di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 22 gennaio 2021
Il dossier mafia-appalti fu archiviato dopo la strage di via D'Amelio, il 14 agosto 1992, la richiesta fu scritta nel 13 luglio 1992 e inviata al Gip il 22 luglio. Se è vero che la gestione "corleonese" aveva esasperato la propensione di Cosa Nostra a ricorrere alla violenza, è anche vero che ne aveva contestualmente coltivato la vocazione imprenditoriale, consentendo in tal modo agli affiliati di acquisire preziose esperienze gestionali, creando e perfezionando meccanismi di condizionamento delle gare d'appalto bandite dagli enti pubblici, stabilendo legami ed intese con grandi imprese nazionali e regionali. Si intravvedeva una regia unica degli appalti. Un qualcosa di pericoloso, non solo per l'economia: era diventato un cavallo di troia per permettere a Riina di condizionare la politica. Uno strumento di potere abnorme.
Falcone e Borsellino "pericolosi nemici" di Cosa nostra - L'ipotesi che dietro le stragi mafiose ci sia stata la volontà di fermare le inchieste sui rapporti tra imprenditori e mafia rimane ancora a galla, confermata d'altronde nella sentenza n. 24/ 2006 della Corte di Assise di Appello di Catania e ribadita in Cassazione. Parliamo di una sentenza che riguarda esattamente i processi per le stragi di Capaci e di via D'Amelio. Scrivono i giudici che Falcone e Borsellino erano "pericolosi nemici" di Cosa nostra in funzione della loro "persistente azione giudiziaria svolta contro l'organizzazione mafiosa" e in particolare con riguardo al disturbo che recavano ai potentati economici sulla spartizione degli appalti.
Motivo della "pericolosità" di Borsellino? La notizia che egli potesse prendere il posto di Falcone nel seguire il filone degli appalti. Tale ipotesi è stata anche recentemente riportata nelle motivazioni della sentenza di secondo grado del Borsellino quater. Questo, però, in contrapposizione della motivazione della sentenza di primo grado sulla presunta trattativa Stato- mafia dove si legge che non vi è la "certezza che Borsellino possa aver avuto il tempo di leggere il rapporto mafia appalti e di farsi, quindi, un'idea delle questioni connesse". I fatti però sembrano dire altro. Non solo Borsellino, quando era ancora alla procura di Marsala, chiese subito copia del dossier mafia-appalti redatto dagli ex Ros e depositato nella cassaforte della Procura di Palermo sotto spinta di Giovanni Falcone, ma mosse dei passi concreti per indagare informalmente sulla questione, tanto da incontrarsi in caserma con il generale dei Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno per ordinargli di proseguire le indagini e riferire esclusivamente a lui.
Mafia-appalti archiviata dopo la strage di Via D'Amelio - Il dossier mafia-appalti fu archiviato dopo la strage di via D'Amelio. Dagli atti emerge che la richiesta, scritta nel 13 luglio 1992 dalla Procura palermitana, fu vistata dal Procuratore Capo e inviata al Gip il 22 luglio. L'archiviazione fu disposta il successivo 14 agosto dello stesso anno, con la motivazione "ritenuto che vanno condivise le argomentazioni del Pm e che devono ritenersi integralmente trascritte".
Nel dossier compaiono diverse aziende che avrebbero avuto legami con la mafia di Totò Riina, comprese quelle nazionali. Tra le quali emerge anche il coinvolgimento di aziende enormi che erano quotate in borsa. Tra l'altro, lo stesso Borsellino, ebbe conferma del coinvolgimento di talune imprese durante l'interrogatorio del primo luglio del 1992 reso dal pentito Leonardo Messina. Dagli atti emerge chiaramente che alcune grosse aziende del nord, per prendersi gli appalti pubblici siciliani si sarebbero alleate con i fratelli Antonino e Salvatore Buscemi, legatissimi a Totò Riina. In ballo c'erano investimenti miliardari e relazioni fondamentali per il potere mafioso, che andavano quindi difese a tutti i costi.
La Repubblica, 22 gennaio 2021
Il Garante del Lazio: "Vaccinare detenuti e addetti". Dopo il focolaio emerso nel settore G1, riferisce Stefano Anastasia, ora è la volta del G11. "Detenuti chiusi tutti in cella" denuncia un detenuto in una lettera del 12 gennaio al suo avvocato.
"È uno stillicidio, il continuo accendersi di focolai di Covid-19 all'interno degli istituti di pena. A Rebibbia Nuovo complesso, dopo quello manifestatosi al G12, ora è la volta del G11, dove sono emersi 14 positivi nello screening che la Asl sta svolgendo progressivamente nei diversi reparti". A denunciare la situazione del penitenziario romano è Stefano Anastasia, portavoce della Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà e Garante regionale di Lazio e Umbria.
"Questa cosa - prosegue Anastasia - non avrà fine se non quando si provvederà a vaccinare l'intera comunità penitenziaria, dai poliziotti che operano quotidianamente nelle sezioni ai detenuti che ci vivono. Francamente, appare ogni giorno più imbarazzante il silenzio del ministro della Salute e del Commissario Covid di fronte ai ripetuti appelli alla revisione delle priorità vaccinali arrivati da autorevoli personalità come la senatrice a vita Liliana Segre e da istituzioni come il Garante nazionale e, da ultimo, ieri, il Consiglio regionale del Lazio, che si è espresso con un voto a larga maggioranza".
"Penso che la situazione è molto molto seria adesso. In queste mura sta scoppiando a dismisura. Questa non è galera, è una tortura", aveva scritto in una lettera del 12 gennaio scorso, un detenuto nel carcere di Rebibbia, a Roma, al proprio avvocato raccontando di come la diffusione del Covid-19 nel carcere sta diventando critica e la condizione dei detenuti sempre più precaria. Negli ultimi giorni sono stati molti i processi rinviati nel tribunale di Roma a causa della situazione epidemiologica nella struttura carceraria. Fonti legali riferiscono che si è proceduto alla chiusura dei settori G11, G12 e Alta Sicurezza.
"Ieri mi hanno mandato in isolamento preventivo perché un altro detenuto era positivo ed era con me in cella, ma asintomatico - scrive il detenuto -. In questo momento, martedì 12 gennaio, hanno chiuso tutto il reparto G12, anche i detenuti comuni, tutti chiusi in cella".
Nella mail inviata al penalista, si afferma che "tutto è partito nel reparto 1S con 38 contagiati". "Ora anche qui sotto ai detenuti comuni. Io sono in un reparto dove siamo 3 in quarantena e c'è anche un positivo da oggi che era il lavorante di sezione".
Il detenuto, che è in regime cautelare in attesa di giudizio, prosegue: "Siamo da 24 ore chiusi anche con la porta blindata e questa mattina non è passato il vitto per mangiare poiché dicono che ci sono cuochi infetti, abbiamo tutto nelle nostre celle. Penso che la situazione è molto molto seria adesso - conclude. È giusto che vi tenga aggiornati della mia situazione perché se dovesse precipitare ho tre figli piccoli, tutti con problemi. Un grande saluto da un ragazzo sfortunato. Help".
anconatoday.it, 22 gennaio 2021
La fotografia della situazione generale nel documento predisposto dal Garante dei diritti, Andrea Nobili, alla fine del suo mandato. Un anno particolarmente complesso il 2020 anche per gli istituti penitenziari marchigiani, chiamati a fronteggiare l'emergenza Coronavirus nonostante le vecchie e nuove criticità presenti nelle diverse strutture.
Come di consueto, la situazione complessiva viene rappresentata nel "Report 2020" predisposto dal Garante dei diritti, Andrea Nobili, al termine del suo mandato. Cinque azioni di monitoraggio, circa 500 colloqui con i detenuti, più di 50 ingressi e contatti diretti mantenuti attivi, attraverso la modalità telematica, anche durante il periodo del lockdown, hanno permesso di avere una fotografia costantemente aggiornata di quanto stava accadendo negli stessi istituti.
"È ovvio che in questi mesi - evidenzia Nobili - la maggiore attenzione è stata riservata alla diffusione della pandemia. Come ho avuto modo di ribadire in diverse occasioni, il sistema carcerario marchigiano ha retto nel migliore dei modi all'impatto dell'emergenza, grazie all'attuazione scrupolosa delle disposizioni previste per il contrasto e il contenimento della diffusione del Coronavirus, con particolare riferimento ai nuovi arrivi. Un lavoro che si è avvalso della collaborazione di tutto il personale che opera nel carcere.
A tutt'oggi è stata registrata la sola positività di un detenuto, proveniente tra l'altro da fuori regione, e si sono palesati alcuni casi tra gli operatori di polizia penitenziaria che non sono entrati, comunque, in contatto con gli stessi detenuti". L'emergenza ha inevitabilmente creato problemi anche su altri versanti, come quello delle visite in carcere da parte dei familiari dei detenuti, ai quali è stata però fornita la possibilità di effettuare le videochiamate.
Altro discorso quello relativo alle numerose attività trattamentali, in diversi casi attivate dal Garante con altre collaborazioni, che nel corso degli ultimi mesi hanno subito una comprensibile battuta d'arresto. Analizzando i dati, Nobili non manca di tornare sulle criticità ormai note da tempo, con un sovraffollamento che si ripresenta in modo alterno; la carenza di organici che non riesce anche a colmarsi; alcune patologie, come quelle di tipo psichiatrico o legate alle tossicodipendenze, che continuano a destare preoccupazione.
Un riferimento anche al trasferimento di una quarantina di detenuti da Modena a Marino del Tronto di Ascoli Piceno dopo la rivolta del marzo scorso. È stato specificato che in relazione alla situazione complessiva il Garante ha interloquito costantemente, recandosi anche presso il carcere, con le istituzioni dell'amministrazione penitenziaria e sanitaria di Ascoli Piceno.
I dati dei 6 istituti marchigiani - Nel complesso i detenuti presenti nelle Marche sono 847, a fronte degli 898 del 2019, di cui 324 stranieri rispetto ai 278 del precedente anno (fonte Ministero Giustizia, dicembre 2020). Risultano effettivamente in servizio 623 agenti di polizia penitenziaria (su 771 assegnati), 14 educatori e 9 psicologi. L'esame delle singole realtà vede al primo posto la casa circondariale di Montacuto con 319 detenuti (di cui 142 stranieri) per una capienza di 256. Agenti presenti 125 su 176 assegnati, tre educatori e 2 psicologi. Segue la casa circondariale di Pesaro - Villa Fastiggi con 171 detenuti (di cui 64 stranieri e 14 donne) per una capienza complessiva di 143 unità. In attività 165 agenti (188 gli assegnati), 4 educatori ed uno psicologo.
Report Carceri 2020, il sistema ha tenuto fuori la pandemia
Si passa poi a Fossombrone con 90 (uno straniero) a fronte di 202 posti disponibili, ma in questo caso è da considerare, come per lo scorso anno, la chiusura di una sezione per detenuti comuni, a causa dei lavori di ristrutturazione. Gli agenti sono 101 su 129 assegnati, 4 gli educatori e 2 gli psicologi. Infine, Marino del Tronto con 127 ospiti (51 stranieri) su 104, 138 agenti (162 assegnati), due educatori e due psicologi; Barcaglione con 97 (46 stranieri) su 100, 47 agenti su 67 assegnati, un educatore e uno psicologo; Fermo 43 (20 stranieri) su 41, 47 agenti (49 assegnati), uno psicologo.
Per quanto riguarda la Rems (Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza) di Macerata Feltria, al momento ubicata nella struttura "Case Badesse", si registrano 24 ospiti (3 donne). Senza considerare i problemi legati all'emergenza epidemiologica, a tutt'oggi la tossicodipendenza si conferma il problema principale con 280 casi e numerosi detenuti in terapia metadonica Preoccupano le patologie di tipo psichiatrico ed i casi di autolesionismo (ne sono stati riscontrati 173), con 13 tentativi di togliersi la vita e un suicidio. Presenti anche diversi detenuti affetti da Epatite C, Hiv ed altre problematiche".
di Rocco Vazzana
Il Dubbio, 22 gennaio 2021
L'inchiesta sul leader dell'Udc ricade sulle "trattative" di conte: dopo gli arresti e le perquisizioni allargare il perimetro della maggioranza diventa impresa ardua. "Meno male che quei tre non hanno votato la fiducia".
Ai primi lanci d'agenzia che annunciano l'arresto del segretario regionale calabrese dell'Udc, Franco Talarico, e la perquisizione dell'abitazione romana di Lorenzo Cesa - indagati per associazione a delinquere con aggravante mafiosa - la prima reazione in casa 5 stelle è di sollievo. Essersi fermati a 156 voti di fiducia a Palazzo Madama, senza l'apporto dei corteggiatissimi senatori centristi, è stato un colpo di fortuna, col senno del poi. "Pensa cosa avrebbe detto oggi Renzi di noi se avessimo imbarcato quelli dell'Udc".
Ma l'allegria per lo "scampato pericolo" lascia rapidamente il posto a una nuova angoscia: "E adesso come facciamo?", si chiedono preoccupati i grillini, consapevoli di dover ricominciare daccapo il conteggio dei "responsabili". Sì, perché gli abboccamenti per fare entrare in maggioranza i colleghi dell'Udc non si erano mica interrotti col voto in Aula di martedì scorso, proseguivano indefessi, almeno fino a ieri mattina, con segnali incoraggianti. Anzi, l'arruolamento almeno di Paola Binetti veniva considerato praticamente "cosa fatta". Tutto da rifare. L'effetto Gratteri si abbatte sulle trattative in corso per salvare Giuseppe Conte. Il segretario nazionale dell'Udc "è indagato per una frequentazione con l'imprenditore Antonio Gallo e con Tommaso e Saverio Brutto", tre degli indagati nell'inchiesta "Basso profilo" della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, spiega in conferenza stampa il procuratore del capoluogo calabrese.
Gallo, spiega Nicola Gratteri,"è un imprenditore molto eclettico, che lavorava su più piani e riusciva a muoversi con grande disinvoltura quando aveva di fronte lo 'ndranghetista doc, o il politico o l'imprenditore". E per vincere gare d'appalto truccate per la fornitura di prodotti e servizi, Gallo aveva bisogno della politica. Ed è per questo che, tramite gli esponenti locali dell'Udc, l'imprenditore sarebbe entrato in contatto con Cesa, incontrato per un pranzo datato estate 2017.
"Quel pranzo non potevamo documentarlo perché all'epoca Cesa era parlamentare. È grazie ad un'intercettazione ambientale che abbiamo capito che Gallo avrebbe dovuto pagare il 5 per cento di provvigione", spiega Gratteri. Toccherà a un tribunale accertare i fatti, ma intanto Cesa, a tre anni e mezzo dai fatti, si è dimesso da segretario del partito e rischia di pagare salatissimo il conto di quel pasto estivo. E a "pagare", anche se di riflesso, potrebbe essere anche la maggioranza di governo, fino a 24 ore fa fiduciosa di convincere l'Udc a entrare in squadra.
Nessuno, nei prossimi giorni, oserà più avvicinarsi a un democratico centrista, nel frattempo diventato "appestato", per non dare nell'occhio. Alessandro Di Battista ha subito chiarito i patti con i suoi: "Con chi è sotto indagine per associazione a delinquere nell'ambito di un'inchiesta di 'ndrangheta non si parla. Punto", dice il leader ortodosso del Movimento.
"Tutti sono innocenti fino a sentenza definitiva ma non tutti possono essere interlocutori in questa fase. Si cerchino legittimamente i numeri in Parlamento tra chi non ha gravi indagini o condanne sulle spalle", aggiunge Dibba. Seguendo alla lettera il ragionamento dell'ex deputato non ci sarebbero in realtà problemi a parlare con Binetti e colleghi, visto che non sono coinvolti neanche lontanamente in questa vicenda. Ma è molto probabile che il purismo movimentista estenda le indagini di Cesa a tutto il partito. Così, i numeri vanno cercati altrove, è il mantra che per tutto il giorno si ripete tra i grillini.
Certo, ma dove? Già prima dell'esclusione dei centristi dalla lista dei papabili nuovi compagni di strada l'obiettivo sembrava tutt'altro che semplice, adesso somiglia a un'impresa impossibile. Soprattutto se lo scopo reale dell'operazione responsabili fosse quello di arrivare a quota 170 al Senato, come indicato da Dario Franceschini, per non tirare a campare. Con l'uscita di scena dei centristi Conte diventa più debole mentre aumenta il potere contrattuale di forzisti indecisi e renziani, pronti a rientrare in gioco se a Palazzo Chigi sedesse un altro premier.
Ma i grillini, almeno pubblicamente, non si muovono di un passo: "In queste ore siamo al lavoro per un consolidamento della maggioranza, un processo complicato e ambizioso allo stesso tempo, perché il Paese ha bisogno di ricominciare a correre: le imprese devono lavorare, le famiglie hanno il diritto di poter pianificare il loro futuro", scrive su Facebook il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio.
Che aggiunge: "Con la stessa forza con cui abbiamo preso decisioni forti in passato, ora mi sento di dire che mai il M5S potrà aprire un dialogo con soggetti condannati o indagati per mafia o reati gravi". Qualcuno prova a rifare i conti: "Forse arriviamo a dodici. Dovrebbero passare con noi cinque di Italia viva, cinque di Forza Italia e due del Misto. Magari ce la facciamo". Sempre che una nuova inchiesta non rimandi in tilt il pallottoliere.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 22 gennaio 2021
Il 28 novembre 2018, nel trasferimento dall'ospedale San Paolo di Milano a Opera, si è perso il fondamentale presidio sanitario. È un detenuto che non parla da tre anni, ma perché dopo una operazione al tumore è rimasto senza la cannula fonatoria. Una vicenda che Rita Bernardini ha appreso dalla sua lettera nella quale racconta dettagliatamente tutte le vicissitudini.
Il deputato Roberto Giachetti ha raccolto questa denuncia e ne ha fatto una interrogazione parlamentare rivolgendosi al ministero della Giustizia e a quello della Salute. Nell'interrogazione a risposta scritta, Giachetti spiega che ha ricevuto la lettera di V. Z. detenuto presso il carcere di Opera di Milano ove è stato trasferito il 27 ottobre 2018. "V. Z. racconta che, quando era detenuto nel carcere di Spoleto, è stato operato di un tumore maligno alla gola presso l'ospedale di Foligno. L'intervento chirurgico ha comportato l'asportazione delle corde vocali e l'impianto di una protesi fonatoria tracheoesofagea che, con poche sedute di logopedia, avrebbe dovuto consentirgli di poter parlare", prosegue il deputato.
Nella lettera, V. Z. scrive che il 28 novembre 2018 nel passaggio dall'ospedale San Paolo di Milano alla casa circondariale di Opera è stata smarrita la cannula fonatoria; il 18 luglio 2019 il detenuto avanza al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) la richiesta di trasferimento perché presso il Sai (Servizio assistenza intensiva) di Opera ove si trova ubicato non erano stati in grado di procurargli la valvola fonatoria e la cannula fonatoria fenestrata in lattice che serve per non far restringere il diametro dello stoma; il 9 agosto 2019 il Dap respinge la richiesta di trasferimento, aderendo a quanto riferito dal dirigente sanitario.
Nella lettera, il detenuto sostiene invece di non aver mai ricevuto il kit fonatorio, tanto che il 5 agosto 2019 era stato portato all'ospedale Sacco per perdita della valvola fonatoria e presenza di fistola tracheoesofagea; la lettera descrive in modo dettagliato tutti i passaggi successivi fino al momento della spedizione della missiva all'interrogante avvenuta il 27 dicembre 2020.
"Passaggi - osserva Giachetti nell'interrogazione - che comprendono le complicazioni e le sofferenze che ha dovuto sopportare, rese ancora più gravi dal ricovero per Covid presso il reparto apposito del carcere di San Vittore durato 34 giorni; della sua condizione, che ancor oggi lo vede impossibilitato a poter parlare, V.Z. ha investito - oltre al Dap - anche la magistratura di sorveglianza che ha accolto il suo reclamo".
Ebbene, nonostante ciò, dalla lettera si evince che la direzione sanitaria di Opera, in due anni, non è stata in grado di prestare le cure e gli interventi necessari. Per questo il deputato di Italia Vive chiede ai ministri che "se quanto riferito in premessa circa la vicenda della persona detenuta in questione trovi conferma; se i Ministri interrogati intendano verificare la fondatezza di quanto esposto da V. Z. e, nel caso, se intendano adottare iniziative, per quanto di competenza, in relazione alla condotta del responsabile sanitario del carcere, che dipende dalla Asl azienda ospedaliera San Paolo di Milano;in generale, a quali verifiche siano sottoposte le Asl quanto all'erogazione dei servizi sanitari all'interno degli istituti penitenziari italiani".
di Domenico Latino
Gazzetta del Sud, 22 gennaio 2021
L'intervento di Klaus Davi: "Penso che lo Stato debba concedergli questa opportunità come accaduto con tanti altri reclusi". Può essere il carcere così duro da negare al detenuto un diritto fondamentale della persona come quello allo studio, sancito perfino dalla Dichiarazione universale dei diritti umani? Vale ancora il principio che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato?
Veniamo ai fatti che riguardano Antonio Piromalli, 48 anni, figlio e, per i magistrati, "erede" dell'indiscusso boss Pino Piromalli detto "facciazza", recluso dal '99 - che lo avrebbe investito di pieni poteri - e braccio imprenditoriale della cosca tanto da conquistare il controllo del mercato ortofrutticolo di Milano.
Condannato a 19 anni e 4 mesi di carcere nel processo "Provvidenza" e attualmente detenuto presso il carcere di Parma dove è sottoposto al "41 bis", il 13 dicembre ha infatti presentato, attraverso i suoi avvocati poi revocati, un'istanza per iscriversi alla facoltà di Economia e commercio dell'Università di Messina, con possibilità di sostenere gli esami in video. Istanza rigettata dal magistrato di sorveglianza Caterina Aloisi.
Piromalli ha quindi presentato reclamo al Tribunale di Sorveglianza di Reggio Emilia. L'udienza si è tenuta ieri mattina, ma per la decisione occorrerà aspettare. Il detenuto, con l'assistenza dei suoi nuovi legali dell'Associazione "GiustItalia" (avvocati Giulio De Rossi e Chiara Missori) e dell'avvocato Francesco Calabrese, sosterrà che il diritto allo studio è un diritto inalienabile dell'uomo e il suo esercizio concreto non è incompatibile con il carcere duro.
"A prescindere dalla sua fedina penale - ha dichiarato l'avv. De Rossi - quello che noi contestiamo è che, anche se sottoposto al "41 bis", ha comunque diritto a studiare come tutte le persone; non avrebbe modo in ogni caso di comunicare con l'esterno. Privare del diritto allo studio una persona è costituzionalmente illegittimo e crea un pericoloso precedente".
Tra Antonio e gli avvocati di "GiustItalia" vi è stato un intenso scambio epistolare: "Ci tiene molto - spiega De Rossi - ed è una cosa secondo noi anche apprezzabile, lui vuole in un certo senso un ravvedimento operoso, è un modo per elevarsi culturalmente". Non è la prima volta che un Piromalli divide l'opinione pubblica: nel 1986, il padrino don Peppino, prozio di Antonio, prese la tessera del Partito radicale. All'epoca il leader Marco Pannella commentò: "Anche Piromalli può entrare nel partito che è servizio pubblico".
L'intervento di Klaus Davi - "Leggo da un articolo della Gazzetta del Sud che al boss Antonio Piromalli, che ben conosco visto che ho indagato su di lui e l'ho rincorso sotto casa a Milano ben prima che fosse arrestato, è stato impedito di iscriversi all'Università di Messina per seguire i corsi di economia. Pur nel massimo rispetto della decisione dell'autorità giudiziaria, non capisco perché lo Stato glielo abbia impedito. Piromalli ha 48 anni, trascorrerà molti anni in carcere, se ritiene di impiegarli studiando perché impedirglielo? Penso che lo Stato debba concedergli questa opportunità come accaduto con tanti altri reclusi, come per esempio Franco Coco Trovato che ha conseguito due lauree, per non parlare di Gennaro Pulice, come narro nel mio libro "I killer della 'Ndrangheta" (Piemme), anche lui con due lauree e detto "Il Professore". Sappiamo spesso che le carceri sono luoghi di affiliazione e di condivisione fra i detenuti di strategie criminali. Se per una volta uno vuole impiegare il suo tempo diversamente non capisco perché impedirglielo". Lo ha dichiarato il massmediologo e giornalista Klaus Davi.
La Stampa, 22 gennaio 2021
La protesta alla Vallette è iniziata per denunciare che nel carcere torinese non sarebbe garantito il diritto a sei ore settimanali di incontri con i familiari previsti per legge. La portavoce dei No Tav, Dana Lauriola, arrestata lo scorso 17 settembre a Bussoleno per una condanna definitiva a due anni è da stamattina in sciopero della fame insieme ad altre due detenute del carcere delle Vallette per protestare contro la diminuzione delle ore di colloquio.
Ogni detenuto, per legge, ha diritto a sei ore di colloquio settimanale in presenza ma la pandemia ha modificato le regole e le sei ore in presenza sono state sostituite da videochiamate. Anche così - tuttavia - le detenute denunciano che il monte ore non verrebbe rispettato. "Il monte ore settimanale non viene mai mantenuto e addirittura viene dimezzato" è la denuncia.
Il mancato mantenimento delle ore di colloquio familiare "colpisce duramente il diritto all'affettività garantito dal ministero della Giustizia - si legge sui profili social dei No Tav - Ma non solo: va a calpestare la dignità delle detenute e dei detenuti".
Sempre secondo la denuncia dal momento in cui il carcere ha riaperto alla possibilità di effettuare visite familiari, molti parenti si sarebbero recati in carcere per effettuare le prenotazioni ma a tutti quelli provenienti da fuori Torino sarebbe stato vietato l'accesso causa Zona Arancione. Sarebbero anche stati colpevolizzati nonostante non sia giunta a loro alcuna comunicazione in merito alle procedure da adottare da parte della casa circondariale.
Dana Lauriola e le altre due detenute hanno annunciato che continueranno lo sciopero della fame a oltranza "fino a quando non saranno ripristinati i diritti dei detenuti". Dana Lauriola è stata condannata in via definitiva a due anni per aver partecipato a una manifestazione No Tav nel 2012 nella quale erano state alzate le sbarre a un casello autostradale. Nel corso dell'iniziativa il compito della portavoce era quello di spiegare al megafono i motivi della protesta.
di Carlo Mion
La Nuova Venezia, 22 gennaio 2021
La rivolta nel carcere di Santa Maria Maggiore a Venezia nel marzo scorso. In seguito alla rivolta 23 i detenuti delle più diverse nazionalità (italiani, tunisini, marocchini, romeni, senegalesi, bulgari) sono stati accusati di aver preso parte alle violente proteste e sono così stati citati a giudizio.
Le prime avvisaglie c'erano state qualche giorno prima. La protesta contro il blocco delle visite causa lockdown e il sovraffollamento era iniziata con la tradizionale "battuta" delle stoviglie contro i ferri delle celle. Poi, però, una cinquantina di detenuti era passata a distruggere telecamere, suppellettili e persino a dare fuoco alle lenzuola, con spirali di fumo che uscivano dalle finestre del carcere, creando pericolo e scompiglio.
Era il 10 marzo e da giorni le carceri italiane erano in rivolta con morti, feriti, pestaggi e centinaia di migliaia di euro di danni. Al Santa Maria Maggiore di Venezia è finita in maniera diversa: meno danni, nessun morto e qualche contuso. Ma anche a Venezia c'è il sospetto, non solo da parte degli agenti penitenziari, che ci fosse una regia a governare la rivolta.
Il giorno prima, alle prime avvisaglie della protesta, i detenuti ottennero di incontrare Sergio Steffenoni, il garante per i detenuti di Venezia. Durante l'incontro venne garantito l'arrivo di ulteriori telefoni cellulari per i colloqui e che sarebbero state aumentate le misure anti contagio, con l'individuazione di una serie di celle destinate a chi entrava e doveva attendere l'esito del tampone. Colpì tutti quelli che disse uno dei detenuti presente all'incontro quale rappresentante dei carcerati.
Disse: "Noi non possiamo non fare nulla". In quei giorni, Santa Maria Maggiore contava 262 persone recluse a fronte di una capienza regolamentare di 159 posti (e di una capienza tollerabile di 239 persone). Per di più il carcere non accettava più detenuti. Di lì a poco vennero bloccati i trasferimenti a livello nazionale, mentre quelli in ambito regionale si eseguono ancora oggi, accogliendo i nuovi ospiti in celle predisposte per la quarantena. Solo in una fase successiva vengono portati nelle varie sezioni.
La protesta scoppiò al termine della visita, di una sezione, del presidente del Tribunale di sorveglianza di Venezia. Il magistrato era arrivato a garanzia di quello che era stato annunciato il giorno prima. A Santa Maria Maggiore c'era così chi era passato dalle "battute" di protesta serali, alle vie di fatto.
Nella fase più difficile anche il terminal automobilistico di Piazzale Roma era stato blindato da un doppio cordone di sicurezza delle forze dell'ordine, mentre un elicottero ha sorvolato dall'alto la zona. Si temeva l'arrivo di persone dall'esterno in appoggio ai detenuti. Vennero incendiati materassi e lenzuola, spaccato suppellettili e vetrate è staccato pure le telecamere del sistema di videosorveglianza. Per mesi il carcere rimase senza vetrate sul corridoio, in seguito alla discussione su che tipo di materiale doveva essere usato per quelle nuove. In seguito alla rivolta 23 i detenuti delle più diverse nazionalità (italiani, tunisini, marocchini, romeni, senegalesi, bulgari) che sono stati accusati di aver preso parte alle violente proteste e sono così stati citati a giudizio.
ilsicilia.it, 22 gennaio 2021
"Da oltre un anno, il Comitato Esistono i Diritti, a Palermo, ha intrapreso l'iniziativa per la nomina di un garante dei detenuti per l'area metropolitana, dove insistono quattro istituti penitenziari: il Pagliarelli, Antonio Lo Russo, Casa circondariale maschile e femminile, l'Ucciardone casa di reclusione Calogero Di Bona, il carcere minorile Malaspina, a Palermo e la casa Circondariale di Termini Imerese, Antonino Burrafato.
Questa figura, nella sua autonomia, andrebbe ad aggiungersi a quella del garante regionale che ha l'onere di interloquire con 23 strutture nel territorio siciliano con una presenza complessiva di circa 6000 detenuti.". Lo dice Pino Apprendi presidente di Antigone Sicilia e copresidente del Comitato Esistono i Diritti.
"La presenza del Covid19 in carcere, ha peggiorato le condizioni psico fisiche dei detenuti che hanno, in ogni caso, diminuito i contatti con il mondo esterno a partire dai propri familiari.
Da sempre, denunciamo la lentezza dell'approvvigionamento delle medicine e delle visite specialistiche, tutti argomenti che sono peggiorati a causa delle difficoltà introdotte, anche, con le disposizioni anti Covid", prosegue. "Antigone che ha condiviso e sostenuto l'iniziativa del Comitato Esistono i Diritti, fa appello al Presidente del Consiglio Comunale di procedere in tempi brevi a mettere all'ordine del giorno il testo del regolamento per la nomina del garante dei detenuti dell'area metropolitana di Palermo, conclude.
di Gherardo Colombo e Liliana Segre
Corriere della Sera, 22 gennaio 2021
Le parole di Liliana Segre, l'analisi di Gherardo Colombo. "La sola colpa di essere nati" (Garzanti) parte dalle leggi razziali del 1938 e arriva a oggi, esplorando tra l'altro la differenza tra giustizia e legalità. La ricostruzione è precisa, talora sorprendente, come nel caso degli esponenti della segreteria di Stato vaticana che "suggerirono al governo Badoglio di andarci piano con l'abrogazione delle leggi razziali". Colombo presenta il libro il 24 gennaio alle 11.30 sulla pagina Facebook del Memoriale della Shoah di Milano con Michele Sarfatti e Marco Vigevani
Pubblichiamo un estratto del dialogo tra Gherardo Colombo e Liliana Segre tratto dal loro libro.
Gherardo Colombo: Hai parlato molto frequentemente della nostra Costituzione, verso la quale condividiamo un affetto profondo. La Costituzione che rovescia il principio che fino ad allora informava le regole dello stare insieme: non le regole che si potevano trovare nella morale, nell'etica, ma le leggi, quelle destinate a disciplinare concretamente, giorno per giorno, la vita della comunità. La prima legge razziale è stata promulgata il 5 settembre 1938, ed era la terribile esasperazione di un sistema basato comunque sulla discriminazione. Sono passati meno di otto anni e si è iniziato a scrivere la Costituzione che, entrata in vigore il 1° gennaio 1948 (nemmeno quattro anni dopo le disposizioni della Repubblica sociale in tema di "razza"), ha messo alla base dello stare insieme l'esatto opposto della discriminazione, e cioè la pari dignità di qualunque persona.
Liliana Segre: L'ultima volta che ho trattato il tema della Costituzione con gli studenti, l'ho fatto scrivendo un messaggio a quelli che si accingevano ad affrontare la maturità, in piena emergenza Covid-19. Ho sottolineato che si era cominciato ancora prima a prendere le distanze dalla discriminazione: nel 1946 si tennero le prime elezioni dopo il fascismo e per la prima volta votarono anche le donne, alle quali il relativo diritto era stato riconosciuto l'anno precedente. Oggi sembra una cosa scontata, ma all'epoca fu, per l'Italia, una novità strepitosa. Voleva dire non solo riconoscere il diritto di voto a una metà della popolazione che ne era stata sempre esclusa, ma incardinare il principio di parità tra uomo e donna in una società che allora era molto arretrata anche sotto questo aspetto.
Gherardo Colombo: In effetti... Il voto alle donne era stato riconosciuto in Nuova Zelanda nel 1893, e in Europa la prima nazione a adottare il suffragio universale, la Finlandia, lo ha fatto nel 1906. Dopo Francia e Italia nel 1946, è stata la volta del Belgio, nel 1948, della Grecia, nel 1952 e della Svizzera, nel 1971. Che poi la parità di genere, proclamata solennemente dalla Costituzione, sia stata rispettata o meno fin da subito è un altro discorso. Le donne, per esempio, sono potute entrare in magistratura soltanto a partire dal 1963, e vi sono entrate effettivamente (in uno sparuto gruppetto di otto) solo nel 1965; il reato di adulterio femminile (il corrispondente maschile non esisteva) è stato dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale alla fine del 1968; il marito ha continuato a essere il capo della famiglia fino al 1975. Ancora oggi non tutte le discriminazioni di genere, soprattutto di fatto, sono state eliminate. È lungo e pieno di ostacoli il cammino del cambiamento dei fondamentali della cultura.
Liliana Segre: Certo, e allora si fecero i primi, essenziali passi, quelli che hanno impostato tutto il tragitto. Quelle prime elezioni, infatti, dettero vita all'Assemblea costituente: si tratta, a mio giudizio, del punto più elevato della storia repubblicana. I costituenti erano uomini e donne temprati da lotte durissime e divisi tra loro da rigide appartenenze ideologiche, eppure seppero raggiungere un meraviglioso compromesso: la nostra Carta costituzionale, entrata in vigore nel 1948. Nella Costituzione italiana si è trovato un punto di incontro tra il meglio delle culture espresse dai partiti di allora. E i padri e le madri costituenti ebbero anche l'umiltà di farsi aiutare da alcuni letterati per rendere gli articoli di quella Carta più armoniosi e comprensibili a tutti.
Gherardo Colombo: Hanno ritenuto essenziale che la Costituzione venisse compresa da tutti, guardando anche ai tanti cittadini che, all'epoca, erano analfabeti. Che capissero almeno i principi fondamentali, che la Costituzione traduce poi negli articoli che riguardano diritti e doveri e in quelli che organizzano le istituzioni. Così hanno usato, per quanto fosse possibile, termini semplici; non hanno ecceduto nella lunghezza delle frasi; non hanno fatto sfoggio di retorica. Certo che non bastava, soprattutto allora, leggere (o farsi leggere) la Costituzione, tanto erano differenti quei principi dalla realtà concreta della vita.
Liliana Segre: È per questo che oggi, dopo oltre settant'anni dall'entrata in vigore, consiglio ai ragazzi di rileggere, anche se sicuramente è già stata oggetto di approfondimento a lezione, proprio la prima parte della Costituzione, quella che contiene i fondamenti, per conto loro, senza mediazioni. Secondo me non si può non amare quel testo, al tempo stesso essenziale, potente e unificante.
Gherardo Colombo: Purtroppo non è stato frequente che fosse materia di lezione, salvo (e non sempre) alle scuole elementari (oggi primarie), a un'età in cui è difficile acquisire una visione sistematica della Costituzione, riuscire a capire che si tratta di un insieme, di un tutt'uno, del punto di partenza da cui discende, se osservato, se applicato, la possibilità effettiva di vivere in armonia, senza che nessuno calpesti gli altri, li strumentalizzi, e senza che nessuno sia calpestato o strumentalizzato. Mentre la visione sistematica è necessaria per riuscire a capirla, la Costituzione. Mi auguro, e auguro a tutti noi, che grazie alla legge (20 agosto 2019, n. 92) che introduce l'insegnamento scolastico dell'educazione civica la situazione si modifichi profondamente, e i ragazzi di tutte le età possano prendere confidenza con la nostra prima legge, quella che contiene i principi inderogabili del vivere insieme. Lo dico nonostante che pensi che in un paese normale, intendo dire senza un debito così elevato verso il rispetto delle regole che dalla Costituzione discendono, non sarebbe necessario introdurre un'apposita disciplina, perché il rispetto dell'altro e l'esclusione della discriminazione dovrebbero derivare dall'attenta esposizione che se ne potrebbe fare nelle materie curricolari. Puoi immaginarti quanto si potrebbe trasmettere ai ragazzi in tema di giustizia illustrando loro I promessi sposi!
Liliana Segre: Da parte mia invito costantemente i ragazzi a immaginare cosa rappresentarono quei pensieri, quei veri e propri comandamenti nella nostra Carta fondamentale che era stata appena approvata: libertà, uguaglianza, diritti, pari dignità, rispetto, solidarietà. Dopo quello che avevo visto e vissuto nei dieci anni precedenti, davvero avrei potuto dire de te fabula narratur: è di te che si parla in questa favola. Ma la Costituzione non parla soltanto di me, nel senso che se fosse esistita allora non mi sarebbe successo di subire tutto quel che ho subito. Nella Costituzione si parla anche di loro, dei ragazzi, e dei loro genitori, degli insegnanti, del mondo della scuola e anche di tutte le altre persone che vivono nella nostra comunità.
Gherardo Colombo: Infatti, protagonista della Costituzione è ognuno di noi.
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