Il Fatto Quotidiano, 17 gennaio 2021
"Solo così si evita la scarcerazione di soggetti pericolosi". "La vaccinazione della popolazione carceraria, e non solo dei detenuti, è assolutamente una urgenza. Va fatta subito questa scelta, senza il timore di andare contro l'opinione pubblica, perché questa decisione ha una sua razionalità". Sono le parole pronunciate ai microfoni della trasmissione "Italiani contro le mafie", su Inblu2000 Radio, da Sebastiano Ardita, consigliere del Csm e tra il 2002 e il 2011 direttore generale del Trattamento detenuti del Dap.
ansa.it, 17 gennaio 2021
"La risposta del Governo all'interpellanza urgente n. 2-01022 presentata da Italia Viva alla Camera, sull'affaire dei braccialetti elettronici, che il Governo e il commissario Arcuri avrebbero di fatto acquistato due volte, non fuga dubbi e lascia anzi presagire, come ben dice Roberto Giachetti, una realtà oscura e inquietante". Lo dichiarano in una nota Raffaella Rojatti e Mirko Sotorino, rispettivamente responsabili Giustizia e Diritti Civili di Italia Viva della Provincia di Roma.
ansa.it, 17 gennaio 2021
In tutta l'Italia sono aumentati del 25%. È il quadro che emerge dagli ultimi dati comunicati dal Dap ai sindacati della polizia penitenziaria. Impennata di contagi da Covid 19 nelle carceri milanesi. In una settimana i casi tra i detenuti sono cresciuti di oltre il triplo, mentre in tutta l'Italia sono aumentati del 25%. È il quadro che emerge dagli ultimi dati comunicati dal Dap ai sindacati della polizia penitenziaria, aggiornati al 14 gennaio. A Bollate erano 36 il 7 gennaio i positivi e ora sono saliti a 109, a cui va aggiunto un altro detenuto ricoverato in ospedale. A San Vittore invece i casi sono 59 (erano 17). In tutto il Paese i detenuti positivi sono 718 (681 asintomatici, 11 con sintomi e 26 ricoverati). Il 7 gennaio erano 556.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 17 gennaio 2021
Ennio Amodio, avvocato penalista, dopo le polemiche sulla sentenza di Viareggio: "Le vittime devono essere rispettate ma le stesse vittime devono rispettare il processo".
Per Ennio Amodio, avvocato penalista, professore emerito di procedura penale all'Università di Milano e autore, tra l'altro, di "A furor di popolo" (Donzelli editore), la risposta alle aspettative delle vittime di giustizia è semplice: "Le vittime devono essere rispettate ma le stesse vittime devono rispettare il processo". Dietro questa frase c'è tutta la cultura illuminista e garantista di giudice con la bilancia in mano.
Professore, alla decisione della Cassazione di prescrivere alcuni reati, diversi parenti delle vittime della strage di Viareggio hanno urlato: "la nostra battaglia la continuiamo ugualmente, perché una battaglia di civiltà, di giustizia, quella vera". In un altro caso la madre di una vittima, per una condanna lieve all'omicida di suo figlio, gridò ai giudici "Vergognatevi". Con quale sentimento dobbiamo affrontare queste rivendicazioni?
Le vittime devono essere rispettate ma le stesse vittime devono rispettare il processo. Non si può pensare che per il solo fatto di essere vicini alla persona che ha subìto il reato si abbia la legittimazione a costruire un processo personale, di famiglia che si sostituisce, in ragione del dolore che si è provato, alla giustizia degli uomini in toga che applicano la legge. Nella storia giuridica si è avuto il passaggio da uno spirito vendicativo ad uno che è rappresentato dal giudice con la bilancia in mano, che interpreta anche il volere dei parenti delle vittime di avere una risposta. Ma se la giustizia in toga finisce per sposare interamente le attese delle vittime viene completamente travisato il significato e pure la funzione del processo che è incentrata nella nostra storia del mondo occidentale sull'equilibrio e sulla ragionevolezza anche delle pene.
Secondo lei la funzione del processo penale - di garanzia per l'imputato - è compatibile con il ruolo sempre più preponderante che la vittima del reato ha assunto nel nostro sistema processual-penalistico? C'è chi ritiene infatti che la presenza del danneggiato nel processo, come protagonista e parte, può alterare la rigorosa parità tra accusa e difesa che si deve realizzare innanzi a un giudice terzo e imparziale. È giusta questa analisi?
Non solo è giusta, ma questa esigenza di equilibrio viene incarnata nel processo del Common Law con l'assenza in dibattimento di un rappresentante della persona offesa o di quella che chiede il risarcimento del danno. Ciò viene giustificato dai giuristi inglesi e americani con il fatto che se ci fosse anche la presenza di questo soggetto si altererebbe l'equilibrio perché nel processo l'imputato avrebbe due controparti: il pm che rappresenta la collettività e un rappresentante della persona offesa. Ha dunque un fondamento la tesi secondo cui oggi come oggi nel processo penale la presenza della parte civile costituisce un aspetto incompatibile con il rito che abbiamo adottato nel 1988, ossia quello accusatorio. Persino il Presidente della Commissione redigente, il professor Gian Domenico Pisapia, diceva sempre che il Parlamento ha voluto confermare la parte civile in questo nuovo processo ma la presenza della parte civile è incompatibile con il ruolo garantistico che deve avere il processo accusatorio.
A questo giornale Giorgio Spangher ha detto: "tutto il processo viene sempre governato dall'imputazione del pm", intendendo che il peso assegnato alle conclusioni del pubblico ministero orienta pesantemente le aspettative di giustizia delle vittime dei reati. È d'accordo con questo pensiero?
Sì, è così. Esiste una aspettativa che è popolare e che è riflessa in una massima che ho imparato da un giurista americano secondo cui la collettività, le persone che non fanno parte dell'apparato della giustizia pensano sempre che una accusa abbia un qualche fondamento, in quanto la popular mind, cioè la credenza popolare va nel senso che se è stata sollevata una accusa allora qualche cosa ci deve essere. Ed ecco che quindi nasce la spinta populista a ritenere che laddove il giudice nella sua ricerca, ovviamente mirata e regolata dal sistema delle prove, ritenga che l'imputato sia innocente tradisce quella spinta iniziale e quella posizione di partenza che è contrassegnata dall'accusa del pm. Ma questo è un modo di riscrivere e di concepire il processo che la nostra cultura occidentale ha superato con l'Il-luminismo, quando si è affermato il principio che le pene ci devono essere ma devono essere equilibrate, che c'è una presunzione di innocenza, che la prova sta al centro del processo penale e che le spinte emotive non possono superare la razionalità dell'accertamento. Il populismo finisce per derogare da questo impianto razionale e passare ad un sistema che è quello emotivo che pone a fondamento dell'edificio della procedura la risposta vendicativa.
Ritiene che i giudici siano immuni dalla condizione emotiva che la vittima può esercitare sulla correttezza dei processi decisionali?
Nella maggioranza dei casi direi di sì. Tuttavia ci sono dei fatti che sono talmente gravi che evidentemente e naturalmente suscitano delle impressioni nel giudice. E quindi a volte i giudici, non dico che sono fuorviati, ma sono influenzati dall'impatto emotivo che un certo reato ha sulla società.
A suo parere il processo penale può ancora raggiungere i suoi scopi se la comunità in cui si celebra non ne condivide le regole ed i valori fondanti?
Ma certo, è sempre stato così. Oggi viviamo in un'epoca in cui sotto la spinta del populismo la bandiera delle vittime sventola in alto, sostenuta anche dalla stampa, e si finisce per cercare una risposta contro il garantismo e contro gli ideali di una giustizia con la bilancia in mano. Credo che nel nostro sistema nonostante queste spinte la gran parte della nostra magistratura è ancora capace di consegnare alla collettività uno strumento come il processo penale in grado di compiere un accertamento equilibrato e di dare una sentenza giusta.
Nel suo libro "A furor di popolo" lei scrive: "è una giustizia senza bilancia, figlia di umori e paure, che si muove sotto la spinta della collera e di una insaziabile sete di vendetta". Quali sono gli anticorpi a questo fenomeno?
Una operazione di tipo culturale e politico: non bastano le norme di legge perché la spinta populista di certi partiti ha i suoi effetti. Ma c'è anche una parte che desidera che il Paese venga guidato per quanto attiene alla giustizia con la ragionevolezza e non con la vendetta. Del resto è stato sempre così storicamente: ad un processo come quello dell'ancient regime, dove le persone erano presunti colpevoli, è subentrato poi il pensiero dell'Illuminismo, a cui principi si ispirano i nostri codici. Ora ritorna una forte spinta emotiva ma se pensiamo ai principi della Costituzione e a quelli europei ci rendiamo conto che essi promuovono una giustizia che deve muoversi in modo equilibrato per colpire sì la criminalità ma senza gli eccessi dovuti alla paura, all'ansia della collettività con le sue richieste di pene gravissime e carcere per tutti.
di Filippo Simonetti
La Stampa, 17 gennaio 2021
"Ma il Covid non fermerà lo sport in carcere". "Forrest" avevano chiamato la formazione di calcio, per celebrare la pellicola da Oscar con Tom Hanks che richiamava quella voglia di correre e di costruirsi da soli il proprio avvenire, nonostante tutto.
E loro, i detenuti del carcere di Billiemme, ne avevano tanto bisogno. Per anni il pallone ha regalato anche questo sogno a chi sconta una pena nella casa circondariale all'ingresso di Vercelli: partite del torneo Csi con squadre ospiti - per ultime quelle del girone di Novara - che venivano qui a regalare attimi di spensieratezza. Poi, più nulla. Per ultimo è arrivato il ciclone Covid a rendere tutto più difficile. E, infine, a cancellare la speranza di tornare a correre tutti insieme dietro a un pallone.
Ma le misure per la pandemia, qui a Billiemme, non potevano fermare ogni cosa. Lo sport ora è tutto nelle palestre (una per piano, oltre a quella per la divisione femminile), fino a quando le temperature non saranno più miti e non si potrà tornare a utilizzare il campo da calcio, rigorosamente divisi in gruppi e contingentati. "Si tratta di un'ottima valvola di sfogo - racconta Antonella Giordano, dal 2019 a capo dell'istituto penitenziario -. Inoltre, al quinto piano, si stanno effettuando lavori di ristrutturazione: ci sono 6 detenuti impegnati nell'opera di implementazione. Abbiamo adottato un lavoro di squadra in maniera ancora più sistematica: il vero valore aggiunto per fronteggiare la crisi sanitaria".
Ma c'è dell'altro. La scuola, il lavoro. Corsi professionali di decorazione e stucco, giardinaggio e apicultura. Le mansioni lavorative finanziate dal progetto "Cassa delle ammende" e gli impieghi nei cantieri esterni in collaborazione con il Comune. "Almeno il 50% della popolazione di detenuti è impegnata in attività lavorativa di vario tipo: un fattore fondamentale per l'autostima, oltre che una fonte di sostentamento per i loro familiari".
L'anno appena iniziato ha portato con sé alcune novità importanti dal punto di vista dei rapporti quotidiani tra detenuti e famigliari: "Abbiamo incrementato i contatti grazie e soprattutto anche ai video-colloqui via WhatsApp e via Skype. "I detenuti, anche in quest'ultimo anno di pandemia, hanno proseguito con la didattica a distanza, mentre sono rimasti in vigore i rapporti settimanali con gli operatori del Sert e con gli psicologi così come l'attività all'interno dello sportello carcere-lavoro", prosegue la direttrice.
Nelle ultime settimane i detenuti del penitenziario cittadino si sono distinti per un gesto di generosità: "Hanno contribuito alla raccolta di beni destinati al Banco Alimentare", racconta Valeria Climaco dell'area educativa. A causa dei protocolli più restrittivi non è stato possibile organizzare il solito pranzo natalizio: i detenuti hanno comunque ricevuto alcuni pacchi regali grazie alla comunità di Sant'Egidio e all'associazione "Migrantes", mentre la Caritas ha donato i panettoni.
di Roberto Di Biase
emiliaromagnanews24.it, 17 gennaio 2021
Corsi di italiano, scuola secondaria di primo grado e istruzione di secondo livello. L'assessora Baracchi ha risposto a un'interrogazione di Federica Venturelli (Pd). "Nella casa circondariale S. Anna la didattica si svolge attualmente tutta in presenza: sia i corsi di italiano per stranieri e di scuola secondaria di primo grado che dipendono dal Cpia, sia i percorsi di istruzione di secondo livello che dipendono dall'Ipsia Corni". Lo ha spiegato l'assessora all'Istruzione Grazia Baracchi rispondendo nel consiglio comunale di giovedì 14 gennaio a un'interrogazione di Federica Venturelli del Pd.
L'istanza chiedeva in particolare "se sono state riscontrate criticità nel reperimento dei dispositivi elettronici e nel garantire la didattica a distanza durante la prima emergenza da Covid-19; in che modo sarà garantita la continuità della didattica agli studenti ristretti, per i quali la scuola rappresenta da sempre un'opportunità importante di crescita e di riprogettazione della propria vita; quante sono le persone che seguono attività scolastiche e di formazione professionale".
L'assessora ha premesso che negli istituti penitenziari per adulti le attività scolastiche sono curate dal Ministero dell'Istruzione e negli ultimi anni gli interventi normativi sono stati volti "a creare un sistema integrato in grado di accompagnare lo sviluppo della persona nell'arco della vita, garantendo il diritto all'apprendimento ed il pieno esercizio del diritto di cittadinanza soprattutto delle fasce deboli".
Baracchi ha quindi spiegato che nella casa circondariale Sant'Anna si svolgono corsi di Italiano L2 e di scuola secondaria di primo grado che dipendono dal Centro provinciale per l'istruzione degli adulti di Modena, "gli insegnanti sono personale di ruolo e con esperienza, a garanzia della continuità delle attività e dei rapporti con una realtà problematica e in continuo mutamento". Per i corsi di italiano ci sono due docenti di Italiano L2 assegnati alla sede di Sant'Anna (uno alla Casa di Lavoro di Castelfranco), mentre per la scuola secondaria di primo grado ci sono due cattedre di lettere, una di matematica, una di inglese e una di tecnologia.
Nel secondo quadrimestre saranno avviati anche i progetti di formazione al lavoro che non si sono potuti fare lo scorso anno, proposti dal Cpia e accolti favorevolmente dalla direzione del carcere: un corso di barberia per i detenuti e di manicure per le detenute. Il Cpia ha anche acquisito pc portatili che saranno, utilizzati dai docenti per favorire l'inserimento nel mondo del lavoro degli studenti a fine pena. "Nonostante la rivolta di marzo in pieno lockdown, l'attività didattica è ripresa appena possibile ed è stata fornita la strumentazione digitale necessaria alla didattica a distanza, in carcere gli studenti non fruiscono però di connessione internet autonomamente e le lezioni venivano fatte via Skype alla presenza delle guardie carcerarie", ha aggiunto l'assessora.
Anche per quanto riguarda i percorsi di istruzione di secondo livello, afferenti all'Ipsia Corni, frequentati da 25 studenti, la didattica presso la Casa circondariale si svolge in presenza poiché il curricolo prevede attività prevalentemente laboratoriali e per i particolari bisogni degli utenti. Al momento scarseggiano invece gli spazi dedicati alla scuola, poiché si è in attesa dell'apertura del padiglione ristrutturato, per cui non si possono svolgere le lezioni pomeridiane dalle 13 alle 16. D'altra parte, l'eventuale didattica a distanza non dovrebbe fare i conti con mancanza di strumentazione - l'Istituto ha acquistato notebook e la struttura penitenziaria ha attrezzato le aule con lavagne multimediali interattive - quanto piuttosto con la disponibilità di agenti di polizia penitenziaria in ausilio alle attività per garantire la sicurezza delle abilitazioni all'accesso a internet.
Il Giorno, 17 gennaio 2021
La Procura di Pavia ha avanzato quattro richieste di archiviazione al Giudice di Pace di Pavia relativamente alle denunce presentate nei mesi scorsi da alcuni detenuti del carcere pavese di Torre del Gallo, che avevano segnalato all'autorità giudiziaria di essere stati percossi da un gruppo di agenti penitenziari. I fatti denunciati si sarebbero svolti a marzo, quando nel carcere, così come in numerose altre case circondariali italiane, era scoppiata una rivolta dei reclusi in seguito alle restrizioni sulle visite nell'ambito dell'emergenza sanitaria per il coronavirus.
Erano stati appiccati roghi nel carcere e un gruppo di detenuti si era arroccato sul tetto dell'istituto, scendendo solo dopo lunghe negoziazioni. Le cinque denunce presentate da parte di altrettanti detenuti raccontano di maltrattamenti che sarebbero stati inflitti il giorno seguente all'accaduto. Tra gli episodi contestati, i detenuti hanno segnalato che sarebbero stati costretti a spogliarsi e a eseguire alcuni piegamenti sulle gambe, per poi essere picchiati. I detenuti hanno anche raccontato che alcuni agenti avrebbero tirato loro le vivande della sezione. Ora per quattro segnalazioni è stata chiesta l'archiviazione: "Faremo opposizione alla richiesta di archiviazione per tutti e quattro i miei assistiti, che contestano tutti la stessa dinamica dei fatti - spiega l'avvocato Pierluigi Vittadini che segue i detenuti coinvolti. In tali opposizioni, le parti offese indicheranno anche chiaramente i nomi delle persone coinvolte negli episodi".
Il Centro, 17 gennaio 2021
Un protocollo di intesa con l'associazione onlus Medea per l'apertura di uno sportello antiviolenza all'interno del carcere al quale si possono rivolgere i detenuti, i loro familiari e il personale dell'istituto penitenziario, e un protocollo con il Comune di Castel frentano per l'esecuzione di lavori socialmente utili o di pubblica utilità da parte dei detenuti. Sono gli ultimi due accordi firmati prima di lasciare Lanciano dalla direttrice del carcere Maria Lucia Avantaggiato che negli anni ha promosso diversi progetti di inclusione, culturali, sociali e sportivi per i detenuti e aperto il carcere verso l'esterno.
Tra le varie iniziative portate avanti in questi anni, spesso in collaborazione con il Comune di Lanciano, e con l'appoggio della polizia penitenziaria e le associazioni, ci sono l'organizzazione del concorso Lettere d'amore dal carcere, il progetto Biblioteche fuori le mura nato nel 2016 che ha ridato vita alla biblioteca del carcere.
E poi il giornalino della casa circondariale di Villa Stanazzo, L'Arcobaleno e il teatro, ribattezzato il Piccolo Fenaroli, dove la compagnia teatrale di detenuti Il Ponte per la Libertà ha spesso portato in scena spettacoli a scopo di beneficenza. E ancora lo sport, con la squadra di detenuti Libertas Stanazzo che partecipava al campionato di calcio a 5, in serie D, e Correre LiberaMente, manifestazione podistica fatta con l'associazione sportiva Podisti Frentani e il Coni.
di Fulvia Caprara
La Stampa, 17 gennaio 2021
Oggi su Rai1 il documentario "Lontano da casa" di Maria Tilli. L'altra faccia della medaglia. Tutto quello che è successo prima, tutto quello che è accaduto durante, e tutto quello che, ci si augura, potrà venire dopo. Quando la spirale autodistruttiva della droga si sarà spenta, soffocata dalla voglia di ricominciare. A pochi giorni dal gran clamore scatenato dalla serie Netflix SanPa: Luci e Tenebre di San Patrignano va in onda stasera su Raiuno per Speciale Tg1, il documentario "Lontano da casa" di Maria Tilli. La chiave della narrazione è differente, al posto delle testimonianze concentrate in prevalenza sui discussi metodi di disintossicazione adottati dalla comunità fondata da Vincenzo Muccioli nel 1978, ci sono le confessioni dei ragazzi risanati, le cronache dei giorni neri che li hanno spinti a entrare nell'incubo della dipendenza, le loro ragioni intime e profonde, spesso legate a disagi infantili e traumi familiari, che, passo dopo passo, li hanno condotti nel baratro: "Questo documentario - spiega Maria Tilli - nasce dalla volontà di raccontare la tossicodipendenza oggi".
L'energia dell'opera viene, continua l'autrice, "dal sentimento umano di rinascita di questi ragazzi poco più che ventenni. Ed è questo quello che, per me, ha reso il documentario un'esperienza di vita, oltre che artistica e lavorativa". I protagonisti sono Daniela, Caterina, Stefano, "tre voci distinte che raccontano insieme la stessa storia. Una storia che, però, non riguarda solo loro, ma tutti".
Al film, prodotto con Rai Cinema per Bielle Re da Giuseppe Lepore e Simone Isola (quest'ultimo autore, con Fausto Trombetta, del documentario Se c'è un aldilà sono fottuto - Vita e cinema di Claudio Caligari) prendono parte anche Nicol, Martina, Filippo, ragazzi della comunità di San Patrignano, cresciuti in città diverse, pronti a descrivere i loro percorsi "tra sogni infranti, vuoti, rinunce, momenti bui e anni di astinenza, non solo dalle sostanze, ma anche dagli affetti".
Quando entrano in comunità gli ospiti "devono lasciarsi tutto alle spalle, non possono avere contatti con l'esterno. Quando escono è la speranza nel futuro che li spinge a riprendere finalmente la vita interrotta". Inutile dire che la programmazione del documentario, dopo la fiammata della serie Netflix, ponga diversi interrogativi, primo fra tutti quello sul perché si sia deciso di proporlo proprio adesso: "Naturalmente - risponde l'ad di Rai Cinema Paolo Del Brocco - il film non è una risposta a quello di Netflix, che è un biopic, di taglio diverso". Lontano da casa, aggiunge Del Brocco, "era stato pensato per essere destinato alla sala cinematografica, magari con una uscita evento. Ma, a causa della chiusura dei cinema, abbiamo preferito renderlo disponibile per la messa in onda nello spazio privilegiato dello Speciale Tg1, proprio per il particolare peso specifico delle testimonianze e per lo stile narrativo".
Nel film di Tilli il discusso impero Muccioli fa solo da sfondo, ci sono riprese sulle mense, sui bagni, sulle lavatrici in funzione, su un acquario, sulla piscina, ma in primo piano restano sempre loro, giovani sopravvissuti all'inferno che si mettono a nudo senza filtri, con sincerità commovente: "I ragazzi - continua Del Brocco - sono o sono stati ospiti della comunità di San Patrignano, ma i metodi e il lavoro di recupero svolto dagli operatori della comunità non sono il focus di questo film. All'autrice interessa capire il percorso compiuto e il sentimento di rinascita che li spinge a riprendere le loro esistenze laddove si sono interrotte".
La pandemia, con i suoi nuovi drammi, è uno tsunami che ha travolto ferite preesistenti: "Vogliamo mostrare al grande pubblico le motivazioni di questi ragazzi, vittime di un problema di cui non si parla più abbastanza come si dovrebbe". La regista Maria Tilli ha 33 anni e ha già diretto documentari di successo: "Il suo lavoro colpisce soprattutto per la giovane età dei protagonisti, per la semplicità e la sincerità delle loro parole, per le storie familiari "normali" che hanno alle spalle. Racconti che arrivano come lame taglienti, in cui la facilità dell'approccio e dell'avvicinamento alle droghe diventa uno degli elementi sconcertanti di queste testimonianze".
Se SanPa ha provocato accuse ai produttori Netflix dai membri della Comunità, oltre a riaccendere il contrasto tra Andrea Muccioli e la famiglia Moratti, finanziatrice di San Patrignano, Lontano da casa potrebbe riaprire il dibattito sulle radici della droga. Che, forse, sono in certi vecchi filmati, con i protagonisti bambini che guardano in macchina, sorridenti, ignari, nelle loro infanzie perdute.
di Serena Tarabini
Il Manifesto, 17 gennaio 2021
La denuncia della rete "RiVolti", composta da decine di associazioni. Ue sott'accusa. Code interminabili di persone vestite alla meno peggio, a volte in ciabatte, in coda sotto la neve per un pasto al giorno; baracche improvvisate nel bosco o fra gli scheletri del campo bruciato dove si cerca di riscaldarsi attorno a un falò, acqua non potabile presa da tubi di scarico.
Le immagini sconvolgenti che arrivano da Bihac, in Bosnia, dopo l'incendio del campo profughi di Lipa, indicano un dramma che è in corso da tempo nel cuore dell'Europa. Sono anni, da quando l'esplosione della crisi siriana ha aperto una breccia attraverso i Blacani, che lungo queste rotte si verificano violenze, negazione di diritti, stato di abbandono: questo significa la politica di respingimenti messa in atto dall'Europa.
La rete RiVolti ai Balcani, costituita nel 2019 da 34 associazioni e realtà impegnate a difesa dei diritti delle persone e dei principi fondamentali sui quali si basano la Costituzione italiana e le norme europee e internazionali, da tempo denuncia le condizioni di vita di migranti e rifugiati lungo la rotta balcanica. Ieri, dalla nave Mare Jonio in collaborazione con Mediterranea Saving Humans, ha presentato la seconda edizione del dossier di RiVolti ai Balcani "La rotta balcanica. I migranti senza diritti nel cuore dell'Europa".
La prima edizione era stata presentata a Milano lo scorso 27 giugno 2020, con dati aggiornati sulle violazioni in atto lungo le rotte migratorie della penisola balcanica - dalla Grecia alla Slovenia, attraverso la Bosnia Erzegovina - fin dall'accordo tra Unione Europea e Turchia del marzo 2016, con il quale l'Ue ha di fatto delegato ad Ankara il controllo di parte delle proprie frontiere esterne.
Questo secondo rapporto si concentra sulla frontiera che l'incendio del campo di Lipa ha messo sotto i riflettori, quella Croato Bosniaca. La regione dal 2018 è diventata il collo di bottiglia della rotta balcanica, via di transito che, dovendo le persone spostarsi in base alle possibilità, ha cambiato faccia in questi anni con le varie chiusure, come quella dell'Ungheria.
Ecco quindi la Bosnia, regione lacerata, i cui cittadini quando erano iniziate le migrazioni avevano dato supporto e aiuti alle persone in transito, diventare il bacino di raccolta del meccanismo dei respingimenti a catena che avvengono alle frontiere europee: in Croazia, in Slovenia, in Italia, ed implodere schiacciata dal braccio di ferro fra autorità europee, governative e locali. Una catastrofe annunciata quelle 1500 persone senza riparo, dice Silvia Maraone (cooperante da due anni Bihac con Ipsia, Ong delle Acli, che lavora nei Balcani dal 1997.
Dati inquietanti di una violenza generalizzata dice Gianfranco Schiavone di Asgi - Associazione studi giuridici sull'immigrazione: i respingimenti sono illegali perché si impedisce di accedere ai meccanismi contenuti nelle politiche europee che prevedono tutele, come la protezione internazionale. Secondo il Danish Refugee Coucil solo da marzo 2019 sono state respinte dalla Croazia verso la Bosnia 21 mila persone, un numero tale da escludere che avvenga per effetto di azioni isolate e locali, ma che parla di un'operazione pianificata. Inoltre, sempre secondo il rapporto, il 60-70% delle persone respinte ha subito violenza.
La Slovenia ha partecipato a questo meccanismo, con 9 mila respingimenti che vengono chiamati "riammissioni". "Il problema è l'Europa - continua Schiavone - ad aver fatto una scelta politica che la fa sprofondare in un abisso di violenza". Quello che si vede in queste ore in Bosnia come lo scorso anno in Grecia, è la politica dei respingimenti che è il cuore della crisi umanitaria perché crea questi tappi. Anche l'Italia fa la sua parte nella catena di respingimenti illegali. Nel corso del solo 2020 ha respinto 1300 persone, e questo è avvenuto senza che vi fossero provvedimenti formali: e senza notifiche non si può fare nessun ricorso; procedura messa in atto anche con i richiedenti asilo ed è ammessa pubblicamente: la ministra dell'interno Lamorgese pochi giorni fa in audizione parlamentare ha riconosciuto che le procedure di riammissione sono illegali nei confronti dei richiedenti asilo.











