uniroma1.it, 27 aprile 2021
A cinque anni dall'arresto del ricercatore iraniano, la rete Scholars at Risk - SAR lancia un appello urgente per Ahmadreza Djalali, per chiedere la sospensione della sentenza capitale e l'immediato rilascio per le cure mediche necessarie
La Sapienza sostiene l'appello urgente della rete Scholars at Risk - SAR per Ahmadreza Djalali, a cinque anni dal suo arresto, avvenuto ad aprile 2016. L'appello è stato lanciato il 26 aprile 2021 dal presidente del Karolinska Institutet di Stoccolma, Ole Petter Ottersen, dal rettore dell'Università del Piemonte Orientale di Vercelli, Gian Carlo Avanzi, e dalla rettrice della Vrije Universiteit Brussel Caroline Pauwels, a nome dei tre atenei nei quali Ahmadreza Djalali aveva svolto attività di ricerca prima della sua detenzione in Iran. "Abbiamo avuto il privilegio di avere il dottor Djalali come collega - scrivono i tre rettori - e ora chiediamo ancora una volta pubblicamente il suo immediato rilascio".
Scholars at Risk chiede alle autorità iraniane di sospendere la sentenza capitale emessa contro il Ahmadreza Djalali e di assicurare il suo immediato rilascio in modo che possa ricevere le cure mediche di cui ha urgente bisogno.
Mentre visitava l'Iran nell'aprile del 2016, per partecipare a una serie di workshop ospitati dalle università di Teheran e Shiraz, le autorità hanno arrestato Djalali per presunta "collaborazione con governi ostili". Da allora è stato successivamente detenuto nella prigione di Evin e tenuto periodicamente in isolamento. Il 21 ottobre 2017 Djalali è stato condannato a morte. Il 24 novembre 2020, le autorità iraniane lo hanno trasferito in isolamento e hanno iniziato i preparativi per eseguire la condanna a morte. Da allora, le autorità hanno continuamente rimandato l'esecuzione ma hanno mantenuto Djalali in isolamento per oltre 20 settimane. La sua salute si è drasticamente deteriorata mentre era soggetto a condizioni estreme, tra cui avere le luci accese in isolamento 24 ore su 24, 7 giorni su 7.
Secondo quanto riferito, soffre di dolori allo stomaco e difficoltà respiratorie e ha perso almeno 12 Kg. Il 14 aprile 2021 le autorità hanno trasferito Ahmadreza Djalali dall'isolamento a una cella con diversi occupanti. Le autorità continuano a negargli l'accesso al suo avvocato, alla sua famiglia e all'assistenza medica urgentemente necessaria. Queste azioni deliberate impongono incommensurabile angoscia e dolore al dottor Djalali e alla sua famiglia.
Prima del suo arresto, avvenuto nell'aprile 2016 mentre si trovava nella capitale iraniana per un seminario, Djalali viveva e svolgeva la sua attività di ricerca a Stoccolma, dove si era trasferito da anni con la famiglia, e aveva rapporti accademici internazionali con diversi atenei.
La rete Scholar at Risk, di cui la Sapienza fa parte dal 2019, si è mobilitata, insieme a Amnesty International e ad altre organizzazioni, per chiedere la sospensione della condanna a morte e la scarcerazione immediata di Djalali per motivi di salute.
La campagna è sostenuta anche dall'alleanza CIVIS, dalla rete Unica, il network delle università delle capitali europee e dalla Crui, che hanno inviato appelli alle autorità iraniane per chiedere la liberazione di Djalali. Scholar at Risk è una rete internazionale di Università fondata nel 1999 presso l'Università di Chicago da accademici e difensori dei diritti umani interessati a promuovere il principio di libertà accademica e a proteggere accademici/che in pericolo di vita o il cui lavoro di ricerca e insegnamento è severamente compromesso.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 26 aprile 2021
Il diritto di cronaca dei giornalisti, quello a essere informati dei cittadini, il rischio della gogna mediatica per chi è protagonista di fatti di cronaca giudiziaria. E ancora, la libertà di stampa, il diritto di critica, la presunzione di innocenza, la durata (eccessiva) dei processi, il diritto alla reputazione, le querele temerarie, il carcere per i giornalisti e la riforma di cui da anni si discute senza mai approdare a nulla di concreto.
I temi sono tanti e si intrecciano tra loro in una discussione che va avanti ormai da tempo mentre di anno in anno continua a crescere il numero dei cronisti minacciati dalla camorra o querelati da chi vuole mettere un bavaglio al loro lavoro di inchiesta. E la politica che fa? Ne abbiamo parlato con Catello Vitiello, deputato di Italia Viva, avvocato penalista e componente della Commissione Giustizia della Camera.
"Effettivamente, nel 2004, la Corte europea dei diritti dell'uomo, in occasione di un ricorso di due giornalisti condannati per diffamazione in quanto autori di un articolo nel quale accusavano un giudice di essere coinvolto in fatti di corruzione, ha ricordato in proposito il proprio insegnamento secondo cui la stampa svolge l'essenziale ruolo di "cane da guardia" della democrazia, rilevando il delicato equilibrio tra il diritto di espressione e la tutela della reputazione delle persone, senza mai dissuadere i media dal dovere di segnalare all'opinione pubblica casi apparenti o supposti di abuso dei pubblici poteri".
È labile il confine fra diritti e interessi diversi. "Così accade, per esempio, con il timore di sanzioni detentive - aggiunge il deputato Vitiello - La pena detentiva per un reato a mezzo stampa può essere compatibile con la libertà di espressione dei giornalisti, quando altri diritti fondamentali siano stati seriamente offesi. La politica deve farsi carico di garantire che questo equilibrio venga rispettato, anche precisando i casi tassativi in cui la pena detentiva sia extrema ratio posta a garanzia di diritti di pari valore costituzionale".
Da tempo si discute di riforme, ma alle parole ancora non seguono i fatti. A proposito della possibilità del carcere per i giornalisti condannati, a giugno scade il termine che lo scorso anno la Corte Costituzionale ha stabilito affinché sia rivista in Parlamento la norma che prevede la reclusione per i giornalisti condannati per diffamazione: a che punto siamo? "Le proposte di legge sono diverse e tutte ferme - spiega il componente della Commissione Giustizia - La Consulta ha chiesto al Parlamento di rivedere il bilanciamento di cui parlavo, tra libertà di manifestazione del pensiero e tutela della reputazione individuale, proprio in particolare con riferimento all'attività giornalistica. Personalmente, ritengo che occorre una riforma seria".
Di che tipo? "Una riforma - sottolinea Vitiello - che punti, da un lato, a rivedere la distinzione fra il giornalista dipendente e quello freelance dal punto di vista del trattamento lavorativo e del riconoscimento della tutela legale; dall'altro, a regolamentare lo spazio della libertà di informare e di formare la pubblica opinione stabilendone con precisione i limiti dettati dagli altri diritti fondamentali in gioco, come la reputazione della persona e la vita privata. Visto che una buona parte delle querele sono legate al mondo giudiziario, sarebbe anche utile ridefinire l'ambito del diritto di cronaca giudiziaria, i cui confini non possono ritenersi sovrapponibili al diritto di cronaca lato sensu inteso. Di conseguenza - conclude - anche la tutela legale del giornalista investigatore dovrebbe essere garantita e trattata in maniera specifica".
Il Dubbio, 26 aprile 2021
Il J'accuse della corrente ribelle delle toghe: "Solo chi versa in spudorata malafede può assimilare un'inchiesta sulla degenerazione correntizia alla volontà di rifare i processi e riscrivere le sentenze". "La lista Articolo Centouno non ha nulla a che fare con nessuna proposta di commissione d'inchiesta. È vero invece che, nell'ambito di considerazioni di portata molto più vasta, una commissione di inchiesta sulla materia del correntismo e sulla degenerazione correntocratica dell'autogoverno della magistratura è stata considerata auspicabile nella lettera aperta al Presidente della Repubblica che qualche mese fa è stata sottoscritta da oltre cento magistrati". E quanto precisa una nota a firma dei quattro componenti eletti nella lista Articolo Centouno al comitato direttivo centrale dell'Associazione nazionale magistrati, Maria Angioni, Giuliano Castiglia, Ida Moretti e Andrea Reale, replicando a quanto sottolineato in un documento di Area democratica per la giustizia che "mistifica slealmente la realtà".
di Giovanni Donnadio
gnewsonline.it, 26 aprile 2021
"Superiamo la tentazione dello scontro continuo. In una data così simbolica per l'Italia, che segna il tempo della Liberazione, della rinascita, della ricostruzione, proprio la Giustizia può e deve diventare il terreno sul quale ritrovare lo spirito di unità nazionale. Le diversità resteranno, come nella stagione che portò alla nascita della Costituzione, ma come allora si può provare a ricomporre le fratture su progetti precisi in nome di uno scopo più grande.Deve essere molto chiaro che senza riforme della Giustizia, niente fondi del Recovery. E per un compito così importante, serve responsabilità e volontà di tutti". È un appello alla responsabilità di tutti quello lanciato dalla Ministra della Giustizia, Marta Cartabia, in un'intervista con il direttore de La Stampa, Massimo Giannini.
di Franco Corleone
L'Espresso, 26 aprile 2021
La decisione della Corte Costituzionale che ha dichiarato che "l'ergastolo ostativo è incompatibile con la Costituzione" è un punto fermo e ogni discussione deve prendere atto di una ferita che per un anno non sarà sanata. La realtà è in contrasto con l'art. 27 della Costituzione, con l'art. 3 sempre della costituzione e con l'art. 3 della Convenzione Europea dei diritti umani.
di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 26 aprile 2021
Alla ministra Cartabia è stata assegnata la responsabilità del ministero della Giustizia in un contesto di estrema difficoltà. Il quadro politico è quello che è, segnato da tempo, nel campo della giustizia, da paralizzanti scontri ideologici o di interesse e ora costretto a comporsi in una maggioranza parlamentare tanto ampia quanto eterogenea.
di Marco Procopio
Il Fatto Quotidiano, 26 aprile 2021
Road map: a giugno la legge su Csm e autunno di fuoco con processo civile e penale. Nella versione definitiva del Pnrr l'esecutivo sceglie di non decidere, almeno sui punti più delicati delle leggi che dovranno essere approvate nei prossimi mesi. Dalla riforma del Csm sparisce il tema delle porte girevoli tra consiglieri e parlamentari; in materia di prescrizione si prevedono "eventuali iniziative" da inserire in una cornice "razionalizzata e più efficiente" dei processi; sul secondo grado di giudizio non c'è più la proposta di istituire un "giudice monocratico d'appello". Ma senza un accordo, avverte Cartabia, "l'Italia perderà i fondi europei".
di Lucia De Ioanna
La Repubblica, 26 aprile 2021
Digitale e ambiente al centro della lectio magistralis di Luciano Floridi. "Non basta perseguire una carriera che porti a essere benestanti perché si viva in una società benestante: quest'ultima è fatta di tantissimi poveri e pochissimi ricchi". Costruire un progetto umano che unisca il verde di uno sviluppo sostenibile e il blu del digitale favorendo nello stesso tempo un modo di vivere centrato sulle relazioni più che sul consumo: è questo il cuore della sfida indicata come urgente e decisiva per il futuro da Luciano Floridi, uno dei più autorevoli pensatori contemporanei, in grado di interrogare i grandi nodi politici, sociali ed economici del nostro tempo alla luce della filosofia.
Professore ordinario di Filosofia ed etica dell'informazione all'Università di Oxford, Floridi ha tenuto una lectio magistralis, in collegamento da Oxford, sul tema Il verde e il blu - Il progetto dell'umanità per un futuro sostenibile e preferibile, organizzato dal Lions Club Parma Host con Università, Comune, Unione Parmense degli Industriali e Gazzetta di Parma.
Se la cattiva filosofia, "introversa e oscura, è come un vino scadente che ti fa diventare astemio", la buona filosofia deve guardare alle sue radici, uscire dalle aule e da un auto-riferimento sterile e antiquario, recuperando un'utilità vitale per l'agire umano.
Guardando alla società contemporanea, la nostra esperienza è anfibia: "Non viviamo né online né offline ma onlife, in uno spazio ibrido che è nello stesso tempo analogico e digitale. Se sto cucinando e scarico una ricetta mentre ascolto musica attraverso un vecchio I-pad, non ha senso domandarmi se quella esperienza è online o offline: porre una domanda simile significa essere ancora nel Novecento".
Con la pandemia la vita si è spostata marcatamente verso l'ambiente digitale declinandosi sempre più come 'onlifè, scollando la presenza dalla localizzazione: "Ad esempio, mentre il mio corpo è localizzato a casa, posso interagire in un altro spazio, come in questo momento", osserva Floridi. La possibilità di agire a distanza rappresenta un mutamento epocale: "Perfino gli dei dell'Iliade, per intervenire nelle vicende degli uomini, dovevano andare sotto le mura di Troia, in presenza".
Se il digitale opera un costante processo di "cut and paste", scollando e ricomponendo le forme dell'esperienza in nuove costellazioni, fisiche quanto di pensiero, "un altro scollamento prodotto dal digitale è quello tra territorialità e legge: molte cose che avvengono nel cyberspazio, ad esempio, difficilmente possono essere regolamentate dal singolo Stato".
In una società che presenta sfide sempre più complesse che investono l'ambiente, il lavoro, la giustizia, l'immigrazione, "quello che serve è il fattore C ossia la capacità di agire avvalendosi di coordinamento, collaborazione e cooperazione. Ma, paradossalmente, peggio stai, tanto più hai bisogno degli altri con i quali sei portato a collaborare mentre quanto più una società cresce, tanto più cala la collaborazione, fino ad arrivare a credere che possa essere sufficiente solo un po' di mero coordinamento".
In questo senso, il problema climatico, che presenta il massimo grado di complessità, richiede il massimo grado di collaborazione per essere affrontato: "Senza collaborazione, tutti gli sforzi sono inutili". Per governare una transizione che, per la rapidità con la quale si realizza, non ha precedenti nella storia umana, dal momento che neppure la rivoluzione agricola e industriale hanno prodotto mutamenti così veloci come quelli innescati dalla trasformazione digitale, "è necessario avere una visione e una buona governance. Parte della nostra crisi attuale, populismi compresi, deriva da un fallimento della governance delle nostre società dell'informazione".
Mentre la progettualità moderna si occupa quasi esclusivamente di facilitare le progettualità individuali, osserva il filosofo, perde di vista l'obiettivo di costruire un progetto sociale, umano: "Non basta perseguire una carriera che porti a essere benestanti perché si viva in una società benestante: quest'ultima è fatta di tantissimi poveri e pochissimi ricchi. Unendosi in un gruppo collaborativo è possibile avere ambizioni superiori rispetto a quelle che possiamo porci se restiamo separati in tanti atomi: dobbiamo recuperare il sapore forte del 'noi' che 'io', come parola, non può avere".
Il progetto umano deve prendersi cura del mondo, e per farlo "deve scollare il capitalismo dal consumismo: non possiamo pensare a un futuro in cui distruggeremo tre pianeti all'anno, perché non li abbiamo. Dobbiamo inventare un consumismo non capitalistico ma di cura. Abbiamo bisogno di agenti molto potenti che svolgano il loro ruolo come buoni cittadini: non basta occuparsi dei propri interessi facendo profitto: non è più così. Bisogna prendersi cura della felicità non solo individuale ma di intere popolazioni, di tutto il pianeta". Se il lavoro da fare è tanto, è anche entusiasmante: "Ai ragazzi e alle ragazze di oggi, possiamo dire che abbiamo davanti una delle più grandi sfide che l'umanità abbia mai visto: salvare il pianeta e la società umana. Questa sfida è un po' il nostro sbarco in Normandia: c'è un futuro per l'umanità da costruire in modo tale che quado qualcuno guarderà indietro potrà dire grazie a chi lo ha preceduto".
Il matrimonio tra il verde e il blu permette di realizzare "una progettualità sociale, comunitaria e non individualista che serve per coordinare in modo collaborativo gli sforzi per risolvere problemi ormai globali: oggi le tecnologie ci permettono di affrontare questioni complesse in maniera molto più costruttiva che nel passato". Guardando alle società del passato troviamo l'indicazione per una svolta per ridisegnare il futuro: "Quando ero piccolo, nel mio paese della Ciociaria non si buttava nulla perché non c'era nulla da buttare. Tranne che negli ultimi decenni, abbiamo da sempre vissuto in economie circolari ma povere".
Solo da poche manciate di decenni, "siamo passati a un'economia lineare, ricca, che con la tecnologia analogica ha fatto bene all'uomo distruggendo però l'ambiente. Oggi il digitale permette di fare molto di più con risorse sempre minori: basta pensare, ad esempio, passaggio dalla candela, alla lampadina elettrica e poi al led". Grazie al blu del digitale, "possiamo tornare alle economie circolari come nel passato ma ricche come le più recenti perché il led è molto migliore della lampadina, aumentando le nostre opportunità ma a consumi sempre più bassi. Investire sul verde del digitale significa investire sulla sostenibilità e costruire un progetto per l'umanità all'altezza della sua grandezza". Alla lectio magistralis del professor Floridi è seguita una tavola rotonda, moderata da Cesare Azzali, direttore dell'Unione Parmense degli Industriali, con la partecipazione del rettore Paolo Andrei, del Governatore del distretto Lions 108Tb Gianni Tessari, dell'assessore alla Cultura Michele Guerra, della presidente dell'Unione Parmense degli Industriali Annalisa Sassi, del direttore della Gazzetta di Parma Claudio Rinaldi, del presidente del Lions Club Parma Host Sergio Bandieri e del neuroscienziato Giacomo Rizzolatti.
di Gennaro Grimolizzi
Il Dubbio, 26 aprile 2021
Davide Steccanella è l'autore di un volume sulla violenza politica partita dal capoluogo lombardo negli anni 60. Anni da non dimenticare, che hanno fatto la storia del nostro paese. Ne è convinto l'avvocato Davide Steccanella, autore del libro "Milano e la violenza politica 1962-1986" (Milieu Edizioni, pp. 264 con illustrazioni e prefazione di Claudia Pinelli, euro 18,90).
Il sottotitolo del volume, a riprova del fatto che si tratti di pagine indimenticabili, è chiaro: la mappa della città e i luoghi della memoria. Una memoria fatta di slanci vitali, cristallizzatasi anche con la violenza ed i lutti del ventennio 60-80 del secolo scorso. Il libro di Steccanella, che è il difensore di Cesare Battisti, è impreziosito da immagini d'epoca, molte delle quali dimenticate negli archivi delle redazioni giornalistiche. Grazie alle tessere dei tanti episodi descritti e ai suoi protagonisti si riesce a ricomporre il mosaico di una parte della storia d'Italia partorita nel capoluogo lombardo.
"In questo libro - racconta a Il Dubbio l'avvocato Steccanella - ho cercato di ricostruire nel modo più oggettivo possibile un periodo di storia della nostra città, limitandomi a ricostruire i fatti e lasciando che fossero un centinaio di protagonisti di quegli anni, da una parte e dall'altra, a commentarli.
Gli anni Settanta sono stati anni di approvazioni di leggi come lo Statuto dei lavoratori, il Servizio sanitario nazionale, la Legge Basaglia, le riforme del diritto di famiglia, della scuola e del diritto penitenziario, le leggi su divorzio, aborto e asili nido, l'obiezione di coscienza, l'abbassamento dell'età del voto alla Camera e la Legge Merli. Però, c'è stata anche un'altra storia e "prima di voltare una pagina", come ha scritto lo storico jugoslavo Predrag Matvejevic, "bisogna leggerla"".
Gli anni di piombo hanno cambiato Milano e l'hanno proiettata nel futuro molto tempo prima rispetto al resto d'Italia?
La città di Milano, dal dopoguerra in avanti, è stato l'epicentro di gran parte di quello che è accaduto in Italia nella seconda metà di un secolo, il Novecento, contrassegnato più di ogni altro da fermenti radicali di vario tipo, per esempio culturali, generazionali e sociali. In questo senso, è corretto affermare che anche quel lungo periodo di diffusa violenza politica a vari livelli che ha interessato non solo l'Italia ma la gran parte del mondo occidentale negli anni Sessanta e Settanta, e parte degli Ottanta, sia partito da Milano per poi diffondersi in altre realtà metropolitane di un Paese ancora poco omogeneo e diseguale. Direi che non sono stati gli "anni di piombo", definizione mediatica che mistifica il significato assai diverso del titolo di un bellissimo film della tedesca Von Trotta, a proiettare Milano verso il futuro, ma semmai il contrario.
Ci spieghi meglio...
L'affannosa rincorsa al benessere nel finale degli anni 50 generò quelle grandi tensioni sociali destinate a esplodere nel successivo decennio, quando la ribellione studentesca del '68 contro un sistema vetusto si unì a quella operaia dell'autunno caldo e in seguito si allargherà a giovani disoccupati e ai proletari delle varie periferie, i quali, rimasti esclusi da quel boom, pativano le conseguenze dei successivi 70 di sacrifici e di austerity. Inoltre, fu a Milano che si consumò quel micidiale passaggio di decade che vide compiersi in pochi giorni la strage di Piazza Fontana, l'arresto ingiustificato di alcuni anarchici e la morte in questura di Pinelli.
Il suo libro è un atto di amore verso Milano?
Certamente, anzi direi che è stato il motivo principale che mi ha indotto a scriverlo. Come racconto nella prima parte, in cui descrivo i mutamenti della città negli anni che hanno preceduto i Settanta, Milano era ricchissima non solo di soldi, quelli ci sono sempre stati, ma soprattutto di personaggi straordinari, da Gadda a Strehler, da Arbasino a Mario Mieli, da Gaber a Jannacci, da Andrea Valcarenghi a Primo Moroni, da Dario Fo a Paolo Grassi e Claudio Abbado, da Fernanda Pivano a Ada Merini, di luoghi come il Santa Tecla, il Giamaica, il Piccolo Teatro, la libreria Calusca. Si percepiva una voglia diffusa di cambiare le cose in un irripetibile miscuglio di intelligenza, creatività e rabbia per ogni forma di ingiustizia, per cui tutti o quasi sembravano mossi da un impegno totale e collettivo. Insomma, una città che era oggettivamente avanti anni luce rispetto al resto di un'Italia ancora molto arretrata.
Le tensioni e le divisioni degli anni di piombo hanno rafforzato la coscienza civica degli italiani?
Io non so valutare l'attuale "coscienza civica" degli italiani, ma non mi pare che la storia la indichi come una delle nostre maggiori virtù. Qualcuno ha detto che ad onta delle grandi innovazioni tecnologiche siamo rimasti "il paese di Alberto Sordi" e soprattutto questi anni paiono dominati da un individualismo sfrenato e da un'estenuante rincorsa al denaro e al potere. Ambizioni più che legittime, ci mancherebbe, ma se diventano le linee guida per le nuove generazioni rischiano di creare un mondo cinico e poco attento ai bisogni dei più deboli. Vedo anche molto giustizialismo e una voglia di forca spacciata per difesa della legalità che mi inquieta e ogni tanto mi viene da pensare che alla sbandierata "caduta delle ideologie" del Novecento sia succeduta una "caduta delle idee", che è cosa ben diversa. Forse, questa drammatica esperienza del Covid, che ci ha costretto a rivedere schemi di vita e modelli dati fino a ieri per immodificabili, potrebbe renderci in grado di lasciare ai nostri figli un mondo più attraente.
Milano è la città in cui il corpo di Mussolini è stato esposto a Piazzale Loreto. La violenza del ventennio di piombo 60-80 del secolo scorso è, secondo lei, anche un'eredità di quanto accaduto nella Seconda guerra mondiale e nel dopoguerra?
Certamente, la storia, anche se non si ripete mai nelle singole declinazioni, è sempre collegata ad un filo continuo e nulla accade per caso. Il mio libro inizia proprio da Piazzale Loreto, perché è il luogo in cui ha avuto inizio la seconda parte del Novecento italiano. Milano era stata il centro nordico della Resistenza ed è a Milano che nel primo dopoguerra opera la Volante Rossa, per cui la violenza politica non è un'invenzione dell'antifascismo militante degli anni Settanta che porterà a ripetuti scontri di piazza fino alle tragiche giornate dell'aprile 1975. Va, tuttavia, chiarito che il diverso fenomeno della lotta armata clandestina non nasce dall'antifascismo militante ma dal conflitto sociale sviluppatosi nelle grandi fabbriche e nelle periferie, tanto che fu alla Pirelli e alla Siemens che nacquero le Brigate rosse. Sarà nel bacino industriale di Sesto San Giovanni che qualche anno dopo nascerà Prima Linea, le due principali, anche se certo non uniche, organizzazioni armate degli anni Settanta. Tutto il "secolo breve", come venne definito dallo storico inglese Eric Hobsbawm, è stato scandito da un radicalismo violento, perché non è stato solo il secolo di ben due guerre mondiali ma anche quello di molte rivoluzioni. Alcune, poche, riuscite e molte fallite.
Lei ha difeso Cesare Battisti. Anche il suo assistito ha vissuto in prima persona quanto descritto nel suo libro. Battisti è figlio o padre degli "anni di piombo"?
Battisti ha militato, come migliaia di altri giovani in quegli anni, in una delle tante formazioni minori di matrice "autonoma" nate in città sulle ceneri del Movimento del '77 per un fenomeno che ha avuto diverse declinazioni. La storia ufficiale non ha mai saputo o voluto raccontare quel periodo nei suoi reali termini, perché i numeri di quel conflitto parlano chiaro. La nota ministeriale del 30 dicembre 1979 riporta: 269 sigle armate operanti alla fine del 1979, 36.000 cittadini inquisiti, 6.000 condannati, 7.866 attentati compiuti e 4.290 azioni ai danni di persone. Il paradosso è che oggi Battisti, figura non certo centrale di quel periodo di storia, viene fatto passare come quello che ha inventato la lotta armata in Italia e descritto come un pericoloso terrorista anche se sono passati 42 anni dal suo ultimo delitto, commesso quando il contesto storico del nostro Paese e dell'intero mondo occidentale era completamente diverso.
Come vive Battisti la sua pena?
Non mi piace inserire una vicenda di cui mi sto occupando come avvocato, quello che posso dire è che il mio assistito sta scontando quarant'anni dopo un regime penitenziario punitivo in aperto spregio a quanto stabilito dalla Corte di Assise di Appello di Milano, giudice della sua esecuzione, con un provvedimento del 17 maggio 2019. Nonostante ci sia scritto che non deve essergli applicato per legge il regime di cui all'art. 4 bis, da più di due anni Battisti è di fatto in isolamento con tutte le restrizioni in tema di corrispondenza, colloqui, ora d'aria, previste per i terroristi islamici. Il ministero, sin dal suo arrivo, lo ha inviato in carceri speciali, prima in Sardegna e oggi in Calabria, con la classificazione in "Alta Sorveglianza 2" e, nonostante le ripetute richieste, non è mai stata comunicata ai difensori la ragione per una tale classificazione a distanza di quarantadue anni dai fatti. Ma questo fa parte della costruzione mediatica del "mostro" Battisti. Basti pensare che la semplice richiesta di mangiare del riso in bianco per accertate ragioni di salute, è stata occasione da parte dei media per consultare i familiari delle vittime per sapere da loro se fosse giusto o meno che Battisti "si scegliesse il menù", e per l'ex viceministro Salvini di dire pubblicamente "stia zitto e digiuni", dopo che aveva proclamato al suo arrivo a Ciampino "che sarebbe marcito in galera".
di Michela Murgia
La Stampa, 26 aprile 2021
Non c'era una sola parola sbagliata nel discorso che Mario Draghi ha fatto ieri per la Festa della Liberazione dal nazifascismo. Poche frasi, ma talmente esatte che dovrebbero diventare il canone di riferimento per i discorsi di tutti i 25 aprile che verranno, invariate in bocca a qualunque presidente del Consiglio esca dalla tombola delle urne e dei rimpasti.
Il discorso ha infatti un pregio incommensurabile: contiene cinque parole magiche che in questi anni molti hanno cercato di far sparire, a partire proprio dai contesti istituzionali.
"Fascismo" e "nazismo", tanto per cominciare, a ricordare che non ci siamo liberati da una generica guerra, ma dall'imposizione di due dittature criminali che congiunte hanno fatto milioni di morti e hanno infettato l'Europa di razzismo e nazionalismo. La liberazione è dal nazifascismo e Draghi lo ribadisce senza ombre, smentendo chiunque, anche tra le parti politiche dell'attuale maggioranza, provi a descrivere la nascita della democrazia italiana come una notte in cui tutte le vacche erano nere, un periodo confuso in cui ciascuno aveva le sue buone ragioni e solo per caso una parte ha poi avuto la fortuna di diventare politicamente dominante.
Non è così: i venti mesi in cui le variegate forze partigiane, dopo l'armistizio del '43, ripresero il controllo del territorio italiano sottraendolo ai fascisti che si rifiutavano di riconoscere la sconfitta, furono la lotta tra una visione di mondo democratica e includente e gli ultimi residui di una dittatura che aveva portato il Paese alla catastrofe sociale.
Sentirlo ribadire dal presidente del Consiglio dovrebbe essere ovvio, ma a dimostrare che non lo è poi così tanto basterebbe la lettera che il direttore generale dell'ufficio scolastico regionale della Marche ha inviato in occasione della stessa ricorrenza, invitando chi studia a "non fare distinzioni di parte" (cioè a non essere partigiani) celebrando l'unità nazionale a prescindere alle opinioni politiche. Il discorso di Draghi dice invece il contrario: che siate adulti o giovani, sappiate che se l'Italia è un Paese libero è perché qualcuno si è preso la responsabilità e la fatica di fare una distinzione e scegliere da che parte stare: con la democrazia sempre, con il fascismo mai più.
Il ministero dell'Istruzione ha giustamente chiesto al direttore marchigiano di spiegare l'ambiguità delle sue frasi, ma non ci vuole una grande indagine per capire che la ragione di quello e di altri tentativi di inquinare la storia italiana è contenuta in un'altra delle parole tabù del discorso di Draghi: "memoria". Il presidente del Consiglio non la evoca per celebrarla retoricamente, ma la rimpiange come una cosa collettiva e perduta. La memoria non va confusa col ricordo: quello è personale, perché appartiene solo a chi c'era.
La memoria è invece il processo di costruzione di una narrazione comune in cui chiunque può riconoscersi e sentirsi parte, soprattutto se ha avuto la fortuna anagrafica di non dover vivere in prima persona l'esperienza del fascismo. I ricordi, specie se forti, non mutano più; la memoria invece va manutenuta ogni giorno: basta saltare una generazione perché vada perduta e con essa si perda anche la possibilità di riconoscersi in una storia comune.
Le ultime due parole che da anni non sentivamo nei discorsi pubblici delle figure politiche sono pesanti, ma necessarie: "odio" e "indifferenza", atteggiamenti distruttivi che oggi fanno parte quotidiana della nostra vita pubblica e che - sempre secondo le parole di Draghi - generano consenso per chi calpesta libertà e diritti. Sorpresa: c'è un odio che crea consenso e chi se lo intesta costruisce fortune politiche.
È facilmente riconoscibile, perché prende ancora la forma del razzismo e della xenofobia. Quell'odio, combinato con l'indifferenza di chi si gira per non vedere, oggi come ottant'anni fa consente la morte di centinaia di persone, non nei forni, ma nel fondo del Mediterraneo.
Liliana Segre, che proprio Draghi cita come fonte morale per spiegare i danni dell'indifferenza, non ha mai avuto problemi a riconoscere l'analogia tra i Ponzio Pilato di ieri e quelli di oggi, perché sa che è al presente, non al passato, che serve la memoria. "I migranti sono respinti come lo fummo io e mio padre, ebrei a varcare la frontiera nella notte e nella neve". Accogliamo dunque le forti parole di Draghi, ma sapendo che più forti ancora apparirebbero se i gesti di governo fossero conseguenti, per esempio cessando gli scandalosi accordi con la Libia e offrendo la cittadinanza italiana a Patrick Zaki. La profezia nei discorsi può ispirare molto, ma non se smentita dal cinismo della realpolitik.
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