di Fabio Scaltritti
Il Manifesto, 27 gennaio 2021
Un episodio di giornalismo di provincia ci riporta alle argomentazioni di una subcultura moralistica che pensavamo archiviata e legata alla esperienza arcaica di Muccioli: consumatori di sostanze tacciati come deboli da imprigionare e da stigmatizzare. Nel 2019 in una frazione vicina ad Alessandria, Quargnento, i Vigili del Fuoco intervengono per spegnere un incendio sviluppato all'interno di una tenuta, che ha coinvolto un locale adiacente la Villa padronale.
I proprietari, una coppia del paese, sono chiamati dai Vvff e avvisati che le fiamme sono domate e che le squadre operative stanno facendo un sopralluogo negli altri locali per verificare che non vi siano altri focolai. Purtroppo dopo pochi minuti un'esplosione inattesa e di proporzioni devastanti rade al suolo l'intera proprietà e provoca la morte di tre giovani pompieri e il ferimento di altri colleghi.
Si scoprirà che all'interno della villa erano state posizionate sette bombole di GPL con un innesco e, nel corso delle indagini, emerge la colpevolezza della coppia che confessa di aver agito per incassare il premio dell'assicurazione. Alessandria si stringe così a fianco del Corpo dei Vigili e, in particolare, accanto alle famiglie dei tre "pompieri" uccisi: Marco, Matteo e Antonio che avevano tra i 30 e i 40 anni e che erano conosciuti e amati per il loro impegno sociale e culturale. Durante il processo per omicidio colposo e per più di un anno tutta la popolazione sostiene, ricorda e commemora i tre ragazzi uccisi nello scoppio.
Per i media locali e nazionali diventano "I nostri Eroi" e tutti noi, ancora oggi, li ricordiamo come "eroi normali", lavoratori instancabili. Il Comune di Alessandria decide di intitolare una via alla loro memoria, in deroga ai regolamenti che prevedono dieci anni di tempo dalla scomparsa. Un fulmine a ciel sereno, una sorpresa odiosa, è rappresentato dalla pubblicazione la settimana scorsa su Il Piccolo, bisettimanale locale, di un servizio che denuncia la presenza di tracce di stupefacenti nei cadaveri dei tre Vigili del fuoco e di un editoriale dal titolo "Se gli eroi perdono il loro mantello".
La reazione della cittadinanza è immediata e fragorosa, i social media de Il Piccolo vengono inondati di messaggi di disapprovazione, molti chiedono le dimissioni del direttore e qualcuno arriva a proporre il boicottaggio verso il giornale. L'indignazione per l'offesa subita è profonda: non si contesta la pubblicazione della notizia e la libertà di stampa, o il dovere di cronaca, ma la scelta di enfatizzare un elemento conosciuto da più di un anno, delicato e personale, per gettare discredito immotivato e per colpire tre vittime del dovere e del lavoro. Uno schiaffo alla memoria, alle famiglie e a chi li ha amati.
Si scopre che la notizia era già emersa durante gli esami autoptici di fine 2019 e che i media locali avevano scelto di non rendere pubblico il ritrovamento delle "tracce di sostanze", cannabis e cocaina, anche perché non influente ai fini delle indagini e delle fasi processuali. Secondo il direttore del giornale lo scoop invece rimette in discussione l'immagine che ci si era fatta dei tre pompieri morti nell'adempimento del loro dovere: non tre eroi quindi, ma tre giovani, vittime anch'essi della fragilità e facenti parte di quella umanità che trova nelle sostanze il modo di alleviare le proprie debolezze.
E per di più positivi a sostanze mentre erano al lavoro. Le evidenze scientifiche testimoniano con certezza che il rilevamento di tracce di sostanze nelle urine o nel sangue o nel capello non vuol dire di essere sotto l'effetto di sostanze; questa semplificazione è puro terrorismo mediatico. Questo episodio di giornalismo di provincia ci riporta alle argomentazioni di una subcultura moralistica che pensavamo archiviata e legata alla esperienza arcaica di Muccioli: consumatori di sostanze tacciati come deboli da imprigionare e da stigmatizzare. Per fortuna il confronto nel mondo è cambiato dopo la sconfitta della war on drugs. Negli Stati Uniti la legalizzazione della cannabis per uso ricreativo e/o per scopi terapeutici si diffonde. In Italia si guarda ancora al passato.
di Matteo Garavoglia
Il Manifesto, 27 gennaio 2021
Crisi su crisi. Piazze in fermento dal parlamento alla periferia della capitale. A Sbeitla la prima vittima. La Tunisia vive una seconda ondata di mobilitazioni per chiedere conto dei 1.200 arresti arbitrari avvenuti in queste settimane e protestare contro il rimpasto di governo voluto dal premier Hichem Mechichi.
Nonostante il lockdown dovuto all'epidemia di Covid-19, dal 15 al 20 gennaio il paese è stato attraversato da numerose manifestazioni notturne. Per cinque giorni si sono registrati scontri con la polizia nelle principali città della costa e dell'entroterra. Le organizzazioni della società civile hanno denunciato il comportamento delle forze dell'ordine e le modalità dei fermi, avvenuti principalmente di giorno e senza garanzie legali, che hanno interessato soprattutto i minori.
In seguito il Paese ha vissuto tre giorni di calma apparente, salvo poi riaccendersi da lì a poco. Sabato 23 gennaio più di mille persone si sono ritrovate in avenue Bourguiba, nel pieno centro di Tunisi. "Abbiamo fatto la Rivoluzione nel 2011. Siamo scesi in piazza per anni e non è successo niente. Siamo qui oggi e continueremo a esserci fino a quando non cambierà qualcosa in questo paese", dice Sirine, una ragazza di Kasserine che dieci anni fa non ha vissuto la Rivoluzione perché troppo giovane.
La manifestazione ha toccato i luoghi simbolo del vecchio regime e di chi lotta ancora con le ferite del passato. Di fronte alla Banca centrale della Tunisia e all'Istanza dei martiri e dei feriti della Rivoluzione sono riapparsi i vecchi slogan rivoluzionari. Sono il segnale di un malessere che coinvolge le aree marginalizzate della capitale e dl Paese. A Sbeitla, città dell'entroterra tunisino, è stata registrata la prima vittima. Si tratta di Haikel Rachdi, un giovane manifestante colpito da un lacrimogeno alla testa e deceduto lunedì 25 gennaio. La notizia ha causato la ripresa degli scontri notturni nell'area.
Scontri che sono all'origine anche della marcia di ieri a Cité Ettadhamen, una delle aree più periferiche della capitale, per richiedere il rilascio degli arrestati. Qui per giorni le proteste notturne sono state continue, così come gli arresti. Centinaia di persone hanno deciso di intraprendere una marcia pacifica in direzione dell'Assemblea dei rappresentanti del popolo (Arp) al Bardo, dove un'altra manifestazione era impegnata a contestare Hichem Mechichi e la sua nuova compagine di governo. La marcia è stata fermata dopo pochi chilometri da un ingente schieramento di forze dell'ordine. Molti i minorenni presenti. Mohamed Aziz ha 16 anni e in poche parole riassume la situazione della sua municipalità: "Qui non c'è niente e non ci sono speranze". Tra le mani però tiene un cartello con scritto in inglese: "Lotta oggi per un domani migliore". Nel frattempo, a una manciata di chilometri da dove la marcia si è bloccata, il Bardo è completamente militarizzato e i poliziotti sorvegliano ogni accesso alla zona del parlamento, sotto l'occhio vigile di blindati e cannoni ad acqua. Alla fine circa mille persone sono riuscite a ritrovarsi vicino all'Assemblea dei rappresentanti del popolo, molte altre sono state fermate preventivamente.
A poche centinaia di metri dalla manifestazione il parlamento è impegnato a discutere il rimpasto voluto dal premier Mechichi. Tra i posti chiave interessati ci sono il ministero degli Interni, uno dei luoghi meno riformati dopo la cacciata di Zine El-Abidine Ben Ali nel 2011, e il ministero della Sanità per non avere saputo gestire al meglio la pandemia di Covid-19. Tra i manifestanti c'è Fouad, di poche parole ma con le idee molto chiare: "Siamo qui per chiedere i nostri diritti. Oggi non abbiamo più paura di scendere per strada anche se questa è la sola differenza rispetto a prima. Per il resto non è cambiato nulla, sappiamo bene che ci sono stati 1.200 arresti. Oggi comunque resta una bella giornata, ci sono molti giovani che non hanno visto il 2011".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 gennaio 2021
Anastasia Chekaeva sarebbe dovuta essere consegnata alle autorità russe domani. Ieri è arrivata la comunicazione del Dipartimento della pubblica sicurezza dell'interno e l'ordinanza della corte di Appello di Sassari. Due buone notizie per Anastasia Chekaeva. Il ministero della Giustizia ha sospeso l'estradizione in "zona cesarini", visto che la donna sarebbe stata estradata domani presso gli uffici della Polizia Giudiziaria di Roma Fiumicino.
"A seguito della pregressa corrispondenza concernente l'esecuzione della procedura in oggetto, si comunica che il ministero della Giustizia ha sospeso la consegna ai fini estradizionali della nominata in oggetto", si legge nella comunicazione del Dipartimento della pubblica sicurezza dell'interno. In seguito a questa disposizione la corte d'Appello di Sassari ha revocato la misura della custodia cautelare in carcere, disponendo per la donna l'obbligo di dimora nel comune di Arzachena.
Una vicenda dai contorni inquietanti - Un sospiro di sollievo per una vicenda che Il Dubbio ha portato alla luce grazie alla segnalazione dei difensori di Anastasia, gli avvocati Fabio Varone e Pina Di Credito. Importante l'interessamento da parte di Rita Bernardini del Partito Radicale e Roberto Giachetti di Italia Viva. La vicenda ha, comunque, contorni inquietanti. Una vera e propria persecuzione di sapore politico nei confronti di una donna che dovrebbe essere protetta dal nostro Paese. Tutto ha avuto inizio tre anni fa, quando Anastasia vive e lavora a Voronezh, in Russia, insieme al compagno (ora marito) Fabrizio Crespi, titolare dell'agenzia di viaggi dove lei è impiegata.
L'agenzia si trova all'interno del centro commerciale Galleria Chizhov, il cui legale rappresentante è Klimentov Andry Vladimirovich, vicepresidente della Commissione per il Lavoro e la Protezione Sociale della popolazione, e il cui fondatore è Chizhov Sergey Viktorovich, dal 2007 deputato della Duma di Stato della Russia - entrambi noti esponenti politici del partito "Russia Unita", il cui leader è Vladimir Putin.Un tour operator cancella una serie di viaggi che l'agenzia aveva venduto, ma Anastasia e Fabrizio Crespi, pur non essendo responsabili delle cancellazioni, si trovano costretti a prendersi carico dei rimborsi.
A questo punto inizia una campagna di diffamazione nei loro confronti, per cui la coppia decide di fare ritorno in Italia - dove vive legalmente dal gennaio 2018, e dove la loro bambina inizia a frequentare le scuole elementari. Seppure la vicenda amministrativa sia conclusa, Chizhov e Vladimirovich decidono di avviare un procedimento penale nei confronti di Anastasiia, a detta loro giustificato per vendicarsi della "cattiva pubblicità" causata dall'agenzia situata nella loro galleria. Ottengono - grazie alla loro posizione politica - che venga emessa domanda di estradizione all'Italia, quando in realtà il rappresentante legale dell'agenzia di viaggi è Fabrizio Crespi, marito della Chekaeva e cittadino italiano, che non avrebbe potuto essere estradato in Russia. A lui viene diretta una forte campagna di intimidazione e minacce, iniziata immediatamente e motivo principale per cui la coppia torna in Italia - per assicurarsi l'incolumità della famiglia.
Il ministero della Giustizia ha deciso di sospendere l'estradizione - Eppure, secondo quanto denunciato dagli avvocati Fabio Varone e Pina Di Credico, il governo italiano non ha considerato nessuno di questi elementi, non opponendosi minimamente al processo di estradizione. Fino a venerdì 22 gennaio, quando Anastasia viene prelevata e reclusa nel carcere di Sassari in attesa del trasferimento in Russia. Ma ora, finalmente, il ministero della Giustizia ha deciso di sospendere l'estradizione in attesa di nuovi accertamenti.
La condizione delle carceri russe è drammatica -Quali? Se è stato violato sia il diritto al giusto processo, sancito dalla Convenzione Europea dei diritti dell'uomo, ratificata dall'Italia e dalla Russia, sia il diritto a non subire trattamenti crudeli, disumani o degradanti, stabilito sempre dalla stessa Cedu, tenuto conto della situazione di sovraffollamento e delle gravissime condizioni igienico-sanitarie della popolazione carceraria della Federazione Russa, in particolare dei centri di detenzione preventiva (Sizos), come risulta dalla documentazione prodotta nei vari giudizi.
La situazione è ulteriormente aggravata dalla emergenza sanitaria dovuta alla diffusione dei contagi da Covid-19 nelle carceri russe, circostanza documentata anche in relazione alle particolari condizioni di salute di Anstasiia Chekaeva che è affetta da asma allergica con broncospasmi e rischio di contrarre la polmonite.
Altro punto da vagliare e se, con l'eventuale estradizione, risulterebbe violato anche il diritto della figlia minore, cittadina italiana, a conservare il rapporto con la madre, in violazione dell'articolo 8 della Cedu, considerato che la vita della bambina è radicata in Italia. Bisogna dare atto al Ministero della Giustizia di aver sospeso l'estradizione, affermando in questo modo il nostro Stato di Diritto. Quello che è carente nella Russia di Putin.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 27 gennaio 2021
L'ultimo rapporto di Amnesty International: per i detenuti politici celle sovraffollate e sporche, assenza di cure mediche e pestaggi. Una forma di tortura volutamente coltivata dal regime
Prigionieri in Egitto. Come da tradizione, lunedì, giornata nazionale della polizia, il presidente al-Sisi ha graziato migliaia di detenuti. Ieri il ministero dell'interno ha dato i numeri: 3.022 i prigionieri tornati a casa domenica. Saranno sottoposti a cinque anni di sorveglianza speciale.
Tra loro non ci sono prigionieri politici, o meglio non ci sono condannati per "terrorismo", categorie che nell'Egitto post-golpe spesso coincidono: è tramite la legge anti-terrorismo che dal 2013 le carceri si sono riempite (si stima) di 60mila detenuti per ragioni politiche. Tanto piene da costringere a costruirne un'altra decina, senza tuttavia risolvere il problema enorme dell'affollamento. Che è di per sé una forma di tortura.
Lo spiega bene l'ultimo rapporto di Amnesty International dedicato alle carceri egiziane, alla carenza voluta di assistenza medica, alle condizioni disumane delle celle, piccole, senza aerazione sufficiente, buie e umide. Condizioni talmente pessime da aver condotto in troppi casi alla morte dei detenuti: tra gli ultimi in ordine di tempo c'è il decesso del regista e fotografo Shady Habash, lo scorso maggio (24 anni, da due nel carcere di massima sicurezza di Tora, era stato arrestato per il video della canzone Balaha); e quello del noto giornalista Mohamed Monir, arrestato con l'accusa di aver diffuso notizie false, e morto per Covid-19 a luglio.
"Cosa mi importa se muori?" è il titolo scelto dall'organizzazione internazionale per il rapporto dedicato alle prigioni. Un viaggio nell'incubo, raccontato in questi anni da chi esce, dopo anni di detenzione preventiva o condanne in processi di massa: prigionieri privati di tutto, costretti a farsi acquistare dalle famiglie cibo e sapone e a dire addio a cure mediche di base e spesso alle visite familiari, di fatto messe al bando con la scusa del Covid-19.
"È deplorevole che le autorità egiziane cerchino di intimidire e tormentare difensori di diritti umani, politici, attivisti, oppositori veri e presunti negando le cure mediche", si legge nel rapporto, basato sulle testimonianze e le storie di 67 detenuti sparsi in tre carceri femminili e 13 maschili. Di loro dieci sono morti in cella, altri due appena usciti.
Storie che Amnesty ha presentato al governo egiziano lo scorso dicembre senza ricevere risposta. Dopotutto, aggiunge il direttore di Ai per Medio Oriente e Nord Africa, Philip Luther, "c'è la prova che le autorità carcerarie, citando gli ordini giunti dalla National Security, prendono di mira determinati prigionieri e li puniscono", con isolamenti prolungati (l'ex candidato presidenziale Aboulfotoh è isolato da tre anni), divieto alle visite familiari fino a 4 anni o a ricevere da fuori cibo e medicine.
Al resto pensa una sanità inesistente: infermerie sporche, senza medicinali se non antidolorifici, dove si arriva solo se una guardia decide che si è abbastanza meritevoli. Così si muore in prigione: secondo Amnesty, è successo centinaia di volte dal 2013. E chi protesta, rifiutando il cibo, viene picchiato selvaggiamente.
di Ezio Menzione*
Il Dubbio, 27 gennaio 2021
In Azerbaijan il diritto di difesa è considerato assai poco. Anzi, in certi casi, è addirittura una faccenda pericolosa. Basta andare a Baku e cominciare a muoversi fra un piccolo centro antico un po' troppo restaurato e un centro nuovo ipermoderno con edifici costosissimi e griffati da archistar, fra le ville e i boulevard inizio '900 (il primo boom del petrolio) e i molti quartieri, chiari e dignitosi anche se non lussuosi costruiti dagli anni 90 ad oggi e proprio lì, ormai defilati e quasi sottratti alla vista, si trovano gli edifici popolari dell'epoca dei soviet, venuti su dagli anni ' 30 fino agli anni ' 70. Palazzoni senza forma, intensamente grigi, che già dall'esterno lasciano capire le ristrettezze e le tristezze di una vita lì dentro.
Ecco, proprio quei palazzi danno l'idea di quanto fosse considerata negli anni sovietici ogni umana aspirazione alla libertà e alla felicità. Sarebbe però legittimo pensare che crollato il regime sovietico e riacquistata la propria indipendenza nel 1991 l'Azerbaijan si fosse slanciato in avanti sul tema dei diritti, considerato anche che un certo diffuso benessere il petrolio e il gas lo hanno portato a tutti, almeno nella capitale, dove infatti sono affluiti a centinaia di migliaia i montanari caucasici. Ma non è stato così.
La democrazia non è cresciuta nemmeno quanto il reddito pro capite. Ma riflettiamoci: la democrazia, oltre ad una forma di governo, è una forma mentale che si deve man mano impiantare nelle teste dei cittadini e non è un'impresa facile. La democrazia è faccenda difficile. Nell'Azerbaijan indipendente questo faticoso processo non è stato per niente aiutato dalle scelte di una politica che ha visto al potere ininterrottamente prima Aleijev padre e poi Aleijev figlio (nonché sua moglie, vicepresidente, ma per molti il vero capo dello Stato).
Il nuovo ordinamento sociale e politico sembra, per molti versi, la continuazione del sistema vigente durante l'era sovietica. Un esecutivo all'epoca lontanissimo, oggi vicino, ma ugualmente accentratore, che coltiva alcuni diritti sociali, ma nessun diritto umano, del singolo. E ciò per decadi e decadi, generazione dopo generazione: così la democrazia e i diritti non possono affermarsi.
Che la costruzione dello Stato di diritto sia faccenda complicata lo dimostrano anche i paesi usciti dalla "primavera araba", dove in nessuno stato, eccetto che in Tunisia, si è insediata una forma di compiuta democrazia: non in Egitto, non in Siria, men che meno in Libia. La Tunisia è lì a dimostrare che un cammino verso la democrazia sarebbe stato possibile, ma che esso è molto difficile.
Così tutta la fascia torno alla nostra Europa occidentale attesta che il deficit di riconoscimento dei diritti umani è ben difficile da superare. Lasciamo stare i paesi arabi e proviamo a prendere come parametro per misurare il rispetto dei diritti umani il contenzioso che approda alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo. Muovendoci fra i dati relativi al 2019 (quelli del 2020 non sono stati ancora elaborati) vediamo che ben il 64,2% del contenzioso proviene dalle repubbliche ex sovietiche, e fra queste spicca la Russia con il 22,7%.
L'Azerbaijan incide con il 3,3%. Abbastanza ma non poi così grave, si dirà, considerato che l'Italia (prima fra i paesi dell'Europa occidentale quanto a gettito per la Corte Edu) ammonta al 5,5 %. Ma consideriamo che l'Italia ha una popolazione di più di 60 milioni, mentre l'Azerbaijan ha raggiunto appena i 10 milioni. Facile il conto se anche l'Azerbaijan avesse la stessa popolazione dell'Italia.
Si viene così al diritto di difesa, indice e presidio della tutela di ogni altro diritto, e al modo in cui sono trattati gli avvocati. In Azerbaijan ci sono meno di 1.000 avvocati e questo costituisce motivo di debolezza della loro compagine. Per di più è radicata nella prassi e nella mentalità comune, così ci ha detto il collega Ermin Aslanov, l'abitudine di bypassare l'avvocato trovando un accordo diretto col procuratore o addirittura col giudice.
E consideriamo che i magistrati, tutti i magistrati, sono nominati dall'esecutivo. A ciò si aggiunge un punto cruciale: in tutto il paese c'è un solo consiglio dell'ordine nazionale, e, verrebbe da dire, nazionalizzato, tanto è subalterno al potere esecutivo. In questo assetto è facile per il governo colpire quegli avvocati, non molti in verità, che reclamano diritti fondamentali per i propri assistiti o si ergono a difesa dell'opposizione al regime politico.
Per il regime il Consiglio Nazionale Forense azero funziona da strumento sicuramente obbediente. E ciò, nonostante che nel 1999 sia entrata in vigore una nuova legge sulla professione forense. Ma la novità legislativa non è riuscita evidentemente a cambiare la subalternità ordinamentale della professione rispetto al governo.
Non sembra esagerato rinvenire un vago sapore staliniano in questa linea diretta fra il Presidente - il governo - il consiglio nazionale degli avvocati - la repressione contro gli avvocati scomodi. Che vengono colpiti infatti per lo più attraverso provvedimenti disciplinari, che vanno dalla sospensione per uno o più anni, fino alla radiazione.
Spesso alla radiazione consegue anche la confisca dei beni. Talora per essi c'è anche la galera: 7 anni e mezzo inflitti nel 2015 a Intigam Alijev, noto difensore dei diritti umani, con la scusa di reati tributari, di cui la Corte Edu, investita del caso, non ha trovato alcuna traccia. Nello stesso 2015 il Consiglio degli Ordini Forensi Europei lo ha insignito del premio per i diritti umani. Ma è ancora in carcere.
*Osservatore Internazionale Ucpi
di Alessandro Pirovano
osservatoriodiritti.it, 27 gennaio 2021
Le condizioni dei detenuti dell'Eta e la controversa politica di "dispersione dei prigionieri" attuata dalla Spagna pesano ancora come un macigno sul processo di pace dei Paesi Baschi. Nel corso degli anni, gli scontri tra terroristi, militari e paramilitari hanno provocato più di 800 morti.
A dieci anni dal "cessate il fuoco" dell'Eta, 238 località tra Spagna e Francia hanno manifestato per chiedere il rispetto dei carcerati e la pace per i Paesi Baschi. In particolare, Sare e Artisan de la Paix, le organizzazioni che hanno indetto gli eventi, vogliono che termini al più presto la politica di "dispersione dei detenuti" e che si torni a rispettare i diritti umani dei carcerati.
La situazione. Alla fine del 2020 in prigione c'erano 218 detenuti del Collettivo politico dei prigionieri baschi: 163 in Spagna (dati Etxerat), 30 in Francia e 25 nei Paesi Baschi. Nel dettaglio, poco meno della metà dei detenuti dell'Eta in Spagna è stato collocato a oltre 400 km dai Paesi Baschi e quasi un terzo a oltre 600 km. Distanze che si allungano, naturalmente, per chi è in Francia, dove il 23% si trova tra i 600 e i 1.100 km. A questo si aggiunge che in oltre il 50% dei casi è utilizzato il carcere duro per questi detenuti.
Le violazioni. Centri di ricerca e varie personalità parlano esplicitamente di violazioni dei diritti umani, tenendo conto anche delle accuse di maltrattamenti e sevizie ai danni dei prigionieri in carcere per motivi politici emerse nel corso degli anni. I membri dell'Eta sono stati mandati lontano dalla propria regione, isolati e trasferiti spesso da una struttura all'altra per tagliare qualunque possibilità di relazione, così da indebolire qualunque possibile rinascita del movimento terrorista.
La fine delle ostilità. Il 10 gennaio di dieci anni fa l'Eta, sigla che sta per "Patria Basca e Libertà", dichiarò un "cessate il fuoco permanente", "generale" e "verificabile". Un passo verso la fine delle violenze che, col tempo, si rivelò essere quello definitivo (la dissoluzione dell'organizzazione risale al 2018). Le persone che sono morte nel corso del conflitto tra gli indipendentisti baschi e militari e paramilitari spagnoli sono oltre 800.
La storia. L'organizzazione era nata alla fine degli anni Cinquanta, in opposizione al regime franchista e con l'obiettivo di difendere la cultura e la lingua basca. In breve l'Eta si organizzò militarmente, promuovendo attentati contro le forze franchiste, che proseguirono anche dopo la fine del regime. Nel corso degli anni Ottanta e Novanta, infatti, i terroristi dell'Eta colpirono politici, militari, ma anche civili. Tra gli attentati, il più cruento fu quello del 6 giugno dell'87, a Barcellona, dove una bomba ammazzò 21 persone. Dal canto loro, le autorità spagnole misero in prigione migliaia di sostenitori dell'Eta, bandirono diversi partiti legati all'organizzazione e finanziarono formazioni paramilitari, come il Gruppo antiterrorista di liberazione (Gal).
di Alice Facchini
redattoresociale.it, 26 gennaio 2021
Da una parte i senza tetto sono in situazione di difficoltà economica e di esclusione sociale, e quindi sono portati a commettere i cosiddetti "reati di povertà". Dall'altra, non hanno una casa dove scontare pene alternative, e così finiscono più facilmente in carcere. È la denuncia di Avvocato di strada: "Servono strutture apposite riconosciute dalla magistratura".
di Carla Chiappini*
Ristretti Orizzonti, 26 gennaio 2021
Sabato mattina con grande interesse ho seguito un evento organizzato dal professor Giovanni Fiandaca, Garante dei diritti delle persone private della libertà della regione Sicilia per presentare due testi di recente pubblicazione rispettivamente di Luigi Pagano e Giacinto Siciliano; due direttori di carcere, l'uno in pensione e l'altro attualmente direttore della Casa Circondariale "San Vittore" di Milano.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 26 gennaio 2021
I Ddl per accelerare i giudizi penali e quelli civili sono fermi in Senato. Una relazione più proiettata sul futuro che ancorata al passato. Per evidenti convenienze politiche. È quella che il ministero della Giustizia sta mettendo a punto e che Alfonso Bonafede si accinge a tenere in Parlamento a crisi ormai aperta dopo la decisione del capo del Governo di formalizzare le dimissioni.
di Paolo Foschini
Corriere della Sera, 26 gennaio 2021
Continua nonostante le restrizioni della pandemia il programma "Per Aspera ad Astra" in 12 istituti di tutta Italia. In attesa di riprendere spettacoli e prove in presenza si progettano copioni e nuove scene di "cultura e bellezza". Se il rumore è l'assassino del pensiero - si dice - il silenzio è l'assassino della vita. Non il silenzio della notte stellata evidentemente. Quello del non-racconto, del non dire.
- Obiettivo Bonafede. Responsabili, renziani e grillini danno il via al regolamento dei conti
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