di Federico Capurso
La Stampa, 24 gennaio 2021
"La testa di Bonafede sarà la prima a cadere". A dirlo non è un nemico giurato del ministro della Giustizia. Il tono, anzi, è rassegnato. Sono i suoi stessi compagni di partito del Movimento e, per di più, membri dell'esecutivo che gravitano nella stessa corrente governista del Guardasigilli, a credere che ormai sia questione di tempo: "Si dovrà solo capire quando e come lascerà, ma non riusciremo a difenderlo". Perché i destini del ministro e quelli del governo sono incrociati, ma difficilmente potranno avere entrambi un esito positivo.
Mercoledì il primo banco di prova, quando verrà illustrata ai deputati la relazione annuale sulla giustizia. I numeri della maggioranza, alla Camera, sulla carta ci sono e si sono consolidati con l'ultimo voto di fiducia, ma inizia a sollevarsi qualche perplessità sulla loro tenuta. Tra i responsabili che hanno rinfoltito le file della maggioranza nell'ultima settimana, infatti, molti sono moderati che non hanno mai visto di buon occhio l'anima giustizialista del ministro grillino. Con il possibile voto contrario dei deputati di Italia viva, poi, Bonafede rischia di ballare sul filo. L'appello lanciato dal vicesegretario del Pd Andrea Orlando va proprio in questa direzione: "Sarà difficile non solo allargare, ma tenere i voti. Ci vuole una iniziativa politica del governo e di Bonafede, altrimenti si rischia di andare a sbattere".
E il fatto nuovo sarebbe la "svolta garantista". Senza una virata decisa sulla giustizia, in Senato la maggioranza non resterà in piedi perché nuovi senatori responsabili, all'orizzonte, non se ne vedono. Bonafede sta pensando di rinviare di un giorno l'informativa a palazzo Madama, fissandola per giovedì. Darebbe così il tempo di saggiare i numeri alla Camera, tutt'altro che scontati. Ma se la maggioranza perdesse pezzi già a Montecitorio, nel Movimento e nel Pd spingerebbero - fanno sapere da entrambi i partiti - per un immediato Conte ter, in modo da rinviare il test al Senato e cambiare la guida a via Arenula.
Deve ancora essere convinto Giuseppe Conte, cosa non da poco, ma se cadesse sul voto di giovedì Bonafede, che è capodelegazione del M5S, affonderebbe tutto il governo. E si sta cercando di persuadere il premier ad anticipare le sue dimissioni addirittura a martedì, così da evitare un possibile indebolimento della maggioranza a Montecitorio. Di Conte ter ha anche parlato, non a caso, Bruno Tabacci al termine del suo incontro a palazzo Chigi con Luigi Di Maio. Per l'area moderata un cambio di passo nel segno di una nuova stagione garantista è un elemento cardine dell'operazione di allargamento della maggioranza. E per il cambio alla guida del dicastero di via Arenula il Pd vorrebbe proprio Orlando, che potrebbe gestire la riforma della giustizia inserita dall'Europa tra le condizioni da soddisfare per poter accedere ai fondi del Recovery plan.
A rischiare, tra i big del Movimento, non c'è però solo Bonafede. Iniziano a farsi insistenti, infatti, le voci che vedrebbero il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Riccardo Fraccaro, sostituito da Stefano Patuanelli, di cui Conte si fida molto. Patuanelli lascerebbe lo Sviluppo Economico a Stefano Buffagni, da tempo in corsa per una promozione, come il capogruppo Pd alla Camera Graziano Delrio, che tornerebbe al ministero dei Trasporti, lasciando le Infrastrutture al viceministro M5S Giancarlo Cancelleri. La musica del valzer dei ministeri si inizia a sentire più forte.
tuttosanita.com, 24 gennaio 2021
I detenuti sono da considerarsi una popolazione fragile sotto il profilo sanitario, nel caso di una positività sintomatica al Sars-CoV-2, condizionerebbero una gestione in sicurezza. Durante il Lockdown il virus nei fatti è entrato negli istituti penitenziari con assoluta marginalità, dimostrando che le misure di cintura allora adottate attorno alle persone detenute hanno funzionato, anche perché erano forzosamente efficienti anche su quanti accedevano al carcere per motivi di lavoro.
di Fabrizio Ventimiglia e Giorgia Conconi
Il Sole 24 Ore, 24 gennaio 2021
Cassazione Penale, Sezioni Unite, 14 gennaio 2021, n. 1626. Con la decisione in commento la Corte di Cassazione si è espressa in merito alla corretta interpretazione delle norme del codice di procedura penale dedicate alle modalità e ai termini relativi all'istituto del ricorso cautelare per cassazione, statuendo che tale ricorso "deve essere presentato esclusivamente presso la cancelleria del tribunale che ha emesso la decisione o, nel caso indicato dall'art. 311, comma 2, c.p.p., del giudice che ha emesso l'ordinanza, ponendosi a carico del ricorrente il rischio che l'impugnazione, presentata ad un ufficio diverso da quello indicato dalla legge, sia dichiarata inammissibile per tardività, in quanto la data di presentazione rilevante ai fini della tempestività è quella in cui l'atto perviene all'ufficio competente a riceverlo".
Questa in sintesi la vicenda processuale. Il Tribunale di Reggio Calabria, accogliendo in parte la richiesta di riesame dell'indagato, annullava solo parzialmente l'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal G.i.p. del medesimo Tribunale. Il difensore dell'indagato proponeva, dunque, ricorso per cassazione, che veniva depositato presso la cancelleria del Tribunale di Locri anziché presso il Tribunale del riesame di Reggio Calabria e perveniva, di conseguenza, dinanzi ai Giudici del Tribunale competente oltre il termine perentorio di cui all'art. 311 co. 1 c.p.p.
Tramite il ricorso veniva dedotto il vizio di motivazione dell'atto, la violazione dell'art. 273 c.p.p. e veniva eccepita l'illegittimità costituzionale dell'art. 309 c.p.p., richiamato nei primi tre commi dall'art. 311 c.p.p., per contrasto con gli artt. 3, 13 e 111 Cost., poiché la norma non avrebbe previsto un termine entro cui la richiesta di riesame, presentata a un'Autorità differente da quella competente, avrebbe dovuto essere trasmessa al Giudice del riesame. La Terza Sezione della Cassazione, constatando la tardività del ricorso e ravvisando la sussistenza di un contrasto interpretativo circa il corretto luogo di presentazione del ricorso cautelare per cassazione, rimetteva alle Sezioni Unite la questione relativa all'applicabilità, in casi sovrapponibili a quello della vicenda in esame, dell'art. 582 co. 2 c.p.p. che, come noto, prevede l'obbligo di immediata trasmissione dell'atto di appello, depositato dinanzi a una cancelleria diversa, presso la cancelleria del Giudice che ha emesso il provvedimento impugnato.
Nello specifico, le Sezioni Unite della Suprema Corte sono chiamate a chiarire se la regola generale prevista agli artt. 582 e 583 c.p.p. possa trovare applicazione anche in relazione a una circostanza specificamente disciplinata da una norma di natura derogatoria come l'art. 311 c.p.p., che, come noto, prevede che l'interessato possa presentare ricorso tassativamente entro 10 giorni e unicamente dinanzi al Giudice che ha emesso l'atto impugnato e se sia possibile che il gravame ex art. 311 c.p.p., presentato in una cancelleria diversa da quella del Giudice competente a riceverlo, che giunga presso la cancelleria del Giudice competente entro i termini, possa essere ritenuto valido.
La Suprema Corte in merito alla prima questione ha affermato che, sulla base dell'orientamento giurisprudenziale maggioritario, l'indicazione del luogo di presentazione del ricorso cautelare ex art. 311 co. 3 c.p.p. rappresenta una previsione autonoma, e che la norma, al contrario dell'art. 309 co. 4 c.p.p., non richiama il contenuto dell'art. 582 c.p.p.; né, ad avviso delle S.U., si può invocare l'applicazione della disciplina generale delle impugnazioni tramite il ricorso all'analogia legis.
Relativamente alla questione concernente la sorte dell'atto di impugnazione presentato dinanzi alla cancelleria di un Giudice differente rispetto al Giudice a quo, la Cassazione non esclude la validità del ricorso. Di fatti, la Corte osserva che "solo l'inosservanza del termine di presentazione determina l'inammissibilità del ricorso" e, di conseguenza, il luogo di presentazione rileva, unicamente, ai fini della verifica della tempestività del ricorso, poiché il decorso inutile del termine per l'impugnazione determina la decadenza dal relativo diritto.
In tal caso, il ricorrente si assume il rischio di una dichiarazione di inammissibilità del ricorso per tardività, dal momento che la data di presentazione viene, in ogni caso, considerata quella in cui l'impugnazione perviene all'ufficio competente a riceverla. Ebbene, il ricorso presentato ad una cancelleria "diversa", pervenuto presso il Giudice competente nel termine sancito dall'art. 311 co. 1 c.p.p., è valido, in ragione del principio del raggiungimento dello scopo dell'atto, ma non può mai essere invocato l'obbligo di tempestiva trasmissione degli atti, previsto dalla regola generale contenuta nell'art. 582 co. 2 c.p.p., in quanto non richiamato dall'art. 311 c.p.p. Fondandosi su tale motivazione i Giudici di legittimità hanno, dunque, escluso la sanzione di inammissibilità per il solo errore di presentazione del ricorso, argomentando che "in questo modo sarebbe vanificato l'obbligo di trasmissione al giudice competente e che rimarrebbe altresì frustrato il principio di conservazione dell'impugnazione stabilito dall'art. 568 co. 5 c.p.p.".
di Andrea Colombo
Il Manifesto, 24 gennaio 2021
Dal dem Orlando appello a Bonafede perché renda più garantista la sua relazione. Il ministro D'Incà si attacca al telefono: "Come vanno i numeri?". Dalla trincea del Senato non sanno più cosa rispondergli: la facoltà di moltiplicare i voti ancora non è data. Il segnale del caos totale è confermato dal tentativo di rinviare il voto sulla relazione sulla giustizia del ministro Bonafede a palazzo Madama di 24 ore, da mercoledì a giovedì. Non cambierebbe niente e c'è anzi il caso che la richiesta di inutile rinvio, accampando impegni del guardasigilli, finisca in figuraccia. Deve decidere la conferenza dei capigruppo, convocata per martedì: che passi lo slittamento del voto è ben poco probabile.
Il vicesegretario del Pd Andrea Orlando invoca una "iniziativa politica del governo e di Bonafede che dia il segnale di un fatto nuovo senza il quale andiamo a sbattere". Sibillino, come d'abitudine nel gergo del Pd. Di certo non intende le dimissioni del ministro, altrimenti verrebbe giù tutto. La richiesta è di arrivare in aula con un discorso garantista e con concessioni tali da rendere difficile la bocciatura. In parte si tratta del passaggio sulla durata dei processi reclamato dalla senatrice Sandra Lonardo Mastella, con garanzia personale di Giuseppe Conte, e quello dovrebbe esserci di certo. Non basterà se non alla stessa Lonardo che però è già in maggioranza. Il vero nodo è la prescrizione, e su quella le cose sono molto più delicate perché è un cavallo di battaglia dei 5 Stelle. Sacrificarlo non sarà facile.
Sulla carta la partita è già chiusa. Trattandosi di giustizia, persino Paola Binetti, che nell'Udc è la più favorevole al passaggio in maggioranza, ribadisce che il voto sarà contrario anche se aggiunge che "la storia si riscriverà da mercoledì, dopo quel voto". La maggioranza in realtà spera. Un po' contando sulle assenze strategiche di senatori forzisti spaventati dal rischio di precipitare verso le elezioni anticipate. Un po' puntando su una nuova astensione dei renziani. Non è impossibile. Italia viva non ha ancora deciso. Renzi mira a riaprire i giochi per tornare da vincitore in maggioranza e al governo: salvare Conte la settimana prossima potrebbe essere un modo per ricucire la ferita delle dimissioni delle ministre di Iv. Ma Renzi dovrebbe avere garanzie solide in questo senso e anche sul prosieguo, altrimenti stavolta Iv non sceglierà l'astensione.
Da Palazzo Chigi continuano da due giorni a partire indiscrezioni su un possibile Conte ter cotto e mangiato prima del voto del Senato. Nella politica italiana tutto è possibile ma qui sembra di varcare i confini del delirio. Mettere in piedi un nuovo governo in due giorni, con una nuova maggioranza che non c'è e dovendo trattare ministeri e sottosegretariati è roba da trattamento sanitario obbligatorio. Probabilmente la voce viene diffusa con l'obiettivo di allettare i senatori considerati incerti e conquistabili: intanto salvate il governo, poi arriverà il Conte ter.
In realtà ancora ieri il premier era deciso a tenersi strettissima la poltrona di palazzo Chigi e non intendeva affatto rassegnare le dimissioni. Né nei prossimi due giorni né subito dopo il voto sulla giustizia, comunque vada a finire. Neppure l'ipotesi largamente accreditata, di caduta del governo in caso di sconfitta è per il momento fondata. Il ministro Bonafede dovrebbe certo dimettersi ma Conte non sarebbe affatto tenuto a imitarlo e quasi certamente non lo imiterebbe. Resterebbe al suo posto, cercando di allargare la maggioranza nelle settimane successive e tentando di coinvolgere Forza Italia in un'area limitrofa al governo in cambio della promessa di legge elettorale proporzionale. Con o preferibilmente senza dimissioni e Conte ter. Ma la situazione sarebbe quella di chi si asserraglia nel bunker con l'armata rossa già a Berlino. Di fatto inizierebbero subito le grandi manovre per il dopo Conte.
Il Pd (con distinzioni interne) insiste nel non indicare altre soluzioni che le elezioni anticipate. I vertici dei 5 Stelle, anche se molto meno la truppa parlamentare, concordano. Conte ha tutto l'interesse nel votare subito e così Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Berlusconi, allettato dalla promessa del Quirinale fattagli dagli alleati, si è avvicinato a quella posizione. In una nota diffusa ieri ripete che "serve un governo forte, non un Conte bis riveduto o il Conte ter", si affida alla "saggezza del capo dello Stato", rilancia il governo di unità nazionale ma aggiunge che "una paralisi di due mesi per le elezioni è meglio che una di due anni". Eppure le controindicazioni che sconsigliano le elezioni sono talmente tante e talmente gravi che lo sbocco elettorale resta invece poco probabile.
di Stefania Valbonesi
stamptoscana.it, 24 gennaio 2021
Un nutrito presidio, oltre 200 di persone, ha messo in atto una protesta sotto le mura del carcere di Sollicciano a Firenze contro la violenza in carcere, a poche settimane dall'indagine shock che ha coinvolto il carcere fiorentino: due pestaggi, nel 2018 e nel 2019, ai danni di un detenuto marocchino e un italiano.
Tre agenti ai domiciliari e 6 indagati. Pugni, schiaffi e calci fino ad arrivare in infermeria con 20 giorni di prognosi per la frattura di due costole e l'uscita di un'ernia all'altezza dello stomaco per un giovane detenuto marocchino nel 2019, stesso trattamento per un detenuto italiano sottoposto a un pestaggio a dicembre 2018 che gli sarebbe costato la perforazione di un timpano. Senza dimenticare i precedenti fatti del carcere di San Gimignano, risalenti al 2018, che vedono a processo con rito abbreviato una decina di agenti, sempre per violenze sui detenuti. Altri 5 agenti, sempre per gli stessi fatti, andranno a giudizio il 18 maggio prossimo. Sarà la prima volta che verrà contestato il reato di tortura, introdotto nel 2017.
Giunti verso le 15, srotolati gli striscioni, i partecipanti al presidio hanno intonato diversi slogan contro le violenze, la tortura, la disumanizzazione del carcere, mettendo l'accento anche sulle condizioni degradanti in cui versa la detenzione ma soprattutto sul fallimento che il carcere rappresenta per quanto riguarda la capacità di ripristinare opportunità concrete di un cambio di vita per i detenuti. Alle voci dei dimostranti a poco a poco si sono unite quelle dei detenuti, come un'eco, da dietro le mura e i portoni sbarrati, con un agitare di bandiere improvvisate.
Una sorta di grido smorzato ma intensissimo con cui il carcere ha voluto a sua volta inviare al mondo esterno la realtà delle sue tragiche condizioni, l'incapacità di reimmettere nel consorzio umano uomini e donne che spesso non hanno avuto alternative o le cui cadute sono state propiziate dalle contingenze sociali in cui si sono trovati. "Del resto, il problema vero - dicono dal presidio - è l'incapacità del carcere di andare al di là di una logica punitiva tout court, nonostante la palese violazione del dettato costituzionale".
Dito puntato dunque sull'inadeguatezza totale delle strutture carcerarie, in cui oltre al cronico sovraffollamento si aggiungono condizioni ingestibili per quanto riguarda la stessa esistenza umana (dal cibo alle condizioni igieniche, alle temperature che d'estate superano, nelle celle, i 40 gradi) cui si sovrappongono i rischi di una disciplina che purtroppo non sporadicamente sembra sfociare in episodi di violenza brutale tanto da rasentare o configurarsi di fatto come tortura. Una sorta di pena aggiuntiva, insomma, rispetto a quanto è stato comminato in sede di giudizio. Nel corso del presidio, ci sono stati due minuti in cui i partecipanti si sono sdraiati a terra, per tradurre in un'immagine simbolica l'abbandono in cui giace questa parte d'umanità.
Il presidio, organizzato da Cpa-Firenze Sud e Rifondazione Comunista, ha visto l'adesione di Cantiere Sociale Camilo Cienfuegos, Collettivo Politico Scienze Politiche, Collettivo Krisis, Rete dei Collettivi Fiorentini, Acad Onlus, PerUnAltraCittà, Rete Antirazzista Fiorentina, Collettivo di Unità Anticapitalista di Firenze, Movimento di lotta per la casa di Firenze, Rete Antisfratto Fiorentina, Firenze Città Aperta, Lotta Continua Firenze, Occupazione via del Leone, Occupazione viale Corsica.
di Alessandro di Nocera
La Repubblica, 24 gennaio 2021
Un laboratorio durato un anno, 4 autori, una associazione e soprattutto alcuni detenuti: così nasce "La voce degli invisibili". Tutto ha avuto inizio nel settembre del 2018, dopo la proiezione - all'Ex Opg " Je so' pazzo", centro sociale di Via Imbriani 218, nel quartiere Materdei - del film " Sulla mia pelle", dedicato a Stefano Cucchi. Da quell'evento, una serie di incontri e di dibattiti dai quali è nato un gruppo di lavoro che, dal marzo 2019, si è recato ogni settimana nel Padiglione Genova di Poggioreale per parlare coi carcerati, intervistandoli sulle loro condizioni e sul senso della loro detenzione. Esperienza che i volontari del progetto, "Sotto lo stesso cielo", hanno fatto diventare un fumetto con la collaborazione attiva dei reclusi.
È nata così "La voce degli invisibili", 54 pagine a colori, in vendita on line a 5 euro (lavocedegliinvisibili.bigcartel.com) e il cui ricavato sarà destinato a finanziare altre iniziative sociali dell'Ex Opg. Alla stesura hanno preso parte - realizzando preziosi e illuminanti testi d'appendice - don Franco Esposito, cappellano di Poggioreale e presidente della Onlus "Liberi di Volare", Daniela Lourdes Falanga dell'Arcigay "Antinoo" e i membri dell'Associazione Antigone.
"La voce degli invisibili" nasce con la consulenza di Kevin Scauri - ventinovenne napoletano, collaboratore della casa editrice Coconino Press e del Comicon di Napoli, fondatore del Collettivo Sciame - che dopo un workshop preliminare ha coinvolto nell'iniziativa altri tre giovani autori che si sono recati a conversare coi reclusi: Nova, Maurizio Lacavalla e Gianluca " Jazz" Manciola. Pablo Cammello è invece l'autore della claustrofobica cover in stile Charles Burns.
Le narrazioni sono contraddistinte da stili grotteschi e surreali che interpretano l'angoscia della prigionia. In "Metamorfosi", Scauri raffigura in chiave dantesca il sovrappopolamento delle carceri e la trasformazione dei condannati in carne da macello deprivata di ogni umanità. Nova, in "Legàmi", concentra la sua sensibilità sugli affetti familiari. Lacavalla punta uno spietato obiettivo sulla sanità carceraria, mentre Jazz, in "Uscire", si fa interprete delle problematiche legate al reinserimento post-pena nella società.
"Abbiamo deciso di pubblicare l'albo proprio adesso - ha spiegato Scauri - perché la pandemia di Covid- 19 ha accentuato e messo in luce tutte le criticità dei luoghi di reclusione, e gli stessi temi da noi trattati sono stati portati all'esasperazione. Speriamo così di porre l'accento sugli istituti penitenziari e sulla necessità di intervenire in maniera incisiva su di essi in questo momento di emergenza".
Ristretti Orizzonti, 24 gennaio 2021
"L'Università di Cagliari, a 400 anni dalla fondazione, e il Provveditorato regionale dell'Amministrazione Penitenziaria, con il 5,4% di studenti iscritti nei corsi dell'Ateneo, raccolgono risultati straordinari tra i detenuti della Sardegna.
Un centinaio di studenti della Casa di Reclusione di Oristano-Massama, iscritti alle superiori e ai corsi Cpia, attende però inutilmente da mesi di poter studiare. Un problema irrisolto che impedisce a persone che esprimono la volontà di cambiare sé stessi di fruire di un diritto costituzionale". Lo sostiene Maria Grazia Caligaris dell'associazione 'Socialismo Diritti Riformè, con riferimento al mancato avvio delle lezioni scolastiche a distanza osservando che "risultati eccezionali non possono cancellare condizioni di disagio e inadeguatezza di una realtà molto importante".
"Occorre non trascurare che gli apprezzabili risultati universitari - sottolinea Caligaris - sono quasi sicuramente da mettere anche in relazione all'incremento dei detenuti in Alta Sicurezza e 41bis presenti nell'isola (la più alta percentuale in Italia rispetto al numero di ristretti). È notorio inoltre che lo studio ad alto livello soddisfa e impegna particolarmente le persone private della libertà con pene lunghe.
Ecco perché, a parte Alghero, la presenza di studenti universitari si registra nelle sezioni AS e tra gli ergastolani. Il problema è rendere la scuola e la formazione strumenti per tutti specialmente per tossicodipendenti e analfabeti di ritorno, spesso dietro le sbarre per pochi mesi in attesa di essere trasferiti in Comunità di recupero e/o in centri sanitari".
"Il convegno dell'Università - osserva ancora l'esponente di Sdr - ha messo l'accento su una problematica significativa soprattutto in considerazione del recupero sociale. Indubbiamente 45 detenuti universitari su circa 2.000 ristretti sono importanti, ma lo sono anche i restanti 1.955 e in particolare i circa 260 di Oristano, un centinaio dei quali ormai si sentono abbandonati e privati di una prospettiva di crescita culturale e umana. Sdr rivolge quindi un appello al Direttore Generale dei Detenuti e del Trattamento Gianfranco De Gesu, già apprezzato provveditore regionale della Sardegna, per un suo personale impegno affinché nella nostra isola non ci siano figlio di un Dio Minore".
rainews.it, 24 gennaio 2021
Le stoviglie contro le inferriate, per timore di nuovi casi di coronavirus. "Difficile arginare il contagio all'interno del carcere in caso di nuovi detenuti positivi". Rumorosa protesta, venerdì sera, intorno alle 22, da parte di alcuni detenuti del carcere triestino del Coroneo. Hanno battuto le stoviglie contro le inferriate delle loro celle: al centro della protesta il timore di nuovi casi di coronavirus e la richiesta che vengano effettuati tamponi con regolarità.
"Se da fuori arriva un detenuto positivo diventa difficile arginare il contagio" hanno fatto sapere tramite i loro familiari. Gli autori della protesta hanno anche invocato l'indulto per ridurre il sovraffollamento delle carceri e, di conseguenza, anche il rischio di nuovi focolai. Alcuni detenuti e detenute hanno aderito al cosiddetto "sciopero del carrello", iniziativa promossa dall'esponente radicale Rita Bernardini. In pratica hanno iniziato lo sciopero della fame, donando il loro pasto in beneficenza.
di Fabrizio Dragosei
Corriere della Sera, 24 gennaio 2021
Le notizie rese note da alcune Ong legate all'opposizione. Disordini e dure repressioni da parte della polizia in numerose città del Paese. Oltre centomila persone sono scese in piazza in tutta la Russia contro l'arresto di Aleksej Navalny, il più famoso oppositore di Putin avvelenato ad agosto in Siberia che ora rischia fino a tredici anni di carcere. In tanti hanno affrontato il freddo, le minacce e i pericoli che nel Paese corre oggi chiunque contravvenga alle severissime leggi contro manifestazioni e dissenso.
E questo nonostante in più di 70 città le autorità avessero fatto di tutto per impedire la protesta. Almeno 2.500 dimostranti sono stati fermati e finiranno presto davanti a un giudice. Parecchi malmenati. Complessivamente quella di ieri è stata la più vasta dimostrazione dell'esistenza di un significativo dissenso che non si vedesse da anni. È vero, come il Cremlino fa spesso notare, il presidente gode ancora di un grandissimo supporto nel Paese, ma quelli che lo contestano sono le forze più vitali, sono le colonne della futura Russia. I giovani scolari e gli universitari, la borghesia professionale non più solo delle grandi città come Mosca e San Pietroburgo, ma anche di moltissimi centri sparsi per undici fusi orari. Tra i fermati, anche la moglie di Navalny, Yulia (poi rilasciata in serata) e i suoi avvocati. Nei giorni scorsi arrestata anche la portavoce Kira Yarmysh.
Per bloccare i minori, le scuole si erano inventate una giornata di lezioni nonostante fosse sabato, con la minaccia di espulsione per chi non si fosse presentato. Rallentati i social, soprattutto Tik Tok e Vkontakte e le comunicazioni telefoniche. Poi avvisi pressanti a chi avesse deciso di prender parte alle marce non autorizzate: pesanti pene e rischio Covid. A piazza Pushkin, dove il popolo di Navalny si era dato appuntamento, il sindaco della capitale ha ordinato una ripavimentazione urgente e così il luogo è stato transennato. Ma la gente ha iniziato a sfilare lungo le vie e poi in serata davanti al carcere di Matrosskaya Tishina dove il blogger è detenuto in attesa di processo.
Si tratta di un famigerato carcere, assieme a quello di Butyrka. Nei due istituti venne probabilmente picchiato e poi lasciato morire l'avvocato Sergej Magnitsky che aveva denunciato pubblici ufficiali che truffavano lo Stato. Come causa della morte venne indicato un attacco cardiaco. Per questo Navalny venerdì ha diffuso un video nel quale afferma di "non nutrire alcuna intenzione suicida e di avere un cuore fortissimo". Ad agosto Navalny era stato avvelenato mentre si trovava in Siberia per la campagna elettorale. Alcuni uomini, da Navalny stesso poi identificati come agenti dei servizi di sicurezza, gli avevano contaminato le mutande con una variante di Novichok, la sostanza chimica vietata dai trattati internazionali con la quale in Inghilterra avevano tentato di assassinare un agente russo passato dall'altra parte.
Tornato a Mosca, Aleksej Navalny è finito subito in prigione per accuse che in buona parte del mondo (ha protestato anche il Parlamento europeo) vengono definite pretestuose. Nei giorni scorsi, per far vedere di non aver paura, il blogger ha diffuso un lungo filmato su un'enorme proprietà in costruzione sul Mar Nero che, sempre secondo Navalny, apparterrebbe a Putin. Il video (un record di 71 milioni di visualizzazioni) ricostruisce anche gli interni sfarzosi e mostra fatture relative alla fornitura di mobili e suppellettili. Gli oggetti che hanno scandalizzato maggiormente i russi sono stati gli scopini per il wc acquistati a oltre 700 euro l'uno. E ieri molti dimostranti si sono portati da casa quelli "ordinari" per agitarli in aria.
di Ferruccio de Bortoli
Corriere della Sera, 24 gennaio 2021
Un miliardo di euro di deficit pesa forse politicamente molto meno che in passato, ma anche in era di tassi negativi non scompare d'incanto. Il voto pressoché unanime sullo scostamento di bilancio di 32 miliardi (il quinto) è stato commentato, ancora una volta, come una grande prova di responsabilità delle forze politiche. Quasi la dimostrazione che una grande coalizione, nell'interesse nazionale, sia un'ipotesi percorribile. Certo, non si poteva fare altrimenti. Sono fondi d'emergenza che servono a risarcire le categorie colpite dalle chiusure, finanziare la cassa integrazione e altro. Necessari. In totale, da quando è esplosa la pandemia, si sono approvati interventi anticrisi per 165 miliardi. Non sfugge, però, come sia relativamente facile raccogliere il consenso sulla crescita del deficit e del debito pubblico.
Votare sì non comporta alcun coraggio politico. Non si scontenta nessuno. Colpisce l'insostenibile leggerezza con la quale, nella cultura politica (e non solo) del Paese, ci si indebita. Il vincolo di bilancio non c'è più - come è giusto - ma non per sempre. Nulla è più definitivo in Italia - scriveva Giuseppe Prezzolini - di ciò che è provvisorio. La tradizione sembra confermarsi. Se non fosse così ne discuteremmo con un'intensità almeno pari a quella che anima il dibattito sulla sopravvivenza del Conte 2 o sul destino di "responsabili" e nascenti "cespugli" di centro. Invece no, tutto va via liscio. Come se le risorse fossero inesauribili (allora, perché mai pagare le tasse?).
Un miliardo di euro di deficit, e dunque di debito, pesa politicamente molto meno che in passato. In parte è vero. Ma anche nell'era dei tassi d'interesse negativi - e della Bce che compra i nostri titoli pubblici - non scompare d'incanto. Quando Mario Draghi ha distinto il debito buono da quello cattivo (visto l'andazzo, avrebbe fatto meglio a non farlo) vi è stato un coro unanime di consensi. Finalmente. Ma, in un afflato di ipocrita solidarietà, ci si è ben guardati dal considerare una spesa, un bonus, un aiuto a chi non ne aveva bisogno, come qualcosa di cattivo o soltanto di inopportuno. "Ne arrivano 209 di miliardi, non andiamo tanto per il sottile".
Con le morti per il Covid, le attività ferme a rischio di fallimento, i tanti disoccupati, mettersi poi a guardare dove finiscono i soldi è antipatico, insensibile, cinico. E invece no, perché ogni miliardo buttato oggi, è un aiuto in meno a chi ne ha veramente bisogno. Un investimento negato per le prossime generazioni che carichiamo di debiti, impoverendole. "Non sono sicuro di voler fare qualcosa per i posteri, del resto loro che cosa hanno fatto per me?".
La frase è di Oscar Wilde. Oggi non fa sorridere. Ogni spreco non è solo debito cattivo, è pessimo. In questa fase drammatica della vita del Paese, anche delittuoso. Che cosa volete che sia - sostiene di fatto la maggioranza dei parlamentari - un risparmio di 300 milioni di euro l'anno in tassi d'interesse, aderendo al famigerato Mes, quando i nostri titoli vanno a ruba (grazie alla Bce, ma non per sempre) sul mercato? E ancora: perché scandalizzarci tanto per i 4,5 miliardi del cosiddetto cashback, che premia, indipendentemente dal reddito, chi spende con la carta di credito? Cento, centocinquanta euro di restituzione.
"Proprio in questo momento. Ma era il caso?", si chiede il cittadino non colpito dalla crisi, un po' più sensibile, mostrando perfino un filo d'imbarazzo. È passato pressoché inosservato che, con l'approvazione in Parlamento della legge di Bilancio 2021, i fondi per l'emergenza siano stati diminuiti di 3,8 miliardi. Uno è stato dirottato all'esonero contributivo per gli autonomi (e va bene); gli altri 2,8 miliardi sono finiti nei rivoli di tante micro richieste, magari giustificate ma non urgenti, spesso solo mance varie.
Nei suoi interventi alla Camera e al Senato, il premier ha gettato - finora senza un grande successo - una sorta di rete per la pesca a strascico di qualche parlamentare. La promessa implicita, un po' brutale, è quella di posti e relativi vantaggi. Ogni voto in più è anche un centro di spesa che si aggiunge a una lunga lista. Ma, soprattutto, Conte ha parlato di una legge proporzionale più favorevole ai piccoli gruppi. Anni di battaglie referendarie sono finiti nel cestino della Storia.
Gli alfieri del maggioritario scomparsi insieme ai paladini della "necessità di dire prima del voto con chi ci si allea". Volatilizzati. Il Pd ha abiurato alla sua "vocazione maggioritaria". Al di là dei difetti, di cui parlava ieri sul Corriere Angelo Panebianco, c'è un'ampia letteratura sulla relazione infausta tra il proporzionale e la crescita della spesa pubblica (cattiva). Secondo Torsten Persson, Gerard Roland e Guido Tabellini (Electoral rules and government spending in parliamentary democracies, 2007), un passaggio da maggioritario a proporzionale puro aumenta nel medio periodo del 5 per cento la spesa pubblica.
Altri segnali. Lega e Fratelli d'Italia si sono astenuti in commissione al Parlamento europeo sulle regole che disciplineranno la distribuzione dei fondi del Recovery and Resilience Facility, lo strumento principale del Next Generation Eu. Matteo Salvini ha più volte detto che le condizioni imposte all'Italia mettono a repentaglio le pensioni e i risparmi italiani, per esempio con una patrimoniale. Nelle linee guida appena aggiornate dalla Commissione europea, che riprendono anche le ultime raccomandazioni ai vari Paesi, non c'è traccia di simili minacce.
Le riforme (giustizia, pubblica amministrazione, fisco) sono irrinunciabili per tornare a crescere e a sostenere il debito. Se non si fanno è in pericolo la concessione di sussidi e prestiti, che andranno impegnati entro il 2023 e spesi entro il 2026. Certo, se si proponesse adesso a Bruxelles quota 100, ci direbbero di no.
E farebbero bene, visti i modesti risultati - accertati anche dalla Corte dei conti - sui posti liberati per i giovani (ogni due uscite meno di un ingresso) e l'enorme fardello di debito caricato sulle prossime generazioni. Salvini si lamenta poi che i prestiti europei, a tassi più convenienti di quelli che riusciremmo ad ottenere noi, debbano essere restituiti (entro il 2058). Perché gli altri, più costosi, nonostante l'aiuto della Bce, e con scadenze più ravvicinate, no? I risparmiatori italiani continuano fortunatamente e giustamente a sottoscrivere i titoli pubblici, credendo nella parola dello Stato, che mai è venuta meno. Un grazie anche per la loro infinita pazienza nel seguire le contorsioni del nostro dibattito pubblico.
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