di Alberto Negri
Il Manifesto, 29 aprile 2021
Burkina-Mali-Niger. Sotto il Sahel è in corso una sorta di guerra mondiale africana, con gruppi jihadisti, contingenti militari internazionali e relativi interessi geopolitici, economici e securitari. Anche l'Italia è coinvolta visto che ha deciso di inviare 200 soldati e stabilire una base militare in Niger nell'ambito della missione Takuba, sulla scia dei francesi e di qualche appetitosa commessa militare. Lontano, lontano nel mondo, i giornalisti muoiono e saranno rapidamente dimenticati, come facilmente si dimenticano i morti e i posti lontani. Sta a noi decidere se anche questa volta sarà così. Ma il "triangolo del jihadismo", tra Burkina Faso, Mali e Niger, non è una faccenda che si liquida con un pezzo di cronaca.
In Burkina Faso sono stati assassinati due spagnoli, il documentarista David Beriain e il cameraman Roberto Fraile, insieme all'attivista irlandese Rory Young della ong Wildlife. Stavano realizzando un reportage sulla caccia di frodo nell'est del Paese. L'agguato è stato rivendicato da un gruppo vicino ad Al Qaeda: forse non è ancora ben chiaro ma sotto il Sahel è in corso una sorta di guerra mondiale africana, con gruppi jihadisti, contingenti militari internazionali e relativi interessi geopolitici, economici e securitari. Anche l'Italia è coinvolta visto che ha deciso di inviare 200 soldati e stabilire una base militare in Niger nell'ambito della missione Takuba, sulla scia dei francesi e di qualche appetitosa commessa militare.
Naturalmente all'opinione pubblica italiana il tutto viene occultato in qualche riunione della presidenza del consiglio dove far passare questa missione come una sorta di atto dovuto all'impegno nell'Unione europea e alla necessità di controllare i flussi migratori che dall'Africa occidentale percorrono le rotte del Sahel per risalire la Libia e arrivare alle coste mediterranee. Ma questa non è un'operazione di "polizia", è una vera e propria guerra che da anni tiene impegnati 5mila soldati francesi e altre migliaia di soldati africani nel triangolo del jihadismo tra Mali, Niger e Burkina Faso.
I francesi, che hanno subito molte perdite, avevano trovato una soluzione per ridurre il loro contingente ricorrendo agli europei e soprattutto a 1.200 militari ciadiani inviati dal presidente Idriss Déby, ucciso una decina di giorni fa per le ferite riportate - secondo la versione ufficiale - negli scontri con il Fronte dei ribelli che hanno le retrovie tra l'etnia gorane, i Tebu della Libia.
In realtà emergono informazioni sempre più preoccupanti sul sistema di sicurezza occidentale nel Sahel gestito dai francesi. Idriss Déby, autocrate implacabile, era uno degli attori principali della vasta scacchiera geopolitica dell'Africa sub-saheliana. Negli anni Ottanta si era distinto per avere respinto nel Nord del Ciad le truppe di Gheddafi appoggiate dai sovietici.
La retrovia del deserto libico del Fezzan e quella sudanese erano stati poi decisivi per la sua ascesa e la cacciata da N'Djamena nel '90 del suo antico mentore, il presidente Hissene Habré. Fino al 2011 quando si era schierato con la Francia contro Gheddafi per poi oscillare in alleanze prima con le brigate filo-Misurata e poi con quelle che appoggiano il generale della Cirenaica Khalifa Haftar sostenuto anche dalla Francia, oltre che da Russia, Egitto ed Emirati.
Déby seguiva il ruolino di marcia dei francesi che lo tenevano in piedi. E Parigi si preparava probabilmente a manovrarlo anche sul fronte della nuova guerra fredda libica tra Erdogan, padrone della Tripolitania, e la Cirenaica dove i mercenari russi sostengono Haftar. La sua scomparsa ha aperto il vaso di Pandora del Sahel. Macron è volato in Ciad per i suoi funerali al fianco del successore di Déby, il figlio Mahamat sostenuto da una giunta militare. Ma dopo aver dichiarato che Parigi "non permetterà a nessuno di minacciare il Ciad", presa di posizione interpretata come un appoggio alle nuove autorità, Macron ha cambiato radicalmente tono.
Parlando sulla scalinata dell'Eliseo al fianco del presidente della Repubblica democratica del Congo Félix Tshisekedi, ha condannato "con la più grande fermezza la repressione" dei manifestanti a N'Djamena e dichiarato di non essere favorevole al "piano di successione", prendendo le distanze in questo modo dal figlio di Déby.
Perché questa ambiguità francese? Il Ciad è precipitato in una sorta di guerra civile non troppo strisciante e non ha nessuna intenzione in questo momento di mandare altri militari a combattere i jihadisti. Dai qaedisti ai Boko Haram nigeriani, se ne sono accorti e approfittano della situazione per imbastire nuove azioni militari.
Ecco perché sono usciti dalla "brousse" per attaccare i giornalisti spagnoli: nel Burkina Faso il governo è con le spalle al muro e si moltiplicano le voci di patti di non aggressione, anche su base locale, con i jihadisti. La Francia ondeggia e gli Stati uniti di Biden intuiscono che "FranceAfrique" barcolla: quale migliore opportunità per "aiutare" Macron? È in posti come questi, lontano dal mondo e vicini alle superpotenze, che si muore.
di Maximilian Kalkhof*
La Repubblica, 29 aprile 2021
In Cina è in atto una delle più gravi violazioni dei diritti umani del nostro tempo: l'oppressione degli uiguri. Gli appartenenti a questa minoranza etnica vengono internati in campi di detenzione, rieducati, le donne sottoposte a sterilizzazione forzata. La testimonianza di una vittima rivela particolari di un genocidio nascosto agli occhi del mondo.
Qelbinur Sidik aveva cinquant'anni quando lo Stato cinese l'ha privata della dignità. Ricorda perfettamente il giorno del maggio 2019 quando è stata prelevata dalle forze di sicurezza e condotta in un ospedale di Ürümqui, il capoluogo della provincia cinese dello Xinjiang. "Non giocarti la vita - le dissero - pensa ai tuoi familiari". Qelbinur Sidik ha avuto paura, come non mai, racconta. Non ha opposto alcuna resistenza. In ospedale fu sottoposta alla sterilizzazione forzata. Qelbinur Sidik non aveva in programma altri figli. Ne ha una, Difulza, già adulta, e una gravidanza non rientrava nei suoi progetti né era probabile. Ma alle forze di sicurezza importava ben poco, anzi, tanto meglio: se non voleva più figli non aveva motivo di rifiutare la sterilizzazione.
Le forze di sicurezza portarono Qelbinur Sidik nel reparto di ginecologia al piano seminterrato dell'ospedale. Vide uscire dalla sala operatoria donne uigure, giovani e vecchie, per lo più in lacrime. A un certo punto è toccato a lei. Non ricorda quanto tempo è durato l'intervento. Dopo era sterilizzata - a un'età in cui le donne normalmente entrano in menopausa. Per quale motivo non sapeva. Le altre donne nemmeno. Qelbinur Sidik è stata vittima e testimone della più grave violazione dei diritti umani del nostro tempo: l'oppressione degli uiguri. Nel nord ovest della Cina, nella provincia dello Xinjiang, le autorità della Repubblica popolare hanno creato un sistema di più di 1000 campi di detenzione in cui vengono rinchiusi gli appartenenti alla minoranza musulmana - ufficialmente come misura di lotta al terrorismo.
Dal 2018 sono stati internati un milione di uiguri. Lo dicono gli esperti, come l'antropologo tedesco Adrian Zenz, che lo definisce un "genocidio culturale". "Genocidio" perché si tratta di oppressione premeditata e portata avanti secondo una logica industriale. "Culturale" perché non mira ad annientare fisicamente gli uiguri, bensì a distruggerne la cultura. La minoranza di etnia turca deve essere assimilata, privata della propria religione, lingua e identità e inglobata nella società cinese. Nello Xinjiang risiedono circa nove milioni di uiguri.
Sono anni che le autorità cinesi perseguitano la minoranza musulmana. Dalla fondazione della Repubblica popolare nel 1949 Pechino ha provveduto a incrementare la quota di popolazione di etnia Han nello Xinjiang tramite una politica di insediamento. Dal 2010 però il governo punta all'assimilazione forzata - imposta tramite una serie di misure, che arrivano alla sterilizzazione e alla "rieducazione" nei campi di internamento. Tra il 2011 e il 2014 nello Xinijang hanno avuto luogo tre attentati terroristici compiuti da uiguri in cui hanno perso la vita 20 civili.
Nel 2014 nella Cina meridionale, a circa 2000 chilometri di distanza dallo Xinjiang i terroristi hanno assalito pugnalandole 31 persone. L'azione non è stata rivendicata da nessun gruppo, gli indizi riconducono a una cellula isolata, ma le autorità cinesi hanno attribuito l'attentato ai separatisti uiguri. Da allora Pechino diffonde sulla base di scarse prove questa narrazione: nello Xinjiang il terrorismo è un problema. L'estremismo nella provincia del nord est mette a rischio la sicurezza nazionale.
È praticamente impossibile fornire dati precisi sui lager cinesi. La provincia dello Xinjiang è in pratica chiusa ai giornalisti. Le uniche notizie vengono dalle immagini dei satelliti e dai documenti governativi consultabili, ossia gare di appalto edilizio e bandi di concorso per il personale della sicurezza, e poi dalle testimonianze dei sopravvissuti. Persino il numero dei campi e degli internati è solo stimato.
Qelbinur Sidik ha visto i lager dall'interno. Ma in un ruolo particolare. Non vi è stata detenuta. È stata costretta dalle autorità a insegnare in due strutture. Ma non è finita. In seguito è stata a sua volta oggetto di misure repressive da parte delle autorità. È fuggita all'estero. Non è affatto scontato che oggi renda pubblica la sua storia, né privo di rischi. Chi è scampato ai lager ed è riuscito a fuggire all'estero, in Europa, ha familiari e amici nello Xinjiang di cui preoccuparsi. "Ho deciso di parlare della mia vicenda perché spero di cambiare qualcosa" dice Qelbinur Sidik.
È un giorno di primavera, sulla passeggiata a mare de L'Aja stridono i gabbiani. Dopo la fuga dalla Cina Qelbinur Sidik vive da circa due anni nella città olandese. Ha alloggiato a lungo in un centro profughi. Solo da poco le è stato assegnato un bilocale proprio sul mare. Dalla finestra del soggiorno vede le onde infrangersi imperturbabili sulla riva.
Qelbinur Sidik è un po' in ritardo, prima ha fatto la spesa. La cinquantunenne indossa una giacca a vento violetta per proteggersi dalla brezza del mare del Nord. Apre la porta del suo appartamento, in corridoio sguscia oltre un frigorifero ancora imballato. Sistema due sgabelli di plastica in soggiorno. Non ha ancora finito i lavori, certe pareti sono rivestite di tappezzeria, altre nude. "Prima mangiamo qualcosa per pranzo", dice e dalle buste della spesa tira fuori pollo arrosto, verdure e tè.
Qelbinur Sidik è di origine Uzbeka. I suoi genitori sono immigrati negli anni Cinquanta dalla Repubblica socialista sovietica nello Xinjiang. La provincia nel nord est della Cina è abitata in maggioranza da etnie turche, delle quali la più numerosa è quella degli uiguri musulmani, che lì costituiscono la comunità più grande ma nel resto del paese sono una minoranza. Nello Stato multietnico cinese è l'etnia Han, con 1,2 miliardi di appartenenti, la più numerosa in assoluto. Qelbinur Sidik è cresciuta a Ürümqi, il capoluogo dello Xinjiang, tra gli uiguri. Parla correntemente la lingua uigura e ha sposato un uiguro, Ismayil. La coppia ha una figlia, Dilfuza, che si considera uigura. Sulla carta Qelbinur Sidik è cinese di origine uzbeka, ma si sente uigura.
In qualità di cinese di origine uzbeka però ha goduto nello Xinjiang di una posizione particolare. Era considerata una migrante modello. Fin da piccola ha frequentato le scuole cinesi e, a differenza di molti uiguri, parla correntemente mandarino. Tutto questo le ha consentito una carriera nella scuola. Per quasi trent'anni ha insegnato in una scuola elementare statale di Ürümqui. Ha ottenuto persino una posizione di rilievo nelle risorse umane del suo istituto.
Le foto dell'epoca ritraggono una donna fiera, con i capelli messi in piega e la camicetta ben stirata. Racconta di aver sentito spesso cinesi han parlare in modo sprezzante degli uiguri. Nei suoi confronti non mostravano tanta superiorità, almeno non apertamente. Lei teneva nascosto il suo senso di appartenenza alla comunità uigura.
A partire più o meno dal 2016 gli amici iniziarono a raccontarle storie che le parevano incredibili. Dicevano che gli uiguri sparivano, che gli uomini uiguri non portavano più la barba e che non era più permesso dare ai figli nomi musulmani. E che lontano dalle città sarebbero sorti dei capannoni, non si sapeva a che scopo.
Nel 2017 i superiori di Qelbinur Sidik le comunicarono che doveva andare a insegnare in un'altra scuola, a degli analfabeti. Nulla di strano. Ma i superiori le fecero pressioni esagerate. Le imposero di non dire niente a nessuno del nuovo lavoro, neppure a suo marito. Dovette firmare un accordo di riservatezza. Capì che qualcosa non andava, ma non sapeva cosa.
Già nel 2016 la leadership politica cinese compì nello Xinjiang una svolta che l'opinione pubblica non tenne in dovuta considerazione. Pose alla guida del partito Chen Quanguo. Chen è un falco che si è fatto una reputazione come segretario del partito in Tibet dove ha arruolato migliaia di nuovi poliziotti e creato una stretta rete di sorveglianza basata sulla tecnologia.
Col senno del poi si può dire che per il burocrate il Tibet è stato un laboratorio in cui testare ciò che avrebbe messo in campo su più vasta scala nello Xinjiang, a servizio di una "assimilazione" che ha molto a che spartire con la sorveglianza della popolazione, in cui rientrano, tra l'altro, l'incremento del personale incaricato della sicurezza, controlli digitali nella quotidianità, telecamere a riconoscimento facciale, app obbligatorie sui cellulari.
La popolazione ne ebbe presto sentore. La prima volta che Qulbinur Sidik vide la nuova scuola da lontano le vennero i brividi. Sembrava un carcere di massima sicurezza, circondata da muraglioni e filo spinato. Mentre raggiungeva l'aula vide uomini uiguri legati e ammanettati trascinati per il corridoio. Poi si ritrovò davanti quegli stessi uomini, seduti in classe davanti a lei con l'aria distrutta. "Salam aleikum' disse, la pace sia con voi. Ma nessuno di loro reagì. qelbinur Sidik aveva timore di fare qualcosa di sbagliato. Lentamente si rese conto che le autorità cinesi l'avevano trasformata in una aguzzina. Non doveva insegnare agli analfabeti, bensì agli uiguri.
Qelbinur Sidik parla per ore in questo pomeriggio di primavera sulla costa olandese. Seduta su uno sgabello di plastica, guarda per lo più fuori dalla finestra. Non è semplice per lei raccontare. Prende un fazzoletto di carta, se lo rigira tra le mani. Poco dopo aver ricordato il suo arrivo in uno dei campi scoppia in lacrime. Mentre l'interprete traduce dall'uiguro in inglese tiene la testa tra le mani e singhiozza piano.
Nel 2017 Qelbinur Sidik dovette insegnare agli uomini uiguri del campo di detenzione la lingua cinese e le cosiddette "canzoni rosse": inni al partito comunista e alla Repubblica popolare. Dopo circa sei mesi la portarono in un altro campo, questa volta per insegnare alle donne. Durante le lezioni forzate, racconta, spesso udiva grida provenienti da altre stanze che sembravano frutto di torture e violenze sessuali. Quando nel primo campo un uomo la pregò di contattare i suoi familiari per informarli di dove era detenuto, per timore fece finta di non averlo sentito. Nel secondo campo ebbe l'impressione di vedere gli agenti della sicurezza portare fuori dall'edificio una donna morta. Chiese a una agente di custodia che la redarguì. Controllati, le sibilò, pensa a far lezione.
Molto di quello che oggi sappiamo dei campi di detenzione è frutto delle ricerche dell'antropologo Adrian Zenz che ha reperito in rete le gare di appalto per i campi di rieducazione e identificato notevoli aumenti di bilancio per le strutture detentive. Sulla base di documenti amministrativi ha ricostruito le dimensioni dell'oppressione. Quasi tutte le stime rilevanti sulla situazione nello Xinjiang - persino il numero dei campi e degli internati - derivano dalla sua indagine. Ora vive negli Usa e lavora per la Communism Memorial Foundation di Washington.
I campi rientrano nella strategia politica dello Stato cinese che da un lato punta all'assimilazione culturale della provincia dello Xinjiang per risolvere il problema del terrorismo in loco ricorrendo ai campi di internamento, ma anche alla prevenzione delle nascite tramite aborti e sterilizzazioni forzate. Dall'altro intende procurarsi manodopera a basso costo. Molti uiguri vengono costretti a lavorare in fabbrica nelle regioni a forte sviluppo economico del Paese. In terzo luogo attraverso i campi Pechino intende combattere la povertà. Il cinico paradosso è che lo Stato cinese libera dalla povertà costringendo ai lavori forzati. Non più tardi dell'inizio di quest'anno il presidente Xi Jinping ha dichiarato debellata la povertà assoluta.
Zenz è stato molto osteggiato a motivo delle sue ricerche. La stampa statale cinese lo ha diffamato definendolo uno pseudo-scienziato e recentemente lo ha sanzionato vietandogli l'ingresso in Cina. Anche Qelbinur Sidik ha dovuto ben presto affrontare il pugno di ferro del potere. È stata licenziata, senza un motivo concreto e anche la sua vita privata è entrata nel mirino delle autorità. Nel suo appartamento si è insediato un cinese han. All'inizio viveva con Qelbinur Sidik e il marito per una settimana ogni tre mesi. Poi una settimana al mese. A detta delle autorità era un modo di promuovere la solidarietà tra etnie. Qelbinur Sidik e il marito non avevano voce in capitolo. Erano in balia dell'uomo.
Il provvedimento rientrava in un programma del governo in base al quale le autorità cinesi insediano nelle famiglie delle minoranze dei funzionari per promuovere "l'unità etnica" del paese. Secondo i dati dei media statali nel 2018 nello Xinjiang un milione di questi funzionari sono stati inviati in più di 1,6 milioni di famiglie. L'organizzazione di tutela dei diritti umani Human Rights Watch le definisce "prassi profondamente invasive di assimilazione forzata".
Il cinese han era irrispettoso, racconta Qelbinur Sidik. Sedeva a tavola a torso nudo e si ubriacava. Continuava a molestare la donna tentando di baciarla, senza nascondere l'intenzione di fare sesso con lei. "Se mi tocca lo ammazzo e poi mi uccido" bisbigliava Qelbinur al marito Ismayil. Il cinese han aveva potere. Ogni volta che la coppia protestava, minacciava di denunciarli alle autorità. Così Qelbinur Sidik e il marito obbedivano. In fondo alla donna è andata bene: il cinese han le mancava di rispetto ma non l'ha violentata.
Nel 2019 era ormai prassi normale che le autorità impedissero le nascite nello Xinjiang. Le donne tra i 18 e i 50 anni dovevano obbligatoriamente mettere la spirale o farsi sterilizzare. Anche a Qelbinur Sidik dal 2017 è stata inserita la spirale per due volte non senza complicazioni. In segreto aveva fatto rimuovere il dispositivo anticoncezionale da un medico.
Nel maggio 2019 ha compiuto 50 anni. Pensava che la tortura fosse finita. Invece no. Le misure sono state estese alle donne di età compresa tra i 18 e i 59 anni. Qelbinur Sidik era terrorizzata. Temeva di essere rinchiusa in un lager se rifiutava di sottoporsi ai trattamenti coatti. Per questo non ha opposto resistenza quando l'hanno portata in clinica. "Ma non dimenticherò mai l'umiliazione".
Qelbinur Sidik non ne poteva più, voleva andarsene dalla Cina. Le origini uzbeke le sono state d'aiuto. Negli anni scorsi lo stato cinese ha ritirato il passaporto a molti uiguri, imprigionando di fatto la minoranza etnica. Ma Qelbinur Sidik aveva un passaporto. E una figlia, Difulza, residente all'estero. Già nel 2011 si è trasferita per motivi di studio in Olanda ed è rimasta.
Inoltre Qelbinur Sidik non aveva più nulla che la trattenesse nello Xinjiang. Il matrimonio con Ismayl era finito nel frattempo. Nell'ottobre 2019 ha incaricato un'agenzia di procurarle un visto e un volo. Il viaggio è stato orribile, racconta. Inizialmente aveva paura di non riuscire a lasciare la Cina. Poi di non riuscire ad entrare in Olanda. Quando ha visto sua figlia che la salutava con la mano all'aeroporto di Schipol, Qelbinur ha perso i sensi.
Adesso Qelbinur Sidik è sana e salva in Olanda. Ha ottenuto asilo. Impara la lingua e cerca di rifarsi una vita. In futuro le piacerebbe più di ogni altra cosa insegnare ai bimbi uiguri. In Olanda risiede la più grande comunità di esuli uiguri d'Europa. Trascorre molto tempo da sola, racconta. A volte dimentica di trovarsi in Olanda. Allora è assalita dai ricordi che non la abbandonano per molte ore. Poi si riscuote e ritorna alla realtà. È all'Aja. Dice di non capire il motivo per cui in Occidente molti governi non si sbilanciano a criticare la Cina. Lo Stato cinese compie azioni orribili e deve renderne conto. L'antropologo Adrian Zenz è convinto che la pressione internazionale costringe lo Stato cinese a variare continuamente la propria linea di difesa. All'inizio Pechino negava l'esistenza dei campi. Solo di fronte a prove incontestabili l'ha ammessa. All'improvviso ha definito misure antiterrorismo le azioni in atto nello Xinjiang, i campi "centri di formazione professionale" e la permanenza nelle strutture volontaria.
"La considero una prova che il mio lavoro è servito a qualcosa" dice Zenz. Ma il tedesco che con le sue rivelazioni ha contribuito più di ogni altro a far conoscere la situazione nello Xinjiang avverte: "Credo che la fase delle rivelazioni sia terminata. Ora tocca alla comunità internazionale trarre le debite conclusioni da ciò è emerso." Ma non è sicuro che avvenga. L'Unione europea per la prima volta da più di trent'anni ha imposto sanzioni contro quattro ufficiali cinesi per l'oppressione degli uiguri, ma le sanzioni non colpiscono il segretario del partito dello Xinjiang, Chen Quanguo. Qelbinur Sidik dice che ora che vive in Olanda non teme per la propria sicurezza. Non ha neppure cambiato la serratura della sgangherata porta di legno del suo bilocale. C'è solo una cosa che continua a spaventarla: sentir parlare cinese. Cerca sempre di tenersi alla larga dai turisti cinesi nei luoghi pubblici, ma a volte non è possibile evitarli, allora il passato ritorna. "Quando sento parlare cinese entro nel panico" racconta. "È come se fossi di nuovo nel campo".
*Traduzione di Emilia Benghi
di Michael Nova e Giulia Specchio
parmateneo.it, 28 aprile 2021
L'inefficienza del sistema carcerario italiano deve spingerci a formulare una riflessione critica sugli attuali metodi di detenzione. Abbattere gli stereotipi è un buon primo passo per poter trovare soluzioni che migliorino le condizioni del detenuto.
di Franco Corleone
Il Manifesto, 28 aprile 2021
Giovedì 29 alle ore 17 si terrà l'assemblea annuale della Società della Ragione e sarà una occasione per mettere al centro le ferite aperte del carcere. L'anno della pandemia ha determinato nel carcere una chiusura assoluta con il fuori. L'interruzione dei colloqui con i familiari, la sospensione delle attività, l'assenza dei volontari hanno fatto tornare il carcere alla condizione di un'isola autosufficiente, impermeabile alle sollecitazioni esterne mettendo a rischio il principio costituzionale del reinserimento sociale.
di Lucia Aversano
retisolidali.it, 28 aprile 2021
Ci sono più di 600 disabili in carcere, che non ricevono le cure e gli ausili necessari. Le proposte dell'Associazione Conosci. Sandro Libianchi, presidente del Coordinamento Nazionale per la Salute nelle Carceri Italiane (Conosci), già dirigente medico nel complesso polipenitenziario di Rebibbia: "La normativa vigente prevede che la disabilità, come ogni grave motivo di salute, può essere motivo di scarcerazione oppure di misura alternativa, ed è su quest'aspetto che noi vogliamo porre l'attenzione".
Il Sole 24 Ore, 28 aprile 2021
Gli spostamenti per lo svolgimento dei colloqui con i congiunti o con altre persone ai quali hanno diritto i detenuti, gli internati e gli imputati, sono consentiti anche in deroga alla normativa adottata ai fini del contenimento dell'emergenza epidemiologica da Covid-1919, quando i medesimi colloqui siano necessari per salvaguardare la salute fisica o psichica delle stesse persone detenute od internate.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 28 aprile 2021
Sfiora il 30% la percentuale dei detenuti che hanno ricevuto la prima dose di vaccino. L'Anagrafe nazionale del Ministero della Salute ha registrato ieri, lunedì 26 aprile, un totale di 15.684 somministrazioni su una popolazione di 52.591 detenuti presenti. Dati che confermano l'accelerazione del trend di crescita delle vaccinazioni pari a 5.630 in più di lunedì 19 aprile, data del precedente monitoraggio. In calo anche gli altri dati relativi ai detenuti: 492 i positivi (erano 655) di cui 2 sintomatici e 23 ricoverati.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 28 aprile 2021
Riforma del processo penale. La commissione di saggi insediata dalla ministra Cartabia aspetterà gli emendamenti al disegno di legge Bonafede prima di proporre le sue soluzioni. E sul nodo più difficile da sciogliere il Pd indica la via della prescrizione processuale.
Altro che "ammainare le bandierine", come ha invitato a fare la ministra Marta Cartabia nella sua intervista del 25 aprile alla Stampa, dove in puro stile Draghi "last call" ha avvertito i partiti della maggioranza che se salta la riforma della giustizia "molto semplicemente non avremo i fondi europei". Quando mancano solo 48 ore al tornante decisivo nella riforma del processo penale, il deposito degli emendamenti al testo base che è ancora quello del ministro grillino Bonafede, i gruppi parlamentari alzano e sventolano tutti i vessilli che hanno a disposizione. Prescrizione, durata dei processi, riti alternativi: le previsioni danno una pioggia di proposte di modifica di segno opposto in arrivo sullo schema di legge delega, quello che pareva urgentissimo quando fu depositato dal governo Conte 2 e che invece è rimasto fermo oltre un anno in commissione alla camera.
Piove dunque sugli auspici alla concordia di Cartabia, ma al ministero della giustizia non per questo ridimensionano le ambizioni. Che sono molto alte: secondo il calendario inserito nel Piano nazionale di ripresa e resilienza, il disegno di legge delega che riforma il processo penale sarà approvato definitivamente dalle camere entro fine anno. Chi ha seguito la successione delle bozze del Pnrr nell'ultima settimana ha notato una correzione in corsa: la prima versione approdata dal Consiglio dei ministri prevedeva l'approvazione della riforma del processo penale per settembre 2021. La differenza di tre mesi può sembrare poca cosa, in realtà tenendo conto di tutti gli atti successivi che dovranno essere adottati, innanzitutto i decreti delegati e poi i decreti ministeriali e i regolamenti, sposta l'orizzonte della riforma oltre la fine della legislatura. E ne affida dunque la conclusione a un altro governo.
Ma è significativa anche un'altra variazione di date che si coglie tra le bozze e il testo definitivo. In precedenza si parlava del termine del 23 aprile come data di conclusione dei lavori della commissione ministeriale insediata da Cartabia - nel caso del processo penale si tratta della commissione presieduta dall'ex presidente della Corte costituzionale Lattanzi. Era quella anche la scadenza entro la quale i partiti dovevano far arrivare i loro emendamenti. Poi il termine per gli emendamenti parlamentari è stato spostato a venerdì prossimo, 30 aprile, e anche il termine dei lavori della Commissione è stato aggiornato nel Pnrr, spostandolo però all'8 maggio.
Accadrà così che i tecnici della ministra avranno otto giorni di tempo per conoscere le carte dei gruppi di maggioranza prima di calare le loro proposte con le quali provare a raggiungere la concordia invocata dalla ministra. Uno stratagemma che, dicono i parlamentari che seguono il dossier, potrebbe essere l'unica maniera per evitare uno scontro frontale tra i lavori della commissione tecnica e quelli della commissione (giustizia della camera) politica.
L'obiettivo resta quello della sintesi. Qualche contatto informale tra i saggi della ministra e i capigruppo in commissione non è mancato, nell'ultima settimana ci sarà anche un incontro formale. Per questo il Pd ieri ha anticipato tutti con una ventina di emendamenti che intervengono anche sul nodo più intricato che resta quello della prescrizione.
Dopo la sostanziale abolizione dell'istituto a opera del governo M5S-Lega (la prescrizione non decorreva più dopo la sentenza di primo grado), il governo giallo-rosso aveva corretto un po' il tiro, limitando lo stop solo ai condannati in primo grado. Soluzione che non soddisfaceva però i renziani e che non piace ai nuovi arrivati in maggioranza, il centrodestra, compresa la Lega in versione "garantista".
Il Pd adesso propone un cambio di prospettiva, sposando la via della prescrizione processuale. Vale a dire che se non saranno rispettati i tempi dei processi richiamati nel ddl Bonafede, che sono quelli della legge Pinto, cioè due anni per l'appello, scatterà uno sconto di un terzo della pena per chi è stato condannato in primo grado. O l'improcedibilità nel caso di assoluzione in primo grado o di sforamento di oltre 4 anni. Lo schema non è troppo distante da quello che annuncia il rappresentante di +Europa-Cambiamo Costa. E potrebbe così orientare i tecnici della ministra in una direzione lontana dai 5 stelle e da Bonafede che fu.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 28 aprile 2021
Riforma della giustizia ad alta tensione. Sia sul fronte civile sia su quello penale. Nelle medesime ore che hanno visto l'approvazione del Recovery plan, che tra l'altro nell'ultima versione estende un po' i tempi di approvazione delle misure (entro fine 2021 le leggi delega ed entro il 2022 i decreti delegati), si profilano le prime prese di distanza rispetto al merito degli interventi. Sul civile, le prime indiscrezioni sul contenuto dei lavori, appena terminati, della commissione Luiso, istituita dalla ministra Marta Cartabia, non convincono l'avvocatura.
Il Cnf contesta le ipotesi di filtro alle impugnazioni e all'appello in particolare e l'assenza di riferimenti alle specializzazioni, mentre le Camere civili mettono nel mirino "il semplice rispolvero di vecchie proposte quali la riduzione dei termini di difesa, le preclusioni e i filtri, osteggiati da tutti gli operatori della giustizia".
Da via Arenula però rassicurano: nessuna compressione dei diritti dei cittadini. In realtà la commissione presieduta da Paolo Luiso, docente di Procedura civile a Pisa, ha presentato, sul rito, 2 ipotesi alternative a Cartabia, una più conservatrice e una più spregiudicata (con la riduzione dei tempi per le memorie, la concentrazione della fase istruttoria).
Ma dalla commissione arrivano anche un pacchetto di proposte organiche sul diritto di famiglia, con l'estensione della negoziazione assistita al contesto delle coppie non sposate; negoziazione che si propone di allargare alle cause di lavoro; la conciliazione poi dovrà comprendere anche i rapporti di durata. Sul penale, ieri sono stati presentati gli emendamenti che il Pd presenterà al testo del disegno di legge Bonafede in discussione alla Camera.
A illustrare le 20 proposte la responsabile Giustizia e i capigruppo in commissione a Camera e Senato, Alfredo Bazoli e Franco Mirabelli. Sulla prescrizione, il ddl Bonafede prevede sanzioni ai giudici, "che sono poco efficaci" - ha detto Bazoli - mentre gli emendamenti prevedono "conseguenze sul processo". In particolare se in appello c'è lo sforamento per un imputato assolto in primo grado, scatta l'improcedibilità; se invece l'imputato era stato condannato in primo grado, scatta uno sconto di pena di un terzo; infine scatta sempre l'improcedibilità se si supera un certo limite temporale, che per gli emendamenti del Pd dovrà indicare il Governo.
di Simona Musco
Il Dubbio, 28 aprile 2021
Più spazio ai riti alternativi e all'approccio riparativo negli emendamenti proposti dai dem sul penale. Norma Bonafede limitata con l'estinzione del giudizio se l'appello dura troppo.
Ventisei proposte e un obiettivo: rendere la giustizia penale più veloce, trasparente e giusta. Una giustizia al servizio del cittadino, potenziando i riti alternativi e l'approccio riparativo, chiudendo la stagione del giustizialismo e lo scricchiolio delle garanzie. Si potrebbero riassumere così gli emendamenti (ancora passibili di limature) al ddl penale presentati ieri al Nazareno dal Partito democratico e che verranno depositati venerdì. Si parte, dunque, dal disegno di legge dell'ex ministro Alfonso Bonafede, ma con dei correttivi che, di fatto, combinino "il modello di prescrizione sostanziale che si interrompe col processo di primo grado" previsto dalla riforma, con "un modello di conseguenze processuali sui tempi di fase che si aggancia ai tempi già previsti dal ddl", hanno sottolineato ieri Anna Rossomando, vicepresidente del Senato e responsabile giustizia del Pd, Alfredo Bazoli e Franco Mirabelli, capigruppo della Commissione giustizia rispettivamente alla Camera e al Senato. Di fatto, dunque, gli emendamenti mirano a depotenziare la norma Bonafede, per riportarla nell'alveo delle garanzie, nella convinzione che il problema dell'irragionevole durata del processo non possa essere risolto con la prescrizione.
In primo luogo il Pd chiede di sopprimere il lodo Conte- bis, che prevede la "riattivazione" del corso della prescrizione in caso di assoluzione in appello. I dem partono eliminando la distinzione tra assolti e condannati e prevedendo che nel caso di superamento dei termini di fase, sia in appello, sia in Cassazione, si dichiari l'improcedibilità in favore dell'imputato che viene assolto, la riduzione di pena di un terzo in favore dell'imputato la cui condanna sia confermata o passi in giudicato, un equo indennizzo in favore dell'imputato che all'esito del giudizio di impugnazione contro una sentenza di condanna sia assolto, prevedendo un termine più lungo oltre il quale l'improcedibilità operi anche negli ultimi due casi.
Per quanto riguarda le indagini preliminari, la proposta prevede che la richiesta d'archiviazione, una volta valutata la completezza, la congruità e la serietà del compendio probatorio acquisito, avvenga in presenza di prove insufficienti o contraddittorie, laddove si ritenga inutile un nuovo supplemento istruttorio. Punto che prevede anche un'altra proposta, ovvero quella di escludere l'azione penale qualora l'accusa ritenga di non avere elementi sufficienti a giungere ad una condanna all'esito del processo. L'emendamento prevede anche criteri di priorità organizzativa - già previsti dal ddl Bonafede - per garantire l'efficace e uniforme esercizio dell'azione penale, attraverso una selezione delle notizie di reato da trattare con precedenza rispetto alle altre.
Criteri che tengano conto della gravità concreta e dell'offensività del fatto, della qualità personale dell'autore del reato, del pregiudizio derivante dal ritardo per la formazione della prova per l'accertamento dei fatti, della probabilità di estinzione del reato per prescrizione prima dell'accertamento giudiziale. Nella prospettazione dell'ex ministro toccherebbe al procuratore stilare tali criteri, dopo un'interlocuzione con il procuratore generale presso la corte d'appello e con il presidente del tribunale, mentre per il Pd le priorità andrebbero valutate anche tenendo conto delle indicazioni generali del Csm e del Comitato per l'ordine pubblico e la sicurezza.
Lo scopo è quello di ottenere un maggiore grado di trasparenza e responsabilità per gli uffici di procura, consentendo ai pm di "rendicontare" le proprie attività. Nel caso in cui, entro tre mesi dalla scadenza del termine di durata massima delle indagini preliminari (sei per indagini particolarmente complesse e 12 mesi per reati come l'associazione mafiosa), il pm non abbia notificato l'avviso della conclusione delle indagini o richiesto l'archiviazione, lo stesso dovrà notificare all'indagato e alla persona offesa l'avviso del deposito della documentazione d'indagine e della facoltà di prenderne visione ed estrarne copia, avviso la cui notifica potrà essere ritardata per un periodo non superiore a sei mesi.
Dopo tale atto, nel caso in cui il pm non proceda a chiedere l'archiviazione o il rinvio a giudizio entro 30 giorni dalla presentazione della richiesta del difensore o della parte offesa scatta l'illecito disciplinare. Nel ddl Bonafede ciò sarebbe circoscritto ai casi di negligenza inescusabile, mentre per il Pd - che chiama in causa il Procuratore, che dovrà provvedere al posto del pm, sotto pena di responsabilità disciplinare - basta che si tratti di negligenza grave.
Per quanto riguarda il giudizio abbreviato, oltre alla modifica delle condizioni per l'accoglimento della richiesta subordinata a un'integrazione probatoria, il Pd chiede di prevedere uno sconto di pena della metà nel caso in cui si proceda per un delitto punibile fino a un massimo di cinque anni o la multa, mentre lo sconto rimane di un terzo in tutti gli altri casi. Uno sconto della metà, secondo i dem, andrebbe previsto anche nel caso in cui la richiesta di patteggiamento arrivi nel corso delle indagini preliminari. Ciò per deflazionare il carico dei processi e, dunque, alleggerire il lavoro degli uffici, con la conseguente velocizzazione della macchina giudiziaria.
Altra richiesta è la videoregistrazione integrale dell'attività dell'istruttoria dibattimentale, così come di ogni interrogatorio di persone detenute, anche al di fuori delle udienze, pena l'inutilizzabilità. I dem chiedono anche l'introduzione del diritto, per il difensore, di ottenere, con richiesta motivata, la rinnovazione davanti al collegio diversamente composto di prove dichiarative decisive per la decisione.
Ma non solo: tra gli emendamenti proposti c'è anche la soppressione dell'udienza filtro prevista dal ddl Bonafede all'articolo 6 - che complicherebbe la procedura rischiando anche di allungare i tempi del processo -, nonché la composizione monocratica per la Corte d'Appello nei casi di citazione diretta, se non per fatti di particolare semplicità o su richiesta di parte.
In materia di giustizia riparativa, la novità, mutuata dal sistema tedesco, sarebbe l'introduzione dell'archiviazione condizionata, che consente, al termine delle indagini preliminari, di attivare, in alternativa all'azione penale, una serie di misure "compensative", che vanno dal pagamento di una somma di denaro a lavori di pubblica utilità, corsi di formazione o di istruzione e il risarcimento del danno o l'attività di mediazione. Attività sulle quali dovrà vigilare il pm e che se concluse positivamente porterebbero all'estinzione del reato, nei casi di reati puniti con la sola pena edittale pecuniaria o per pene non superiori ai quattro anni.
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