di Roberto Puglisi
livesicilia.it, 20 gennaio 2021
Le persone che stanno in carcere non sono poi diverse dalle persone che stanno fuori dal carcere. Di mezzo c'è un fossato che è dato da responsabilità morali e penali, in qualche caso irreparabili. Ma i sentimenti si assomigliano e vanno dalla speranza alla disperazione, come accade per tutti.
Ecco perché sono umanissimi i sentimenti - non ultimi quelli del personale, perché, ricordiamolo, anche chi lavora in un carcere vive una sorta di stato di lontananza dal resto, senza averlo meritato - di una comunità che sta affrontando la pandemia in un luogo ristretto.
Le paure fanno più paura. Sappiamo che al Pagliarelli di Palermo sono 49 i detenuti trovati positivi al Covid, un numero che non sembra in crescita e che però avrà bisogno di controlli e di monitoraggio. In una cella non puoi scegliere di andare altrove, i contatti sono ravvicinati. Ci sono, appunto, i detenuti e ci sono i lavoratori - bene ripetere il concetto - che, spesso, mettendo un po' di più del richiesto, costruiscono orizzonti nuovi.
"Vacciniamo i detenuti" - Rita Barbera, oggi vicepresidente del centro Pio La Torre, in carcere, a dirigere e migliorare le cose, ci ha passato una vita. Sul punto ha le idee chiare: "In un istituto penitenziario c'è promiscuità e c'è il sovraffollamento, due situazioni gravi. Ecco perché i detenuti e il personale andrebbero vaccinati subito. Sui chi è in cella perché sconta una condanna, vorrei dire semplicemente questo: non lo abbiamo condannato a morte. Vogliamo mettere in sicurezza i cittadini? Bene, anche i detenuti lo sono e hanno il diritto alla tutela. So che si tratta di una battaglia impopolare, ma combatto da trentacinque anni per abbattere i pregiudizi di qualcuno che vorrebbe che si buttasse via la chiave, come si dice. Abbiamo un ordinamento penitenziario aperto, pensato per la riqualificazione delle persone. Non abbiamo altrettanta apertura nella società".
"Rischi per tutti" - "Il problema fondamentale riguarda sempre i diritti umani - dice Pino Apprendi, presidente di Antigone Sicilia - ma siccome la gente è poco attenta, aggiungerei un dato: se i contagi dilagheranno, la popolazione carceraria finirà per occupare le terapie intensive degli ospedali e il sistema sarà ulteriormente a rischio per tutti. Non possiamo girare la testa dall'altra parte. Il carcere non è un luogo sicuro".
In un comunicato Antigone riassume: 'Il caso dei 49 detenuti contagiati da Corona Virus al carcere di Pagliarelli, accertati dopo che sono stati fatti i tamponi a tappeto, è un ulteriore campanello d'allarme, che deve convincere tutti sulla necessità di intensificare i controlli, attraverso periodici tamponi a tutta la popolazione carceraria siciliana. I detenuti studenti del carcere, a causa della sospensione delle lezioni di presenza, nonostante fossero state previste tutte le precauzioni necessarie ad evitare contatti e, della mancata fase di avvio della Dad, perderanno un anno scolastico. Nessuno può sottrarsi a questo impegno, il carcere non ha spazi a sufficienza per creare isolamento sanitario ad un alto numero di contagiati".
Il carcere tra speranza e paura - Abbiamo raccontato il carcere e il suo mondo in diverse occasioni, registrando storie differenti. Se c'è una cosa che salta agli occhi è questa: lì si vive una condizione accentuata di fragilità, quali che siano i ruoli, le responsabilità e gli errori. Quello che si muove all'interno di un istituto compone, comunque, una zona di umanità, abitata da persone umane. Non è certo una discarica, il carcere. O, almeno, non dovrebbe esserlo.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 20 gennaio 2021
Presentato ieri a Napol il dossier curato da Samuele Ciambriello, garante campano dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale. Non solo carcere, ma anche un monitoraggio sul Trattamento Sanitario Obbligatorio (Tso) e le Residenze per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza (Rems). D'altronde non a caso parliamo del garante delle persone private della libertà. Quindi non solo i detenuti, ma tutte quelle persone che di fatto subiscono una limitazione della libertà. In questo caso parliamo dell'attività svolta da Samuele Ciambriello, garante della regione Campania.
Ieri mattina si è tenuto a Napoli, nella sala Multimediale del Consiglio Regionale, isola F13, la presentazione di questo importante lavoro presieduto dal Garante Samuele Ciambriello, dalla vicepresidente del Consiglio Regionale, Valeria Ciarambino e dalla presidente della Commissione Regionale Cultura e Politiche Sociali, Bruna Fiola.
La pubblicazione si inserisce in un percorso di studio e approfondimento sui temi più attuali della realtà carceraria e dei luoghi in cui vi è la privazione della libertà personale, in cui l'Ufficio del Garante è impegnato e che ha visto, finora, la produzione di opuscoli e quaderni su Covid e carcere, il tema dei suicidi, dell'affettività e della tutela dei minori. All'evento ha partecipato anche Fedele Maurano, Direttore Dipartimento Salute Mentale, Asl Na1centro, Raffaele Liardo, Direttore Rems Calvi Risorta, Giuseppe Ortano, Associazione psichiatria democratica e Emanuela Ianniciello, Cooperativa Articolo 1.
Come spiega il Garante Ciambriello nella sua introduzione al dossier, in questo suo complesso lavoro di mappatura, per la prima volta affrontato sull'intero territorio regionale, ha chiesto di accompagnarlo all'Associazione "Psichiatria Democratica", per quel che concerne il mandato istituzionale di monitoraggio della situazione sanitaria, ed alla Cooperativa "Articolo 1", per effettuare visite e approfondimenti per le Residenze per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza. Tale pubblicazione, che anticipa i dati raccolti nel 2020 che andranno a costituire la relazione annuale prossima, rileva importanti notizie riguardanti le due aree sopracitate al tempo dell'emergenza Covid-19.
Area sanitaria esterna - Il garante Ciambriello sottolinea che con il termine Trattamento Sanitario Obbligatorio (Tso) si intendono una serie di interventi sanitari che possono essere applicati in caso di motivata necessità ed urgenza e qualora sussista il rifiuto al trattamento da parte del soggetto che deve ricevere assistenza.
"Nello specifico, al 20/12/2020, - osserva nella sua introduzione al dossier il garante campano - l'offerta di posti letto nei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura della Regione Campania ha subìto, causa pandemia, una contrazione di circa il 15%, passando da 140 a 120 posti. Dal 19/10/2020 l'ospedale San Giovanni Bosco (Na) è stato riconvertito in presidio Covid ed i locali del Spdc destinati ad altro impiego; presso l'Ospedale del Mare (Na) i due reparti sono stati fusi in un unico Servizio dotato al momento di 16 posti letto; presso l'Asl di Salerno, invece, nessun cambiamento è stato rilevato con l'arrivo del Covid e nessuna riduzione dell'offerta". Sulla spinta delle Linee Guida Nazionali, i 7 Dipartimenti di Salute Mentale presenti sul territorio campano hanno proposto o convalidato Protocolli di Intesa con i rispettivi Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (Spdc) riguardanti Percorsi Assistenziali degli utenti Sars-CoV-2 con problematiche emotive cognitive e comportamentali. Alla luce del rapporto posti letto/popolazione residente, che viene considerata ottimale sulla base di un posto ogni 10.000 abitanti, secondo Ciambriello "è possibile affermare che l'attuale offerta del Servizio Sanitario Nazionale è assolutamente inadeguata alle necessità della popolazione, e che l'attuale situazione sanitaria non ha fatto che amplificare una carenza preesistente".
Le Rems e i detenuti in lista d'attesa - Per quanto riguarda invece la situazione delle residenze per le misure di sicurezza campane, le due Rems definitive (San Nicola Baronia e Calvi Risorta), con altre due in regime temporaneo (Mondragone e Vairano Patenora), attualmente ospitano 44 persone. Nota estremamente positiva è che nel periodo che va da marzo 2020 ad oggi, nelle 4 strutture campane nessuno degli ospiti è stato contagiato. Gli unici contagi si sono registrati ad Avellino dove uno screening di massa, effettuato alla fine del mese di settembre u.s., ha permesso l'isolamento delle 6 unità del personale risultate positive e tutte attualmente negativizzate.
Dei 44 posti letto totali attualmente occupati nelle 4 Rems, nel periodo in questione, nel dossier redatto dall'ufficio del garante regionale emerge che ci sono stati trasferimenti sia in entrata (per cui è stata seguita la procedura prevista dal sistema centrale del previo tampone), che in uscita attraverso una sostituzione della misura custodiale. La preoccupazione di Ciambriello è rivolta ai detenuti in attesa di collocamento nelle Rems che sono 19: di questi ultimi, 18 provengono da Istituti Penitenziari della regione Campania (10 ristretti nelle Articolazioni Mentali e 3 nei reparti comuni, 5 attendono il fine pena) e 1 proveniente dalla regione Lazio, dalla Casa Circondariale di Regina Coeli.
Mentre sono 10 le persone in attesa di un posto in Rems che provengono dalle proprie residenze poiché sottoposti al regime degli arresti domiciliari. Sul tema generale della salute mentale, in carcere e nell'area penale esterna, Samuele Ciambriello organizzerà quest'anno un momento seminariale con più attori: Sanità pubblica, Operatori penitenziari, Terzo Settore, Volontariato, esponenti politici, con l'intento di promuovere le buone prassi e ridurre le criticità emerse dopo la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari.
di Alessia Guerrieri
Avvenire, 20 gennaio 2021
Via libera a due delibere che consentiranno la riqualificazione di tre ex scuole e due strutture da dedicare a famiglie e ex carcerati. Raggi: vogliamo uscire dalla logica emergenziale della casa.
Edifici abbandonati che ritroveranno nuova vita e, soprattutto, saranno una nuova casa per famiglie in difficoltà e per ex detenuti. La giunta capitolina infatti ha approvato due delibere con le quali, da un lato, si dà il via libera alla riqualificazione di tre immobili abbandonati di Roma - l'ex asilo nido in via Tarso (VIII Municipio), l'ex sede dell'Istituto di istruzione superiore Don Calabria in via Cardinal Capranica (XIV Municipio) e l'ex scuola in via Sorel (V Municipio) di proprietà di Città Metropolitana e oggetto di un accordo per la cessione a Roma Capitale - che poi diventeranno alloggi per cittadini in difficoltà e poli sociali del quartiere. E dall'altro, la seconda delibera a cui ha fatto seguito un accordo di collaborazione firmato da Roma Capitale e dall'Asp Asilo Savoia, prevede il sostegno in favore di persone detenute ed ex detenute attraverso l'accoglienza in due strutture residenziali (dieci posti letto) e l'attivazione di piani personalizzati di intervento per consentire l'inizio di una nuova vita a chi ha appena tornato libero dopo aver scontato la sua pena.
Due tasselli, insomma, per affrontare "in maniera strutturale le problematiche legate all'emergenza abitativa, anche attraverso forme di coabitazione e di housing sociale", sottolinea il sindaco di Roma Virginia Raggi, ricordando che il lavoro che si sta portando avanti "punta a trovare soluzioni solide e non più emergenziali su un tema che coinvolge tantissimi cittadini". Mentre per quanto riguarda la struttura dedicata agli ex detenuti, il primo cittadino aggiunge che con essa si vuol offrire loro supporto, "valorizzando le persone e offrendo un punto di partenza che permetta di riorganizzare la vita quotidiana dal punto di vista lavorativo e sociale".
La logica non è quella delle grandi strutture, ma "modalità innovative e a dimensione umana che permettano alle persone in situazione di fragilità, per motivi diversi, di costruire relazioni, in un contesto a dimensione familiare, in cui ricevere supporto, dare il proprio contributo, crescere insieme", aggiunge l'assessore alla Persona, Scuola e Comunità solidale Veronica Mammì.
L'obiettivo è promuovere la rigenerazione urbana intesa in senso ampio e integrato: comprendendo quindi anche aspetti sociali, economici, urbanistici ed edilizi, per promuovere e rilanciare territori dove sono presenti situazioni di disagio, favorendo forme di co-housing per la condivisione di spazi e attività. E su questa strada così tre ex scuole verranno ora riqualificate con la costruzione di alloggi destinati a nuove forme di abitare. "Un importante intervento integrato di recupero e valorizzazione di aree ed edifici che si inserisce nel solco dei vari programmi che stiamo sviluppando per uscire definitivamente da un'ottica unicamente emergenziale del problema casa a Roma", dice poi l'assessore al Patrimonio e alle Politiche Abitative Valentina Vivarelli.
In particolare nell'area di via Tarso sarà avviata la progettazione per la realizzazione di una struttura residenziale da destinare ad albergo sociale, con spazi e servizi comuni in modo da fornire una sistemazione temporanea ai cittadini in difficoltà. Qui si prevede di poter realizzare alloggi per circa 50 persone e servizi dedicati aperti al quartiere, per un costo complessivo stimato di 3,5 milioni di euro. L'intervento sull'immobile di via Cardinal Capranica, invece, intende adeguare l'utilizzazione del sito per rispondere alla domanda di alloggi di edilizia residenziale pubblica per il primo inserimento di giovani coppie; un intervento che avrà un costo complessivo stimato tra i 14 e i 20 milioni di euro.
Infine, il riuso dell'immobile di via Sorel prevede l'avvio del programma di rigenerazione che favorisca il cambio di destinazione d'uso di una scuola dismessa attraverso progetti di autorecupero per residenze collettive dotate di servizi. Il costo complessivo stimato è di 5 milioni di euro. "La consapevolezza dei reali fabbisogni e della dimensione del problema dell'abitare ci spinge ad avviare progettualità diverse per offrire risposte articolate, che tengano conto di bisogni differenti - conclude l'assessore all'Urbanistica Luca Montuori - sperimentando modelli innovativi di gestione e creazione di comunità, per individuare strade necessarie a uscire da una gestione emergenziale del diritto all'abitare".
Il progetto per gli ex detenuti - Due strutture per chi è appena uscito di prigione, per facilitare il reinserimento sociale e la conseguente riduzione del pericolo emarginazione. Il progetto appena avviato dal Campidoglio insieme a all'Asl Asilo Salvoia vuole infatti offrire azioni di accompagnamento e servizi socio assistenziali, a partire dall'offerta di soluzioni abitative in cohousing in grado di rispondere ai bisogni temporanei di accoglienza, assistenza e supporto nel percorso di ritorno alla libertà e all'autonomia. Attraverso i piani personalizzati di intervento poi si intende anche attivare percorsi di collaborazione interistituzionale, erogare tirocini di inserimento o reinserimento con orientamento professionale e lavorativo; programmare interventi di semiautonomia per le persone con problematiche psicosociali.
"L'ampliamento delle strutture di accoglienza in favore della popolazione detenuta - sottolinea l'assessore allo Sport, Politiche Giovanili e Grandi Eventi Cittadini con delega ai rapporti con la Garante dei diritti delle persone private della libertà personale Daniele Frongia - mira non solo all'accompagnamento e alla ripresa della vita autonoma, ma anche alla diminuzione del rischio di recidiva. Una importante risposta alle difficoltà di inclusione che incontra chi sconta una pena detentiva". Un percorso in cui il Comune di Roma verrà affiancato dall'Azienda pubblica per i servizi alla persona Asilo di Savoia, il cui presidente Massimiliano Monnanni, ricorda anche "le attività già in essere rivolte a madri detenute con bambini in attuazione di un precedente ed analogo accordo sottoscritto sempre con Roma Capitale e Regione Lazio per la Casa di Leda".
di Attilio Nettuno
casertanews.it, 20 gennaio 2021
La registrazione della telefonata agli atti degli inquirenti: "Ci dicono che tanto dobbiamo morire tutti". Botte, senza motivo ed a turno. È quanto hanno raccontato i detenuti del reparto Nilo del carcere di Santa Maria Capua Vetere ai loro familiari durante alcuni colloqui telefonici. Colloqui in cui hanno rivelato l'orrore delle torture in cella avvenute il 6 aprile scorso e di cui si è occupata anche la trasmissione televisiva Report.
Botte inferte "a tutti quanti, non a chi si e a chi no, a tutti quanti, tutti i giorni", racconta il detenuto. Pestaggi "a turno", "una volta ad uno, una volta ad un altro", prosegue. Secondo il racconto del recluso "vengono cento di questi, duecento, trecento, quattrocento. Non si capisce. Una sera erano in trecento, trecento hai capito? Loro dicono che eravamo tutti quanti all'aria ma quando mai. Ti acchiappano così e ti incastrano in tre, quattro e questo fanno. Questo gli piace. Ci hanno detto 'tanto dobbiamo morire tutti quanti, ormai a questo punto".
Violenze che, secondo quanto ha riferito il detenuto ai familiari, sarebbero immotivate: "qui stanno prendendo gli schiaffi solo perché stiamo seduti sugli sgabelli". Addirittura di due ragazzi, in quei giorni concitati, si sarebbero anche perse le tracce: "dice che ci sono i familiari che stanno cercando e non li trovano. Dovrebbero stare lì dentro (in infermeria nda) ma non lo sappiamo.Ci sono gente che gli sono saltati i denti di bocca. Sono rotti in mano, li hanno rotti in testa, in tutte le parti". Ma anche "capelli e barbe tagliate". Alle violenze si sarebbero aggiunti comportamenti disumani come il digiuno forzato (da mangiare "niente niente") o lo stop delle videochiamate, con i colloqui in presenza sospesi per la pandemia. "Secondo te perché le hanno bloccate?", paventando l'ipotesi di una sospensione per impedire che i parenti vedessero i segni dei pestaggi.
di Ciro Cuozzo
Il Riformista, 20 gennaio 2021
Da quando nel dicembre del 2019 è stato nominato garante dei diritti delle persone detenute e private della libertà personale per il Comune di Napoli, non ha più visto il sindaco Luigi de Magistris né si è relazionato con la sua amministrazione. A rivelarlo è lo stesso Pietro Ioia, ex detenuto (ha scontato 22 anni di carcere) e oggi punto di riferimento di centinaia di familiari di carcerati.
Nel corso dell'inchiesta condotta da Report sulla situazione nelle carceri italiane durante l'emergenza coronavirus, Ioia ha ammesso a "malincuore" che con de Magistris "non ci siamo più visti dalla mia nomina. Doveva venire con noi a visitare alcuni penitenziari ma non si è mai presentato" ha aggiunto il garante napoletano che per l'attività che svolge non percepisce alcun compenso economico a differenza dei garanti regionali.
Ioia è un rappresentante del comune di Napoli ma, così come sottolineato da Bernando Iovene, il giornalista che ha condotto il reportage, non mette piede a palazzo San Giacomo né si relaziona con il sindaco, che ha annunciato nelle scorse ore la candidatura a governatore della Calabria, e con il suo staff. "Mi definisco un garante abusivo, il mio ufficio è il bar dove incontro i familiari dei detenuti" spiega Ioia che aggiunge: "Prendo nota di tutti i problemi denunciati dai loro parenti e li porto al direttore del carcere e al dirigente sanitario".
Ioia nei mesi scorsi era stato definito, pure senza essere nominato, "Garante della chiavicumma" dal consigliere regionale dei Verdi, nonché giornalista professionista, Francesco Emilio Borrelli. Offese pronunciate nel corso di una diretta Facebook contro chi, durante l'emergenza coronavirus, decideva di impegnarsi nella lotta a tutela dei diritti dei detenuti per evitare il contagio degli stessi.
Parole che hanno portato Ioia, assistito dall'avvocato Raffaele Minieri, consigliere della Camera Penale di Napoli e membro della Direzione Nazionale Radicali Italiani, a presentare denuncia-querela presso la Procura di Napoli. A distanza di otto mesi, e dopo l'iniziale richiesta di archiviazione avanzata dal pm Francesca De Renzis perché le espressioni adottate da Borrelli "non appaiono idonee a ledere la reputazione della persona offesa", il Gip del Tribunale di Napoli, Roberto D'Auria, ha accolto l'opposizione dell'avvocato Minieri chiedendo al magistrato la formulazione dell'imputazione coatta nel giro di 10 giorni, ovvero la formulazione del capo di imputazione.
La Repubblica, 20 gennaio 2021
Il fascicolo, in mano al Procuratore Sabrina Gambino e dal sostituto Tommaso Pagano, è stato aperto dopo le segnalazioni del Garante dei detenuti del penitenziario di Siracusa, Giovanni Villari.
La Procura di Siracusa ha aperto un'inchiesta sui ritardi nell'esecuzione degli esami specialistici e degli interventi chirurgici nei confronti dei detenuti del carcere di Siracusa. Il fascicolo, in mano al Procuratore Sabrina Gambino e dal sostituto Tommaso Pagano, è stato aperto dopo le segnalazioni del Garante dei detenuti del penitenziario di Siracusa, Giovanni Villari, che è stato già ascoltato dagli inquirenti, negli uffici del palazzo di giustizia del capoluogo siciliano.
"Seguo alcuni casi - spiega Giovanni Villari, Garante dei detenuti di Siracusa - e posso affermare che ci sono detenuti che sono in attesa di una visita specialistica da almeno due anni, altri da un anno e mezzo. Mi viene in mente la vicenda di un ragazzo che ha presentato una richiesta nell'aprile dello scorso anno: va in bagno dalle due alle tre volte al giorno, fino quasi a collassare. Pure gli agenti penitenziari mi hanno chiesto di interessarmi a questa vicenda".
La procedura illustrata ai magistrati, secondo quanto sostenuto dal garante dei detenuti del carcere di Siracusa, è la seguente: "Quando il detenuto sta male, presenta una domanda - spiega Giovanni Villari - per essere visitato dall'area sanitaria interna al carcere. A quel punto, i medici di turno del penitenziario, se ravvisano una particolare patologia per cui serve una visita specialistica, scrivono all'Asp di Siracusa. L'azienda, dopo aver ricevuto la richiesta, deve provvedere ad organizzare la visita ma questo capita con molta rarità in tempi brevi, tra i 2 ed i 4 mesi.
Però, alcuni esami, proprio per la gravità della patologia ipotizzata, vanno eseguiti in modo rapido, con carattere di urgenza come indicato nella prescrizione dell'area medica del carcere. Ma, quasi sempre, questa urgenza viene disattesa". Il garante ha anche scritto una lettera alla direzione generale dell'Asp di Siracusa ed al dirigente sanitario provinciale dell'Asp, Salvatore Madonia chiedendo loro di motivare le ragioni di questi ritardi sia per le visite diagnostiche sia per gli interventi chirurgici. Inoltre, come denunciato da Villari, non è ancora entrata in funzione l'unità radiologica mobile, che era stata annunciata nello scorso mese di ottobre.
Il Garante ha anche consegnato all'Asp di Siracusa una tabella con i 27 decessi avvenuti negli ultimi 18 anni nei penitenziari di Siracusa. Secondo Villari, la quasi totalità delle morti registrate come suicidi sono legate a condizioni di salute psicofisica gravi. "Ho inviato la lettera - cnclude Villari - al garante regionale, al professor Giovanni Fiandaca, che ha appoggiato la mia iniziativa e lui stesso ha avviato un'azione per avere lumi su quanto sta accadendo".
di Ezio Menzione*
Il Dubbio, 20 gennaio 2021
La notizia dell'esecuzione in Indiana, Usa, della pena capitale nei confronti di Lisa Montgomery è di quelle che destano orrore e raccapriccio. Dopo 57 anni di inattività nei confronti delle donne, quando ormai era lecito pensare che non si sarebbe più attivato, il boia federale è tornato ad armare la sua siringa letale contro una povera disgraziata che commise un orribile delitto in uno stato patologico gravissimo e certificato, che non avrebbe richiesto né processo né pena, ma soltanto aiuto psichiatrico.
Il tutto dopo che il giorno precedente un giudice statale dell'Indiana aveva sospeso l'esecuzione ponendo dei seri dubbi sulla sanità mentale del soggetto da sopprimere e dunque sul senso della pena stessa. Ma un Trump con valigie al piede ed una Corte Suprema da lui ipotecata per chissà quanto tempo non hanno sentito ragioni: quella disgraziata andava tolta di mezzo, la sua esecuzione doveva suggellare l'era Trump ed essere di monito per il futuro.
Un po' frastornati, si pensa ad alcuni, anzi molti, accadimenti degli ultimi giorni. Un famoso giornalista turco, ormai esule in Germania, condannato a 27 anni di carcere per avere diffuso notizie sul traffico, connivente il governo, di armi in andata e di petrolio in uscita fra la Turchia e la Siria: notizie vere, corroborate da video più che eloquenti. Il giorno dopo in Cina un'avvocata, diventata giornalista per l'occasione, condannata a 4 anni per avere l'anno scorso "svelato" il dilagare dell'epidemia di covid 19 (ancora non si chiamava neanche così) nella provincia di Whuan.
Pochi giorni dopo a Hong Kong 53 attivisti vengono arrestati con l'accusa di avere diretto e fomentato la protesta autonomista che coinvolse milioni di cittadini e così violato la draconiana legge sulla sicurezza nazionale; fra gli arrestati (e fortunatamente rilasciato dopo due giorni) c'è anche l'avvocato responsabile della Commissione dei Diritti Umani per l'Asia. Tornando in Turchia e precisamente a Istanbul, stessi giorni, si accende la protesta degli studenti e dei docenti dell'antica e prestigiosa Università del Corno d'Oro contro l'imposizione di un rettore esterno, uomo di Erdogan, secondo una recente legge che lo consente: ogni giorno di protesta molti i fermati e una cinquantina i detenuti a tutt'oggi. E poi, tanto per restare in Turchia, ma più specificamente in Anatolia, due avvocati arrestati solo perché "difendevano troppi curdi".
E poi, e poi.... non si finirebbe più l'elenco, pur restando agli ultimi giorni. E i capelli si rizzano in testa. È uscito in questi giorni l'annuale Human Rights Watch Report e ce ne è per tutti (Italia compresa, ma in posizione assai defilata, per fortuna). Ma non è possibile fare di ogni erba un fascio e mettere sotto la comune etichetta di "violazione dei diritti umani" ogni episodio.
Non perché sia utile fare una hit parade di chi viola più diritti e in maniera più bestiale, ma per cercare di capire come queste violazioni si atteggiano, di cosa si fanno forti, su cosa puntano. Prendiamo Zhang Zhan, Cina, e Giam Dundar, Turchia: ambedue sono stati imputati e condannati per avere diffuso notizie sgradite ai rispettivi governi. La prima ha dovuto rispondere di "diffusione di notizie atte a turbare l'ordine pubblico" ed è stata condannata a quattro anni. Il secondo ha dovuto rispondere di spionaggio e terrorismo, e la pena si è innalzata fino a 27 anni. Vi è una differenza fra i due trattamenti e non ha a che fare solo e tanto con l'entità della pena, quanto con il modo di riguardare la (presunta) violazione sanzionata.
Anche se è difficile dire quale sia il senso della sanzione inflitta ai due per un comportamento che ai nostri occhi e secondo le nostre leggi sarebbe stato esente da pena, anzi lodevole, possiamo individuare tale differenza in un profilo che sinteticamente possiamo enunciare così: l'accusa contro Zhang Zhan manteneva la sua posizione all'interno del consesso civile cinese, le riconosceva comunque cittadinanza; quella contro Dundar lo poneva al di fuori del consesso turco, egli era ed è "il nemico" e come tale va trattato (anche in termini di sanzione, cioè di anni di galera).
Ripeto, non è questione di fare una graduatoria fra i due paesi, che la Cina, con la sua pena di morte comminata a piene sanguinanti mani (ma i numeri delle pene eseguite sono segreto di stato e non li conosce nemmeno Amnesty International) non è seconda a nessuno quanto a violazione dei diritti umani. Ma non è inutile prendere atto che la politica del governo turco nel riconoscere come "Nemico" (con la N maiuscola) qualunque oppositore e, passo successivo, qualunque mediatore fra governo e opposizione fa il vuoto fra il governo e chi lo critica: fa saltare ogni possibilità di convivenza che non sia l'autoritarismo di chi governa e i cittadini ridotti a sudditi, anzi a plebe priva di ogni diritto. La differenza non è da poco e ci aiuta a capire quanto va accadendo in Turchia da ormai più di dieci anni.
Torniamo a questo punto agli Usa e alla raccapricciante vicenda di Lisa Montgomery. Il gap culturale fra noi e gli americani non è così profondo da non consentirci di leggere i fatti giudiziari di oltreatlantico: figuriamoci, siamo soliti dire che gli Usa con la loro carta fondante sui diritti dell'uomo sono la patria (o la madre) della nostra democrazia. Però credo che ognuno di noi avverta una lontananza siderale non solo verso la pena di morte in se stessa, ma la pena di morte per Lisa Montgomery. Una pena comminata a seguito di un processo che l'imputata non ha potuto affrontare adeguatamente e dunque rispetto al quale la legge non è uguale per tutti.
Una condanna che non tiene conto delle minime nozioni di imputabilità e responsabilità penale, nozioni cardine per noi: chi non comprende ciò che fece nel momento in cui lo fece non può essere chiamato a risponderne. Un'esecuzione della pena appena sospesa da un'autorità giudiziaria e invece imposta sia dal governo che dalla Corte Suprema perché non si discutesse più del caso ed esso fosse di esempio. Una concezione del giudizio non solo privo della necessaria pietas umana, ma anche dell'equilibrio che sempre deve denotare il trattamento delle vicende umane. Anche questa pietas, a mio avviso, è un diritto umano inalienabile.
*Osservatorio Internazionale Ucpi
di Leo Lancari
Il Manifesto, 20 gennaio 2021
Riunione a Bruxelles con i vertici dell'Agenzia sulle operazioni compiute nel mar Egeo contro i profughi partiti dalla Turchia. Per Fabrice Leggeri quella di oggi potrebbe essere una giornata decisiva. A Bruxelles si tiene infatti una nuova riunione tra la Commissione europea e il consiglio di amministrazione di Frontex, l'Agenzia europea per il controllo delle frontiere terrestri e marittime, che dovrebbe servire a fare chiarezza sulle accuse rivolte all'Agenzia di aver eseguito respingimenti illegali di migranti nel mar Egeo.
Alla commissaria per l'Immigrazione Ylva Johansson non è piaciuta infatti il modo vago con cui il direttore di Frontex ha risposto alle sue richieste di fare chiarezza sulle accuse lanciate da alcuni media europei e che nelle scorse settimane hanno portato all'apertura di un'inchiesta da parte dell'Olaf, l'Ufficio europeo anti-frode. "Le sue risposte non sono state soddisfacenti", ha confermato ieri la Johansson annunciando la riunione di oggi.
È stata un'inchiesta di Der Spiegel a rivelare a ottobre del 2020 il coinvolgimento di Frontex nel mar Egeo nel respingere i profughi che dalla Turchia cercavano di raggiungere la Grecia. Secondo il settimanale tedesco i funzionari dell'agenzia, tra i quali sarebbero stati presenti anche alcuni agenti della polizia federale tedesca, avrebbero fermato i barconi dei migranti prima che potessero raggiungere le isole greche consegnandoli poi alla Guardia costiera greca che li avrebbe respinti in alto mare. In seguito altri media hanno documentato anche con immagini questi respingimenti o quantomeno la tolleranza mostrata da Frontex quando ad agire sarebbero stati i mezzi navali di Atene. "Incidenti", per Frontex, che secondo quanto rivelato dallo spagnolo El Pais, la stessa Agenzia avrebbe ammesso in un documento consegnato alla Commissione europea.
Senza però, a quanto pare, fornire risposte sufficientemente esaurienti, tanto da spingere l'Olaf, l'Ufficio europeo anti-frode, ad aprire un'inchiesta per verificare l'esistenza di operazioni illegali per impedire ai profughi di raggiungere le coste europee e di esercitare il diritto di chiedere asilo. "Bisogna fare chiarezza e rimediare. Le nostre agenzie devono rispettare al 100 per cento i valori fondamentali dell'Unione europea e devono essere in grado di dimostralo in modo efficiente", ha proseguito Johansson parlando a Bruxelles con alcuni giornali europei. Senza dimenticare di sottolineare come, in base al suo regolamento, Frontex "dovrebbe dotarsi di 40 osservatori per il rispetto dei diritti umani, che invece non ci sono".
Le ombre sull'operato dell'Agenzia per le frontiere suscitano particolare preoccupazione anche in vista dei progetti di riforma di Frontex in discussione a Bruxelles e inseriti nel Piano su immigrazione e asilo presentato dalla commissione guidata da Ursula von der Leyen.
Piano nel quale si prevede un rafforzamento dell'organico fino a 10 mila uomini nei prossimi anni con inoltre la possibilità, per ora fortunatamente scartata, di armarli. "Abbiamo già richiesto al direttore di Frontex di dare le dimissioni", hanno dichiarato nei giorni scorsi i deputati del gruppo S&D del parlamento europeo in seguito alle denunce sui respingimenti illegali. Per Leggeri il momento di farsi da parte alla fine potrebbe essere arrivato.
di Niccolò Zancan
La Stampa, 20 gennaio 2021
Le guardie di Zagabria presidiano il bosco che confina con la Bosnia da dove passano i profughi. "Difendiamo la nostra frontiera". Ma nel 2020 il 90% dei respingimenti è avvenuto con la forza
"Pestati a morte dai croati". Nella foresta degli orrori dove spariscono i migranti. Nessuno deve vedere quello che succede nel bosco. La neve attutisce le grida, il disgelo restituirà i cadaveri. Il 3 gennaio due ragazzini pachistani sono stati fatti spogliare dai poliziotti croati, erano qui. Via le giacche, le scarpe e anche le calze. "Adesso tornate indietro! Conoscete la strada, la Bosnia è di là". Chi prova a passare il confine viene torturato, irriso, fotografato come un trofeo, pestato, marchiato. Questo è il bosco dove da cinque anni l'Europa rinnega se stessa.
Se siamo qui è per Alì il pazzo, che non era affatto pazzo prima di dover tornare anche lui indietro a piedi nudi nella neve. Ha visto staccarsi le falangi dai piedi una dopo l'altra. La necrosi dovuta al congelamento gli saliva alle caviglie. "I poliziotti croati sono dei fascisti", ha detto seduto su una sedia davanti al ristorante "Addem" di Velika Kladusa, quando lo hanno soccorso. È nei giorni successivi che ha incominciato a sragionare, dopo il settimo tentativo fallito. Quando ha capito che non avrebbe mai raggiunto suo figlio in Germania. Lo sapeva in una parte della testa, ma si rifiutava di prenderne atto. "Salirò su un aereo, andrò in Germania, staremo insieme", ripeteva a cantilena. Alì il pazzo si opponeva all'amputazione. Stava sempre peggio. È stato suo fratello, rintracciato in un sobborgo di Tunisi, a firmare l'autorizzazione per l'operazione chirurgica. Ma gli hanno amputato i piedi quando era troppo tardi.
Se siamo qui, allora, è per Alì morto per le torture dei poliziotti croati. È per chi in questa notte ghiacciata sarà costretto a tornare indietro un'altra volta a piedi nudi. È per la donna che ha abortito per lo spavento in mezzo al bosco. Per gli annegati nel torrente Glina, di cui nessuno conoscerà mai il nome. Per chi è venuto a pregare e per la signora che ieri mattina è partita da Karlovac, perché voleva portare un po' di cibo ai migranti. Ma i poliziotti hanno fermato anche lei, il pane è stato sequestrato e le hanno intimato di non farsi mai più vedere da queste parti.
Veliki Obljaj è un valico secondario. Non ci sono barriere doganali. Ma querce, abeti, larici, odore di resina di pino. Per arrivare servono tre ore di auto da Trieste. All'altezza di Tuposkò, in mezzo al nulla, c'è un carro armato con un cartello scritto in quattro lingue: "Grazie ai guerrieri". È un monumento che ricorda la "guerra per la patria", come la chiamano da queste parti, combattuta dal 1991 al 1995. In quel tratto la strada è una sequenza di piccole case senza intonaco e campi ghiacciati. Dopo Glina, che prende il nome dal torrente, un cartello indica verso destra il passaggio per la Bosnia. La salita è stretta, la zona scollegata per chilometri dalla rete telefonica. In cima c'è un pianoro, dalla cui sommità si può osservare l'orizzonte. Ecco quello che si scopre: tutto si rassomiglia. La frontiera è invisibile. Il confine è il bosco. Ma qui è ancora Europa, mentre quella al fondo della vallata è la Bosnia. L'altro mondo.
Veliki Obljaj è un villaggio costituito di poche case disabitate e in rovina. Solo da quattro comignoli esce un po' di fumo. Sono cortili circondati da cani randagi che hanno paura di tutto. Il primo cittadino europeo si chiama Stanko Lončar, ha sempre vissuto facendo il contadino. Viene a salutare con il bastone. "I migranti? Li vedo passare nelle tempeste e nel gelo, arrivano sotto la pioggia con i loro bambini. Non hanno mai fatto del male, la porta del mio cancello è sempre aperta".
Oltre al bosco, dall'altra parte della frontiera invisibile, ci sono i centri di raccolta della Bosnia. Le case abbandonate di Bihac piene di persone abbrutite, la tendopoli di Lipa che stanno ricostruendo dopo l'incendio, il centro Miral e il "campo palude" di Velika Kladusa, dove uomini e cani dividono i giacigli nel fango e dove i pullman del servizio pubblico sono vietati ai migranti. La rotta balcanica si concentra davanti a questo ingresso per evitarne un altro peggiore. E cioè il passaggio in Serbia, che finisce dritto in faccia al muro alzato da Vickor Orban in Ungheria, dove milizie speciali usano i cani addestrati per la caccia agli stranieri.
Sono qui, dunque, questi ragazzi e queste famiglie, perché non hanno scelta. Meno di ventimila persone, adesso. Un piccolo flusso continuo che si origina principalmente in Pakistan, Afganistan e Iraq. Stanno iniziando ad arrivare gli aiuti spediti dall'Italia, la Croce Rossa ha portato vestiti e cibo. Ma quelli che vivono in condizioni penose in Bosnia sono gli stessi che proveranno ad attraversare il bosco in Croazia. Sono i ragazzi e le donne che il signor Stanko Lokar vede passare davanti a casa in Europa, quando non sono stati ricacciati indietro.
Oggi i poliziotti croati sono ventiquattro, tutti vestiti di nero. Divisi in due squadre, vanno giù da due versanti. Ragazzi giovani. Hanno un bavero elasticizzato che gli copre il viso fino alla bocca, ma niente mascherina. Hanno guanti, bastoni e pistole. Vanno avanti e indietro per i sentieri innevati da cui potrebbero arrivare quelli che non sono i benvenuti.
"Noi difendiamo la nostra frontiera, non siamo qui per i migranti ma per il confine della Croazia, siamo qui per la nostra patria", dice il poliziotto più alto in grado. Eppure "The Border Violence Monitoring Network" ha raccolto le testimonianze di almeno 4.340 respingimenti illegali negli ultimi due anni, mentre per il "Danish Refugee Council" sono stati 14.500 solo fra gennaio e la fine di ottobre del 2020. Sono dati sempre sottostimati. Molte storie si perdono letteralmente nel bosco. Ogni primavera svela i resti di altri cadaveri.
C'è un marchio di fabbrica dell'operato dei poliziotti croati: sono i telefoni presi a mazzate per impedire ai migranti di usare la mappa. Esiste una letteratura vastissima al riguardo, centinaia di foto tutte molto simili. Schermi frantumati, tastiere sfracellate. Ma i medici oltre la linea della frontiera vedono tornare sempre più spesso anche uomini a pezzi, ragazzi mangiati nelle gambe dai morsi dei cani da guardia della polizia, vedono crani tumefatti, schiene contuse, piedi piagati, geloni, frustate, lividi. Il dottor Mustafa Hodzic ha testimoniato anche un caso di stupro: "Un ragazzo è stato violentato da un poliziotto con un ramo". Questo succede nel bosco.
Li chiamano "pushback". Respingimenti. E sono illegali anche quando vengono eseguiti senza fare ricorso alla violenza, perché negano il diritto d'asilo. Anche l'Italia partecipa a questa catena di respingimenti. Secondo il rapporto che sta per essere pubblicato dal collettivo "Rete RiVolti", fra il primo gennaio e il 15 novembre 2020, la polizia italiana ha riammesso in Slovenia 1.240 persone. La quale Slovenia, a sua volta, ha scaricato quegli esseri umani in Croazia. Ciò che succede in Croazia è noto. Da cinque anni accade nell'indifferenza dell'Unione Europea. Nonostante le notizie precise raccolte dai volontari di "Sos Balkanroute" e "No Name Kitchen", nonostante le foto dei crani rasati e marchiati con vernice spray, testimoniati dal giornalista Lorenzo Tondo sul Guardian.
La Croazia è un Paese in cui i fantasmi della guerra sono ancora molto presenti. Restano 18 mila mine antiuomo disseminate nei boschi della zona, i cartelli mettono in guardia e segnano la strada. Nel novembre del 2019 un poliziotto ha ferito gravemente un migrante con la pistola d'ordinanza nella zona di Gorski Kotar, ma non è mai stata resa pubblica la dinamica dell'accaduto. Così come il ministro dell'Interno non ha mai aperto un'inchiesta su un caso specifico di violenza perpetuata da un suo poliziotto. "Secondo alcune testimonianze disponibili, riteniamo che in Croazia vi siano strutture utilizzate per detenzioni arbitrarie e illegali in cui sono stati segnalati atti di tortura", dice Lovorka Šošić. È la portavoce del "Centro studi per la pace" di Zagabria.
Da quell'ufficio stanno cercando di denunciare ogni violenza. Gridano ma nessuno li ascolta. "Nel 2020, il 90% dei respingimenti fatti dalla polizia croata comprendeva una o più forme di abusi e torture. Abbiamo notizie di molte persone morte o scomparse lungo la rotta.
I respingimenti continuano a avvenire ogni giorno. Tutto questo dovrebbe imbarazzare non solo il governo croato, ma anche i governi di tutti gli altri Stati membri che stanno perpetrando respingimenti, nonché le istituzioni dell'Unione Europea che incoraggiano silenziosamente queste pratiche illegali. L'Unione Europea da tempo chiude un occhio". Ciò che succede nel bosco non si deve vedere. Ma si sa. Gli europei sono quelli che mandano le coperte in Bosnia, e sono anche quelli che bastonano in Croazia. È sera. I poliziotti fanno il cambio turno. Ha ricominciato a nevicare e tutti i sentieri al confine sono di un bianco perfetto, immacolato.
di Simone Lo Presti
Il Manifesto, 20 gennaio 2021
"Perdeva molto sangue dal naso" racconta un giovane migrante afghano testimone di quanto accaduto ad un suo compagno di viaggio al confine ungherese, nel settembre 2019, mentre provava ad attraversarlo con un gruppo di altri 8 giovani afghani, di età compresa tra i 16 e i 19 anni. Un ufficiale tedesco, in divisa con la bandiera dell'Unione europea, li aveva presi a pugni sul petto, sulle spalle e in faccia, rompendo il naso a uno di loro. Erano presenti anche dodici ufficiali della polizia ungherese. I ragazzi afghani sono stati costretti a marciare, con le mani dietro la testa, fino alla vicina stazione di polizia e a immergersi nell'acqua gelida di una piscina: "ridevano mentre registravano le operazioni con videocamere digitali e smartphone", prosegue il racconto.
Si intitola "Black Book of Pushbacks" il report di 1500 pagine realizzato dall'Ong Border violence monitoring network (Bvmn) che ha raccolto prove e testimonianze relative alle violazioni di diritti umani in atto lungo i confini europei. "In ogni nostra visita - spiegano i redattori - abbiamo sempre trovato bambini, donne e uomini che stavano soffrendo. Le persone che incontravamo erano terrorizzate da ciò che si lasciavano alle spalle e impaurite da ciò che avevano davanti".
Negli ultimi anni, le testimonianze di violenza "crudele, sadica e degradante" sono cresciute di pari passo al numero dei respingimenti forzati (pushback). Questa pratica si concretizza quando i migranti, collettivamente, vengono forzati a uscire fuori dai confini europei senza la possibilità di fare richiesta di asilo politico. In questo modo non esiste alcun strumento giuridico per contrastare l'espulsione. A partire da marzo 2016, quando è stata formalmente chiusa la rotta balcanica, le forze di polizia e gli ufficiali di frontiera hanno avviato prassi vessatorie nella gestione delle pressioni migratorie.
Seppur la pratica dei respingimenti forzati è proibita dalle leggi internazionali, tali abusi e altre forme di violazione di diritti fondamentali hanno continuato a essere perpetrati ai confini dell'Ue dalle forze di polizia italiane, slovene, ungheresi, greche e croate, con metodi spesso violenti. Furti, calci, manganellate, insulti, uso di armi, attacchi da parte di cani. E ancora costringere le persone a spogliarsi o premere i loro corpi verso il suolo, immergerle in acqua ed esporle a temperature estreme sono state le più comuni tipologie di violenza usate durante i respingimenti: metodi che violano il divieto di tortura e di trattamenti disumani e degradanti sancito dall'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Ciò avviene di routine e gli ufficiali di frontiera coinvolti restano impuniti, protetti da poco convincenti smentite governative.
Le testimonianze raccolte da Bvmn nel periodo tra il 2017 e il 2020 sono state 892 e riguardano 12.654 casi di respingimenti sia verso altri Paesi Ue (cosiddetti respingimenti a catena), sia verso Paesi extra-Ue. In media, il 42,5% delle testimonianze ha coinvolto dei minori. In 12 casi, verificatisi ai confini di Grecia, Albania e Ungheria, è stata riportata dai testimoni la presenza e il coinvolgimento nelle operazioni e nelle violenze di ufficiali in divisa riportante la bandiera dell'Ue, presumibilmente identificabili come appartenenti all'agenzia europea Frontex.
"A loro non importa dove ti picchiano. Ti colpiscono negli occhi, dovunque" sono le parole di un anonimo testimone, che insieme ad altre 3 persone provenienti dalla Siria e dal Marocco ha provato ad attraversare il confine nord della Grecia verso la Macedonia del Nord, lo scorso 17 agosto 2020.
"Ci trattavano come animali" afferma e descrive la presenza di ufficiali di polizia della Repubblica Ceca, della Germania e un potenziale ufficiale di Frontex (divisa scura con una visibile bandiera dell'Unione europea sulle spalle). La cruda testimonianza riporta che prima di essere espulsi sono stati picchiati con manganelli, costretti al suolo e presi a calci da ufficiali di polizia macedone e da quattro persone a volto coperto: alcuni di loro facevano foto e video della violenza.
"Bisogna sottolineare - spiegano gli editori del "Black Book", Hope Barker e Milena Zajovic - che questo report presenta soltanto i casi direttamente osservati dai volontari del Network: ciò significa che il numero reale delle vittime potrebbe essere più alto. Per esempio, i nostri volontari hanno potuto registrare i respingimenti di 3272 persone dalla Croazia verso la Bosnia o la Serbia nel 2019, incluse 612 persone che erano già state respinte a catena dall'Italia o dalla Slovenia".
Si stima che siano stati oltre 25.000 i casi di respingimenti dalla Croazia soltanto nel 2019. A partire dal 2016 sono state avanzate continue denunce da parte di diverse Ong dirette alle istituzioni degli Stati membri deputate al controllo e alla salvaguardia dei diritti fondamentali: spesso sono state rigettate o considerate infondate.
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