di Giulia Merlo
Il Domani, 28 aprile 2021
Il termine per gli emendamenti al disegno di legge penale, che è contenuto anche nel Pnrr presentato dal presidente del Consiglio Mario Draghi alla Camera, sta per scadere. Dopo tre slittamenti la data è stata fissata per il 30 aprile ma il Partito democratico e Leu hanno già pronti i testi degli emendamenti, autonomi ma che vanno nella stessa direzione. Potrebbe ancora esserci qualche limatura, ma l'impianto è chiaro e incide su due punti nevralgici del ddl: la prescrizione e i riti alternativi. Entrambi i partiti considerano il ddl - redatto durante il governo Conte 2 - un buon punto di partenza, ma che su alcuni punti va reso "più incisivo", ha detto la responsabile giustizia del Pd, Anna Rossomando.
Riti alternativi - Gli emendamenti del Pd puntano a incentivare la definizione anticipata dei procedimenti, con l'obiettivo di decongestionare i tribunali limitando il numero di processi che vanno a dibattimento. Oggi il 13 per cento dei processi in primo grado si conclude con patteggiamento o rito abbreviato, "una percentuale che dovrebbe aumentare di tre volte per deflazionare gli uffici giudiziari", ha detto Alfredo Bazoli, capogruppo dem in commissione Giustizia.
Il Pd punta ad aumentare la premialità che deriva dalla scelta di questi riti: per i reati con pene massime fino ai cinque anni di reclusione, la proposta è di ridurre la pena fino al 50 per cento (ora è fino a un terzo) in caso di patteggiamento chiesto nella fase delle indagini preliminari e in caso di rito abbreviato. Un altro emendamento propone l'introduzione dello strumento dell'archiviazione condizionata, ovvero che, con l'accordo di pm e giudice nella fase antecedente al rinvio a giudizio, il procedimento venga archiviato se l'indagato adempie ad alcuni obblighi riparatori e risarcitori. "L'orientamento culturale è quello di potenziare il modello di giustizia riparatoria rispetto a quella sanzionatoria", ha detto Bazoli. Un'impostazione, questa, che incontra certamente l'orientamento fin qui prospettato dalla guardasigilli Marta Cartabia, ma che potrebbe creare qualche frizione rispetto al modello di giustizia dei Cinque stelle. Anche Leu con Federico Conte interviene in particolare in materia di rito abbreviato (in cui il giudice decide allo stato degli atti raccolti nelle indagini preliminari, senza il dibattimento). La previsione è di renderlo sempre accessibile (ora è possibile solo per alcuni reati) e di prevedere scaglioni rigidi di riduzione della pena: della metà per i reati puniti fino a sei anni; di un terzo per i reati con pena superiore a sei anni; a trent'anni in caso di ergastolo.
Prescrizione - La prescrizione è politicamente il tema più spinoso, su cui Cartabia si è impegnata a intervenire per modificare la previsione della legge Spazza-corrotti voluta dal Movimento 5 stelle. Il Pd propone di sopprimere il cosiddetto lodo Conte bis, frutto di un accordo della precedente maggioranza e che prevede che, in caso di appello, la prescrizione venga sospesa solo per i condannati e non anche per gli assolti. A questo dovrebbe sostituirsi un meccanismo di prescrizione per fasi, visto che il ddl penale prevede tempi certi per ogni fase processuale.
Nel caso in cui l'appello o il processo in Cassazione durino più dei due anni previsti, scatta l'improcedibilità per chi era stato assolto in primo grado, mentre per il condannato in primo grado si matura uno sconto di pena di un terzo. Leu, invece, tiene ferma la prescrizione sostanziale del lodo Conte bis.
Aggiunge però la prescrizione per fasi, con l'improcedibilità per l'assolto in primo grado nel caso di appello con durata superiore ai due anni e lo sconto di 45 giorni di pena ogni sei mesi in più rispetto ai due anni di durata per il condannato in primo grado. Quanto questa linea venga condivisa dai Cinque stelle è incerto. Ma Rossomando sottolinea come le proposte del Pd vadano nella direzione indicata da Cartabia: "Scommettiamo sul fatto che la giustizia equa sia aspirazione di tutti i partiti, come i tempi congrui di durata del processo".
di Natalino Irti
Il Sole 24 Ore, 28 aprile 2021
Il processo, qualsiasi processo (giudiziario, scientifico, tecnologico), ha in sé, nel suo "procedere", la dimensione del tempo. Esso "avanza" di atto in atto, dal principio alla fine, dalla domanda alla risposta. E risposta è, nel campo giuridico, la decisione del giudice, che distingue fra ragione e torto, fra innocenza e colpevolezza.
Entro questa comune identità, si coglie tuttavia la distinzione suprema, che sta prima di ogni altra: nel giudizio civile si agitano, in linea di massima, conflitti di interessi economici; nel giudizio penale, è in giuoco la libertà individuale. E perciò la misura del tempo acquista un diverso rilievo e riceve una particolare attenzione. Questa prospettiva consente di avvertire che il processo giudiziario costituisce di per sé una pena.
Già si è detto, e si vuol ribadire, che il processo, come giudizio di uomini su altri uomini, si svolge nel tempo, si scompone in indefinita pluralità di atti, passa di grado in grado, e infine trova conclusione nella sentenza, che non è la "verità", ma viene considerata come "verità" (pro-veritate accipitur, nell'incisivo latino degli antichi giureconsulti). Nel tempo necessario per raggiungere questa "finzione" di verità - una finzione indispensabile per la convivenza e per riporre il caso in archivio - un uomo è sottoposto a giudizio, si sente oggetto di ricerca e materia di studio.
Il suo passato è ricostruito, osservato, scrutato. Propriamente giudicata non è una singola azione, un frammento, ma l'intera vita, spogliata, denudata, ridotta a schema, tipizzata in base alla "figura" di ciascun reato. Non basta "sentirsi innocenti", poiché il giudizio solleva la domanda sull'innocenza: e già questo interrogarsi scuote l'animo e reca dolore.
Per tutti - innocenti o colpevoli (come li sapremo nell'ora della decisione) - il processo è pena. La grande letteratura ha avvertito, e tradotto in angosciose narrazioni, la sofferenza del processo, questo soggiacere a un potere senza volto e senza nome, a una violenza impersonale, che sovrasta tutti, e di volta in volta sceglie e colpisce singoli "imputati".
Questo è, per usare l'immagine acutissima di Albert Camus, l'"universo del processo", l'universo delle società contemporanee, sempre più sospettose e inquisitorie. La letteratura, si diceva poco sopra, ha colto la ineluttabile tragicità dell'attesa, il peso di una domanda, che talvolta non si conosce o non si comprende. Il celebre libro di Franz Kafka, "Der Prozess", risale al 1925, ed è romanzo di una sofferenza che non si scioglie e di una misteriosa domanda che invano attende risposta. È appena del 2017 il racconto suggestivo di Andrea Salonia, dove già il titolo esprime l'angoscia dell'attesa, "Domani, chiameranno domani".
La sofferenza del giudizio è anche tema di un grande studioso di diritto, fra i più eminenti del secolo ventesimo, Francesco Carnelutti. Concludendo il lungo itinerario accademico, che lo vide sulla cattedra di tutte, o quasi tutte, le discipline giuridiche, Carnelutti tenne da ultimo l'insegnamento romano del diritto processuale penale.
Il fascinoso corso di lezioni ha per motivo dominante l'identità tra processo e pena, o, se si preferisce in più semplici parole, il carattere punitivo dello stesso processo. Sapersi giudicati è, già in sé, una pena, una sofferenza che dura nel tempo, e rimane incancellabile nella vita. Anche la sentenza di assoluzione "scioglie" dal reato e dalla sanzione prevista nella legge, ma non cancella, né potrebbe, la sofferenza del giudizio e l'ansia dell'attesa.
La pena del processo è stata già "scontata". Sempre ammoniva Carnelutti che nel processo penale la "res iudicanda è un uomo", che tutti gli atti - del suo iniziare e svolgersi e concludersi - riguardano un uomo, il quale patisce, dal principio alla fine, la sofferenza del giudizio. Si suole replicare, da cupi e zelanti accusatori, che hanno in sé, e quindi vedono intorno a sé, un'umanità peccatrice e colpevole; si suole obiettare che tale sofferenza è un costo necessario, e che qualsiasi comunità ha bisogno di conoscere e colpire i fatti criminali: un costo pagato da innocenti e colpevoli, ossia da tutti coloro che un giorno conosceremo autori o non autori di reati.
Ma proprio la sofferenza del processo, di questa pena legata a un'incognita, che incombe a tutela di un certo ordine giuridico, vuole di per sé la brevità della durata. Soltanto così la "presunzione di innocenza", enunciata dal secondo comma dell'art. 27 Cost., e la "ragionevole durata del processo" (art. m, 2° comma), acquistano un senso profondo: l'indagine giudiziaria e la "imputazione" segnano già l'inizio di quella "pena", di quel soffrire d'attesa, che si scioglierà soltanto con la sentenza "della fine".
Tra l'inizio e la fine si svolge l'angoscia del processo, che è già pena irrogata dal diritto, pena nell'attesa che l'incognita si dischiuda e dia risposta alla domanda. La "prescrizione" cancella l'incognita dal destino di un uomo, e serve a "estinguere", non solo il reato, ma la paura e la pena del processo. C'è una giustizia del tempo, che domina la esistenza dei singoli individui e la storia degli Stati: ed essa comprende in sé, accanto alla memoria, anche la dimenticanza.
Il passato - come avvertiva Nietzsche - non può soffocarci e distruggere le energie della vita, che si esprimono e costituiscono con lo sguardo al presente e al domani. E così si spiegano quelle "amnistie", concesse allo spegnersi di guerre crudeli, da avveduti uomini di Stato, che conoscono la necessità dell'oblio. Di quell'oblio che restituisce la pace dell'animo e dei popoli. Questa è la prospettiva integrale in cui il problema della prescrizione va discusso e deciso.
di Stefania Parmeggiani
La Repubblica, 28 aprile 2021
"A qualcuno fa comodo che resti un enigma". La scrittrice, ospite del festival "La via dei librai" di Palermo, torna sull'omicidio dell'intellettuale per chiedere che si faccia chiarezza con gli strumenti oggi a disposizione. "L'inchiesta sulla morte di Pier Paolo Pasolini va riaperta. Adesso ci sono strumenti tecnologici avanzati, rispetto a 50 anni fa.
Si potrebbero ingrandire segni anche molto piccoli, o macchie di sangue non viste. Perché certamente non è stato Pelosi a uccidere Pier Paolo ma un gruppo di persone, questo sembra certo. Ma chi erano non lo sappiamo. Evidentemente fa comodo che la morte di Pasolini rimanga un enigma, un enigma storico...". La scrittrice Dacia Maraini chiede la riapertura delle indagini sull'omicidio dell'intellettuale, massacrato di botte e travolto più volte dalla sua stessa auto in una squallida piazzetta dell'Idroscalo di Ostia nella notte tra l'1 e il 2 novembre 1975.
Maraini, che era amica di Pasolini e ha sempre sollevato dubbi sull'inchiesta, lo ha detto durante il festival "La Via dei Librai" di Palermo, intervistata dalla giornalista dell'Adnkronos Elvira Terranova. "Si potrebbero ingrandire, ad esempio, le tracce ematiche - spiega Dacia Maraini - e ricavarne il Dna, tanto è vero che la macchia è sempre lì". E ricorda: "Non sono state distrutte le prove, ma evidentemente fa comodo che questa morte rimanga un mistero...". "Mancano alcune prove - spiega ancora - Se si fosse fatta all'epoca una vera indagine approfondita probabilmente sarebbe venuto fuori dell'altro. Ma visto che all'epoca Pino Pelosi si addossò tutta la colpa si sono fermati là".
Pelosi, morto nel 2017 a 59 anni per un tumore, uno dei tanti "ragazzi di vita" consumati dalla strada, divisi tra microcriminalità e prostituzione maschile, era stato fermato la notte dell'omicidio sul lungomare mentre guidava contromano l'Alfa Giulia di Pasolini e accusato inizialmente solo di furto. Quando accanto al corpo della vittima fu ritrovato un grosso anello di Pelosi, dono di Johnny lo Zingaro, il quadro rapidamente cambiò. Pelosi parlò di un incontro a sfondo sessuale degenerato in una lite. Per difendersi avrebbe colpito l'intellettuale con l'insegna di via dell'Idroscalo e sarebbe fuggito a bordo della sua auto. Pasolini sarebbe stato quindi travolto per un incidente, la sua morte come conseguenza tragica di una nottata sordida. Sul luogo del delitto non ci sarebbe stato nessun altro. Una versione che non convinse mai del tutto: possibile che Pelosi non fosse solo? Che le ragioni fossero ben più complesse? Anni Settanta, Pasolini intellettuale scomodo.
I suoi attacchi alla Dc, accusata di contiguità con il fascismo, il caso Enrico Mattei, la sua ostinazione nel credere che dietro quella morte vi fossero i servizi segreti italiani e americani, l'ombra delle "sette sorelle", le sue critiche anche alla sinistra, ai "figli di papà" del '68, la diffidenza del Partito comunista, che lo aveva anche espulso perché omosessuale, la pila di denunce per i suoi libri e i suoi articoli. Tutto questo, da subito, spinse parte dell'opinione pubblica a parlare di omicidio politico. Lo dissero ad alta voce gli amici, come Laura Betti, giornalisti e intellettuali.
Pier Paolo Pasolini e Dacia Maraini - La Maraini andò in carcere a trovare Pelosi e incontrò un uomo travolto dalle circostanze, dall'epoca, da chi lo ricattava. Non gli credette: troppe contraddizioni nei suoi interrogatori. E poi c'erano le testimonianze di chi viveva nelle baracche di Ostia, quel corpo massacrato che sembrava gridare un'altra storia. Erano in molti a pensarla come lei, ma la verità processuale fu quella del tragico epilogo di una questione tra omosessuali, Pasolini che cercava la morte ogni sua notte di "vita", infine trovandola per mano di un diciassettenne che sembrava uscito direttamente dai suoi romanzi.
Quando Pelosi tornò in libertà iniziò a parlare. Nel 2005 andò in tv e rilasciò interviste in cui si dichiarava innocente, accusò una banda dall'accento siciliano che aveva malmentato anche lui paralizzandolo di terrore. Si sollevarono nuovi interrogativi, si ritornò alla vecchia ipotesi investigativa che coinvolgeva i fratelli Franco e Giuseppe Borsellino, siciliani noti nel mondo della malavita con i nomignoli di "Braciola" e "Bracioletta", dediti al traffico di stupefacenti e militanti nell'Msi, poi morti negli anni Novanta. Di nuovo l'ombra degli Anni Settanta. Di nuovo Pasolini come intellettuale scomodo. Il caso fu riaperto, ma per poco.
E anche quando Pelosi scrisse la sua biografia, nel 2011, in cui sosteneva di essersi fatto il carcere per timore di venire ucciso, lui o i suoi genitori, nessuno gli credette veramente. Era stato pagato per andare in televisione, accusava persone nel frattempo morte, diceva e non diceva.
Per tutti ormai era solo un bugiardo. Quando morì sembrò che con lui venisse sepolta per sempre anche la speranza di sapere la verità. Ora Maraini chiede di non arrendersi, forse c'è qualcosa ancora da fare per sapere cosa sia accaduto veramente quella notte all'Idroscalo di Ostia. "Quando in un processo si dice che c'è un colpevole che si autoaccusa non si va oltre - ha detto la scrittrice - ma se fossero andati avanti qualcosa sarebbe venuto fuori. E anche adesso, se solo si approfondisse, emergerebbero altri particolari. Ne sono certa, anche se è difficile".
di Enrico Fierro
Il Domani, 28 aprile 2021
Nel processo che vede l'ex sindaco imputato di una serie di reati che vanno dal favoreggiamento dell'immigrazione clandestina a eventuali illeciti nella costruzione di cooperative solidali e nell'uso dei fondi pubblici, il pm gli contesta un'intervista nella quale avrebbe sfruttato il "modello Riace" per mero interesse politico e di immagine.
Indagate Mimmo Lucano. Chiedetegli perché si è candidato alle prossime elezioni regionali in Calabria, quali interessi si nascondono dietro la sua scelta. Tribunale di Locri, Calabria, udienza del 26 aprile del processo a carico dell'ex sindaco di Riace. Il pubblico ministero, Michele Permunian, si avvicina al Presidente del collegio e chiede l'acquisizione agli atti di un documento. Un foglietto. Poche righe. È il "lancio" di una agenzia, l'Agi del 18 aprile, con una intervista nella quale Lucano spiega i motivi che lo hanno spinto a candidarsi alle regionali calabresi nello schieramento alternativo guidato dal sindaco di Napoli Luigi de Magistris.
"Riace - dice Lucano all'Agi - è per me una ferita ancora aperta, ma ora c'è questa nuova sfida, il mio obiettivo è realizzare a livello regionale le idee che ho concretizzato a Riace". Nell'intervista l'ex sindaco mantiene la linea che ha sempre seguito riguardo al processo che lo vede imputato di una serie di reati che vanno dal favoreggiamento dell'immigrazione clandestina a eventuali illeciti nella costruzione di cooperative solidali e nell'uso dei fondi pubblici, nessuna polemica. Dice di aver fatto presente la sua condizione di imputato a chi gli proponeva la candidatura, afferma di essere tranquillo. "Non ho rubato, non ho ammazzato nessuno".
Dichiarazioni politiche, come si vede, che poco o nulla hanno a che fare col processo. Ma che per il pm diventano la "pistola fumante" di uno dei fragili pilastri dell'accusa: Lucano ha usato il suo essere diventato il sindaco di un modello, per mero interesse politico e di immagine. Dall'inizio dell'inchiesta scaturita nel processo, l'ex sindaco ha ricevuto varie proposte di candidatura, sia dal Pd che dalle formazioni di sinistra. Collegi sicuri, come si dice, sia per le elezioni politiche del 2018 che per le europee del 2019. Gli stessi avvocati difensori, Giuliano Pisapia e Andrea Daqua, recentemente hanno chiesto di sentire come testimoni alcuni leader nazionali per confermare l'esistenza di contatti e proposte. La richiesta è stata respinta dal collegio, che, fin dall'inizio del dibattimento, ha scelto di tener fuori la politica dal processo.
Ma per il pm quei no di Lucano vanno interpretati diversamente. "Fin dall'attività intercettiva - ha affermato - emerge che a Lucano viene proposto di candidarsi, ma non come capolista, e solo questo la fa desistere". Per il dottor Permunian, Lucano dice no al Parlamento italiano e a quello europeo, perché nessun partito gli offre un posto da primo fra i candidati, ora, invece, "si candida perché gli hanno offerto il posto di capolista, una cosa che conferma la bontà delle intercettazioni".
E qui la "pistola fumante" si rivela subito per quello che è: una innocua pistola ad acqua. Perché il pubblico ministero fa finta di non conoscere i vari meccanismi elettorali, e soprattutto la differenza che passa tra una candidatura nazionale o europea in un collegio "blindato", con le elezioni regionali calabresi che prevedono sbarramenti altissimi (dall'8 al 4 per cento) per l'accesso in consiglio. La richiesta dell'accusa è giudicata "irrilevante e tendenziosa", dai difensori di Lucano. Per l'avvocato Daqua, la procura "è tornata più volte sul tema politico, ora basta". Il riferimento del legale è alle varie interviste, rilasciate a conclusione dell'inchiesta, dallo stesso procuratore di Locri Luigi Dalessio. "L'interesse può essere anche politico, d'immagine", diceva il magistrato ai giornalisti. Ora, a processo che si avvia a conclusione (la requisitoria è prevista per il 17 maggio), torna il tema dell'interesse "politico".
I soldi, che secondo l'accusa Lucano avrebbe lucrato sfruttando l'accoglienza dei migranti, non sono stati trovati, si punta su qualcosa di meno palpabile, volatile. Ed è questo un altro lato oscuro di una inchiesta con molte anomalie. La più clamorosa è stata denunciata da Domani nelle settimane scorse, e riguarda le intercettazioni a strascico di una trentina di giornalisti e tre magistrati. Chiacchierate ininfluenti ai fini processuali, ma regolarmente trascritte e rese pubbliche, anche quando nelle telefonate si parlava della vita e dei problemi dei figli di Lucano.
"È un reato occuparsi di politica? - si chiede polemicamente l'ex sindaco di Riace - Faccio parte di una sinistra antagonista, anticapitalista e antigiustizialista. Considero preoccupante il tentativo della procura di inserire nel processo una mia intervista in cui annuncio la mia candidatura. In questo modo non si riconoscono e non si rispettano i diritti costituzionalmente garantiti. Mi riferisco al mio diritto di fare politica, di seguire i miei ideali che sono quelli di una giustizia sociale e di sperare in una Calabria libera dalle mafie e da ogni forma di oppressione. I nostri paesi sono paesi fantasma che stanno morendo. Quali sono le soluzioni?".
"Non ho altri interessi - conclude Lucano - e mi chiedo se avere questi ideali sia un reato. Ringrazio il presidente Accurso che ha evitato tutto questo ma non posso non chiedermi se l'atteggiamento della Procura nei miei confronti sarebbe stato lo stesso se fossi stato candidato con la Lega o con il centrodestra". A mettere fine alle polemiche, il presidente del collegio Fulvio Accurso, che ha respinto la richiesta del pm: "Sono fatti estranei al processo che non ci riguardano".
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 28 aprile 2021
Il Parlamento può istituire commissioni di inchiesta che indaghino su tutto, persino sulla mafia o sulle stragi, purché non si tocchino i rapporti tra politica e magistratura. O meglio, per chiamare le cose con il proprio nome, l'uso politico della giustizia. Su questo, la commissione non s'ha da fare, i magistrati lo dicono a gran voce. Perché, come diceva un vecchio avvocato veneto, le toghe sono come i "porsei", ne tocchi uno e strillano tutti. Sicuramente quel legale non voleva offendere la categoria, anche perché il maiale è un animale intelligentissimo, ma solo sottolineare il fatto che ci sono punti di ipersensibilità nel corpo dei magistrati, per cui se dai un pizzicottino a "uno", cioè per esempio al concetto di uso politico della giustizia, scatta immediata la reazione del corpo intero. E vengono immediatamente sventolate le bandierine di corporazione, le parole magiche: autonomia e indipendenza. Nel senso che quel tipo di commissione incarnerebbe in sé un attentato alle due bandierine. Peggio che una stonatura al coro di Bella ciao il 25 aprile.
Il presidente del sindacato della magistratura Giuseppe Santalucia non fa eccezione, dice proprio quel che ci si aspetta da chi dirige, come un giorno capitò anche a Luca Palamara, l'Anm. E pensare che ci eravamo illusi. Mai che uno, anche uno solo dica che la massima virtù di un magistrato debba essere l'imparzialità. Imparzialità dei giudici, ovviamente, ma anche e persino dei pubblici ministeri, visto che non devono rispondere a nessun organo di controllo (il Csm? Che ridere...) e che sono obbligati anche alla ricerca di elementi favorevoli all'indagato.
Invece no. La preoccupazione del dottor Santalucia pare essere prima di tutto che non si rimetta in discussione la storia delle inchieste e delle sentenze. Non si devono dare giudizi, cioè. E pensare che ai tempi in cui all'interno della corrente di Magistratura democratica esisteva una forte componente garantistica, il diritto all'interferenza, cioè a mettere il naso nell'attività giurisdizionale, era rivendicato a gran voce. Persino per le toghe e quindi per tutti. O dobbiamo pensare che l'unico che non può "interferire", cioè dare un giudizio, ma anche esaminare è il Parlamento?
Lo spiega molto bene, il dottor Santalucia, perché non si può. E usa un termine, per dire che nella testa di chi propone la commissione c'è già una ricostruzione precostituita dei fatti, che da lui non ci saremmo aspettati: farlocca. Ricostruzione farlocca, è scritto proprio così nel suo comunicato. Ora, poiché la fonte è piuttosto autorevole, crediamo di fare cosa utile non solo ai parlamentari che hanno preso l'iniziativa di questa inchiesta, ma anche ai tanti giudici e pm che si sono dichiarati d'accordo, di spiegare, con l'uso di un vocabolario, che cosa pensa di loro il presidente dell'Anm.
Farlocco: "Si tratta di una voce di origine gergale, non dialettale, in quanto usata in ambito carcerario e dagli scippatori per riferirsi alle potenziali vittime...". Cioè ai polli da spennare. Senza scomodare Benedetto Croce per sapere che la forma è sostanza, e che la scelta di una parola non è casuale, se questo è il rispetto che il sindacato delle toghe ha per il Parlamento, altro che di commissione d'inchiesta c'è urgenza.
Anche la corrente di Area, quella della sinistra più conservatrice e corporativa, non si tira indietro, e dopo aver qualificato Il libro Il Sistema di Sallusti e Palamara come un instant book pieno di mistificazioni, se la prende persino con "opinion leader di peso (che) ne legittimano l'opera e le finalità". Se non sono fischiate le orecchie al giudice emerito della Corte Costituzionale Sabino Cassese. Nessuno di loro però entra mai in argomento e spiega il paradosso italiano che oggi vede un processo debolissimo contrapposto al grande potere della magistratura.
Ed è proprio di questa discrasia che potrebbe-dovrebbe occuparsi una commissione d'inchiesta. Invece succede che il settimanale L'Espresso esca con un'inchiesta sui "Magistrati sfiduciati", quasi come se fosse responsabilità della politica, e non del loro modo di condurre inchieste e processi, se la fiducia dei cittadini nei loro confronti è oggi sotto zero. E il direttore della Stampa Massimo Giannini, che ha la ghiotta occasione di intervistare la ministra Marta Cartabia e di trascorrere, come lui stesso scrive, oltre due ore con lei, spreca l'occasione come se si fosse trovato seduto su un divano di casa Bonafede.
Non solo non tocca le corde di colei che fin da quando era alla Corte costituzionale aveva espresso la propria sensibilità nei confronti dei principi fondamentali sulla presunzione di innocenza e il reinserimento dei carcerati, e sull'ergastolo fino a quello ostativo, ma mostra di essere rimasto fermo alla Repubblica delle dieci domande. Quindi il suo principale quesito è: "Cartabia ci crede davvero? È davvero convinta che si possa riformare la giustizia e raggiungere una tregua alla "guerra dei trent'anni" in un governo votato da Berlusconi e Salvini?".
Massimo Giannini almeno è sincero. Lo dicano chiaramente allora anche i sindacalisti della sinistra conservatrice e reazionaria delle toghe, che il problema è quello. E che una commissione d'inchiesta che abbia la curiosità di trovare anche le prove di quel che ormai sappiamo, e che qualche partito politico che non è loro gradito ha da tempo denunciato sull'uso politico della giustizia, qualche tremore lo produce. Perché, quando hai ricevuto il primo pizzicottino non sai mai che cosa ti succederà dopo.
Da due anni la magistratura incassa, ma se messa alle strette metterebbe il Parlamento in difficoltà
di Alberto Cisterna
Il Riformista, 28 aprile 2021
Probabilmente una Commissione d'inchiesta parlamentare sull'uso politico della giustizia avrà luce, ma appare francamente destinata a vita breve e travagliata. Perché possa esercitare con efficacia il proprio compito la Commissione avrebbe la necessità di aver ben chiari i propri obiettivi. Ma individuarli non è cosa semplice. Mettere mano alla macchina giudiziaria, dopo l'affaire Palamara, è diventato politicamente più agibile di un tempo, ma tecnicamente l'opera appare molto più complessa.
Alle storiche abrasioni e incrostazioni che hanno reso da sempre scosceso il piano delle riforme si aggiunge il fatto che, per la prima volta, si coglie con nitidezza che la crisi del sistema affonda le proprie radici non solo in un panpenalismo esasperato del legislatore o in sistemi processuali farraginosi o in strutture organizzative collassate, ma si nutre e si alimenta per effetto di una sorta di cedimento morale della corporazione, di una stagnazione etica da cui le viene difficile risollevarsi in modo credibile.
Se riformare i codici, rafforzare gli apparati, ritoccare le strutture era già un compito arduo da portare a compimento in tempi normali, mettere mano contestualmente alla riforma del Csm, alla destrutturazione correntizia della magistratura, alle carriere, alle nomine e a quant'altro appare - come avrebbe detto De Gaulle - un programma di vasto respiro ossia destinato a rimanere un libro dei sogni. Per evitare che ogni iniziativa riformatrice inciampi nell'ennesimo, periodico "sfogo" della politica verso la magistratura italiana, occorrerebbe avere un preciso ordine di priorità e disporre di un tempo sufficiente per realizzarlo. Nel Parlamento, al momento, mancano sia l'uno che l'altro. Si odono possenti i rigurgiti di un risentimento, tuttavia tanto sterile quanto dannoso per ogni iniziativa realmente riformatrice e di cui è ultimo segno tangibile lo sfogo mediatico di un padre affranto per le sorti processuali del proprio figlio. Un mare ribollente che sembra alla ricerca di un'improbabile resa dei conti.
Com'è già successo, d'altra parte, con il referendum voluto da Craxi sulla responsabilità civile dei magistrati. La politica trascura di considerare che lo scontro all'arma bianca, il corpo a corpo, è il terreno prediletto da settori cospicui e non marginali della magistratura italiana. Se proprio dobbiamo adoperare un'immagine, è come se si affrontassero sul ring di Kinshasa Muhammad Ali e George Foreman con il primo che incassava una raffica di pugni rabbiosi del secondo, ma che, dopo essersi sfiancato, venne giù in pochi minuti ("...quando lo picchiavo con tutto quello che avevo l'ho sentito sfottermi: "Tutto qui, George?". Era la settima ripresa").
Ecco, a occhio e croce, è questo lo scenario prevedibile dei prossimi tempi. Le toghe incassano da circa due anni (lo scandalo è esploso nel maggio 2019) colpi su colpi, le tifoserie avversarie urlano e strepitano convinte di aver sfibrato il contendente, ma non hanno a disposizione alcun pugno decisivo, né molte altre riprese da disputare e la corporazione ha un'enorme capacità di incassare. Senza contare il malaugurio che evoca la triste sorte toccata a Craxi, morto in esilio da latitante, o a Berlusconi, finito ai servizi sociali o ad altri sfidanti e proprio per mano di quelle toghe che si volevano punire o riformare duramente.
E dunque. Dunque pochissimi propositi di riforma sarebbero una benedizione. Proposte da elaborare con calma - anche in una apposita sessione parlamentare - dopo aver riposto l'ascia di guerra, e sforzandosi per avere un colloquio ravvicinato con quegli ampi settori della magistratura che, come ha scritto Sabino Cassese sul Corriere, sono sempre più insofferenti verso il duopolio mediatico-processuale di alcuni pubblici ministeri e di opachi settori del giornalismo giudiziario. Servirebbero costruttori di ponti (come esortava il presidente Mattarella a inizio d'anno) da una parte come dall'altra per concordare un percorso di riforme di medio termine e per mettere mano alla modifica delle regole sulla giustizia a partire dalla Costituzione e dall'ordinamento giudiziario, ossia dalle norme che regolano la carriera delle toghe.
Dovrebbe essere ormai chiaro che mettere mano al processo civile o penale, alle intercettazioni o alle cause condominiali, senza ripensare alla collocazione costituzionale della magistratura inquirente, senza riconsiderare il modello di gestione della polizia giudiziaria, senza deflazionare la selva dei reati, senza uscire dal monolite sanzionatorio del carcere servirà a ben poco. Si tratta di rimodulare dalle fondamenta un sistema che, in molte sue componenti, è del tutto consapevole che la conservazione dello status quo produrrebbe solo ulteriori danni e ulteriori distorsioni, ma che se malamente aggredito è pronto a indossare i guantoni e ad aspettare la fatidica settima ripresa.
di Alessandro Parrotta
Il Dubbio, 28 aprile 2021
L'Italia sembra ancora recalcitrante nel recepire la Direttiva Ue intervenuta con lo scopo specifico di garantire maggiori tutele per i soggetti indagati o imputati. Perché? Con la locuzione "processo mediatico", secondo una puntuale definizione di Glauco Giostra, si intende designare, convenzionalmente, la raccolta e la valutazione di dichiarazioni, di informazioni, di atti di un procedimento penale da parte di un operatore dell'informazione, quasi sempre televisivo, per ricostruire la dinamica di fatti criminali con l'intento espresso o implicito di pervenire all'accertamento delle responsabilità penali coram populum.
La mediatizzazione ad opera di Autorità Giudiziarie espone i processi e i loro protagonisti al pubblico, comportando inevitabilmente la violazione non solo del diritto alla privacy dei soggetti coinvolti, ma anche il calpestamento del diritto alla presunzione di innocenza. Privacy e presunzione di innocenza sono due diversi elementi processuali che finisco, tuttavia, per essere intrinsecamente legati l'uno all'altro. In particolare, il primo è strumentale alla tutela del secondo. Eppure, quello italiano è un ordinamento che gode delle più alte garanzie in favore di chi è sottoposto ad indagini, a partire dallo stesso dettato costituzionale, come l'articolo 27. Garanzie più specifiche sono previste anche dallo stesso Codice di Rito per il tramite di tutta una serie di divieti in ordine alla pubblicazione di atti e immagini del procedimento penale.
Verosimilmente, per quanto sopra esposto, l'Italia pare recalcitrante nel recepire la Direttiva UE del 9 marzo 2016 n. 343, intervenuta con lo scopo specifico di garantire maggiori tutele per i soggetti indagati/imputati, intervenendo sotto due profili: il rafforzamento del principio della presunzione di innocenza; il diritto a presenziare in processo. L'obiettivo, insomma, come espresso dall'articolo 1 della stessa, è quello di garantire che, fino a quando la colpevolezza di un indagato o imputato non sia stata definitivamente provata, le dichiarazioni pubbliche delle Autorità procedenti (Pubblico Ministero, Polizia Giudiziaria), non devono presentare il soggetto indagato/imputato come colpevole. Un evidente limite alla mediatizzazione del processo o, quanto meno, alla sua esaltazione avanti la gogna pubblica, tramite la sovraesposizione dei protagonisti della vicenda. Ai sensi dell'articolo 5 si prevede altresì che gli indagati e imputati non vengano tradotti "come colpevoli" all'interno delle aule giudiziarie tramite l'utilizzo di coercizione fisica, ad esempio, conducendo l'imputato con l'utilizzo di manette.
I 3 articoli ut supra sono sintomo dell'estrema ampiezza contenutistica della Direttiva, la quale ha sì l'obiettivo di rafforzare i principi costituzionalmente garantiti, ma lo fa non con norme procedurali e dal contenuto specifico, ma tramite fonti che a loro volta presentano l'ampiezza dei principi che intendono tutelare. E allora quali sono i motivi che ostano alla sua assimilazione nell'ordinamento italiano? Le ragioni sono probabilmente due e solo la prima la si può considerare pacificamente provata dai fatti: l'Italia già per 19 volte è stata sanzionata dall'UE per il mancato recepimento delle Direttive.
Il nostro sistema Parlamentare risulta piuttosto pigro e lento in tal senso, e non sorprende eccessivamente che una Direttiva UE del 2016 sia stata accantonata per essere ridiscussa solamente lo scorso mese in seno alla Commissione Giustizia alla Camera. Il secondo motivo, secondo taluni, può invece essere causa di discussione, incidendo la Direttiva sulla capacità di espressione delle Procure dinanzi agli enti televisivi. In particolare, tale ultimo motivo veniva ipotizzato su queste stesse pagine dal professore emerito di Diritto Processuale Penale presso l'Università La Sapienza, Giorgio Spangher.
Quest'ultimo, nel ripercorrere i contenuti della Direttiva ivi in esame, evidenziava anch'egli il noto problema della mediatizzazione dei processi ad opera dei Procuratori, problema che non si può non condividere. Allo stesso modo, il collega e On. Enrico Costa del partito "Azione" sottolineava quanto si rendano necessari degli interventi per impedire o, quanto meno limitare, la mediatizzazione dei processi con conseguente calpestamento del diritto alla privacy e presunzione di innocenza per i soggetti coinvolti. Potendo ricollegarsi al discorso dell'Onorevole e ad un articolo pubblicato dallo scrivente pochi giorni addietro su queste pagine, la soluzione, secondo Costa, poteva ricercarsi in un istituto di sua coniatura noto come "rimessione" del Procuratore, il quale prevede lo spoglio del Procuratore sulla causa, qualora il Magistrato si macchi di atti di divulgazione mediatica lesivi del diritto alla presunzione di innocenza.
Le soluzioni potrebbero essere prevalentemente di natura risarcitoria, in favore di quei soggetti che si sono visti danneggiati dalla mediatizzazione del processo, legando la legittimità dell'azione risarcitoria ai noti principi costituzionali, nazionali ed europei. Taluna dottrina ha, invece, voluto ancorare la possibilità di ottenere tale tutela alla ratio secondo cui sussisterebbe una lesione del principio del ne bis in idem.
In un interessante lavoro sul tema, infatti, il Professore ordinario di Diritto penale presso l'Università di Bologna, Vittorio Manes, vede nel processo mediatico che si instaura a seguito della fuga di notizie, una sorta di procedimento parallelo a carico dell'imputato/indagato, il quale, pertanto si ritroverà nella gravosa condizione di subire un doppio processo, quello televisivo e quello dinanzi la Corte procedente, con violazione del principio del ne bis in idem.
Forse singolare ma calzante! Un dato è chiaro: è pacificamente riconosciuta la necessità di un intervento sul tema della tutela del diritto alla presunzione di innocenza e, quest'ultimo intervento di Bruxelles, è un ulteriore tassello ad un percorso non ancora concluso di garanzie processuali e si fatica a comprendere come una Direttiva sì ampia nei contenuti, possa trovare tanta difficoltà ad essere recepita. Ciò accade forse in assenza di una globale riforma, tanto lontana quanto ambita dagli addetti ai lavori: incasellare la Direttiva in un assetto normativo attuale porterebbe con se la revisione di taluni aspetti dell'Ordinamento, quali divisioni delle carriere, responsabilità dei Magistrati e sim., notoriamente l'"Innominato" di un romanzo di manzoniana memoria.
di Simona Musco
Il Dubbio, 28 aprile 2021
La cassazione assolve definitivamente Carolina Girasole: agli arresti per 168 giorni, ma era innocente. "Ci sono voluti sette anni e mezzo per stabilire qualcosa che era chiaro sin dall'inizio. Un errore? Non credo". La voce di Carolina Girasole è carica di emozione, pochi minuti dopo la sentenza di Cassazione che, dopo quasi otto anni, ha sancito quanto lei stessa ha sostenuto per anni: la sua innocenza.
L'ex sindaca di Isola Capo Rizzuto, in provincia di Crotone, oggi tira un sospiro di sollievo, dopo essere stata liberata dalla più infamante delle accuse: essere stata eletta con i voti del clan. Lo stesso che, per anni, la voleva morta, proprio per il suo impegno antimafia. Ma da icona per la Calabria e per l'Italia intera, in una notte sola, è diventata il simbolo di quanto per anni, da prima cittadina, ha tentato di combattere. Tutto per un'accusa mossa dalla Dda di Catanzaro nel 2013, quando venne arrestata assieme al marito e sbattuta come un mostro in prima pagina. Girasole è rimasta agli arresti in carcere e poi ai domiciliari per un totale di 168 giorni e solo oggi può amaramente gridare vittoria.
L'ex sindaca è stata assolta nel merito sia in primo grado sia in appello. Sentenze di fronte alle quali la Procura antimafia non si è arresa, ribadendo la convinzione di avere a che fare con una finta paladina della giustizia. Ma entrambe le decisioni hanno sancito un fatto chiaro: la mancanza di elementi a conferma di quel patto scellerato.
"Provo tanta amarezza, tanto sconforto, perché sono stati anni durissimi - racconta oggi al Dubbio. Non si trattava solo di un errore giudiziario, la mia storia amministrativa era chiara. C'erano tanti atti che dimostravano quale fosse stato il mio percorso, per cui sentirmi addebitare quelle accuse è stato difficile da sopportare. Il mio pensiero, in questi anni, è sempre andato a quello che stava accadendo, alle accuse, agli atti prodotti dalla procura e alla realtà che era assolutamente diversa da quella che veniva descritta in aula".
Girasole, oggi, parla dei grandi sacrifici sopportati dalla sua famiglia, "che ha sofferto tantissimo". E di quel percorso politico "distrutto", in un paese che tentava di resistere alla brutalità dei clan di 'ndrangheta. "Hanno distrutto gli ideali e i valori in cui credevamo - continua -. Poteva essere qualcosa di importante per la comunità, per la Calabria, e invece è stato tutto cancellato. In questo momento cerco solo di riprendere la mia vita in mano, dopo anni in cui la mia mente è stata impegnata, giorno e notte, a ripercorrere le accuse, su come potevo smontarle, come potevo dimostrare la verità. Devo solo cercare di rimettere in ordine le cose e poi vedremo il da farsi. Sicuramente racconterò tutto quello che accaduto. È una storia che appartiene a me e a tutta la comunità. È giusto che sappia la verità".
La certezza, dunque, è che quella donna che si era messa in testa di combattere contro la potente cosca del suo paese era stata lasciata sola dallo Stato, che ha affidato a lei il compito di prendere decisioni rimaste colpevolmente in sospeso, anche col rischio di fare un favore ai mafiosi. Conclusioni pesanti, contenute nella sentenza pronunciata dai giudici d'appello di Catanzaro. Secondo l'accusa, per farsi eleggere, Girasole avrebbe stretto un accordo con i figli del capo storico della cosca, Nicola Arena, chiedendo voti in cambio di agevolazioni al clan.
Favori che si sarebbero concretizzati soltanto due anni dopo quel voto, attraverso un'attività amministrativa "apparentemente lecita e sapientemente guidata, diretta in realtà ad assicurare alla cosca Arena non solo il mantenimento di fatto del possesso dei terreni confiscati a Nicola Arena, quanto la loro coltivazione a finocchio e la relativa raccolta dei prodotti inerenti all'annata agraria 2010, consentendo, attraverso l'omessa frangizollatura del prodotto e la predisposizione di un bando per la raccolta e quindi di commercializzare il prodotto stesso, ricavandone un significativo profitto".
Ma tutto ciò, per i giudici, non è vero. L'accordo, infatti, non è mai stato provato, così come le presunte pressioni sugli elettori. Emerge, invece, l'odio del clan Arena nei confronti della sindaca, che in ogni modo tentava di destituire, ammettendo anche, in un'intercettazione, di non aver raccolto voti per quella donna. Un'accusa infondata, dunque, in un processo dal quale, semmai, emerge "l'immobilismo colpevole degli organi periferici dello Stato".
Ovvero, su tutti, della Prefettura, che di quegli atti che avrebbero spodestato i clan dai terreni confiscati se ne sarebbe lavata le mani. Nella sentenza d'appello del 2018 i giudici mettono nero su bianco un vero e proprio atto d'accusa nei confronti della Procura, che "non è riuscita a provare in che termini e quanto sia stato rilevante il riferito appoggio elettorale" e a portare in aula "proprio la prova dell'accordo collusivo". "Una mera ipotesi" senza riscontro, in quanto "nessun elemento diretto a carico o dotato di adeguata concludenza è stato fornito al riguardo". Insomma: non ci sono mai state prove. Otto anni dopo è un dato di fatto.
di Daniele Angi
torinoggi.it, 28 aprile 2021
Mellano ha presentato il report annuale in Consiglio regionale: "In generale ci sono meno detenuti, ma il sovraffollamento è strutturale e gli edifici sono vetusti". In Piemonte i detenuti sono in calo a causa della pandemia, ma resta "un sovraffollamento strutturale che incide su strutture vetuste, pensate con altri criteri rispetto al reinserimento, in tempi in cui i detenuti stranieri erano pochissimi". Lo ha sottolineato il garante regionale delle persone private della libertà personale, Bruno Mellano, nella relazione annuale tenuta questo pomeriggio nell'Aula del Consiglio regionale.
"In Piemonte - ha sottolineato Mellano - i detenuti sono 4113, ma in esecuzione penale esterna (arresti domiciliari e simili, ndr) ci sono altre 17 mila persone. Tutto questo a fronte di 3700 posti effettivi regolamentari presenti nelle carceri piemontesi. Abbiamo una discesa significativa ma non decisiva nel numero dei detenuti - ha osservato - dovuta a minori ingressi causati dalla pandemia, poiché la magistratura ha saputo identificare percorsi alternativi al carcere. Ma il sovraffollamento purtroppo continua".
Intanto, ha aggiunto il garante, "anche in Piemonte sono partite le vaccinazioni anti-Covid". I dati aggiornati, ha spiegato, segnalano: "490 detenuti positivi da inizio pandemia, oggi 8; 420 agenti colpiti dal virus, oggi 24; e 31 operatori infettati, oggi 2". Inoltre "i detenuti vaccinati sono finora 539 con la prima dose e 4 con la seconda, mentre l'83% degli operatori ha dato l'adesione alla vaccinazione e il 74% è già stato vaccinato con la prima dose".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 28 aprile 2021
Parla il garante Ciambriello. Dopo i focolai e le vittime, nel carcere di Santa Maria Capua Vetere sono arrivati i vaccini. Da ieri si è dato il via alla somministrazione del farmaco che garantirà una copertura contro il Covid partendo dai detenuti più anziani e più fragili, una cinquantina di persone in tutto. Il carcere sammaritano, che nei mesi scorsi è salito alle cronache per fatti drammatici e per le criticità legate alla pandemia, prova ora ad attestarsi come struttura penitenziaria più attiva nel piano vaccinale. Il piano, infatti, non dovrebbe fermarsi: esaurite le categorie dei più anziani e fragili si prevede di estenderlo agli altri detenuti mentre è già a quota 342 (pari al 74%) il numero dei vaccinati tra agenti della polizia penitenziaria, personale amministrativo, educatori, volontari.
A Poggioreale il numero dei vaccinati è per ora pari a 240 fra personale e volontari su 794 che risultano in piattaforma. In tutta la Campania sono invece 2.049 le persone vaccinate fra coloro che lavorano all'interno delle strutture penitenziarie su un totale di 3.962 iscritti in piattaforma. Dunque, circa la metà dei lavoratori del mondo penitenziario ha ricevuto il vaccino. "Deve essere ormai chiaro che vaccinarsi non è soltanto un diritto ma anche un obbligo morale", spiega il garante dei detenuti campani Samuele Ciambriello. La sua proposta di somministrare un vaccino a dose unica all'interno delle carceri per evitare complicazioni burocratiche e svantaggi organizzativi sembra essere stata accolta. Se le autorità sanitarie autorizzeranno il vaccino Johnson & Johnson anche per i meno anziani, infatti, è possibile che la vaccinazione con una dose unica venga utilizzata per tutta la popolazione carceraria.
Questo garantirebbe una copertura in tempi più rapidi con tutte le conseguenze che un piano vaccinale quasi a tappeto può portare all'interno delle celle dove le distanze e gli spazi sono ridotti al minimo. "Non possiamo non ricordare - aggiunge Ciambriello - che in Campania ci sono stati migliaia di detenuti positivi e cinque morti e 58 operatori sanitari contagiati fra cui una vittima".
Oggi si contano cinque detenuti positivi al Covid in Campania e 51 tra il personale. L'effetto della pandemia nelle carceri è stato devastante su più livelli: "Il Covid ha fatto venire fuori le criticità del carcere, i problemi cronici del sistema penitenziario - sottolinea il garante - Pensiamo a quanti limiti ci sono stati, a quanti permessi ridotti, a quante attività interrotte. Pensiamo alle restrizioni poste per chi doveva uscire per andare a lavoro e chi nel carcere doveva entrare per fare cultura, formazione, volontariato. A fine aprile scade il permesso per i detenuti in semilibertà, se nulla cambia dovranno tornare nelle celle: chi si occuperà di loro? Come sarà gestita questa situazione?".
Il garante punta l'indice su uno dei tanti aspetti relativi alla gestione del popolo delle carceri. L'emergenza sanitaria di questi mesi aveva determinato una proroga, fino a fine aprile, dei permessi per i detenuti in semilibertà (in Campania sono circa cento), quelli cioè che di norma escono dal carcere al mattino per recarsi al lavoro e vi fanno rientro la sera per dormire ma che a causa della pandemia, in via eccezionale, avevano ottenuto la possibilità di trattenersi a dormire nelle loro case per contenere il rischio di contagio in cella. Ma fino al 30 aprile. "Poi come si procederà?", si chiede il garante. Resta l'interrogativo.
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