romatoday.it, 23 aprile 2021
Sono partite ieri, 22 aprile, le attività di vaccinazione riservate alla Polizia Penitenziaria e i detenuti degli Istituti di pena di tutto il territorio della Regione Lazio. "In pochi giorni", ha fatto sapere l'assessore alla Sanità della Regione Lazio, Alessio D'Amato, "completeremo le operazioni con il vaccino Moderna. Ringrazio tutti i nostri operatori sanitari e le Uscar per l'impegno straordinario e l'efficienza dimostrata e la collaborazione da parte del personale dell'amministrazione penitenziaria".
La notizia è stata commentata dal consigliere regionale Paolo Ciani (Demos), vicepresidente della Commissione Sanità alla Regione Lazio: "È un passo importante che avevo chiesto con forza già nel dicembre scorso e che sono felice si sia finalmente avviato. Bisogna considerare che da oltre un anno le misure di contenimento del Covid hanno accentuato l'isolamento e la riduzione di molte attività di socializzazione, peggiorando la vita quotidiana", ha scritto in una nota. La seconda e terza ondata della pandemia, continua "purtroppo non hanno risparmiato i penitenziari, dove si sono registrati diversi casi di contagio e alcuni morti. Il carcere è per definizione uno spazio chiuso e proprio per proteggere tutte le persone presenti (detenuti, agenti, personale civile, personale sanitario), ritengo sia importante che si proceda speditamente con la vaccinazione".
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 23 aprile 2021
Lo hanno stabilito le Sezioni unite della Cassazione, sentenza n. 10740 depositata oggi, respingendo il ricorso di un avvocato di Rieti. Lo "strepitus fori" che autorizza la sospensione cautelare dalla professione di avvocato, è insita, senza dunque bisogno di ulteriore dimostrazione, nella condanna a tre anni e tre mesi del legale per truffa nell'esercizio della professione e patrocinio infedele ai danni di tre clienti. Lo hanno stabilito le Sezioni unite della Cassazione, sentenza n. 10740 depositata oggi, respingendo il ricorso di un avvocato di Rieti contro la misura adottata dal locale Consiglio dell'Ordine, e poi confermata dal Consiglio nazionale forense, che aveva sollevato per otto mesi il professionista dall'esercizio della professione.
Secondo il ricorrente invece la decisione violava gli artt. 32 del Regolamento disciplinare n. 2/2014 e 60, Legge n. 247/2012, in quanto il provvedimento di sospensione "avrebbe dovuto trovare giustificazione nella necessità di sedare il c.d. strepitus fori, non potendo trovare fondamento solo nella gravità dell'imputazione".
Al contrario, per la Suprema corte, il Giudice disciplinare, "ben lungi dall'avere assegnato automaticità alla sospensione, e, peraltro ben conscio della gravità dei fatti (tutti maturati nell'esercizio della professione d'avvocato) addebitati con la sentenza di condanna penale, ha compiutamente e razionalmente spiegato che la naturale diffusività della notizia, procurata dalla pubblicità del dibattimento penale, imponeva la misura cautelare, al fine di tutelare il decoro e la dignità dell'avvocatura".
Del resto, prosegue, "non è dubbio" che sia l'entità della pena che il titolo dei reati addebitati rientrano nell'ipotesi normativa prevista della legge professionale e dal Regolamento.
Mentre "l'eco di notorietà dei fatti derivante dalla pronuncia di pubblica condanna penale, a prescindere dall'epoca alla quale i fatti risalgono, e, come ovvio, dalla consistenza dell'incolpazione, di esclusivo dominio del giudice penale, rende attuale quello 'strepitus fori' costituente ratio della misura".
Nel caso in esame, dunque, conclude la Corte, "il professionista risulta essere stato condannato con sentenza penale, a seguito di pubblico dibattimento, quindi, il disdoro che ne deriva per la professione, oltre che attuale, appare necessariamente concreto, specie ove i fatti risultino, non solo corrispondenti alle tipologie di reato previste dalla legge, ma intimamente correlati all'esercizio della professione d'avvocato".
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 23 aprile 2021
Le notizie web di taglio generale sulle condizioni delle carceri del Paese estero richiedente vanno appurate anche con richieste suppletive di chiarimenti. La Corte di appello chiamata a decidere sull'esecuzione di un mandato di arresto estradizionale deve attivarsi per ottenere informazioni il più individualizzate possibili, in ordine alla condizione carceraria cui l'estradando andrebbe incontro. Puntuale deve essere perciò l'accertamento della sussistenza o meno della causa ostativa alla consegna, prevista dal primo comma dell'articolo 698 del Codice di procedura penale.
Non è sufficiente a far ritenere sussistente il rischio di una detenzione disumana e degradante l'apprensione di notizie dal web non specifiche e su cui l'autorità emittente interpellata sul punto offre, secondo i giudici, risposte generiche. E qui sta il punto affrontato dalla Corte di cassazione con la sentenza n. 15297/2021: se la Corte di appello ritiene non sufficientemente chiaro il quadro di detenzione cui l'estradando sarà sottoposto, anche a causa delle risposte generiche dell'autorità richiedente, essa è tenuta ad attivarsi con contro-richieste mirate ad accertare l'effettiva condizione carceraria in cui l'arrestato si verrà a trovare.
Per la mancanza di tale approccio "attivo" del giudice di merito, la Cassazione ha accolto il ricorso della Procura che contestava il diniego all'estradizione, in quanto privo di adeguato esame. Veniva stigmatizzata dalla Procura la passiva ricezione di notizie sul web da parte dei giudici e senza contro-argomentare alle informazioni ricevute dalle autorità estere sull'estensione della cella, superiore ai limiti dei tre metri quadrati individuati come criterio minimo di un'umana carcerazione dalla Corte dei diritti dell'uomo, e sull'affermata garanzia di assistenza e cure sanitarie all'interno dello specifico istituto carcerario. Va cioè messo in moto su impulso degli stessi giudici remittenti un meccanismo dialogico e chiarificatore con le autorità che chiedono l'estradizione al fine di verificare o smentire le notizie circolanti e di cui è investita l'opinione pubblica. E soprattutto di ottenere, al pari della parallela disciplina del mandato di arresto europeo, informazioni individualizzate sul caso specifico.
di Bruno Ferraro*
Libero, 23 aprile 2021
Può una "soverchiante tempesta emotiva" trasformarsi in una attenuante del delitto di omicidio determinando una riduzione di pena? A questo interrogativo hanno risposto in modo opposto i giudici che si occuparono di Michele Castaldo, reo dell'uccisione di una commessa di origine moldava con cui aveva intrattenuto una breve relazione prima del tragico epilogo a Riccione del 5 ottobre 2016.
Sulla base di una perizia psichiatrica, i giudici di primo grado condannarono a 30 anni di reclusione dando quindi una risposta negativa; i giudici di appello andarono in contrario avviso riducendo la pena a 16 anni. La Cassazione annullò con rinvio la seconda sentenza; la Corte di appello ha di recente confermato la condanna a 30 anni.
Quindi, nessun valore alla cosiddetta "tempesta emotiva", piena capacità di intendere e di volere, esclusione di ogni valenza psichiatrica per lo stato psicologico dell'omicida al momento del fatto. Concordo con la valutazione della Cassazione. Il nostro codice penale afferma nell'art.85 che "nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato se al momento in cui lo ha commesso non era imputabile; è imputabile chi ha capacità d'intendere e di volere".
Il successivo art. 88, disciplinando il vizio totale di mente, stabilisce che non è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, era, per infermità, in tale stato di mente da escludere la capacità d'intendere e di volere. Di seguito l'art. 89 riconosce il diritto ad uno sconto di pena se, sempre in conseguenza di una infermità, la capacità risulti" grandemente scemata".
Tratto comune è dunque la sussistenza di una malattia mentale; ovvero di una infermità di natura patologica non necessariamente permanente ma caratterizzata da una certa stabilità: un'infermità che può essere anche di natura fisica ma che normalmente è di natura psichica, determinando un'alterazione delle facoltà intellettive o volitive o di entrambe.
Questa impostazione positivistica, che valorizza solo l'aspetto patologico di impronta psichiatrica, esclude che possa darsi valore processuale alle teorie sociologiche e psicologiche, che porterebbero troppo lontano e finirebbero per giustificare ogni comportamento non conforme alla norma.
Quindi, nessun rilievo e nessuna esclusione della capacità per una vasta gamma di situazioni quali: le alterazioni caratteriali, le alterazioni del sentimento, le anomalie riconducibili a nevrosi o psicopatie, l'omosessualità, la pedofilia, le degenerazioni dell'istinto sessuale, la senilità che non trasmodi in demenza senile, le reazioni a corto circuito in cui la reazione del soggetto agente non è proporzionata allo stimolo derivante dalla condotta altrui. Va tenuto conto infine che per l'art. 90 "gli stati emotivi e passionali non escludono né diminuiscono l'imputabilità".
Si tratta invero di una norma che tende a favorire il controllo delle proprie pulsioni e ad impedire troppo facili assoluzioni nei delitti di sangue. Quindi nessuna incidenza sull'imputabilità possono avere le eccitazioni ed i perturbamenti momentanei ed improvvisi: come pure la gelosia se non travalica la sfera puramente psicologica degenerando in uno squilibrio mentale prolungato o transitorio.
*Presidente Aggiunto Onorario Corte di Cassazione
di Viviana Lanza
Il Riformista, 23 aprile 2021
Da ieri ha preso il via il piano di vaccinazioni per i detenuti delle carceri napoletane. Le prime dosi sono state somministrate a 20 detenuti ultrasettantenni e a due ultraottantenni reclusi a Poggioreale e oggi si procederà a vaccinare 19 detenuti ultrasettantenni e due ottantenni a Secondigliano. La necessità e l'importanza di vaccinare la popolazione carceraria erano state sottolineate sin dall'inizio della pandemia e ora il progetto è in fase di attuazione. Soddisfatto il garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello che si è fortemente battuto per la tutela del diritto alla salute, quindi anche al vaccino, per coloro che vivono in cella: "Mi auguro che tutte le Asl campane mettano in sicurezza questo comparto".
Nei prossimi giorni, come anticipato dal direttore generale dell'Asl Napoli 1 Ciro Verdoliva, la campagna vaccinale proseguirà anche per i detenuti fragili (immunodepressi, diabetici, trapiantati, gravi obesi, dializzati, oncologici, cardiopatici). A oggi si contano, oltre ai neovaccinati di ieri nel carcere di Poggioreale, 16 giovani ospiti del carcere minorile di Nisida e 101 detenuti delle carceri salernitane già immunizzati. In Campania, inoltre, sono attualmente 2.050 gli operatori penitenziari, tra agenti di polizia penitenziaria, operatori sanitari, cappellani, volontari e civili che entrano in carcere a vario titolo, ad aver ricevuto il siero.
Grande l'impegno da parte del provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria Antonio Fullone, del direttore del carcere di Poggioreale Carlo Berdini, della direttrice del carcere di Secondigliano Giulia Russo. Le vaccinazioni avviate ieri sono avvenute con il coordinamento del referente sanitario Vincenzo Irollo e del responsabile della sanità penitenziaria Lorenzo Acampora.
"Il piano vaccinale contempla la vaccinazione della popolazione carceraria nel suo insieme e rientra nelle categorie prioritarie del ministero della Salute - ha spiegato il garante Ciambriello - Al di là delle polemiche stucchevoli su chi vaccinare prima, mi auguro che tutte le Asl campane facciano partire la loro campagna vaccinale anche all'interno degli istituti penitenziari di propria competenza, con provvedimenti immediati e incisivi che consentano ai detenuti di potersi vaccinare, se lo vogliono. La vaccinazione del sistema penitenziario permetterà di alleviare le sofferenze che la pandemia ha procurato in questo luogo chiuso e rimosso".
di Marina Lomunno
La Voce e il Tempo, 23 aprile 2021
Incontriamo Michele al Centro di Ascolto Caritas diocesano "Le due Tuniche" di corso Mortara a Torino, in una mattina ordinaria di emergenza pandemia tra persone che cercano un salvagente, una parola buona per non affondare. La responsabile, Wally Falchi con i volontari cerca di rispondere a tutti, a tutti si offre una indicazione utile a seconda del bisogno. È a lei che abbiamo chiesto di metterci in contatto con una persona che abbia conosciuto il nostro giornale in carcere, grazie alla generosità di 70 lettori che hanno risposto a nostro appello "abbona un detenuto".
Il Centro le due Tuniche e la Caritas operano all'interno del carcere, oltre che fornendo ai detenuti più indigenti e senza famiglia beni di prima necessità, anche indicazioni e opportunità per l'inserimento nella società una volta scontata la pena. Michele è uno di quelli: recluso al "Lorusso e Cutugno" dove sta scontando una pena legata a reati commessi per essere entrato nelle spire del gioco d'azzardo, in questo periodo, grazie all'art. 21, gode del regime di semilibertà.
È stato assunto presso una cooperativa sociale come aiuto cuoco ma in questi mesi di crisi della ristorazione è in cassa integrazione. "E così ho deciso di chiedere di fare il volontario presso il Centro le Due Tuniche perché voglio restituire in qualche modo il bene che ho ricevuto all'interno del carcere dove, grazie alla Caritas, ai cappellani, alla mia educatrice e alla criminologa e a molti altri volontari e agenti, ho capito che solo facendo del bene si può rientrare in noi stessi e cambiare.
Lo faccio soprattutto per mia moglie e per i miei tre fi gli che ho fatto soffrire ma che mi hanno sempre sostenuto nel mio cammino di riscatto. Senza di loro non ce l'avrei fatta". Michele, in attesa di riprendere il lavoro, dà anche una mano per le pulizie nella parrocchia Santa Maria Goretti e, soprattutto si è iscritto alla Facoltà di Scienze Politiche al Polo Universitario per studenti detenuti. "È qui che ho conosciuto il vostro giornale e sono riconoscente ai vostri lettori che ci hanno regalato la possibilità di rimanere in contatto con il mondo esterno, per farci un'opinione su cosa succede in città, nel Paese.
In carcere entrano gratuitamente solo La Voce e il Tempo ed Avvenire: gli altri quotidiani te li devi acquistare e non tutti hanno la possibilità di farlo. Inoltre, siccome in cella non si è soli, è difficile seguire i telegiornali e i programmi di informazione perché a non tutti interessano: leggere invece allena la mente e ti fa sentire ancora un cittadino".
Michele sottolinea con forza che condivide la presa di posizione del nostro giornale sull'errore di liberare il gioco d'azzardo: "L'ho vissuto sulla mia pelle, ha rovinato la vita e quella della mia famiglia, è una piaga sociale da estirpare, ti annienta: per questo ho deciso di fare una tesi proprio sul Gioco d'azzardo e, quando finirò di scontare la mia pena, chiederò ai miei docenti di poter andare a parlare nelle scuole per raccontare ai giovani la mia esperienza e di quanti vengono distrutti dal gioco".
Michele sottolinea che, nonostante le difficoltà strutturali degli istituti di pena e come certi mass media parlino di detenzione solo in termini negativi, "a me il carcere è servito: se non fossi stato arrestato non sarei qui a raccontare della mia rinascita. Qui, grazie alle persone che ho incontrato, all'umanità profonda di tanti compagni di cella che hanno avuto la sfortuna di nascere in culle sbagliate, mi sono spogliato di tutto, ho capito che la vita impostata solo sul denaro da ottenere a tutti i costi, sul possedere l'effimero mi stava uccidendo.
Certo l'avere una famiglia che mi aspetta e la possibilità di trovare un lavoro e di studiare mi hanno dato la spinta per rialzarmi. Per questo dedicherò la mia tesi a mia moglie e ai miei fi gli. E qui ho ritrovato anche la fede: grazie al cappellano ho ricominciato a leggere la Bibbia che mi ha fatto capire che non sono solo anche nella disperazione. E ho ricominciato a pregare".
varesenews.it, 23 aprile 2021
Grazie a diversi contributi, alla formazione di Enaip è stato inaugurato lo spazio verde con 300 piante. Un progetto voluto dal consigliere Astuti e che coinvolge un gruppo di detenuti. Sette parchi storici, 53 giardini scolastici, 39 aree verdi di quartiere, spazi alberati. È questo il patrimonio verde di Varese, denominata città giardino. Da oggi, al capitale arboreo si aggiunge una piccola ma preziosa dotazione. Un orto di piante aromatiche, realizzato in via Felicità Morandi al civico 5. Parliamo di un appezzamento minuscolo per dimensioni, circa 130 mq, ma di grande significato perchè è un'area piantata e curata da un gruppo di detenuti del carcere dei Miogni.
Tutto ebbe inizio con la visita del consigliere regionale Samuele Astuti all'istituto penitenziario. Con la direttrice Carla Santandrea sostenne l'idea di avviare un'esperienza laboratoriale nel settore del verde. "La proposta - ha ricordato la direttrice dell'istituto - si è concretizzata in virtù del finanziamento di Regione Lombardia proposto dal Consigliere Astuti e il progetto è stato realizzato in collaborazione con l'Assessorato all'Agricoltura della Regione, Ersaf Lombardia, il Provveditorato Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria per la Lombardia, nonché Fondazione Enaip.
Il giardino è stato creato da un gruppo di detenuti e, a oggi, sono state interrate circa trecento piante aromatiche. La finalità di questo intervento è quella di fornire alla popolazione detenuta un'occasione di apprendimento professionale e di sviluppo di azioni positive in vista re-ingresso nella "società libera"".
Nei scorsi mesi, nonostante gli ostacoli organizzativi imposti dall'emergenza sanitaria in corso, è stato avviato il lavoro grazie all'impegno dei formatori di Enaip: è stato allestito lo spazio orto, formato un piccolo gruppo di detenuti per la gestione dell'attività agricola: "La casa circondariale di Varese - spiega Sergio Preite operatore di Enaip - per questioni strutturali ha spazi esigui a dedicare alle attività di carattere socio-culturale. Con questa iniziativa, tutti gli attori coinvolti, sono riusciti a conquistare una nuova area dove poter realizzare un laboratorio permanente capace di coinvolgere attivamente la popolazione detenuta".
Il Presidente del Consiglio regionale della Lombardia Alessandro Fermi ha sottolineato: "Ha trovato oggi compimento la realizzazione di un significativo progetto di reinserimento lavorativo destinato ai detenuti della Casa circondariale di Varese, che potranno contare sulla presenza all'interno della struttura di un giardino botanico e di un orto biologico che consentirà di coltivare prodotti freschi e a chilometro zero. Una attività che andrà a integrare e ottimizzare la collaborazione che già un paio di anni la Casa circondariale di Varese ha avviato con la testata "Cucinare al fresco", dove vengono raccolte le ricette proposte dagli ospiti di numerose case circondariali lombarde. Ora le "ricette varesine" si arricchiranno sicuramente di nuove sperimentazioni culinarie basate sulle genuinità dei prodotti coltivati e utilizzati direttamente in casa propria".
Il consigliere regionale del Pd Samuele Astuti, presente all'inaugurazione, ha commentato: "Si realizza finalmente un progetto che offre un'opportunità di formazione ai detenuti e contribuisce, pur nel suo piccolo, a dare loro uno spazio 'naturale' anche se dentro le mura, che può contribuire a migliorarne la qualità della vita. Il ringraziamento deve andare oltre che alla direttrice del carcere Carla Santandrea, a Ersaf Lombardia, Enaip e al Provveditorato generale dell'amministrazione penitenziaria di Milano che hanno creduto e collaborato al progetto".
inaugurazione orto aromatico Le idee che riguardano la piccola produzione che verrà portata a termine non hanno natura commerciale, ma sono ugualmente ambiziose, infatti si prevede la realizzazione di un elisir al timo ed altre micro-leccornie: "Di questo però ne parleremo un'altra volta, per oggi limitiamoci a prendere atto che dentro alle mura dei Miogni qualcosa sta crescendo..." commenta Preite.
di Benedetta Garofalo
Corriere della Sera, 23 aprile 2021
All'interno dell'Istituto Penitenziario previsti corsi per la realizzazione di prodotti per il mercato esterno. Un percorso formativo per una qualifica artigianale. Questo è un "Dolce lavoro" che profuma di dolcetti e biscotti, come fatti in casa. E per una volta le mura dell'Istituto Penitenziario di Catanzaro, dove i prodotti verranno realizzati e confezionati per il mercato esterno, saranno un luogo di apertura al mondo e di crescita umana e professionale, non solo di espiazione. Per dodici detenuti, con reati di una certa gravità alle spalle, si apre infatti lo spiraglio di una vita possibile, che ha inizio da un percorso formativo online dal "dolce" titolo che li porterà ad acquisire la qualifica di pasticceri, spendibile su tutto il territorio nazionale. Dal 21 aprile al 22 settembre, per la durata di seicento ore complessive, i corsisti saranno quotidianamente impegnati nell'apprendimento delle tecniche per la produzione di prodotti di pasticceria e da forno, attraverso l'utilizzo di attrezzature acquistate per l'occasione, oltre che dei laboratori dell'azienda "Pecco", grazie alla disponibilità della Regione Calabria.
Una volta "formati", i corsisti svolgeranno il loro tirocinio in aziende del settore e saranno pronti a costituire a loro volta una cooperativa di tipo "B", in cui rendersi responsabili e protagonisti della vendita sul web di quanto prodotto. Un progetto non esclusivo in Italia, ma la novità è che questi detenuti si costituiranno in cooperativa.
Fondazione con il Sud ha patrocinato premiando anche il lavoro "corale" tra quanti hanno portato avanti l'idea: dalla direttrice della Casa Circondariale "Ugo Caridi" di Catanzaro, Angela Paravati, alla responsabile del Provveditorato del Ministero della Giustizia, Giuseppa Maria Irrera; dalla referente dell'Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna (Uiepe), Maria Letizia Polistena, al rappresentante della Regione Calabria, Luigi Bulotta.
All'associazione di volontariato "Amici con il Cuore", presieduta da Antonietta Mannarino, da tempo impegnata ad insegnare l'arte dell'intreccio della carta all'interno del carcere, va il merito di avere intercettato la passione per i dolci di alcuni detenuti e di avervi visto un'autentica opportunità lavorativa e di riscatto sociale. È stato poi il Centro Servizi al Volontariato "Calabria Centro" a fare sintesi tra le "forze" istituzionali in campo e a spingere il progetto verso un riconoscimento unanime per la sua capacità - come ha avuto modo di spiegare il direttore del Csv, Stefano Morena - di rafforzare legami di fiducia e rappresentare un "anello di congiunzione" tra la realtà carceraria ed il territorio.
Giuseppe Pedullà, dell'impresa sociale "Promidea" affiancherà l'ente capofila "Amici con il Cuore" nella realizzazione del progetto, ha illustrato il percorso che avrà molte ore di didattica online. E quando il prodotto dolciario avrà ottenuto la certificazione regionale, rappresenterà la valida motivazione a rientrare a pieno titolo in società, dopo aver scontato il proprio debito: più forti grazie a questa impresa.
primonumero.it, 23 aprile 2021
Gian Mario Fazzini, figlio del partigiano Gilberto, non era mai venuto meno all'impegno per la tutela dei diritti dei detenuti. Aveva anche avviato uno sportello legale per garantire assistenza ai reclusi nelle carceri molisane. È morto Gian Mario Fazzini, presidente di 'Antigone Molise'. A darne notizia gli stessi membri dell'associazione che tutela i diritti dei carcerati: "Da ormai diversi anni Gianmario era impegnato con la nostra associazione per la tutela dei diritti dei detenuti reclusi nelle carceri molisane, che monitorava costantemente come parte attiva del nostro osservatorio sulle condizioni di detenzione. È un grande dolore per noi".
Tra l'altro, assieme agli altri attivisti molisani, aveva anche messo in piedi uno sportello di informazione legale, dedicato proprio ai reclusi. E nonostante fosse malato, anche negli ultimi tempi aveva proseguito il suo grande impegno. "Lascia in tutti noi un grande vuoto e un forte ricordo. Ci stringiamo attorno alla sua famiglia a cui vanno le nostre condoglianze".
Aveva 64 anni ed era figlio del partigiano Gilberto Fazzini. Da sempre attivo nella tutela dei diritti delle persone, lavorava alla Biblioteca dell'Unimol di Campobasso ed era iscritto all'Anpi (Associazione nazionale partigiani d'Italia).
di Viola Giannoli
La Repubblica, 23 aprile 2021
Il caso più noto è quello di Walter De Benedetto, affetto da una grave forma di artrite reumatoide, a processo per coltivazione domestica di cannabis. Ma sono decine le segnalazioni di intoppi medici e burocratici per la terapia del dolore.
Il 27 aprile ci sarà l'udienza decisiva del processo a Walter De Benedetto: rischia fino a sei anni di carcere per aver coltivato la cannabis di cui ha bisogno per alleviare i dolori della grave forma di artrite reumatoide con cui convive da 35 anni e che lo ha reso invalido. Ma non c'è solo Walter. Donato, Mara, Carlo, Stefania, Rosario, Alfredo, Paolo: sono i nomi, i volti, le storie di migliaia di pazienti che dal 2007 a oggi, da quando cioè il ricorso a farmaci cannabinoidi in Italia è legale, si scontrano col loro diritto alla cura. Perché la disponibilità di cannabis medica, prodotta dallo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze o importata dall'estero, è spesso insufficiente o in ritardo; perché la domanda di Bedrocan è troppo alta; perché le farmacie che fanno preparazioni galeniche sono troppo poche; perché i rifornimenti sono variabili; perché talvolta è difficile avere la ricetta. I troppi perché su cui ogni giorno Meglio Legale, campagna per la legalizzazione della cannabis, riceve decine di segnalazioni.
C'è Alfredo Ossino di Catania, cinquant'anni, affetto da deficit funzionale della colonna vertebrale dal 2007. Era un maresciallo capo della Guardia di finanza, poi la sua patologia l'ha portato al congedo. "Mi sono operato nel 2013 - racconta - ma per i dolori non serve l'intervento". E così nel 2015, dopo 6 anni di cure con gli oppiacei, ha ottenuto la prima prescrizione di cannabis medica con benefici immediati. Eppure, nonostante la sua regolare prescrizione, restano gli ostacoli: "Una persona che prende 600 euro al mese di pensione, come fa spenderne 386 per 30 grammi?". Già, i costi. Poi c'è la burocrazia che blocca le cure, i medici poco informati. E per un ex maresciallo della Guardia di finanza, che l'unica alternativa alla mancanza di approvvigionamento siano i pusher per strada, il mercato nero, è più che un paradosso.
A Milano c'è Stefano Lavore, ha quarant'anni, un Parkinson di origine genetica. I primi sintomi sono arrivati a vent'anni, la diagnosi a 34. Fumava cannabis per uso ludico e così per caso si è accorta che agiva sul dolore. Ne ha parlato col suo neurologo, ma per la sua malattia la somministrazione non è prevista e Stefania è costretta ad acquistarla in farmacia, senza esenzione. "L'ultima volta che l'ho acquistato ho chiamato mia madre: 'Mamma mi puoi dare i soldi per comprare il farmaco, perché io non ce la faccio" dice Stefania coi suoi capelli verdi e gli occhiali rotondi. Con lei, nella stessa città, c'è pure Mara Ribera: una malattia rara autoimmune e una cefalea invalidante provano il suo corpo, da circa trent'anni. Ma solo un anno fa è arrivata a vedersi prescritta, dal centro di terapia del dolore del Niguarda, la cannabis medica. "Il dolore non può essere parte integrante della vita delle persone - si sfoga - Eppure ci sono dei mesi in cui a Milano non c'è disponibilità di scorte di infiorescenza".
Poi c'è Carlo Monaco, che di anni ne ha 35 e vive a Roma. Quando era poco più che maggiorenne ha iniziato a non stare bene, stress, studio, lavoro notturno, notti insonni, niente cibo. Nei momenti peggiori è arrivato a pesare 55 chili, per 1 metro e 81 centimetri di altezza. "Mi hanno prescritto forti dosi di Valium e di Xanax" ha raccontato. Niente. "Poi in Spagna è arrivata la svolta con la prescrizione della cannabis terapeutica". Svolta durata poco perché in Italia nessuno voleva somministrargliela. Fino al 2015, quando quella ricetta è arrivata anche per lui. Ora si batte per sostenere i pazienti nella continuità terapeutica e nella facilità di accesso al farmaco. "L'unico modo per garantire il diritto costituzionale alla salute è dare la possibilità di coltivare a chi ne fa domanda" ha spiegato.
Donato Farina è di Padova e ha 31 anni. La sua sinusite cronica che gli causava mal di testa così forti da non farlo dormire la notte è quasi sparita. "Il mio medico mi aveva consigliato di assumerla ogni giorno, ma l'approvvigionamento ha buchi anche di 10-15 giorni, mi son fatto una tabella per dilazionare le gocce nel tempo, prenderne meno e non restare mai senza" ragiona Donato. A Grosseto vive Paolo Malvani. Un incidente stradale gli ha lesionato il nervo sciatico periferico, un inferno quotidiano di dolori neuropatici cronici. La cannabis è stata la sua strada per ritrovare un po' di pace dopo pesanti antidolorifici e la riabilitazione. Come Walter De Benedetto poi c'è Rosario D'Errico, 49 anni, con una sindrome ansio-depressiva. "Mi si sono formate diverse ernie del disco. E anche per colpa della burocrazia lentissima ho deciso di coltivarmi da solo le piante di cannabis" spiega Rosario. "Non l'ho mai spacciata ma a qualche vicino dava fastidio e mi ha denunciato". Così è arrivato un processo penale e lui è rimasto senza lavoro. "Il caso di Walter è tra i più gravi e i più conosciuti, ma non è l'unico - dice la coordinatrice di Meglio Legale, Antonella Soldo - Ci sono centinaia di storie a cui il Parlamento dovrebbe rispondere con urgenza".
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