di Grazia Paletta*
Ristretti Orizzonti, 25 gennaio 2021
La redazione Ristretti Orizzonti Marassi è nata all'inizio del 2017 in quel grande carcere che respira incessante, come un cuore silente, nella città di Genova, e cerca in vari modi di far sentire il proprio pulsare. Da allora ci incontriamo ogni settimana, con ogni tempo e ogni luna, sempre, tenacemente, incuranti delle difficoltà, delle depressioni, dei trasferimenti improvvisi dei partecipanti, andiamo avanti cercando di aggiornarci su quanto avviene là fuori e tenendoci con forza aggrappati ai nostri processi interiori. Perché là dentro si cambia, si evolve, si cresce insieme.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 25 gennaio 2021
Il ministro prepara la relazione sulla giustizia alle Camere. Insisterà sul fatto che i finanziamenti sono stati quadruplicati. La domenica di Alfonso Bonafede è trascorsa lavorando a un discorso che potrebbe segnare il suo futuro di Guardasigilli, ma anche di capodelegazione grillino di un governo. La relazione sullo stato della giustizia s'è infatti trasformata in un bivio: da un lato la strada per andare avanti e dall'altro il vicolo cieco che porta alla crisi definitiva. Il ministro continua a scrivere e riscrivere un intervento che parlerà di giustizia ma anche di Europa e piano di rilancio per il Paese.
di Denise Amerini
sinistrasindacale.it, 25 gennaio 2021
Sull'ultimo numero del 2020 di Sinistra Sindacale avevamo pubblicato un articolo, dal titolo "Garantire la salute dei detenuti", che parlava, fra le altre cose, delle richieste e delle proposte avanzate, fin dalla prima fase della pandemia, per ridurre il sovraffollamento e intervenire in maniera concreta per abbattere le possibilità di contagio all'interno del carcere.
di Liana Milella
La Repubblica, 25 gennaio 2021
Il Guardasigilli non ha ancora inviato al Pd la bozza della relazione che presenterà al Parlamento. Un decreto contro i tempi troppo lunghi del processo civile è bloccato al Senato.
Qual è il problema della giustizia italiana? I tempi troppo lunghi dei processi civili e penali. Solo per i primi si farà un decreto legge perché le norme sono bloccate al Senato. Per gli altri c'è un numero, tutto in 5 anni. Su questo sta lavorando il Guardasigilli Alfonso Bonafede. Perché "l'accelerazione dei processi smina tutto il testo". Anche la prescrizione? Sì, anche quella. Se acceleri i processi la prescrizione evapora. Da via Arenula non è ancora partita la bozza della relazione sullo stato della giustizia da cui potrebbero dipendere le sorti del governo. Neppure il vice segretario del Pd Andrea Orlando, che pure ha rivolto un appello a Bonafede a lanciare dei segnali, ha ricevuto nulla, né il sottosegretario Dem Andrea Giorgis, che non ha perso uno solo dei summit sulla prescrizione.
di Gian Domenico Caiazza
Il Riformista, 25 gennaio 2021
A quanto pare, mercoledì prossimo il Parlamento sarà chiamato a fare un bilancio della politica sulla Giustizia adottata nel 2020 dal Governo Conte e, per esso, dal Ministro di Giustizia Alfonso Bonafede. Io nutro dubbi, non fosse altro perché da un anno a questa parte la Politica è sospesa, in questo paese, o meglio essa si risolve integralmente nella guerra al Covid. Si tratta certamente di una priorità assoluta ed imprescindibile, ma da qui a pretendere che non si debba ragionare d'altro, e che chiunque ponga problemi di scelte politiche sia additato a sabotatore della salute pubblica, ce ne corre.
Ora, mi permetto sommessamente di ricordare ai nostri rappresentanti in Parlamento che il 2020 è stato l'anno nel quale è entrata in vigore la riforma della prescrizione dei reati, che ha sostanzialmente abrogato l'istituto. Doveva già accadere nel 2019 ma l'allora Governo "Conte 1" ne differì di un anno l'entrata in vigore perché la Lega recalcitrava all'idea di varare la nuova figura dell'imputato a vita. L'accordo fu questo: prima interveniamo sul tema della irragionevole durata dei processi penali italiani, cioè sulla vera patologia, e poi eliminiamo il rimedio (cioè la prescrizione). Ma nell'anno di differimento nulla accade, ed anzi cade il Governo. I nuovi partners di maggioranza, Pd in testa, nell'approssimarsi della fatidica scadenza (gennaio 2020), pubblicamente e ripetutamente dicono: questa riforma non è la nostra e non la condividiamo, comunque blocchiamo ma solo perché da subito inizi il percorso parlamentare di riforma dei tempi del processo penale, altrimenti l'imputato a vita è una incivile assurdità.
Mercoledì in Parlamento basterà ricordare queste parole, e questi impegni politici pubblici, a fronte, ancora una volta, del nulla sul fronte della riforma del processo penale (e meno male, considerato che la legge delega per come concepita non risolverebbe nulla sulla durata dei processi, ma stravolgerebbe profondamente garanzie processuali e diritto di difesa dei cittadini).
Suggerisco che venga presa ad esempio la vicenda processuale del dott. Tronchetti Provera, che lo ha visto imputato per una ipotesi di ricettazione risalente all'anno domini 2004. L'esempio è calzante perché il noto manager, con scelta coraggiosa e quasi temeraria, rinunziò alla prescrizione nel frattempo maturata, convinto che la sua innocenza sarebbe stata senz'altro riconosciuta dai giudici. Dunque, una situazione che simula perfettamente e senza equivoci cosa possa accadere nella nostra realtà giudiziaria a prescrizione eliminata (cioè la situazione voluta dalla sciagurata riforma Bonafede). Condannato in primo grado nel 2013 (dunque 11 anni dopo il fatto); assolto nel 2015; la Cassazione annulla l'assoluzione nel 2016 su ricorso della Procura; la Corte di Appello bis lo assolve di nuovo nel 2017; nel 2018 (sempre su ricorso della Procura, che non molla) la Cassazione bis annulla l'assoluzione bis; nel 2019 l'Appello tris lo assolve ancora; la Procura ricorre ancora (sissignori!) e la Cassazione ter lo assolve definitivamente nel novembre 2020.
Eccola, la civiltà giuridica nell'orizzonte di questo Governo, di questo Presidente del Consiglio, di questo Ministro di Giustizia. Eccolo, il paradisiaco eden civile dell'imputato a vita, perfettamente simulato "in vitro", al di là delle chiacchiere e delle lodi manettare lisergiche degli strafatti quotidiani. Se ne potrà discutere, in Parlamento? Se ne potrà chiedere conto al Governo, senza essere additati al pubblico ludibrio come gli irresponsabili sabotatori della democrazia?
Stiamo molto attenti, questo ricatto della emergenza pandemica sta diventando un autentico pericolo democratico. La pretesa che ogni dibattito, ogni obiezione politica, ogni censura di merito ti iscriva direttamente nella categoria dei sabotatori della salute pubblica e delle istituzioni democratiche non può durare in eterno. Io non mi occupo di crisi di Governo, ma pongo una domanda molto semplice, per rimanere sul tema prescrizione: perché, in nome della responsabilità politica e della necessità di salvaguardare le sorti del Governo in questa fase così delicata, non si chiede semmai alla maggioranza di rispettare i propri reiterati impegni pubblici, sospendendo la riforma Bonafede della prescrizione, invece che agli oppositori della riforma di tacere ed arrendersi, in nome del Covid?
di Francesca Chiri
Il Secolo XIX, 25 gennaio 2021
La base di partenza, già risicata, sono i 156 voti ottenuti sull'ultima fiducia al governo Conte che contengono però anche i voti dei senatori a vita e pare difficile, ad esempio, che la senatrice Liliana Segre torni a votare. Cammina sul filo il pallottoliere dei voti per la maggioranza in vista del prossimo voto al Senato per la relazione sulla giustizia del ministro 5 Stelle Alfonso Bonafede.
Allo stato il conteggio dei senatori favorevoli e contrari balla intorno alla parità con una possibile lieve prevalenza dei No nel caso in cui i voti dell'opposizione si dovessero saldare con quelli di Italia Viva. E se i centristi non paiono voler cedere alle sirene della maggioranza (Paola Binetti, ad esempio, stigmatizza il ricorso alle urne ma allo stesso tempo ribadisce il suo giudizio negativo sull'operato del ministro Bonafede), dall'altro la maggioranza guarda con speranza a possibili assenze strategiche che potrebbero salvarla "ai punti".
La base di partenza, già risicata, sono i 156 voti ottenuti sull'ultima fiducia al governo Conte che contengono però anche i voti dei senatori a vita e pare difficile, ad esempio, che la senatrice Liliana Segre torni a votare così come non sono assicurate le presenze di Elena Cattaneo e di Mario Monti.
Rispetto alla maggioranza precedente ci sono tuttavia altre incognite da mettere in conto. Pier Ferdinando Casini, ad esempio, che aveva votato la fiducia ha già annunciato che farà mancare il suo voto a Bonafede. Così pure Riccardo Nencini che aveva votato in extremis per la maggioranza ma che ha già annunciato come molto difficile un voto favorevole. Stesso discorso per il 5 Stelle Lello Ciampolillo, anche lui aveva sottoscritto una mozione contro il Guardasigilli.
Potrebbero invece essere confermati i voti favorevoli di Andrea Causin e Maria Rosaria Rossi, i due senatori di FI che hanno votato la fiducia al Governo. La maggioranza potrebbe quindi passare così ad un numero oscillante tra i 152 e i 155. A questo punto si apre il capitolo Italia Viva che conta 17 senatori, escluso Nencini, ma che ha un sentore assente sempre a causa Covid: i 16 voti rimanenti potrebbero diventare nuove astensioni o voti contrari.
Se il leader Matteo Renzi dovesse optare per il voto contrario non è certo che tutti i suoi sarebbero disposti a seguirlo: c'è chi fa affidamento sul fatto che 3-4 senatori possano scegliere di votare con la maggioranza, che così tornerebbe a quota 156 voti (159 con tre senatori a vita) ma sarebbero numeri allo stato del tutto aleatori. Anche perché se così fosse, parallelamente si alzerebbe parecchio l'asticella dei voti contrari. Ai 136 voti di Lega, FdI, Fi e Udc, vanno infatti aggiunti 3 voti di Idea Cambiamo più quello del 5 Stelle Mario Giarrusso che ha dichiarato il suo voto contrario sulla giustizia, e forse quello della ex 5 Stelle Tiziana Drago. Quindi 140/141 voti a cui andrebbero aggiunti i 12 di Italia Viva. Per un totale di 152/153 voti contrari alla relazione del Guardasigilli.
di Stefano Zurlo
Il Giornale, 25 gennaio 2021
In Senato proverà ad ammorbidire i toni giustizialisti per evitare di cadere. Il punto più basso a marzo scorso quando il governo ha perso il controllo delle carceri. Ventuno penitenziari fuori controllo, devastazioni e saccheggi, un bilancio spaventoso da Sudamerica: 107 agenti feriti, 69 detenuti in ospedale, 13 morti dopo aver ingerito metadone e droghe.
Un altro ministro si sarebbe dimesso nell'ignominia, Alfonso Bonafede invece è sopravvissuto a tutto: pure all'incredibile evasione dal carcere di Foggia di 77 detenuti, compresi alcuni esponenti della mafia locale, e poi all'altrettanto sconcertante capitolo dei boss di Cosa nostra mandati con sciagurata disinvoltura a casa, in detenzione domiciliare, dopo l'esplosione dell'emergenza Covid.
Mai era successo qualcosa del genere nella storia repubblicana e l'ultima rivolta paragonabile a quelle scoppiate da Nord a Sud in tutto il Paese era avvenuta a Trani il giorno di Santo Stefano del 1980. Quarant'anni prima.
E invece il ministro siciliano è rimasto incollato alla sua disastrata poltrona, con l'aiuto della maggioranza ha parato non una ma due mozioni di sfiducia, presentate dal centrodestra e da +Europa. In quell'occasione fu Matteo Renzi a salvarlo, evitando di sparare il colpo di grazia. Ora potrebbe essere Renzi a decretare la fine del Guardasigilli, anche se lui proverà ad ammorbidire i toni giustizialisti di sempre dirottando il dibattito sui soldi in arrivo dall'Europa e sulle risorse finalmente disponibili.
E però, con tutto il rispetto, il bilancio di questo anno e mezzo di navigazione travagliatissima è scoraggiante. C'è quel che è accaduto dietro le sbarre: un inquietante collasso dello Stato e una sconsiderata politica delle misure alternative che lasciano sbalorditi. Lui se l'è cavata tagliando la testa del direttore del Dap, Francesco Basentini, parafulmine di questa catena di errori imperdonabili.
Ma Bonafede, in linea del resto con la sua matrice 5 Stelle, è anche il protagonista dell'inaccettabile riforma della prescrizione, un macigno sui diritti degli imputati. Certo, una rivisitazione dei tempi della giustizia ci poteva pure stare, ma i meccanismi introdotti dal 1 gennaio 2020, peraltro con l'avallo della Lega, fermano ora l'orologio dopo la sentenza di primo grado. Così oggi si può rimanere nel limbo dell'attesa di un ulteriore verdetto per tutta la vita. Si era detto solennemente che la nuova norma sarebbe stata accompagnata da robusti correttivi per sveltire la macchina e non trascinare gli indagati nella palude dei processi a vita. Ma, naturalmente, non si è fatto nulla e i ritmi sono quelli di prima.
Il governo è corso ai ripari, varando un pacchetto di proposte per tamponare i guasti, ma la soluzione del doppio binario, che distingue la sentenza di colpevolezza da quella di assoluzione, è cervellotica e ha suscitato un coro di proteste. Il testo è in ogni caso all'esame del Parlamento e ci vuole una buona dose di pazienza e ottimismo per sperare nell'approvazione di una legge meno punitiva. Intanto, il ministro che si presentava come il profeta del rinnovamento e il nemico giurato di vecchi compromessi e opache trame, è riuscito a suscitare le ire e i sospetti più limacciosi di un campione, anzi di un'icona dell'antimafia come Nino Di Matteo, il pm della trattativa Stato-mafia ora approdato al Csm.
Di Matteo ha raccontato con una telefonata in tv a Massimo Giletti che nel giugno del 2018 Bonafede gli aveva proposto proprio l'incandescente poltrona di capo del Dap. Poi, dopo 24 ore, mentre lui stava per accettare, ingranò la retromarcia, non si capisce bene sulla base di quali pressioni. Un peccato originale oscuro che fa aumentare il disagio dell'opinione pubblica: il ministro ha perso l'anima barricadiera e il consenso incondizionato degli amici duri e puri, ma ha scontentato anche moderati e garantisti. Senza contare la bandiera bianca alzata nel far west delle carceri.
di Anna Larussa
altalex.com, 25 gennaio 2021
Per la Cassazione è modalità non consentita, stante il principio di tassatività e inderogabilità delle forme per la presentazione delle impugnazioni (sentenza n. 487/2021). "In assenza di norma specifica che consenta nel sistema processuale penale il deposito di atti in via telematica, è inammissibile il ricorso per cassazione proposto a mezzo posta elettronica certificata, trattandosi di modalità non consentita dalla legge, stante il principio di tassatività e inderogabilità delle forme per la presentazione delle impugnazioni".
In questi termini si è espressa la I Sezione della Corte di Cassazione con la sentenza 8 gennaio 2021, n. 487 (testo in calce), ribadendo quanto costantemente affermato dalla giurisprudenza di legittimità in ordine al divieto di uso della posta elettronica certificata per la trasmissione degli atti di parte nel processo penale.
Il fatto - Nel caso sottoposto all'esame della Corte il ricorso per cassazione, a mezzo pec, era stato proposto avverso l'ordinanza con cui il Tribunale di sorveglianza di Bari aveva rigettato le istanze avanzate dal proposto, in regime custodiale per altra causa, volte ad ottenere misure alternative alla detenzione per il titolo già in esecuzione. Con esso la Difesa si doleva della celebrazione dell'udienza in presenza del difensore d'ufficio in luogo del rinvio d'ufficio della stessa a data successiva al 31 maggio 2020 ai sensi dell'art. 1 comma 2 lett. g del d.l. n. 11/2020. Il Procuratore generale presso la Corte di cassazione eccepiva l'inammissibilità del ricorso in considerazione del fatto che il detenuto aveva richiesto espressamente la trattazione dell'udienza.
La sentenza - In disparte l'inammissibilità del motivo proposto, comunque dichiarato tale, avuto riguardo alla richiesta espressa di trattazione dell'udienza da parte del detenuto (ancorché si trattasse di detenzione per altra causa e, quindi, a stretto rigore, non rientrante nell'eccezione alla regola generale del rinvio d'ufficio: arg. Ex art. 2 comma 2 lett. G d.l. 11/2020), la Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso perché proposto con un mezzo non consentito.
La statuizione ribadisce un costante orientamento della giurisprudenza di legittimità, secondo cui il ricorso alla pec, nel processo penale, non è consentito alle parti per la trasmissione dei propri atti alle altre parti né per il deposito negli uffici, poiché si tratta di un mezzo riservato alla sola cancelleria per le comunicazioni richieste dal Pubblico ministero e per le notificazioni disposte dall'Autorità giudiziaria. La mancanza, nelle disposizioni che regolano il processo penale, di norme che consentano l'inoltro per via telematica degli atti confermerebbe tale assunto, ad onta della equiparazione del valore legale della pec a quello della raccomandata con ricevuta di ritorno prevista dal Codice dell'Amministrazione digitale (art. 48).
A riguardo la Corte ha richiamato una recente pronuncia (Cass. Pen., 32566/2020) che, nel dichiarare in quel caso inammissibili i motivi nuovi di ricorso trasmessi mediante posta elettronica dal Procuratore generale nell'ambito del giudizio ex art. 311 c.p.p., ha statuito che l'equiparazione di cui sopra non ha diretta applicazione all'uso di tale strumento nel processo penale se non nei limiti del Decreto del Ministero della Giustizia 44/2011 (Regolamento concernente le regole tecniche per l'adozione nel processo civile e nel processo penale, delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione, in attuazione dei principi previsti dal decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82, e successive modificazioni, ai sensi dell'articolo 4, commi 1 e 2, del decreto-legge 29 dicembre 2009, n. 193, convertito nella legge 22 febbraio 2010 n. 24) e solo a seguito dell'adozione del decreto dirigenziale previsto dall'art. 35 del detto DMG (che, prima dell'attivazione della trasmissione dei documenti informatici, accerti l'installazione e l'idoneità delle attrezzature informatiche, unitamente alla funzionalità dei servizi di comunicazione dei documenti informatici nel singolo ufficio).
Nel processo penale, in materia di impugnazioni, vige, come noto, il principio di tassatività e inderogabilità delle forme per la presentazione dell'atto di impugnazione previste dagli articoli 582 e 583 c.p.p. la cui inosservanza è sanzionata con la inammissibilità dell'impugnazione dall'art. 591 lett. c). Ne consegue che, in difetto di una norma specifica che consenta il deposito telematico, il ricorso per cassazione non può essere proposto a mezzo pec.
Tale norma specifica la Corte non ha individuato neppure nella normativa di emergenza posto che l'art. 83 comma 11 bis d.l. 18/2020 ha previsto tale possibilità solo per i ricorsi civili sino al 31 luglio 2020 e subordinatamente all'adozione di un provvedimento del direttore generale dei sistemi informativi automatizzati mentre l'art. 24 comma 4 del d.l. n. 137/2020 (che ha previsto la possibilità di trasmissione via pec per atti, documenti e istanze diversi da quelli indicati nei primi due commi della stessa norma ovvero memorie, documenti, richieste ed istanze indicate dall'articolo 415-bis, comma 3, c.p.p. per i quali è previsto il deposito dal portale del processo penale telematico) trova applicazione esclusivamente in relazione agli atti di parte per i quali il codice di procedura penale non disponga specifiche forme e modalità di presentazione (Cass. Pen., 32566/2020). In forza di tali assunti la Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso e condannato il ricorrente al pagamento della somma di tremila euro alla Cassa delle ammende.
di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 25 gennaio 2021
La protesta degli avvocati delle Camere penali e dei magistrati di Md ha accolto le dichiarazioni del procuratore Gratteri a commento di una nuova maxi-indagine condotta dall'ufficio che dirige a Catanzaro. Gratteri, in un'intervista resa a Giovanni Bianconi, ha risposto alla domanda del perché spesso le sue indagini con decine di arresti vengono ridimensionate dal Tribunale del riesame o dai diversi gradi del giudizio.
Il procuratore ha ricordato che è il pubblico ministero che chiede le misure cautelari ed è un giudice che le decide, aggiungendo "se poi altri giudici scarcerano nelle fasi successive, non ci posso fare niente, ma credo che la storia spiegherà anche queste situazioni". La domanda successiva è stata ovvia: "Ci sono indagini in corso? Qualche pentito parla anche di giudici?". E il procuratore ha ritrovato il dovuto riserbo: "Su questo ovviamente non posso rispondere".
Non è la prima volta che le parole di Gratteri - che sarebbe stato ministro della Giustizia nel governo Renzi se il presidente Napolitano non si fosse opposto - suscitano sconcerto. Emerge mancanza di rispetto del ruolo proprio del pubblico ministero nel processo, del valore della presunzione di innocenza per tutti gli indagati, del senso profondo della dialettica tra pubblico ministero e difensori di fronte al giudice.
Ma questa volta il procuratore ha lanciato gravissime insinuazioni sui giudici che non seguono le sue indicazioni. E ha fatto intendere che in quei casi potrebbe esserci qualcosa di losco che la storia si incaricherà di mettere in luce. Inaudito. È persino troppo ricordare il codice etico della magistratura o i documenti europei che invitano a impedire che pubbliche autorità rilascino dichiarazioni che fanno intendere che gli indagati siano colpevoli, prima della sentenza di condanna definitiva. Qui siamo sotto il minimo della cultura istituzionale, che comporta la accettazione dei limiti del proprio ruolo, non di oracolo repressivo del male, ma di parte in una procedura che si svolge davanti a giudici secondo le regole del processo.
I quali giudici, sentiti i difensori, devono applicare con prudenza le regole di ammissibilità e di valutazione delle prove, con esiti che la legge vuole anche diversi da quelli proposti dal pubblico ministero. Le regole strette del processo penale lo rendono poco adatto alla lotta contro fenomeni, siano essi criminali o di malcostume. Esse sono disegnate per assicurare il giusto processo a ciascuna delle persone contro le quali il pubblico ministero eleva una accusa penale. E menzionando ciascuna persona accusata, il pensiero va ai processi con centinaia di imputati, per chiedersi come sia possibile la doverosa, approfondita valutazione individualizzata.
Il codice di procedura, con le sue regole, tende a selezionare il più possibile gli indagati da rinviare a giudizio. La regola è che gli elementi acquisiti non debbono essere insufficienti, contraddittori o comunque non idonei a sostenere l'accusa in giudizio e ottenere dal giudice una sentenza di condanna.
Il troppo elevato numero di assoluzioni all'esito delle indagini preliminari o nelle diverse fasi del giudizio dimostra che questa regola è scarsamente osservata e che da parte dei pubblici ministeri e dei giudici preliminari vi è un'insufficiente selezione iniziale delle ipotesi accusatorie e una inclinazione ad accuse azzardate, prive del necessario riscontro con le prove. Si tratta di un fenomeno dannoso per gli imputati ed anche per l'opinione pubblica, indotta a credere alle accuse e poi all'oscuro della realtà risultata dal processo.
A seguire quanto dice il procuratore Gratteri, ci sarebbe da credere che fondata è l'iniziale accusa e sospetta la finale assoluzione. E i Tribunali vengono ingolfati di processi che non dovrebbero esser portati avanti. Le sentenze di assoluzione spesso giungono dopo anni e dopo che gli imputati hanno subito danni umani e professionali spesso enormi.
È di questi tempi la rinnovata denunzia della frequenza di processi, talora persino con iniziali privazioni di libertà, che durano molti anni e si concludono con assoluzioni (non solo con sentenze di prescrizione). Spesso gli indagati sono persone che hanno ruoli pubblici e che vengono indotte alle dimissioni o comunque impedite nella loro normale azione. In quei casi le conseguenze pesano non solo sulle persone, ma anche sull'ordinario funzionamento della cosa pubblica. Non solo la normale prudenza, ma anche la massima rapidità delle decisioni in tutti i gradi del giudizio dovrebbe in quei casi essere obbligatoria.
Ora, in una delle riforme pendenti in Parlamento (e riportate nel progetto di Recovery Plan) si propone di modificare il criterio di selezione dei procedimenti da portare a giudizio: non idoneità degli elementi acquisiti a consentire una ragionevole previsione di accoglimento della tesi accusatoria nel giudizio (cioè la condanna). Si tratta di un ritocco della formula del codice vigente. Di per sé non servirà a nulla se dalla magistratura non verrà una convinta adesione culturale e professionale, consapevole del proprio ruolo nel rapporto tra lo Stato e l'individuo, regolato dal giusto processo. Fossero rappresentative, le frasi del procuratore Gratteri non preluderebbero a nulla di buono.
di Errico Novi
Il Dubbio, 25 gennaio 2021
Le parole del Procuratore di Catanzaro sono "un rischio per il libero dispiegamento della giurisdizione". Non solo l'Unione delle camere penali. Anche le associazioni dei magistrati cominciano a dissociarsi dalle parole rilasciate dal procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, al Corriere della sera. Magistratura democratica, la corrente progressista delle toghe, non apprezza il silenzio dell'Anm in merito alla questione e sceglie di sbilanciarsi. "Siamo ben consapevoli di quanto sia importante la libertà di parola dei magistrati, anche quale prezioso strumento di difesa della giurisdizione. Le parole del Procuratore Gratteri, tuttavia, si trasformano nell'esatto contrario e in un rischio per il libero dispiegamento della giurisdizione", scrive l'Esecutivo di Md in un articolo pubblicato sul sito della corrente.
"Non crediamo che la comunicazione dei Procuratori della Repubblica possa spingersi fino al punto di lasciare intendere che essi siano gli unici depositari della verità, e di evocare l'immagine del giudice che si discosti dalle ipotesi accusatorie come nemico o colluso", aggiunge l'Esecutivo di Md, richiamando con preoccupazione l'intervista al Corriere della Sera di Gratteri che, "nel rispondere alla specifica domanda sul perché le indagini della Procura di Catanzaro vengano spesso ridimensionate dal tribunale del riesame o nei diversi gradi giudizio, afferma: "Noi facciamo richieste, sono i giudici delle indagini preliminari, sempre diversi, che ordinano gli arresti. Così è avvenuto anche in questo caso. Poi se altri giudici scarcerano nelle fasi successive non ci posso fare niente, ma credo che la storia spiegherà anche queste situazione". Affermazione oscura e il giornalista incalza: "Che significa? Ci sono indagini in corso? Qualche pentito che parla anche di giudici?" Replica: "Su questo ovviamente non posso rispondere"".
Magistratura democratica, invece, crede nel ruolo del pm che "primo tutore delle garanzie e dei diritti costituzionali, agisce nella consapevolezza della necessaria relatività delle ricostruzioni accusatorie e della necessità di verificarle nel contraddittorio, e non in quello di parte interessata soltanto al conseguimento del risultato, lontano dalla cultura della giurisdizione e dall'attenzione all'accertamento conseguito nel processo".
Invece, "con un tale agire", aggiunge Md, richiamando ancora l'intervista di Gratteri, il pm "dismette il suo ruolo di primo tutore delle garanzie e dei diritti costituzionali - a partire dal principio di non colpevolezza - e assume quello di parte interessata solo al conseguimento del risultato, lontano dalla cultura della giurisdizione e dall'attenzione all'accertamento conseguito nel processo".
È talmente dura la presa di posizione delle toghe di sinistra da ricevere il plauso di Giandomenico Caiazza, presidente dell'Unione delle camere penali, che prende carta e penna per scrivere una nuova missiva all'Anm che, a suo dire, avrebbe liquidato troppo in fretta le questioni sollevate dagli avvocati con una prima lettera. Il tema posto dall'Ucpi "non ha nulla a che fare né con le legittime certezze degli inquirenti circa la fondatezza delle indagini, né con il diritto di impugnazione dei provvedimenti adottati, che - e ne siamo lieti e risollevati - il dott. Gratteri parrebbe riconoscere come legittimo", scrive Caiazza. Ciò che contestano i penalisti, statistiche alla mano, è "il sistematico ridimensionamento quantitativo e qualitativo delle ipotesi accusatorie" che sorreggono le indagini condotte dal procuratore di Catanzaro. "Il dato di fatto è a tal punto notorio che l'intervistatore, Giovanni Bianconi, gliene chiede conto, né l'intervistato mostra di poterlo negare; ed il nocciolo della questione sta nella incredibile spiegazione che ne viene data. Di quegli esiti così deludenti per l'Accusa, e tuttavia sanciti dal libero esplicarsi della giurisdizione, il dott. Gratteri invoca un prossimo giudizio della Storia, che sarebbe dunque - o sarà, o starebbe per esserlo - ben diverso da quello descritto nelle sentenze dei Tribunali del Riesame, dei Giudici di primo e di secondo grado e di quelli della Suprema Corte", argomenta Caiazza.
"Allo sbigottito intervistatore, che chiede se la Procura di Catanzaro abbia per le mani emergenze investigative che spieghino quegli esiti in termini di collusioni mafiose nella giurisdizione il dott. Gratteri non liquida certo con sdegno la oltraggiosa intuizione del giornalista, ma anzi la avvalora e la consolida: "A questo ovviamente non posso rispondere". Che significa: sì, certamente, tant'è che non posso parlarne".
L'Unione delle Capere penali, assicura Caiazza, pensa a tutti quei giudici di merito e della Cassazione che nelle prossime ore saranno chiamati a esprimersi sugli arresti disposti dal gip a seguito delle indagini di Gratteri, che dovranno giudicare sotto pressione mediatica. "Non avvertite alcun problema? Non registrate un qualche possibile disagio? Non ritenete di dover far giungere a quei giudici la piena, solidale vicinanza dell'Associazione nazionale magistrati a difesa della loro indipendenza, integrità e libertà morale? O altrimenti dobbiamo immaginare che il tema della indipendenza e della autonomia della magistratura vale solo a salvaguardia delle iniziative giudiziarie delle Procure, ma non dei Giudici che ne vagliano il fondamento?", scrive Caiazza.
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