di Claudia Guasco
Il Mattino, 23 gennaio 2021
Aveva dieci anni, tre profili Facebook e almeno due su TikTok. È morta strangolandosi in bagno con la cintura dell'accappatoio, voleva filmarsi nella spaventosa sfida Black out challenge. Gli investigatori stanno cercando di capire se sia stata la bambina a creare le identità virtuali o un adulto abbia provveduto per lei. Ma nel frattempo il Garante per la protezione dei dati personali "ha disposto nei confronti di TikTok il blocco immediato dell'uso dei dati degli utenti per i quali non sia stata accertata con sicurezza l'età anagrafica". Un provvedimento che lancia un segnale forte a tutti i social e crea un importante precedente: chi non si adegua, sarà sottoposto alla medesima disposizione.
L'authority "ha deciso di intervenire in via d'urgenza a seguito della terribile vicenda della bambina di dieci anni di Palermo", spiega in una nota. Ma già lo scorso dicembre "il garante aveva contestato a TikTok una serie di violazioni: scarsa attenzione alla tutela dei minori; facilità con la quale è aggirabile il divieto, previsto dalla stessa piattaforma, di iscriversi per i minori sotto i 13 anni; poca trasparenza e chiarezza nelle informazioni rese agli utenti; uso di impostazioni predefinite non rispettose della privacy". In attesa di ricevere il riscontro richiesto con l'atto di contestazione, l'autorità ha deciso comunque di intervenire "al fine di assicurare immediata tutela ai minori iscritti al social network presenti in Italia". Ha quindi vietato a TikTok l'ulteriore trattamento dei dati degli utenti "per i quali non vi sia assoluta certezza dell'età e, conseguentemente, del rispetto delle disposizioni collegate al requisito anagrafico". Il divieto "durerà per il momento fino al 15 febbraio, data entro la quale il Garante si è riservato ulteriori valutazioni. Il provvedimento di blocco verrà portato all'attenzione dell'Autorità irlandese, considerato che recentemente TikTok ha comunicato di avere fissato il proprio stabilimento principale in Irlanda". Il mondo dei social è avvisato. Tutte le piattaforme principali, da Facebook a Instagram, da Twitter a YouTube, fissano a tredici anni l'età minima per l'iscrizione, chi non vigila incorrerà nell'azione del Garante che impone il blocco dell'utilizzo dei dati personali dell'utente di cui non è in grado di dimostrare il requisito anagrafico. Un intervento per effetto del quale il minore potrà essere semplice fruitore della piattaforma ma non caricare contenuti, se tenta di farlo viene estromesso dall'account.
Ieri uno striscione è stato appeso al balcone della scuola nel centro storico di Palermo frequentata dalla bambina: "Ciao, per anni ti abbiamo tenuto per mano, ora ti terremo nel cuore". I suoi organi salveranno la vita a quattro piccoli. "Abbiamo scelto di dire si alla donazione perché nostra figlia avrebbe detto si, fatelo. Era una bambina generosa. E visto che non possiamo averla più con noi, abbiamo ritenuto giusto aiutare altre persone", dicono sconvolti i genitori. Subito dopo aver saputo dai medici che non c'era più nulla da fare e che era stata dichiarata la morte cerebrale della figlia, la coppia ha acconsentito all'espianto degli organi. Il prelievo è stato eseguito all'ospedale dei Bambini: il fegato, che è stato diviso a metà e destinato a due piccoli pazienti, i reni e il pancreas. "Un esempio della grande generosità e solidarietà di due splendidi genitori", riflette il coordinatore del Centro regionale trapianti, Giorgio Battaglia. Intanto la procura di Palermo e la Procura dei minori, che indagano per istigazione al suicidio a carico di ignoti, hanno disposto l'autopsia. La bambina aveva diversi profili su Facebook e TickTok e con il telefonino, che è stato sequestrato e dal quale gli inquirenti contano di acquisire elementi importanti per comprendere cosa sia accaduto, potrebbe essere stato registrato il video degli ultimi istanti di vita della bambina che sarebbe poi dovuto finire sul social cinese come prova della partecipazione alla sfida.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 23 gennaio 2021
La regione settentrionale del Tigray è devastata dagli scontri: una enorme massa di persone tenta di raggiungere il Sudan. Il presidente Ahmed Abiy, Nobel per la pace nel 2019, nega e ha chiuso l'area. Ma che cosa c'è alle radici del conflitto? No ai giornalisti, chiuse le strade, tagliati i collegamenti aerei e qualsiasi tipo di comunicazione telefonica o Internet. In sostanza: censura totale, o meglio, boicottaggio dell'informazione indipendente.
A detta del premier etiope, Ahmed Abiy, premio Nobel per la pace nel 2019, le notizie su cosa stia accadendo dall'inizio della guerra il 4 novembre nella provincia settentrionale del Tigray dovrebbero arrivare esclusivamente da lui o dagli scarni bollettini dei suoi portavoce militari. Nonostante i profughi scappati in Sudan negli ultimi due mesi siano ormai oltre 60.000 e portino con loro racconti di massacri e orrore generalizzati. Secondo l'Onu arriveranno presto a oltre 100.000. Gli sfollati interni al Tigray superano i 220.000. Si parla di oltre 2,5 milioni di persone investite dalla crisi. Un numero enorme, tenendo conto che i tigrini non arrivano ai 6 milioni in tutto. Sono cifre approssimative, probabilmente per difetto.
L'Onu e le agenzie umanitarie internazionali non hanno libero accesso. I rari reporter che hanno violato la censura sono stati messi a tacere. Un paio di inviati della Reuters (meno facilmente sopprimibili grazie al loro impiego con un'agenzia internazionale) sono comunque finiti in carcere perché erano riusciti in modo rocambolesco a contattare alcuni medici di Macallè, il capoluogo della regione contesa, che parlavano di "scontri continui", "ospedali in ginocchio incapaci di curare le vittime civili", disordini attorno alla città e addirittura "genocidi etnici". Risultato: secondo Abiy dovremmo accontentarci delle sue dichiarazioni di "vittoria", come quella del 28 novembre, quando annunciò gongolante che le sue truppe erano entrate nella roccaforte tigrina "senza attaccare i civili, con pochissimi danni" e soprattutto che la zona stava "tornando alla normalità".
I suoi generali hanno poi continuato a parlare di "cattura sistematica" o "eliminazione" dei dirigenti del Fronte popolare per la liberazione del Tigray (meglio noto con l'acronimo inglese di Tplf). Insomma: un successo pieno, capace di garantire finalmente l'unità e la pacificazione del Paese contro i "terroristi aiutati dall'estero" e la guerriglia tribale.
Tanto lascia intravvedere una realtà assolutamente diversa. A partire da un comunicato diffuso dallo stesso governo di Addis Abeba a metà dicembre, che offriva una cifra pari a circa 220.000 euro a chiunque fornisse indicazioni che potessero aiutare a catturare i capi del Tplf. Un'evidente contraddizione, dopo aver sbandierato di essere riusciti a sconfiggerli. È la prova evidente che la guerriglia continua, specie sulle montagne e nelle zone rurali, come del resto avevano previsto sin da subito diversi osservatori ed esperti internazionali del Corno d'Africa. Sebbene la popolazione del Tigray non conti più del 6 per cento dei circa 110 milioni di etiopi, le sue milizie rappresentano ormai da decenni la forza militare singolarmente più importante del Paese. Batterla non sarà affatto semplice per l'esercito federale e comunque necessiterà parecchio tempo.
Ma, al momento, a smentire Abiy sono soprattutto le testimonianze dei civili del Tigray in fuga verso i campi dall'Unhcr (l'organizzazione Onu per i profughi) in Sudan. "Non tornerò a casa mia. Prima occorre che Abiy venga scacciato. I suoi soldati ci uccidono, ci perseguitano. Al momento dell'aggressione dell'esercito ero con mio figlio Sami di 11 anni.
Il resto della famiglia è stato massacrato. Gli hanno sparato due proiettili a bruciapelo. Era coperto di sangue, ma respirava ancora. Volevo portarlo da un medico. I soldati hanno detto che doveva morire, lo hanno lasciato a terra e sono stato costretto ad andarmene", racconta tra i tanti Fish Gibreselaissie, un meccanico originario della cittadina di Adebay, che, dopo settimane di cammino, nutrendosi di bacche, dormendo al freddo, sfuggendo a milizie e gruppi di banditi, è riuscito a raggiungere il campo profughi di Um Rakouba. La sua voce è rilanciata sui comunicati ufficiali dell'Unhcr.
In Sudan arrivano in prevalenza i giovani più forti. I deboli muoiono per la strada. L'età del 30 per cento dei profughi è meno di 18 anni. Gli ultrasessantenni sono meno del 5%. Tanti denunciano la "pulizia etnica", con toni che ricordano da vicino i crimini nella ex Jugoslavia. Non a caso si parla adesso di "balcanizzazione" del conflitto, che rischia di destabilizzare gravemente i già precari equilibri del Corno d'Africa. Questa guerra s'innesta su tensioni precedenti, che come magma sotto la superficie possono riesplodere da un momento all'altro a complicare il quadro.
Lo prova la testimonianza di Teum Haile Selassie raccolta nel campo di Hamdayet, ancora in Sudan. Questi è un medico con vent'anni di professione che in ottobre aveva lasciato Addis Abeba per aprire una clinica privata a Mai-Kadra, non distante da Macallè. "Sono fuggito senza portare via nulla. Ho visto che i tigrini assassinavano le altre etnie. E sulla strada i militari eritrei uccidevano i profughi eritrei", dice. Sono parole che aiutano a ricostruire la storia complessa di questa crisi e provano il pieno coinvolgimento del dittatore eritreo Isaias Afwerki.
Le forze del Tigray sono state infatti centrali nella sconfitta del regime marxista di Mengistu Haile Mariam nel 1991. Da allora hanno dominato l'Etiopia e condotto una guerra di logoramento con l'Asmara. La nomina nel 2018 di Abyi ha innescato un cambiamento epocale. Questi proviene dalla maggioranza Oromo, la più importante tra l'ottantina di etnie etiopi, e sin dall'inizio ha puntato a ricomporre l'unità nazionale marginalizzando il Tigray e concludendo la pace con l'Eritrea. Oggi la situazione si è dunque capovolta: Addis Abeba e Asmara cooperano per battere il Tplf e oltretutto Afweki ne approfitta per inviare le sue truppe per perseguitare i circa 90.000 oppositori eritrei fuggiti nel Tigray. Ai massacri inter-etiopi si aggiungono così quelli tra eritrei. La promessa della "guerra breve" non sarà mantenuta.
di Nicola Palma
Il Giorno, 22 gennaio 2021
È sempre più critico contro le multinazionali dei farmaci il commissario straordinario per l'emergenza Covid-19, Domenico Arcuri, nel fare il punto settimanale sulle attività di contenimento e contrasto all'epidemia. Il nodo resta quello della franata sulle forniture: "Se la vaccinazione fosse continuata ai ritmi con i quali era iniziata, la profilassi degli over 80 sarebbe già iniziata dappertutto. Purtroppo, e questo non era possibile prevederlo, ci siamo trovati di fronte ad una minore disponibilità di dosi e questo ha prodotto dei rallentamenti su chi non aveva ancora iniziato".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 22 gennaio 2021
Rita Bernardini da lunedì manifesterà, insieme ad altre personalità come Sandro Veronesi e Luigi Manconi, davanti al ministero della Giustizia. Riesplode, come previsto, l'emergenza Covid 19 nelle carceri. In realtà non è mai finita, il sovraffollamento persiste e c'è difficoltà nell'isolare i detenuti positivi. La gestione sanitaria all'interno dei penitenziari si fa sempre più ardua, e a rimetterci sono quei detenuti che hanno gravi patologie pregresse.
di Paolo Andruccioli
collettiva.it, 22 gennaio 2021
I primi provvedimenti alla prova dell'emergenza carceri. Entro oggi tutti gli operatori penitenziari dovranno rispondere ad un sondaggio del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, sulla scelta di vaccinarsi volontariamente. Qualcosa si muove, ma bisogna fare presto. L'allarme riguarda possibili focolai da Covid-19 nelle carceri, dove le condizioni dei detenuti e degli operatori sono diventate di nuovo precarie a causa soprattutto del sovraffollamento, che non si è ridotto neppure con la diminuzione dei reati e quindi degli arresti. Nei giorni scorsi sono circolati vari appelli al governo per avviare da subito un percorso di vaccinazione in tutti gli istituti penitenziari. Lo hanno detto con forza la senatrice Liliana Segre e il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma. Lo hanno scritto osservatori e operatori del settore.
di Errico Novi
Il Dubbio, 22 gennaio 2021
Bonafede, e riforme del processo, nel mirino: si avvicina l'altolà Ue sui fondi. Tra una settimana Renzi vota contro la Relazione del guardasigilli. Paralisi su prescrizione e ddl civile. Ma anche sui piani per modernizzare i tribunali. C'è un fatto nuovo, sulla giustizia. Finora lo scontro era stato prevedibile anche negli esiti: dissenso di Renzi sulle riforme del processo penale e in generale su Bonafede, probabile paralisi dei ddl in Parlamento, con il blocca-prescrizione messo però già in cassaforte dai 5 stelle.
Ora i siluri in arrivo per il guardasigilli al Senato sulla sua "Relazione annuale" e per leggi delega relative al processo penale e civile mettono a rischio il Recovery. Che l'Ue ha condizionato alla modernizzazione del sistema giudiziario. Non a caso il Cnf ha avanzato al governo proposte per migliorarlo. Orizzonte sul quale ora piomba una specie di meteorite politico.
Finora la giustizia è stata una materia facile. Si fosse trattato di un esame universitario, lo studente bravo e opportunista l'avrebbe messa in cima al piano di studi: il 30 e lode era a portata di mano. Tradotto: non c'è da stupirsi che l'offensiva di Renzi contro gli ex alleati abbia al centro del mirino Bonafede. Bersaglio comodo. Perché l'intransigenza del guardasigilli sulla prescrizione, tanto per fare un esempio, mette in seria difficoltà il Pd. Solo che adesso c'è un problema: alla giustizia è sospeso mezzo Recovery. Se non si fanno le riforme del processo e non si trova un'intesa sui progetti, l'Europa poterebbe irrigidirsi. Se. E il "se" corrisponde a una marea d'incognite. Sul penale, che a inizio febbraio approderà all'ordalia degli emendamenti, il nodo prescrizione resta, e Italia viva lo renderà gordiano, grazie al lodo Annibali, pronto per essere scagliato in commissione Giustizia.
Al Senato c'è una situazione numerica ancora peggiore per Bonafede, e per Conte: lì la commissione Giustizia è presieduta da un leghista, Andrea Ostellari, ha come vicepresidente un senatore di Italia viva, Giuseppe Cucca, e soprattutto ha numeri da Vietnam peggiori che a Montecitorio, dove si andrebbe 23 a 23, mentre a Palazzo Madama renziani e opposizioni mettono assieme 13 parlamentari, contro i 12 della maggioranza residua. Diciamolo: al Senato, la riforma penale così com'è ora, cioè con la prescrizione appena sfiorata dal "lodo Conte bis", non passerà mai.
Di più. In Aula la settimana prossima ci sarà un passaggio delicatissimo, per Bonafede: si voterà la sua Relazione sullo Stato della giustizia. Prova "importante", la definisce una figura poco visibile ma essenziale nel Pd, il vicecapogruppo alla Camera Michele Bordo, avvocato penalista e vicino a Orlando. Bordo non lo dice troppo ad alta voce pure per non passare per menagramo, ma sa benissimo che se tra una settimana, nell'aula del Senato, col no renziano alla Relazione annuale, si abbattesse sul guardasigilli un siluro terra- aria, si spalancherebbero le porte dell'armageddon. Una specie di effetto a catena che paralizzerebbe non tanto il già esanime Conte tre, ma tutti i progetti sul sistema giustizia che vanno finanziati col Recovery e che servono a loro volta da precondizione affinché l'Ue eroghi i fondi anche per le altre voci di spesa annunciate dall'Italia.
Uno scenario apocalittico, che contribuisce a spiegare le esitazioni percepite in transatlantico fra i renziani. C'è da prendersi una responsabilità nuova, e pesante, sulla giustizia. Non più limitata, appunto, al consueto perimetro del ring fra 5 stelle giustizialisti, resto del mondo più o meno garantista e Pd in mezzo. Certo, ieri un'altra figura chiave e poco reclamizzata della politica giudiziaria, il sopracitato Cucca, è stato chiaro: "La relazione di Bonafede non l'abbiano ancora letta, ma sul Recovery della giustizia molte cose non ci piacciono, e la posizione di Italia viva resta quella annunciata da Renzi". Cioè voto contrario. Ma al di là dei pallottolieri, il dato certo è che sulla giustizia non c'è manco l'ombra di quel pur minimo accordo necessario a lavorare anche sui progetti per la modernizzazione dei tribunali.
A rendersene conto, non a caso, sono stati per primi gli avvocati italiani, che attraverso la loro massima istituzione, il Consiglio nazionale forense, hanno fatto una cosa semplice: hanno inviato al governo un documento di 111 pagine pieno di proposte per far respirare i tribunali - per esempio con l'affidamento di alcune controversie agli stessi difensori, sul modello collaudato in ambito familiaristico - e per avviare seriamente l'adeguamento delle strutture fisiche e immateriali - con un digitale che non riduca il processo ad automatismo robotico. Servirebbero le migliori energie del Paese, per realizzare una piattaforma simile. Ma il pantano politico allontana l'ipotesi in maniera irreparabile.
Una parte consistente delle proposte avanzate dall'avvocatura riguarda la giustizia civile. Ma come ha spiegato ieri in un'intervista al Dubbio il presidente leghista della commissione di Palazzo Madama, Ostellari, la maggioranza non ha avuto la forza di scegliere una direzione. E ora, con l'attrito fatale tra renziani e sopravvissuti, è chiaro che sarà peggio.
Ad accorgersi della catastrofe non è solo l'avvocatura, ma anche quel protagonista della giurisdizione che condivide col Foro le fatiche di un sistema logorato ed eroico, ossia i magistrati. Ieri l'Anm ha bombardato la riforma del Csm in audizione alla Camera (come riferito in altro servizio del giornale, ndr), manco fosse la tana di Saddam per l'America di Bush.
Però, poche ore prima dell'intervento a Montecitorio, il segretario del "sindacato" dei giudici Salvatore Casciaro ha rilasciato all'Adnkronos una dichiarazione di assoluto buonsenso: "La questione della durata ragionevole dei processi, civili e penali", ha premesso, "richiede non solo la determinazione delle forze politiche ma anche un confronto serio con le categorie interessate, portatrici di sapere tecnico ed esperienza sulle problematiche degli uffici giudiziari".
Ha quindi aggiunto: "Servono interventi strutturali e coordinati, l'approntamento delle adeguate risorse finanziarie, ma anche riforme processuali mirate nel rispetto dei principi costituzionali: limitarsi a un solo aspetto, e per giunta non far precedere la definizione delle strategie di intervento, nei tavoli di progettazione del Recovery, da un serio confronto con gli operatori sarebbe un errore che rischia di depotenziare l'impianto complessivo delle riforme, e di far perdere al Paese un'occasione storica di rilancio".
Ma, come dire: della prospettiva saggiamente invocata da Casciaro non c'è l'ombra. E anzi, c'è lo scenario inevitabilmente evocato da Gian Domenico Caiazza, presidente dell'Unione Camere penali: il Pd, ha detto ieri a propria volta, farebbe bene a essere coerente con le critiche avanzate sulla riforma del processo penale, e con l'impegno a rivedere il blocca- prescrizione qualora il ddl penale si fosse mostrato incapace di disinnescare il devastante di quella norma. Ecco, è più o meno lo schema incombente: Renzi metterà i dem all'angolo, secondo la logica giustamente ricordata da Caiazza. Quindi la paralisi sulla giustizia è certa. Quello che comincia a essere un po' meno certo è l'arrivo di quei famosi 209 miliardi dai quali dovrebbe passare il futuro del Paese.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 22 gennaio 2021
Il ministro studia come disinnescare la mina dei renziani sulla maggioranza. Voto a rischio previsto mercoledì prossimo, è possibile però uno slittamento. Ma c'è il nodo prescrizione dietro l'angolo, già nel Milleproroghe.
di Simona Giannetti
Il Riformista, 22 gennaio 2021
È successo a Luca: ora per tre anni non potrà accedere alle misure alternative anche se gli manca solo un anno da scontare. Il tipo di reato non conta. Questi automatismi sono assurdi e riempiono le carceri. Oggi gli istituti penitenziari scoppiano di detenuti e il Covid continua la sua diffusione anche se, numeri alla mano, la vulgata persino tra i magistrati sarebbe quella per cui in carcere in fondo si sta più sicuri che da liberi. "Tranquillo è morto in galera", si usa dire tra le celle.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 22 gennaio 2021
La Cassazione ha rimandato alla corte d'Appello di Palermo l'ordinanza di risarcimento a Bruno Contrada per un vizio di forma. La Corte di Cassazione, Sez. IV penale, ha annullato con rinvio l'ordinanza della Corte d'Appello di Palermo che aveva riconosciuto all'ex 007 Bruno Contrada la riparazione per ingiusta detenzione, quantificandola in 667.000 euro.
"Aspettiamo di leggere le motivazioni per un esame più approfondito - spiega il suo avvocato Stefano Giordano - ma è evidente fin d'ora che la Corte di legittimità non ha dato esecuzione alla sentenza di Strasburgo, secondo cui il dottor Contrada non andava né processato, né condannato".
L'avvocato chiarisce che la Cassazione non è entrato nel merito - Ora la palla passa nuovamente alla Corte d'Appello palermitana. "Ma, comunque andrà a finire - osserva amaramente sempre l'avvocato Giordano -, è probabile che il dottor Contrada non vedrà mai un centesimo di quanto gli spetta, considerate la sua età e le sue condizioni di salute e la lunghezza dei tempi processuali". Inoltre, onde evitare facili strumentalizzazioni, il legale di Contrada sottolinea che la Suprema Corte non è entrata nel merito (né può farlo) del diritto di Contrada alla riparazione per ingiusta detenzione "ma ha probabilmente ravvisato un vizio motivazionale dell'ordinanza della corte d'Appello e pertanto ha disposto un nuovo giudizio". Ovviamente, tale sentenza non va annullare una verità giudiziaria scalfita sia dalla Corte Europea di Strasburgo, che dalla Cassazione.
Bruno Contrada non doveva essere né processato, né condannato - Quale? Bruno Contrada non doveva essere né processato, né condannato, dal momento che all'epoca dei fatti (dal 1979 al 1988) il reato di concorso esterno in associazione mafiosa (nato dal combinato disposto dell'art. 110 e 416 bis c.p.) non era sufficientemente chiaro, né prevedibile, in quanto la sentenza chiarificatrice sarebbe arrivata solo nel 1994.
Dopodiché, altra questione, con ordinanza depositata il 6 aprile 2020, la Corte d'Appello di Palermo liquida a favore di Bruno Contrada la somma di 667 mila euro per ingiusta detenzione. Sì, perché ha trascorso ingiustamente 4 anni in carcere e 4 di arresti domiciliari. La conseguenza è stata disastrosa per lui e i suoi familiari. Ora però la Cassazione, per vizi motivazionali, rimanda l'ordinanza alla corte d'Appello. Due questioni diverse.
Purtroppo, nella storia del nostro Paese, a fronte di migliaia di casi di ingiusta detenzione ed errori giudiziari non tutti poi vengono risarciti dallo Stato. Il caso Contrada, però, è emblematico. La condanna era avvenuta prendendo per vere le parole di alcuni pentiti. Alcuni di loro, sono proprio quelli che l'ex 007 ha fatto arrestare. Ma non basta. Contrada è diventato l'uomo perfetto per inserirlo in diversi teoremi giudiziari. L'ultima, è che avrebbe incontrato i boss Madonia. Peccato che sia stato proprio Contrada, interpellato irritualmente dall'allora procura di Caltanissetta, ad indicare i Madonia come esecutori della strage. Ci fu poi il depistaggio. Una volta smascherato, si scoprì che tra gli esecutori c'era proprio uno di loro.
di Maurizio Turco, Irene Testa e Giuseppe Rossodivita*
Il Dubbio, 22 gennaio 2021
La deriva delle udienze da remoto è l'ultimo siluro al diritto di difesa. Silenziato con un semplice clic. La settimana scorsa, grazie al Dubbio, è stata resa pubblica la inquietante e grave vicenda che ha colpito un avvocato difensore il cui microfono è stato repentinamente spento dal giudice, che ha così messo a tacere la sua voce e l'articolo 24 della Costituzione, durante un acceso contraddittorio con il pm, in quel simulacro di processo che viene oramai comunemente chiamato processo da remoto.
La pandemia, com'è noto, ha acuito le gravissime criticità del sistema giustizia italiano, cenerentola tra i cosiddetti paesi sviluppati, e fino ad ora per fronteggiare l'emergenza, il governo ha saputo solamente sacrificare il diritto di difesa dei cittadini, nella non troppo celata speranza di poter rendere stabile il sistema anche a pandemia superata.
E allora occorre dirlo forte e chiaro: il processo penale da remoto non è un processo, il processo cartolare in grado di appello non è un processo, è altro e a noi Radicali non piace affatto semplicemente perché rende solo apparente la difesa del cittadino portato a processo dallo Stato. Quanto accaduto all'Avvocato Simona Giannetti, la cui voce è stata messa a tacere con un semplice clic, ne rappresenta in modo plastico la prova.
Allo stesso modo non è accettabile anche solo pensare di celebrare il processo penale in appello, magari in Corte d'assise d'appello, con modalità "cartolari" e con giudici collegati tra loro sempre in remoto, al di fuori della camera di consiglio, unico luogo dov'è garantito il confronto, il dibattito e finanche lo scontro oltre che la conoscenza dei fascicoli processuali spesso composti da decine di migliaia di pagine. Ogni persona dispone di quattro beni fondamentali: la vita, la salute, la libertà e il proprio patrimonio, piccolo o grande che sia. Dei primi due la giustizia, con l'abolizione della pena di morte e il divieto di tortura, non si dovrebbe più occupare - in realtà come sappiamo esiste ancora la morte per pena - degli ultimi due invece sì, e la libertà, in questa scala di valori, è il terzo bene più prezioso di cui dispone ogni essere umano.
Ebbene nel processo penale c'è in gioco la libertà personale, la libertà di un individuo accusato dallo Stato: e uno Stato che consente di togliere la libertà, magari per il resto della vita, con un collegamento on line magari dalla cucina di casa di un giudice è uno Stato che mostra di non avere alcun rispetto per la libertà dei propri cittadini.
Il Partito Radicale già a suo tempo aveva osteggiato ogni genere di distanza dell'imputato dal suo difensore e dal suo accusatore, oltre che dal suo giudice, quando aveva elevato la sua strenua opposizione rispetto alle norme che vollero nei processi per reati associativi il collegamento del detenuto in videoconferenza, anziché la sua presenza in aula. Oggi la pandemia non deve diventare l'alibi per dare seguito a quell'approccio che vede difesa e imputato come scomode presenze in aula le quali, allungando i tempi di una celere conclusione dei giudizi, sfavoriscono i numeri da offrire alla politica per dare bella mostra di un efficace funzionamento della giustizia.
Le vicende sono state raccontate al Dubbio da Simona Giannetti, che è avvocato iscritta al Partito Radicale e membro della Commissione Giustizia del Partito: renderle pubbliche ha significato anzitutto far conoscere ciò che sta accadendo nei Tribunali virtuali e rivendicare la necessità di richiamare l'informazione sul pericolo che il diritto di difesa sia messo sempre più ai margini del processo penale.
La Commissione Giustizia del Partito Radicale, composta da avvocati iscritti e istituita dopo l'espulsione dell'ex consigliere Luca Palamara che vi partecipa, è l'occasione per ribadire alla politica, che da quarant'anni a questa parte continua a dimenticare nella sua agenda la giustizia, e quanto quest'ultima sia profondamente malata. Non lo sanno tutti, che la giustizia è malata: lo sanno quei cittadini che davanti alla giustizia vengono chiamati, e lo sanno bene gli avvocati, che ogni giorno si recano nei palazzi per esercitare il diritto di difesa e che per primi, a causa delle disfunzioni dell'amministrazione giudiziaria, soffrono le inefficienze del sistema.
Ma la stragrande maggioranza dell'opinione pubblica continua a essere attivamente disinformata dal mainstream dei media italiani succubi, per interessi editoriali e per timore reverenziale, dello strapotere delle Procure e di quei pochi magistrati diventati vere e proprie star televisive. È questo il brodo culturale, si fa per dire, che porta a identificare gli avvocati con i loro assistiti, che porta a celebrare le indagini, in tv e sulla carta stampata come fossero sentenze, che porta poi a ignorare le sentenze quando, a distanza di anni, le stesse effettivamente arrivano.
L'esigenza irrisolta di una Giustizia giusta e la necessità di una Informazione completa che la riguardi sono la ragione che ha indotto il Partito Radicale a istituire la Commissione Giustizia: l'obiettivo è un pacchetto di leggi da presentare alle istituzioni, anche in previsione di una primavera referendaria; i temi non possono che essere l'Informazione e la Giustizia.
*Segretario, tesoriere e presidente Commissione Giustizia del Partito Radicale
- L'inquietante vicenda delle stragi collegate alle indagini su mafia-appalti
- Roma. Coronavirus, nuovo focolaio nel carcere di Rebibbia: 14 positivi
- Marche. Report carceri 2020, il sistema ha tenuto fuori la pandemia
- Così l'effetto Gratteri si abbatte sulla conta dei "volenterosi"
- Milano. Carcere di Opera, non può più parlare da tre anni: smarrita la cannula fonatoria











