di Errico Novi
Il Dubbio, 29 aprile 2021
Costa contro gli abusi dei pm, l'altolà di Sisto ai video-processi, Conte mira alla legge sull'ergastolo: 5S pericolosamente isolati. Cosa succede adesso? Succede che inizia una fase complicata. Indecifrabile. Nella quale una parte decisiva toccherà certamente alla guardasigilli Marta Cartabia. Ma da cui la maggioranza uscirà indenne soprattutto se i partiti sapranno fare grande esercizio di pazienza.
Perché ieri, pur nel frastuono delle polemiche sul Recovery alla Camera e al Senato, il Pd ha segnato un punto di non ritorno per il proprio modello di giustizia e anche per l'alleanza coi 5 Stelle. Ha annunciato un rimedio serio al "fine processo mai" istituito dalla prescrizione di Bonafede. Nella conferenza stampa di ieri mattina (di cui diamo ampiamente conto in altro servizio, ndr) i dem si sono mostrati coerenti con affermazioni più volte ripetute sia all'epoca della maggioranza gialloverde sia durante il governo Conte due: pur senza sopprimere lo stop alla prescrizione del reato, prevista appunto dalla norma cara ai pentastellati, hanno proposto la "prescrizione del processo" in appello (o anche in cassazione) se quella fase del giudizio supera un limite irragionevole di durata (da stabilirsi più precisamente nell'attuazione della legge delega). Non esiste più il "fine processo mai": se si esagera (e spesso i tempi della giustizia sono esagerati) la fine, invece, arriva.
Al Movimento 5 Stelle non piacerà. Il Pd lo sa bene. Ma ieri i dirigenti dem hanno ricordato di aver sempre espresso le loro perplessità sulla prescrizione di Bonafede, votata dal Movimento insieme con la Lega. E il capogruppo in commissione Giustizia Franco Mirabelli ha detto, non casualmente: "Li convinceremo a modificare quella norma". Al momento, i pentastellati non sembrano volerne sapere. D'altra parte, con l'intervento ipotizzato dal Pd (il termine per gli emendamenti al ddl penale scade dopodomani alle 12), alcuni processi rischierebbero comunque di prolungarsi assai più di quanto sarebbe avvenuto con la riforma Orlando.
Anche da Leu, e in particolare dal deputato Federico Conte, arriva un pacchetto di proposte. Che sulla prescrizione sono più caute (prevedono la decadenza processuale solo per chi in primo grado è stato assolto) ma superano quelle del Pd sui riti alternativi. I dem annunciano di voler innalzare da un terzo alla metà lo sconto di pena per chi patteggia a indagini ancora aperte, Conte va oltre e spazza via tutte le preclusioni previste, per l'accesso a quel rito, nel testo base del ddl penale, sempre a firma Bonafede. Non solo, perché il deputato di Leu ripristina anche il giudizio abbreviato per i reati da ergastolo, eliminato da una legge voluta dalle Lega e "concessa" dai 5 stelle all'epoca dell'alleanza gialloverde.
E ancora: un parlamentare noto per essere la spina del fianco dei "giustizialisti", Enrico Costa di Azione, ha in tasca un decalogo di emendamenti, molti dei quali a tutela della presunzione d'innocenza. Si va dal trasferimento del fascicolo se gli eccessi mediatici dei pm alterano la sensibilità del giudice, fino a pesantissime sanzioni pecuniarie per il giornalista che pubblica indebitamente atti giudiziari. Oggi quel reato esiste ma è ridicolo: con 129 euro può essere "oblato", cioè cancellato. E infatti non c'è Procura che perda tempo a perseguirlo. Ma nel pacchetto Costa, quei 129 euro diventano 50mila, addirittura 100mila nei casi più gravi.
È una resa dei conti definitiva fra le due anime che, in materia penale, convivono nella maggioranza. Non si sottrae al gioco l'azzurro Francesco Paolo Sisto, sottosegretario alla Giustizia ma pure paladino dell'avvocatura: "Tutto ciò che è scambio documentale, come il deposito degli atti o l'accesso ai documenti, può e deve essere oggetto di semplificazione informatica", dice, ma "la digitalizzazione non può mai estendersi fino all'annullamento della componente umana. Non è pensabile che gli strumenti telematici si spingano fino a creare la figura dell'avvocato digitale, intento a discutere le cause a mezzo schermo, e a trasformare il processo in una sorta di law game". In tempo di inni alla digitalizzazione non è una didascalia di contorno. E in un quadro simile, non si può ridurre tutto al niet scontato del Movimento 5 Stelle: sul tavolo ci sono tali e tante spinte garantiste (ne arriveranno pure dai renziani) che la rinuncia alla bandierina della prescrizione sarà solo uno dei sacrifici necessari. I rapporti di forza non devono però far pensare a una pratica destinata a risolversi in poco tempo. Servirà tutta la capacità di mediazione della guardasigilli per evitare che la riscoperta dell'imputato come figura centrale nel processo scateni un'isteria permanente fra i partiti di governo.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 29 aprile 2021
L'Ocf segnala la necessità di aprire un dialogo con l'Avvocatura. Dopo il via libera di ieri al Recovery Plan, gli avvocati pur "consapevoli" della necessità di accorciare i tempi del processo, pongono l'accento sulle garanzie incomprimibili della difesa. Anche il Senato, dopo la Camera, ha approvato ieri sera la risoluzione di maggioranza sulle comunicazioni del premier Draghi sul Recovery Plan. Il piano italiano sarà presentato oggi in Commissione Europea, insieme con quello della Spagna. Il piano, come è noto, prevede anche corposi interventi sulla Giustizia. In particolare l'accento è puntato sulle riforme volte a ridurre i tempi del processo.
Un refrein quello della deflazione che ha però incontrato le critiche del Consiglio nazionale forense - "non prevalga su riforme di sistema" e delle Camere civili - "si rischia di ledere i diritti di cittadini e imprese". "Pur condividendo la scelta del governo di investire nell'ampliamento delle piante organiche, nell'organizzazione degli uffici e nelle competenze degli operatori della giustizia, limitando all'indispensabile gli interventi sulle norme processuali - ha affermato la presidente del Cnf Maria Masi -, appare però riduttivo e inibitorio il leitmotiv della deflazione e riduzione dei tempi del processo che prevale su tutto e lascia ai margini riforme di sistema che sarebbero, al contrario, prioritarie a fronte del cospicuo investimento di risorse interne ed europee".
"Ben vengano - ha proseguito - l'attenzione alla digitalizzazione e il rafforzamento dell'ufficio del processo ma sugli interventi 'endoprocessuali', con riferimento al settore civile, se sono condivisibili gli interventi sul processo esecutivo e la volontà di rendere più scorrevole e concentrata la cognizione ordinaria, non può non rilevarsi come manchino proposte di ampio respiro volte a migliorare la qualità complessiva della decisione giudiziaria: mai compare, per esempio, il riferimento alla specializzazione del giudice mentre in più punti si riferisce l'inaccettabile invocato ampliamento delle ipotesi dei filtri in appello e dei meccanismi di inammissibilità delle impugnazioni, arando, ancora, il tema della deflazione dei ruoli".
Preoccupazioni simili sono state espresse anche dall'Unione nazionale delle Camere civili (UNCC). Dalla Commissione per la modifica del processo civile, scrivono gli avvocati civilisti in una nota, rischia di uscire una riforma "in cui, in nome di un malinteso principio d'efficienza, si comprimono i diritti del cittadino nel processo". Si perché secondo l'Uncc gli interventi consisterebbero in un "semplice rispolvero di vecchie proposte", quali la riduzione dei termini di difesa, le preclusioni e i filtri.
"In una fase storica di profonda crisi sociale ed economica - proseguono le Camere civili - la riforma non può comprimere la legittima domanda di giustizia, ma deve anzi puntare a garantire una migliore risposta. Tagliare le difese non risolve i problemi del processo civile, ma lede i diritti di cittadini e imprese". Perché la riforma della giustizia "non può essere calata dall'alto", neppure per intercettare i fondi UE. Per questo motivo, l'UNCC chiede che venga resa pubblica la bozza di riforma del processo civile prima del suo voto parlamentare, "affinché sulla stessa possa essere avviato un dibattito ampio, franco e costruttivo, allargato ai cittadini e a tutti i professionisti della Giustizia".
Per l'Organismo Congressuale Forense: "Una riforma del processo civile equilibrata, ragionevole e che accorci i tempi dei processi per una giustizia più rapida e di qualità, fondamentale anche per lo sviluppo economico, non può prescindere dal dialogo e dall'apporto che può dare l'Avvocatura". "Sono state approvate - prosegue l'Ocf - mozioni congressuali di fondamentale importanza e che hanno portato all'elaborazione di un documento contenente concrete proposte emendative al progetto di riforma esistente in Parlamento e già portato a conoscenza".
Sul fronte penale il Consiglio nazionale forense "condivide" le indicazioni di riforma volte alla semplificazione mediante il deposito telematico degli atti, un maggiore accesso ai riti alternativi e il rafforzamento della udienza preliminare. Così come l'idea di delimitare i tempi delle indagini preliminari e la durata delle fasi e gradi del processo. "Purché però - afferma la Presidente Masi - la violazione sia presidiata da sanzioni di natura processuale. Al contrario, si respinge fermamente ogni proposta di correttivi che abbia ricadute sulla effettività del diritto di difesa costituzionalmente garantito, e che si traduca in un ostacolo all'accesso alla giustizia, come l'ipotesi normativa di riforma delle impugnazioni".
Per quanto concerne le misure 'extraprocessuali, il Cnf è "consapevole" del ruolo che potrebbero avere le ADR nel recupero dell'efficienza, tuttavia ritiene che la loro valorizzazione debba essere "parametrata all'effettivo bisogno di tutela del cittadino e delle imprese". "Infine - conclude Masi - pur nella convinzione della indilazionabile necessità di una riforma profonda della giustizia familiare e minorile, il Cnf approva l'annunciato intervento sul rito e sulle garanzie di un giusto processo di famiglia con la prospettiva, a medio tempore, di un intervento più profondo, che interessi pure gli aspetti ordinamentali".
di Riccardo Polidoro
Il Riformista, 29 aprile 2021
Il dato pubblicato ieri su queste pagine, in merito all'avocazione delle indagini da parte delle Procure generali, ai sensi della cosiddetta riforma Orlando, è molto significativo per comprendere lo stato della nostra Giustizia e l'incapacità del legislatore a trovare soluzioni efficaci per eliminare l'intollerabile lentezza dei procedimenti penali. Cosa prevede la norma, ormai in vigore da tempo? Il sostituto procuratore della Repubblica, allo scadere del termine di durata massima delle indagini preliminari, deve decidere entro tre mesi se chiedere l'archiviazione o esercitare l'azione penale. In caso contrario, l'indagine sarà avocata dal procuratore generale presso la Corte d'appello.
Nel leggere il numero delle avocazioni dell'anno 2020 - 65 in Italia, di cui 7 in Campania - si potrebbe pensare che gli uffici di Procura siano efficienti e produttivi, in quanto capaci di chiudere la loro attività nei tempi stabiliti. Ma un altro dato, quello sui reati prescritti mentre il relativo fascicolo giace negli armadi delle Procure (ben 43.375), ci riporta immediatamente alla realtà. Il sistema non funziona e la riforma Orlando non ha tenuto conto della realtà degli uffici giudiziari. Se la norma fosse stata applicata correttamente, al cattivo funzionamento della macchina investigativa si sarebbe aggiunta la totale paralisi dei procedimenti. Una valanga di fascicoli avrebbe seppellito le Procure generali, incapaci d'iniziare o proseguire le indagini, per mancanza di uomini e mezzi. Solo l'intervento del Consiglio superiore della magistratura, che con non pochi equilibrismi ha interpretato in concreto i concetti di "inerzia effettiva e apparente", ha evitato il pur prevedibile disastro.
Siamo alla vigilia di nuove riforme. Il Recovery Plan dovrà essere utilizzato anche per la Giustizia e sono stati annunciati investimenti per avere procedimenti giusti e di ragionevole durata, come previsto dall'articolo 111 della Costituzione. Occorrono certamente nuove risorse umane ed economiche, ma soprattutto interventi efficaci che diano all'opinione pubblica fiducia nel funzionamento della Giustizia e rilancino il significato di quella frase che compare in bella mostra nelle aule dibattimentali: "La legge è uguale per tutti". Oggi certamente non è così. Il numero di procedimenti pendenti è enorme e l'obbligatorietà dell'azione penale è solo una chimera. Le Procure della Repubblica indicano i reati da perseguire con priorità, mentre molti fascicoli attendono invano di essere, come si dice in gergo, "lavorati", ma spesso sono del tutto ignorati, cioè vivono una breve illusione di vita per finire in prescrizione.
È tempo di colori, eppure la Giustizia non è da meno. Se è giusto assegnare il "codice rosso" ad alcuni delitti, cioè una corsia preferenziale nelle indagini, per i pericoli che tali azioni comportano, sarebbe altrettanto giusto garantire a tutti i cittadini - indagati e persone offese - una Giustizia conforme ai principi costituzionali. La rilevanza penale dei fatti lo impone! Ed è qui la soluzione. Differenziare ciò che è penalmente rilevante da ciò che potrebbe non esserlo più. Trovare altre strade praticabili di accertamento della verità, in sede civile e/o amministrativa e lasciare alle indagini penali le fattispecie pericolose per la società. Un'effettiva depenalizzazione consentirebbe di avere una Giustizia efficiente e uguale per tutti ed eliminerebbe l'attuale ambiguità dell'azione penale, per legge obbligatoria, ma esercitata sul territorio nazionale in modo non uniforme, quasi a macchia di leopardo.
di Mauro Volpi
Il Manifesto, 29 aprile 2021
Spingerebbe in secondo piano i problemi reali che affliggono la giustizia: la durata dei processi, l'uso troppo discrezionale dei poteri di indagine, il carrierismo individualista. La proposta di legge per l'istituzione di una commissione parlamentare di inchiesta "sull'uso politico della giustizia" che ha come prima firmataria l'onorevole Gelmini va rigettata sia per una ragione di principio sia per i suoi intenti politici di parte. In primo luogo essa rappresenta una palese violazione del principio della separazione dei poteri in quanto un potere politico, nei confronti del quale la Costituzione sancisce espressamente l'indipendenza e l'autonomia della magistratura, non può mettere sotto indagine l'attività giudiziaria svolta dai magistrati che hanno inquisito o condannato personalità politiche nonché l'associazionismo interno alla magistratura.
Non è affatto un buon argomento a difesa della iniziativa il paragone fatto da Sabino Cassese sul Corriere della Sera con la commissione istituita dal Presidente Biden relativa alla Corte suprema. Infatti si tratta di una commissione di studio formata interamente da giuristi, e non da parlamentari, che ha il compito di avanzare proposte sulla composizione e sulle modalità di esercizio delle funzioni della Corte. Si può stare certi che nessuno negli Stati uniti oserebbe proporre l'avvio di una indagine parlamentare sulla giurisprudenza della Corte suprema che ha riguardato uomini politici o ha avuto un'incidenza politica (basti ricordare la sentenza del 2000 che ha sancito definitivamente la vittoria di Bush alle elezioni presidenziali).
È priva di pregio anche l'obiezione per cui, se si nega l'inchiesta parlamentare sulla giustizia, allora anche i magistrati non potrebbero indagare né parlamentari, né amministratori pubblici che appartengono ad altri poteri. Si finge di dimenticare che la funzione attribuita all'autorità giudiziaria è proprio quella di indagare ed eventualmente sottoporre a giudizio chi sia sospettato di avere commesso un reato indipendentemente dalla sua qualifica soggettiva e che la magistratura non ha (così come il Csm) il potere di indagare gli organi politici per le modalità e le finalità con le quali sono intervenuti in materia di giustizia. Inoltre la commissione proposta costituirebbe un pericoloso precedente che in futuro non potrebbe escludere altre indebite invasioni sulle funzioni svolte da altri poteri, come ad esempio l'istituzione di una commissione di inchiesta sull'uso politico della giustizia costituzionale, più volte messa sotto accusa per la presunta natura politica di alcune sentenze.
Quanto agli intenti politici di parte che animano la proposta, basta leggere la relazione che l'accompagna. Si tratta infatti di un atto di accusa contro l'esercizio della funzione giudiziaria e contro l'associazionismo nella magistratura che pretende di ricostruire in modo unilaterale trenta anni di storia della giustizia nel nostro paese. Infatti la magistratura è accusata di avere organizzato un complotto contro partiti politici e uomini politici, di avere esercitato un indirizzo politico in materia di giustizia, di avere dato vita a organizzazioni politiche in stretto rapporto con i partiti politici, di avere esercitato una supplenza nei confronti della politica determinando le dimissioni di governi.
Tutte accuse contestabili: il complottismo è indimostrato e non fa i conti con l'elevato livello di corruzione e di malaffare manifestatisi nella politica; la magistratura tramite i pareri e le proposte del Csm può avere influenzato, peraltro in misura limitata, ma certo non ha determinato l'indirizzo politico sulla giustizia; le associazioni della magistratura non sono partiti politici e non hanno avuto rapporti organici con i partiti; la supplenza è stata facilitata da una politica incapace di adottare sanzioni contro comportamenti disonorevoli per i quali invocava una sentenza definitiva di condanna; nessun governo si è dimesso a causa di iniziative giudiziarie, ma per il distacco di partiti che facevano parte della maggioranza (governo Berlusconi primo e governo Prodi bis).
Infine i principali riscontri a supporto delle accuse sono le "rivelazioni" farlocche e interessate di Palamara, estromesso dalla magistratura per gravissimi illeciti disciplinari, e quelle del giudice Franco sulla sentenza di condanna di Berlusconi, un magistrato imbarazzante che, dopo aver condiviso e sottoscritto pagina per pagina la sentenza della Cassazione, è andato a baciare la pantofola del condannato, raccomandandosi che le sue dichiarazioni non fossero rese note fino al pensionamento dalla magistratura. Ovviamente nella relazione non c'è traccia dell'uso che la politica ha fatto di singoli magistrati, come in passato del giudice Squillante corrotto per la sentenza sul lodo Mondadori e da ultimo dello stesso Palamara, attivo, insieme ad altri magistrati, per la nomina del dirigente di una procura che indaga su un influente uomo politico.
Un'ulteriore effetto negativo della proposta se attuata sarebbe quello di mettere in secondo piano i problemi reali che affliggono la giustizia e la magistratura, come la durata dei processi, l'uso eccessivamente discrezionale dei poteri di indagine, la degenerazione correntizia, il carrierismo individualista il funzionamento del Csm, tutti problemi rispetto ai quali il parlamento deve fare il suo mestiere che è quello di approvare leggi di riforma, seguendo l'esortazione del presidente della Repubblica e la metodologia adottata dalla ministra della giustizia, anziché pretendere di arrivare ad una resa dei conti con la magistratura che esaspererebbe la conflittualità e non contribuirebbe in nulla a migliorare il rendimento della giustizia a vantaggio dei suoi utenti.
di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 29 aprile 2021
Maxi operazione a Parigi. La svolta nel vertice tra i ministri Cartabia e Dupond-Moretti, entro 48 ore dovranno comparire davanti un tribunale. Il funerale della "dottrina Mitterrand" si è consumato ufficialmente questa mattina a Parigi con l'arresto dei sette italiani un tempo membri di gruppi armati della sinistra extraparlamentare. Vivevano in Francia da oltre quarant'anni, e beneficiavano della protezione che gli concesse il presidente socialista, una specie di asilo politico per sottrarli alle leggi d'emergenza che all'epoca imperversavano nel nostro paese. Si tratta di Marina Petrella, Giorgio Pietrostefani, Narciso Manenti, Roberta Capelli, Enzo Calvitti, Giovanni Alimonti e Sergio Tornaghi.
Mancano all'appello Maurizio Di Marzio, Luigi Bergamin e Raffaele Ventura, attualmente irreperibili. Inizialmente le autorità italiane avevano presentato una pletorica lista di circa duecento nomi, poi sfrondati dalle autorità giudiziarie d'oltralpe: "Un importante lavoro bilaterale ci a portato a individuare i casi più gravi, dieci persone che si sono macchiate di fatti di sangue" spiega una nota dell'Eliseo. Per alcuni di loro (Di Marzio e Bergamin) il mese prossimo sarebbe scattata la prescrizione e sarebbero diventati uomini liberi a tutti gli effetti, una circostanza che ha spinto Roma e Parigi a pigiare sull'acceleratore.
Si era capito già nell'incontro dello scorso 8 aprile tra i ministri della giustizia Marta Cartabia ed Eric Dupond-Moretti in cui Parigi aveva promesso di muoversi in fretta per consegnare gli esuli alla giustizia italiana. Negli ultimi due anni l'ex ministro 5s Alfonso Buonafede si era speso a fondo per ottenere l'estradizione degli esuli con l'omologa Nicole Belloubet, ma la procedura sembrava si fosse arenata. Da qualche mese invece le cose hanno preso una piega diversa, la pressione dei media italiani e la volontà del governo francese di compiere un gesto capace di ottenere consenso unanime anche tra l'elettorato di destra hanno contribuito a questa svolta improvvisa.
Lo stesso presidente Emmanuel Macron, in una conversazione telefonica con il premier Mario Draghi avvenuta il mese scorso si era impegnato in prima persona per garantire un'azione rapida della giustizia francese per venire a capo di una vicenda che da tempo ormai immemorabile inquina le relazioni bilaterali. Ora le posizioni dei sette arrestati verranno esaminate singolarmente per valutare la rispettiva gravità dei dossier. Entro 48 ore dovranno poi comparire davanti a un giudice che stabilirà se rimetterli a piede libero, tenerli dietro le sbarre o concedere la libertà vigilata. Il tempo di esaminare le domande di estradizione.
Se il mondo politico francese plaude all'iniziativa dei giudici, furiosa è stata la reazione degli avvocati dei sette arrestati. Irène Terrel, storica legale dei fuoriusciti italiani, nella fattispecie di Marina Petrella, si dice "scandalizzata", dalla decisione dei giudici e grida al "tradimento" da parte della Francia che, con gli arresti di eri, "è venuta meno alla parola data". Stessa musica da parte di Jean-Louis Chalanset, difensore di Enzo Calvitti, per il quale lo Stato francese si è rimangiato le sue promesse prendendo un'iniziativa "incomprensibile quarant'anni dopo i fatti".
Sulla vicenda è intervenuto anche Éric Turcon, avvocato di Cesare Battisti che sottolinea come molti rifugiati avevano subito condanne illegali, cioè emesse "da una giustizia che utilizzò le leggi d'emergenza con diversi accusati che non hanno avuto neanche modo di difendersi di persona".
Il tacito accordo tra la Francia e i rifugiati degli anni di piombo ha iniziato a sgretolarsi negli anni 2000, con l'esame "caso per caso" delle domande di estradizione provenienti dall'Italia, specialmente per le persone accusate di fatti di sangue. Il caso più celebre, quello di Cesare Battisti che dalla Francia fuggì in Brasile, è stato il primo colpo ricevuto dai sostenitori della dottrina Mitterrand che in quel momento capirono come Parigi non fosse più una terra d'asilo. Ma mai fino ad ora la magistratura transalpina aveva compiuto operazioni di questa ampiezza.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 29 aprile 2021
Il ministero di via Arenula invita ad aspettare le decisioni della magistratura francese sulle estradizioni ma avverte: in ogni caso non vedrete mai scene come quelle del video di Bonafede su Battisti. L'unico rifugiato in Francia per il quale effettivamente stava per scattare la prescrizione della pena, che per il codice penale italiano arriva quando è decorso un tempo pari al doppio della condanna, non l'hanno preso. Per l'ex brigatista, ora in fuga, Maurizio Di Marzio, la data limite sarebbe quella del 10 maggio. Prescritta sarebbe anche la pena alla quale è stato condannato Luigi Bergamin, ex Pac, se non fosse stato dichiarato il mese scorso "delinquente abituale" (malgrado il suo ultimo delitto risalga a 40 anni fa) dalla giudice di sorveglianza.
Anche lui è adesso in fuga, il suo difensore a Milano ha presentato istanza di prescrizione. Per tutti gli altri rifugiati in Francia obiettivo del blitz di ieri, il terzo che si è reso latitante Raffaele Ventura e i sette arrestati (Marina Petrella, Giovanni Alimonti, Enzo Calvitti, Roberta Cappelli, Sergio Tornaghi, Narciso Manenti e Giorgio Pietrostefani), la prescrizione non è proprio dietro l'angolo. Ma quando tre settimane fa la ministra della giustizia italiana Marta Cartabia ha avuto il primo incontro (online) con l'omologo francese, l'avvocato penalista Dupond Moretti, lo ha trovato preparato sul calendario delle prescrizioni delle pene degli ex terroristi: aveva uno schema con sé.
Anche se si congratula per il risultato "di portata storica", la ministra della giustizia italiana non partecipa al coro della politica italiana, di governo o di opposizione di destra, che dagli arresti francesi trae motivo di orgoglio nazionale. Al contrario in via Arenula si sottolinea come la svolta sia stata soprattutto francese, a fronte di richieste dall'Italia che erano tutte già pendenti. Ha pesato, si riconosce, la convenzione di Dublino sull'estradizione ratificata dal nostro paese nel maggio 2019 (e i 5 Stelle ne rivendicano il merito all'ex ministro Bonafede) perché adesso è previsto esplicitamente che il paese che riceve la richiesta (la Francia in questo caso) debba rispettare i tempi di prescrizione del paese richiedente (l'Italia).
Ma più di tutto ha pesato "il superamento del nodo politico, la decisione di far arrivare alle autorità giudiziarie quei fascicoli mai trasmessi". Il cambio di fase voluto da Macron per evidenti ragioni interne, comunicato a Draghi nella telefonata che c'è stata una decina di giorni fa di cui ha dato notizia non a caso l'Eliseo, sottolineando che "la Francia, anch'essa colpita dal terrorismo, ha voluto risolvere questo problema come l'Italia chiedeva da anni". "La memoria di quegli atti barbarici è viva nella coscienza degli italiani", ha voluto ricordare il presidente del Consiglio italiano, anche lui molto "soddisfatto" per questi arresti arrivati dopo quarant'anni.
La ridda di dichiarazioni festanti che vanno dal Pd a Fratelli d'Italia, comprese esplicite rivendicazioni di una giustizia amministrata per compensare le vittime, finisce per travolgere quella che era parsa l'impostazione della nuova ministra, che nelle sue prime uscite aveva insistito sul valore rieducativo della pena che non dev'essere vendetta, sulla giustizia riparativa e sulle alternative al carcere. "Mi tocca fare una profonda autocritica per aver salutato come un'iniezione di speranza per l'umanizzazione delle condizioni di detenzione e per i diritti dei detenuti la nomina di Marta Cartabia", dice Sergio Segio, ex di Prima Linea che ha scontato 22 anni e da tempo è impegnato con il gruppo Abele.
In via Arenula insistono sul fatto che l'azione dell'Italia non è ispirata da "sete di vendetta". Assicurano che non viene meno l'impostazione favorevole alla giustizia riparativa e al valore costituzionale della funzione rieducativa del carcere, "ma non ci può essere senza prima un passaggio di verità". E scomodano un paragone ingombrante, la commissione per la verità e la riconciliazione del Sudafrica post apartheid. Che però è stata più una storia di giudizi politici e amnistie che non di sentenze e di tribunali penali.
Sul fatto che questo blitz francese, che l'Italia ha richiesto e spinto, avrà però come risultato quello di riportare in carcere persone anziane, lontane dal passato violento e soprattutto da tempo inserite nella vita sociale francese, dal ministero della giustizia invitano ad attendere gli esiti delle valutazioni delle autorità giudiziarie francesi. Saranno loro a decidere se ci sono le condizioni "per età, storia personale e condizioni di salute, per andare in carcere e per essere estradate. Valutazioni che potrebbero anche essere diverse caso per caso". Non è detto che l'estradizione sia concessa per tutti, sono possibili provvedimenti diversi come la revoca del passaporto. E soprattutto, assicurano in via Arenula quasi a coprire le grida di giubilo di Salvini, non rivedremo mai un video come quello che esibì le manette di Battisti e il volto soddisfatto dell'ex ministro Bonafede.
di Davide Varì
Il Dubbio, 29 aprile 2021
Sono passati decenni dagli anni di Piombo ma il paese è ancora convinto che per fare i conti con quegli anni siano sufficienti retate e arresti. È un eterno ritorno, un passato che non riusciamo a superare perché non abbiamo ancora trovato la forza di elaborarlo e analizzarlo al riparo dagli strascichi ideologici e, naturalmente, dai grandi dolori pubblici e privati che abbiamo vissuto. L'arresto degli ex brigatisti in Francia è un salto nel tempo e per capire le ragioni delle fughe di allora e delle retate di oggi è lì, nell'Italia degli anni 70, che dobbiamo tornare. Era l'Italia del sangue, delle esecuzioni, degli agguati contro gente inerme, contro intellettuali, servitori dello Stato, addirittura sindacalisti.
I nomi delle vittime risuonano ancora nella nostra coscienza collettiva: Vittorio Bachelet, Guido Rossa, Aldo Moro e tanti, tanti altri. In questa lunga e dolorosa lista c'è anche Fulvio Croce - l'avvocato che rifiutò l'ordine brigatista di non difendere gli imputati - del quale, ieri, fatalità, cadeva l'anniversario dell'agguato e della morte. Ma per capire fino in fondo quella stagione, e le ragioni per cui la Francia decise di accogliere gli "esuli italiani", dobbiamo anche capire quale fosse lo stato della giustizia italiana. Era il periodo delle leggi speciali e dei processi sommari. L'Italia si sentiva in guerra e, come in ogni guerra, lo Stato di diritto era saltato. E ora, a distanza di più di 40 anni, pensiamo di lenire quella ferita così profonda solo affidandoci a nuovi arresti, nuove retate.
Noi, seguendo indegnamente l'esempio dell'avvocato Fulvio Croce, che difese i suoi stessi aguzzini in nome della Costituzione e del diritto alla difesa, ecco, con la stessa lucidità dobbiamo cercare di capire se fosse stato possibile liberarci dal giogo della violenza terrorista senza comprimere e indebolire lo Stato di diritto. Lo dobbiamo fare per capire il passato e per evitare derive simili in futuro. Per questo siamo qui ad augurarci che questi arresti possano aiutare a capire quegli anni, pur temendo che possano diventare l'ennesima forma di rimozione collettiva.
L'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, uno di quelli che visse sulla propria pelle la tragedia dolorosissima del caso Moro, entrò nelle carceri a incontrare quella generazione di terroristi e impegnò gli ultimi anni della sua vita a provare a traghettare l'Italia dalla spirale d'odio e di vendetta verso una visione storica più distaccata e lucida di quel fenomeno. Chiese la clemenza per i terroristi e la fine delle leggi di emergenza che pure aveva contribuito a creare. Era un modo per dire che avremmo dovuto guardarci allo specchio e capire come mai l'Italia, unica tra i paesi occidentali, si trovò immersa in quella tragedia collettiva per decenni. Ecco, forse è da lì che dovremmo riprendere i fili del discorso.
P.s. - Tra le cose più preziose del giorno segnaliamo il tweet di Mario Calabresi: "Oggi è stato ristabilito un principio fondamentale: non devono esistere zone franche per chi ha ucciso. La giustizia è stata finalmente rispettata. Ma non riesco a provare soddisfazione nel vedere una persona vecchia e malata in carcere dopo così tanto tempo". Mario Calabresi è il figlio del commissario Calabresi, del cui omicidio è stato accusato e condannato Giorgio Pietrostefani, uno degli arrestati di ieri. E allora, a tanti anni di distanza da quei fatti, ci chiediamo: davvero sono le stesse persone che decenni fa decisero di impugnare le armi?
di Benedetta Tobagi
La Repubblica, 29 aprile 2021
Questo percorso, lento ma fermo, che culmina con gli arresti in Francia, non è solo per le vittime. È per tutti coloro che all'epoca non deragliarono, sopportando la fatica e le frustrazioni della pratica democratica.
Sette ex terroristi rossi arrestati, finalmente, decenni dopo i gravi delitti per cui sono stati condannati in via definitiva, e altri tre sono in fuga. Le foto segnaletiche vintage che riempiono i principali siti d'informazione sembrano davvero fantasmi del passato e suscitano domande scomode: che significato hanno questi arresti tardivi, dopo così tanto tempo, dopo che gli interessati hanno smesso da lungo tempo di delinquere? È davvero giustizia o una tardiva vendetta contro gente che si è rifatta una vita?
Siamo uno strano Paese, indubbiamente, in cui la storia del terrorismo resta perennemente impigliata nella cronaca anche perché i tempi della giustizia sono spesso abnormi. In questi giorni è cominciato davanti alla Corte d'Assise di Bologna un nuovo processo per la strage di Bologna del 1980, lo stesso anno dell'omicidio del dirigente Renato Briano e del generale Enrico Galvaligi, per cui sono condannati all'ergastolo alcuni dei Br arrestati.
Chi ricorda le macchie di sangue sui marciapiedi e il bollettino quasi quotidiano di ferimenti e omicidi della fine degli anni Settanta, come pure chi è stato colpito direttamente dal terrorismo, nella carne o negli affetti, ha provato sollievo e anche soddisfazione. Ma questo pezzetto di giustizia, pur tardiva, che finalmente si compie è per tutti i cittadini, non solo per le vittime e i sopravvissuti.
Medica infatti una ferita che puzzava di arbitrio, discrezionalità, favoritismi, compromessi politici, ipocrisia. L'anomalia non sono gli arresti, ma la persistenza irragionevole della dottrina Mitterrand, il fatto che ci siano voluti tanti anni, e tanti sforzi, per sbloccare la situazione (risale al 2002 l'intesa con la Francia di arrestare i terroristi condannati per fatti di sangue). L'anomalia è il drappello di intellettuali francesi, che - portandosi dietro fette insospettabilmente ampie di opinione pubblica d'Oltralpe - trattano gli ex terroristi di casa nostra come poveri perseguitati politici, travisando in modo vergognoso la nostra storia e il contenuto dei processi, e ostentando di ignorare le ormai abbondanti ricostruzioni storiche. Nonostante il loro beniamino, l'ex terrorista dei Pac, poi scrittore, Cesare Battisti, dopo essere stato arrestato, li avesse già sbugiardati tutti, clamorosamente.
Sono stati, e sono ancora tanti, coloro che cercano di travisare la realtà dei fatti, di negare, o sminuire, la realtà storica del terrorismo brigatista; coloro che non vogliono una piena chiarificazione su queste pagine di storia. Non a caso, a vagheggiare amnistie e "pacificazioni" (per chi? tra chi?) a partire dalla fine degli anni Ottanta furono, accanto ai leader dell'eversione di sinistra, esponenti di spicco del potere democristiano, che si mostravano fin troppo ansiosi di lasciarsi alle spalle quegli anni e di non andare troppo a fondo nelle pagine più torbide di quella stagione, dal caso Moro al sequestro Cirillo. Gli arresti di mercoledì 28 aprile puntellano gli sforzi di chi, al contrario, cerca chiarezza.
Una giustizia che compie il proprio corso è un tassello indispensabile per mantenere, o ricostruire, un rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni. La certezza della pena tiene fermo il principio che la legge è uguale per tutti, e laddove c'è stato uno strappo violento ci devono essere riconoscimento, sanzione e riparazione. La verità deve essere riconosciuta, insieme alle responsabilità e deve avere le conseguenze previste per legge. L'eventuale misericordia - in forma di attenuanti, arresti domiciliari, benefici di legge e quant'altro - può esercitarsi solo dopo.
La storia e il profilo della ministra Cartabia sono un'ulteriore garanzia che questa vicenda così delicata sarà gestita con misura ed equilibrio, senza tracimare (era giusto e sacrosanto l'arresto di Battisti, ma fu vergognosa la passerella mediatica che accompagnò il suo sbarco in Italia).
Nel tumulto degli anni Settanta, milioni di italiani fecero politica in modo non violento, con le manifestazioni, la disobbedienza civile, le battaglie processuali, le inchieste e la controinformazione. Usando il corpo, la voce e l'intelligenza, anziché le P38. Perché mai, dunque, dovrebbero uscire indenni e veder cancellate le proprie condanne gli ultimi di quei pochi (nell'ordine di alcune migliaia, tra terroristi e fiancheggiatori, anche se i morti furono tantissimi, e i danni collaterali enormi), proprio perché erano pochi, che scelsero la più antidemocratica delle strade, la clandestinità, le armi e il terrorismo, l'intimidazione del "colpirne uno per educarne cento"? Questa giustizia, lenta ma ferma nel chiedere di compiersi, non è solo per le vittime, è per tutti coloro che all'epoca non deragliarono, sopportando la fatica e le frustrazioni della pratica democratica. Giustizia, non vendetta.
di Frank Cimini
Il Riformista, 29 aprile 2021
"C'è anche in programma una visita di Stato in Francia del presidente Sergio Mattarella e dovrebbe essere firmato il Trattato Quirinale per rafforzare i rapporti bilaterali. In questo contesto Macron potrebbe dare il via libera alle estradizioni chieste alla Francia dalla ministra Marta Cartabia nell'ultima riunione con il suo omologo francese". Intervistato da Repubblica lo scrittore francese Marc Lazar risponde alla domanda su un possibile cambiamento di linea del governo d'Oltralpe sulla presenza a Parigi di persone condannate in Italia per fatti di lotta armata. Lazar polemizza con gli intellettuali francesi che avevano nei giorni scorsi firmato un appello a favore della dottrina Mitterand "perché sul tema c'è ancora troppa ignoranza".
Eppure a proposito di cambiamenti di linea va registrato che Lazar dieci anni fa intervistato da Paolo Persichetti sul quotidiano Liberazione aveva detto: "Dopo la dietrologia e le commissioni parlamentari di inchiesta ora è il tempo degli storici". Quindi ora non sarebbe più il caso di storicizzare ma di consegnare all'Italia una dozzina di protagonisti di una stagione politica lontanissima e di portarli in carcere adesso che hanno tutti un'età più vicina agli 80 che ai 70.
Lazar aggiunge che dietro la scelta di Macron che lui ipotizza ci potrebbero essere anche ragioni di politica interna. "Forse lui pensa di lanciare un messaggio agli elettori di destra come sta facendo su altri temi come sicurezza e laicità. Macron è già in campagna per la sua rielezione e concentra la sua strategia su questo elettorato".
Lazar afferma che i suoi connazionali difensori dei rifugiati politici italiani "non prendono quasi mai in considerazione il punto di vista delle vittime del terrorismo". Dieci anni fa Lazar voleva affidare la questione agli storici mentre adesso invita a tener conto della posizione dei parenti delle vittime mostrando almeno un po' di invidiare le repubbliche islamiche dove i familiari decidono anche le pene dei colpevoli. Lazar accusa gli intellettuali suoi connazionali di essere ideologici, ma anche lui non scherza. Anzi.
Il riferimento alla visita prossima di Mattarella a Parigi non è casuale. Il giorno del rientro in Italia di Cesare Battisti, aveva detto: "E adesso gli altri", parlando di altri condannati e rifugiati all'estero. Il presidente della Repubblica è un politico di grandissima esperienza. Non è un caso che insieme a Giorgio Napolitano suo predecessore al Quirinale abbia fatto prevalere le ragioni della politica firmando la grazia a cinque agenti della Cia condannati per il sequestro e le torture all'imam Abu Omar. In quel caso Mattarella mise in secondo piano gli anni di carcere da scontare. C'era di mezzo la ragion di Stato o meglio degli Stati perché dall'altra parte c'era il governo degli Stati Uniti d'America.
Per le vicende dei cosiddetti "anni di piombo" invece non sarebbe possibile una deroga, una soluzione politica, un provvedimento di amnistia che chiuda un periodo storico, come era scritto nell'appello degli intellettuali francesi che avevano sposato la proposta dell'avvocata Irene Terrel. Terrel aveva spiegato di trovare assurdo l'accanirsi e la vendetta a decenni di distanza. È pura ideologia in fondo anche il non voler prendere atto dell'impossibilità di una memoria condivisa. A Milano in piazza Fontana ci sono due lapidi. In una si legge che l'anarchico Pinelli morì innocente, nell'altra che venne ucciso. Una al fianco dell'altra. La storia la scrivono i vincitori ma gli sconfitti non sono obbligati a condividere.
di Andrea Colombo
Il Manifesto, 29 aprile 2021
Solo l'ex di Lc si proclama innocente. Gli altri ammettono pesanti responsabilità. Quando, nel 1993, dopo la sentenza d'appello che la aveva condannata all'ergastolo per vari reati commessi dalla colonna romana delle Br incluso un omicidio, si apprestava a riparare in Francia, Marina Petrella già rifiutava di parlare di politica. Era già una donna molto diversa da quella che era stata arrestata nel 1982 con il marito Gigi Novelli, scomparso l'anno scorso.
Erano passati 10 anni. Ora ne sono passati altri 30. La donna di 66 anni che con gran soddisfazione di media, governanti e appassionati della "pena certa" tornerà presto nelle patrie galere non ha più nulla della ragazza che negli anni del grande conflitto sociale aveva militato nel gruppo romano di Viva il comunismo, era entrata nelle Br con il marito e il fratello Stefano, era stata arrestata, scarcerata per decorrenza termini, entrata in clandestinità, arrestata di nuovo dopo uno scontro a fuoco su un autobus.
Marina aveva partorito in carcere. La figlia, Elisa, aveva passato i primi anni in cella, come usava allora, salvo poi ritrovarsi sbattuta fuori e sola perché anche questo usava allora. Dopo 8 anni di carcere la ex dirigente delle Br voleva un'altra vita. Se la è costruita a Parigi, con un marito immigrato dall'Algeria, una seconda figlia nata nel 1998, pochi soldi, sempre assediata dalla paura di quel ripensamento della Francia che adesso è arrivato.
Chi pensa che non abbia pagato niente non sa di cosa parla. Nel 2008 quello spettro dell'estradizione per Marina Petrella si era già materializzato una volta. Arrestata in un controllo stradale nell'agosto 2007, pronta per l'estradizione in dicembre. Si mise in mezzo la moglie dell'allora presidente Sarkozy, Carla Bruni, probabilmente su spinta della sorella Valeria Bruni Tedeschi.
Sarko scrisse una lettera a Napolitano chiedendogli di concedere la grazia. Il Colle rispose picche, neppure tanto diplomaticamente. Sarkozy si appellò all'intesa umanitaria tra Italia e Francia firmata nel 1957 e bloccò l'estradizione.
Anche il figlio di Roberta Cappelli è nato in carcere, ma nel suo caso, tanto per far sentire il peso dello Stato, con gli agenti armati in sala parto. Non ci fece caso nessuno. Era una terrorista, no? La storia di Roberta non è molto diversa da quella di Marina. È una storia di quegli anni, non la si può capire astraendo dal contesto in nome di una giustizia alla Javert. Militava in un gruppo famoso a Roma, attivo nel quartiere popolare del Tiburtino, "i Tiburtaros".
Da lì entrò nelle Br, partecipò a numerose azioni, passò i suoi in carcere, provò a espatriare una prima volta, fu ripresa, fuggì di nuovo. Si ricostruì una vita a Parigi con il marito, uomo di sinistra ma lontanissimo da tentazioni armate, e con un figlio che ha dovuto combattere sempre con il trauma di quei primi anni passati in galera.
Marina Petrella, come Giovanni Alimonti, centralinista della Camera e brigatista, come Enzo Calvitti e Sergio Tornaghi, anche loro ex Br, come il bergamasco Narciso Manenti, che invece faceva parte di uno dei tanti gruppi minori che presero le armi in quel decennio, hanno cercato di lasciarsi alle spalle una scelta per cui avevano (alcuni) sacrificato vite altrui e messo in gioco la propria.
Quella scelta Giorgio Pietrostefani, il più noto tra gli arrestati di ieri, non la ha mai fatta. Era uno dei principali dirigenti di Lotta continua, il duro, il paladino della "centralità operaia", opposta alle insorgenze innovative dei giovani e delle donne, che alla fine, nel 1976, decretarono lo scioglimento del gruppo.
Pietrostefani abbandonò la politica allora. Finì dall'altra parte della barricata non per modo di dire: dirigente delle Officine Meccaniche Reggiane. Con Sofri e Ovidio Bompressi fu accusato nel 1988 di aver ucciso il commissario Calabresi 16 anni prima. A differenza di Sofri fuggì in Francia, tornò per il processo nel 1997, dopo due anni di carcere e la nuova condanna passò di nuovo il confine clandestinamente. Pietrostefani avrebbe dovuto essere graziato.
L'allora presidente Ciampi era deciso a firmare la grazia. Il guardasigilli leghista Castelli si oppose e ne nacque un conflitto di giurisdizione risolto a favore del Colle dalla Consulta. Ma quando arrivò la sentenza Ciampi non era più presidente da tre giorni e il successore, Napolitano, graziò Bompressi ma non Pietrostefani. Che oggi è un uomo vicino agli 80, col fegato trapiantato da 5 anni, parecchio malato. Tra gli arrestati di ieri solo l'ex di Lc si proclama innocente. Tutti gli altri ammettono responsabilità pesanti. Ma i politici e i giornalisti che tripudiano dovrebbero almeno chiedersi se mettere in galera dopo 40 anni persone che hanno commesso delitti politici in una fase storica superata e che da allora sono cambiati tanto da diventare persone diverse sia nobile giustizia o meschina vendetta.
- Pietrostefani e la stagione dell'ergastolo ottativo
- Francia e Italia si puliscono la coscienza sugli ex terroristi
- Contro il giubilo per gli arresti in Francia
- Cartabia: "Così sono cadute tante ambiguità. Pagina da chiudere, ma non è vendetta"
- Cartabia: "Ha vinto la sete di verità e di riconciliazione, non la vendetta"










