di Roberto Ciccarelli
Il Manifesto, 26 gennaio 2021
Rapporto Oxfam "Il virus della democrazia": "Dieci milioni di italiani non hanno risparmi per sopravvivere allo choc della crisi. Gabriela Bucher, direttrice di Oxfam International: "Potremmo assistere ad un aumento esponenziale delle disuguaglianze, come mai prima d'ora. Una distanza tanto profonda tra ricchi e poveri da rivelarsi più letale del virus stesso".
Gli infermieri chiamati "eroi" perché rischiano la propria salute curando i malati Covid nelle corsie di ospedale dovranno lavorare 127 anni per guadagnare quanto uno dei 36 miliardari italiani la cui ricchezza è aumentata di oltre 45,7 miliardi di euro da quando è stato dichiarato il lockdown totale nel marzo 2020. La proporzione è stata stabilita da Oxfam nel rapporto "Il virus della disuguaglianza" pubblicato in occasione dell'apertura dei lavori del World Economic Forum di Davos.
Per i "super ricchi", un migliaio di persone nel mondo, la recessione non solo è già finita dopo nove mesi, ma è diventata un'occasione di guadagno. Lo dimostra il fondatore di Amazon Jeff Bezos che ha superato i 180 miliardi di dollari in patrimonio personale. I 78,2 miliardi guadagnati nella crisi basterebbero per dare 105 mila dollari a ciascuno dei suoi dipendenti, ha scritto l'ex segretario Usa al lavoro Robert Reich. I 104 miliardi di dollari di profitti realizzati da 32 multinazionali avrebbero potuto garantire l'indennità di disoccupazione a tutti i lavoratori e reddito di base per bambini e anziani nei paesi a basso e medio reddito. Per tutti coloro che sono costretti a lavorare per vivere ci vorranno oltre 10 anni per tornare al modesto livello di reddito precedente alla crisi attuale provocata dalle decisioni prese per mitigare l'impatto del Sars Cov 2. I lavoratori e i lavoratori poveri, già colpiti dall'onda lunga della crisi del 2007-8 dovranno cioè affrontare le conseguenze prodotte dodici anni dopo dalla crisi prodotta dall'agribusiness che ha trasformato il mondo in una fattoria globale e ha prodotto e diffuso il virus, ha messo in ginocchio il capitalismo e ha mostrato la sua iniquità e inadeguatezza.
Sfruttamento, razzismo e oppressione sociale stanno potenziando all'inverosimile le diseguaglianze. Il sondaggio realizzato da Oxfam tra 295 economisti in 79 paesi, tra cui Jeffrey Sachs, Jayati Ghosh e Gabriel Zucman, conferma un significativo aumento delle disparità nel reddito, nelle tutele, nella salute, nell'istruzione, nel diritto all'abitare. Senza un ribaltamento dei rapporti di forza entro il 2030 oltre mezzo miliardo di persone in più vivranno in povertà, con un reddito inferiore a 5,50 dollari al giorno, sostiene la Banca Mondiale. "Potremmo assistere ad un aumento esponenziale delle disuguaglianze, come mai prima d'ora. Una distanza tanto profonda tra ricchi e poveri da rivelarsi più letale del virus stesso" sostiene Gabriela Bucher, direttrice di Oxfam International.
Sono le donne ad avere subito i danni maggiori dalla crisi, perché impiegate nei settori più duramente colpiti dalla pandemia: le professioni sanitarie e i lavori sociali e di cura. La pandemia uccide in modo disuguale anche a seconda delle etnie. Negli Stati Uniti 22 mila cittadini afro-americani e latino-americani sarebbero ancora vivi se il loro tasso di mortalità fosse stato uguale a quello dei bianchi.
Il Focus "Disuguitalia", diffuso ieri da Oxfam, permette di capire quanto inadeguata sia stata la strategia dei bonus temporanei e occasionali scelti anche dal governo italiano uscente per rallentare gli effetti della crisi, senza però creare le premesse di riforme strutturali universalistiche ispirate alla giustizia sociale. Dieci milioni di italiani più poveri non hanno risparmi sufficienti (sotto i 400 euro) per sopravvivere senza un lavoro precario. La Banca d'Italia ha dimostrato come il cosiddetto "reddito di cittadinanza", l'estensione della Cig e blocco licenziamenti, misure estemporanee come il "reddito di emergenza" abbiano contenuto la catastrofe senza fermarla. È in corso un crollo dei redditi, a partire dal lavoro autonomo al quale è stato riservato un simbolico ammortizzatore sociale chiamato "Iscro" inadeguato. La valanga temuta con la fine del blocco dei licenziamenti è già reale tra le partite Iva povere, i precari con contratti a termine non rinnovati, intermittenti e poveri nell'economia sommersa. Sono i conti che saranno fatti pagare a questa e alla prossima generazione.
di Elena Loewenthal
La Stampa, 26 gennaio 2021
Qual è il senso del Giorno della Memoria? La distanza da quel passato segna oggi un momento particolarmente fragile: la voce dei testimoni si va spegnendo a poco a poco. La perdiamo perché il tempo è inesorabile. Come faremo, da domani in poi, ad ascoltare ciò che è stato?
Se ogni commemorazione è ipso facto un rituale e come ogni rituale si fonda sulla ripetizione, il rischio che la monotonia conduca verso un inconsapevole ma irreversibile svuotamento di senso è più che mai insidioso. La Shoah è stato un evento tanto assurdo quanto reale, come ha detto Primo Levi: "Comprendere è impossibile, conoscere è necessario".
Quel buco nero della storia esercita l'effetto opposto del suo corrispondente interstellare, dall'invincibile forza di attrazione. La Shoah respinge lontano da sé: è una storia cui nessuno vorrebbe appartenere, riconoscere come propria. "Non ci riguarda!": la dismissione di quel passato è la reazione più istintiva, immediata. Non si è disposti a immedesimarsi né con le vittime né con i carnefici né tantomeno con la ben più vasta umanità di passivi testimoni, in quegli anni. Tutta l'Europa lo era.
Questo istintivo respingimento ha due effetti, deleteri ciascuno a suo modo. Troppo spesso le celebrazioni del Giorno della Memoria diventano un atto di omaggio alle vittime, nel segno dell'alterità. "È capitato a loro, non può capitare a noi". E invece la memoria della Shoah dovrebbe servire proprio a sentire quella storia come uno scomodo, doloroso e insopportabile ma comune portato. Quella storia siamo noi.
L'altro aspetto, ancor più grave, è la deriva di violenza, simbolica, verbale ma anche fisica, che accompagna questo periodo. In questi giorni più che nel resto dell'anno si assiste a scatti di intolleranza, di antisemitismo, di cieco negazionismo. Bisogna, dunque, trovare il coraggio di connettere una cosa all'altra, e provare a capire come mai.
Perché la memoria, e più che mai questa memoria, è una cosa fragile, delicata. Terribilmente vulnerabile. Misurarsi con quel passato è difficile: questo dobbiamo sapere. Proprio perché esso non appartiene agli ebrei, ai tedeschi, ai fascisti, ai partigiani. Appartiene a tutti, tutti gli apparteniamo.
Allora, con il tempo che spegne le voci dei testimoni, la distanza che ci offre un'illusione di riparo, il rito del ricordo che sistema la coscienza, bisognerebbe provare a fare della memoria qualcosa di diverso. Come quando, ad esempio, diventa narrazione e persino creazione letteraria, e si dimostra capace di innescare un meccanismo di com-passione che è forse l'unico modo vero per vincere ogni distanza e provare a "sentire" quel che è stato.
Ma la memoria deve soprattutto diventare interrogazione. Ayekha? "Dove sei?", è la prima domanda che viene al mondo nella Bibbia. La pronuncia Dio in cerca di Adamo, che si è nascosto dopo aver assaggiato il frutto proibito. "Dove sei?", è l'insopportabile ma necessaria domanda che l'uomo e Dio si lanciano a vicenda lungo la storia, l'uno in cerca dell'altro, quando il male sembra negare il senso di ogni cosa.
di Abdullah Noshi Elshamy*
La Repubblica, 26 gennaio 2021
L'anniversario della scomparsa di Giulio Regeni, il 25 gennaio, coincide con una data particolare per tutti gli egiziani che credono nella libertà. Il 25 gennaio 2016, quando Giulio scomparve, ebbi sentore di una somiglianza. Mi tornarono in mente i giorni cupi che stavo appena iniziando a elaborare. Era trascorso un anno e mezzo esatto dalla mia partenza dall'Egitto dopo dieci mesi di carcere per il mio lavoro di giornalista. Giorni di solitudine, di isolamento, senza ricevere notizie dei miei famigliari o del mondo esterno: in quello stato avevo vissuto le ultime cinque settimane della mia detenzione.
Erano trascorsi quindici mesi da quando mia suocera - avvocata e attivista per i diritti umani - era stata portata via dagli agenti della sicurezza. Ci sono voluti ventuno giorni prima che potessimo scoprire che era ancora viva, ma da quel momento in poi le cose non sono andate meglio. Sono passati lunghi mesi senza ricevere notizie né poterle fare visita, se si escludono le sue apparizioni bimestrali nel tribunale di sicurezza dello stato per rinnovare i termini della sua carcerazione.
Questa è la realtà. Le vite degli egiziani sono afflitte da un problema che il resto del mondo non conosce oppure, peggio ancora, tende a ignorare: le sparizioni forzate e gli omicidi extragiudiziari. Di sicuro, posso dire che il caso Regeni ha infuso speranza nel cuore di molti, di coloro che sono stati investiti così da vicino da questi avvenimenti da non essere ancora in grado di alzare la voce o di farsi sentire. La sola idea che la ferocia della macchina della sicurezza possa essere oggetto di indagine e portata in tribunale - anche se in contumacia - potrebbe diventare, se ricordo bene, un precedente per la storia moderna dell'Egitto. Da giornalista ed ex detenuto costretto all'esilio, questo mi infonde speranza. La luce si apre un varco dall'ultimo dei posti che si possa immaginare.
Quest'anno ricorre il decimo anniversario di quando gli egiziani hanno fatto un tentativo per avere un futuro migliore. Molti oggi potrebbero definire quel tentativo un'ingenuità o un sogno. Eppure, vedere a che punto siamo arrivati e sotto quale dittatura viva il Paese fa comprendere che, a prescindere da come sarebbero potute andare le cose, la situazione di oggi in Egitto era inconcepibile.
Non sarebbe esagerato affermare che l'omicidio di Giulio è stato un monito o, meglio ancora, un messaggio lanciato nel tentativo di incutere paura e finalizzato a stroncare ogni speranza, perché uno stato retto da una dittatura militare si alimenta soltanto di questo e, con smentite continue o accumulando menzogne a non finire e moltiplicando i rifiuti a collaborare al caso, lancia un messaggio ancora più chiaro: l'apparato della sicurezza lavora con la benedizione del regime, proprio di quella dei suoi vertici. In Egitto non può accadere niente - come l'omicidio di Giulio Regeni o gli assassinii extragiudiziari e le sparizioni forzate - senza un coordinamento assoluto e l'approvazione dei funzionari ai vertici.
Il regime egiziano ha costruito la sua autorità su una propaganda continua che mira a convincere le masse che il Paese è preso di mira, con riferimenti diretti agli stranieri, ai giornalisti e ai ricercatori. Non si può permettere che il messaggio che nessuno diffonde, fuorché il governo, sia fatto rimbalzare oltre. Per questo motivo, rendere giustizia a Giulio Regeni alla fine porterà sollievo e speranza a decine di migliaia di detenuti egiziani e ai loro famigliari, alla mia famiglia e a tanti altri ancora. Sarà un raggio di speranza in un Paese avvolto dalle tenebre.
*Corrispondente da Bruxelles per l'Europa dell'emittente televisiva "Al Jazeera"
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 26 gennaio 2021
Sdegno da Roma a Bruxelles ma nessuno mette in discussione i rapporti con Il Cairo. Di Maio alla Ue: "Ferita europea". Eppure esiste il modo per non vendere più armi, dice Rete Italiana Pace e Disarmo. Quattro panchine gialle a Fiumicello, paese natale di Giulio Regeni, e una tela con metà del suo volto, realizzata dagli studenti del liceo Petrarca di Trieste, lo stesso frequentato dal ricercatore italiano ucciso al Cairo nel 2016. Sono due delle iniziative che ieri, quinto anniversario dal rapimento, hanno voluto ricordare Giulio e la spinta - mai evaporata - per la verità e la giustizia.
Gli studenti, che di loro iniziativa hanno celebrato la vita di Regeni, hanno preso parte alla fiaccolata virtuale insieme ad Amnesty International e Articolo 21, alle 19, seguita da un video messaggio di Paola Deffendi e Claudio Regeni, i genitori: "La verità la intravediamo, com'è dimostrato dall'iscrizione nel registro degli indagati dei quattro ufficiali egiziani - hanno detto ieri sera insistendo a chiedere il ritiro dell'ambasciatore italiano dal Cairo e lo stop alla vendita di armi - La giustizia continuiamo a cercarla".
"Abbiamo sentito tante parole vuote delle istituzioni, ma anche bugie - ha aggiunto Paola - non da ultimo un ex presidente del Consiglio (Renzi, ndr) che ha detto di esser stato avvisato appena il 31 gennaio della scomparsa di Giulio".
In mattinata a Fiumicello erano state inaugurate, alla presenza della famiglia e della sindaca Sgubin, quattro panchine gialle attorno alla farnia che gli amici piantarono nel febbraio 2016 nel parco dedicato al ricercatore, "un luogo della comunità - si legge nel cartello - di incontro ma anche di riflessione, di attesa e di inclusione". In serata, alle 19.41, l'ora dell'ultimo messaggio inviato da Giulio cinque anni fa, i social si sono "colorati di giallo", con foto, disegni e candele.
Ma ieri è stata anche la giornata delle istituzioni.
Il primo a ricordare Giulio è stato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella: "Rinnovo l'auspicio di un impegno comune e convergente per giungere alla verità e assicurare alla giustizia chi si è macchiato di un crimine che ha giustamente sollecitato attenzione e solidarietà da parte dell'Unione europea. Si tratta di un impegno responsabile, unanimemente atteso dai familiari, dalle istituzioni della Repubblica, dalla intera opinione pubblica europea".
Ha parlato il presidente della Camera Roberto Fico, da tempo impegnato al fianco della famiglia Regeni: serve, ha detto ieri all'arrivo a Fiumicello "una revisione della legge per la vendita delle armi che preveda maggiori restrizioni".
Per tutta la giornata sono seguite, come un fiume, le dichiarazioni dei rappresentanti di ogni partito italiano, stridenti: tutti loro, una volta transitati al governo, hanno proseguito nei rapporti diplomatici, commerciali e militari con il regime di al-Sisi, nonostante i risultati raggiunti dalla Procura di Roma che ha potuto dimostrare la responsabilità di almeno quattro agenti della National Security (non mele marce, ma generali e maggiori, i vertici) nel sequestro, le torture e l'omicidio di Regeni.
Il 29 aprile si terrà l'udienza preliminare davanti al gup di Roma Pier Luigi Balestrieri in merito alla richiesta di rinvio a giudizio di Tariq Sabir, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Magdi Sharif. Eppure ieri non è mancato nessuno all'appello dello sdegno, neppure l'Unione europea: in mattinata si è svolto il Consiglio degli esteri Ue e il ministro Di Maio ha presentato i risultati della Procura. "Il suo barbaro omicidio è una ferita ancora aperta in Italia, ma oggi sono qui a confrontarmi con voi perché quella stessa ferita è inevitabilmente anche europea", così Di Maio ha aperto il suo discorso. "L'Italia ritiene l'Egitto un interlocutore cruciale nel Mediterraneo - ha continuato - e ritiene che il nostro compito in Europa sia quello di avviare un dialogo franco, costruttivo e trasparente con Il Cairo, ma non può avvenire a scapito dei diritti umani".
Dagli omologhi europei è arrivata "solidarietà", ribadita anche dall'Alto rappresentante Ue agli affari esteri Josep Borrell: "Continuiamo a esortare l'Egitto a cooperare in pieno con le autorità italiane sulle responsabilità, e affinché sia fatta giustizia". Ma di decisioni in merito alle relazioni con il regime egiziano (anche alla luce della risoluzione approvata a metà dicembre dall'Europarlamento che chiede sanzioni ed embargo) non ne sono giunte.
Eppure di modi per intervenire ce ne sono. Li sottolinea in una lettera inviata a Di Maio Rete Italiana Pace e Disarmo: bloccare per tre anni le autorizzazioni italiane ed europee all'esportazione di armi all'Egitto. "Non penalizzerebbe il nostro Paese - si legge nella lettera - ma anzi avrebbe l'effetto di coinvolgere tutti gli Stati membri". Come? Attraverso la Posizione comune del Consiglio 2008/944 che combatte la concorrenza sleale tra i paesi Ue facendo sì che le licenze militari non rilasciate da uno Stato non siano concesse da altri membri.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 26 gennaio 2021
A cinque anni dal rapimento del giovane ricercatore gli inquirenti romani hanno imputato 5 ufficiali degli apparati di sicurezza ma cercano la collaborazione dell'Egitto per proseguire le indagini.
Quattro ufficiali degli apparati di sicurezza imputati di sequestro di persona (uno anche di lesioni e omicidio) in attesa di sapere se saranno processati, e un indagato per il quale c'è una richiesta di archiviazione. Appuntamento davanti al giudice per il prossimo 29 aprile.
A cinque anni dal rapimento di Giulio Regeni la Procura di Roma ha tratto un bilancio che nel gennaio 2016 pareva impensabile, ma le indagini non sono finite. O meglio, il procuratore Michele Prestipino e il sostituto Sergio Colaiocco vorrebbero proseguirle - insieme gli investigatori del Servizio centrale operativo della polizia e del Ros dei carabinieri - se dall'Egitto arrivasse la cooperazione sollecitata nelle rogatorie rimaste senza risposta.
Ci sono almeno altre tredici persone da identificare compiutamente, di cui andrebbe approfondito il ruolo perché hanno avuto a che fare con Giulio, la sua tragica fine e tutto quello che si è mosso intorno a un caso che l'Egitto voleva archiviare come una rapina finita male. Proprio nella perquisizione-depistaggio a casa del presunto capo della presunta banda criminale che avrebbe aggredito Regeni per derubarlo, dalla quale sarebbero saltati fuori i documenti del ricercatore italiano, risultano coinvolti almeno 8 appartenenti alle forze dell'ordine ancora da individuare; bisognerebbe acquisirne i tabulati telefonici per verificarne mosse e contatti, e interrogarli.
C'è poi un'utenza, della quale un esponente della Direzione generale investigativa del Cairo ha detto di non ricordare a chi fosse in uso, da cui sono partiti e arrivati numerosi sms con il sindacalista Mohamed Abdallah (l'uomo denunciò Giulio alla National Security per una sospetta e poi smentita attività politica anti-governativa), sia con il colonnello Helmy, uno dei quattro imputati di sequestro. Helmy era in contatto anche con l'utilizzatore di un telefono intestato a tale Mustafa Ahmad Khalil, ufficiale che risulta in servizio presso una Unità investigativa che ha intrattenuto messaggi e conversazioni pure con l'avvocato coinquilino di Regeni. Khalil dovrebbe essere rintracciato e ascoltato, hanno scritto i pm romani nella rogatoria inevasa, "per comprendere il suo grado di coinvolgimento nella vicenda". Al pari dell'appartenente alla National security che ha attivato e disattivato microfono e telecamera forniti a Abdallah per registrare l'incontro con Regeni del 7 gennaio 2016.
Tra i collaboratori del maggiore Sharif (imputato del rapimento e dell'omicidio di Giulio) c'è un poliziotto chiamato Ibrahim, che secondo la testimonianza del sindacalista Abdallah "avrebbe contribuito agli approfondimenti investigativi sulla possibile pericolosità di Regeni": è un altro poliziotto da identificare e interrogare. Così come Muntaser Abdelrahim, ufficiale di cui ha parlato il colonnello Helmy. L'ufficiale ha detto che lavorava nel commissariato di Doqqi, e "si occupava della sicurezza nazionale presso quell'ufficio". Il 25 gennaio 2016, giorno del rapimento, ci sono almeno cinque contatti, fra le 11.43 e le 17.22, tra il telefono di Helmy e quello di Muntaser.
Quella stessa sera, il testimone Delta (indicato così negli atti della Procura di Roma per motivi di sicurezza) ha visto Giulio proprio nella stazione di polizia di Doqqi, mentre chiedeva un avvocato e di poter parlare con il Consolato italiano. "Indossava un pullover, verosimilmente tra blu e grigio, se non ricordo male con una camicia sotto", ha riferito. Un dettaglio di cui nessuno aveva mai parlato prima, e sul quale non erano mai usciti particolari. Ebbene, gli inquirenti italiani hanno verificato che tra i vestiti di Giulio recuperati manca proprio un maglione di quel colore; evidentemente il ragazzo lo portava la sera in cui fu rapito, e lo portava anche qualche sera prima durante una cena a casa dell'amica Noura. Lì gli fu scattata una foto che ora è agli atti dell'indagine, nella quale si vede che il maglione ha il collo alto, con l'interno bianco, "cosicché il risvolto può essere facilmente scambiato con una camicia bianca". Questo hanno scritto Colaiocco e Prestipino nell'atto d'accusa contro gli imputati, a dimostrazione dell'attendibilità del testimone Delta.
di Giovanna Casadio
La Repubblica, 26 gennaio 2021
Non solo la negazione della Shoah, ma anche gli hate speech, il disprezzo per Israele e le teorie di QAnon. Milena Santerini spiega la strategia nazionale contro derive vecchie e nuove.
"La strategia nazionale contro l'antisemitismo è ora nero su bianco in un dossier appena consegnato a Palazzo Chigi. Raccomanda tra l'altro un chiaro orientamento di lotta all'antisemitismo e al razzismo sul web, non solo punendo i responsabili, ma anche obbligando le grandi piattaforme a rimuovere i contenuti online, con multe salate se non lo fanno, come previsto in Germania. La scuola protagonista, quindi corsi di formazione per gli insegnanti.
La richiesta di dare rilievo giuridico autonomo al pregiudizio antisemita anche rispetto ai reati di tipo razziale". Milena Santerini, coordinatrice italiana della lotta contro l'antisemitismo, sfoglia gli ultimi insulti e le farneticazioni antisemite.
Gli esempi sono infiniti: nel 2020 sono stati 230 gli episodi segnalati all'Osservatorio contro l'antisemitismo Cdec, solo la punta dell'iceberg. Nell'ultimo trimestre, 45. E circa l'80% sono online. Alla vigilia del giorno della Memoria, Santerini e il gruppo che coordina (di cui fanno parte tra gli altri Noemi Di Segni, presidente dell'Unione delle comunità ebraiche, giuristi, monsignor Ambrogio Spreafico per la Cei) sono giunti all'approdo.
Professoressa Santerini, il consiglio dei ministri Ue ha chiesto a ciascun Paese di dotarsi di una strategia nazionale contro l'antisemitismo, finalmente anche l'Italia ce l'ha?
"Sì. Ed è una strategia che riguarda il livello sia politico che culturale: significa norme, regole, contrasto dei reati".
In concreto cosa prevede il piano?
"Innanzitutto adotta la definizione di antisemitismo dell'Ihra (l'Alleanza internazionale per il ricordo dell'Olocausto), ovvero 'L'antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei'. E aggiunge esempi, che non sono più soltanto le vecchie formule di negazione della Shoah, ma a cui si sommano l'odio contro Israele, l'hate speech, le teorie di QAnon".
Quali pratiche suggerite di mettere in campo?
"Innanzitutto rendere il pregiudizio antisemita autonomo dal punto di vista giuridico rispetto ai reati di tipo razziale. Lotta all'antisemitismo e al razzismo sul web, non solo punendo i responsabili, ma anche obbligando le grandi piattaforme a rimuovere i contenuti online, con multe salate. Al Viminale chiediamo un unico centro di segnalazione degli atti di antisemitismo. E poi al calcio e al Coni di inserire nei loro regolamenti e punire le espressioni di antisemitismo. Ricordo l'episodio shock della maglia della Roma con Anna Frank da parte di ultrà della Lazio. Vanno inoltre coinvolte le scuole e gli insegnanti. Pensiamo poi di monitorare: tra un anno facciamo il punto sulla strategia adottata".
Lei con Liliana Segre trasformò nel 2015 il Memoriale della Shoah presso il Binario 21 della Stazione di Milano, in un campo di accoglienza dei profughi siriani. Si vigila contro l'antisemitismo, difendendo tutte le vittime?
"Io ritengo la Shoah un evento senza precedenti, ma attraverso quella tragedia abbiamo creato una apertura verso tutte le altre vittime della storia: impariamo una solidarietà verso la sofferenza".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 26 gennaio 2021
Del caso di Anastasiia Chekaevasi sta interessando Rita Bernardini del Partito Radicale e Roberto Giachetti di Italia Viva. Ogni minuto che passa potrebbe essere troppo tardi. Da giorni, nel carcere Bancali di Sassari, è reclusa Anastasia Chekaeva, madre di una bambina di sette anni, pronta per essere presa dalle autorità russe e spedita in luoghi detentivi dove potrebbe andare incontro anche alla morte.
Il governo italiano, come ha raccontato Il Dubbio grazie alla denuncia degli avvocati Pina Di Credico del foro di Reggio Emilia e Fabio Varone del foro di Nuoro, i legali di Anastasia, ha concesso l'estradizione richiesta dalle autorità nonostante che sia anche stata minacciata da un importante politico aderente al partito di Putin. Una concessione ad occhi chiusi, come denunciano gli avvocati, senza nemmeno vagliare il fatto che lei è sottoposta ad atti persecutori e a un procedimento che non assicura il rispetto dei diritti fondamentali, in violazione della convenzione dei diritti dell'uomo e della nostra costituzione che garantiscono il rispetto della libertà personale, il diritto alla difesa e a un giusto processo per Anastasia.
Gli avvocati di Anastasia chiedono quindi la sospensione della procedura di estradizione. Del caso si sta interessando Rita Bernardini del Partito Radicale e il deputato Roberto Giachetti di Italia Viva, i quali si sono attivati per scongiurare che l'estradizione avvenga, o quanto meno sospenderla. Vale la pena quindi ripercorre tutta la vicenda di Anastasia, cittadina della Federazione Russa, ricordando che è sottoposta nel suo Paese a procedimento penale per presunti fatti di truffa perché, quale semplice dipendente di una agenzia di viaggi sita all'interno del centro commerciale "Galleria Chizhov" nella città di Voronezh, si sarebbe appropriata di somme pagate dai clienti per l'acquisto di viaggi organizzati poi non forniti.
Un importo complessivo inferiore a 20.000 euro. La mancata fornitura sarebbe imputabile a ritardi dei tours operators. Si tratta di una agenzia di viaggi che è di proprietà del marito di Anastasiia, F. Crespi, cittadino italiano, che non avrebbe potuto essere estradato in Russia per tali fatti che comunque rappresenterebbero, secondo quanto è emerso, a un semplice inadempimento contrattuale e non un illecito penale di truffa aggravata che viene punito in Russia con la pena fino a dieci anni di carcere. Sulla base di tali accuse, l'autorità giudiziaria russa ha tuttavia avviato un procedimento penale nei confronti di Anastasia tenendola però all'oscuro dello stesso, al fine di precostituirsi il titolo per poter emettere a suo carico un provvedimento di carcerazione preventiva e domandare la successiva estradizione all'Italia.
"Questa vicenda giudiziaria - denunciano gli avvocati Fabio Varone e Pina Di Credico a Il Dubbio- ha anche una matrice politica in quanto il legale rappresentate della "Galleria Chizhov" è Klimentov Andry Vladimirovich, Vice-presidente della Commissione per il Lavoro e la Protezione Sociale della popolazione, e il fondatore della Galleria è Chizhov Sergey Viktorovich, dal 2007 deputato della Duma di Stato della Russia, entrambi noti e discussi esponenti politici del partito "Russia Unita", il cui leader è Vladimir Putin".
Come mai? "La vicenda del mancato pagamento dei viaggi - spiegano i legali della donna - ha destato discredito sulla Galleria a prescindere dalle motivazioni dei ritardi nella fornitura dei viaggi e per tali ragioni Crespi è stato minacciato da Klimentov a mezzo mails e messaggi documentati con cui si prospettavano pesanti ritorsioni su di lui". Dal momento che F. Crespi, cittadino italiano, non risulta estradabile, l'attività giudiziaria in Russia si è concentrata su sua moglie Anastasia, la quale in concomitanza con tali fatti era venuta in Italia per trascorrere le vacanze natalizie, senza alcuna intenzione di fuggire dalla Russia.
Non solo, Crespi, che è titolare dell'Agenzia, con i propri avvocati aveva nel frattempo iniziato a risarcire tutti i clienti. Anastasiia è da tempo titolare di carta d'identità italiana e di regolare permesso di soggiorno, vive stabilmente in territorio italiano con la figlia minore, cittadina italiana di anni sette, nata dalla relazione con il marito, entrambe domiciliate in Italia dal 4 gennaio 2018.
"Ma - osservano gli avvocati Varone e Di Credico - l'autorità giudiziaria italiana, sia nella fase giurisdizionale che in quella amministrativa della procedura di estradizione ha rigettato i ricorsi e le istanze della difesa, nonostante non paiono sussistere le condizioni legittimanti l'estradizione e nonostante fosse palese, dai documenti allegati, la vera motivazione sottesa alla richiesta ovvero la matrice politica derivante dal ruolo e dalla influenza esercitata dal sig. Klimentov".
Si evince che è stato violato sia il diritto al giusto processo, sancito dall'art. 6 della Convenzione Europea dei diritti dell'uomo, sia il diritto a non subire trattamenti crudeli, disumani o degradanti, stabilito dall'art. 3 della stessa Cedu. "La Russia infatti - mettono in chiaro gli avvocati - non ha fornito alcuna informazione, né l'Italia ne ha richieste, in merito al luogo di detenzione riservato alla Chekaeva, oltretutto affetta da una patologia afferente le vie respiratorie che potrebbe cagionar la morte della donna in caso di contagio da virus Covid 19; la Russia non ha fornito alcuna rassicurazione sulle condizioni di detenzione rispettose della dignità umana e che quindi la Chekaeva non sarebbe esposta a trattamenti inumani e degradanti".
Il nostro governo, quindi, non avrebbe preteso alcuna rassicurazione in merito sebbene l'estradanda sia madre di una bimba di 7 anni che, in caso di effettiva estradizione, verrebbe lasciata alle cure esclusive dei nonni paterni essendo il padre emigrato in Svizzera per lavoro e non potendo fare rientro in Russia. D'altronde sono documentate dal Cpt e da Amnesty International le situazioni di sovraffollamento e delle gravissime condizioni igienico-sanitarie della popolazione carceraria della Russia ed in particolare dei centri di detenzione preventiva (Sizos). Non è dato sapere, in quanto non vi sono dati ufficiali certi, come è gestita nei penitenziari russi l'emergenza sanitaria dovuta alla diffusione dei contagi da Covid-19.
Risulta violato, secondo l'articolo 8 della Cedu, anche il diritto della figlia minore, cittadina italiana, a conservare il rapporto con la madre, considerato che la vita della bambina è radicata in Italia, dove risiede da tre anni, né potrebbe trasferirsi in territorio russo, visto che Anastasia - da detenuta - non potrebbe assisterla.
"Nonostante i fondati elementi ostativi all'estradizione - osservano gli avvocati Varone e Di Credico - il ministero della Giustizia ha dato corso alla sua esecuzione, poiché la Corte d'appello di Sassari, in data 22 gennaio 2021, su sollecitazione del ministero, ha sottoposto la Signora Chekaeva alla misura della custodia cautelare in carcere al fine della sua consegna alla Federazione Russa". In sostanza, questa estradizione violerebbe gli articoli 3, 6 e 8 della Cedu. Il ministro della Giustizia dovrebbe come minimo immediatamente bloccare il provvedimento di estradizione, almeno in attesa di chiarimenti sull'effettivo rispetto dei diritti umani fondamentali.
agensir.it, 26 gennaio 2021
Tra il 15 marzo e il 31 ottobre 2020, la Pastorale carceraria nazionale della Chiesa brasiliana ha ricevuto 90 denunce di casi di tortura, riguardanti numerose violazioni dei diritti in varie unità carcerarie di tutto il Paese. Lo rivela il rapporto "Pandemia e tortura in carcere", presentato venerdì scorso. A seguito dell'analisi dei casi e delle denunce ricevute durante il periodo della pandemia dalla Pastorale carceraria, emerge che nel 2020 i casi sono stati quasi il doppio rispetto al 2019, quando erano stati portati alla luce 53 casi di tortura.
Per il consigliere pastorale teologico del coordinamento nazionale della Pastorale Carceraria, padre Gianfranco Graziola, sembra contraddittorio parlare di tortura in Brasile nel XXI secolo.
Secondo il rapporto, violenze e torture sono amplificate dalla maggiore chiusura delle carceri a causa della pandemia e spesso una denuncia equivale a più di una tipologia di violenza.
Nel periodo citato, la Pastorale carceraria ha ricevuto 53 segnalazioni di aggressioni fisiche, 52 legate a condizioni di trattamento umilianti e degradanti, come l'impossibilità di trascorrere dei momenti all'aperto. Soprattutto, oltre a tali situazioni, in tre quarti delle denunce (67 casi si 90) è stata segnalata negligenza nell'erogazione dell'assistenza sanitaria, o di cibo o di generi d'igiene personale.
Il referente della Pastorale carceraria, Lucas Gonçalves, ha spiegato che il rapporto, elaborato fin dal 2010, "rivela che la tortura non è una cosa del passato, ma qualcosa di presente nella vita delle persone detenute in Brasile".
Delle 90 denunce ricevute, la Pastorale carceraria ne ha inoltrate 39 alla magistratura, 64 all'Ufficio del difensore pubblico e 38 al pubblico ministero. Nella maggior parte dei casi, secondo Gonçalves, lo Stato rifiuta di dare una risposta adducendo il sospetto che le accuse siano false. Solitamente, lo Stato si rifiuta persino di indagare sulle denunce, tanto che solo in 16 casi la Pastorale carceraria ha ricevuto notizie sulle denunce e solo in 8 casi è stata condotta un'ispezione nelle carceri.
di Francesco Malgaroli
La Repubblica, 26 gennaio 2021
Accusato di macabri esperimenti su attivisti neri ai tempi del regime segregazionista, non è mai stato condannato. L'Ordine dei medici l'aveva accusato di infrazione al codice etico, senza però radiarlo dall'albo. Wouter Basson, 70 anni, il medico sudafricano soprannominato "Dottor Morte" per il ruolo sinistro avuto durante l'apartheid - era capo del progetto segreto di guerra chimica e biologica del Paese, Project Coast - torna a fare scandalo: questa volta perché si è scoperto che l'importante gruppo ospedaliero Mediclinic Southern Africa, che ha varie cliniche nel Paese e in Namibia, lo faceva lavorare in due sue strutture come cardiologo, il suo mestiere.
Con un altro cattivo, "Prime Evil", "Il Diavolo in Persona", Eugene De Kock, hanno seminato la morte negli anni 80, e per un certo periodo hanno lavorato insieme. Prime Evil, due ergastoli e 212 anni di galera, uscito in libertà condizionata del 2015, si è pentito. "Doctor Death" invece l'ha fatta sempre franca. Una volta, nel 1995, il perdono fu opera di Nelson Mandela, che lo riammise come cardiologo. Arrestato nel '97, uscì immediatamente dal carcere.
Carismatico, a trent'anni viene fatto entrare nella cerchia ristretta di PW Botha, primo ministro del Sudafrica dal 1978 al 1984 e presidente del Sudafrica dal 1984 al 1989, che sosteneva con decisione il sistema dell'apartheid e mise a punto una strategia di contro-rivoluzione con il silenzio-assenso di inglesi e americani.
Il tenente generale Nicolaas Nieuwoudt pensò a Basson per il Project Coast e gli diede carta bianca, come dice un documento della areonautica americana. Nell'ambito di questo progetto con un fondo di 10 milioni all'anno per lavorare, Basson riunisce 200 scienziati e comincia gli esperimenti su attivisti neri: zucchero con tracce di salmonella, cioccolato al botulino, whisky con erbicida. Quando non riesce ad ammazzarli, li fa fuori con una dose di veleno. Ha un fondo di 10 milioni di dollari all'anno per lavorare. Prima del Coast aveva ideato l'Operazione Duel contro la Namibia per la quale è stato accusato di aver buttato in mare da un aereo 200 prigionieri, ma non ci sono prove per condannarlo.
Il New Yorker, del 2001, riassume così il suo curriculum: decorato dall'esercito, eminente cardiologo, e a capo del Progetto Coast, il programma di guerra batteriologica top-secret. Al processo, che si era aperto al 1999, ha detto di "essere al servizio del Paese". Ha chiamato un solo testimone a favore: lui stesso. Ha parlato per 40 udienze e alla fine il giudice l'ha assolto. Alla Commissione per la verità e la riconciliazione ha chiuso la porta in faccia.
Wouter Basson, con la barba ormai bianca, non si è mai scusato. È comparso in Libia. Ha fatto conferenze in Svizzera. Nel 1997 vengono trovati in casa di un amico una serie di Cd che contengono il Progetto Coast. Nessuno però sa davvero come si articolava il piano e Doctor Death ha sempre dato la stessa risposta: "Non ho bisogno di amnistia o perdono", come una volta disse a Desmond Tutu rispondendo alla Commissione per la Verità e la Riconciliazione.
Nel 2002, Basson era stato assolto dall'Alta Corte di Pretoria da 67 capi d'accusa (tra gli altri, omicidio e traffico di droga) e aveva potuto riprendere a esercitare la professione. Nel 2013 però l'Ordine dei medici l'aveva accusato di infrazione al codice etico, senza comunque radiarlo dall'albo. Il gruppo Mediclinic Southern Africa, in risposta all'indignazione che si è scatenata in questi giorni sui social network, ha affermato di non poter impedire a nessun medico, "compreso il dottor Basson", di esercitare "a meno che qualcuno glielo impedisca".
di Giuseppe Salvaggiulo
La Stampa, 25 gennaio 2021
Che quella di Bonafede sia una missione quasi impossibile, nel ministero della Giustizia non sfugge nemmeno alle bugne di travertino a punta di diamante che l'architetto Piacentini volle un secolo fa sul prospetto del palazzo. Chi ha sondato i parlamentari che parleranno alla Camera prevede "un massacro". Per quanto gran parte del fuoco prescinderà dal suo discorso concentrandosi su dossier preesistenti (prescrizione e carceri), Bonafede ha qualche carta da giocare.
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