di Marco Perduca e Antonella Soldo
Il Manifesto, 25 aprile 2021
Martedì prossimo 27 aprile l'uomo affetto da artrite reumatoide comparirà davanti a un giudice rischiando fino a sei anni di carcere per aver coltivato la marijuana di cui aveva bisogno e che non riusciva a ottenere regolarmente. Era il 28 aprile del 2007 quando con il Decreto Turco si riconobbe in Italia l'efficacia terapeutica del Thc, il principio attivo più importante della cannabis, per il trattamento del dolore cronico. Esattamente quattordici anni dopo. Il suo caso è tra i più conosciuti ma non è l'unico: da quando la cannabis terapeutica è legale migliaia di pazienti si sono scontrati con l'impossibilità di vedere il loro diritto alla salute rispettato. Chi s'interessa di questi temi, come l'Associazione Luca Coscioni e Meglio Legale, ogni giorno ascolta storie simili a quella di Walter, storie alle quali le nostre istituzioni devono rispondere con urgenza e non per compassione ma per rispettare la legalità costituzionale.
Walter De Benedetto affronterà l'udienza decisiva del processo che lo vede imputato ad Arezzo, per coltivazione di sostanza stupefacente in concorso, in condizioni di salute precaria. De Benedetto è assistito dagli avvocati Claudio Miglio e Lorenzo Simonetti che affermano senza mezzi termini che "non è un problema solo di Walter. Dal momento in cui la farmacia ospedaliera non procura al paziente la medicina per la quale ha una regolare prescrizione, lasciandolo di fatto senza terapia, il paziente è lasciato solo dallo Stato".
Uscendo dall'aula giudiziaria dove era arrivato in ambulanza, De Benedetto aveva dichiarato: "Mi assumo la mia responsabilità, questa è una battaglia in cui non ci sono solo io, credo nella giustizia e nella legge, mi sento a posto con la mia coscienza". Poco prima De Benedetto si era rivolto al Presidente della Repubblica chiedendo che fosse rispettato il suo diritto alle cure previsto dall'articolo 32 della Costituzione. Quell'Appello ha raccolto oltre 20.000 firme che, per conto di Walter, abbiamo consegnato di persone al Quirinale lo scorso 16 aprile.
In questa situazione tra il paradossale e l'illegale nei giorni scorsi tanti pazienti hanno deciso di raccontare la loro storia: Alfredo Ossino, ex maresciallo Capo della Guardia di Finanza in congedo a causa di un deficit-funzionale della colonna vertebrale, che denuncia i costi esorbitanti delle cure. Stefania Lavore, 40 anni, tecnico di laboratorio, affetta dalla malattia di Parkinson di origine genetica. Mara Ribera, che sottolinea come "il dolore non può essere parte integrante della vita delle persone". O il trentenne Carlo Monaco, affetto da anoressia nervosa, o Paolo Malvani che soffre di dolore neuropatico causato da un incidente stradale, o Rosario D'Errico la cui decisione di procedere con la coltivazione domestica, data l'assenza di terapia, l'ha portato ad avere problemi con la giustizia e un processo con conseguente perdita del lavoro. Donato Farina, trentunenne di Padova, ha dovuto supplire con gli antidolorifici le lungaggini della prescrizione medica. E altri continuano a scriverci.
Per cambiare la situazione ci sono alcune cose che si possono fare già oggi: autorizzare altri enti privati e pubblici a produrre cannabis terapeutica, visto che lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze che non è in grado di soddisfare il fabbisogno nazionale; informare e formare i medici, anche di famiglia, che già oggi possono prescrivere; mettere a carico del Servizio sanitario nazionale una terapia ancora troppo costosa, liberalizzarne l'importazione e cancellare il divieto di vendita per corrispondenza imposto alle farmacie. Lo chiede Walter a nome del diritto alla salute negato.
di Sergio Schlitzer
Il Riformista, 24 aprile 2021
L'attesa è finita. La Corte si è pronunciata. La vigente disciplina dell'ergastolo ostativo è contraria alla nostra costituzione e all'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo che vieta i trattamenti inumani e degradanti. Una decisione sicuramente importante, attesa quantomeno dal 2019, che porrà fine a una disciplina indegna e inaccettabile per qualsiasi Stato autenticamente democratico, e che darà finalmente speranza (solo) a chi in carcere ha trascorso alcuni decenni, molti in regime di 41 bis, nel corso dei quali ha effettivamente e autenticamente rivisto il proprio vissuto.
di Alessandra Vanzi
Il Manifesto, 24 aprile 2021
Intervista. Il Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà torna su alcune questioni irrisolte. Incontro il professor Mauro Palma, Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà, che di recente ha tenuto una conferenza all'Accademia dei Lincei.
È un uomo sempre in movimento e mi racconta che tornando da Firenze si è trovato bloccato per 3 ore sull'autostrada dai ristoratori e albergatori in protesta contro le chiusure: "Mi è venuta in mente una persona di cui mi sono occupato che è stata condannata a 2 anni di carcere per aver megafonato agli automobilisti, invitandoli a non pagare al casello autostradale in Val di Susa, un'azione che è durata 20 minuti".
di Errico Novi
Il Dubbio, 24 aprile 2021
Edmondo Bruti Liberati, ex procuratore di Milano, stronca la commissione parlamentare d'inchiesta che sta per essere istituita a Montecitorio, con l'accordo di tutti i partiti di maggioranza: "È legittimo che il primo potere, il Parlamento, indaghi su noi magistrati, che siamo il terzo, ma la legge istitutiva non indica i casi concreti su cui fare luce, richiesti dalla Costituzione".
Legittima? "Certo". Utile? "Dipende: se ci si sofferma sugli obiettivi dichiarati nella proposta di legge per istituirla, quella sull'uso politico della giustizia sembra tutto fuorché una commissione d'inchiesta". Edmondo Bruti Liberati è stato procuratore della Repubblica a Milano proprio negli anni delle grandi tensioni sulle inchieste che hanno riguardato la politica, e Berlusconi innanzitutto. Rappresenta insomma una "controparte naturale" dell'iniziativa appena assunta a Montecitorio sotto la spinta del centrodestra. Ma non nasconde le proprie perplessità.
Vede vizi di legittimità, in questa commissione?
La giustizia è senz'altro una "materia di interesse pubblico" su cui, come previsto dall'articolo 82 della Costituzione, il Parlamento può istituire una Commissione di inchiesta. Ciò è accaduto, con esiti diversi, in molte occasioni. Hanno riguardato grandi tematiche come la mafia o le stragi, o un oggetto più specifico come quella sul "rapimento e sulla morte di Aldo Moro". Queste commissioni d'inchiesta hanno indagato su fenomeni e accadimenti oggetto anche di indagini e processi.
E si sono rivelate utili per l'attività giudiziaria?
In non pochi casi hanno fornito spunti e impulsi all'azione della magistratura e anche argomentate critiche su indagini e processi. E infine, cosa non marginale, hanno sollecitato al legislatore stesso opportune riforme. Nessuna preclusione quindi che il "primo potere", il Parlamento, indaghi sul "terzo potere", la magistratura.
E quindi qual è il suo giudizio sulla commissione che partirà a breve?
Si tratta di vedere qual è il compito di una Commissione che, come ancora detta l'articolo 82 Costituzione, per il fatto di procedere "alle indagini e agli esami con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell'autorità giudiziaria" deve avere oggetto ben definito. È stato detto che "il Parlamento può fare tutto, tranne che trasformare una donna in uomo e un uomo in una donna". Ma una Commissione d'inchiesta è, appunto, una commissione di "inchiesta". Non è un dibattito parlamentare, non è una analisi sociologica o politologica, non è un seminario di studi.
È questo il rischio che vede?
Quella proposta con atto Camera numero 2565, prima firmataria onorevole Gelmini, è tutto tranne che una "commissione d'inchiesta": lo tradisce già il titolo che ne fissa l'oggetto "sull'uso politico della giustizia". E se non bastasse, basta leggere i compiti attribuiti all'articolo 1: "Lo stato dei rapporti tra le forze politiche e la magistratura" (lettera a) nonché "lo stato dei rapporti fra la magistratura e i media" (lettera b). Temi oggetto in Italia, in Europa e nel mondo di una letteratura sterminata, e bene potrebbero essere oggetto di tesi di dottorato, ove brillanti ricercatori apportino nuovi approfondimenti su temi mai sufficientemente arati. Ma una commissione d'inchiesta è altra cosa.
Teme insomma che la genericità degli obiettivi vanifichi l'iniziativa?
L'articolo 1 della proposta, con l'apparenza di prefigurare indagini su "casi concreti" sembrerebbe voler rientrare nei limiti della commissione d'inchiesta. Ma i "casi concreti" la cui esistenza si dovrebbe accertare riguardano di tutto e di più. "Esercizio mirato dell'azione penale o di direzione od organizzazione dei dibattimenti o dei procedimenti penali in modo selettivo, discriminatorio e inusuale". Quali procedimenti? Scelti a campione? In quali sedi? Sorteggiati?
Dice che non si può lavorare su presupposti simili?
"Mancato o ritardato esercizio dell'azione penale a fini extragiudiziari, in violazione del principio costituzionale dell'obbligatorietà dell'azione penale" (lettera g). Ancora più ampio il campo: esercizio ritardato in quali procedimenti? E soprattutto "mancato esercizio": qui si indaga non su ciò che comunque è stato, ma su ciò che non è stato. Sollecitare tutti i cittadini insoddisfatti a riproporre le loro denunzie? Non è finita qui.
Cos'altro ha notato?
"Influenza esterna nella determinazione di quello che dovrebbe essere il giudice naturale, nella composizione degli organi giudiziari e nella definizione dei calendari, con particolare riguardo ai procedimenti penali nei quali siano coinvolti capi politici e esponenti politici di partiti" (lettera h). Anzitutto selezioni dei procedimenti: "Capi politici", ma perché non anche i peones, e perché non anche gli amministratori locali? E all'esito di questa difficile selezione inizierebbe il compito immane di ridiscutere la competenza territoriale, magari già oggetto di decisione in primo grado, in appello e in cassazione e poi addirittura di riesaminare i calendari di udienza e quindi il presupposto, la complicata materia delle tabelle di composizione degli uffici giudiziari.
Lei stronca senza appello...
Non sono mancate nella storia repubblicana anche recente, commissioni d'inchiesta che non hanno approdato a nulla o che, pur istituite, non hanno di fatto operato. Se questa commissione volesse davvero investigare sui "casi concreti" come sopra in- definiti sarà destinata alla paralisi.
Però è indiscutibile l'urgenza di guardarsi negli occhi e superare la crisi, che dura da trent'anni, nei rapporti fra politica e ordine giudiziario. O no?
Nessuno vuole eludere problemi della giustizia e cadute nella magistratura. Ma vi sono proposte di legge pendenti in Parlamento, e la ministra Cartabia ha istituito una commissione di studio proprio sul tema dell'ordinamento giudiziario e della riforma del Csm. Questi sono temi "concreti" sui quali il Parlamento sarà chiamato a pronunziarsi, e sui quali si aprirà un dibattito e un confronto tra le diverse posizioni. E infine, non credo sia parlar d'altro, il ricordare che sulla nostra affannata macchina della giustizia si sono abbattuti gli ulteriori ritardi e problemi dovuti alla pandemia. Riorganizzare la ripresa che speriamo prossima, portare a regime le esperienze utili di semplificazione indotte dalla pandemia, abbandonare quelle meramente emergenziali. Proporre quali investimenti nel quadro del Recovery si debbano fare per la giustizia. Ecco terreni di impegno ineludibili e urgenti. Molte sono le proposte in campo tra le quali segnalo quella, molto "concreta", elaborata da magistrati, avvocati, professori ed esperti di organizzazione, tradotta nel "Libro Bianco Giustizia 2030", visitabile su www.giustizia2030.it, presentato in questi giorni.
di Valentina Maglione e Bianca Lucia Mazzei
Il Sole 24 Ore, 24 aprile 2021
Percorsi volontari e consensuali sia prima che dopo il processo. La giustizia riparativa entrerà nella riforma del processo penale. L'obiettivo è accrescere la tutela delle vittime di reato attraverso percorsi che coinvolgano anche gli autori dei crimini e riescano a "ricucire" le lacerazioni dei legami sociali e a farsi carico delle conseguenze negative delle violazioni.
di Michele Di Branco
Il Messaggero, 24 aprile 2021
Un piatto da 2,3 miliardi di euro per accorciare i tempi dei processi e rendere più digeribile la giustizia in Italia. Il governo punta a riformare profondamente la macchina penale, civile e tributaria intervenendo anche sull'ordinamento e sul Csm.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 24 aprile 2021
L'arcivescovo Bruno Forte: "Com'è possibile che a 70 anni dalla nostra straordinaria Carta costituzionale, noi continuiamo ad avere una così palese contraddizione con i principi della Costituzione in una struttura che di fatto viene supportata dallo Stato, la magistratura, dalla politica?". Il riferimento è alle "case lavoro", strutture dove vivono recluse persone raggiunte da una misura di sicurezza. Parliamo degli internati, coloro che hanno già finito di scontare la pena ma sono ritenuti ancora socialmente pericolosi.
di Gian Antonio Stella
Corriere della Sera, 24 aprile 2021
Oltre 40 anni dopo lo storico documentario della Rai, sono sempre messe sotto accusa le donne che hanno subito violenza. Come ora nelle parole di Grillo in difesa del figlio. "Mi fijo nun ha fatto niente de male. Nun l'ha ammazzata, 'sta ragazza. Mi fijo è annato a divertisse. Certo che je piaceva pure a llei d'anna' a divertisse...".
Quarantatré anni dopo le parole della madre di uno degli stupratori di gruppo d'una ragazza di Latina, raccontato allora in un famoso documentario Rai, riassumono decenni di processi simili. Dove alla sbarra, come è successo anche col "caso Grillo", rischiano di finire le vittime... Era invelenita, quella madre, quel giorno, davanti alla cinepresa di "Un processo per stupro".
Decisa a difendere con unghie e denti il suo pupone quarantenne accusato con tre amici d'aver attirato con l'offerta di un lavoro una diciottenne disoccupata in una villa di Nettuno dove la ragazza era stata più volte violentata. Macché violenza! Era lei, la novella Circe, ad aver adescato lui perché "se voleva divertì, se no non ci andava con mi fijo, che aveva moglie e un figlio e lei lo sapeva...". Voce di Loredana Rotondo, una delle sei registe del documentario: "Ma se aveva una moglie e un figlio perché ci andava?". "Perché tutti lo fanno! Che, è il primo che lo fa? Suo marito, si ce l'ha, nun ce va?".
Togliete ora gli accenti laziali, la villa sul litorale, il bianco/nero dei filmati di allora: son poi così abissalmente diverse le surreali scusanti accampate da quella madre popolana dell'Agro Pontino da quelle sbraitate l'altro giorno nel web da Beppe Grillo in difesa del figlio e dei suoi tre amici accusati di uno stupro di gruppo nella villa in Costa Smeralda? "... non è vero niente, che c'è stato uno stupro, non c'è stato niente... una persona che viene stuprata la mattina il pomeriggio va in kytesurf e dopo otto giorni fa la denuncia... c'è un video in cui si vede che c'è un gruppo che ride, ragazzi di 19 anni che si divertono e ridono in mutande e saltellano con il pisello, così... perché sono quattro coglioni...". Insomma, quasi una ragazzata...
Colpevoli? Innocenti? Decideranno i giudici. Ma l'ennesimo ricorso alla difesa degli accusati basata sulla sistematica demolizione della vittima, senza un'incertezza, un dubbio, un accenno alle troppe donne annientate da stupri simili, dimostra una volta di più quanto la storia, spesso, non riesca affatto a essere "magistra vitae". Tanto più se non viene solo dimenticata. Ma rimossa. Abolita. Cancellata.
Come è accaduto appunto al documentario "Un processo per stupro", girato nel '78, trasmesso dalla Rai in una tarda serata dell'aprile '79 e accolto da un successo così impattante (tre milioni di telespettatori) da guadagnarsi a furor di popolo una nuova messa in onda in prima serata con una audience addirittura triplicata. Quanto sarebbe bastato a qualunque programma per venire riproposto chissà quante volte in tivù se non fosse stato azzoppato da una sentenza. La quale accolse la pretesa di qualche avvocato che, finalmente a disagio per i toni, le battute da bordello, le insinuazioni usate mettendo alla sbarra la ragazza anziché i suoi stupratori, condannati in primo grado (per delitto contro la moralità pubblica, non contro la persona!) a pene risibili con la condizionale e a un risarcimento miserrimo (mezzo milione di lire a testa: 1.789 euro attuali), chiese il diritto all'oblio. Niente più nomi, niente più facce, niente più indignazione...
Risultato: da quel momento quel documento adottato come una preziosa testimonianza perfino dal MoMA di New York e girato dalle registe Maria Grazia Belmonti, Anna Carini, Rony Daopulo, Paola De Martiis, Annabella Miscuglio e la già citata Rotondo, è sparito da tutti i palinsesti vita natural durante. Come fosse una versione più spinta di Ultimo tango. O uno "snuff movie" dove le vittime sono uccise davvero. Peccato. Perché quelle parole usate da quei legali, oggi visibili solo in spezzoni su YouTube, hanno ancora, nella loro strafottenza machista, molto da dire.
Esempi: "Avete cominciato a scimmiottare l'uomo. Voi portavate la veste, perché avete i pantaloni? Avete cominciato col dire "abbiamo parità di diritto, perché io alle nove di sera debbo stare a casa, mentre mio marito il mio fidanzato mio cugino mio fratello mio nonno mio bisnonno vanno in giro?" (...) Voi avete voluto uscire! Se questa ragazza si fosse stata a casa, presso il caminetto, non si sarebbe verificato niente".
"La violenza c'è sempre stata (...). Non la subiamo noi uomini? Non la subiamo noi anche da parte delle nostre mogli? Oggi per andare fuori ho dovuto portare con me l'avvocato (...) e l'avvocato (...), testimoni che andavo a pranzo con loro, sennò non uscivo di casa. Non è una violenza questa?".
"Le donne! Le abbiamo sempre considerate, cediamo loro il posto sul tram, non facciamo confidenze se qualcuna ci concede i suoi favori... Di più: non disprezziamo la prostituzione che in tempi lontani, o anche vicini, ci può aver visto partecipi di momenti di piacere...".
"Signori miei, una violenza carnale con fellatio può esser interrotta con un morsetto. L'atto è incompatibile con l'ipotesi di violenza. Tutti e quattro avrebbero incautamente abbandonato nella bocca della loro vittima il membro... Lì il possesso è stato esercitato dalla ragazza sui maschi, dalla femmina sui maschi. È lei che prende, (...) sono loro passivi, inermi, abbandonati, nelle fauci avide di costei!". Una schifezza.
Dirà l'avvocato Tina Lagostena Bassi, formidabile nemica di quei metodi: "Le parole pronunciate dagli avvocati si commentano da sole. E spingono le vittime a non denunciare i propri carnefici per non subire esse stesse un processo e passare da accusatrici a accusate". C'è bisogno di rivederlo, quel documento storico. Non è possibile sulla tivù pubblica? Si scelga una sede di prestigio. Di cultura alta. Un museo. Una galleria. Ma va tirato fuori, per aiutare tutti a capire, dai sotterranei dov'è stato sepolto.
atnews.it, 24 aprile 2021
"Il modo migliore per evitare che il tempo di detenzione sia un 'tempo sprecato' è fare in modo che il detenuto, pur sapendo di essere in detenzione, non senta di esserlo". Con questa riflessione di Fedor Dostoevskij ha preso il via il convegno "Tempo perso? Il ruolo del carcere nei percorsi trattamentali di sex-offenders e maltrattanti", organizzato e moderato dal garante regionale delle persone detenute Bruno Mellano.
"Un'occasione - ha sottolineato Mellano - per riflettere su esperienze e buone pratiche nell'ambito dei trattamenti previsti in ambito carcerario per le persone detenute per reati da 'codice rosso', anche alla luce del fatto che la legge finanziaria nazionale ha previsto nel bilancio 2 milioni di euro annui, per il triennio 2021-2023, per garantire e implementare la presenza di professionalità psicologiche esperte all'interno degli Istituti penitenziari per consentire un trattamento intensificato cognitivo-comportamentale nei confronti degli autori di reati contro le donne e per la prevenzione della recidiva".
È intervenuta la responsabile dell'Ufficio detenuti e trattamento del Provveditorato dell'Amministrazione penitenziaria regionale Catia Taraschi, che ha fatto presente come al momento, nelle carceri piemontesi "siano presenti complessivamente 373 maltrattanti e sex offenders: 173 al Lorusso e Cutugno di Torino, 106 a Biella, 49 a Vercelli, 11 a Ivrea, 10 a Cuneo, 6 rispettivamente al San Michele e al Don Soria di Alessandria, 4 a Verbania, 3 rispettivamente a Fossano e a Novara e 2 ad Asti. E ha sottolineato "l'importanza dello stanziamento statale, che consentirà di implementare gli interventi già attivi sul territorio e, soprattutto, di prevederne di nuovi per averne almeno uno in ogni sezione che ospita questa tipologia di detenuti".
Dea Demian Pisano, assistente sociale ed esperta presso l'Ufficio del garante regionale della Campania ha raccontato un progetto messo in atto con 17 sex offenders del carcere di Poggioreale (Na) osservando che "in alcuni casi non si rendevano pienamente conto del male compiuto per via dei pregiudizi e delle mentalità in cui sono cresciuti. "Avere avuto la possibilità di avvicinarli e confrontarsi - ha concluso - ha contribuito a modificare il loro punto di vista".
La coordinatrice della formazione e dei progetti speciali del dipartimento di salute mentale dell'Asl Roma 1 Adele Di Stefano ha sottolineato che "non è detto che tutti i trattamenti siano validi per tutti i tipi di detenuti che hanno commesso questi tipi di reato, ma per l'Italia l'importante è cominciare, dal momento che è ancora piuttosto indietro rispetto a molti Paesi d'Europa" e la necessità "di imparare a lavorare in rete a cominciare dai Tribunali, dagli avvocati e dal Servizio sanitario regionale. Se non cominciamo ora che ci sono le possibilità, anche economiche, per farlo, rischiamo di perdere un'occasione importante".
Il presidente del Centro italiano di promozione della mediazione (Cipm) di Milano Paolo Giulini ha evidenziato la necessità che "la pena, soprattutto in questo ambito, sia utile ed efficace. E l'Ue insiste sulla necessità che la pena non sia solo retributiva, ma 'riparativa del sé e delle relazioni future che l'autore del reato intratterrà al termine della pena' e miri a far comprendere appieno il male commesso nei confronti delle vittime".
Georgia Zara, docente del dipartimento di Psicologia dell'Università di Torino e vicepresidente dell'Ordine degli psicologi del Piemonte, ha sottolineato che "il reato sessuale non è una 'questione privata', non ha nulla a che fare con il desiderio di contatto con la vittima" e ha illustrato il progetto pilota "Sorat" destinato a chi ha commesso reati sessuali ed è recluso nell'Istituto Lorusso e Cutugno di Torino.
Al portavoce dei garanti territoriali Stefano Anastasia, garante dei detenuti del Lazio e dell'Umbria e docente del dipartimento di Giurisprudenza dell'Università di Perugia, cui è stata affidata la conclusione dei lavori, ha messo in guardia sul fatto che "si tratta di una sfida ardua, poiché non di rado la pena detentiva è 'condanna al tempo perso', ma non impossibile, orientando la prospettiva entro cui operare alla rieducazione dell'autore di reato, alla tutela della vittima del reato e alla prevenzione di comportamenti d'inciviltà una volta scontata la pena.
di Gianni Vigoroso
ottopagine.it, 24 aprile 2021
L'appello. "Onorevole ministra, in questi mesi l'epidemia di Coronavirus ha messo in luce, ancora di più, i problemi cronici che attanagliano la realtà degli istituti penitenziari. Il Covid-19 ha certamente peggiorato le condizioni dei detenuti: diminuzione drastica delle visite, dei permessi, flessione delle relazioni con il mondo del volontariato, della cultura, della formazione, annullamento delle possibilità per l'inserimento lavorativo.
E' la lettera che sarà presentata domani, 24 aprile, alle ore 10,30, da don Franco Esposito, responsabile del Centro pastorale carceraria della diocesi di Napoli, padre Alex Zanotelli, missionario comboniano, e Samuele Ciambriello, garante campano delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, al ministro della Giustizia, Marta Cartabia.
"Da ciò scaturisce la considerazione che, per affrontare la crisi indotta dalla pandemia, non si può prescindere dal fatto che il carcere è un insieme di persone, una comunità appunto, nella quale contano le condizioni di ogni singola persona, sia essa un operatore penitenziario che un detenuto o un volontario".
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