di Angela Stella
Il Riformista, 25 gennaio 2021
Non si placano le polemiche per le improvvide dichiarazioni del Procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri al Corriere della Sera: "Noi facciamo richieste, sono i giudici delle indagini preliminari, sempre diversi, che ordinano gli arresti. Così è avvenuto anche in questo caso. Poi se altri giudici scarcerano nelle fasi successive non ci posso fare niente, ma credo che la storia spiegherà anche queste situazioni", ha risposto così il pm al collega che gli ha chiesto come mai spesso le sue inchieste vengano ridimensionate. Incalzato dal giornalista, "Che significa? Ci sono indagini in corso? Qualche pentito che parla anche di giudici?", Gratteri ha replicato: "Su questo ovviamente non posso rispondere".
Poche purtroppo sono state le reazioni in questi giorni, e oggi per fortuna è arrivata anche quella dell'Esecutivo di Magistratura Democratica: seppur "ben consapevoli di quanto sia importante la libertà di parola dei magistrati, anche quale prezioso strumento di difesa della giurisdizione" tuttavia, sottolinea l'esecutivo presieduto dal Segretario Nazionale Mariarosaria Guglielmi, "le parole del Procuratore Gratteri si trasformano nell'esatto contrario e in un rischio per il libero dispiegamento della giurisdizione".
Non è affatto morbida l'analisi che fanno da Md, perché dicono chiaramente quello che a tutti, o quasi, è apparso chiaro, ossia che le parole del pm calabrese sono gravissime perché alluderebbero a pericolose complicità tra giudici e malavita: "Non crediamo - scrivono - che la comunicazione dei Procuratori della Repubblica possa spingersi fino al punto di lasciare intendere che essi siano gli unici depositari della verità, e di evocare l'immagine del giudice che si discosti dalle ipotesi accusatorie come nemico o colluso".
"Con un tale agire - prosegue la nota di Md - il Pubblico Ministero dismette il suo ruolo di primo tutore delle garanzie e dei diritti costituzionali - a partire dal principio di non colpevolezza - e assume quello di parte interessata solo al conseguimento del risultato, lontano dalla cultura della giurisdizione e dall'attenzione all'accertamento conseguito nel processo".
A Gratteri, sostengono da Md, andrebbe ricordato anche che "La Direttiva 2016/343/UE del 9 marzo 2016, all'art. 4, prescrive agli Stati membri di 'adottare le misure necessarie per garantire che, fino a quando la colpevolezza di un indagato o imputato non sia stata legalmente provata, le dichiarazioni pubbliche rilasciate da autorità pubbliche e le decisioni giudiziarie diverse da quelle sulla colpevolezza non presentino la persona come colpevole". Crediamo - conclude la nota - nel ruolo del Pubblico Ministero che agisce nella consapevolezza della necessaria relatività delle ricostruzioni accusatorie, della necessità di verificarle nel contraddittorio, e del ruolo del giudice terzo e indipendente".
Temiamo purtroppo che questa indignazione, arrivata se non erriamo nel silenzio delle altre associazioni di magistrati, non servirà a smuovere le giuste coscienze e i giusti organi che potrebbero invece aprire una seria riflessione, prodromica chissà anche ad un richiamo disciplinare, in merito a quanto affermato da Gratteri. Dal Csm tutto tace ovviamente, mentre l'Anm ha già seppellito la questione e lo ha fatto con una dichiarazione del Presidente Santalucia, giunta dopo che Gratteri aveva commentato a sua volta il durissimo comunicato dell'Unione delle Camere Penali. Ecco ricostruita la sequela di dichiarazioni.
I penalisti italiani hanno fortemente stigmatizzato le dichiarazioni di Gratteri: "Queste affermazioni rappresentano un attacco di inaudita gravità all'autonomia e indipendenza dei giudici. L'Unione scrive al CSM per le sue opportune valutazioni, e ad ANM per conoscere quali iniziative intende porre in essere a tutela dei giudici che non hanno condiviso, o eventualmente non condivideranno, le ipotesi accusatorie a fondamento delle indagini del Dott. Gratteri".
A ciò è seguita una nota all'Ansa del Procuratore di Catanzaro che si è rivolto proprio all'Ucpi: "Sono a conoscenza della nota inoltrata dalle camere penali, ma ribadisco nuovamente, come fatto anche in passato, che il riferimento alle scarcerazioni e a quello che accadrà in futuro sta a significare che io e il mio ufficio siamo assolutamente convinti, sulla base delle indagini fatte, della bontà delle nostre richieste nel pieno rispetto delle norme processuali ivi compreso il diritto all'impugnazione dei provvedimenti riconosciuto ad entrambe le parti processuali".
Non occorre commentare l'antinomia di questa dichiarazione con quanto affermato invece al Corsera. Comunque a mettere una pietra sul "Caso Calabria", come lo ha intitolato Md, è arrivato proprio il Presidente dell'Anm, Santalucia che in maniera pilatesca ha dichiarato: "La nota oggi diffusa (ieri da Gratteri, ndr) nella parte in cui sottolinea il rispetto delle norme processuali e fa richiamo agli strumenti delle impugnazioni come legittima reazione, dentro il processo, a provvedimenti non condivisi, sembra poter dissipare perplessità e chiarire equivoci". A Repubblica Santalucia si è spinto oltre e, commentando l'altra incredibile dichiarazione di Gratteri sull'intreccio tra la sua inchiesta e la crisi di governo, ha detto: "Anzi, sa cosa penso? Che forse ha ecceduto nel giustificarsi al contrario quando ha parlato delle regionali e dell'esigenza di aspettare".
Nel pomeriggio di domenica, è di nuovo l'Unione delle Camere Penali ad intervenire chiedendo che il "caso Gratteri non sia frettolosamente liquidato". Lo fa indirizzando una lettera proprio al Presidente dell'Anm Giuseppe Santalucia: "Crediamo sia doveroso mettersi tutti nei panni di quei Vostri Colleghi (Giudici del merito e della Corte di Cassazione) che già dalle prossime ore saranno destinatari delle iniziative di impugnazione avverso questa ennesima infornata di arresti; e magari, già che ci siamo, anche in quelli degli avvocati che dovranno patrocinarle.
Ed è questa la ragione per la quale ci siamo permessi di rivolgerci a Voi. Non avvertite alcun problema? Non registrate un qualche possibile disagio? Non ritenete di dover far giungere a quei giudici la piena, solidale vicinanza dell'Associazione nazionale magistrati a difesa della loro indipendenza, integrità e libertà morale?
O altrimenti dobbiamo immaginare che il tema della indipendenza e della autonomia della magistratura vale solo a salvaguardia delle iniziative giudiziarie delle Procure, ma non dei Giudici che ne vagliano il fondamento? Mi consenta di esprimere l'auspicio che questa vicenda, lungi dall'essere così frettolosamente liquidata, possa costituire l'occasione per un franco e leale dibattito pubblico, come merita la cruciale rilevanza delle questioni che essa implica".
Non possiamo non concludere quindi con la domanda retorica (?) che si è posto l'avvocato Valerio Spigarelli in un suo dialogo con il professor Giorgio Spangher in un video sulla pagina Facebook L'Asterisco: "Perché Santalucia non vede questa enormità? In questo contesto manca la difesa della giurisdizione proprio da chi la dovrebbe difendere".
di Antonella Dario*
Il Sole 24 Ore, 25 gennaio 2021
I pericoli ai quali il minore è esposto nell'uso della rete telematica rendono necessaria una tutela specifica degli stessi e un rafforzamento degli obblighi inerenti alla responsabilità genitoriale. La tragica morte di una bambina di dieci anni - parrebbe, dalle cronache, a seguito di un c.d. challenge su un popolare social network per giovanissimi - ha riacceso nuovamente i riflettori sulle delicatissime dinamiche della rete, quando sono interessati i minori: oggi è sempre più frequente, anche per loro, l'utilizzo di internet e, in generale, degli strumenti di comunicazione telematica, al fine di acquisire notizie e di esprimere le proprie opinioni.
La prima generazione digitale ("digital natives") si è sviluppata in un contesto in cui la tecnologia pare essere diventata non solo un supporto ma addirittura una necessità, attraverso cui si manifesta il bisogno di esprimerci, comunicare, intrattenerci e, in definitiva, di evitare la solitudine. L'impiego di tali mezzi consente l'esercizio di un diritto di libertà, ossia del diritto di ricevere e comunicare informazioni e idee: in particolare, il diritto all'informazione e alla comunicazione, è riconducibile alla libertà di espressione ai sensi del primo comma dell'art. 10 della Convenzione di Roma del 1950 e costituisce un interesse fondamentale della persona umana.
La libertà di espressione, al livello sovranazionale, è tutelata dall'art. 11 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea del 7 dicembre del 2000 e nella Costituzione la libertà di comunicazione trova garanzia e riconoscimento nell'art. 21 che sancisce il diritto di ogni persona di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, con lo scritto e con ogni altro mezzo di diffusione.
Il diritto alla libertà di espressione trova tuttavia alcuni limiti. Occorre considerare che, dall'anomalo utilizzo dei suddetti mezzi, derivano enormi pericoli per gli stessi minori che sono soggetti deboli e, non avendo raggiunto un'adeguata maturità ed essendo ancora in corso il processo relativo alla loro formazione, necessitano di apposita tutela. Oggi, quindi, si presenta come necessaria una regolamentazione specifica della responsabilità dei genitori in relazione ai possibili illeciti civili e penali che i minori possono compiere utilizzando gli strumenti elettronici connessi a Internet e questo pone la necessità di una specifica formazione all'utilizzo della rete telematica.
Sotto tale profilo, si deve osservare che l'anomalo utilizzo da parte del minore dei mezzi offerti dalla moderna tecnologia, tale da lederne la dignità cagionando un serio pericolo per il sano sviluppo psicofisico dello stesso, può essere sintomatico di una scarsa educazione e vigilanza da parte dei genitori. Il diritto alla libertà di espressione trova un primo limite nella tutela della dignità della persona, in particolare quando si tratta di minore di età.
A questo proposito la Corte di Cassazione civile, sez. III, con sentenza del 5 settembre 2006, n. 19069, ha affermato la necessità di tutelare il minore nell'ambito del mondo della comunicazione, facendo riferimento in particolare all'art. 16 della Convenzione sui diritti del fanciullo approvata a New York il 20 novembre 1989, che sancisce il diritto di ogni minore a non subire interferenze arbitrarie o illegali con riferimento alla vita privata, alla sua corrispondenza o al suo domicilio e a non subire lesioni alla sua reputazione e al suo onore.
L'art. 3 della Convenzione di New York prevede poi che, in ogni procedimento davanti al giudice che coinvolga un minore, l'interesse superiore di quest'ultimo deve essere senz'altro considerato preminente. Tale preminenza ha quindi luogo anche nel giudizio di bilanciamento con eventuali e diversi valori costituzionali, quali il diritto all'informazione e la libertà di espressione degli altri individui. Il bilanciamento con eventuali e diversi valori costituzionali, quali il diritto all'informazione e la libertà di espressione degli altri individui.
I pericoli ai quali il minore è esposto nell'uso della rete telematica rendono, quindi, necessaria una tutela specifica degli stessi e un rafforzamento degli obblighi inerenti alla responsabilità genitoriale, che impongano ai genitori non solo il dovere di impartire al minore un'adeguata educazione all'utilizzo dei mezzi di comunicazione, ma anche di compiere un'attività di vigilanza sul minore per quanto concerne il suddetto utilizzo. Questo al fine di prevenire, da un lato, che i minori siano vittime dell'abuso di internet da parte di terzi e, dall'altro, a evitare che i minori cagionino danni a terzi o a sé stessi mediante gli strumenti di comunicazione telematica. E questo è il secondo limite alla libertà di espressione tramite internet. Il dovere di vigilanza dei genitori è, quindi, strettamente connesso all'estrema pericolosità di quel sistema e di quella potenziale esondazione incontrollabile dei contenuti.
La responsabilità civile dei genitori - La responsabilità del compimento di eventuali illeciti da parte dei minori ricadrà conseguentemente sui genitori. La responsabilità dei genitori varia a seconda che si tratti di illecito civile o penale. In ambito civile, al pari di qualsiasi altra tipologia di illecito, anche quello commesso sulla rete internet implica una responsabilità dei genitori ex art. 2048 c.c. connessa ai doveri inderogabili ex art. 147 c.c., che è "attenuata" solo nel caso in cui i genitori diano prova di aver impartito una buona educazione e di aver predisposto ogni ragionevole misura di sicurezza al fine di evitare la commissione dell'illecito, nonché di non essere riusciti a impedire il fatto nonostante l'adeguata vigilanza espletata. Si applica la cosiddetta "responsabilità oggettiva" (Cass. 2413/2014 e 3964/2014).
La Suprema Corte ha infatti specificato che deve ritenersi presunta la culpa in educando dei genitori, qualora il fatto illecito commesso dal figlio minore sia di tale gravità da rendere evidente la sua incapacità di percepire il disvalore della propria condotta, confermando il principio per cui i genitori di un figlio minorenne con essi convivente possono sottrarsi alla responsabilità ex art. 2048 c.c. solo nel caso in cui dimostrino l'assenza di una loro culpa in vigilando e in educando, con la precisazione che, in talune fattispecie, è possibile ritenere in re ipsa la culpa in educando e, pertanto, non è sufficiente un'allegazione generica, bensì è necessario fornire una prova specifica e rigorosa sulla correttezza dell'educazione impartita.
La responsabilità penale dei genitori - In ambito penale invece, in ossequio alle disposizioni codicistiche, il minore di quattordici anni è sempre non imputabile e la relativa responsabilità ricadrà, dunque, sui genitori o sugli esercenti la relativa responsabilità. Per quanto attiene, invece, al minore di diciotto anni che abbia compiuto i quattordici anni, questo sarà imputabile, a meno che non si fornisca la prova della sua incapacità (artt. 97 e 98 c.p.). Il nostro sistema normativo prevede un regime rigoroso di responsabilità dei genitori verso i terzi per il fatto illecito commesso dai figli minorenni, con presunzione di responsabilità per culpa in vigilando e culpa in educando.
Il dovere di educare secondo la giurisprudenza di merito - Caso emblematico è quello sottoposto all'attenzione dei giudici del Tribunale di Caltanissetta, chiamati a valutare l'incidenza delle azioni di stalking attuate dal minore e perpetrate ai danni di una sua compagna di classe. Nel caso appena citato era emerso che il ragazzo "in concorso con altri minori (...), con condotte reiterate e utilizzando il sistema di messaggistica istantaneo WhatsApp, molestava un'altra minorenne, in modo tale da cagionarle un perdurante e grave stato di ansia e di paura, costringendola a modificare le proprie abitudini di vita, per il fondato timore per l'incolumità propria e dei propri cari". I giudicanti hanno ritenuto che la condotta implicasse il supporto dei Servizi Sociali in relazione all'incapacità dei genitori di impartire una sana e corretta educazione, nonché una adeguata attività di vigilanza. Il Tribunale, con sentenza depositata l'8 ottobre 2019, ha affermato che gli obblighi inerenti alla responsabilità genitoriale impongono non solo il dovere di impartire al minore un'adeguata educazione all'utilizzo dei mezzi di comunicazione, ma anche di compiere un'attività di vigilanza sul minore per quanto concerne il suddetto utilizzo.
A ciò ha aggiunto che "l'educazione deve essere, inoltre, finalizzata a evitare che i minori cagionino danni a terzi o a sé stessi mediante gli strumenti di comunicazione telematica; sotto tale profilo si deve osservare che l'anomalo utilizzo da parte dei minori dei social network e, in generale, dei mezzi offerti dalla moderna tecnologia tale da lederne la dignità cagionando un serio pericolo per il sano sviluppo psicofisico degli stessi, può essere sintomatico di una scarsa educazione e vigilanza da parte dei genitori; i genitori sono tenuti non solo ad impartire ai propri figli minori un'educazione consona alle proprie condizioni socio-economiche, ma anche ad adempiere a quell'attività di verifica e controllo sulla effettiva acquisizione di quei valori da parte del minore; riguardo all'uso della rete telematica l'adempimento del dovere di vigilanza dei genitori è, inoltre, strettamente connesso all'estrema pericolosità di quel sistema e di quella potenziale esondazione incontrollabile dei contenuti".
Il dovere di vigilanza dei genitori - Al riguardo la stessa giurisprudenza di merito, richiamando alcuni principi già consolidati, ha affermato che "il dovere di vigilanza dei genitori deve sostanziarsi in una limitazione sia quantitativa che qualitativa di quell'accesso, al fine di evitare che quel potente mezzo fortemente relazionale e divulgativo possa essere utilizzato in modo non adeguato da parte dei minori (dello stesso avviso già il Tribunale di Teramo che, con sentenza 6 gennaio 2012, ha affrontato la questione relativa alla responsabilità civile dei genitori ai sensi dell'art. 2048 c.c. nell'ipotesi di danno cagionato dal minore attraverso Facebook)". Considerata, nel caso di specie, l'anomala condotta posta in essere dal minore, avuto riguardo anche alla pericolosità del mezzo utilizzato, il Tribunale ha ritenuto opportuno svolgere un'attività di monitoraggio e supporto del giovane e della madre anche al fine di verificare le capacità educative e di vigilanza della stessa. Tale compito è stato affidato al Servizio Sociale competente sul territorio e il Tribunale ha, quindi, dichiarato decaduta dalla responsabilità genitoriale la madre nei confronti del figlio minore.
Ancor più recentemente, il Tribunale di Parma, con sentenza del 5 agosto 2020, ha ribadito che il diritto-dovere dei genitori di educare i propri figli comprende anche l'educazione digitale dei minori, precisando nel caso di specie che "I contenuti presenti sui telefoni cellulari dei minori andranno costantemente supervisionati da entrambi i genitori, evitando la comparsa di materiali non adatti all'età ed alla formazione educativa dei minori. La stessa regola vale per l'utilizzo eventuale del computer, al quale andranno applicati i necessari dispositivi di filtro".
Uno sguardo alla realtà - Per utilizzare i social network, secondo la normativa vigente, occorre aver compiuto almeno 14 anni. Fra i 13 e i 14 è possibile farlo, ma con la supervisione dei genitori.
Sotto i 13 anni è semplicemente vietato usare Facebook, Instagram, Twitter, Snapchat o WhatsApp. Ma non è davvero così nella realtà. Secondo dati statistici, l'85% dei ragazzi tra i 10 e i 14 anni possiede un profilo social. Nessuno al momento dell'iscrizione ha indicato la sua vera età, neppure quel 22% che lo ha fatto con un genitore presente, mentre il 91% non parla con i genitori di quelle che vede o che dice su internet.
Regole di comportamento in internet - È opportuno insegnare agli adolescenti e ai bambini ad avere un comportamento corretto e sicuro quando si usa internet. Alcune semplici regole sono: rispettare gli altri; non diffondere mai informazioni personali; non accettare mai appuntamenti con gli amici "Internet"; spegnere il computer se ci si sente a disagio.
Decalogo per un uso consapevole della rete e dei media
-tenere il pc sempre aggiornato. Gli antivirus e gli aggiornamenti sono la miglior difesa contro i virus;
-porre attenzione alla scelta della password e alle funzioni di ripristino;
-stare molto attenti alla propria privacy;
-rispettare anche quella degli altri;
- imparare ad usare il browser e navigare sempre tramite programmi sicuri per evitare insidie e siti pericolosi;
-anche per gli acquisti on line, bisogna imparare a capire quando un sito è sicuro;
-se vi sono dubbi, chiedere sempre ai genitori o un adulto.
Considerazioni finali - La prima generazione digitale è nata con il World Wide Web. I bambini sono in grado di comprendere il funzionamento di internet meglio dei genitori: tuttavia, proprio perché non hanno ancora acquisito la maturità necessaria per discernere ciò che è bene e ciò che è male, né per avvertire insidie e pericoli, nel rispetto dei propri doveri formativi, i genitori non possono permettersi di restare dei semplici osservatori.
Questi hanno il dovere di stabilire le regole base e per farlo devono in primo luogo conoscere ciò di cui si parla. Solo così le regole date saranno comprese e accettate dai bambini. È molto importante stabilire anche disposizioni precise sul tempo concesso ai bambini per la navigazione online e sui siti web cui possono accedere, anche utilizzando specifici programmi e funzioni di "controllo genitori".
Questo consente di vigilare i minori e controllare che non abbiano libero accesso ad alcune categorie di siti come quelli di violenza, pornografia, giochi online ecc., regole fondamentali senza le quali i bambini possono sviluppare una dipendenza da computer con danni anche psicologici e allo sviluppo emotivo.
Il bullismo sul web e i filmati violenti sono un'altra preoccupante tendenza in crescita e qui le conseguenze sono, purtroppo, troppo spesso drammatiche. Per questo è fondamentale anche approfondire e rafforzare la collaborazione dei genitori con le scuole e le altre autorità e, soprattutto, creare un solido rapporto di fiducia coi propri figli basato su una costante comunicazione bidirezionale.
*Avvocato
iltorinese.it, 25 gennaio 2021
"Occorre valutare attentamente come utilizzare al meglio le strutture esistenti e le risorse in campo, a cominciare da quelle del personale. Siamo ancora in tempo: meglio puntare sul recupero degli spazi esistenti nelle carceri di Alba, Cuneo e Alessandria.
Senza contare che i progetti faraonici di Savona e l'ipotesi di convertire in carcere una caserma di Casale Monferrato rischiano di rivoluzionare il panorama carcerario piemontese senza risolvere le criticità da noi denunciate".
Lo ha dichiarato il garante regionale delle persone detenute Bruno Mellano al termine dell'incontro, svoltosi nella sede del Comune di Asti, tra il sindaco Maurizio Rasero e il provveditore dell'Amministrazione penitenziaria Pierpaolo D'Andria, alla presenza della garante comunale dei detenuti Paola Ferlauto. Focus della riunione: il progetto del nuovo padiglione da 120 posti, da edificare al posto dell'attuale campo da calcio della Casa di reclusione di Asti.
Mellano ha auspicato che l'ipotesi di costruzione del padiglione venga riconsiderata e alle sue perplessità si sono unite quelle dall'Amministrazione comunale, preoccupata che il progetto non sia utile a risolvere le criticità già note, andando a peggiorare una situazione già di per sé precaria e già nota a livello nazionale.
Al termine dell'incontro Mellano ha chiesto a Rasero "un aiuto da parte del Comune per interventi di accoglienza dei familiari dei detenuti, dal momento che il carcere di Asti ospita detenuti appartenenti a circuiti di diversi livelli di sicurezza e provenienti da altre zone d'Italia". I garanti hanno inoltre chiesto che l'Ufficio detenuti del Provveditorato fornisca numeri ed elenchi di detenuti astigiani presenti nelle altre carceri del Piemonte per poter dare la migliore assistenza possibile alle situazioni di fragilità sociale magari ancora sconosciute all'Amministrazione comunale.
di Francesca Sabella
Il Riformista, 25 gennaio 2021
L'arrivo e il protrarsi della pandemia hanno fatto abbassare la curva degli ingressi nelle carceri campane, ma il numero di nuovi detenuti resta comunque molto alto. Secondo i dati diffusi dal Ministero della Giustizia, nel 2020 sono stati 3.680 gli ingressi dalla libertà (cioè i casi di persone entrate in cella per la prima volta) negli istituti di pena regionali. Così la Campania diventa la quarta area per ingressi in carcere dopo la Lombardia, che nel 2020 ne ha registrati 5.378, il Lazio che ne ha fatti segnare 3.964 e il Piemonte con 3.828.
Nel 2019 il bilancio di fine anno aveva fatto segnare numeri decisamente più alti: al 31 dicembre di quell'anno ben 5.113 persone avevano varcato per la prima volta la porta di una prigione campana. Anche il 2018 si era concluso con un numero molto alto di ingressi in cella: 5.195 i nuovi detenuti. Nello stesso anno anche la Lombardia raggiungeva cifre ragguardevoli: addirittura 7.528 le persone entrate in prigione.
Le restrizioni, la vita sociale pressoché azzerata, lo stop alla mobilità e il coprifuoco hanno senz'altro frenato la delinquenza, ma il sovraffollamento degli istituti di pena resta comunque uno dei principali problemi del sistema carcerario. "La diminuzione dei nuovi detenuti è stata avvertita relativamente poco all'interno delle carceri - spiega Antonio Fullone, provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria - Certo, meno ingressi vuol dire più spazio per i reclusi, ma non bastano questi numeri a risolvere il problema del sovraffollamento e della necessità di osservare il distanziamento sociale, misura precauzionale molto difficile da seguire per chi vive in cella".
Gli ultimi numeri rivelano, infatti, che nelle carceri campane ci sono circa 600 detenuti in più rispetto alla capienza regolamentare. Poggioreale ospita più di 2mila detenuti a fronte di un numero massimo di mille e 600. E, per il futuro, c'è il timore che il ritorno alla vita normale faccia aumentare i reati, anche alla luce della crisi che stritola la popolazione. "Già da un po' di tempo gli ingressi stanno per raggiungere i livelli "ordinari", quindi precedenti rispetto all'emergenza sanitaria, perché la seconda ondata della pandemia è stata caratterizzata da misure meno restrittive - continua Fullone - Preoccupa la nascita di una classe di "nuovi poveri" e il rischio concreto che quei soggetti che già vivevano ai limiti della legalità superino quel confine labile. La sensazione è che le ultime persone arrestate abbiano commesso il reato a causa delle gravi difficoltà del momento".
Più ingressi in carcere vorrebbe dire far scoppiare le celle, se si considera anche che le scarcerazioni procedono a singhiozzo. "I provvedimenti finora adottati per decongestionare le carceri non sono serviti a molto - spiega Riccardo Polidoro, responsabile dell'Osservatorio Carcere dell'Unione delle Camere Penali Italiane - Occorre un provvedimento che blocchi gli ingressi in carcere per i reati minori e non socialmente pericolosi. I tribunali sono in tilt, i giudici di sorveglianza riescono a fare poco o niente per concedere misure alternative ai detenuti anche perché manca lo strumento principale: una legge che consenta davvero di svuotare i penitenziari. Se a questo aggiungiamo la legge sulla nuova prescrizione, la situazione peggiora ulteriormente e non è ancora chiaro come si riusciranno a fare tutti questi processi in tempi ragionevoli". La soluzione? "Resettare il sistema approvando indulto e amnistia".
Secondo Polidoro un'altra questione da risolvere è anche di stampo culturale e affonda le sue radici in una profonda disinformazione: "Morti ritengono che la giustizia funzioni se tanti non sanno nulla di tribunali e penitenziari. Se sapessero quanto sono ingiusti certi processi e certe inchieste che vanno avanti per anni e anni, o quanto costa un processo e quante risorse umane e finanziarie impone un detenuto, credo che cambierebbero idea".
antudo.info, 25 gennaio 2021
Intervista a Pino Apprendi, Presidente di Antigone Sicilia e membro del comitato "Esistono i Diritti", sulla necessità di istituire un garante dei detenuti per l'area del palermitano. Qualche giorno fa è arrivata la notizia di un nuovo focolaio all'interno della casa circondariale Pagliarelli di Palermo. Sembrano essere 48 i detenuti attualmente positivi al Covid-19. Che il virus sarebbe arrivato anche dentro le carceri lo si temeva da tempo, e già alcuni casi in Sicilia erano stati registrati nei mesi scorsi.
Gli istituti penitenziari siciliani sono 23; per tutti c'è un'unica figura di riferimento: il garante dei detenuti siciliani Giovanni Fiandaca (lo abbiamo sentito qui) che si fa carico di monitorare le condizioni detentive e di raccogliere le istanze dei detenuti. Il comitato Esistono i Diritti crede che un solo garante non sia sufficiente e sostiene che sia necessario nominarne uno che operi esclusivamente nell'area di Palermo. Abbiamo intervistato Pino Apprendi, membro del comitato e Presidente di Antigone Sicilia, per saperne di più.
Un garante per Palermo - Da oltre un anno il comitato Esistono i Diritti si è intestato la battaglia per istituire nella città metropolitana di Palermo il garante dei detenuti. Questo alla luce del fatto che nella città insistono tre carceri: la casa circondariale di Pagliarelli, il carcere dell'Ucciardone, il carcere minorile di Malaspina; si aggiunge, compreso nell'area metropolitana, l'istituto di Termini Imerese. Sono quattro realtà molto importanti.
Il Pagliarelli da solo conta 1100 detenuti; l'Ucciardone quasi 500; una ventina di ragazzi si trovano al carcere minorile; un centinaio nell'istituto di Termini Imerese. Riteniamo sia necessario istituire questa figura e, per questo, sollecitiamo il consiglio comunale di Palermo affinché approvi un regolamento che consenta di nominare un garante che possa interloquire con i detenuti nell'arco del mese o, sicuramente, visitare almeno una volta al mese tutte e quattro le carceri.
Un garante regionale non basta - Quanto detto sopra è una cosa quasi impossibile da fare per il garante regionale, conoscendo il territorio siciliano e le difficoltà che ci sono negli spostamenti. Se il garante deve andare da Palermo a Ragusa, a Siracusa o a Catania piuttosto che ad Agrigento, non basta nemmeno una giornata per gli spostamenti. Riteniamo che istituire i garanti in quelle comunità di cittadini dove c'è un carcere possa essere d'aiuto al lavoro importante che già fa il garante regionale.
La detenzione durante il Covid - Questo anche alla luce di quanto succede tutti i giorni. Da quando c'è il Covid i colloqui non si effettuano più con regolarità come prima, viene meno il supporto delle associazioni di volontariato, viene meno la didattica a distanza (questo per fortuna non in tutte le carceri). Manca, insomma, un collante tra l'interno e l'esterno.
La vita in carcere di un detenuto è già molto complicata, non avere persone con le quali interloquire la rende drammatica. Non avere con chi parlare, a chi chiedere qualcosa, significa per esempio non poter richiedere una medicina urgente (che arriva quasi sempre in ritardo), non poter comunicare il proprio disagio psichico.
Questo lo diciamo anche per agevolare, per certi aspetti, il rapporto che c'è tra il detenuto e la polizia penitenziaria. Perché queste tensioni che si accumulano probabilmente poi vanno a scaricare nel contatto giornaliero fra detenuto e agente. Avere un'interfaccia che si occupa del detenuto può servire sicuramente a migliorare le condizioni generali in carcere, quindi per noi è importante la figura del garante. È un lavoro indispensabile.
Un ritardo ingiustificato - Il comitato Esistono i Diritti l'anno scorso ha messo su un'iniziativa davanti all'Ucciardone in cui tutti erano vestiti da Babbo Natale, sperando di poter portare ai detenuti la bella notizia dell'istituzione del garante. Ma è passato già un anno e questo consiglio comunale - per una serie di problemi che spero e credo non siano legati alla cattiva volontà dei singoli - non ha ancora comunicato il regolamento. Noi esercitiamo la nostra pressione pacifica tramite il comitato, che al suo interno peraltro ha ben quattordici consiglieri comunali tra maggioranza e opposizione. Quindi è veramente ingiustificato questo ritardo nell'approvazione del regolamento.
ilsicilia.it, 25 gennaio 2021
È giallo sulla morte, nel carcere di Termini Imerese (Palermo), di Chiheb Hamrouni, 29 anni, tunisino, residente a Marsala, tra i principali imputati nel processo scaturito dall'indagine "Scorpion Fish" (traffico di migranti e contrabbando di sigarette), portata a termine da Dda e Guardia di finanza il 6 giugno 2017. Lo scorso 4 giugno, la seconda sezione della Corte d'assise d'appello di Palermo (presidente Angelo Pellino), confermandone la condanna, gli aveva ridotto la pena da 7 anni e 4 mesi di carcere a sei anni e mezzo più 116 euro di multa.
A divulgare la notizia della morte di Chibeb Hamrouni è stato il suo legale, Fabio Sammartano, del foro di Trapani, che dice: "La salma è stata posta sotto sequestro, a disposizione dell'autorità giudiziaria di Termini Imerese, il pm Giacomo Barbara, e verrà eseguita l'autopsia. La direzione del carcere ha avvisato questa mattina il difensore riferendo di un arresto cardiaco.
Tuttavia gli stessi uffici hanno avvisato anche i familiari abitanti nel trapanese precisando loro di un'aggressione subita in cella con circostanze ancora da chiarire. Il detenuto - conclude il legale - aveva da poco reso importanti dichiarazioni nell'ambito di altre indagini della Dda palermitana in materia di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e contrabbando transnazionale di tabacchi lavorati esteri nell'ambito delle operazioni Scorpion fish 2 e Scorpion fish 3".
Nel corso dei processi in cui era imputato, Hamrouni ha ricostruito uomini e meccanismi dei traffici di migranti e sigarette contribuendo con le sue dichiarazioni alle indagini "Scorpion fish 2" e "Scorpion fish 3". Recentemente era stato ascoltato dai pm della Dda di Palermo nell'ambito di un'indagine tuttora in corso.
di Sara Dellabella
L'Espresso, 25 gennaio 2021
L'allarme lanciato da Stefano Vicari, responsabile di Neuropsichiatria dell'Infanzia e dell'Adolescenza del Bambino Gesù: "L'isolamento mette a grave rischio la tutela della loro salute mentale. Stiamo negando ai ragazzi una parte affettiva che fa parte del loro diventare adulti".
"Si tagliano gli avanbracci, le cosce, l'addome. Altri tentano il suicidio. Mi viene in mente una ragazzina di 12 anni che si è buttata dalla finestra che è il modo più usato tra i ragazzi tra i 12 e i 15 anni. Buttarsi dalla finestra o l'ingerimento di un numero congruo di farmaci, a volte si impiccano, eccezionalmente usano armi da fuoco come invece avviene frequentemente in altri paesi come, ad esempio, gli Stati Uniti.
Gli adolescenti tendono a emulare quanto vedono sulla rete ed è per questo, probabilmente, che un metodo molto utilizzato in questo periodo è l'assunzione di grandi dosi di tachipirina oppure rastrellano tutti i farmaci che trovano in casa e ingeriscono un mix". Ecco come rischiano di morire gli adolescenti e la cronaca la fa il Prof. Stefano Vicari, Ordinario di Neuropsichiatria Infantile presso la facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e Responsabile dell'Unità Operativa Complessa di Neuropsichiatria dell'Infanzia e dell'Adolescenza, dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù.
Il suo racconto è accorato e preoccupato perché con il Covid le cose sono peggiorate e di molto: "Sicuramente c'è una coincidenza molto sospetta e siamo certi che la rapida crescita a cui assistiamo in questi ultimi mesi di alcuni disturbi in particolare come l'ansia, l'irritabilità, lo stress, i disturbi del sonno sono legati direttamente all'isolamento". Tra i giovani è vera e propria emergenza. Per esempio a dicembre il Reparto di Neuropsichiatria infantile dell'ospedale Regina Margherita di Torino ha lanciato l'allarme: i ricoveri per Tentativi Suicidio (TS) sono passati da 7 nel 2009 a 35 nel 2020 e nello stesso periodo (2009-2020), nel Day hospital psichiatrico, l'ideazione suicidaria è passata dal 10% all'80% dei pazienti in carico. Numeri che fanno rabbrividire, soprattutto se si pensa che riguardano i giovanissimi.
E al Bambino Gesù di Roma com'è la situazione?
"Vediamo negli anni un incremento notevolissimo delle attività autolesive e dei tentativi di suicidio: nel 2011 i ricoveri sono stati 12, nell'anno appena concluso abbiamo superato quota 300. Sebbene le statistiche ufficiali ci dicano che il numero dei suicidi è in leggero calo tra gli adolescenti, l'attività autolesiva è in rapido aumento. Mai come in questi mesi, da novembre a oggi, abbiamo avuto il reparto occupato al 100 per cento dei posti disponibili, mentre negli altri anni, di media, eravamo al 70 per cento. Le diagnosi che predominano sono quelle del tentativo di suicidio. Ho avuto per settimane tutti i posti letto occupati da tentativi di suicidio e non mi era mai successo".
Ma una volta curati nel fisico, questi ragazzi come motivano questi gesti?
"Le motivazioni non sono così determinanti. È un atteggiamento figlio di uno psicologismo vecchia maniera: se arrivi in pronto soccorso con l'infarto, ti importa poco sapere il perché quello che conta è di essere curato. Le cause sono importanti ma secondarie. Le malattie mentali sono malattie, hanno una base biologica e sono il risultato di processi lunghi. La familiarità è il primo fattore di rischio. La leggenda del trauma di psicanalitica memoria è stata ridimensionata da un pezzo".
E allora?
"Dobbiamo iniziare a pensare ai disturbi mentali come a vere e proprie malattie, come lo sono il diabete e l'ipertensione, con una base biologica e genetica e fattori ambientali che possono favorirne la comparsa. Non si tratta tanto di come uno viene allattato al seno o del rapporto con la madre, ma è legato molto di più all'esposizione durante la gravidanza ad agenti inquinanti, alcol o fumo durante la gravidanza, nascere prematuri, andare male a scuola, farsi le canne in età precocissima. E poi c'è l'incuria. Il vero maltrattamento, il trauma vero che da un impatto sulla salute mentale non è neanche tanto la violenza, ma l'indifferenza e l'abbandono da parte dei genitori. Forme moderne di incuria sono anche la ipostimolazione, come lasciare un bambino di due o tre anni molte ore davanti la tv o con il tablet."
A cosa lo riconduce questo aumento?
Sappiamo dai dati di letteratura che il lockdown, la chiusura totale e la chiusura delle scuole ha determinato un aumento degli stati d'ansia e depressione nei ragazzi e un disturbo del sonno. I cinesi lo scrivevano già ad aprile - maggio. Talvolta vediamo un disturbo post traumatico da stress perché i ragazzini vivono con forte preoccupazione le preoccupazioni dei genitori. Ci sono adolescenti che sono ancora più estremisti dei genitori, che non toccano niente e non escono più per la paura del contagio.
Lei che consiglierebbe ai genitori?
Di mantenere i ritmi pre Covid: svegliare i figli alle 7:30 - 8:00 del mattino e non lasciarli dormire fino alle 11:00, perché questo vuol dire che la sera non vanno a letto. La deprivazione del sonno è un fattore di rischio a cui fare attenzione: alcuni ragazzi passano l'intera notte a chattare o a giocare online.
Ma quando le famiglie arrivano al pronto soccorso, che atteggiamento hanno?
"In alcuni casi cadono dalle nuvole, sono spaventati perché non si erano mai accorti del malessere dei figli. Ma i genitori non hanno colpe, piuttosto responsabilità. Hanno il dovere di monitorare quello che fanno i ragazzi, chi frequentano. Vuol dire interessarsi alla loro vita, mantenendo un dialogo aperto. Non certo fare i carabinieri. I genitori non sono la causa, ma hanno la grande possibilità di ridurre il rischio, così come la scuola".
Qual è il ruolo della scuola nella prevenzione della malattia mentale?
"La scuola favorisce le relazioni tra coetanei e, in questo senso, è un ammortizzatore dei conflitti adolescenziali. Nella scuola tutti abbiamo sperimentato relazioni positive e con gli amici, solo con essi, parlavamo delle cose che andavamo scoprendo. Chi è che di noi non ha avuto un professore che è stato un elemento di salvezza? Perché gli adolescenti sperimentano e violano i limiti che gli vengono posti dai genitori, e se non c'è qualche altro adulto che ha con il ragazzo un rapporto affettivo valido, rischi che si perda. Oggi questo cuscinetto sociale sta mancando, per questo i ragazzi "sbroccano", diventano aggressivi e violenti, oppure si chiudono sempre di più nella loro stanza e non vogliono più uscire.
E chi dice che questa è una prova che aiuterà i ragazzi a crescere?
"Dice balle. Perché chi avrà gli strumenti sicuramente ce la farà, ma a me preoccupano tutti gli altri. Penso a chi vive in pochi metri quadrati, senza internet, che si deve svegliare molto presto anche solo per poter fare una doccia. A me è andata bene, faccio il Primario e il Professore Universitario, ma vengo da una famiglia economicamente modesta. Il mio riscatto sociale lo devo alla scuola. Senza il mio destino era segnato. Ma oggi chi nasce povero per l'80 per cento rischia di morire povero.
Cosa pensa di tutto questo dibattito sulle scuole chiuse e la Dad?
"Pensare che la scuola sia solo didattica è un errore drammatico. La didattica è una parte marginale della scuola. Bisogna smettere di pensare che la scuola deve formare i futuri lavoratori, trasferendo competenze, la scuola deve trasmettere conoscenze di vita. È una palestra educativa, non un avviamento al lavoro. Questa è una concezione autoritaria della scuola".
I suoi colleghi virologi però dicono che non è ora di tornare a scuola. Le scuole chiuse la preoccupano?
"Moltissimo. Lei cita i virologi che hanno dato ampio spettacolo di dichiarazioni anche contrastanti tra loro. I dati della letteratura ci dicono che ci si infetta a scuola per il 2 per cento. La scuola quindi è un luogo sicuro, ma è poco sicuro tutto quello che c'è intorno, come i trasporti. Stiamo mettendo a grave rischio la tutela della salute mentale degli adolescenti. Ci vorrà molto tempo, una volta finita l'emergenza, per far uscire di casa questi ragazzi che si sono chiusi e ci vorrà tempo per ricostruire relazioni positive. Stiamo negando ai ragazzi una parte affettiva che fa parte del loro diventare adulti".
Mi dà qualche numero di come viene affrontata la malattia mentale degli adolescenti in Italia?
"Sulla salute mentale nei minori in Italia si investe zero. L'OMS dice che "non c'è salute senza salute mentale". Se lei pensa che il 20 per cento degli adolescenti ha un disturbo mentale, c'è da chiedersi come mai i posti letto dedicati alla psichiatria dei minori in Italia siano soltanto 92. I ragazzini non hanno dove essere ricoverati. Io gestisco 8 posti di questi 92, quasi il 10 per cento Ma si rende conto?".
Bastano questi posti per curare i minori di 18 anni?
"No, e quello che succede è che spesso i ragazzini che hanno bisogno di assistenza ospedaliera per un disturbo mentale si ritrovano con gli adulti già cronicizzati o nei reparti di pediatria, insieme a chi ha la bronchite. Lo trovo scandaloso. I servizi territoriali non esistono più. Le Asl hanno impoverito fortemente i servizi di neuropsichiatria infantile.
Perché se ne parla così poco?
"Perché la malattia mentale fa paura. Avere un figlio con un disturbo mentale fa sentire i genitori colpevoli. Se cominciassimo a parlarne come parliamo delle altre malattie, saremmo già un passo avanti. Chiedo che venga posta la massima attenzione su un fenomeno ad oggi completamente ignorato".
di Luigi Bruschi
L'Espresso, 25 gennaio 2021
Il disagio dei giovani non è causato dalla didattica alla distanza in quanto tale. Perché è solo un metodo. E come tale non si improvvisa. "La DaD non funziona", "È una sciagura", "I ragazzi soffrono a causa della DaD", "Imparano meno", "Basta con la DaD". Di questo tenore è il coro di voci critiche che risuonano - sin dall'inizio - tra le mura di molti edifici scolastici nonché, negli ultimi giorni, tra quelle del palazzo ministeriale dell'Istruzione.
Persino il Presidente dell'Ordine degli Psicologi ha dichiarato: "Stare in classe non è solo studiare, i giovani in casa diventano più apatici e irritabili. La didattica digitale è meglio di niente, ma è un palliativo. Il guaio è che è stata portata avanti troppo a lungo". Per di più, pare che i dati sull'apprendimento in mano agli esperti del Ministero non siano rassicuranti: i ragazzi avrebbero imparato meno e sarebbero particolarmente ansiosi. Dunque? Dunque, a sentire il Ministro Azzolina e il Presidente degli Psicologi, per l'appunto, "La DaD non funziona".
Seppure mosso senz'altro da buoni propositi, questo tipo di conclusioni rischia di confondere il dibattito - troppo a lungo rinviato - sulle nuove tecnologie didattiche e sulla dimensione della formazione digitale e, in definitiva, distoglie da un importante quesito che in questa situazione drammatica, forzosamente sperimentale, dovrebbe alimentare le riflessioni in ambito scolastico (ma anche universitario): come funziona la DaD?
Se non si discute su questo, diventa difficile trarre conclusioni su dati che potrebbero essere ricondotti a qualsiasi cosa, anziché all'inaffidabilità della DaD. Tanto per fare qualche esempio: non è verosimile che l'ansia e il minore apprendimento siano riconducibili piuttosto allo stravolgimento della vita quotidiana in sé, alla reclusione e alla privazione sociale, ai timori per il futuro? E paradossalmente: senza la DaD - cioè con la sola reclusione e la didattica completamente sospesa - i nostri ragazzi sarebbero stati meglio? Facile dubitarne. Ecco perché un conto è affrontare la tematica del disagio dei giovani, altro è attribuire il disagio alla DaD, che è nulla più che un metodo, con i suoi principi e i suoi strumenti, e che pertanto, come ogni metodo didattico, va conosciuto a fondo, saputo progettare, saputo gestire. E qui verrebbe da dire "hic sunt leones".
Perché la domanda è: come siamo arrivati all'appuntamento con la didattica digitale? Quando giocoforza si è scelto questo metodo come alternativa alla presenza, quanti docenti erano formati sulla didattica digitale? E quanti ne sono stati formati in itinere, una volta compreso che la situazione di emergenza sanitaria non sarebbe terminata così presto come tutti speravamo?
La DaD, come ogni metodo didattico complesso e articolato, non si improvvisa, né tantomeno si inventa. I princìpi legati all'apprendimento digitale seguono le loro regole, gli strumenti vanno saputi usare. È lecito ad esempio fare a distanza la medesima lezione che si sarebbe fatta in presenza - nei tempi, nella quantità di contenuti, nella densità semantica degli argomenti - semplicemente mettendo tutti davanti a uno schermo? No, non è lecito, perché il 'carico cognitivo' degli studenti - cioè la quantità di informazioni che la memoria è in grado di elaborare - è profondamente diverso: per via del mezzo usato, per l'ambiente in cui ciascuno è (diverso per ciascuno), per la comunicazione "sfocata" dal punto di vista relazionale essendo a distanza.
di Lucia Portolano
il7 Magazine, 25 gennaio 2021
"Tra un po' ci vediamo, vengo a vivere lì". Sembrava tranquillo Marco in quell'ultima video chiamata con la mamma ed alcuni suoi parenti in cui annunciava un suo ritorno in Italia, a Brindisi. Avrebbe detto proprio così il giorno prima di morire. Per questo la famiglia di Marco Celeste, brindisino di 36 anni, non si dà pace, non riesce a credere che si sia suicidato in quella cella del carcere di Ibiza.
"Lo avevamo sentito il 29 dicembre - racconta una parente - aveva fatto una video chiamata con la mamma ed alcuni familiari, stava bene, sembrava tranquillo. Tra poco tempo sarebbe anche uscito dal carcere, per questo aveva detto che sarebbe tornato presto in Italia. Come poteva suicidarsi. Abbiamo troppi dubbi". Esattamente all'indomani di quella video chiamata, il 30 dicembre intorno alle 19 la mamma di Marco ha ricevuto una telefonata dai carabinieri che l'avvertivano che lui era morto. "Abbiamo immediatamente chiamato l'avvocato - dice la donna - che a sua volta ha contattato l'avvocato spagnolo. Purtroppo ci è stato confermato che Marco era deceduto. Prima ci hanno detto che era morto per cause naturali, poi dopo hanno parlato di suicidio. Ci hanno riferito che è stato trovato senza vita sul letto della sua cella, dicono che si sarebbe impiccato con un laccio della tuta. Ma come è possibile questo? Vogliamo chiarezza. Vogliamo capire cosa realmente è accaduto quel giorno, cosa è accaduto in quella cella dove da qualche giorno era stato messo da solo".
Marco Celeste era stato arrestato il 26 giugno di quest'anno, accusato di aver appiccato l'incendio in un bosco, le fiamme avevano provocato dei danni bruciando diversi ettari dell'isola. In primavera si sarebbe dovuto svolgere il processo. Ormai era in carcere da sette mesi. In Spagna per questi reati sono molti severi. Il legale della famiglia, l'avvocato Giacinto Epifani, insieme ad un avvocato spagnolo, aveva preparato un'istanza per chiedere la scarcerazione in attesa del processo. Ma Marco è morto prima di conoscere l'esito di quella richiesta.
Sua madre, chiusa in un profondo dolore, lo ha rivisto 20 giorni dopo la sua morte. La salma del 36enne è arrivata all'obitorio del cimitero di Brindisi la sera del 19 gennaio dopo una lunga procedura burocratica. Il pubblico ministero della procura brindisina, Pierpaolo Montinaro, ha disposto l'esame autoptico sul corpo dell'uomo per il 25 gennaio. In quella stessa data sarà conferito l'incarico al medico legale, e sarà eseguita l'autopsia che potrà fornire importanti elementi sulle cause del decesso.
La mamma e il fratello avevano incaricato l'avvocato Epifani ha presentato una denuncia contro ignoti affinché la procura potesse aprire un'indagine. Il legale ha chiesto che venisse acquisita tutta la documentazione sulla morte dell'uomo. "I rapporti tra Italia e Spagna sono buoni, non stiamo parlando dell'Egitto - dice il legale - sarà facile ottenere tutta la documentazione dalla polizia spagnola. La famiglia ha dei dubbi ed è giusto che riceva risposte davanti ad una tragedia simile".
Marco Celeste viveva ad Ibiza da oltre 4 anni, aveva raggiunto un suo parente che aveva aperto una pizzeria sull'isola. Era rimasto lì a fare il muratore, lavorava in una ditta, poi con l'arrivo della pandemia era stato messo in cassaintegrazione. "Era bravissimo nel suo lavoro - dice ancora la parente - aveva preso in affitto una casa in campagna e viveva bene sino quando non è accaduto l'incendio. Nei primi giorni dell'arresto era caduto in depressione, poi si era ripreso, aveva intrapreso un percorso con uno psicologo ed era molto tranquillo.
Aveva anche peso 20 chili. Sua madre lo sentiva ogni giorno, ed una volta a settimana si collegavano in video chiamata. Non ha mai dato segni di squilibrio psicologico. Mai una frase fuori posto. Lui è sempre stato un ragazzo forte, che non ha mai dato fastidio a nessuno. È incomprensibile quello che è accaduto".
I suoi parenti lo hanno visto per l'ultima volta a Natale del 2019, era venuto a Brindisi per trovare la mamma, poi a causa del lockdown è dovuto restare in Spagna per questo aveva promesso che sarebbe ritornato una volta uscito dal carcere.
La sua famiglia ora si pone tanti interrogativi ai quali forse l'autopsia potrà dare qualche risposta. Ma c'è un altro passaggio sul quale ha sempre dubitato la mamma di Marco. "A novembre il direttore del carcere ci ha chiamato - aggiunge ancora la donna - per comunicare che Marco era in ospedale in quanto si era rotto la tibia giocando a calcio con gli altri detenuti. Ci siamo sempre chiesti come fosse possibile che in tempo di Covid facessero giocare i detenuti in carcere, soprattutto con i numeri dei positivi in Spagna. Marco non ha mai comunque negato di essersi rotto la gamba. Ma a noi i dubbi restano. Intanto lui non c'è più e noi ora non possiamo fare più nulla. Solo cercare la verità".
di Francesca Paci
La Stampa, 25 gennaio 2021
Oggi il Consiglio Esteri a Bruxelles. Borrell: "Linea comune per la verità". A dieci anni dalla rivoluzione che lo aveva entusiasmato fino al punto da scegliere di studiare al Cairo e a cinque dal rapimento, le torture, lo strazio di un corpo irriconoscibile dalla madre se non per "la punta del naso", Giulio Regeni arriva a Bruxelles, dove oggi, per la prima volta, l'Italia cerca una sponda europea contro l'impermeabile arroganza egiziana.
È un tentativo, l'estremo forse dopo le tante testate a vuoto contro il muro di gomma eretto dal regime di Abdel Fattah al Sisi. Forte però delle polemiche internazionali scatenate dalla consegna della Legione d'onore francese al presidente egiziano, spiega una fonte interna, la Farnesina ha messo sul piatto la sua posta: "Bene il dialogo con tutti ma non a scapito dei diritti umani".
La verità è che al di là delle Alpi il caso è poco noto prima ancora che poco sentito. Raccontano da Bruxelles che finora Berlino e Parigi, già in passato felpatissima sul pestaggio mortale del professore francese Erik Lang, hanno fatto orecchie da mercante all'appello italiano, privilegiando la realpolitik del rapporto con il gigante nordafricano emancipatosi negli ultimi anni dalla condizione di paria in cui era finito all'indomani dell'assassinio Regeni e impostosi come partner mediterraneo fondamentale per i dossier libico, energetico e africano.
Se l'Italia, con grande sdegno della famiglia Regeni, ferma nel chiedere il ritiro dell'ambasciatore, ha ultimato la vendita delle due famigerate fregate al Cairo più pattugliatori e 24 cacciabombardieri, la Germania, dal canto suo, si è assicurata il piazzamento di 9 motovedette e una nave per la difesa costiera, mentre la Francia, ancor più che al commercio bellico, tiene al sodalizio sulla sicurezza, con l'Egitto a fare da cane da guardia contro l'islamismo bestia nera della Republique.
Roma, con la Procura che tira dritto e si prepara a processare i quattro 007 egiziani ritenuti responsabili del massacro (l'udienza preliminare è attesa per la primavera), è decisa a farsi sentire a Bruxelles. Nulla di formale, nessuna dichiarazione comune prevista o conclusione scritta ma "una prima discussione" sul tema dei diritti umani in Egitto, sul caso di Giulio Regeni e su quello di Patrick Zaki, la cui sorte, appesa dal febbraio scorso al rinvio kafkiano della custodia cautelare, ha poco a che vedere con il nostro connazionale ma tutto con il paese in cui dal 2013 a oggi sono svaniti 1058 dissidenti.
Per ora l'alto rappresentante dell'Ue per la politica estera Josep Borrell "ha dato disponibilità e massima apertura". Emerge la volontà di trovare "una linea europea" a fronte di "una forte solidarietà con l'Italia", si spera di fare massa critica "se non per il passato quantomeno per il futuro". Di certo, pare, non si parlerà di sanzioni e il ministro degli esteri Luigi Di Maio non ne ha fatto cenno ieri, quando si è detto disponibile a sostenere quelle contro la Russia per il caso Navalny. L'Europa sembra però l'ultima spiaggia, "l'unica, fuori tempo massimo forse ma meglio tardi che mai" osserva l'ex ministro degli esteri Emma Bonino, sostenitrice dalla prima ora della necessità di internazionalizzare il caso Regeni, il caso Zaki e il caso di milioni di persone come loro in cella senza processo.
Quel che restituisce l'Egitto a questo rullar di tamburi diplomatici è indifferenza. Uno dei quattro ufficiali indagati dagli inquirenti romani, Tariq Sabir, è stato spostato dalla Sicurezza Nazionale all'ufficio passaporti del ministero dell'Interno, ma tant'è. Due mesi fa il regime reagì a un incontro sui diritti umani organizzato al Cairo dai messi dell'Ue arrestando i loro ospiti, i leader della Egyptian Initiative for Personal Rights (Eipr).
"Non una parola su Regeni, non una parola sull'incontro dei ministri degli esteri europei, i media egiziani ignorano la storia" racconta una fonte al Cairo. L'anniversario della rivoluzione di Tahrir, nonché quello del rapimento di Regeni, cade in una città spettrale, ossessionata dallo spettro di una nuova rivoluzione: chiuse le piccole strade, blindate come in guerra le grandi, aperti i negozi ma deserti. La festa della polizia, in calendario il 25 gennaio, è stata spostata al 28 ma le scuole sono chiuse. Per capire l'aria basta cercare i protagonisti di 10 anni fa: Ziad el Eleimy, Abul Fotouh, Ramy Shaat, Alaa Abdel Fattah e Sana Seif sono in prigione. Ahmed Maher ha l'obbligo di firma e il divieto di espatriare. Wael Ghoneim è in America a recuperare i problemi di droga. Chi non è in cella si dedica ai cani abbandonati per tenere vivo l'impegno anti-governativo, gli atri sono in esilio a Dubai, in Germania, a Washington.
"La vicenda Regeni riguarda tutti, non solo l'Italia" scrive il presidente della Commissione Affari esteri della Camera Piero Fassino in una lettera ai suoi omologhi europei, riferendosi alla risoluzione sull'assassinio di Regeni e la detenzione di Zaki approvata a dicembre dal parlamento di Strasburgo. Dopo la scorta mediatica quella europea, se fosse. Un segnale.
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