di Daniele Bovi
umbria24.it, 24 gennaio 2021
La Regione costituisce gruppo di lavoro per la realizzazione di una Rems, così da risolvere un grave problema del sistema giudiziario umbro. Una struttura in grado di poter accogliere fino a venti persone con problemi psichici che hanno commesso dei reati. Nelle settimane scorse la giunta regionale ha avviato il percorso alla fine del quale è prevista la realizzazione in Umbria di una Rems, una Residenza per l'esecuzione delle misure sanitarie. Palazzo Donini allo scopo ha costituito un gruppo di lavoro coordinato da un dirigente della sanità regionale e composto dai direttori sanitari e dai responsabili dei dipartimenti di salute mentale delle due Usl.
Il loro compito sarà quello di individuare alcuni luoghi in Umbria in cui realizzare la Rems dove, in due distinti moduli, potranno essere ospitate venti persone (dieci donne e dieci uomini). Tra gli altri compiti anche quello di mettere nero su bianco un protocollo di intesa tra Regione e magistratura, tramite il quale stabilire procedure operative condivise, e un documento con linee guida relative a percorsi di reinserimento; essenziali in generale per tutti i detenuti e ancora di più per quelli con problemi psichici. Un lavoro che dovrà essere consegnato alla giunta entro la metà di marzo.
Quando sarà realizzata, la Rems colmerà una grave lacuna. I detenuti con patologie mentali infatti rappresentano, sotto diversi punti di vista, un problema importante per le strutture carcerarie della regione (molto alta la percentuale a Capanne), non risolvibile certo con proposte estemporanee come quella di dotare di taser la polizia penitenziaria. Per capire la situazione dell'Umbria occorre tornare con la memoria al 2012, quando la legge 9 ha stabilito che dal 31 marzo 2013 avrebbero dovuto chiudere tutti gli ospedali psichiatrici giudiziari del paese. Da quel giorno, i detenuti avrebbero dovuto trovare posto nelle Rems, residenze a esclusiva gestione sanitaria dotate di sorveglianza e sistemi di sicurezza.
Come spesso accade in Italia però i tempi si sono allungati e altri interventi normativi hanno spostato la chiusura degli Opg al 31 marzo del 2015. In questo quadro Toscana e Umbria hanno sottoscritto, nell'aprile 2013, un accordo interregionale secondo il quale la Toscana si impegnava, a fronte di un pagamento da parte dell'Umbria (le somme sarebbero dovute servire a costruire la Rems) a ospitare nelle strutture dedicate fino a un massimo di sette persone. Nel corso degli anni i problemi non sono mancati, in primis il numero di richieste di gran lunga superiore a quello della disponibilità. E così la Toscana ha accolto nel tempo pochissimi autori di reati, in parte 'dirottati' verso altre regioni. Un quadro di fronte al quale la realizzazione di una Rems in Umbria risulta non più rinviabile.
di Martina Pennisi
Corriere della Sera, 24 gennaio 2021
A 24 ore dalla notifica del provvedimento urgente dell'Autorità, l'applicazione della cinese ByteDance è ancora attiva. TikTok, il giorno dopo. Matilde, 12 anni, ha aperto un profilo l'anno scorso dicendo di averne 18 (mentono sull'età sette under-14 su dieci in Italia); picchietta le dita sullo smartphone e annuisce soddisfatta: "Funziona tutto".
A 24 ore dalla notifica del provvedimento d'urgenza del Garante per la privacy, l'applicazione della cinese ByteDance non ha eseguito l'ordine di interrompere il trattamento dei dati degli utenti italiani di cui non ha verificato l'età. Se fosse intervenuta e se lo farà nelle prossime ore, tutti gli italiani iscritti a TikTok (9,3 milioni contando i soli maggiorenni, secondo Comscore) non sarebbero più stati in grado di caricare contenuti, commentare o dare il proprio apprezzamento ai post fino al 15 febbraio.
Dall'app non è arrivata alcuna comunicazione ufficiale, ma a quanto risulta il provvedimento è nelle mani dei legali, che stanno decidendo il da farsi. "Non è che ci aspettassimo una risposta immediata" spiega il componente del Collegio del Garante Guido Scorza, sottolineando l'eccezionalità della situazione: "Non ci sono precedenti. Diciamo che considerate le difficoltà tecniche è ragionevole che non ci sia stata una reazione immediata, ma se a metà della prossima settimana saremo ancora davanti a una silenziosa inattività o all'assenza di una notifica dovremo prenderne atto". Cosa accadrà? È importante perché l'epilogo del caso scaturito dopo la morte della bambina di Palermo - l'autopsia ha confermato il decesso per asfissia, i genitori hanno detto che aveva diversi profili, anche su TikTok, ma il legame tra il gesto estremo e una sfida trovata sui social è ancora da dimostrare - potrebbe avere ripercussioni fuori dall'Italia, e sicuramente in Europa, e costituire un precedente per tutte le piattaforme che non controllano che venga rispettato il limite d'età per iscriversi.
Innanzitutto, "TikTok ha la possibilità di presentare ricorso al giudice ordinario (Tribunale) anche se i tempi sono stretti" spiega l'avvocato Ernesto Belisario. Se non lo farà e non interverrà in alcun modo, il Garante italiano dovrà confrontarsi con quello irlandese, che è già stato allertato venerdì, che è l'autorità competente per adottare provvedimenti vincolanti e non provvisori e comminare sanzioni per le violazioni del Regolamento europeo della privacy. Il nostro Garante si aspetta che TikTok apra un dialogo, e se andrà così è probabile che l'app partirà mettendo sul tavolo le restrizioni ai profili degli under-16 che ha già adottato, e cerchi di mediare. In base a come lo farà, e con quale concretezza, capiremo se siamo al cospetto di una svolta storica o di una zampata ininfluente.
di Karima Moual
La Stampa, 24 gennaio 2021
Non so voi, ma io sento che c'è una grande minimizzazione del fenomeno di radicalizzazione dell'estrema destra che ci arriva da Occidente. Gruppi, attentati piccoli o grandi insieme alla crescita dell'ideologia suprematista che avanza indisturbata. Solo l'altro ieri la polizia ha arrestato un 22enne di Savona, Andrea Cavalleri, nell'ambito di un'operazione antiterrorismo in ambienti della destra radicale contigui al terrorismo di matrice suprematista.
L'indagato è accusato di aver costituito un'associazione con finalità di terrorismo, nonché di aver svolto azione di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale aggravata dal negazionismo. Dalle carte della Digos emerge come Cavalleri e il suo complice avessero programmati due atti. Un attentato contro la sinagoga di Roma e una race war (guerra di razza) che voleva dire sparare contro le persone di colore. La Digos ha acquisito l'elenco di ben 448 nickname e numeri cellulari che si erano iscritti al canale sole nero. Rischiano una denuncia per apologia di fascismo. Tra questi ci sarebbero anche una decina di genovesi. Non sono casi isolati ma un branco che si sta organizzando in ombra. Eppure la percezione è che su questo fenomeno si tiene un profilo basso e spesso ci si limita a stigmatizzarlo solo sotto l'aspetto psicologico-sociale, se non a trattarlo come un fatto folcloristico.
Minimizzare è un errore, e lo dico perché conoscendo e avendo seguito con professionalità, continuità - e ammetto anche con un po' di emotività personale - il radicalismo della mia casa di provenienza, il mondo islamico, sono ben consapevole delle molte similitudini che collegano ogni tipo di radicalizzazione non solo su base religiosa, con le conseguenze che noi tutti abbiamo potuto toccare con mano con la minaccia, l'odio, il terrore e la morte di innocenti, di ogni provenienza e fede. Ora, da qualche anno, stanno coagulandosi tutti gli elementi necessari a far scattare l'allarme su un'onda di radicalizzati anche nel nostro mondo democratico e civile. Un'onda che si sta rafforzando ideologicamente, numericamente e anche nei suoi collegamenti politici.
Sarebbe davvero superficiale e miope, politicamente parlando, non vedere nell'assalto a Capitol Hill o quanto si sta covando in Europa e a casa nostra, l'eco di ciò che è avvenuto in casa islamica. Certamente le due cose sono diverse, ma hanno una evidente radice comune nell'odio verso il diverso. Un sentimento che alimenta in modo identico il suprematismo islamico da una parte e quello bianco dall'altra. L'altro elemento comune è il culto del leader misto a complottismi: sciamani con le corna da una parte e dall'altra Imam che promettono il paradiso con le vergini; Qanon e sette convinte che Dio in persona "illumini" il leader di turno.
I fondamentalisti islamici sono arrivati alle armi dopo un lungo percorso di proselitismo e radicalizzazione delle coscienze. Siamo sicuri che la stessa cosa non stia avvenendo anche nel fondamentalismo bianco, dopo ciò che abbiamo visto oltreoceano nella casa della democrazia? Il messaggio populista e insieme sovranista dell'America First, in realtà non è molto lontano da quello di chi mette al centro del mondo la Umma, la comunità dei credenti, affermando che tutti gli altri vengono dopo. La deriva estremista nel mondo islamico è cominciata proprio dal diffondersi di questo concetto. E la storia recente del mondo musulmano, in questa fase, ha molto da insegnare a tutti noi: populismo e sovranismo nascono lì, nell'Islam, con il successo dei partiti religiosi che propagandano una radicale adesione al dio-patria-famiglia. È lì che si forma il grande brodo di cultura prima dell'estremismo e poi delle formazioni terroriste.
È ovviamente impossibile paragonare i Fratelli Musulmani ai Fratelli d'Italia, e tuttavia l'innesto tra la cultura Teocon degli anni 90 e il suprematismo trumpiano dei Duemila crea l'"ambiente ideologico" ideale per la nascita di frange radicalizzate: la morale religiosa sostituita al civismo, lo scontro di civiltà come strumento di lettura della politica, la partecipazione a quello scontro come dovere patriottico.
Chi non si accontenta di guardare solo al proprio ombelico, dovrebbe trovare non poche somiglianze e aver più di un motivo per preoccuparsi e agire per fermare questa possibile deriva che nel web trova la sua casa anonima e protetta per poter crescere e colpire in gruppo. Una deriva che rischia di travolgere tutti coloro che condividono i valori di uguaglianza e cittadinanza, per una comunità che sa convivere, perché la costruzione della convivenza è l'unica strada di salvezza concreta per le nostre società, tutto il resto porta solo alla divisione, al conflitto e alla solitudine.
di Federica Lavarini
Corriere della Sera, 24 gennaio 2021
Da tempo Nicole R. Fleetwood, docente universitaria, ha dolorosamente a che fare con il sistema penitenziario statunitense. Questa ricerca è diventata un libro e una mostra a New York con le opere più originali nate dietro le sbarre.
"Non c'è mai stato un momento della mia vita in cui il carcere non abbia rappresentato per la mia famiglia una minaccia costante e concreta, plasmandone di continuo le relazioni e l'esistenza". Nicole R. Fleetwood introduce il suo nuovo libro, uscito l'anno scorso per la Harvard University Press. Marking Time: Art in the Age of Mass Incarceration è un progetto decennale, di cui la pubblicazione e la mostra, in corso al Moma PS1 di New York, sono il risultato.
Nel museo sono esposte oltre 130 opere (fotografie, quadri, installazioni, sculture) di oltre 35 artisti, in carcere o ex-detenuti, spesso vittime di errori giudiziari, come Dean Gillispie che ha scontato ingiustamente 20 anni in un carcere dell'Ohio. Nella mostra manca Kenneth Reams, il più giovane condannato a morte degli Stati Uniti, da 28 anni in isolamento nella prigione statale dell'Arkansas da cui, anche attraverso l'arte, lotta per rivendicare la sua innocenza. L'opera di Reams, Capitalization, è ampiamente discussa nel libro da Fleetwood, che riporta un messaggio in cui l'artista definisce "vergognosi e immorali" gli enormi profitti realizzati da uno dei principali fornitori del sistema penitenziario americano, la Union Supply Group, che vende cibospazzatura a prezzi esorbitanti.
Fleetwood, nata in Ohio, di estrazione proletaria, riveste una posizione di spicco nel campo degli studi americani e della blackness culture ed è attualmente docente di Storia dell'arte alla Rutgers University. Un'ascesa nel mondo accademico che poggia le radici nel suo passato: è infatti l'ultimo giorno di college di Fleetwood, prima di iniziare l'università, quando l'adorato cugino Allen, un fratello, viene arrestato con l'accusa di omicidio.
Poco dopo un altro cugino, DèAndre, subirà la stessa sorte. Dovranno passare vent'anni in carcere, di cui molti in isolamento, prima che Allen e DèAndre vengano rilasciati. Di questa esperienza dolorosa in cui precipita la famiglia, Fleetwood ricorda nel libro i viaggi con la madre e le zie per raggiungere i cugini in carcere, le pesanti ripercussioni economiche sulla famiglia e, soprattutto, gli sguardi di Allen e DèAndre, sempre più disperati e spenti. E ne conserva le foto. Non certo quelle con cui siamo soliti identificare sui media i criminali, bensì quelle scattate in occasione delle visite.
In "Marking Time" c'è un importante focus sulla fotografia legata al mondo del carcere. Perché ha scelto di includere anche la sua storia personale?
"La fotografia e Marking Time fanno parte di un percorso biografico che è diventato un progetto di ricerca, tuttora in corso. Nel sistema americano, un aspetto cruciale della pena consiste nell'infliggere condanne da scontare in penitenziari spesso lontani dalla famiglia d'origine. Le foto sono un mezzo potente per mantenere viva la relazione tra i detenuti e i loro cari che, appartenendo a famiglie molto povere, non sempre riescono ad affrontare i costosi viaggi per raggiungere gli istituti di pena. Ho impiegato molti anni prima di rendermi conto che le foto scattate durante le visite ai miei familiari in carcere dovevano uscire dalla scatola in cui le conservavo. Negli Stati Uniti esistono milioni di foto come queste, che rappresentano una potente contro-narrazione visiva dei detenuti rispetto all'immagine negativa riportata dai media".
Come ha vissuto la sua famiglia l'uscita del libro e la mostra, in un periodo così difficile?
"La pandemia ha accentuato le disuguaglianze e il profondo razzismo della società americana, abbiamo assistito all'omicidio di George Floyd e alle proteste del movimento Black Lives Matter. Pur con una riduzione della capacità di accoglienza del museo al 25% a causa del Covid, dalla fine di settembre ci sono stati oltre 15 mila visitatori. Oggi credo che la mostra sia ancora più significativa e tutti i miei familiari, in particolare mia madre e i miei cugini, sono emozionati e orgogliosi di questo risultato".
Quali reazioni hanno avuto gli artisti protagonisti del progetto?
"Gli artisti che vivono in carcere sono la principale audience di Marking Time. È per questo che ho fatto recapitare alcune centinaia di copie del libro nei penitenziari dove stanno scontando la condanna e, in seguito, anche tutto il materiale che testimonia il notevole impatto della mostra sul pubblico. Questa esperienza rappresenta per loro un cambiamento radicale: qui iniziano a immaginare il futuro fuori da quel mondo".
L'obiettivo del suo lavoro è creare relazioni tra i detenuti e la società. Come è possibile?
"Grazie alla potenza dell'arte, nata in uno dei contesti più orribili che l'umanità conosca. Anche a causa dell'epidemia, migliaia di detenuti sono in isolamento, vittime di deprivazione sensoriale e crisi di natura psichiatrica. Eppure, alcune opere presenti in mostra sono state create in questo periodo pandemico e sono perciò fondamentali per i detenuti per rimanere consapevoli e affermare la propria umanità".
Ha introdotto nel mondo della critica d'arte l'espressione "estetica carceraria". Che cosa significa?
"Sono convinta che gli artisti detenuti abbiano un ruolo di assoluto rilievo nel mondo dell'arte contemporanea, basti pensare alla lunga tradizione dei ritratti, di cui vanno estremamente orgogliosi. Tuttavia, sono artisti spesso considerati marginali dalla critica, sebbene in America rappresentino una popolazione di oltre 2,5 milioni di persone e siano parte strutturale del sistema sociale ed economico. Essi dimostrano la capacità di dare nuovo valore e significato al tempo della pena, riconfigurando la propria esistenza. Se non sono gli artisti stessi a chiedermelo, non accenno mai al motivo per cui sono stati condannati perché credo sia necessario cambiare la mentalità che li condanna per tutta la vita all'umiliazione, all'imbarazzo, alla vergogna, allo stigma sociale. Marking Time è, per me, un impegno etico".
di Maurizio Molinari
La Repubblica, 24 gennaio 2021
Nel 2011 e 2012 contro le irregolarità elettorali e la staffetta al potere fra Putin e Dmitrij Medvedev; nel 2017 dopo le rivelazioni sempre da parte di Navalnyj sulla corruzione esistente nel ristretto circolo di potere attorno al Cremlino; nel 2018 contro una riforma delle pensioni giudicata iniqua; nel 2019 contro l'esclusione dei maggiori candidati dell'opposizione alle elezioni municipali; nel 2020 contro l'arresto del popolare governatore della regione di Khabarovsk.
Ovvero, proteste sociali ed economiche locali si sommano un po' ovunque ad un malcontento nazionale contro l'ultra ventennale autocrazia di Putin creando una situazione di scontento ed instabilità che pandemia e crisi del lavoro hanno portato a livello di guardia. Il ritorno di Aleksej Navalnyj in patria, dopo essere sopravvissuto ad un brutale tentativo di avvelenamento da parte degli 007 russi, si è dunque trasformato nel catalizzatore di questo scontento.
E la decisione delle autorità russe di arrestarlo per 30 giorni si è rivelata un formidabile autogol consentendogli di diventare all'istante il collante nazionale della mobilitazione, che ora chiede la sua scarcerazione. Navalnyj sta sfidando Putin con i suoi stessi mezzi ovvero trasforma il potere assoluto del Cremlino nella cartina tornasole della sua debolezza: tanto più l'oppositore riesce a mobilitare, tanto più il potere dell'autocrate mostra la sua vulnerabilità. Ed in una nazione come la Russia un leader debole è già sconfitto.
Ciò che rende Navalnyj temibile per il Cremlino è il fatto di non avere paura, di andare avanti a testa alta contro l'avversario senza temere le conseguenze più terribili per sé è per la sua famiglia. C'è in questo un richiamo epico di Navalnyj all'eroismo del soldato russo, capace di ogni prova contro il nemico più potente al fine di difendere la sua madre terra. In una nazione immersa nella storia come la Russia il sacrificio estremo a cui Navalnyj si espone tornando volontariamente dall'estero evoca gesta rivoluzionarie e trasforma Putin nell'icona di un potere in declino. Anche perché nel momento del rientro lancia sul Web e sui social una video inchiesta sui lussi del "nuovo zar" in cui mostra a un popolo in crisi per il Covid e per la recessione, le spese folli per una "reggia personale".
Ma non è tutto, perché ciò che rende ancor più evidente la difficoltà del Cremlino è l'inefficacia delle misure anti dissenso varate negli ultimi anni. Le restrizioni alla libertà di espressione, all'uso di Internet e alle attività dei gruppi per i diritti Lgbt come di altre associazioni di opposizione nascono dalla scelta del 2012 di obbligare ogni Ong straniera a registrarsi come "agente di un governo estero" se raccoglie fondi oltre confine e conduce "attività politica".
Tanto per fare un esempio tale legge ha consentito di far chiudere "Agorà", una delle maggiori associazioni per i diritti umani in Russia. Leggere assieme tali e tanti fatti porta a comprendere perché mentre negli ultimi anni il tema dei diritti umani in Russia veniva accantonato dalle democrazie occidentali, dentro i suoi confini i cittadini si muovevano in direzione inversa. Come Navalnyj, 44 anni, ha dimostrato di sapere assai bene.
E ora Putin si trova davanti ad un bivio che neanche un brillante stratega come lui aveva previsto: può gettare Navalnyj in una cella buia a tempo indeterminato, contribuendo a far crescere a dismisura la sua popolarità, o restituirgli subito la libertà ed affrontare la sfida politica conseguente. Comunque vada, il disegno di Putin di regnare in tranquillità sulla Russia più a lungo di Iosif Stalin per poterla guidare fin dentro il XXI secolo deve lasciare il campo ad una stagione di incertezza che non risparmia neanche i saloni dorati del Cremlino. Per un leader come Putin che ha passato gli ultimi anni a teorizzare e realizzare il sostegno a movimenti populisti e sovranisti in Occidente, al fine di indebolire Nato e Ue dal di dentro, si tratta di uno scomodo risveglio: i diritti umani restano il suo più formidabile avversario.
di Giulio Isola
Avvenire, 24 gennaio 2021
Un lustro ancora molto oscuro, troppo. Era il 25 gennaio 2016, esattamente alle 19.41, quando Giulio Regeni inviava dall'Egitto il suo ultimo sms. Di lui poi non si è saputo più nulla fino al ritrovamento del corpo martoriato, il 3 febbraio, su una strada tra li Cairo e Alessandria.
Eppure a 5 anni di distanza la verità sull'assassinio del ricercatore friulano è ancora lontana, nonostante l'incessante pressione dei genitori e degli amici del giovane, le campagne di mobilitazione che hanno visto l'esposizione di striscioni in moltissime piazze italiane, il lavoro della diplomazia e della nostra magistratura, una risoluzione approvata dal Parlamento europeo il mese scorso.
E domani il caso sarà discusso anche al Consiglio Esteri Ue, con il ministro degli Esteri Luigi Di Maio incaricato di fare il punto in video conferenza sulla situazione processuale, in attesa di possibili nuove iniziative dei colleghi ministri europei. Allo scopo anche Piero Falsino, presidente della Commissione Affari esteri della Gamera, ha scritto ai suoi omologhi Ue chiedendo di premere "sul piano politico e diplomatico" per ottenere verità: "La vicenda di Giulio Regeni riguarda tutti, non solo l'Italia.
È un impegno per la legalità internazionale e per il rispetto dei diritti umani, valori su cui si fondano l'identità dell'Unione Europea e le sue relazioni con ogni nazione". Sul fronte delle indagini, quattro giorni fa la Procura di Roma ha depositato la richiesta di rinvio a giudizio per il generale Tariq Sabir e peri tre ufficiali dei servizi segreti egiziani Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi, Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, che prelevarono e torturarono Giulio in una villetta al Cairo.
L'udienza preliminare potrebbe essere fissata entro la fine della primavera, anche se l'Egitto sembra indifferente a qualunque pressione e continuala sua politica ostruzionistica nei confronti di una reale soluzione del caso, rifiutando persino di fornire l'indirizzo degli indagati. Come ha dichiarato Davide Bonvicini, primo segretario dell'ambasciata d'Italia al Cairo all'epoca dei fatti, le autorità egiziane si sono sempre barricate dietro un muro di "reticenza ed evasività".
Domani cadono anche i 10 anni dalla "rivoluzione di piazza Tahrir", che portò alle dimissioni il "raìs" Hosni Mubarakma purtroppo senza dare inizio a un regime davvero democratico. Per contro da parte italiana manca il vero deterrente cui il Cairo potrebbe forse prestare attenzione, ovvero l'embargo sugli affari e soprattutto sulle commesse militari (l'Egitto è il nostro primo cliente estero). Non a caso i genitori di Giulio hanno annunciato un esposto contro il governo per violazione della legge che vieta l'esportazione di armi verso Paesi i cui governi non rispettano le convenzioni internazionali sui diritti umani.
Anche alcune associazioni della società civile hanno promosso l'iniziativa #StopArmiEgitto. Domani comunque è il giorno del ricordo di Regeni e in suo onore si preparano numerose iniziative, forzatamente online per via del Covid. A FiumicelloVillaVicentina (Udine), il paese dove il ricercatore friulano è cresciuto, sono previsti gli eventi "Giulio siamo noi" e "Verità per Giulio Regeni" trasmessi in streaming sulle pagine Facebook del Comune e sul sito di Repubblica; tra l'altro i cittadini sono invitati a "colorare di giallo" il paese e i profili social.
di Biagio Sciortino*
Redattore Sociale, 24 gennaio 2021
Da molti anni non si affronta il problema: la Conferenza nazionale sulle tossicodipendenze è scomparsa dai radar della politica, il Fondo nazionale per la lotta alla tossicodipendenza è scomparso, gli strumenti legislativi sono vecchi di 30 anni e il contrasto si regge sull'eroismo degli operatori dei Sert.
"Anch'io, come tanti, davanti ai filmati, ai documenti ed alle interviste raccolte dal colosso Americano dello Streaming Tv, che raccontano le vicende di San Patrignano, mi sono ritrovato travolto da stati d'animo contrastanti. Si sono intrecciate in me, come in un filo di lana, rabbia, sconcerto, amarezza, ma anche il forte desiderio di dire che questa è una storia di trenta anni fa, che andrebbe ben contestualizzata in quel periodo storico molto particolare, caotico e controverso, dove lo Stato annaspava nel dare soluzioni alle migliaia di giovani tossicodipendenti.
Non si può non condannare ogni forma di violenza, ogni azione costrittiva, ogni prevaricazione fisica e psicologica, ogni tentativo di depistaggio! Certamente storie sepolte nella memoria, oggi nelle comunità italiane non esistono gli Angeli Custodi, ma vi sono team di professionisti preparati che mettono al centro di tutto 'l'uomo' e le sue problematiche, aiutando l'utente senza uso di violenza o coercizione; oggi le comunità italiane sono delle 'case di vetro'.
Il docufilm ha sicuramente raccontato la storia con l'obiettivo di dare un cazzotto allo stomaco dello spettatore, lascarlo senza fiato... omettendo allo stesso tempo tante altre sfaccettature, meno interessanti televisivamente, ma che avrebbero dato un quadro più completo della realtà Sanpa. Alla fine sembrerebbe tutto qui, un prodotto ben fatto e televisivamente avvincente, ma non è così: finalmente, dopo tanti anni di silenzio sulla problematica delle dipendenze patologiche, si rimette al centro del dibattito il fenomeno, anche se non orientando il discorso verso un indirizzo corretto.
Infatti da molti anni non si affronta il problema a livello nazionale e regionale; la conferenza nazionale sulle tossicodipendenze, allora istituita con apposita legge, si sarebbe dovuta tenere ogni 3 anni, dove gli attori del pubblico e del privato facevano il punto della situazione e programmavano l'attività di cura, reinserimento e prevenzione nel campo delle tossicodipendenze per gli anni a venire. Invece è scomparsa dai radar della politica: l'ultima, infatti, è stata quella di Trieste nel 2009!
Il Fondo nazionale per la lotta alla tossicodipendenza è scomparso, annacquato e quasi del tutto inefficace nei vari piani di zona distrettuali. La situazione del fenomeno in Italia è in costante evoluzione e, purtroppo, viene affrontata con strumenti legislativi vecchi di 30 anni, che invece necessitano di una revisione.
L'Intercear assieme alle altre Federazioni che raccolgono le varie strutture italiane, ha presentato da diverso tempo una proposta di revisione dell'attuale normativa in materia di dipendenze patologiche al Governo ed al Parlamento, ma finora nulla si è mosso. A livello regionale, la Sicilia ha varato una normativa abbastanza aggiornata nel 2010 ma è rimasta quasi del tutto lettera morta per mancanza dei passaggi normativi ed amministrativi successivi; il Coordinamento Regionale degli Enti Accreditati della Regione Sicilia (Cears), da tanti anni cerca un dialogo con i vari governi regionali che si sono succeduti, senza mai ricevere la giusta attenzione.
L'attività di contrasto del fenomeno delle dipendenze patologiche, allo stato attuale, si regge sull'eroismo degli Operatori delle comunità e dei Ser.T., che ogni giorno cercano di dare risposta ai tanti giovani in difficoltà, ed alle loro famiglie che non riescono a dare un supporto efficace. Tutto questo accade mentre a Palermo il crack miete vittime nell'indifferenza generale.
Questo è il reale stato della situazione delle dipendenze patologiche in Italia, adesso che abbiamo riaperto il discorso grazie al docufilm, iniziamone a parliamone seriamente!"
*Presidente nazionale del Coordinamento Nazionale dei coordinamenti regionali che operano nel campo dei trattamenti delle Dipendenze (Intercear)
di Federico Rampini
La Repubblica, 24 gennaio 2021
Il generale Austin, nuovo capo del Pentagono, esordisce con un passo indietro rispetto alle scelte di Trump: ancora troppa violenza nel Paese. Ha prestato giuramento il generale Lloyd Austin, il primo afroamericano segretario alla Difesa, e subito affronta le due priorità del Pentagono: Afghanistan e Cina. Il militare 67enne, a riposo dal 2016 dopo 41 anni sotto le armi, ha avuto in tempi rapidi sia l'approvazione del Senato, sia la deroga speciale alla legge che vuole solo civili alla guida delle forze armate. Lo ha aiutato un curriculum impeccabile, secondo solo a quello di Colin Powell, che guidò la prima Guerra del Golfo, fu capo di stato maggiore, e segretario di Stato con George W. Bush.
Austin è stato l'unico militare di colore ad avere diretto il Central Command, da cui dipendono le forze dispiegate in Afghanistan, Iraq, Yemen e Siria. Proprio l'Afghanistan è il primo test che lo attende, con un'urgenza particolare. L'Amministrazione Biden ha annunciato la verifica del rispetto degli accordi raggiunti nel febbraio 2020 con i talebani. Quegli accordi prevedono che le milizie dei fondamentalisti islamici escludano dall'Afghanistan gruppi terroristici anti-americani come Al Qaeda, Isis e altri; che riducano la violenza; proseguano i negoziati di pace con il governo di Kabul. Il rispetto degli accordi consentirebbe il ritiro finale delle truppe Usa e della Nato. La scadenza era fissata per l'aprile di quest'anno.
Biden sarebbe sollevato, se potesse rispettare l'impegno preso da Trump. Infatti quando era il vice di Barack Obama, ebbe duri scontri con il Pentagono perché lui si opponeva al "surge", l'aumento di truppe in Afghanistan. Tuttavia la verifica del rispetto degli accordi da parte dei talebani è problematica: la violenza degli attentati non è diminuita, le stragi sono all'ordine del giorno. Inoltre il National Security Adviser, Jake Sullivan, ha chiesto che siano protetti i "progressi straordinari" ottenuti dalle donne afgane.
I talebani quando erano al governo proibirono l'istruzione e il lavoro alle ragazze e alle donne. I democratici hanno un'attenzione maggiore sul tema dei diritti umani. E tuttavia anche il segretario di Stato Antony Blinken ha confermato l'obiettivo di "concludere questa guerra cosiddetta eterna".
L'intervento in Afghanistan iniziò nel dicembre 2001, a tre mesi dall'attacco alle Torri Gemelle, perché i talebani ospitavano e proteggevano il regista dell'11 settembre, Osama Bin Laden. Blinken ha evocato la necessità di mantenere in Afghanistan qualche reparto di specialisti dell'anti-terrorismo.
Il disimpegno dai conflitti mediorientali consentirebbe al generale Austin di concentrarsi sulla sfida numero uno: il riarmo della Cina, un pericolo sul quale esiste un consenso bipartisan. Tra le prima mosse del nuovo ministro della Difesa c'è stata una telefonata al segretario della Nato, Jens Stoltenberg, a conferma che questa Amministrazione vuole rinsaldare le relazioni con gli alleati. Il nuovo capo del Pentagono sa di dover affrontare anche il razzismo e l'estremismo di destra nei propri ranghi. Una parte degli arrestati dopo l'assalto del 6 gennaio al Congresso, sono militari o ex-militari.
di Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano, 23 gennaio 2021
L'intervento del ministro sarà centrato su come spendere i quasi 3 miliardi del Recovery per velocizzare i processi. La relazione di Alfonso Bonafede in Parlamento sarà la prima risposta istituzionale dell'Italia all'Europa che, ora più che mai, ci punta i riflettori in faccia per sapere cosa vogliamo fare per la Giustizia in modo da farla funzionare.
di Gian Domenico Caiazza
Il Riformista, 23 gennaio 2021
Il governo rischia di restare senza maggioranza perché Renzi non concede i suoi voti, i responsabili non sono così responsabili da allinearsi col ministro giustizialista, e anche il Pd tentenna. Il nodo è la prescrizione. Suggerisco che per ragionare sulla abolizione della prescrizione venga presa ad esempio la vicenda processuale del dott. Tronchetti Provera, che lo ha visto imputato per una ipotesi di ricettazione risalente all'anno domini 2004. L'esempio è calzante perché il noto manager, con scelta coraggiosa e quasi temeraria, rinunziò alla prescrizione nel frattempo maturata, convinto che la sua innocenza sarebbe stata senz'altro riconosciuta dai giudici.
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