di Adriano Sofri
Il Foglio, 29 aprile 2021
La dottrina Mitterrand ha realizzato un fine solenne: il ripudio della violenza da parte dei suoi autori. Avrei voglia di essere cinico, per adeguarmi. C'è quell'aneddoto famoso sul novembre del 1947, la destituzione del prefetto di Milano Troilo, che era stato un comandante partigiano, e la ribellione della città. Manifestanti e partigiani occuparono la Prefettura, e da lì Giancarlo Pajetta telefonò a Roma.
"Compagno Togliatti - disse fieramente - abbiamo occupato la Prefettura!" "Bravo, e adesso che ve ne fate?" Mercoledì mattina un'operazione congiunta di polizie e intelligence francesi e italiane - una retata, in ora antelucana, come da regolamento - ha portato all'arresto di "7 ex terroristi" a Parigi. Bravi! E adesso che ve ne fate? Vediamo. Si trattava di riacciuffare finalmente persone dichiarate colpevoli da tribunali italiani di reati commessi fra i 50 e i 40 anni fa.
Naturalmente, la justice est lente, elle est lente mais elle viene, è lenta ma arriva, come dice la canzone della Comune di Parigi, che aspetta ancora. Accantonando per qualche riga il mio intimo legame con uno dei catturati, ho un paio di osservazioni generali, suscitate dal battage dei giorni precedenti il "blitz". La prima, sul numero dei ricercati: 11 (undici), ridotti nel giro di pochi giorni a 10 (dieci) forse perché per uno di loro era intervenuta la prescrizione, imminente anche per altri. Ora, gli italiani riparati in Francia durante o dopo gli anni cosiddetti di piombo erano stati alcune centinaia. Dove sono andati a finire? Non sono abbastanza al corrente della questione.
A occhio direi che uno (1), Paolo Persichetti, fu estradato con un vero colpo di mano delle polizie francese e italiana: è oggi libero, trovate in rete adeguate ricostruzioni della sua vicenda. Alcuni, pochi, vennero spontaneamente a consegnarsi in Italia, come Toni Negri. E la moltitudine restante? Molti sono stati prescritti, alcuni sono morti di vecchiaia o di malattia, uno si è ucciso poco fa buttandosi giù da una finestra. La sporca decina che oggi fa i titoli di testa è il fondo del barile. A questa constatazione si lega la prossima, la più clamorosa.
Nei decenni trascorsi dopo il rifugio in Francia, non uno - se non sbaglio - non uno dei condannati ha commesso un solo reato. Questa era del resto una condizione alla loro accoglienza, ma non è la spiegazione. La spiegazione sta in un radicale passaggio di pensieri, linguaggi, sentimenti e stati d'animo, come avviene dopo ogni guerra, anche le guerre più immaginate. Come avviene "la mattina dopo". Che nessuna e nessuno di quelle centinaia abbia più aperto conti con la giustizia penale è l'inesorabile dimostrazione che le loro azioni appartenevano a una temperie politica, comunque distorta, e non le sarebbero sopravvissute.
Di recente un commentatore, uno dei migliori, aveva scritto sul suo quotidiano, col benigno proposito di negare ogni legame fra il "Sessantotto" e gli adepti della "lotta armata": "Io non credo che appartengano, neri e rossi, alla storia della politica, se non come sfondo scenografico e come alibi, ma alla storia della criminologia...". Non è vero: una vocazione al crimine per il crimine si sarebbe trovata un'intera gamma di alibi per continuare. Al contrario, la cosiddetta "dottrina Mitterrand", che è stata in realtà la pratica di Mitterrand, di Chirac, di Sarkozy, di Hollande e, fino a ieri, di Macron, ha realizzato il fine più ambizioso e solenne che la giustizia persegua: il ripudio sincero della violenza da parte dei suoi autori, e così, con la loro restituzione civile, la sicurezza della comunità.
La Francia repubblicana è riuscita dove il carcere fallisce metodicamente. Del resto, ricordate che cosa era successo fra le persone che, con una esperienza affine a quella dei rifugiati in Francia, erano state incarcerate in Italia. Una loro gran parte aveva dato vita al patto che andò sotto il nome di "dissociazione", e permise un ripudio della lotta armata e della violenza che non dovesse sottoporsi alla denuncia di altri, non motivata dalla necessità di sventare minacce attuali. L'obbligo della delazione è infatti il più infernale ostacolo al pentimento.
Quel processo ebbe una importante incubazione nell'interlocuzione di detenuti "politici" con il cardinale arcivescovo milanese Martini, e il simbolico (manzoniano) compimento con la consegna delle armi nel suo vescovado. È curioso, diciamo così, che la spettacolosa svolta della retata di pensionati d'oltralpe abbia seguito da vicino il pronunciamento della Corte Costituzionale sull'incostituzionalità dell'ergastolo cosiddetto ostativo. Suggerisco al ministero una variazione lessicale, per i nuovi arrivi eventuali: l'ergastolo ottativo. Il treno dei desideri. Li avete presi: e ora che ve ne fate? E veniamo al mio interesse personale.
A Giorgio Pietrostefani, "Pietro", già condannato a 22 anni come mandante dell'omicidio Calabresi. Non farò torto alle altre e gli altri della retata osservando che è lui il piatto forte. I titoli ne sono così inebriati da dimenticare ancora una volta che i giudici del nostro processo, pur temerari, rinunciarono a invocare nei nostri confronti l'aggravante del terrorismo. Nell'intervallo fra la loro tentazione di farlo e la precipitosa rinuncia fu assassinato Mauro Rostagno. Ciò non ha impedito, ancora ieri, che giornali e telegiornali fregiassero Pietrostefani del titolo di "ex-terrorista", e non di rado di quello cumulativo di "brigatista".
Sono distratti. Non hanno artigli, ma unghie lunghissime sì, da esibire brindando. Non mi preme distinguere fra le persone della retata, come sono oggi; al contrario, sono solidale. (Con le loro vittime, da sempre). Però non conosco le altre, e conosco Pietro. Lavorava in Francia prima d'esser condannato, venne spontaneamente in galera quando fu il momento, decise molto a malincuore di non tornarci dopo la revisione mancata della nostra condanna: aveva ragioni famigliari stringenti che prevalsero sul suo orgoglio.
In Francia ha sempre lavorato, avuto residenza regolare, pagato le tasse, condotto vita discreta di vecchio uomo e di nonno. Il suo indirizzo era noto a chiunque volesse trovarlo. La Francia che gli ha dato ospitalità gli ha dato anche un fegato di ricambio, salvandogli la vita con un trapianto in un'età che in Italia non lo avrebbe consentito. La sua condizione sanitaria è cronicamente arrischiata, e il suo avvocato provvederà, o avrà già provveduto, a documentarla al giudice. Pietro vive di lunghi ricoveri regolari e di improvvisi ricoveri d'urgenza, oltre che di quotidiani farmaci vitali. Ha in programma di qui a poco un ennesimo intervento di riparazione nel suo ospedale parigino. Tutto ciò non deve intenerire nessuno, né i privati né, tantomeno, il cuore dello Stato.
Da quando ho ricevuto la notizia del suo arresto sono combattuto fra due sentimenti opposti, quasi cinici: la paura che muoia nelle unghie distratte di questa fiera autorità bicipite transalpina e cisalpina, e un agitato desiderio che torni in Italia. Un desiderio da vecchio amico, e anche lui è vecchio, forse ce l'ha anche lui un desiderio simile. Ho una postilla. Poiché ho sempre saputo che la dedizione, l'esaltazione, il fanatismo, che segnano certe stagioni di passione politica, e hanno e si trovano radici forti e profonde, sono pronte a cadere la mattina dopo, mi posi presto e fervidamente il problema di un'uscita dagli anni dei terrori.
Mi stava a cuore la socievolezza, Lotta Continua si era sciolta nel 1976, vivevo altrove e senza alcun interesse personale. Il 9 ottobre del 1979 pubblicai su LC, sopravvissuto come giornale quotidiano, tre fitte pagine sul problema, dopo averne discusso accanitamente con Sandro Pertini presidente, col quale avevo rapporti molto amichevoli. Si intitolavano "Amnistia generale. Firmato: Togliatti". Sapete, l'amnistia del '46, delle "sevizie particolarmente efferate". Scrivevo che "nell'atteggiamento attuale del Pci sul terrorismo, qualche discorso di maniera sulla natura sociale del problema, sul mancato rinnovamento dello stato e così via, si riduce alla fine a un'analisi che privilegia il complotto, e a una prognosi che prescrive solo sopraddosi di polizia... Tuttavia il buonsenso induce a ritenere che passerà più o meno tempo, ma delle galere piene di terroristi veri o presunti, e di una condizione carceraria ricacciata nell'isolamento e nella violenza, lo stato e i suoi uomini saranno costretti a occuparsi".
Pertini era stato un avversario strenuo dell'amnistia di Togliatti guardasigilli. Aveva denunciato in Parlamento che erano stati scarcerati "i più sporchi propagandisti fascisti insieme a molte canaglie repubblichine". Le mie pagine del 1979 finivano così: "Dei protagonisti di quella discussione del 1946, uno, Pertini, conserva un'intransigenza dalla quale si può anche radicalmente dissentire (com'è successo per noi rispetto alla sorte di Moro) ma che non si può sospettare d'incoerenza né di insincerità.
Altri, i continuatori di Togliatti, sembrano tenerne ferma la lezione di spregiudicatezza strumentale... Ieri ne è venuta fuori un'amnistia indiscriminata, oggi si esclude perfino la possibilità di discutere apertamente il problema di una nuova misura politica. Fino a quando?" Ecco, fino a quando. Mai.
di Giulia Merlo
Il Domani, 29 aprile 2021
L'operazione "Ombre rosse", condotta in collaborazione dalla polizia francese e quella italiana, ha portato all'arresto di 7 ex militanti di formazioni di estrema sinistra, condannati per fatti di sangue e fuggiti a Parigi. Il nome scelto dalla polizia francese e quella italiana per l'operazione è "Ombre rosse". E ieri mattina ha portato all'arresto di sette ex terroristi degli anni di piombo, rifugiati da anni in Francia grazie alla protezione garantita dalla cosiddetta "dottrina Mitterrand". "Rosse" come il colore politico delle sigle terroristiche di cui i fermati facevano parte negli anni Settanta e Ottanta, le più note delle quali sono le Brigate rosse e Lotta continua. "Ombre", come se fino a oggi e negli ultimi quarant'anni la loro presenza in Francia non fosse alla luce del sole.
Chi sono - L'operazione ha portato in carcere a Parigi sette ex terroristi, mentre altri tre risultano ricercati. Dei fermati, quattro sono stati condannati all'ergastolo dalla giustizia italiana: gli ex Br Roberta Cappelli (66 anni) responsabile degli omicidi, tra il 1979 e il 1981, del generale Enrico Riziero Galvaligi, dell'agente di polizia Michele Granato e del vicequestore Sebastiano Vinci; Marina Petrella (67 anni) condannata per vari sequestri e per l'omicidio del generale Galvaligi; Sergio Tornaghi (63 anni) condannato per l'omicidio dell'industriale Renato Briano e l'ex membro dei Nuclei armati contropotere territoriale, Narciso Manenti (65 anni) condannato per l'omicidio dell'appuntato Giuseppe Guerrieri nel 1979.
Gli altri tre fermati sono gli ex Br Giovanni Alimonti (66 anni), condannato a 11 anni e 6 mesi per il tentato omicidio del dirigente della Digos Nicola Simone nel 1982; Enzo Calvitti (66 anni), condannato a 18 anni e 7 mesi per gli omicidi dell'agente Raffaele Cinotti e del vicequestore Sebastiano Vinci nel 1981 oltre che per l'attentato contro Simone e, infine, Giorgio Pietrostefani, ex militante di Lotta continua. Il suo è forse il nome più conosciuto: 78 anni, è stato condannato a 22 anni come mandante, insieme ad Adriano Sofri, per l'omicidio del commissario
Luigi Calabresi, nel 1972. Nel blitz dovevano essere arrestati anche gli ex brigatisti Raffaele Ventura, Maurizio Di Marzio e Luigi Bergamin, che però si sono dati alla fuga e sono attualmente ricercati. L'operazione è il frutto di un'azione politica. L'8 aprile la ministra della Giustizia Marta Cartabia ha incontrato in videoconferenza il suo omologo francese Eric Dupond-Moretti e ha chiesto formalmente l'intervento urgente dell'Eliseo per arrestare gli ex terroristi prima che scattasse la prescrizione della pena. Rispetto ad altri tentativi passati il ministro francese ha espresso "grande volontà di collaborazione". Il cambio di linea ha portato alla soluzione del nodo che bloccava le pratiche: secondo la legge francese, infatti, è l'autorità politica a trasmettere alla procura i fascicoli con le richieste di estradizione e proprio questo atto formale ha permesso alla procura di Parigi di far scattare l'operazione. Quanto ai nomi degli arrestati, i dieci sono stati individuati all'interno di una lista presentata dall'Italia con le generalità di 200 persone condannate e fuggite in Francia a partire dagli anni Settanta.
Cosa succede ora - Con i mandati di arresto di ieri la Francia considererebbe definitivamente chiuso il dossier legato alla dottrina Mitterrand, perché gli altri ex terroristi presenti nella lista sarebbero morti oppure sarebbe intervenuta la prescrizione della pena.
Gli arresti parigini, tuttavia, non fanno scattare automaticamente l'estradizione in Italia. Entro 48 ore, gli ex terroristi verranno presentati alla procura generale della corte d'Appello di Parigi e il giudice deciderà sulla richiesta. Nel frattempo lo stesso giudice valuterà se trattenerli in carcere oppure se disporre la libertà vigilata. L'iter giudiziario potrebbe richiedere fino a due o tre anni: dopo il giudizio della corte d'Appello, infatti, i sette potranno fare ricorso in Cassazione. Se l'estradizione verrà confermata per eseguirla servirà un decreto del primo ministro contro il quale potrà essere proposto ricorso davanti al Consiglio di stato. Ora, quindi, le sorti degli ex terroristi sono nelle mani della magistratura francese che "si occuperà del dossier" e prenderà "una decisione indipendente sui casi individuali", ha riferito l'Eliseo. Dunque, non c'è matematica certezza che l'esito sia quello dell'estradizione.
Sul fronte politico, tuttavia, la vicenda ha raggiunto il risultato sperato. Il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha espresso soddisfazione, parlando di "memoria di quegli atti barbarici viva nella coscienza degli italiani" e rinnovando la "partecipazione al dolore dei familiari". La ministra Cartabia, che in prima persona ha sollecitato l'operazione, ha definito "storica" la decisione della Francia di "rimuovere ogni ostacolo al giusto corso della giustizia per una vicenda che è stata una ferita profonda nella storia italiana".
La dottrina Mitterrand - Sul versante francese, il presidente Emmanuel Macron si è assunto personalmente la paternità dell'iniziativa, ma l'Eliseo ha precisato che la decisione non sconfessa affatto la dottrina Mitterrand, perché i terroristi arrestati ieri "hanno commesso reati di sangue". La dottrina Mitterrand non è una legge ma una decisione politica presa nel 1985 dall'allora presidente. Erano gli anni delle inchieste per terrorismo, la Francia era il luogo dove molti avevano trovato rifugio e Mitterrand aveva deciso che i terroristi italiani, che avevano rotto in modo evidente con il terrorismo e si erano rifatti una vita in Francia non sarebbero stati estradati, a meno che non venissero fornite prove di una loro "partecipazione diretta a crimini di sangue".
Come sia possibile che in Francia abbiano vissuto e vivano ex terroristi condannati per omicidio lo spiegano i fatti successivi.
In Italia vengono celebrati i processi per terrorismo, molti si fondano sulle dichiarazioni di pentiti (è il caso di Pietrostefani) e gli imputati vengono condannati in contumacia perché già espatriati. L'ordinamento francese, però, non riconosce l'istituto della contumacia e il fatto che militanti di movimenti politici che si definiscono di opposizione vengano condannati senza essere presenti alimenta la sfiducia francese nei confronti degli esiti dei processi italiani ai terroristi.
A questo si sommano le complicazioni burocratiche e politiche, anche perché in Francia si sviluppa un movimento di intellettuali, dalla scrittrice Fred Vargas fino al filosofo Bernard-Henry Lévi, contrari alle estradizioni. Anche oggi, a spingere l'iniziativa di Macron, sembrano essere ragioni politiche: è in corso di approvazione una nuova legge antiterrorismo, il conflitto con la destra di Marine Le Pen è sempre più aspro e un atto simbolico come questo aiuta a rafforzare la nuova dinamica di cooperazione giudiziaria europea, che è uno dei punti su cui spinge anche Cartabia. La scelta ricuce i rapporti con l'Italia, dove la ferita del terrorismo non è ancora chiusa e le famiglie delle vittime reclamano giustizia. La decisione ora spetta ai giudici francesi. All'opinione pubblica, invece, la valutazione se il tempo trascorso possa o meno influire sulla pretesa punitiva di uno stato. E su chi siano gli uomini e le donne che potrebbero tornare in Italia, a più di quarant'anni dai fatti per cui sono stati condannati.
di Giuliano Ferrara
Il Foglio, 29 aprile 2021
Certe pene sono imprescrittibili, ma l'ansia di vendetta è un sentimento avvilente che sa di sconfitta. Non partecipo al clima di giubilo per gli arresti in Francia. Negli anni del terrorismo, che erano i miei vent'anni passati a Torino, ero un controterrorista (così mi definiva mio padre con molta inquietudine), ero collaboratore di questurini e carabinieri e magistrati, organizzatore di delazioni di massa, di scioperi, di documenti e ricerche per dire la verità su un fenomeno, la violenza in fabbrica e fuori, che inquinava severamente la storia del movimento operaio e minacciava la democrazia e lo stato, con i quali noi comunisti togliattiani e amendoliani ci identificavamo senza riserve, fino a assumerci rischi seri, girare armati con l'autorizzazione del ministero dell'Interno, cambiare abitazione e guardarci le spalle.
Avevo una smania di giustizia efferata, emozionato dal delitto e dalla sorte delle vittime; sapevo che era lotta armata, non omicidi seriali, sapevo che i caduti erano simboli politici, non-persone trattate con odio giacobino da marxisti imbizzarriti e stolti; la mia furia di ritorsione e repressione era identica con l'idea di stroncare un movimento o partito armato che mirava al cuore dello stato nel quale il Pci era insediato nel segno dell'antifascismo e della costituzione repubblicana e di un'alleanza riformatrice tra le grandi forze popolari (retrospettivamente, un generoso inganno ideologico).
Ho partecipato a un numero impressionante di funerali, di comizi, di avventurose imprese politiche fluttuanti fra morti e feriti per mano terrorista, questurini, giornalisti, capi di fabbrica, passanti, amministratori, politici, fino ai casi di un operaio di Genova Guido Rossa, che aveva denunciato un terrorista, e di Aldo Moro, il capo della Dc e della maggioranza di unità nazionale processato e giustiziato senza pietà. Ruppi le relazioni con un mondo che mi sembrava fatuo, composto di facili giustificatori e giustificazionismi.
Decrittare i comunicati delle bierre era il mio mestiere, spiegare che molti movimenti estremisti erano contigui all'area o partito armato era la mia missione intellettuale in una città, Torino, dove lo pseudo-dogma dei "compagni che sbagliano" era spesso di rigore, in particolare nella cultura cosiddetta azionista oggi imprudentemente celebrata come integra e pura.
Non ritrovo nulla di quella smania di giustizia, bene o male indirizzata, ma decisiva per la sconfitta del terrorismo italiano, nell'ansia di vendetta che nell'Italia di oggi, quando non costa più nulla e rende troppo solidarizzare con il dolore delle vittime e dei loro parenti, raggiunge anche delitti di cinquant'anni fa e persone che c'entrano ormai nulla con quello che furono. Tutto viene deciso da un'interpretazione abbastanza miserabile della politica.
Mitterrand custodiva a suo modo un fuoco machiavellico incomprensibile a noi di qui e perseguiva l'obiettivo di una soluzione politica forte a un problema storico, quello di una parte di una generazione che aveva ceduto al fantasma doloroso (per gli altri e per loro stessi) della lotta armata. Noi qui, adesso, dopo il tradimento macroniano di quella "dottrina", paghiamo con un fuocherello demagogico da quattro soldi, e con l'illusione della giustizia distributiva, la nostra incapacità di elaborare un luttuoso periodo della nostra storia, fatto anche ma non soltanto di dolori privati, un'epoca in cui si doveva saper scegliere da che parte stare.
E all'avanguardia della demagogia si trovano quelli che forse in quegli anni avrebbero speso poco, pochissimo, in difesa dello stato e della democrazia, di quelle energie repubblicane che non posseggono se non nella chiacchiera. Quindi la legge è legge, certe pene sono imprescrittibili, ma il giubilo oggi è per me un sentimento avvilente e sa di sconfitta.
di Marco Galluzzo
Corriere della Sera, 29 aprile 2021
La ministra della Giustizia: "Decisivo è stato anche il fatto che, mai come ora, tutte le nostre istituzioni si sono mosse in modo compatto e tempestivo. Una modalità d'azione, a cui ispirarsi sempre".
Ministra Cartabia, dopo decenni le autorità francesi accolgono le nostre richieste e arrestano i terroristi italiani che si sono rifatti una vita in Francia. Lei come titolare della giustizia ha gestito questa ultima fase. Cosa è cambiato rispetto al passato?
"Questa vicenda si protrae da oltre quattro decenni. Dietro questa svolta c'è un lavoro che ha coinvolto negli anni vari soggetti a più livelli. Sin dal mio primo colloquio col ministro della Giustizia francese ho percepito una chiara sensibilità alla portata storica e politica del problema, un'umana partecipazione al dolore delle vittime e una netta determinazione ad impegnarsi per porvi rimedio. Non so se le origini italiane del ministro Dupond-Moretti, di cui va molto fiero, possano aver giocato un ruolo. Decisivo è stato anche il fatto che, mai come ora, tutte le nostre istituzioni si sono mosse in modo compatto e tempestivo. Una modalità d'azione, a cui ispirarsi sempre".
L'Eliseo ha confermato la dottrina Mitterand, ma ha concesso quello che prima negava. Perché?
"Nel colloquio con Dupond-Moretti ho ribadito con fermezza l'importanza del fattore tempo, avendo ben presente il calendario delle imminenti prescrizioni. La prossima sarebbe stata il 10 maggio. E ho voluto anche fare chiarezza una volta per tutte sul duplice equivoco, che per anni ha ostacolato la concessione delle estradizioni: anzitutto stiamo parlando di persone condannate in via definitiva per reati di sangue e non processate per le loro idee politiche; in secondo luogo le condanne sono state pronunciate all'esito di processi celebrati nel pieno rispetto delle garanzie difensive del nostro ordinamento. Come in questi anni più volte è stato ricordato, con le parole di Sandro Pertini, "l'Italia ha sconfitto gli anni di piombo nelle aule di giustizia e non negli stadi".
L'amicizia fra Draghi e Macron ha avuto un ruolo?
"So per certo che c'è stata una telefonata, ai miei occhi decisiva, tra il presidente Draghi e il presidente Macron".
Quanto ci vorrà per l'effettiva estradizione in Italia?
"Difficile fare previsioni precise, anche perché si tratta di fascicoli complessi. Di certo, io direi non dobbiamo aspettarci un rientro a breve, nei prossimi giorni. Gli arresti di ieri servivano a scongiurare il pericolo di fuga. Ora i giudici valuteranno se convalidarli e se applicare misure cautelari. Poi inizieranno i procedimenti, per valutare caso per caso la sussistenza dei presupposti per la concessione dell'estradizione. E poi ancora, come sempre avviene in queste procedure, l'ultima parola è dell'autorità politica".
Cosa garantisce che queste persone arrivino in Italia? Negli anni '80 a diversi arresti in Francia non è seguita poi l'estradizione...
"Come accennato poco fa, la procedura è ancora molto lunga e articolata e soggetta a specifiche valutazioni che terranno conto dei singoli casi. Per questo, gli esiti sono ora tutti nelle mani dell'autorità giudiziaria francese. Certamente, il clima in cui questa svolta è avvenuta mi pare molto diverso rispetto ad allora".
Che giustizia è quella attuata con tanto ritardo sui fatti contestati?
"Nessun ordinamento giuridico può permettersi che una pagina così lacerante della storia nazionale resti nell'ambiguità, e resti irrisolta. La storia offre numerosi esempi di giudizi celebrati e di vicende giudiziarie portati a compimento a molti anni di distanza. La nostra volontà di riproporre la richiesta delle estradizioni non risponde nel modo più assoluto ad una sete di vendetta, che mi è estranea, ma ad un imperioso bisogno di chiarezza, fondamento di ogni reale possibilità di rieducazione, riconciliazione e riparazione, fini ultimi e imprescindibili della pena".
Si può ancora parlare di rieducazione della pena a distanza di 40 anni?
"Qualunque processo di rieducazione e anche di riconciliazione personale e sociale, specie dopo ferite particolarmente profonde, non può non partire dal riconoscimento di ciò che è accaduto e da un'assunzione chiara di responsabilità. Non a caso, in Sud Africa, dopo l'Apartheid, è stata costituita una commissione denominata "verità e riconciliazione". Questo è forse il primo rilevante esempio di giustizia riparativa, che tra l'altro ha ispirato un analogo percorso qui in Italia tra protagonisti della lotta armata e i familiari delle vittime".
La vicenda di Battisti e la confessione finale di diversi delitti, negati quando stava in Francia e in Brasile, può aver avuto un ruolo?
"Sicuramente questa vicenda ha contribuito a dare una visione più corrispondente alla realtà degli anni di piombo e quindi a creare anche in Francia un clima più favorevole all'accoglimento delle richieste italiane".
di Liana Milella
La Repubblica, 29 aprile 2021
La ministra della Giustizia: "Un atto di fiducia importante per le istituzioni italiane. La svolta? L'incontro con Dupont-Moretti e il dialogo tra Draghi e Macron". Secondo la Guardasigilli "Parigi ha riparato a una ferita aperta da 40 anni. Il perdono? Nel mio piano di riforme ci sarà spazio per la giustizia riparativa".
"Non sete di vendetta, che non mi anima e spero non animi nessuno in questo Paese, ma sete di chiarezza e di reale possibilità di riconciliazione". Ma a partire da un punto fermo: "Non ci può essere riconciliazione senza verità". La Guardasigilli Marta Cartabia, in una giornata storica per lei in via Arenula, spiega a Repubblica come si è giunti alla cattura dei brigatisti e qual è il senso politico e giuridico degli arresti che rispondono a un fondamentale principio: "Dopo ferite particolarmente dolorose è necessario riconoscere ciò che è accaduto, come direbbe Paul Ricoeur, attraverso una parola di giustizia".
Lei ha definito subito come una "pagina storica" l'arresto dei terroristi in Francia. Perché?
"Per la prima volta, la richiesta italiana di estradizione è stata riportata nell'alveo corretto dell'amministrazione della giustizia. Ossia, dopo quasi 40 anni, la Francia ha compreso appieno quale ferita abbia subito l'Italia negli anni di piombo e per la prima volta ha rimosso gli ostacoli politici, legati alla dottrina Mitterand, trasmettendo le domande di estradizione alle autorità giudiziarie, affinché la giustizia segua il proprio corso".
E ora che succede?
"Gli arresti sono funzionali a evitare il pericolo di fuga. Ora i giudici valuteranno la convalida e l'opportunità di misure cautelari. Poi inizieranno i procedimenti per valutare caso per caso la sussistenza dei presupposti per la concessione dell'estradizione. Come sempre in queste procedure, l'ultima parola è dell'autorità politica".
È il segno di un nuovo ruolo dell'Italia in Europa e nei rapporti con gli altri Paesi?
"Di sicuro è un momento di forte collaborazione bilaterale tra due Paesi da sempre amici. La Francia, con questo passo storico, conferma la sua fiducia verso le istituzioni italiane e prende atto della correttezza delle procedure giudiziarie seguite, fino alle condanne definitive per i reati, commessi negli anni di piombo".
Il suo predecessore Bonafede, che fa i complimenti a lei e a ministero su Fb, parla di un "lavoro lunghissimo" condotto anche da lui nel massimo riserbo. Ma com'è maturata, solo ora, la svolta?
"Oggi si è scritto il capitolo conclusivo di una lunga storia, che affonda le sue radici negli anni '80-'90, ripresa in quelli successivi con differenti livelli di attenzione e a fasi alterne, dal nostro Paese. Le prime richieste di estradizione risalgono alla fine della stagione degli anni di piombo; poi, dopo una lunga quiescenza, il tema si è riproposto nel 2002 e più recentemente, a partire dal gennaio 2020 con il ministro Bonafede, subito dopo la vicenda di Cesare Battisti".
E quale è stato il suo ruolo?
"Per quanto mi riguarda, ho avuto la chiara percezione che fossimo a una svolta l'8 aprile scorso, durante il colloquio con il ministro Dupond-Moretti, che ha mostrato molta sensibilità per le ferite ancora aperte nella storia italiana di quegli anni. Ha espresso una chiara determinazione a volersi impegnare in prima persona per chiudere questo capitolo".
Quali argomenti ha usato per convincerlo a sbloccare la situazione?
"Abbiamo premuto sul fattore tempo, a fronte del rischio di ulteriori imminenti prescrizioni. Abbiamo ricordato la legittima richiesta di giustizia dei familiari delle vittime, ma abbiamo anche voluto, una volta per tutte, chiarire il doppio equivoco che negli anni aveva ostacolato la decisione politica di Parigi: stiamo parlando di persone, che non sono state processate per le loro idee politiche, ma per le violenze commesse. E l'Italia li ha processati nel pieno rispetto delle garanzie difensive previste dalla Costituzione e dal nostro ordinamento. Dopo il mio colloquio col ministro, l'interlocuzione tra Italia e Francia è proseguita tra Draghi e Macron".
E i francesi hanno capito che la dottrina Mitterrand andava archiviata definitivamente?
"Dupond-Moretti ha tenuto a sottolineare che la dottrina Mitterand "non doveva coprire chi avesse le mani sporche di sangue", per citare proprio una sua dichiarazione di ieri, a margine del consiglio dei ministri".
Ha influito l'avvicinarsi della prescrizione per alcuni arrestati?
"Come ho già accennato, il ministro francese era ben consapevole dei termini di prescrizione per ogni posizione, il primo dei quali sarebbe scattato il 10 maggio".
Molte voci, tra cui Erri De Luca, Sergio Segio, l'avvocato di Battisti e alcuni intellettuali francesi hanno manifestato perplessità, se non delusione. Questi arresti non contraddicono le posizioni a favore della giustizia riparativa?
"Al contrario. È fondamentale non permettere che una pagina così lacerante della storia italiana resti irrisolta, non chiarita. Qualunque processo di riconciliazione personale e sociale, individuale e storica, dopo ferite particolarmente dolorose, non può non partire dal riconoscimento di ciò che è accaduto, in forma pubblica e - come direbbe Ricoeur - attraverso "una parola di giustizia". Non a caso, il primo e più clamoroso esempio di riconciliazione è quello del Sud Africa: dopo l'Apartheid è stata costituita una commissione denominata "verità e riconciliazione". La seconda non può realizzarsi a prescindere dalla prima".
In questi casi perché non può prevalere il perdono? Quello di cui hanno parlato, in lunghi colloqui, i familiari delle vittime e i brigatisti? È un filo rosso che si dipana in molte reazioni agli arresti di oggi...
"La sua domanda mi sembra far riferimento agli importantissimi percorsi di giustizia riparativa, che in Italia hanno coinvolto tra l'altro proprio alcuni protagonisti della lotta armata e i familiari delle vittime. Questo cammino ha preso avvio dal desiderio di tutti i soggetti coinvolti di non permettere che le loro vite "cadessero per sempre nella rimozione, nella negazione o nel rancore, ma si aprissero a una presa di coscienza, a una ricerca della verità e di responsabilità costruttivamente intese, per uscire dalle memorie congelate e fissate sul dolore inferto e subito". Sto citando parole tratte da "Il Libro dell'incontro", una lettura per me illuminante, che raccoglie le testimonianze di un percorso di giustizia riparativa, che considero la forma più alta di giustizia, a cui può tendere un ordinamento".
Lei è una costituzionalista illuminata, che ha pronunciato sempre parole importanti sul carcere. Ma crimini così gravi, come gli omicidi, comportano che la pena debba essere scontata dentro le mura per tanti anni?
"Le risponderei con l'altra parte della frase di Ricoeur, che ho già citato e che mi è molto cara: "Occorre una parola di giustizia". E poi prosegue: "Un'altra storia inizia qui". Per me significa che occorre sempre partire da un accertamento chiaro dei fatti e delle responsabilità, "Una parola di giustizia" appunto; poi, nella fase dell'esecuzione, "inizia un'altra storia": spetta alle autorità giudiziarie valutare le modalità con cui la pena dovrà essere espiata. In sintesi, per essere chiara: la nostra volontà di riproporre la richiesta delle estradizioni non risponde nel modo più assoluto a una sete di vendetta, che non mi anima e spero non animi nessuno in questo Paese, ma ad una sete di chiarezza e di reale possibilità di riconciliazione".
di Olga D'Antona
La Stampa, 29 aprile 2021
La giustizia. Che cosa è la giustizia per noi vittime? Che cosa è oggi per chi ha perso i suoi cari 40-50 anni fa? Non mi sfugge l'importanza degli arresti di ieri. Un gesto politico rilevante perché segna un passo avanti nel reciproco riconoscimento tra i Paesi europei, il rispetto per il nostro sistema giudiziario che in questi anni la dottrina Mitterrand aveva negato.
Ci ha fatto molto male l'impunità garantita dalla Francia ai terroristi. È sembrata una forma di appoggio a chi aveva inferto gravissimi lutti alle nostre famiglie. A quei parenti che hanno vissuto per quarant'anni tenendosi il dolore addosso mentre in Francia i radical chic, è proprio il caso di chiamarli così, trattavano i carnefici come dei romantici combattenti. Fanny Ardant li chiamò eroi. Forse pensava alla Rivoluzione francese.
Ma questi terroristi erano quelli che avevano ucciso vittime innocenti, gente che prometteva una rivoluzione di sinistra ammazzando gli operai, come Guido Rossa a Genova. L'impunità garantita da Mitterrand piaceva a certi ambienti culturali della sinistra francese. I parenti delle vittime di quei terroristi hanno dovuto subire la pena accessoria di uno Stato che negava l'arresto dei colpevoli riconosciuti di quei delitti. E lo dico a prescindere dal mio caso personale.
In fondo l'assassinio di mio marito è più recente di quelli commessi dai terroristi arrestati ieri. E nel mio caso la giustizia è arrivata in tempi piuttosto rapidi. Ma penso a chi ha dovuto aspettare tutti questi anni, penso ai parenti di quelle vittime presto dimenticate, quelle poco note, che spesso non hanno avuto nemmeno la solidarietà che sarebbe spettata loro. Ma ritorna la domanda di partenza: si può chiamare giustizia quella che fa giustizia dopo mezzo secolo?
In cinquant'anni capitano molte cose. Di quei carnefici, delle persone che sono diventate dopo tanti anni vissuti da liberi cittadini, sappiamo poco. Avranno formato famiglie, cresciuto figli, si saranno costruiti una vita nuova. C'è sì soddisfazione per la fine di un'ingiustizia ma allo stesso tempo mi domando: è ancora giustizia? Si può ancora pensare alla finalità rieducativa della detenzione sancita dalla nostra Costituzione?
di Marco Imarisio
Corriere della Sera, 29 aprile 2021
Il figlio del commissario Luigi Calabresi, ucciso nel 1972: "Queste persone ci devono pezzi di verità sulla nostra storia. Se raccontassero sarei il primo a chiedere un gesto di clemenza"
Mario Calabresi, cosa ha pensato quando è arrivata la notizia?
"Confesso di essere rimasto sorpreso. Se n'era parlato molto negli ultimi due anni, ma non pensavo che sarebbe mai accaduto".
È corretto dire che ci sperava?
"Più come italiano che come privato cittadino. Ho sempre pensato che il rispetto delle sentenze che condannavano queste persone sarebbe stato un gesto molto importante per tutti noi".
Per chiudere davvero con gli anni di piombo?
"Non solo. Ho sempre trovato odioso e grave che la Francia non rispettasse le sentenze italiane. La dottrina Mitterrand prevedeva di dare asilo a chi non aveva le mani sporche di sangue. Poi, negli anni, è accaduto qualcosa".
La famosa interpretazione estensiva?
"Era piuttosto un lassismo che fu applicato per compiacere un mondo intellettuale francese che si divertiva a dipingere l'Italia degli anni Settanta come il Cile di Pinochet. E questo ha di fatto sempre protetto e tutelato chi aveva ucciso altri esseri umani".
Ieri la dottrina Mitterrand è stata sconfessata per sempre?
"Tutt'altro. Per una volta è stata invece applicata alla lettera, ristabilendo così un principio fondamentale ignorato per quasi quarant'anni. Ieri tra Italia e Francia è stata scritta una pagina importantissima per il rispetto delle verità storica e giudiziaria del nostro Paese".
Invece qual è il suo sentimento privato e personale?
"Come mia madre e i miei fratelli, non riesco a provare alcuna soddisfazione. L'idea che un uomo anziano e molto malato vada in galera non è di alcun risarcimento per noi".
La fuga in Francia non è stata una scelta ben precisa?
"Come no. Durante il processo di revisione a Mestre, un giorno mio fratello Paolo si rivolse a mia madre. Guardalo bene, le disse, che secondo me non lo rivedi più. Sapevamo che sarebbe successo".
Perché due anni fa decise di incontrarlo?
"Era giunto il tempo di guardarlo in faccia. Di fare una cosa per me stesso. Fu la prima cosa che gli dissi quando ci vedemmo in un hotel a Parigi. Sono qui non come giornalista, non come scrittore, ma come figlio del commissario Calabresi".
Ha trovato le risposte che cercava?
"Il nostro colloquio di quel giorno rimarrà sempre una questione privata, tra me e lui. Per me è stato un momento di pacificazione definitiva, che mi è servito molto. Credo che a livello emotivo non sia stato facile neppure per lui".
Che impressione le fece?
"Un uomo stanco e malato. Molto diverso dalla persona spavalda vista durante i processi. Oggi non provo livore o rancore nei suoi confronti".
Proprio Pietrostefani ha detto una volta che la verità storica sull'omicidio del commissario Calabresi non esiste...
"Penso che tutte le persone munite di onestà intellettuale debbano riconoscere che sulla morte di mio padre verità storica e verità giudiziaria coincidono".
Firmerebbe una eventuale domanda di grazia?
"Non siamo nel Medioevo. Non sono le famiglie delle vittime a dover decidere, ma le istituzioni. Si tratta di un percorso e di decisioni da prendere nell'interesse generale. Al netto delle condizioni di salute di Pietrostefani, penso piuttosto a un provvedimento generale, che arrivi alla fine di un percorso collettivo. Qualcosa di simile alla Commissione per la verità e la riconciliazione presieduta da Desmond Tutu in Sudafrica. Clemenza, in cambio della verità su quegli anni".
O dell'ammissione delle proprie colpe?
"Non mi aspetto alcun autodafé. Ma credo che queste persone ci debbano qualcosa. Ci devono pezzi di verità. Sono uomini e donne che hanno partecipato a delitti che hanno segnato la storia di questo Paese. Ci mancano ancora dettagli, e soprattutto le loro voci per ricostruire quei fatti così tragici. Penso che dovrebbero assumersi le loro responsabilità".
E se lo facessero?
"Sarei il primo a chiedere un gesto di clemenza nei loro confronti. Credo che oggi raggiungere una verità definitiva abbia molto più valore che tenere quelle persone in galera per il resto della loro vita. All'improvviso abbiamo una occasione inattesa e irripetibile per fare un bilancio compiuto, con il contributo degli ultimi latitanti arrestati in Francia. Se si riuscisse a coglierla, sarebbe quasi doveroso un provvedimento che sancisca la fine di quella stagione".
La sua testimonianza ha contribuito a cambiare quel bilancio?
"Se fosse così, ne sarei fiero. Quando nel 2007 scrissi il libro che parlava di mio padre e della mia famiglia, per me era cambiare la narrazione su quegli anni, dove mancava del tutto il punto di vista delle vittime. Mai avrei immaginato di avere così tanto riscontro".
Quante volte le hanno chiesto se era convinto della colpevolezza delle persone condannate per l'omicidio di suo padre?
"Meno di quanto si possa credere. Al termine di un iter giudiziario lunghissimo, senza precedenti nella storia repubblicana in quanto a garanzie per gli imputati, non penso che qualcuno possa più avere dubbi".
A guardare indietro, c'è qualche dettaglio che più di altri le fa ancora male?
"Il giorno dopo l'omicidio di mio padre, sul Corriere della Sera apparve un solo necrologio firmato da un privato cittadino. Fatico a pensare alla solitudine che lo circondò anche da morto. Era tanto tempo fa, erano tempi feroci".
Passa spesso da via Cherubini?
"Ogni tanto ci vado. Mi fermo davanti alla lapide in pietra di montagna che ricorda mio padre. Ci sono sempre dei fiori e dei bigliettini portati dai milanesi. La gente capisce, e non dimentica. E questa per me è la cosa più importante".
di Mario Calabresi
La Repubblica, 29 aprile 2021
Dialogo tra Gemma e Mario Calabresi dopo gli arresti in Francia. "Un segnale di giustizia che ha sanato una ferita aperta da troppo tempo".
Mario Calabresi: Sono passati 49 anni. Io avevo due anni e mezzo e tu ne avevi 25, se uno pensa a 50 anni, mezzo secolo, dovrebbero essere cose molto lontane nella memoria, quasi dimenticate. E invece...
Gemma Capra Calabresi: A me viene da dire che sono 50 anni che lui non c'è più. Cinquant'anni che comunque manca, che mi manca.
Mario: Lui era tuo marito, Luigi Calabresi, commissario di polizia, che venne ucciso il 17 maggio del 1972 sotto casa. Non ti richiedo di raccontare quel tempo, tutto quello che ci fu prima, la campagna di stampa, come vivevate voi, braccati, nascondendovi. Però ti chiedo che cosa ti è rimasto 49 anni dopo?
Gemma: Ogni 17 maggio alle nove e un quarto, io guardo l'ora e dico "ecco, adesso".
Mario: Adesso esce di casa..
Gemma: Adesso esce di casa, adesso lo uccidono. Credo di non aver saltato mai neanche un anno, di stare lì ad aspettare quell'attimo. E per il resto, sì, ho preso le distanze perché io sono convinta che la memoria sia molto importante, ma la memoria non è statica. La memoria ha le gambe, deve camminare e quindi dobbiamo farlo vivere nel presente ricordando il suo humor, i suoi scherzi. Perché era proprio un romano pieno di vita. E i suoi esempi, le sue testimonianze, le sue passioni. Ecco, questa è la memoria portata nella vita di ogni giorno. Ma senza stare fermi a quel giorno o a quello che ci hanno fatto, perché altrimenti non ne esci più.
Mario: Ti avevo chiesto di fare questa intervista per l'anniversario del 17 maggio, volevo ragionare con te su questo mezzo secolo, su tutto ciò che ci hai insegnato e sul percorso di pacificazione che ti sta a cuore. Adesso però la cronaca è tornata prepotentemente nelle nostre vite. A Parigi è stato arrestato Giorgio Pietrostefani, insieme ad altri condannati per terrorismo. E allora non posso che partire da lì e chiederti qual è la prima sensazione che hai avuto quando hai sentito la notizia?
Gemma: Un fulmine a ciel sereno, una cosa che non mi aspettavo più.
Mario: Ma che sentimento prevale in te in questo momento?
Gemma: Molteplici sono i sentimenti. Prima di tutto un chiaro e forte segno di giustizia e anche di democrazia. Certo, avrebbe avuto un altro senso per la nostra famiglia se fosse accaduto una ventina di anni fa. Tuttavia, penso che, da un punto di vista storico, quello che è successo sia veramente fondamentale.
Mario: Credo anche io che con questo gesto sia stata finalmente sanata una ferita tra l'Italia e la Francia, una ferita che era aperta da troppo tempo. Anche perché la dottrina Mitterrand non è stata sconfessata da Macron con questi arresti, ma finalmente interpretata correttamente. Perché il presidente francese aveva previsto l'accoglienza e l'asilo in Francia per chi lasciava l'Italia, ma non per chi si era macchiato le mani di sangue. E quindi oggi questo è stato ribadito.
Gemma: È per questo che dico che è un segno di democrazia, perché la Francia, che ha ospitato e tutelato degli assassini per troppi anni, oggi finalmente riconosce e accetta le sentenze dei tribunali italiani. Ricordo che durante il processo di revisione a Mestre tuo fratello Paolo mi disse: "Guarda bene Pietrostefani perché da domani non lo vedrai più". Era chiaro a tutti che sarebbe scappato in Francia.
Mario: Però hai detto che dentro di te ci sono molteplici sentimenti. Il primo è un senso di giustizia. Cos'altro senti, cos'altro provi?
Gemma: Oggi io sono diversa, ho fatto un mio cammino, ma credo che anche loro non siano più gli stessi. E tra l'altro sono anziani e malati.
Mario: Cosa significa per te questo?
Gemma: Che oggi non mi sento né di gioire né di inveire contro di loro, assolutamente.
Mario: Ti aspetti qualcosa adesso?
Gemma: Non voglio illudermi ma penso che sarebbe il momento giusto per restituire un po' di verità. Sarebbe importante che a questo punto delle loro vite trovassero finalmente un po' di coraggio per darci quei tasselli mancanti al puzzle. Io ho fatto il mio cammino e li ho perdonati e sono in pace. Adesso sarebbe il loro turno.
Mario: Come hai fatto a fare questo cammino?
Gemma: Io ho scelto da subito di farvi vivere non nel rancore e nell'odio, ma ho fatto il possibile per darvi la gioia di vivere e di credere ancora nell'umanità, nell'uomo e nelle persone, nonostante tutto.
Mario: Avevi 25 anni e vedevi l'uomo che amavi e che consideravi una persona per bene, che non c'entrava nulla con le accuse che gli venivano mosse, che subisce questa campagna di linciaggio, le minacce, le scritte sui muri, le lettere minatorie. Poi viene ammazzato sotto casa. Come facevi ad avere ancora fiducia negli esseri umani?
Gemma: Io non l'ho mai persa, devo dire la verità. Perché quelle persone lì non rappresentavano l'umanità, non rappresentavano l'Italia. Io ho ricevuto centinaia e centinaia di lettere di solidarietà, lettere di affetto, io non mi sentivo sola. Per me la minoranza erano quelli che avevano deciso di ucciderlo, erano quelli che per un'ideologia sbagliata hanno costruito a tavolino un mostro al quale non corrispondeva assolutamente Gigi.
Mario: Incredibile la solidarietà che ho visto. Quasi cinquant'anni dopo la gente ti ferma ancora al mercato.
Gemma: Sì, è bello. Mi ha aiutato a vivere questo. Io dico sempre "Non ce l'ho fatta, ce l'abbiamo fatta". Perché io ce l'ho fatta grazie a tutte le persone che mi vogliono bene, ancora oggi.
Mario: Dove comincia invece la tua strada del perdono? Dico la tua perché, bisogna essere onesti, è un percorso soprattutto tuo. Tu hai cercato di insegnarlo a me, a Paolo e a Luigi. Diciamo che per noi però è stato più importante prendere da te l'idea che non si dovesse crescere nell'odio e nel rancore più che fare il cammino del perdono.
Gemma: Il mio è un cammino di fede e poi ti voglio raccontare una cosa: un giorno un mio alunno mi ha detto "Maestra, ma perché quando le persone muoiono diventano tutte brave?"
Mario: Cioè son considerati tutti buoni.
Gemma: Esatto. Ho risposto: "è giusto così", perché una persona ha fatto cose negative ma anche tante cose positive, ricordiamolo per le cose positive, per il buon esempio, per il suo affetto, per la capacità di amare gli altri, ognuno ha un suo cammino. E così ho pensato anche di queste persone responsabili della morte di Gigi. Posso io relegarle tutta la vita all'atto più brutto che probabilmente hanno compiuto? Forse sono stati dei bravi padri. Forse hanno aiutato gli altri. Forse hanno fatto... Questo non sta a me. Però loro non sono solo quella cosa lì, assassini, sono anche tante altre cose. Ecco, questo mi ha aiutato nel mio percorso di perdono.
Mario: Pensi di essere arrivata dove volevi arrivare?
Gemma: Penso di sì. Ho dei momenti ancora magari difficili. Però io volevo arrivare a pregare per loro e riesco a farlo. Ogni giorno nelle mie preghiere, io prego perché loro abbiano la pace nel cuore. Lo prego tanto anche per voi, prima di tutto per i miei figli, che l'abbiano. Però questa cosa mi dà pace, mi dà serenità, mi dà anche gioia e io ci tengo a dire che il perdono non è una debolezza. Voglio dirti che il perdono è una forza, ti fa volare alto.
Mario: Ma torniamo a te, quante volte ti viene in mente quel giorno di 49 anni fa?
Gemma: Ci sono dei periodi che mi viene in mente spessissimo. Ho dei sogni ricorrenti. Sogno che lui viene ucciso. Per esempio, l'ultimo: siamo al ristorante e si sente tipo un boato in lontananza e io dico "è una bomba, scappiamo" e lui dice "ma no, ma stai tranquilla, aspetta". Poi, a un certo punto, io so che sono fuori, all'aperto, come se fossi scappata e c'è un altro boato forte, una bomba che distrugge tutto e lui muore. Oppure noi scappiamo, siamo rincorsi, però già sappiamo che lui non ce la farà. Non so, c'è questa sensazione nel sogno. Ecco, questo non mi ha mai abbandonato, poi magari per dei mesi non lo sogno e poi ritorna.
Mario: E c'è lui? Te lo ricordi bene?
Gemma: Sì sì sì, c'è lui. Lo rivedo. Lui è giovane, è questo il guaio. Però nel sogno sono giovane anch'io.
Mario: cosa ti sta più a cuore oggi?
Gemma: Voglio lasciare a voi una testimonianza positiva della vita. Io vi dico una cosa: senz'altro è stata una vita pesante, ma sapete che non la cambierei? Perché è stata una vita intensa, ricca e piena di affetti, di amore, di gente che mi vuole bene. Eh, se io guardo gli altri, no, non mi cambierei. Qualche volta mi viene un po' di rabbia quando vedo le persone anziane ancora insieme per mano, allora lì ho un attimo di debolezza, ma è bene così, è bella così.
di Giampiero Rossi
Corriere della Sera, 29 aprile 2021
Francesca Marangoni aveva 17 anni quando suo padre Luigi, direttore sanitario del Policlinico, fu ucciso. La madre Vanna: "Abbiamo una verità processuale a cui dobbiamo attenerci e queste sentenze vanno rispettate e eseguite". "Penso che oggi sia accaduto qualcosa di giusto, che doveva accadere. Semmai era strana la situazione di prima".
Quando riceve la notizia degli arresti parigini, Francesca Marangoni è insieme a sua madre Vanna. A metà mattina i cellulari di entrambe iniziano a squillare con frequenza anomala. Perché tra le persone fermate in Francia c'è anche Sergio Tornaghi, che negli anni di piombo faceva parte della "Colonna Walter Alasia" delle Brigate rosse e a lui viene contestata una responsabilità anche per l'agguato mortale a Luigi Marangoni, direttore sanitario del Policlinico ucciso nel 1981.
"Passati 40 anni saranno anche cambiati, avranno capito molte cose, però se si sono macchiati di sangue devono scontare la condanna. Abbiamo una verità processuale a cui dobbiamo attenerci e queste sentenze vanno rispettate e eseguite. È giusto così", dice la signora Vanna Bertelè, 82 anni, che conosce a memoria ogni dettaglio di quegli atti processuali e tiene a sottolineare che - comunque - per l'omicidio del marito finora "sono state condannate otto persone e una infermiera, ma non Tornaghi".
La figlia Francesca ha fatto qualche ricerca su Internet per collegare nomi e vicende e ha cercato di rinviare il momento in cui la madre avrebbe avuto la notizia, perché - ogni volta che si ripresenta - quel passato provoca dolore ed emozioni forti. Lei aveva 17 anni e suo fratello 15 quando, il 17 febbraio 1981, quattro terroristi armati di mitra e bastoni bloccarono il padre sotto casa, in via Don Gnocchi, e spararono per ucciderlo.
Quali emozioni provoca il ritorno improvviso di un passato così doloroso?
"È difficile persino dare un nome alle sensazioni di questi momenti. Io ho avuto un pensiero istintivo per le altre famiglie che hanno perso qualcuno per quei fatti, a Gemma e Mario Calabresi che sono sempre stati più direttamente coinvolti, mentre io a un certo punto ho voluto vivere nella convinzione che fosse un capitolo chiuso, anche se magari quelli che sono stati condannati per la morte di mio padre sono già usciti dal carcere. Ma io non lo voglio nemmeno sapere".
E tutti quelli che avevano trovato rifugio in Francia?
"Quella era davvero l'anomalia, la stranezza che adesso è stata cancellata, evidentemente doveva andare così, doveva accadere adesso. Ma di certo oggi avverto la sensazione che qualcosa si sia compiuto ed è inevitabile che ritornino i ricordi di papà, che comunque mi hanno sempre accompagnata".
Quali sono stati i pensieri più ricorrenti in questi quarant'anni?
"Ogni tanto affiora il rimpianto per tutte le occasioni in cui avrei voluto che lui fosse lì con me, per tutti i momenti che avrei voluto condividere e allora ritorna il grandissimo senso di ingiustizia per lui, il grande spreco della sua vita che nessun processo e nessuna condanna e nessun arresto potrà mai restituire: un padre che è stato seguito, spiato e ucciso da persone che si sono appostate ad aspettarlo sotto casa".
E cosa ha provato quando ha visto nell'aula del processo le persone accusate e poi condannate per quel delitto?
"Ricordo con affetto e gratitudine la famiglia De Cataldo. Ci sedevano vicino, noi familiari delle vittime, praticamente attorniati da decine di imputati e dai loro avvocati, li vedevamo conversare, a volte anche ridere. E io pensavo che, dopo tanti anni, quel processo potesse essere l'occasione per spiegare, almeno per dirci come sono arrivati a compiere una scelta così decisiva per le loro vite, oltre che per le nostre e per quella di mio padre. Non mi avrebbero comunque convinta, ma almeno avrei provato a capire... E invece niente".
E adesso arriva questa svolta inattesa...
"Sì, anche se in effetti era una situazione anomala, sbagliata. Era come se queste persone considerassero la giustizia italiana poco importante, di serie B. Ma si vede che il momento era adesso. Nulla potrà restituirci papà, però questo momento fa parte di come devono andare le cose. È passato tanto tempo, ma è giusto che sia accaduto".
di Andreina Baccaro
Corriere della Sera, 29 aprile 2021
"Un detenuto mi parlò di una imminente strage nera, lo dissi al Sisde". Insabbiate le rilevazioni di Tamburino. "Ribadisco di non avere mai incontrato il dottor Tamburino". È il 14 maggio di due anni fa, davanti ai magistrati della Procura generale che indagavano sui mandanti della strage di Bologna erano seduti, messi a confronto, l'ex generale del Sisde di Padova Quintino Spella e il giudice Giovanni Tamburino. Per più di un'ora l'ex capo dei servizi segreti della città veneta negò di aver mai ricevuto informazioni su un imminente attentato in preparazione da parte dell'estrema destra nell'estate del 1980, persino quando i magistrati gli fecero notare che il suo interlocutore aveva annotato degli appunti tenuti insieme da una graffetta oggi arrugginita che ne testimonia l'autenticità." Quest'atteggiamento mi sembrò incomprensibile, quasi sciocco da parte sua negare di avermi mai incontrato. Mi dispiace che si parli di una persona defunta", ha testimoniato ieri davanti alla Corte d'Assise il giudice Tamburino.
Quintino Spella è morto a gennaio, portandosi nella tomba i suoi perché, ma se fosse ancora vivo sarebbe sul banco degli imputati con l'accusa di depistaggio per la quale era stato già rinviato a giudizio. Ora restano imputati l'ex carabiniere Piergiorgio Segatel (depistaggio), l'immobiliarista romano Domenico Catracchia (false informazioni ai pm) e l'ex di Avanguardia nazionale Paolo Bellini per concorso in strage.
Il giudice Tamburino, 77 anni, visibilmente affaticato, non ha rinunciato a portare in aula la sua ferma versione su quel terribile messaggio premonitore che ricevette in qualità di magistrato di sorveglianza dall'estremista di destra Luigi Vettore Presilio il 10 luglio: un imminente attentato "che avrebbe fatto parlare tutti i giornali" al quale sarebbe seguito l'omicidio di un giudice. Messaggio subito girato ai servizi segreti ai quali lo indirizzarono i carabinieri.
Alla Corte il giudice ha consegnato i suoi appunti e l'agenda nella quale annotò quattro incontri con Spella tra il 15 luglio e il 6 agosto. "Familiarità con Scibilia da 15 anni", "perso di vista da due mesi", "su Freda conferma" annotò mentre parlava con lo 007 il quale gli confermò che Vettore Presilio era una fonte del suo uomo Giacomo Scibilia, incaricato di scoprire qualcosa sull'ordinovista Franco Freda.
Quando il 2 agosto 1980 scoppia la bomba in stazione, Tamburino ripensa subito a quelle rivelazioni e alle 8 di mattina del 6 agosto invia una relazione ai pm bolognesi, che il pomeriggio si precipitano in carcere a Padova per sentire il detenuto. "Mi informarono che aveva confermato tutto", ha detto ieri Tamburino, che all'epoca si sentì con l'anima in pace sapendo di aver fatto il possibile per informare i servizi. Invece inspiegabilmente nessuno pensò allora di interrogare anche il giudice.
Sempre il 6 agosto Spella torna da Tamburino, che annota ancora quanto gli riferisce sulla fonte Vettore Presilio: "abbiamo sempre collaborato, soggetto conosciuto". "La cosa mi sconcertò - ha detto ieri -, perché me lo venne a dire dopo la strage, ma io le informazioni gliele avevo passate prima". Sconcerto che l'ex giudice dovette provare anche quando seppe che Vettore Presilio, dopo agosto, era stato accoltellato in carcere da quattro uomini incappucciati.
"Mi convinsi che volevano ucciderlo". Eppure lo stesso Spella il 17 luglio, due giorni dopo l'incontro con Tamburino che ha negato, inviò a Roma il colonnello Amos Spiazzi, informatore dei servizi all'epoca condannato in primo grado per il golpe Borghese, per reperire informazioni. Ne venne fuori una relazione riservata datata 28 luglio 1980 che arriva a Roma 24 ore prima della strage al capo del Sisde Giulio Grassini, iscritto alla loggia massonica P2.
In quel documento, ieri depositato dall'accusa, si dice che i Nar stavano preparando qualcosa di micidiale e rastrellando, insieme ad altri gruppi dell'estrema destra, armi ed esplosivo. Ma non una parola sulle rivelazioni di Vettore Presilio, insabbiate. Nessuno consegnò mai ai magistrati quel rapporto, che spunterà anni dopo durante una perquisizione a casa di Spiazzi.
- Il problema tecnico della videoconferenza non consente la sostituzione del legale di fiducia
- Cuneo. Morto in cella, la mamma e la sorella: "Diteci cosa è successo lì dentro"
- Sassari. Detenuto ucciso in carcere, la Cassazione conferma i 3 ergastoli
- Santa Maria Capua Vetere. "In sei in una cella per quattro", ex detenuto ottiene risarcimento
- Foggia. Focolaio Covid nel carcere: positivi 45 detenuti e 11 agenti della Polizia penitenziaria










