con uno stanziamento di 1,5 milioni di euro annui per il triennio 2021-2023 e la Cassa delle ammende si è dichiarata disponibile a finanziare già nel 2021 progetti mirati a rendere operative le strutture per mamme con bambini".
"Visitare l'istituto penale per i minorenni con l'assessore Chiara Caucino e il Garante dei detenuti Bruno Mellano, è stata un'esperienza importante - conclude la Garante per l'infanzia e l'adolescenza Ylenia Serra - per vedere la struttura, confrontarsi con la Direzione e apprendere, anche dalla viva voce dei ragazzi, come si sviluppa la loro quotidianità. Ho potuto constatare il ruolo fondamentale che riveste il percorso rieducativo per i minori ristretti all'interno dell'istituto, teso non solo a una revisione critica del reato commesso e a evitare la recidiva, ma anche a costruire o ricostruire nuove opportunità di crescita e di vita futura.
I numeri sono piuttosto esigui: al momento della visita erano presenti complessivamente 24 ristretti, di cui 12 infra diciottenni e 12 di età compresa tra i 18 e i 25 anni. È stato sicuramente un passo importante per conoscere e approfondire le condizioni di vita e le aspirazioni di chi è ospite degli Istituti penali per minori e una sfida per un maggiore impegno nella promozione di progetti educativi e di prevenzione del disagio giovanile e nel sostegno alle famiglie".
di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 21 gennaio 2021
Sono circa le 7 del mattino quando un gruppo di agenti del Commissariato Tuscolano si introduce all'interno della Casa delle Donne "Lucha y Siesta" di Roma per identificare quattro persone.
Si tratta di quattro donne, ospiti della struttura per un fine ben preciso: sottrarle alla violenza. I fatti risalgono a martedì scorso: il figlio di una delle ospiti esce per andare a scuola, lasciando il cancello aperto. Quindi gli agenti accedono alla struttura, arrivano al primo piano e bussano alla porta delle stanze per procedere all'identificazione: senza alcun preavviso, come vorrebbe la prassi, e senza attendere l'arrivo delle avvocate e delle operatrici. Perché?
Per spiegare l'accaduto bisogna fare un passo indietro. Nel 2019 la procura di Roma apre un fascicolo contro ignoti per occupazione abusiva dell'immobile. "Probabilmente in seguito all'ultima denuncia dell'Atac e prima che si aprisse la procedura per le aste", spiega l'avvocata Federica Brancaccio che segue legalmente le donne identificate. Da allora le cose sono cambiate. "Quando l'Atac ha deciso di sfrattarle e vendere l'immobile per sanare i propri debiti, la Regione Lazio ha deciso di mettere a disposizione i fondi per acquistare l'immobile e garantire la continuità dell'esperienza", precisa Antonella Veltri, presidente della Rete Antiviolenza D.i.Re. Che ora si rivolge direttamente alle istituzioni perché accelerino "le procedure per la compravendita dell'immobile, riconoscendo l'enorme lavoro fatto sin qui e facendo in modo che episodi come quello a cui abbiamo assistito non debbano mai più ripetersi".
"Da oltre 30 anni - precisa Veltri l'attivismo femminista ha dato vita a centri antiviolenza e case rifugio autogestite che hanno colmato una lacuna enorme dell'Italia - rilevata anche dalla Special Rapporteur sulla violenza delle Nazioni Unite e dal Grevio, il Gruppo di esperte del Consiglio d'Europa che monitora l'applicazione della Convenzione di Istanbul - ovvero la gravissima carenza L di posti per supportare le donne che hanno subito violenza e i/ le loro figli/ e". Come nel caso di Lucha y Siesta che - accogliendo numerose donne su segnalazione di altri centri riconosciuti sul territorio nazionale - rappresenta da oltre dieci un punto di riferimento essenziale nel contrasto alla violenza di genere, oltre che un "un patrimonio per l'intera città di Roma", per citare le parole di Giovanna Pugliese, assessore alle Pari Opportunità e Turismo della Regione Lazio.
Ma torniamo ai fatti. E alle polemiche che l'accaduto ha suscitato in seguito alla denuncia delle stesse operatrici di Lucha y Siesta: "Le donne ospitate nella Casa, come noto, stanno vivendo percorsi di fuoriuscita dalla violenza - spiegano le attiviste su Facebook - sono seguite dai servizi sociali, sono inviate da strutture che non hanno lo spazio per accogliere, hanno fatto un percorso di ascolto, di screening sanitario regionale, sono in molti casi seguite in collaborazione con altre associazioni che si occupano di contrasto alla violenza di genere e che trovano in Lucha una risorsa preziosa. Le loro identità sono ben note; perché, quindi, identificarle e agire nei loro confronti l'ennesima violenza? Quale sarebbe il senso di una simile operazione?".
E ancora: "Lucha y Siesta - scrivono le operatrici - è bene prezioso per la città, a cui ogni giorno le istituzioni stesse si rivolgono per dare risposte a bisogni che altrimenti non saprebbero affrontare. È così da 12 anni. Qui ogni giorno si lotta per costruire accoglienza, orientamento e supporto. Non tollereremo dunque il modo scomposto e abusante con cu l'identificazione è stata compiuta, non tollereremo l'arroganza con cui si asfaltano percorsi di donne che lottano per uscire dalla violenza, non tollereremo atteggiamenti inopportuni di chi dovrebbe essere formato contro la violenza di genere, ma evidentemente in modo insoddisfacente e inadeguato".
"Più che un'identificazione sembrava una perquisizione", racconta l'avvocata Brancaccio, che precisa: le identificazioni, richieste dalla magistratura, "sono assolutamente lecite". "Ma le modalità ci sembrano quantomeno atipiche", aggiunge. Di norma, infatti, ai soggetti indagati è rilasciato un invito a presentarsi in commissariato per l'identificazione e la nomina del difensore: "Un'attenzione che, aldilà della procedura, era dovuta", aggiunge Brancaccio. Proprio in considerazione della particolare condizione di fragilità in cui si trovano le ospiti della struttura, e con una premessa necessaria: nell'avviso che informava le donne del procedimento a loro carico non era specificato il reato contestato. "Non è mai facile gestire i colloqui con donne che affrontano certi percorsi, e vederle spaesate, intimorite, per un'identificazione che poteva - e doveva - essere risolta diversamente, risulta incomprensibile a livello umano", conclude la legale.
anconatoday.it, 21 gennaio 2021
Un'iniziativa arrivata al suo settimo anno e che coinvolge circa il 60% dei reclusi seguiti dai tutor agricoli di Coldiretti Senior per sempre Ancona.
Oltre 200 cassette di frutta e verdura e un lavoro che non si è fermato nonostante il Covid. Anche all'interno del carcere di Barcaglione la campagna non si è fermata con il lavoro dei detenuti nell'orto sociale della struttura. Un'iniziativa arrivata al suo settimo anno e che coinvolge circa il 60% dei reclusi seguiti dai tutor agricoli di Coldiretti Senior per sempre Ancona, sotto l'occhio attento di Sandro Marozzi, l'agronomo della casa circondariale dorica. Proprio in questi giorni si sono raccolti circa 400 tra cavolfiori, dal violetto al giallo, al bianco, vere e broccolo romano. Attrezzi in mano, in campo una dozzina al giorno, nonostante il Covid abbiamo condizionato tutti i ritmi quotidiani della struttura, gli spazi non mancano e si è riusciti a lavorare in sicurezza.
"Il 2020 - spiega con soddisfazione Antonio Carletti, presidente regionale di Coldiretti Senior per sempre Ancona Coldiretti e tutor dell'orto - è stato chiuso in maniera eccellente. Quest'anno abbiamo raccolto pomodori, peperoni, zucchine, cetrioli, meloni e cocomeri.
Dopo i cavoli abbiamo piantato la fava. Coltiviamo tante varietà anche per far conoscere la biodiversità a questi ragazzi". Un'esperienza che per la sua valenza sociale, lo scorso agosto è stata finalista della fase regionale degli Oscar Green 2020 e che, durante le feste natalizie, si è affacciata al pubblico con uno stand al Mercato natalizio di Campagna Amica ad Ancona.
"Da quattro anni a questa parte - aggiunge Carletti - partecipiamo a questa iniziativa con l'olio extravergine di oliva e il miele che produciamo. Le persone che ci conoscono per la prima volta e li provano, poi tornano e questo è un gran bel modo di trasmettere fiducia e dare coraggio a queste persone in cerca di riscatto". Il progetto dell'orto sociale di Barcaglione è stato istituito dalla stessa Casa Circondariale. I pensionati di Coldiretti Ancona hanno messo a disposizione la loro esperienza e competenza, il loro tempo, insegnando ai detenuti come gestire la terra e supervisionando il lavoro.
L'Unione Sarda, 21 gennaio 2021
Si tiene oggi alle 17, l'incontro on line organizzato dalla Facoltà di Studi umanistici per celebrare i 400 anni dell'Ateneo. Sarà un momento di confronto e dibattito dal significativo titolo "L'Università e il recupero sociale: dalle carceri alle comunità".
Al centro dell'iniziativa, l'impegno profuso dall'Ateneo del capoluogo sardo per garantire il diritto allo studio anche ai detenuti, con l'attivazione del Polo Universitario penitenziario che nei mesi scorsi ha offerto lezioni e seminari a coloro che ne hanno fatto richiesta.
Il coinvolgimento - Un'attività che ha coinvolto nel tempo decine tra ricercatori e unità di personale tecnico-amministrativo dell'Università di Cagliari. Prosegue infatti l'impegno nella promozione di attività di formazione universitaria in carcere per garantire il diritto allo studio di condannati e condannate in regime di privazione della libertà.
Coordinato da Cristina Cabras, docente di Psicologia sociale del Dipartimento di Pedagogia, psicologia e filosofia dell'Ateneo, il seminario - dopo i saluti della rettrice Maria Del Zompo, vedrà gli interventi di Gianfranco De Gesu (Direttore generale dei detenuti, Amministrazione penitenziaria), Maurizio Veneziano (Provveditore regionale dell'Amministrazione penitenziaria), Franco Prina (Conferenza Nazionale dei Poli Universitari penitenziari), Maria Elena Magrin (Università di Milano). Interverranno inoltre Claudia Secci (Ateneo Cagliari), don Ettore Cannavera (Psicologo responsabile della comunità La Collina). Garantita, come per gli incontri precedenti, la diretta streaming sulle pagine social di UniCa.
di Franco Giubilei
La Stampa, 21 gennaio 2021
Impennata della vendita di bottiglie via Internet: aumenti fino al 250%. Le associazioni d'aiuto: "Chiusi in casa ordinano online senza imbarazzi". Gli effetti collaterali della pandemia si mostrano già ora nell'impennata delle vendite di alcolici online durante il lockdown: un vertiginoso aumento stimato fra il 180 e il 250%, come riporta Alcolisti Anonimi citando dati dell'Istituto superiore di sanità.
Il rapporto con la clausura forzata provocata dalle misure anti-Covid è immediato e vistoso: "È la solitudine la cosa più devastante per chi ha problemi con l'alcol, il fatto di non poter uscire di casa ha facilitato un consumo più alto - dice Elio, del Comitato esterni area Lazio di A.A. -. Se a locali aperti, per esempio, il bevitore tende a visitare parecchi bar per sfuggire all'etichetta dell'alcolista, adesso che la gente è chiusa in casa è molto più facile fare l'ordine online ed evitare imbarazzi".
C'è il riflesso pesantissimo del Covid sul consumo di alcolici e ce n'è un altro sull'attività di chi lavora sul recupero degli alcoldipendenti: "La maggior parte delle persone che si trovano nel percorso iniziale ha registrato delle ricadute in questo periodo - aggiunge Elio, la cui associazione ne accoglie complessivamente fra i cinque e i seimila, divisi in 450 gruppi da 10-20 componenti l'uno -. Almeno il 50% di quanti si trovano a inizio programma è tornato indietro". Non è detto che la persona non torni sui suoi passi, ma perché ciò avvenga è importantissimo che non sia lasciata sola. Gli amici di Alcolisti Anonimi si fanno vivi al telefono, ma le occasioni di contatto reale sono azzerate, dunque l'effetto-abbandono è più grave.
Allo stesso tempo, il lockdown ha visto l'avvicinamento di soggetti più giovani, anche loro a partecipare a riunioni non più in presenza ma dietro il proprio pc, con tanti saluti all'empatia e al contatto diretto, decisivi per l'efficacia del trattamento.
Fra loro c'è Alfredo, 24 anni, di Roma: "Con il lockdown ho capito di avere un problema, la noia provocata dall'essere recluso in casa - racconta -. Già prima mi divertivo soltanto bevendo, ma il non poter più uscire e frequentare certi locali ha peggiorato le cose. Sono diventato violento in casa e con gli amici. Poi ho compreso il problema e l'ho affrontato". Un mese fa ha preso contatti con Alcolisti anonimi e ha cominciato a frequentare un gruppo nella sua zona.
Le donne, nella rete di aiuto di A.A., sono una minoranza: solo il 20% è di sesso femminile, un dato che rivela in chiaroscuro un abuso di alcol sotterraneo, ma proprio per questo ancora più devastante perché nascosto e solitario. È molto più raro veder bere da sola una ragazza in pubblico che un uomo, un gesto che viene accompagnato da uno stigma più pesante di quanto accada ai maschi. Maria, 45 anni, appartiene a quella minoranza: "È stato il mio psicologo ad inviarmi ad A.A. Lavoravo come infermiera in un pronto soccorso ma il mio problema con l'alcol mi ha resa inidonea a quel ruolo, così sono stata trasferita in amministrazione. Il lockdown ha reso più acuto il problema, l'isolamento ha incoraggiato l'uso. Sono riuscita a ridurre il consumo, ma per ora bevo ancora".
C'è anche chi riesce a restare nel gruppo per qualche mese, poi ricasca nell'alcol e poi ci ritorna, come Alessandro, 48 anni, agente immobiliare che ha dovuto anche fare i conti con la crisi del suo settore: "Mi sono allontanato per un mese dall'associazione, ma loro mi hanno cercato perché ricominciassi: ho ripreso e smesso di bere. Una delle cose peggiori di questo periodo è non avere contatti in presenza, il web da questo punto di vista è molto limitativo, per noi è importante la relazione". Se a soffrire di più le conseguenze del lockdown sono i giovani che si sono avvicinati più di recente, ci sono anche "anziani", gente che frequenta i gruppi da diversi anni e che non regge alla mancanza delle riunioni vis-à-vis, dove l'energia empatica dei partecipanti ha più forza: "Quattro persone che conoscevo si sono suicidate nel primo periodo di lockdown - dice Pasquale, 55 anni, di Caserta, da 17 anni in A.A. - e poi ci sono state tante ricadute, non solo fra i nuovi arrivati, e questo perché essere privati del gruppo dopo tanto tempo è come ritrovarsi senza una stampella. Il contatto con quelli come te, per noi, è essenziale".
di Antonio Crispino
Corriere della Sera, 21 gennaio 2021
Sono in 980 in condizioni igienico-sanitarie terribili. Ma 1.500 sono sparsi tra i boschi al gelo senza assistenza medica e umanitaria. SimMobile Service è un negozio che si trova nel centro di Bihac in Bosnia, città a 16 km dal confine con la Croazia. Vende sim card per gli smartphone ed è la tappa obbligata dei migranti che arrivano con la speranza di varcare il confine ed entrare in Europa. Se sono arrivati fin lì vuol dire che hanno già attraversato Turchia, Grecia, Serbia. Dal 2018 ne sono transitati 70mila per lo più provenienti dal Pakistan, Afghanistan, Marocco, Iran, secondo i dati della Croce Rossa. Il proprietario del negozio è un ragazzo poco più che trentenne, bosniaco. Quando varchiamo la porta del suo locale alza appena gli occhi dalle carte poggiate sulla scrivania, lancia un'occhiata e scatta impetuoso verso di noi gridando "Go out, go out".
Forse ingannato dall'abbigliamento approssimativo, la barba lunga e l'aspetto stanco per il viaggio di quasi cinque ore da Trieste, ci scambia per migranti. Proviamo a spiegargli che siamo lì solo per acquistare una sim card per i nostri telefoni ma non c'è verso. "No migrants, no migrants. Do you understand?" e ci sbatte fuori la porta, a spintoni. La ragione di questa fobia si capisce girando per la città e leggendo gli articoli della stampa locale. Bihac è al centro del bellissimo Parco Nazionale di Una. È attraversato dai limpidi fiumi Una e Sana dove si fa il rafting o le escursioni in barca. Da qualche anno qua sta scoprendo il turismo di massa dopo aver conosciuto le atrocità della guerra.
I dati raccolti dall'Agenzia per le Statistiche della Federazione della Bosnia mostrano che nel 2014 ha avuto 30.140 turisti e nel 2019 ha praticamente raddoppiato le presenze. Tuttavia - come riporta il giornale Balkan Insight- l'associazione dei datori di lavoro della Federazione della Bosnia e l'associazione dei datori di lavoro del cantone Una Sanache ritengono che "la situazione con i migranti e i rifugiati minaccia di distruggere il turismo a Bihac". Anche se, paradossalmente, gli ultimi due anni in cui c'è stata l'impennata migratoria corrispondono al boom turistico. Eppure, in città di migranti non se ne vedono.
Sono stipati in un campo sulla sommità di una collina a Lipa, a circa 25 km di distanza. Andare a vedere significa percorrere nel bosco una strada innevata dove non passa neanche lo spazzaneve. Ci passano, invece, i pochi mezzi delle organizzazioni umanitarie che qui solo da poco sono riuscite a portare un minimo di riscaldamento e acqua corrente. Il termometro segna -13 gradi, si ghiaccia anche il fiato, c'è un metro di neve. Arrivati sulla spianata, da un lato si vedono gli scheletri dei capanni incendiati il 23 dicembre per cause ancora ignote. Ci vivevano 1400 persone. Oggi ne sono 980 ospitati in 30 tende militari messe a disposizione dall'esercito e gestite dal Servizio per gli affari esteri SFA che é l'organo incaricato della gestione delle entrate e uscite dei migranti nel paese. "Stiamo allacciando l'elettricità in accordo con le autorità. Stiamo lavorando con le autorità locali e federali per migliorare le condizioni di accoglienza per evitare catastrofi umanitarie come quella che si é prodotta a fine anno" dice Laura Lungarotti che da poco è arrivata in Bosnia Herzegovina come rappresentante per l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni.
La polizia che circonda il campo non vuole che si facciano riprese video. La pressione internazionale sulla Bosnia nell'ultimo periodo è aumentata a causa delle condizioni inumane dei migranti che bussano alla porta dell'Europa. E le immagini sono terribili. Centinaia di uomini in fila sotto la neve con indosso solo una t-shirt o calzando dei sandali. Alcuni cercano di bardarsi alla meno peggio ma il freddo è feroce. Il perimetro è delineato dal filo spinato. La rievocazione di altre pagine nere della storia è inevitabile. Lungo la strada del ritorno incontriamo Mohamad, ha 17 anni, viene dal Pakistan.
È andato via dal campo di Lipa e ha trovato rifugio tra le macerie di una casa diroccata dove entra più neve che calore. Durante l'intervista inizia a denudarsi per mostrare macchie sulla pelle, le ha ovunque. Si gratta in preda a un prurito irrefrenabile. Non si lava da quindici giorni. "Mi hanno dato il paracetamolo ma non mi passa. Qui danno paracetamolo per qualunque cosa, ho bisogno di un medico". Ha deciso di arrivare a Bihac a piedi, sono 26 km. Non è l'unico. La Federazione Internazionale Croce Rossa e Mezzaluna Rossa stima che come lui al di fuori dei centri di accoglienza nel Cantone dell'Una Sana ce ne siano 1500 sparsi tra i boschi mentre 6074 migranti sarebbero ospitati negli altri campi, ossia quelli a Sarajevo, Mostar, Bihac, Cazin e Velika Kladusa.
C'è anche di peggio. Come i campi improvvisati nati nelle ex zone industriali. Ci porta un ragazzo che incontriamo per strada mentre tenta di trasportare due contenitori di acqua. Lo fa ogni giorno per tre chilometri. Poi arriva in questi capannoni spettrali, fatiscenti, putridi. Tutto attorno è un impasto di neve, rifiuti e cenere. Ogni baracca è abitata. Come porta hanno un telo per ripararsi dal freddo. Non c'è luce, acqua, riscaldamento. Da dietro ogni "porta", da sotto tutto quel buio, dalla coltre fitta di fumo e brandelli cenere, dalla puzza nauseabonda che opprime ogni respiro emergono sei persone in uno stanzino decrepito di 4mq.
In quello dopo altre sei, poi altre cinque, poi altre otto, poi altre sei, poi altre tre... Un braciere brucia qualunque cosa. Un ragazzo giovanissimo ha i piedi nudi infilati nel fuoco. Passano alcuni secondi e non li toglie. Spiega che la neve li ha resi insensibili. "Questa è casa mia" dice con una voce dolce e malinconica mentre cerca di sorridere. Ci vive insieme ad altre 5 persone. C'è chi è sotterrato dagli stracci, chi spacca legna da bruciare, chi cerca di preparare qualcosa da mangiare. I rifiuti fanno da materasso a uno di loro, ha vent'anni, viene dal Pakistan.
È partito nove mesi fa da casa sua e ha percorso la tratta balcanica fino a quando è stato respinto alla frontiera. Il "gioco", così chiamano il tentativo di entrare in Europa. Lui ci ha provato dieci volte finché la polizia croata lo ha arrestato, gli ha tolto indumenti, soldi e telefonino. "Ce la farò prima o poi. Ora vorrei solo parlare con la mia famiglia, non li sento da mesi, non sanno se sono vivo. Appena potrò comprerò un telefono e una sim card".
di Flavia Carlorecchio
La Repubblica, 21 gennaio 2021
"Eccessivo uso di coercizione, detenzioni arbitrarie e abusi da parte dei governi". La scarsa trasparenza delle leadership nella gestione dei fondi assistenziali ricevuti. I principali avvenimenti del 2020 nel Continente, segnati da gravissime violazioni. Mausi Segun, direttrice della sezione Africa di Human Rights Watch (Hrw) riassume così l'anno appena trascorso: "In moltissimi Paesi del Continente abbiamo riscontrato un eccessivo uso di coercizione, detenzioni arbitrarie e altre forme di abusi da parte delle forze governative nell'ambito della risposta sanitaria. Al tempo stesso, è mancato il supporto per le comunità più vulnerabili durante il periodo dell'isolamento. Molti governi inoltre hanno mostrato scarsa trasparenza nella gestione dei fondi assistenziali ricevuti".
Xenofobia in Sud Africa, repressioni nello Zimbabwe. A conferma di queste parole interviene Dewa Mahinga direttore della sezione Africa meridionale: "Per quanto riguarda la regione, la sfida più difficile è stata la risposta regionale alla pandemia. In Sudafrica prosegue la grave ondata di xenofobia a danno di migranti: "il governo e l'apparato delle forze dell'ordine falliscono nell'applicare le leggi e assicurare la giustizia, e spesso si macchiano in prima persona di atti discriminatori e abusi ai danni dei migranti". In Zimbabwe continua la repressione delle voci critiche da parte delle forze governative. Secondo HRW sono stati commessi decine di arresti arbitrari, assalti violenti, rapimenti e torture ai danni di dissidenti, oppositori politici e attivisti. Inoltre, il Paese ha scarso accesso all'acqua potabile: nella capitale sono circa due milioni le persone senza accesso all'acqua o a sistemi igienico-sanitari.
La crisi del Tigray. Nel Corno d'Africa è in corso una crisi umanitaria nella regione etiope del Tigray. Secondo Laetitia Bader, direttrice della regione di Hrw, è ancora difficile avere una fotografia chiara dell'impatto umanitario di questo conflitto. Altrettanto difficile sarà attribuire le responsabilità, "Servirà un impegno internazionale senza precedente per ottenere processi giusti". Soltanto nei primi tre mesi del 2020, oltre 9000 eritrei hanno passato il confine etiope per sfuggire alla repressione governativa. Molte altre migliaia sono fuggite in altri Paesi. Si calcola che siano 96.000 i rifugiati eritrei nella regione del Tigray.
Dall'inizio dell'anno le Nazioni Unite calcolano 100.000 sfollati interni nella regione, che si aggiungono alle 850.000 persone che necessitavano assistenza umanitaria già prima dell'inizio del conflitto. Molte persone sono scappate in Sudan, che sta attraversando una fragile transizione politica dopo la fine del governo Al-Bashir nel 2019. "La situazione politica ed economica è ancora molto fragile, le persone scendono in strada e chiedono più riforme. La pandemia ha complicato tutto".
Somalia, l'assalto delle locuste. Sempre nella regione del Corno d'Africa e in particolare in Somalia c'è stata una delle più grandi invasioni di locuste degli ultimi 25 anni, tanto che il Paese ha dichiarato l'emergenza nazionale. Anche il Kenya è stato colpito duramente per la prima volta da oltre 70 anni. Le piogge torrenziali che hanno colpito la zona, altrimenti desertica, nel 2019 hanno creato le condizioni ideali per la riproduzione e lo sviluppo delle locuste.
Continua la violenza nel Sahel. Nel 2020 le morti causate dal jihadismo islamista nell'area del Sahel occidentale comprendente Mali, Niger, Burkina Faso, sono aumentate del 60% rispetto al 2019, sfiorando quota 4250. Lo Stato Islamico del Sahara (Isgs) è collegato alla maggior parte degli attacchi. "Il Burkina Faso è stata oggetto di moltissimi attacchi a base etnica, e questo non fa che aumentare le tensioni interetniche. Inoltre, lo Stato fa sempre più affidamento su milizie e gruppi paramilitari, legalizzati all'inizio del 2020 da una legge piuttosto ambigua", afferma Johnatan Pedneault, ricercatore nella divisione Conflitti e crisi di Hrw.
di Claudio Tadicini
Corriere del Mezzogiorno, 21 gennaio 2021
Per le autorità spagnole il brindisino Marco Celeste si è suicidato. I sospetti della famiglia. È stata fissata per lunedì mattina l'autopsia sul corpo del trentaseienne Marco Celeste, di Brindisi, deceduto il 30 dicembre scorso nel carcere di Ibiza, sulla cui morte la procura di Brindisi ha avviato un'indagine dopo l'esposto presentato dai familiari del ragazzo, che non credono alla versione del suicidio fornita loro dalla polizia spagnola.
L'incarico è stato conferito al medico legale Domenico Urso, che sarà affiancato da un consulente di parte nominato dalla famiglia Celeste. L'obiettivo dell'accertamento tecnico irripetibile è quello di verificare se la morte del brindisino (la cui salma è giunta a Brindisi nella tarda serata di martedì) sia compatibile con la versione dell'estremo gesto, oppure se il decesso sia stato causato da altro. I familiari del ragazzo sono assistiti dall'avvocato Giacinto Epifani: in attesa delle prime risposte che giungeranno dall'esame, continuano a star chiusi nel loro dolore.
Il trentaseienne viveva da solo ad Ibiza, isola spagnola delle Baleari, dove si era trasferito quattro anni fa per lavorare come operaio. La scorsa estate, il 26 giugno, era stato arrestato dalle autorità iberiche perché accusato di avere appiccato un incendio ad un bosco. E da quel giorno, fino al drammatico 30 dicembre, era stato detenuto nel carcere dell'isola, dove - secondo la polizia spagnola - si sarebbe poi impiccato.
Marco Celeste, il giorno prima di morire, aveva effettuato una videochiamata con la madre, nella quale - come la donna ha riferito al suo legale - si mostrava tranquillo, stava bene, felice perché presto sarebbe uscito dal carcere per fare ritorno in Italia. Aveva ottimi rapporti con gli altri detenuti e, a quanto ne sappiano ad oggi i familiari, non era mai stato protagonista di atti autolesionistici. Né aveva davanti a sé un lungo periodo detentivo: la sua scarcerazione in attesa del processo (in caso di condanna avrebbe rischiato una pena dai 3 ai 4 anni), infatti, era prevista per marzo.
Gli accertamenti disposti dalla magistratura brindisina consentiranno di fugare i dubbi della madre e del fratello di Marco Celeste, ai quali lo stesso brindisino - durante alcuni colloqui telefonici aveva riferito di alcuni contrasti sorti con la polizia carceraria spagnola, da lui definita "non dolce di sale". Nel novembre precedente, l'operaio brindisino era stato sottoposto ad intervento per una frattura multipla alla tibia, che si era procurato - secondo la versione riferita dalla direzione del carcere - durante una partita di calcetto tra detenuti.
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 21 gennaio 2021
L'autore di Palazzo Yacoubian e di un nuovo saggio sulle dittature commenta il caso dello studente dell'Università di Bologna: il presidente egiziano lo sta usando per mandare un messaggio.
"Quando una rivoluzione non riesce ad eliminare un regime, questo diventa come una tigre ferita che sbrana e attacca". Sono passati pochissimi minuti da quando è arrivata la notizia che la detenzione preventiva di Patrick Zaki è stata prolungata di altri 15 giorni e lo scrittore egiziano Ala al-Aswani, autore tra gli altri di "Palazzo Yacoubian", tuttora il romanzo più venduto nel mondo arabo, risponde al telefono da New York dove vive dopo essere stato costretto ad abbandonare il suo Paese.
Generalmente la detenzione preventiva veniva rinnovata di 45 giorni, oggi questa notizia che secondo alcuni apre una speranza per la liberazione dello studente dell'Università di Bologna arrestato un anno fa. Come dobbiamo leggere questa decisione?
"Le carceri egiziane sono stracolme di oppositori tenuti prigionieri con questo sistema. La detenzione preventiva dovrebbe servire ad evitare un inquinamento delle prove. Invece in Egitto - così come in altri Paesi - viene usata come punizione. Molti miei amici sono in prigione, come Patrick, senza essere stati messi sotto processo. Inoltre è "prassi" che la detenzione preventiva venga rinnovata per due anni e scaduto questo termine la persecuzione ricominci da capo senza che il prigioniero venga mai processato. Dunque è difficile dare una lettura perché non c'è nulla di razionale in tutto ciò".
Nel suo ultimo libro "La dittatura, racconto di una sindrome", pubblicato da Feltrinelli lei scrive che le vittime dei regimi sono di più di quelle del coronavirus. Siamo tutti malati?
"Nelle carceri di Al Sisi soffrono 60 mila oppositori - o almeno questo è il numero che abbiamo ma potrebbero essere molti di più. Ma non sono solo loro le vittime di questa persecuzione. Ogni prigioniero ha una madre, un padre, un fratello che pure soffrono pene terribili, come racconta anche la madre di Zaki in una lettera che avete pubblicato. Alla fine siamo tutti vittime di quell'oppressione e di quel regime".
Il regime è Abdel Fattah Al Sisi?
"No un regime non è mai composto da una sola persona. I militari hanno il potere in Egitto e Al Sisi è il volto di questa dittatura. La dittatura di Al Sisi è la più repressiva che l'Egitto abbia mai conosciuto. Peggio di Mubarak, peggio del consiglio militare, peggio degli islamisti. Persino peggio di Nasser, stando a quanto mi è stato raccontato. E questo si spiega perché quando una rivoluzione non riesce a rovesciare una dittatura questa diventa come una tigre ferita che attacca per sopravvivere chiunque gli capiti a tiro".
Il presidente francese Emmanuel Macron ha consegnato la Legion d'onore ad Al Sisi. L'Italia ha venduto all'Egitto armi per 1,2 miliardi di euro. Cosa dovrebbe fare l'Occidente e l'Europa?
"I governi occidentali si muovono solo sulla base dell'interesse economico. Non riescono più a difendere i valori sui quali sono basati ed è per questo che sono in crisi. Contemporaneamente tutta la parte non governativa della società - i giornalisti, gli intellettuali, gli attivisti, gli artisti e tutta l'opinione pubblica - hanno il dovere di continuare a fare pressione sui propri leader affinché rispettino quei valori fondanti. Ed è una questione di sopravvivenza non di altruismo".
L'elezione di Joe Biden può rappresentare una speranza per il mondo arabo?
"Non è tanto la sua elezione che mi fa sperare. Non credo che gli Stati Uniti cambieranno, ad esempio, rapporti con l'Arabia Saudita di Mohammed Bin Salman perché gli interessi economici sono troppo forti. Quello che mi fa sperare è il partito di appartenenza di Biden, il partito democratico che per sopravvivere deve far rispettare determinati valori. Sono ottimista, nel senso che immagino vedremo qualche differenza".
Cosa crede che succederà a Patrick Zaki?
"Al Sisi usa il suo caso e quello di molti altri per mandare un messaggio al mondo e all'Europa. Sta dicendo: "io faccio quello che voglio, non mi curo di voi e delle vostre minacce". Dunque è difficile pensare che cambierà linea. Ma sono sicuro che Zaki uscirà dal carcere. Ed è nostro dovere continuare a sperare".
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 21 gennaio 2021
I pm di Roma chiedono il rinvio a giudizio per quattro di loro. La trappola mortale in cui è caduto Giulio Regeni è svelata - almeno in parte - dalle dichiarazioni degli stessi uomini accusati di averla organizzata. Negli interrogatori resi da uno dei quattro militari egiziani ora imputati del sequestro e dell'omicidio del ricercatore friulano, ad esempio, sono contenute affermazioni reticenti, non credibili e a volte contraddittorie che la Procura di Roma considera indizi di una sua diretta responsabilità.
Contribuendo alla richiesta, firmata ieri dal procuratore Michele Prestipino e il sostituto Sergio Colaiocco, di processare il generale Tariq Ali Sabir, già ai vertici della National security agency e da poco trasferito a incarichi amministrativi; il colonnello Athar Kamel Mohamed Ibrahim, già capo del Servizio investigazioni giudiziarie del Cairo; il colonnello Uhsam Helmy, anche lui funzionario della National security come il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif.
Proprio il colonnello Sharif - accusato anche delle torture e della morte di Giulio, gli altri solo del rapimento - è stato interrogato cinque volte dalla Procura generale egiziana, tra il 2016 e il 2018. La sua versione dei fatti sembra cucita per sminuire il proprio ruolo, e sostenere che la National security ha svolto solo regolari e normali indagini a carico di uno studente italiano che si comportava in maniera strana, poi prosciolto da ogni sospetto; stessa tesi della magistratura del Cairo, che s'è pubblicamente dissociata dalle conclusioni dei pubblici ministeri di Roma.
Ma proprio quei verbali, trasmessi all'Italia e allegati agli atti del procedimento, mostrano seri dubbi sulla ricostruzione fornita dall'Egitto. Sharif dice che fu il sindacalista Mohamed Abdallah a denunciare "uno straniero che stava svolgendo un'indagine sui venditori ambulanti, e temeva che lo sfruttasse per ottenere informazioni dannose nei confronti dello Stato. Questa persona è Giulio Regeni".
Il generale Sadiq decise di approfondire il caso e Sharif racconta: "Io ho collaborato con Abdallah per arrivare alla verità dei fatti". Però fu il sindacalista, "di sua propria iniziativa", a carpire informazioni sul bando per il finanziamento di 10.000 sterline da parte della società britannica Antipode, anche "fingendo che le sue condizioni finanziarie fossero difficili e che avesse bisogno di soldi per curare la moglie e la figlia". Sharif dice che la video-registrazione del colloquio tra Abdallah e Regeni del 7 gennaio 2016, quando il ricercatore italiano ribatte bruscamente alle richieste di denaro, fu un'iniziativa del sindacalista: "Propose di registrare gli incontri attraverso il suo telefono cellulare e portarmi le registrazioni per assicurarmi la sua sincerità". Abdallah afferma il contrario, e la conferma arriva dalla sua telefonata alla sede della National security in cui - terminato il colloquio con Giulio - chiede agli agenti di andare a toglierli di dosso la microtelecamera e il microfono che avevano installati sui suoi vestiti.
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