inscenaonlineteam.net, 19 gennaio 2021
Fondato a Urbania il 15 e 16 gennaio 2011, in occasione dei lavori dell'undicesimo convegno promosso dalla Rivista europea "Catarsi-Teatri delle diversità", oggi riunisce oltre cinquanta esperienze da 15 regioni italiane ed è stato riconosciuto come buona pratica dall'International Theatre Institute dell'Unesco che, nella stessa sede del convegno, ha collaborato all'istituzione dell'International Network Theatre in Prison nel 2019.
Il Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere (www.teatrocarcere.it) è presieduto da Vito Minoia, esperto di Teatro educativo inclusivo all'Università degli Studi di Urbino Carlo Bo e direttore della Rivista di Educazione e Formazione "Cercare-carcere anagramma di" che affianca dal 2017 la rivista-madre "Catarsi-teatri delle diversità" fondata nel 1996 con Emilio Pozzi e la partecipazione significativa di Claudio Meldolesi. Dopo le prime dieci edizioni del convegno organizzate a Cartoceto, sempre in provincia di Pesaro e Urbino, nel 2011 a Urbania furono ricordate proprio le figure di Meldolesi scomparso nel 2009 (al quale si ispirava il titolo dell'iniziativa "Immaginazione contro Emarginazione") e di Pozzi, scomparso nel 2010, fino a quel momento direttore della pubblicazione. Giuliano Scabia, anch'egli figura di riferimento per il convegno e la rivista, dedicò loro il racconto-evento "Scala e sentiero cercando il Paradiso" sugli anni di apprendistato con i suoi allievi all'Università di Bologna.
Diversi i traguardi raggiunti dalla Rete italiana del teatro in carcere. Ne annoveriamo alcuni, sicuri che possano essere d'auspicio per nuovi obiettivi di carattere artistico e pedagogico da ricercare, come sempre, in un innovativo orizzonte politico e democratico tra i diversi soggetti coinvolti nel tempo, a partire dai tanti detenuti e detenute (compresi anche i minori sottoposti a provvedimenti dell'autorità giudiziaria), fino agli operatori teatrali e agli operatori penitenziari passando per insegnanti, studenti, universitari in formazione.
Nel 2012 nasce a Firenze la Rassegna/Festival nazionale "Destini Incrociati", l'evento annuale itinerante per eccellenza più partecipato giunto alla settima edizione; del 2013 è il primo triennale Protocollo d'Intesa per la promozione del teatro in carcere con il Ministero della Giustizia (prima con l'Istituto Superiore di Studi Penitenziari, poi con il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria e il Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità) al quale aderisce nel 2015 anche l'Università Roma Tre (Intesa rinnovata nel 2016 e nel 2019).
Nel 2014 è avviata la Giornata Nazionale del Teatro in Carcere in concomitanza con il World Theatre Day (27 marzo) promosso dall'ITI-Unesco: all'ultima edizione che ha preceduto la pandemia, la sesta-nel 2019, hanno concorso alla riuscita dell'evento 102 iniziative in 64 istituti penitenziari ed altri contesti esterni con la partecipazione di Enti pubblici e privati di 17 regioni italiane. Dal 2015, grazie al sostegno del Ministero per i Beni e le Attività Culturali il Progetto Destini Incrociati si articola anche in diverse iniziative territoriali che coinvolgono in rete 22 partners di 10 regioni.
Nel 2017 si dà vita al Premio Internazionale Gramsci, preludio della nascita nel 2019 dell'International Network Theatre in Prison (www.theatreinprison.org) con la celebrazione del World Theatre Day (26 marzo 2019) nell'istituto penitenziario di Pesaro grazie al Teatro Universitario Aenigma e all'ITI Italia anziché presso il Quartier generale Unesco di Parigi. Del 2020 invece è il Premio Speciale internazionale "Books for Peace" per l'impegno sociale promosso da una rete di associazioni affiliate all'Unesco.
Per la ricorrenza dei dieci anni, in segno di condivisione, sul sito www.teatridellediversita.it in libero accesso, sono stati pubblicati la diretta Zoom e diversi materiali multimediali relativi al XXI Convegno internazionale che la rivista "Catarsi-Teatri delle diversità" con il titolo "Dialoghi tra pedagogia, teatro e carcere" ha organizzato online il 29-30-31 ottobre 2020, a seguito dell'impossibilità di tenere in presenza l'evento. Parallelamente sabato 16 gennaio 2021 arriva la bella notizia del Primo Premio del Ministero dell'Interno di Madrid per lo spettacolo "Al limite" rappresentato un anno fa dai detenuti del carcere di Las Palmas (Gran Canarie) a conclusione di un progetto dedicato alla genitorialità positiva in carcere, grazie all'Associazione Hestia, all'Università di Las Palmas e alla collaborazione dell'Associazione Voci Erranti operante nel carcere di Saluzzo (Cuneo), diretta da Grazia Isoardi, tra gli organismi fondatori del Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere. Il Gruppo di Progettazione intero del CNTiC costituito, oltre che da Vito Minoia e Grazia Isoardi, anche da Ivana Conte (Associazione nazionale Agita), Gianfranco Pedullà (Teatro Popolare d'Arte), Valeria Ottolenghi (Associazione nazionale critici di teatro), Michalis Traitsis (Balamòs Teatro), Valentina Venturini (Università Roma Tre) ringrazia quanti hanno collaborato affinché in questi dieci anni si siano raggiunti così tanti risultati significativi operando con un grande senso comune di libertà, partecipazione e confronto e invita tutte le persone interessate a seguire le prossime attività, a partire dalla Giornata-evento dedicata alla Rassegna/Festival nazionale "Destini Incrociati" (settima edizione) programmata a Roma nella prossima Primavera (data da definire - informazioni in progress anche sulla pagina Facebook "Coordinamento nazionale teatro in carcere").
Il CNTiC inoltre richiama l'attenzione, già ripetutamente richiesta agli Stati membri da parte del Consiglio d'Europa per i Diritti Umani, affinché siano adottate misure che non comprimano i diritti fondamentali di detenute e detenuti nel momento di contrasto alla diffusione del Covid-19, entrato in molti istituti di pena (ricordiamo a riguardo anche le varie iniziative a favore della priorità di vaccinazione in carcere).
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 19 gennaio 2021
"Non è un tempo vuoto" è il tema che attraversa i mesi di un calendario realizzato nel carcere di Siena, dai partecipanti al laboratorio artistico. Un progetto pensato per stimolare le creatività dei detenuti durante la pandemia periodo in cui i timori per il contagio da Covid-19 e il ridursi di contatti con l'esterno hanno rischiato di compromettere l'adesione dei detenuti ai percorsi rieducativi.
Dodici tavole e altrettante riflessioni su come riempire di contenuti, emozioni e significati il tempo del carcere ma anche ogni situazione - come quella che abbiamo vissuto durante il lockdown e che, in parte, continuiamo a vivere - in cui spazi e libertà sono ridimensionati. Non a caso nella pagina di gennaio è scritto che "i disegni sono un messaggio di speranza per il futuro, un saluto, un segno di vicinanza verso l'esterno, ma al tempo stesso un trionfo di colori, quasi un inno alla vita e alla rinascita".
Il tempo in carcere non è vuoto se, afferma la didascalia del mese di giugno, si coltivano emozioni, sogni e creatività anche grazie all'arte "che permette a tutti di realizzarsi grazie al linguaggio della fantasia". La stampa del calendario, sia pure in un numero limitato di copie, è stata realizzata grazie al contributo della Camera Penale di Siena e Montepulciano.
Il Secolo XIX, 19 gennaio 2021
È aperto ai volontari già attivi, agli aspiranti volontari e anche a chi semplicemente vuole saperne di più, di quel mondo a parte che è il carcere, il corso on fine gratuito in dieci incontri "Il volontariato nell'ambito della giustizia penale" organizzato dalla rete tematica carcere del Celivo e in partenza martedì 26 gennaio.
"In questo momento difficile, dopo il blocco totale delle attività di volontariato in carcere durante il lockdown e una ripresa ai minimi termini in seguito, le associazioni hanno deciso di non restare immobili e di investire sulla formazione" spiega Diego Longinotti, coordinatore della rete tematica. Aggiungendo che "la formazione è imprescindibile per le attività in carcere, che ha regole specifiche". Toccando molti temi dell'esecuzione penale e molte categorie di detenuti - uomini, donne, giovani, genitori, stranieri e persone con malattie o dipendenze - il corso può essere utile anche a chi è già attivo in un settore specifico.
"Lo prova il grande numero di iscrizioni, da tutta Italia, oltre cento, a una settimana dall'inizio delle lezioni". Gli incontri, che abbinano nozioni tecniche e teoriche e testimonianze di persone direttamente coinvolte nelle relazioni di aiuto nei penitenziari liguri, iniziano con il tema "Il senso della pena. Inquadramento teorico, finalità educativa".
Ne parleranno, appunto il 26 dalle 17.30 alle 19.30, Ornella Favero, presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia e il magistrato di sorveglianza Fabio Gianfilippi. A seguire, il mondo del carcere e le alternative alla detenzione, le esperienze delle associazioni attive nelle case circondariali di Marassi e Pontedecimo, le varie categorie di detenuti, alcuni dei quali porteranno la loro testimonianza. Fra i relatori, la direttrice di Marassi Maria Milano, l'avvocata Elena Fiorini, il docente di diritto penitenziario Massimo Ruaro.
Gli incontri si svolgono sulla piattaforma Zoom Pro ogni martedì dalle 17.30 alle 19.30. L'iscrizione, sul sito del Celivo, è obbligatoria. Info 0105956815 e
di Francesco Caia* e Roberto Giovene Di Girasole**
Il Dubbio, 19 gennaio 2021
La Giornata internazionale dell'Avvocato in pericolo, che si celebra il 24 gennaio di ogni anno, costituisce una importante occasione per far conoscere le gravissime violazioni dei diritti umani nel mondo, perpetrate attraverso violenze, minacce e ritorsioni contro i naturali difensori dei diritti fondamentali, gli Avvocati.
Una triste contabilità quella degli avvocati perseguitati solo perché colpevoli di difendere, senza compromessi, dissidenti politici, persone impegnate nella lotta per l'affermazione dei diritti civili, oppure popolazioni indigene dall'accaparramento di suoli da destinare allo sfruttamento economico. Come è noto ogni anno, in occasione della ricorrenza, si pone al centro dell'attenzione un Paese diverso e, per il 2021, si è deciso di fare un focus sulla situazione in Azerbaijan.
Il Consiglio Nazionale Forense ha organizzato per lunedì 25 gennaio, alle ore 15,00, una conferenza da remoto, in diretta streaming, alla quale parteciperanno un avvocato ed una avvocata azeri, che daranno la loro testimonianza sulle ritorsioni che subiscono gli avvocati che osano esercitare con indipendenza la loro professione, nel rispetto delle regole dello stato di diritto e della convenzione europea dei diritti dell'Uomo, sottoscritta dallo Stato Azero.
In Azerbaijan gli avvocati sono soggetti ad intimidazioni attraverso la loro sottoposizione a procedimenti penali, azioni disciplinari e altre misure amministrative. La radiazione dall'albo degli avvocati che lavorano per la protezione dei diritti umani, le azioni penali, le perquisizioni e le misure come il congelamento dei loro beni fanno parte del più ampio quadro di intimidazioni diffuse nei confronti dei difensori dei diritti umani, che include non solo gli avvocati, ma anche i giornalisti, le ONG o tutti coloro che sono equiparati a degli oppositori.
Uno dei casi più conosciuti è quello di Intigam Aliyev, un avvocato molto apprezzato per la sua attività professionale tesa a difendere le vittime della repressione governativa e presidente della "Legal Education Society", una organizzazione non governativa. Ha collaborato con molte organizzazioni internazionali e con il programma di formazione in materia di diritti umani "Help" del Consiglio d'Europa.
Nel 2005 è stato radiato dall'albo ma ciò non gli ha impedito di continuare il suo lavoro di assistenza di persone che sono state perseguitate politicamente per diversi decenni. È stato arrestato nel 2014 e, nell'aprile dell'anno successivo condannato a sette anni e mezzo di reclusione e a tre anni di interdizione da alcuni incarichi e attività dopo essere stato giudicato colpevole di appropriazione indebita, attività illegali in gruppi organizzati, evasione fiscale, abuso di potere e falsificazione di dati in documenti ufficiali. Nel 2015 gli è stato conferito il premio del Consiglio degli Ordini forensi europei (CCBE) per i diritti umani.
Nel 2018 la CEDU ha condannato l'Azerbaijan per violazione dell'articolo 3 della Convenzione in relazione alle condizioni di detenzione dell'avvocato Intigam Aliyev e per violazione dell'articolo 5, in relazione all'assenza di motivi plausibili di sospettare che egli avesse commesso i reati per i quali era stato arrestato.
La vicenda azera si inserisce in un contesto molto più ampio, a livello mondiale, di intimidazioni, violenze, arresti arbitrari e condanne ingiuste a carico di avvocati. In questo quadro, purtroppo, l'anno che si è appena concluso è stato segnato dalla morte, in stato di detenzione della collega turca Ebru Timtik, per il rigetto di tutte le istanze dei difensori che ne chiedevano la scarcerazione per poterla adeguatamente curare, dopo 238 giorni di sciopero della fame, da Lei condotto per richiedere il rispetto dello stato di diritto, l'indipendenza dei giudici e nonostante tutti gli appelli, le iniziative di solidarietà del Cnf, della avvocatura internazionale, dell'Oiad, del CCBE, e la mobilitazione degli Ordini italiani e di tanti di colleghi avvocati, a titolo personale. Ebru Timtik era una collega colta ed impegnata in importanti processi, sempre in difesa dei lavoratori e dei diritti, ingiustamente condannata a termine di un processo caratterizzato gravissime violazioni delle regole dei principi dell'equo processo.
Una vicenda tristemente emblematica di un periodo storico segnato dalla repressione di ogni dissenso anche in Paesi come la Turchia, componente del Consiglio d'Europa e firmataria, come l'Azerbaijan, della Convezione dei diritti dell'uomo.
In Turchia una larga amnistia concessa per ridurre il sovraffollamento carcerario ha visto l'esclusione di tutti i detenuti poli- tici, tra i quali gli avvocati. Un anno segnato anche dalla pandemia che, se ha reso difficile se non impossibile l'attività di osservazione dei processi all'estero, condotta dal Cnf, dall' Osservatorio degli avvocati in pericolo (Oiad) e dall'avvocatura internazionale, non ha fermato l'attenzione e la solidarietà ai colleghi ingiustamente processati e detenuti, anche attraverso la pressione sui Governi.
Le ritorsioni contro gli avvocati Azeri che esercitano la professione con indipendenza, nel tentativo di ridurli al silenzio, esercitate anche attraverso la loro radiazione dall'albo professionale, pone al centro dell'attenzione il tema della indipendenza dell'Avvocatura, del rispetto del diritto della difesa e del segreto professionale.
Il ruolo dell'avvocato è oggi sotto attacco, sia pure con modalità assai diverse, a tutte le latitudini. Viene messo in discussione anche nei Paesi democratici, da parte di chi sostiene politiche populiste e la strumentalizzazione delle indagini penali, i cui risultati vengono già proposti all'opinione pubblica come fossero sentenze di condanna, senza attendere lo svolgimento dei processi e l'acquisizione delle prove nel contraddittorio delle parti.
Nei mesi scorsi in Turchia, nonostante le manifestazioni pubbliche e le proteste degli avvocati, intralciate dalla polizia, che ha anche fermato per alcune ore una marcia di protesta degli avvocati ad Ankara, è stata approvata una legge di modifica del sistema elettorale degli ordini forensi, allo scopo di ridurne l'autonomia, soprattutto di quelli più grandi, vale a dire Ankara, Istanbul ed Izmir. Occorre quindi impegnarsi sempre di più per difendere il ruolo dell'Avvocato ed i principi del giusto processo.
Il Consiglio Nazionale Forense ha sottoscritto un appello a sostegno del libero esercizio della professione di Avvocato in Azerbaijan ed il Dubbio pubblicherà il 23 gennaio un inserto speciale di otto pagine, per raccontare delle repressioni e delle violenze contro gli avvocati non solo in Azerbaijan ma anche in altri stati, tra i quali l'Egitto e la Cina, e l'impegno del Consiglio Nazionale Forense su questi temi, con articoli redatti anche dai componenti della commissione diritti umani.
*Consigliere Cnf, coord. Commissione diritti umani e Rapp. Int./Mediterraneo
**Componente della Commissione Rapp. Int./Meditterraneo
di Francesca Santolini
La Stampa, 19 gennaio 2021
La novità è contenuta nei decreti sicurezza approvati il 18 dicembre scorso. E riguarda un esercito di essere umani in fuga da catastrofi naturali, dalla perdita di territorio dovuta all'innalzamento del livello del mare, da siccità e desertificazione, da conflitti per l'accaparramento delle risorse idriche o energetiche.
L'Italia apre le porte ai migranti climatici. Potranno anche loro usufruire del trattamento riservato a chi fugge per guerre o carestie, e ha diritto alla protezione umanitaria. La novità è contenuta nei decreti sicurezza approvati il 18 dicembre scorso. Chi sono i migranti climatici? Si tratta di un esercito di essere umani in fuga da catastrofi naturali, dalla perdita di territorio dovuta all'innalzamento del livello del mare, da siccità e desertificazione, da conflitti per l'accaparramento delle risorse idriche o energetiche.
Le migrazioni ambientali derivano dalla sovrapposizione di società instabili ed ecosistemi fragili e sono al momento per lo più migrazioni interne (cosiddetti flussi sud-sud). Le persone sono spinte a partire perché non riescono più a sopravvivere nei loro luoghi d'origine, non hanno più accesso a terra, acqua e mezzi di sussistenza. La migrazione è in sostanza una forma estrema di adattamento. L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati stima che, entro il 2050, circa 200-250 milioni di persone si sposteranno per cause legate al cambiamento climatico. Questo significa che in un futuro non troppo remoto, una persona su quarantacinque nel mondo sarà un migrante ambientale.
Eppure dal punto di vista del diritto internazionale, i profughi climatici sono una categoria pressoché inesistente. Le persone che migrano per ragioni ambientali o fuggono da eventi climatici estremi, oggi sono fantasmi e vengono presentati come migranti economici: il loro ingresso è dunque soggetto al consenso del Paese che li riceve. Comincia però a farsi strada nel nostro ordinamento, il riconoscimento giuridico di questa categoria. Con i nuovi decreti sicurezza, approvati lo scorso 18 dicembre, oltre ad essere stata reintrodotta la protezione umanitaria, è stato ridisegnato il permesso di soggiorno per calamità naturale.
Il presupposto per la concessione del permesso non è più lo stato di calamità "eccezionale e contingente" del paese di origine, ma la semplice esistenza in tale paese di una situazione grave dal punto di vista ambientale e non necessariamente contingente. Secondo Carmelo Miceli, deputato e responsabile sicurezza del Partito Democratico, già relatore del Decreto Immigrazione si tratta di "un adeguamento dell'ordinamento necessario a tenere il passo con i mutamenti delle esigenze della popolazione mondiale. Dovremmo riconoscere sempre di più la questione climatica come un fenomeno geopoliticamente condizionante. Il tema, per esempio, della desertificazione nel Sahel è un tema con il quale ci stiamo già confrontando e ci confronteremo sempre di più".
A confermare il ruolo primario delle variazioni climatiche nei flussi migratori che si muovono dal Sahel africano verso l'Italia è un recente studio pubblicato sulla rivista internazionale "Environmental Research Communications" dell'Istituto sull'inquinamento atmosferico del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Iia). Secondo lo studio, già oggi la prima causa di gran parte del flusso migratorio verso l'Italia è causato da fenomeni meteo-climatici che rappresentano uno dei vettori principali degli spostamenti di massa.
Dalla fascia del Sahel, che coincide con la fascia della desertificazione, arrivano nove migranti su dieci di quelli che giungono in Italia attraverso la rotta mediterranea. In quell'area l'agricoltura è fortemente dipendente dalle variazioni climatiche e trasforma l'esodo in una vera e propria lotta per la sopravvivenza. Raccolti sempre più poveri, siccità e ondate di calore mettono a dura prova il sistema agricolo, unica fonte di sostentamento, facendo abbassare drasticamente l'offerta di cibo. Ma non è tutto. Anche il flusso migratorio proveniente dal Bangladesh, uno dei paesi più colpiti dalle conseguenze del cambiamento climatico, è notevolmente aumentato negli ultimi anni. Stando ai dati diffusi dal Viminale, i bengalesi sono il terzo gruppo più numeroso proveniente dalle rotte del Mediterraneo, mentre fino a qualche anno fa non comparivano neanche tra i primi dieci nel nostro Paese. Per anni abbiamo parlato di emergenza migranti ignorandone la principale causa, riconoscerla è un primo passo alla ricerca di soluzioni tanto complesse quanto indispensabili.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 19 gennaio 2021
La pretesa del magistrato di farsi storiografo e sociologo è la base di tanti errori e sconfitte. L'ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone cerca di spiegare la differenza tra fenomeni come la mafia e la corruzione. Contro la prima il magistrato deve "lottare", scrive. Ma la differenza tra un pm che indaga sul singolo individuo in relazione a uno specifico reato e quello che indossa la veste del condottiero è quella che contrappone lo Stato liberale allo Stato etico
Il magistrato può "lottare" contro i fenomeni di devianza della società o deve limitarsi ad accertare la singola responsabilità del singolo individuo su ogni specifico fatto? Contro la mafia si lotta, contro la corruzione si applica la legge, è la risposta. Non è un quesito banale, quello che pone, sulla Stampa di ieri, un ex alto magistrato come Giuseppe Pignatone, che occupò il più alto scranno della procura di Roma. Pone un problema che molti, evidentemente, hanno posto a lui. Ma non dice quel che sta dietro la domanda, cioè quello che divide lo Stato liberale, con la supremazia del diritto e la libertà dell'individuo, dallo Stato etico, Giudice assoluto del bene e del male per l'individuo e per la collettività. Questo è il punto vero.
Nessun magistrato, e men che meno uno illuminato come Pignatone, lo ammetterà mai, ma la differenza tra un pubblico ministero che indaga sul singolo individuo in relazione a uno specifico reato e quello che indossa la veste del condottiero (come sono i cosiddetti magistrati "antimafia") in lotta per sgominare i fenomeni criminali, è proprio quella che separa e contrappone lo Stato liberale allo Stato etico. Naturalmente il dottor Pignatone non pone la questione sul piano filosofico, ma giuridico.
E cerca di spiegare la differenza tra fenomeni come la mafia e la corruzione. Come se la prima fosse un'entità che si può solo abbattere con gli strumenti della forza (la lotta del Bene contro il Male) e la seconda con gli strumenti ordinari dello Stato di diritto. Perché contro la mafia il magistrato deve "lottare", scrive poi l'ex procuratore. Lo sappiamo almeno fin dai tempi del maxiprocesso di Palermo, che non sarebbe stato possibile se non partendo dal portare a giudizio l'intero vertice di Cosa Nostra. Con responsabilità spesso "oggettive", si potrebbe obiettare, ricordando come proprio quello sia stato un punto di dissenso anche all'interno degli stessi giudici, tra quelli del primo e quelli del secondo grado. Perché se è vero che la mafia ha le sue strutture organizzative, i suoi giuramenti, le sue regole di funzionamento, non è detto che queste debbano essere conosciute e approfondite prima di individuare rei e reati. La pretesa da parte del magistrato di farsi storiografo e sociologo è la base di tanti errori e tante sconfitte per esempio nelle indagini su reati imputati ad esponenti della 'ndrangheta in Calabria.
Quando il procuratore Gratteri getta la rete per la pesca a strascico, con l'uso smodato del reato associativo (spesso anche il concorso esterno) e la pretesa di arrivare fino a chissà quali sepolcri nascosti, crea solo un grande polverone in cui nessun giudice, se non sarà subalterno, sarà in grado di compiere il proprio dovere.
E c'è un'altra questione. Il pubblico ministero non risponde a nessuno delle proprie azioni, non all'elettorato né al Parlamento o al governo. In nome di quale scelta di politica criminale dovrebbe quindi "lottare"? Da bravo funzionario dello Stato dovrebbe limitarsi a fare il proprio dovere, svolgendo indagini ogni volta che acquisisce una notizia di reato. Ma in Italia, al contrario di quanto accade negli altri Paesi dell'occidente, l'intera corporazione dei magistrati è contraria alla separazione delle carriere tra chi accusa e chi giudica e soprattutto vede come il diavolo la possibilità che il pubblico ministero debba render conto delle sue azioni agli elettori o al ministro di giustizia.
È inutile girarci intorno, gratta gratta esce sempre la lotta del Bene contro il Male. Che è poi la stessa filosofia, banalizzata da coloro che volevano assaltare il Parlamento per aprirlo come una scatoletta di tonno, che ha prodotto una legge come la "Spazza-corrotti", che ha equiparato i reati contro la Pubblica Amministrazione a quelli di terrorismo e di mafia. Del resto, che differenza c'è tra il concetto di "spazzar via" e quello di "lottare contro"?
Di questa normativa del 2019, così come della "Legge Severino" del 2012 e dell'utilizzazione del trojan, il procuratore Pignatone attribuisce ogni responsabilità al Parlamento che le ha votate (ma non dovrebbe essere sempre così?) piuttosto che alla magistratura che le applica. Ne prende le distanze, si intuisce dal suo scritto, proprio perché considera la corruzione un fenomeno qualitativamente e storicamente diverso rispetto alla mafia.
Ma tutta l'impalcatura del suo ragionamento si incrina prima di tutto sul fatto che ormai siamo in presenza di una folta giurisprudenza in tema di mafia che sta acquisendo sempre più vigore di legge, come per esempio nel caso di quell'abominio che si chiama "concorso esterno in associazione mafiosa".
E poi perché, se il pubblico ministero debba essere autorizzato (da chi? non certo dalla Costituzione) a debordare dal suo ruolo principe di indagatore per diventare storico e storiografo (Gratteri pretende persino di fare lo psicologo) e sociologo per capire un intero settore di società criminale per poi poterla "combattere", perché non potrebbe arrogarsi il diritto di farlo anche, come piace a una parte del Parlamento, nei confronti di altri ambienti come quelli in cui si sviluppa la corruzione? Si domandi, dottor Pignatone, perché il suo articolo sulla Stampa sia stato titolato (non da lei) "Perché le toghe combattono la corruzione".
di Francesco Semprini
La Stampa, 19 gennaio 2021
Anche Bannon e Giuliani nella lista dei "perdonati". L'Fbi cerca infiltrati tra i militari presenti all'inauguration. Monitorato il raduno di estremisti vicini al presidente uscente. Arrestato un soldato.
Donald Trump si appresta a trascorrere l'ultimo giorno da inquilino della Casa Bianca sullo sfondo di una Washington blindata per i rischi di azioni ostili da parte dei trumpisti radicali durante la cerimonia di insediamento di Joe Biden.
Il quale ha annunciato le prime misure da varare nella veste di nuovo comandante in capo, in primis la sospensione delle esecuzioni federali, ripristinate dal predecessore dopo una pausa di 17 anni. Il clima di tensione lo hanno vissuto ieri i cittadini della capitale quando del fumo si è alzato non lontano dalla zona dal Congresso teatro dei fatti del 6 gennaio e dell'inaugurazione di domani: solo un falso allarme ma i timori permangono.
"Nessuna minaccia per il pubblico", assicura il Secret Service (che provvede alla sicurezza delle alte cariche dello Stato), mentre controlli a tappeto sono stati condotti dal Fbi sui 25 mila militari della Guardia Nazionale dispiegati nella capitale per prevenire l'azione di infiltrati. Visto il congruo numero di elementi delle forze di sicurezza, ex o in servizio, presenti nel mucchio selvaggio del Capitol. Due giorni fa un contractor militare di nome Wesley Beeler, 31 anni, è stato fermato e arrestato mentre tentava di entrare nella capitale con un permesso di dubbia validità ed in possesso di un'arma da fuoco e caricatori con 500 colpi.
A sud di Washington, nella vecchia capitale confederata di Richmond, in Virginia, è inoltre in corso la grande adunanza dei ribelli filo-trumpisti in occasione dell'Annual Gun Rally, la manifestazione per il sostegno al Secondo emendamento. Presenti elementi dei Proud Boys e Oath keepers, ma anche milizie da ogni angolo degli Usa, i "biker for Trump" e i temutissimi "Boogaloo Bois", gli estremisti trasversali in camicia hawaiana, pronti - dicono gli 007 - a colpire obiettivi in diversi Stati Usa qualora impossibilitati a penetrare la capitale, che pare praticamente inespugnabile.
Come ultimo giorno da presidente Trump è pronto a concedere la grazia e a commutare la pena a circa cento persone, tra colletti bianchi condannati per vicende penali, rapper di fama, oltre a vecchi amici e alleati come Steve Bannon e Rudolph Giuliani. Possibile anche che il presidente uscente conceda il perdono preventivo ai membri della famiglia, mentre sarebbe tramontata l'ipotesi di graziare "ex ante" sé stesso. Domani, in ogni caso, oltre a non partecipare alla cerimonia di insediamento, Trump vorrebbe cestinare un'altra consuetudine e non lasciare alcuna lettera per il successore sulla scrivania dello Studio ovale. Starebbe valutando finanche di non scrivere nemmeno un saluto, come fece Obama con lui nel 2017.
Il 45 esimo presidente americano dovrebbe lasciare la Casa Bianca molto presto, diverse ore prima del giuramento di Biden. Il comandante in capo (ancora per 24 ore) ha diffuso gli inviti per una cerimonia ristretta che si terrà alle 8 alla base di Andrews, in Maryland, dove arriverà con il Marine One e dove si imbarcherà per l'ultima volta sull'Air Force One diretto a West Palm Beach, in Florida, nella sua residenza di Mar-a-Lago. Ai suoi stretti collaboratori avrebbe confidato di voler partire presto perché vuole andare via da Washington da presidente, e soprattutto non ha nessuna intenzione di chiedere in prestito l'Air Force One a Biden. Il quale, subito dopo, inizierà a fare piazza pulita di ciò che rimane del suo predecessore, a partire dalla Casa Bianca, teatro di tre diversi focolai di Covid-19, le cui pulizie di fondo costeranno ai contribuenti circa 500 mila dollari.
di Roberta Grassi
quotidianodipuglia.it, 19 gennaio 2021
I parenti non credono al suicidio: esposto in Procura. I parenti di un 37enne, morto il 30 dicembre scorso mentre si trovava nel carcere di Ibiza, hanno presentato un esposto alla procura di Brindisi chiedendo il sequestro della salma, che farà rientro domani, per accertare le cause del decesso sarebbe stato ricondotto a un suicidio. L'uomo, Marco Celeste, di Brindisi, era detenuto dal 26 giugno perché accusato di aver appiccato un incendio in un bosco. Si trovava a Ibiza per lavoro da 4 anni.
Nessun elemento, secondo la madre e il fratello che hanno sottoscritto l'esposto redatto dall'avvocato Giacinto Epifani, avrebbe potuto far ipotizzare che il ragazzo volesse suicidarsi. Stava per lasciare il carcere, a quanto riferiscono, e aveva mostrato la propria felicità e aveva detto di stare bene proprio il giorno prima di morire, all'interno della cella che condivideva con altre persone. Nel ricostruire i fatti i famigliari fanno riferimento a un intervento chirurgico avvenuto a novembre del 2020 per una sospetta frattura a una gamba e che era stata giustificata, affermano i denuncianti, a un infortunio avvenuto durante una partita di calcetto nella struttura penitenziaria. La salma farà rientro in Italia domani.
di Roberta Grassi
quotidianodipuglia.it, 19 gennaio 2021
I parenti non credono al suicidio: esposto in Procura. I parenti di un 37enne, morto il 30 dicembre scorso mentre si trovava nel carcere di Ibiza, hanno presentato un esposto alla procura di Brindisi chiedendo il sequestro della salma, che farà rientro domani, per accertare le cause del decesso sarebbe stato ricondotto a un suicidio. L'uomo, Marco Celeste, di Brindisi, era detenuto dal 26 giugno perché accusato di aver appiccato un incendio in un bosco. Si trovava a Ibiza per lavoro da 4 anni.
Nessun elemento, secondo la madre e il fratello che hanno sottoscritto l'esposto redatto dall'avvocato Giacinto Epifani, avrebbe potuto far ipotizzare che il ragazzo volesse suicidarsi. Stava per lasciare il carcere, a quanto riferiscono, e aveva mostrato la propria felicità e aveva detto di stare bene proprio il giorno prima di morire, all'interno della cella che condivideva con altre persone. Nel ricostruire i fatti i famigliari fanno riferimento a un intervento chirurgico avvenuto a novembre del 2020 per una sospetta frattura a una gamba e che era stata giustificata, affermano i denuncianti, a un infortunio avvenuto durante una partita di calcetto nella struttura penitenziaria. La salma farà rientro in Italia domani.
di Domenico Quirico
La Stampa, 19 gennaio 2021
La "banda dei sette fratelli" di Tarhuna sfilava per la città con i leoni. Dopo la ritirata di Haftar è fuggita lasciando centinaia di morti. Guardo scorrere i filmati delle fosse comuni che da settimane vengono alla luce a Tarhuna in Libia. Viene in mente lo slogan scritto su una maglietta che vidi in Ruanda al tempo del genocidio: "Seppellire i morti, non la verità".
Gli uomini che scavano alla ricerca dei corpi sono rivestiti delle tute bianche che la pandemia ci ha reso abituali, quotidiane, il volto è coperto da maschere. Scavano buche superficiali. Gli assassini avevano fretta, i nemici stavano entrando in città, hanno ucciso e poi gettato su uomini, donne, anche bambini, poche palate di sabbia.
Chi ha scoperto le prime fosse racconta che uscivano dalla sabbia lembi di vestiti, frammenti di arti. Ne hanno portate alla luce già una trentina, con 120 corpi. Ma le persone che risultano scomparse a Tarhuna sono 350. I parenti mostrano le foto, chiedono di vedere i vestiti, gli oggetti ritrovati nelle fosse, cercano una traccia, una prova, una smentita. Di molti non si è ancora scoperta l'identità. Gli innominati: coloro che vengono uccisi e sepolti anonimamente.
L'impressione più terribile l'offrono le sagome disegnate sulla sabbia dai vestiti, una uniforme, una lunga veste femminile, la tuta di un bimbo; sembrano ipotesi irrealizzate di esseri umani, la traccia lasciati da fantasmi che non potremo mai abbracciare. Palme derelitte presidiano il pietoso lavoro degli sterratori. Incombe il cielo di un azzurro così chiaro da sembrare irreale, metafisico. La forza dell'elemento distruttivo non si coniuga con la speranza o un progetto di un mondo nuovo: solo morte e guerra. C'è chi sostiene che l'impatto estetico con il macabro come le tracce di un massacro emozioni ma non aiuti a capire il male. Forse ha ragione: a furia di guardare atrocità, le sue prove e testimonianze alla fine ci appaiono irreali, finiamo per abituarci e non ne ricaviamo alcun arricchimento morale.
I massacri sono tutti identici tra loro, Ruanda, Darfur, Afghanistan, Iraq, Siria, Libia: i morti sono innocenti, gli assassini sono dei mostri, e la politica internazionale è complice o inesistente. Se non fosse per il mutare degli sfondi dietro le fosse comuni, la savana il deserto una città in rovina una foresta lussureggiante, sembrerebbe sempre la stessa storia: un gruppo che ha le armi massacra un gruppo che non le ha in un ennesimo ciclo di odio atavico. Più la Storia cambia e più le cose, queste cose, restano eguali. Il massacro è frutto di una violenza talora endemica talora episodica ma sempre in posti dove "ci si uccide reciprocamente". La universalità del male ci solleva quasi dalla necessità di riflettere su quell'episodio particolare. Queste fosse comuni emergono dal nulla e altrettanto velocemente tornano nel nulla. Il sangue si coagula, i cadaveri senza nome e i loro assassini, anche loro senza nome, divengono sfondo. E l'orrore, così, risulta qualcosa di assurdo.
A Tarhuna non deve finire così, dobbiamo volerne sapere di più. Innanzitutto perché esiste un gran numero di prove per dare nome agli assassini: la "banda dei sette fratelli", la famiglia al-Kani, che per cinque anni ha tenuto in pugno con il crimine una città di tredicimila abitanti a settanta chilometri dalla capitale come se fosse una proprietà personale: tutto era loro abitanti case negozi attività commerciali traffici leciti e illeciti. Senza scomodarsi neppure a camuffarsi con cariche fittizie: governatore, sceicco, cadì. No: Tarhuna è della famiglia al-Kali e del suo esercito di sgherri. Bastava la violenza. Nessun pudore, niente pudicizia, solo latrocini a non finire. Non c'era altro da dire. C'è una foto dei loro anni di potere, una foto arrogante, di trionfo sguaiato: una sfilata per le vie della città dei sette fratelli, ammassati su un pick up, sul tetto della vettura sdraiate, nella loro vigile ferocia, due leonesse, gli animali di famiglia.
Questi criminali sono cresciuti come un cancro all'interno della storia libica degli ultimi dieci anni. A Tarhuna, quando nel 2011 arrivarono le notizie dei moti a Bengasi e le immagini del Colonnello che balbettava minacce e castighi, i Kali capirono subito che il despota di Tripoli aveva smarrito l'unica cosa che anche loro, da criminali, rispettavano, la ferocia. Si aprivano nuove possibilità nel caos, ci affondarono le mani nella rivoluzione, nella "democrazia". Deporre il potente per ereditarne il potere.
Hanno eliminato una dopo l'altro le bande rivali, avviato la protezione dei traffici più redditizi come migranti e droga, imposto tasse su commerci e negozi, largheggiato in sequestri, torture, esecuzioni. Dal loro feudo si sono lanciati nella politica, ovvero combattuto guerre tribali con le altre milizie criminali per allargare il territorio, attaccato Tripoli dove hanno occupato per un po' anche l'aeroporto. Battaglie a bassa intensità per gli strateghi da tavolino, ma i morti erano centinaia, i fuggiaschi migliaia. Comandava questi 5 anni di prepotenza l'implacabile Mohammed, il fratello maggiore, che raccontano professare senza turbamenti il doppio credo. Due fratelli sono morti, il più giovane Ali, ucciso in una faida con un gruppo rivale, e Muhsen, ucciso in un bombardamento.
Poi nel 2019 hanno fatto una scelta sbagliata. I loro nemici, la banda di Misurata, altri predoni con medaglie rivoluzionarie, erano infeudati al governo di Tripoli, il clan dei Kali ha scelto il generale Haftar che, con l'aiuto di russi ed egiziani, voleva marciare sulla capitale. Tarhuna offriva una base perfetta per l'ultimo assalto, la strada per tripoli srotolata come un tappeto. La lercia milizia criminale "al Kaniya" è diventata così la gloriosa nona brigata dell'esercito di Haftar con gradi e bandiere. Ma Hatfar è stato sconfitto, a giugno anche la brigata dei sette fratelli ha dovuto fuggire verso est braccata dalle altre milizie banditesche del "governo'' di Tripoli. Prima hanno scatenato un'ultima bava di frenesia omicida.
Ecco, questa è la Libia: mentre noi barbugliamo di governi legittimi, coalizioni, partiti, cooperazione, diritto, qui tutto è elementare, arcaico e onnipotenti sono la forza bruta, il delitto, l'economia criminale. Dieci, cento bande come i Kali di Tarhuna controllano quartieri, città, regioni, si eliminano e si fondono secondo indecifrabili (per noi) geroglifici tribali e criminali.
Tarhuna non è una piccola città senza importanza di una periferica guerra civile. È l'abbecedario delle guerre del nostro tempo in cui il crimine si militarizza e i ribelli usano mezzi criminali, dove è il bottino il vero scopo. E dove il massimo della ferocia è sempre necessaria per controllare gli inermi e spaventare i nemici. Il dilatarsi della violenza diventa Storia. Pensate che in fondo tutto si è concluso bene, i fratelli assassini sono fuggiti o morti, Tarhuna è sotto il controllo del nostro alleato, il democratico al Serraj? Vi sbagliate. La città è passata al dominio della famiglia criminale rivale dei Kali, il clan Na'aja.
- Russia. Un mese di carcere per Navalny. L'Onu e l'Ue chiedono il rilascio immediato
- Spagna. La "marcha" di riavvicinamento a casa dei detenuti politici baschi
- Libia. A Tripoli scompare il pane. Sarraj se la prende con la Banca Centrale
- Honduras. Il sogno tradito dei poveri latinos
- Cambogia. Processo di massa contro decine di dirigenti dell'opposizione











