di Wlodek Goldkorn
L'Espresso, 23 aprile 2021
Fu costruita per sfruttare le ricchezze del sottosuolo. E popolata grazie ai campi di lavoro forzato. Molti ex detenuti però sono rimasti ad abitare lì. Era il cinque dicembre dell'anno 1947, quando il vaporetto Kim approdò nella Baia di Nagaev, a Magadan. A bordo i detenuti si ribellarono. In tremila vennero sommersi dai gettiti di acqua delle guardie armate. È una delle storie che narra Varlam Šalamov, scrittore russo, fra i più grandi del Novecento, autore di "I racconti di Kolyma", un libro che dà conto dei suoi diciotto anni di prigionia nell'estremo Nord della Russia, ma che, analogamente all'opera di Primo Levi, non è testimonianza ma letteratura che si interroga sulle cose prime e ultime degli esseri umani. Ci torneremo.
Magadan venne fondata nel 1929. Qualcuno parlò di una "piccola San Pietroburgo" o meglio Leningrado, per via di qualche bell'edificio. In realtà si trattava di un progetto titanico di sfruttamento delle risorse naturali disponibili in una zona impervia grande una volta e mezzo il Giappone. Da quelle parti, dicevano i geologi sovietici, c'era oro, uranio e tanti minerali necessari per la gloria della patria e la vittoria del comunismo.
Il problema era come attrarre la gente ad abitare in luogo dove l'estate (si fa per dire) dura due mesi e d'inverno le temperature scendono a 38 gradi sotto lo zero e qualche volta arrivano a meno cinquanta. La soluzione fu trovata con facilità: costruendo un sistema di schiavitù, una rete di lager in cui i deportati avrebbero lavorato gratuitamente, fino alla fine delle loro forze, puniti in caso di scarsa produttività e perennemente affamati. Quel sistema ebbe il nome di gulag e la sua capitale simbolica può essere considerata appunto Magadan. Talvolta al posto del nome della città si nomina il fiume Kolyma. Ecco: Magadan e Kolyma, sono la metonimia del gulag, l'orrore dello stalinismo, segno della trasformazione di un'utopia nella radicale distopia.
Oggi a Magadan abitano poco più di novantamila persone. Molti sono figli o nipoti degli ex prigionieri, gli "zek", così chiamati nel gergo burocratico dei lager russi, altri invece sono discendenti dei guardiani. La strada che dalla città porta fino a Yakutsk, nella regione della Yakutia, in Siberia, è lunga circa duemila chilometri ed è anche denominata la "strada delle ossa". Fu costruita dai prigionieri con attrezzature rudimentali: molti morivano di stenti e fatica. I cadaveri venivano gettati nelle fosse comuni, proprio lì dove ora passano i camion. E del resto, si racconta di un proprietario di una miniera d'oro, sempre dalle parti di Magadan, che un giorno, durante gli scavi fatti dai suoi operai, scoprì una montagna di ossa umane.
Racconti macabri? Sì. Ma le storie rendono evidente una certa, chiamiamola spontaneità, nella vita e nei modi di dare la morte nell'universo concentrazionario sovietico. Ne citiamo uno. Una ex detenuta raccontava in un filmato, come, ai tempi, vide un uomo sporgersi oltre il filo spinato. Una guardia gli sparò. Il cadavere restò là, finché non se lo portò via un orso. Detto con brutalità, quel modo di procedere, caotico e senza una vera sepoltura ha fatto sì che pure le statistiche delle vittime sono approssimative e variano a seconda dei parametri usati dai ricercatori. Possiamo dire grosso modo che il numero dei detenuti in tutto il sistema dei Gulag è stato di circa 18milioni e fino a 20 milioni e non ci avventureremo nelle ulteriori spiegazioni. Ne parla comunque Anne Applebaum in "Gulag. Storia dei campi di concentramento sovietici" (Mondadori).
Oggi a Magadan la memoria è materializzata in un monumento. L'aveva progettato lo scultore Ernst Neizvestnyj, scomparso cinque anni fa all'età di 91 anni negli Stati Uniti. Si tratta di una storia che riassume la vicenda dell'Unione sovietica. Militare dell'Armata rossa, nell'aprile 1945 Neizvestnyj fu ferito e dichiarato morto, tanto che la madre ricevette la medaglia "postuma". Guarì invece, diventò artista importante finché nel 1962 la sua arte venne paragonata dall'allora segretario del partito Nikita Kruscev agli escrementi di una mucca. Emigrò quindi negli States.
Ecco, nel 1996 Neizvestnyj costruì a Magadan "La maschera del rimorso", un monumento a forma di maschera, appunto, alto quindici metri. Sembrava l'inizio di una presa di coscienza collettiva su cose sia stato il comunismo sovietico. Ma poi qualcosa si è inceppato, Vladimir Putin decise di ricostruire il pensiero imperiale, tanto che oggi stando ai sondaggi tre russi su quattro hanno un buon ricordo dell'Urss.
Ci sono molti film girati in Russia su Magadan, Kolyma, e su coloro che qui sono stati imprigionati. In uno di questi si parla di un detenuto celebre, Sergej Korolev. Korolev è stato il padre dei razzi che portarono gli Sputnik e i Vostok in orbita fra fine anni Cinquanta e primi Sessanta. Finì in Kolyma nel corso delle purghe delle forze armate nel 1938. Dopo aver lavorato nella miniera d'oro, venne traferito in una "sharashka", un campo di quelli speciali descritti da Aleksandr Solzenicyn, destinati agli scienziati di cui il regime aveva necessità. In un filmato sua figlia dice: "Stalin ha fatto più male che bene. Però". E riconosce al tiranno un certo coraggio, durante la guerra.
In altri filmati, persone che abitano a Magadan, nel cuore dei luoghi della morte e delle atrocità, ricordano come, sempre durante la guerra, i soldati morissero sul fronte con il nome di Stalin sulla bocca. E ancora, in uno stupendo reportage girato nel 1994 dall'olandese Theo Uitensbogaard, viene data la voce a Vadim Kozin. Kozin in Russia è una leggenda. È stato il più famoso cantante degli anni Trenta e primi Quaranta. Veniva invitato al Cremlino, e nel filmato racconta come cantava non solo per, ma insieme a Stalin. Momenti di divertimento, di sintonia fra un artista e il tiranno.
Nel 1944 lo arrestarono. Per quale motivo? Lui cita una conversazione con il capo del Nkvd Beria che lo rimproverava di non cantare canzoni su Lenin. Probabilmente finì nel Lager dalle parti di Magadan perché era omosessuale. Dopo sei anni lo liberarono. Ma lui aveva deciso di restare in quella città per sempre. Non solo lui. La popolazione diminuisce, le orrende palazzine sono in stato di abbandono ma moltissimi ex prigionieri ed ex guardie non hanno voluto andarsene via, nonostante il clima, il buio, la miseria.
Il cantante Kozin ricordava Stalin con tenerezza. In un altro reportage, però, realizzato nel 2016 da un regista tedesco, è centrale la versione di una ex prigioniera, Antonia Novosad, anche lei rimasta a Magadan. Novosad ha l'aria di una signora intelligente, ha occhi vivaci ed eloquio riflessivo. Racconta la sensazione di fame. La paura. Narra di come sia arrivata con le compagne detenute in città, dopo giorni di navigazione su un piroscafo, simile al Kim, citato da Šalamov, o forse lo stesso. Una volta sbarcate, le donne sono condotte al lager. Per prima cosa vengono portate al bagno. Ordinano loro di spogliarsi nude, davanti agli uomini. Segue il taglio di capelli, la depilazione.
La signora Novosad, nella sua modestissima abitazione, seduta a un tavolo guarda dritto la telecamera ed esprime un desiderio: "Voglio che la mia storia venga rammentata fra cento e duecento anni". Ma che cosa ricorda? Bene, rendiamo la cosa esplicita. Nello stesso filmato, un'altra donna anziana, parla delle torture subite e dice: "Siamo stati torturati con metodi fascisti". Poi descrive i supplizi in modo dettagliato (ne citiamo uno solo: stare nuda per 24 ore in una cella gelata, una sfida alla morte). Certo, nei lager di Kolyma non c'erano camere a gas. Soprattutto, a differenza da quelli nazisti, i guardiani non appartenevano a un'altra umanità, non erano superuomini, potevano diventare loro stessi detenuti. Fra i prigionieri molti erano ex capi e alti funzionari dei servizi di sicurezza, a loro volta vittime delle "purghe" dopo essere stati carnefici.
Lo racconta Evgenija Ginzburg in un altro libro, "Viaggio nella vertigine", pubblicato negli anni Sessanta in Occidente. Criticato da Šalamov in quanto "troppo romantico", non amato da Nadezda Mandelstam, la vedova del grande poeta morto da queste parti, il testo in realtà restituisce il clima dell'epoca e lo stato d'animo di una giovane docente di letteratura russa all'Università di Kazan, fervente comunista, vittima delle purghe di Stalin e che ritrova l'uomo che la portò in carcere, prigioniero nello stesso lager.
Dalle parti di Magadan, con altre donne taglia i boschi, patisce la fame, assiste alle fucilazioni. Ma non si arrende, e se può apparire ingenua la sua voglia di trovare la bellezza ovunque è un'ingenuità toccante e lodevole. Continua a recitare a memoria "Evgenij Onegin", il capolavoro di Puskin. E si innamora del dottore del lager. Quell'amore le ridarà la vita.
Šalamov nell'amore credeva poco. Per lui, il gulag era una situazione estrema, al limite del nichilismo. Nel lager, diceva, tutti diventiamo delle bestie. In una annotazione in apparenza marginale ma centrale, cita il caso di un medico, con l'esperienza del lavoro al fronte durante la guerra. E dice che neanche quell'esperienza l'aveva preparato a ciò che avrebbe visto nel gulag. Aggiungeva che, a diciassette anni dall'evento che l'aveva sconvolto (l'approdo della nave Kim, appunto), quello stesso chirurgo non se lo ricordava più.
di Giuliano Battiston
Il Manifesto, 23 aprile 2021
Niente più conferenza di pace. Non ora. Inizialmente programmata per marzo, posticipata a inizio aprile, poi al 16 dello stesso mese, infine fissata ufficialmente dal 24 aprile al 4 maggio 2021, la conferenza di pace che nei piani di Washington avrebbe dovuto condurre al consenso politico sulla fine della guerra afghana è stata cancellata.
Ieri ne ha dato annuncio Unama, la missione dell'Onu a Kabul, promotrice insieme ai governi di Turchia e Qatar. "Alla luce degli sviluppi recenti", recita il comunicato ufficiale, "e dopo estese consultazioni con gli attori coinvolti, è stato concordato di posticipare la conferenza". Si aspettano tempi in cui ci siano "condizioni migliori per un progresso favorevole". Ma una nuova data non c'è. Sicuramente, dopo la fine del Ramadan, a metà maggio. Sempre che si tenga.
È una nuova vittoria per i Talebani, almeno sul breve termine. E la sconfitta dell'offensiva diplomatica di Washington, in particolare del segretario di Stato, Antony Blinken. È stato lui, a inizio marzo, a inviare una lettera dai torni urgenti al presidente afghano, Ashraf Ghani, e ad Abdullah Abdullah, a capo dell'Alto consiglio per la riconciliazione nazionale.
La lettera di Blinken, che indicava l'urgenza del momento, era una sorta di agenda dettata dall'esterno. Indicava i passaggi necessari, agli occhi di Washington, per rompere lo stallo diplomatico tra i Talebani e il fronte "repubblicano" di Kabul. Ci vuole una conferenza di pace, in fretta, e un governo di transizione che traghetti il Paese verso un nuovo quadro politico, così diceva Blinken.
Ricevuta con malcelata insofferenza da Ghani, più volte pressato dagli americani affinché rinunciasse al palazzo presidenziale per un governo di "ampia coalizione", quella lettera incarnava una scommessa, dettata dall'esigenza di garantirsi un'uscita di scena meno disonorevole: portare a casa un accordo tra gli afghani, prima del ritiro delle truppe. Una scommessa persa. Una volta annunciato il ritiro dal Paese, che avverrà - così Biden - entro l'11 settembre e in modo incondizionato, cioè senza tener conto di ciò che avviene sul fronte militare o diplomatico, la già fragile cornice che teneva in piedi il processo di pace è saltata.
Per ora, provvisoriamente. Ma il colpo potrebbe essere letale. Sono valsi a poco i tentativi di Islamabad, Washington, Onu, Turchia e Qatar di convincere i Talebani, che hanno male accolto la decisione unilaterale di Washington di non rispettare l'accordo firmato a Doha nel febbraio 2020. Prevedeva il ritiro completo delle truppe americane entro l'1 maggio 2021. Biden si è preso invece altri 4 mesi circa. L'occasione buona per i Talebani per alzare la posta in gioca, tirare la corda, accusare Washington di non rispettare i patti. E rifiutarsi di partecipare alla conferenza di Istanbul.
Per gli studenti coranici è una vittoria chiara. Ma solo sul breve termine. Se dovessero continuare a tirare la corda, rifiutandosi di sedersi al tavolo negoziale, non otterrebbero quella patente di legittimità internazionale a cui ambiscono e di cui hanno bisogno. È su questo che punterà Washington. Mentre a Kabul il presidente Ghani, che ha tentato di mantenere il più a lungo possibile le truppe straniere nel Paese, ora si dice convinto che il ritiro è giusto e che è l'occasione per gli afghani per tornare a esercitare la sovranità in casa propria. Ai tanti che hanno paura, che temono un ulteriore intensificazione del conflitto, la spallata militare dei Talebani o l'emergere di nuovi e diversi attori stragisti, il tecnocrate che per 25 anni ha vissuto negli Usa risponde così: "chi ha paura, vada fuori dal Paese".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 23 aprile 2021
La sentenza del tribunale della Corea del Sud che l'altro ieri ha respinto la richiesta di un gruppo di "donne di conforto", presentata nel 2016, di ottenere un risarcimento dal Giappone ha avuto l'effetto di una doccia gelata. A gennaio, un'altra sezione dello stesso tribunale aveva infatti ordinato al Giappone di pagare i danni a un gruppo di 12 donne sopravvissute al sistema di schiavitù sessuale introdotto dalle forze armate giapponesi nei territori occupati prima e durante la Seconda guerra mondiale: un sistema che obbligò circa 200.000 donne a dare "conforto" nei bordelli alla soldataglia del Sol Levante.
Secondo la sentenza di gennaio, quel sistema aveva causato "un'estrema, inimmaginabile sofferenza fisica e mentale" cui "non potrebbe essere applicata l'immunità che si deve agli stati e agli atti compiuti nell'esercizio della sovranità". La sentenza di ieri dà ragione alla posizione del Giappone: un accordo bilaterale raggiunto nel 2015 col governo sudcoreano dell'epoca ha risolto la questione "in modo irreversibile" e il principio della sovranità dello stato tiene al riparo le autorità di Tokio da ricorsi ai tribunali stranieri. Negli ultimi 30 anni le sopravvissute al sistema delle "donne di conforto" si sono rivolte ai tribunali in Cina, Corea del Sud, Filippine, Paesi Bassi e Taiwan. Hanno sempre perso. Il tempo scorre senza giustizia. Delle 10 sopravvissute che si erano rivolte al tribunale di Seul nel 2016 ne restano in vita solo quattro.
di Carmine Di Niro
Il Riformista, 23 aprile 2021
L'ennesima strage nel silenzio colpevole e complice dell'Europa. Sarebbero almeno cento le perone morte al largo della Libia, annegati nel naufragio di un gommone che si stava dirigendo verso le coste italiane o maltesi. A riferirlo è Alarm Phone in un tweet in cui si precisa che la barca "con cui eravamo in contatto si è capovolta. Ocean Viking ha trovato corpi senza vita. Tutte le autorità erano allertate, Frontex li aveva avvistati: li hanno lasciati annegare. Per l'Europa, black lives don't matter".
Il gommone avrebbe tentato la traversata in condizioni di mare proibitive: le tracce dell'imbarcazione di fortuna si sono perse a nord-est di Tripoli, dove sono stati finora avvistati in mare i cadaveri di trenta persone, ma non è stato ancora possibile recuperarli.
A ricostruire quanto accaduto tra Italia e Libia è Sos Mediterranee. "L'equipaggio della Ocean Viking ha dovuto assistere alle devastanti conseguenze del naufragio di un gommone a nord est di Tripoli. Questa barca era stata segnalata in pericolo con circa 130 persone a bordo mercoledì mattina. Alarm Phone - continua Sos Mediterranee - ci aveva avvisato di un totale di tre imbarcazioni in pericolo nelle acque internazionali al largo della Libia. Tutti loro erano ad almeno dieci ore dalla nostra posizione al momento della ricezione degli avvisi. Abbiamo cercato due di queste barche, una dopo l'altra, in una corsa contro il tempo e con mare molto mosso, con onde fino a 6 metri".
"In assenza di un efficace coordinamento guidato dallo Stato", prosegue Sos Mediterranee - tre navi mercantili e la Ocean Viking hanno collaborato per organizzare la ricerca in condizioni di mare estremamente difficili". Sos Mediterranee sottolinea che "senza ricevere il sostegno delle autorità marittime responsabili, tre cadaveri sono stati avvistati in acqua dalla nave mercantile "My Rose". Poco dopo un aereo Frontex ha individuato il relitto di un gommone. Da quando siamo arrivati sulla scena, non abbiamo trovato nessun sopravvissuto mentre abbiamo potuto vedere almeno dieci corpi nelle vicinanze del relitto. Pensiamo alle vite perse e alle famiglie che potrebbero non avere mai la certezza di quello che è successo ai loro cari".
La Ong sottolinea il prezzo pagato dai migranti nel tentativo di arrivare in Europa: più di 350 persone hanno perso la vita in questo tratto di mare quest'anno, "senza contare le decine di morti nel naufragio a cui abbiamo assistito oggi. Gli Stati abbandonano la loro responsabilità di coordinare le operazioni di ricerca e salvataggio, lasciando gli attori privati e la società civile a riempire il vuoto mortale che si lasciano alle spalle. Possiamo vedere il risultato di questa deliberata inazione nel mare intorno alla nostra nave".
di Michele Vanossi
ilgiornaleoff.it, 23 aprile 2021
Arianna Augustoni ideatrice del progetto editoriale "Cucinare al fresco". Avete mai sentito parlare di una redazione ubicata all'interno di una casa circondariale? È proprio così! A raccontarcelo è Arianna Augustoni, giornalista e fondatrice con Alessandro Tommasi del progetto editoriale Cucinare al Fresco presentato anche durante la scorsa edizione di Bookcity Milano via web, con una clip.
Di cosa si tratta?
Si tratta di una raccolta di ricette studiate, preparate e scritte dai detenuti delle carceri italiane. L'idea è nata presso il carcere Bassone di Como (sede della redazione) e ha poi coinvolto altri 11 istituti penitenziari italiani: Milano (San Vittore), Varese, Bollate, Sondrio, Opera, Perugia, Pavia, Monza, Vibo Valentia, Locri e Barcellona Pozzo di Gotto. Siamo operativi da diversi anni, in base all'ispirazione e alla raccolta di materiale, organizziamo il lavoro; i nostri "redattori speciali" hanno scritto e testato più di 500 ricette di piatti che preparano abitualmente nelle stanze di detenzione con strumenti e ingredienti a loro disposizione. Il 27 maggio 2021 uscirà il primo libro, è il nostro debutto con la casa editrice "L'Erudita" di Roma che ha creduto nell'iniziativa e ha voluto pubblicare un ricettario particolare, realizzato, appunto, dietro alle sbarre. È un percorso di profumi, di colori e di sensazioni raccolte in un libro di 180 pagine. Fino a oggi abbiamo lavorato pubblicando piccoli prodotti editoriali con scadenza trimestrale sponsorizzati da realtà del territorio comasco che volevano mettere la loro firma su questa iniziativa. In più abbiamo ci sono dei volumi dedicati ai piatti delle feste e guide monotematiche. Ci piace molto l'idea di far dialogare le carceri con l'esterno attraverso queste pubblicazioni, tramite Youtube e i canali social come Instagram e Facebook sui quali vengono pubblicate 2 ricette al giorno!
L'idea come è nata?
E' nata per caso durante un laboratorio che trattava di argomenti completamente differenti dalla cucina; una fortuita chiacchierata coi detenuti ha dato vita in poco tempo a una storia che ha reso partecipi tutti i presenti in aula decisi a fare qualcosa di buono sia in cucina ... sia nella vita! In quell'occasione mi sono resa conto che il cibo in carcere è un elemento preponderante e fondamentale perché unisce e permette di comunicare tra persone anche molto diverse. Bisogna considerare infatti che, la maggior parte dei detenuti delle carceri italiane è costituita da persone straniere che spesso non sanno né leggere né scrivere, ma sanno cucinare.
Quali sono gli strumenti che utilizzano i detenuti per preparare il cibo?
Nelle celle i detenuti possono utilizzare fornelletti da campeggio ed è proprio con questi strumenti che hanno saputo creare una sorta di "forno" apponendo sopra le normali padelle una cappa realizzata con carta stagnola lasciando aperte le due estremità con un foro (per l'entrata e l'uscita dell'aria). Analizzando le diverse modalità abbiamo poi deciso che fosse perfetto creare anche un libro all'interno del quale venissero inserite ricette fatte "in padella" utilizzabile dalle massaie di tutta Italia per cucinare risparmiando energia trasferendo tutto quello che si fa in forno nella padella: torte, pizze, pane, focacce...
L'impatto iniziale con i detenuti come è stato?
Dopo le prime lezioni si instaura un rapporto di fiducia, i "corsisti" a volte sentono la necessità di raccontare le proprie esperienze e gli aspetti più personali. La cucina in questo caso diventa solo lo strumento attraverso il quale vengono esternati sentimenti e ricordi che permettono loro di sorridere e di ricordare con piacere i momenti trascorsi in famiglia coi propri cari.
Quale è la validità dei percorsi riabilitativi all'interno delle carceri?
Ci sono progetti che piacciono, altri che sono meteore e vengono abbandonati in corso d'opera. "Cucinare al Fresco" ha una tripla valenza: crescita personale, imparare a scrivere (alcuni detenuti potrebbero diventare giornalisti - conoscono il timone, sanno creare contenuti, si informano sulla comunicazione) e promuovere il rinserimento sociale.
Con questo progetto siete riusciti a creare una rete con altre realtà che operano all'esterno delle carceri...
Ci sono numerose associazioni che si occupano di progettualità legate al mondo della detenzione. Noi abbiamo intrapreso rapporti con la Fondazione Arte del Convivio di Milano, una scuola di alta cucina; con l'associazione culturale "Artisti Dentro" che propone dei concorsi a livello nazionale, per i detenuti: pittori, scrittori e, appunto, cuochi. Poi "Kairos" di Don Claudio Burgio (Cappellano del Beccaria) e poi con il "Consorzio Viale dei Mille di Milano" che sta sviluppando una serie di attività legate ai detenuti definiti "articolo 21", coloro che, per una serie di requisiti si trovano nella condizione di potere uscire a lavorare per poi rientrare negli istituti penitenziari la sera.
La risposta dei detenuti a questo progetto?
Sicuramente molto positiva, stiamo lavorando da tre anni e il numero delle persone che partecipano è in continuo aumento. Il progetto ha come obiettivo quello di raccontare l'esperienza della cucina in carcere, da reclusi. Una modalità per portare all'esterno messaggi positivi e di interazione con la società, una forma di coinvolgimento e di impegno serio e costante che parte solo da loro stessi.
Tra le pubblicazioni di Cucinare al Fresco ci sarà una novità, un volume con le ricette dei piatti preferiti da Papa Francesco...
Questa è l'ultima trovata che abbiamo avuto; parlando con alcuni giornalisti di Radio Vaticana ci siamo confrontati e ci siamo detti: "Perché non dedicare un volume ai cibi preferiti da Papa Francesco?". Ho sottoposto alla redazione del Bassone di Como e agli altri gruppi di lavoro l'idea ed è stata subito sposata; chiederemo a tutte le carceri che hanno aderito al progetto di inviarci, partendo da quelle che sono le preferenze del Santo Padre, alcune ricette con gli ingredienti; naturalmente non mancheranno quelle relative alle delizie argentine pensate dai detenuti in suo onore.
di Mons. Vincenzo Paglia e Luigi Manconi
Il Riformista, 23 aprile 2021
Quello tra il sociologo ed attivista politico Luigi Manconi e l'arcivescovo Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, è un confronto tra due concezioni del mondo distanti e, per certi versi, inconciliabili: una ispirata da un profondo senso religioso, l'altra immersa nella società e nella concretezza delle sue contraddizioni e delle sue sofferenze. Ma entrambe tese a cercare, di fronte ai dilemmi che attraversano la vita quotidiana, il significato delle scelte di ognuno. Ecco un "assaggio" del dialogo, tratto dal capitolo 6 e 7 del libro "Il senso della vita" Einaudi, 2021.
Manconi. Il male (sia esso la droga o il crimine) non può essere messo al bando dalla società. Quel male e il dolore che porta con sé può venire ridotto e "governato" attraverso strategie che ne limitino gli effetti piú dirompenti e dannosi per il singolo e la collettività. Discendono da qui le politiche e gli interventi sociali che vengono definiti di "riduzione del danno". (...) È un'idea di società che tende a includere e ad accogliere, a rendersi permeabile alle nuove identità culturali e sociali, ai movimenti interni e a quelli provenienti dall'esterno. Ciò comporta che si limitino allo stretto indispensabile i provvedimenti e gli istituti del controllo e dell'esclusione, destinati solo a chi si riveli socialmente pericoloso.
Paglia. Sono d'accordo con te che nella società bisogna accettare la compresenza del bene e del male. (...) E, sarai d'accordo con me, il bene e il male traversano ciascuno di noi, al suo interno. Non c'è il bene assoluto da una parte e il male assoluto dall'altra. E che nella società convivano ambedue è giocoforza. In tal senso, che la società debba essere inclusiva mi pare inoppugnabile.
Manconi. In realtà, attribuisco tanta importanza a questa riflessione perché, come dicevo, da essa discendono non solo diversi modelli di policy, ma anche differenti idee sul futuro della nostra società e su un sistema dei diritti di cittadinanza adeguato ai tempi e alla nuova composizione sociale delle comunità contemporanee. Insomma, penso che una società dell'inclusione debba prevedere la convivenza con i diversi mali sociali per ridurre al minimo la sofferenza individuale e collettiva che producono. Qualche decennio fa partecipai a un convegno dal titolo davvero eloquente: Dare un posto al disordine. In altre parole, adottare strategie sociali capaci di "negoziare" con tutti i soggetti (penso ai centri sociali), i gruppi e le minoranze (per esempio i rom), ma pure con ogni forma di trasgressione e devianza (ancora il consumo di sostanze), al fine di "dare un posto" anche a loro nella vita sociale, escludendo solo le manifestazioni di violenza e di sovversione delle regole democratiche. Se, poi, trasferiamo un simile discorso su un piano generale, è ancora questa strategia la piú adeguata ad affrontare problematiche di difficilissima composizione, come quella dei flussi migratori o quella rappresentata dalla popolazione detenuta. (...) Prendiamo la questione del carcere, forse la piú "intrattabile". Come si fa a non essere abolizionisti?
Il carcere è una istituzione insostenibile sotto il profilo giuridico e politico, sociale e finanziario. Deve essere quindi abolito e sostituito da altre misure, capaci di soddisfare tanto la domanda di giustizia dei cittadini, quanto il diritto del condannato al pieno reinserimento sociale al termine della pena, che è proprio quanto il carcere - non solo per cause contingenti - impedisce. Ma voglio sottolineare qualcosa che viene costantemente ignorato. La Costituzione non parla mai di carcere, né di pena detentiva. Anche se i costituenti conoscevano solo il carcere (e molti tra essi lo avevano sperimentato in prima persona) e la pena capitale, in modo saggio e lungimirante non aggettivarono le pene, lasciando campo libero a un legislatore che volesse cambiare radicalmente la fisionomia delle sanzioni penali. (...) Dunque, una pena moderna, razionale e adeguata non può che essere totalmente diversa ed esprimersi attraverso forme sanzionatorie diverse, partendo dall'assunto che la privazione della libertà deve limitarsi solo ed esclusivamente allo strumento e al tempo indispensabili per contenere la violenza del condannato pericoloso per la comunità. (...) In questo quadro, i meccanismi dell'esclusione e della reclusione devono riguardare solo i socialmente pericolosi e solo per il tempo in cui lo siano. Convivere e negoziare con il male rappresentato dai crimini e dai criminali significa elaborare una politica penale totalmente diversa da quella finora adottata. Una politica fondata, piuttosto, su quella che chiamiamo "giustizia riparativa", e che a me piace definire "ristoratrice". "Ristorare" è parola dolce e forte, rassicurante e allo stesso tempo gratificante, capace di offrire sollievo e lenimento. Richiama non solo la soddisfazione di un bisogno (di cibo, acqua, riposo, conforto), ma anche il ristabilirsi di un equilibrio. La giustizia riparativa mira a sanare la ferita determinata nelle relazioni sociali dalla commissione di un reato. Non si limita a sanzionare la lesione inferta, ma opera per curarla. Si basa sulla responsabilizzazione dell'autore del reato nei confronti della parte offesa: e, di conseguenza, sull'esigenza di porre rimedio al danno inflitto attraverso il risarcimento alla vittima e alla collettività.
Paglia. Giovanni Battista Scanaroli, sovrintendente delle carceri dello Stato pontificio, nel suo trattato di tre volumi, scrive sconsolato che nella sua vita non ha mai visto un carcerato uscire dalla prigione migliore di quando era entrato. Nulla di nuovo sotto il sole! Eppure noi continuiamo imperterriti a costruire carceri, spesso malamente, quasi sempre sovraffollate... Intanto è decisivo anche promuovere una coscienza nuova circa la giustizia umana e la concezione della pena. Tu parli della giustizia riparativa o, come tu preferisci, "ristoratrice" (pure a me piace più questo termine). Sono ancora una volta pienamente consenziente. È solo così che si sconfigge l'idea di una pena che condanna senza speranza alcuna di riabilitazione. Va recuperata la prospettiva di una pena che aiuti il condannato a cambiare nel senso opposto ai fatti criminosi che ha commesso. (...) Anche la pena non deve sottrarsi alla sfida della progettualità, né può essere avulsa dal giudizio morale sui suoi contenuti e le sue conseguenze: giudizio, quest'ultimo, che dipende dalla sua capacità di perseguire il bene comune rispondendo alle esigenze della dignità umana di tutti i soggetti (vittime e agenti) coinvolti nel reato. (...) Per sanare in profondità le ferite che lacerano la convivenza tra gli uomini sono necessari sia la giustizia sia il perdono. Una giustizia "spietata", cioè senza la pietas, non aiuta a cambiare. E purtroppo lascia una ferita nella società. Bisogna scendere nelle profondità dell'animo sia del colpevole che dell'offeso. In modi ovviamente diversi, ambedue sono chiamati ad atteggiamenti nuovi che evitino sia la vendetta sia l'indurimento. E in questo è parte in causa anche la stessa società di cui entrambi gli attori fanno parte. (...)
Manconi. Come si sa, la questione della giustizia richiama quella della diseguaglianza, che si esprime attraverso varie manifestazioni e, in primo luogo, attraverso la più antica e irreparabile di esse: la penuria di mezzi materiali. (...) Se meno individui muoiono di fame e cresce il reddito minimo pro capite è un grande risultato, ma se la distanza tra poveri e ricchi aumenta e in parallelo un rilevante numero di individui passa da uno stato di sicurezza economica a uno di precarietà, quella che chiamiamo "percezione" rende ancora più cruda e stridente la presenza della povertà nel mondo. (...)
Paglia. Il rischio odierno è dato dall'aver superato il limite oltre il quale le diseguaglianze non debbono andare, pena uno squilibrio ingestibile. Di qui l'urgenza di una politica che prenda responsabilmente il suo compito di regolare la convivenza evitando di lasciare al solo mercato il potere sulla distribuzione del reddito e sul controllo della moneta. Purtroppo una prolungata assenza della politica nella vita della società contemporanea ha avuto come conseguenza la crescita di quel "popolo di vittime" - per dirla con Slavoj Žižek - che subisce negativamente il potere del mercato. (...) Mentre ci avviamo alla conclusione di questo capitolo sento l'urgenza di fissare un punto chiaro sulla pena di morte. E so che ti trovo d'accordo con me. È un tema a mio avviso essenziale per la qualità di una società. Finalmente, dopo secoli, negli ultimi tempi la Chiesa ha respinto una volta per tutte la legittimità morale della pena di morte. I dati Istat che ho citato all'inizio, però, ci dicono purtroppo che molti italiani sono favorevoli alla reintroduzione della pena di morte nel nostro ordinamento giuridico. Questa tendenza va contestata con decisione: sarebbe una regressione barbarica. Cesare Beccaria - un grande italiano - lo ha mostrato per primo nel secolo XVIII. Segnò uno spartiacque nella cultura giuridica e umanistica circa il rapporto tra i delitti e le pene e la conseguente critica radicale alla legittimità della pena di morte.
È una lezione - venuta dall'interno del pensiero illuminista - che va riscoperta, proprio mentre assistiamo alla risorgenza di una mentalità vendicativa che dimentica l'obbligo morale di aiutare il colpevole a riabilitarsi. Nessuno può essere mai identificato con il delitto che ha compiuto. Eppure, fin dall'antichità classica vengono sostenuti non solo la legittimità della pena di morte ma addirittura l'obbligo di comminarla, convincendo gli stessi condannati a ritenerla una misura lodevole. Il nodo si stringeva attorno al principio del primato del bene della società su quello dell'individuo. Non è questa la sede per ripercorrere il tema della pena di morte nella tradizione biblica e nella storia cristiana, anche se la predicazione cristiana e la teologia, fin dagli inizi, si sono distinte per tenere fermo il comandamento: non uccidere. E comunque nessuno ha potuto mai cancellare il passo della Bibbia: "Chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!" (Gn 4,13-15). Nei catechismi della Chiesa cattolica, da quello di Trento sino a quelli di Pio X e del catechismo del 2017 viene però ammessa la legittimità del ricorso alla pena di morte per il bene della società. Nel corso del Novecento, la crescita della cultura dei diritti umani e la consapevolezza della intangibilità della vita umana hanno sgretolato man mano quella granitica convinzione che portava ad ammettere la pena di morte, anche se solo in casi eccezionali. Nella seconda metà del Novecento è cresciuta sempre più nella Chiesa la coscienza della "inammissibilità" della pena di morte. Ultimamente è stato decisivo papa Francesco: ha cambiato il catechismo (n. 2267) mettendo la parola fine a un lungo dibattito di revisione circa la legittimità della pena di morte. È un traguardo che pone termine a ogni ambiguità: la pena di morte è inammissibile perché contraria al Vangelo. Potrei dire che finalmente abbiamo compreso in senso pieno le pagine della Bibbia. Papa Giovanni XXIII amava dire a coloro che gli rimproveravano i cambiamenti: "Non è il Vangelo che cambia, siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio". (...)
Manconi. Non mi spaventa parlare anche delle "cose ultime", secondo la definizione del teologo Romano Guardini. È una formula che mi piace molto perché contiene quel termine "cose" che toglie alla riflessione ogni astrattezza e riporta alla ruvida materialità delle esperienze di fine vita. D'altra parte, chiamarle "ultime" sottolinea una contraddizione proprio con la dottrina cattolica, che vorrebbe quelle "cose" non ultime, bensì premessa di una nuova vita. Noi - tutta la ciurma degli atei, agnostici, increduli, scettici, perplessi, miscredenti, bestemmiatori, fino ai poco credenti - viviamo oscuramente tutto ciò come un deficit. C'è poco da dire: quella nuova e ulteriore vita ci manca. Dunque, viviamo con un senso di inferiorità il fatto che altri, anche vicini a noi, o, addirittura nostri familiari, abbiano la fortuna di credere. (...)
Paglia. La nuova nascita di cui parla la fede è la grazia di una vita il cui "mondo" sarà disponibile per la piena espansione dei doni della vita di Dio, che vuole diventare la nostra. In tal senso saremo creati - generati - di nuovo. Stavolta, però, oltre la lotta e la fatica di fare nostra la vita ricevuta: l'iniziazione ha termine, la destinazione ha il suo compimento. Ma siamo sempre noi il soggetto di questa metamorfosi: la "resurrezione" è il compimento segretamente sperato, nel quale la nostra vita si riconosce e si "ritrova". Noi amiamo le sostituzioni, i replicanti, i super corpi e le super menti che rimpiazzano gli esseri umani che fino a poco prima ci erano cari. Dio non sostituisce! "Nuovo" qui significa "riparato", "sistemato una volta per tutte", "rinnovato", "messo a nuovo per sempre". Per questo la "carne" e la sua destinazione rimangono centrali nel cristianesimo. Le "cose ultime" sono terra, cielo e carne definitivamente riconciliati. "Ecco, io faccio nuove tutte le cose" - non solo le anime e le menti - è la parola finale della nostra rivelazione (Ap 21,5).
di Giulia Beatrice Filpi
Il Manifesto, 23 aprile 2021
Prima il carcere a Tora, dove l'amico Shady Habbash gli è morto tra le braccia. Poi la paura fuori, il viaggio in Giordania e la deportazione al Cairo con la complicità di Amman e di due compagnie aeree. Il giornalista egiziano Hassan Al-Banna è stato fatto scomparire per oltre 24 ore dalle autorità egiziane, dopo essere stato trasferito forzatamente al Cairo dall'aeroporto di Amman, dove era arrivato venerdì scorso con un regolare volo dall'Egitto.
Banna era già stato vittima di sparizione forzata nel 2018: venticinquenne, fu arrestato con l'amico Mustafa Al-Aasar, per poi riapparire, come raccontato anche da questo giornale, in una sede dei servizi di sicurezza a Giza, accusato di diffusione di false notizie sulla base di prove artefatte.
Volando in Giordania, Hassan sperava di lasciarsi alle spalle le sofferenze di due anni e mezzo di custodia cautelare, il trauma per la morte dell'amico regista Shady Habbash, spentosi tra le sue braccia nel carcere di Tora, e poi la paura di uscire per la strada, anche dopo la scarcerazione, il terrore di un nuovo arresto immotivato, come quello subito da Mustafa, tuttora detenuto.
"Hassan era andato in Giordania perché è un paese che consente agli egiziani di accedere senza visto. Voleva rilassarsi lì qualche giorno, pensare a come iniziare una nuova vita - spiega al manifesto Abdel Rahman Fares, fratello di Hassan e senior editor della testata Al-Araby Al-Jadid - Appena è salito sull'aereo dall'Egitto ci ha mandato una sua foto, sorrideva. Dopo essere uscito di prigione diceva sempre: non sarò tranquillo fino a quando non avrò lasciato il Paese".
Ma una volta ad Amman, le autorità aeroportuali hanno negato il visto a Banna e iniziato a fare pressione per deportarlo nuovamente in Egitto, nonostante il giornalista tentasse di appellarsi ai suoi diritti, sottolineando i rischi che avrebbe corso in patria. "Nel frattempo noi abbiamo contattato personalità di alto livello, tra cui un ministro - spiega ancora Fares - Ha promesso di non deportarlo, ci ha solo fatto perdere tempo".
A sostenere Banna, cercando di ottenere di farlo viaggiare verso un Paese terzo, è stata anche la Egyptian initiative for personal rights (Eipr), l'ong per cui lavorava anche Patrick Zaki. Dopo aver ottenuto un visto elettronico per il Kenya e nonostante le rassicurazioni delle autorità di Nairobi, ha spiegato il direttore Hossam Baghat al giornale indipendente Mada Masr, una compagnia aerea ha rifiutato di trasportare Banna, sostenendo che il suo visto non fosse valido. Lo stesso è accaduto con un'altra compagnia che, con giustificazioni analoghe, gli ha negato la possibilità di acquistare un biglietto per il Libano. "Più tardi - spiega ancora Fares - abbiamo appreso che le autorità egiziane avevano inviato alla loro controparte giordana due lettere, per chiedere prima l'arresto, poi l'estradizione di Hassan".
A colpire è quella che sembrerebbe essere la totale collaborazione da parte di Amman: dopo aver trascorso 56 ore in aeroporto, Banna è stato scortato fino in Egitto da un ufficiale della sicurezza giordana. Poi, una volta al Cairo, l'interruzione di tutte le comunicazioni, un buco nero durato un giorno: ora che Hassan è tornato a casa, spiegano i familiari, ha bisogno di riposo e preferisce non parlare di quanto accaduto in quelle ore.
"Non ho idea del perché le autorità egiziane siano così interessate a mio fratello...Se non volevano che viaggiasse, perché lo hanno lasciato uscire dal Paese?". Si indigna ancora Fares, che scrive da Doha, in Qatar: "Penso semplicemente che gli apparati di sicurezza egiziani non vogliano che gli ex detenuti vivano in pace, vogliono tenerli sotto pressione".
"L'episodio di questi giorni non ha fatto che aumentare la nostra costante paura del regime - conclude il giornalista - La nostra famiglia ha diversi membri detenuti, altri in esilio. Nostro fratello maggiore è stato ucciso dall'esercito e dai proiettili della polizia, la nostra vita è influenzata negativamente da ogni nuova intimidazione. Vogliamo solo respirare liberamente".
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 23 aprile 2021
La scelta per i migranti di passaggio in Libia è tra i barconi, con il rischio di morire in mare, e le galere sovraffollate. Medici Senza Frontiere: "Come può l'Italia fare finta di niente?".
Le guardie hanno sparato nel mucchio, forse per placare il tumulto, in una cella dove sei umani si contendevano lo spazio vitale di uno, la notte tra l'8 e il 9 aprile. Così sono due profughi ragazzini di 17 e 18 anni, un morto e un ferito, le ultime vittime conosciute del "Centro di raccolta e rimpatrio" Al-Mabani, una delle cinque galere per migranti aperte attorno a Tripoli. Vittime ufficiali, s'intende: cioè quelle (poche) di cui Medici Senza Frontiere, una delle benemerite organizzazioni che riescono a mettere piede nella bolgia libica, può dare conto, raccontando che "la gente bloccata qui dentro per un periodo indefinito corre gravi rischi", come ha spiegato Ellen van der Velden, manager operativa della Ong. Pare si muoia facilmente, dopo essere stati "salvati".
Ad Al-Mabani a febbraio i migranti prigionieri erano trecento. Sono diventati in fretta mille e settecento perché la guardia costiera libica, da noi sovvenzionata, ne ha riacciuffati parecchi tra fine inverno e inizio primavera. Sopravvivono senz'aria né luce, con poco cibo e poca acqua, hanno spiegato i volontari di Msf. È così in tutti i campi sotto il controllo del Dcim (il Dipartimento per la lotta all'immigrazione illegale) dove fughe e rivolte vengono stroncate nel sangue e dove all'inizio di marzo è stato impedito persino all'Unhcr (l'Alto commissariato Onu per i rifugiati) di continuare a distribuire coperte, materassi e abiti. In Libia sono aperti in questo momento 15 campi governativi, con 4.152 migranti prigionieri, il 27% dei quali minorenni e il 12% donne (1.046 sono i più vulnerabili). "Le loro sconvolgenti condizioni di vita vanno peggiorando", testimoniano volontari che preferiscono restare anonimi. Solo a febbraio, il personale di Medici senza frontiere ha curato 36 prigionieri con fratture, abrasioni, ferite agli occhi e agli arti, gambe spezzate: tutti traumi recenti "a indicare che sono stati loro inferti nei campi di detenzione".
E i campi di detenzione di cui parliamo sono solo la punta dell'iceberg, neppure la più ignobile. Nel suo rapporto sui diritti umani, Amnesty International scrive che nel 2020 la guardia costiera libica ha "intercettato in mare 11.891 rifugiati e migranti, riportandoli indietro sulle spiagge libiche, dove sono stati sottoposti a detenzione arbitraria e indefinita, tortura, lavoro forzato ed estorsione". Ma neppure questi conti vergognosi tornano. Il capo missione dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), Federico Soda, osserva che se gli ospiti dei campi ufficiali sono circa quattromila, mancano all'appello ottomila dei migranti catturati solo lo scorso anno. Alcuni vengono assistiti nei programmi dell'Unhcr o dell'Oim. Ma ne risultano svaniti ancora troppi. "Dobbiamo pensare che vengano trasferiti in campi non ufficiali, di cui nessuno conosce il numero", dice Soda. Di recente la Brigata 444 ha fatto irruzione nei centri clandestini di Bani Walid, liberando profughi torturati e stuprati, per ricondurli nel circuito formale. Ma la differenza tra strutture legali e illegali in Libia spesso è solo burocratica. E talvolta il percorso è inverso. Scrive Amnesty: "A migliaia sono sottoposti a sparizione forzata, dopo essere stati trasferiti in luoghi di detenzione non ufficiali, compresa la 'Fabbrica del Tabacco' di Tripoli, sotto il comando di una milizia affiliata al Gna (il governo nazionale). Di loro non s'è saputo più nulla".
Già dai rapporti Onu del 2018 era noto come profughi e migranti fossero catturati, seviziati e ricattati da gang spesso "parastatali", nelle quali confluivano banditi e funzionari governativi. Già da allora la famosa guardia costiera libica veniva definita alla stregua di una confraternita di pirati. A settembre dell'anno scorso l'Unhcr ha rilasciato una nota formale in cui si rigetta la nozione della Libia come posto sicuro di sbarco e "si invitano gli Stati a trattenersi dal rimandare in Libia qualsiasi persona salvata in mare". Nella mappa dei luoghi più mortali per i migranti in Africa, subito dopo il deserto tra Niger e Libia c'è la costa libica, con Bani Walid, Sabratha, Zuwara e Tripoli. E, appena venerdì scorso, l'Alto commissario Filippo Grandi è tornato a sollecitare "la fine delle detenzioni abusive", auspicando che "la nuova amministrazione libica dia segnali più forti di voler bloccare lo sfruttamento di migranti e rifugiati" (non va certo in questo senso la recente scarcerazione e promozione a maggiore della guardia costiera del trafficante Bija).
Tuttavia, questa storia ha un'altra faccia, che non è possibile ignorare. Un terreno minato per tutti i governanti italiani, sul quale si è mosso con fatica persino Mario Draghi nella sua visita a Tripoli, ringraziando la Libia "per quello che fa nei salvataggi". Frase impegnativa che, pur mitigata dal caveat sul "problema umanitario", ha provocato malumori e si presta in realtà a una domanda, non provocatoria, su chi siano davvero i salvati. Non i migranti, è di tutta evidenza, ormai. Dunque? Ancora una volta parlano i numeri. La crisi migratoria del 2014-17, con una media che si proiettava verso i 200 mila sbarchi l'anno, ha minato la nostra convivenza, trasformato i migranti in nemici e aperto autostrade (anche elettorali) all'estremismo xenofobo.
Il contestatissimo memorandum libico firmato nel 2017 dal ministro pd Marco Minniti ha quasi chiuso i flussi. Ma è un gioco di pretese sempre al rialzo. Oggi la ministra Lamorgese è chiamata a ridiscuterne coi libici: noi chiediamo più umanità, loro più quattrini. Anche gli sbarchi, forse non casualmente, stanno crescendo: vanno triplicandosi, pur partendo dai numeri bassissimi garantiti dagli accordi coi guardacoste di Tripoli. Che da noi il fuoco covi sotto la cenere è dimostrato, ove servisse, dal Barometro dell'Odio 2021 di Amnesty: immigrati e minoranze religiose sono tra i bersagli preferiti degli odiatori online. "Non è questione che l'Italia può affrontare da sola", riflette Soda: "La mancanza di coerenza dell'Europa è grave". Abbandonati e soli alla frontiera delle migrazioni, dunque, i salvati siamo noi. Per adesso. Pagare buttafuori per garantirci la quiete non pare una strategia sostenibile a lungo.
di Valter Vecellio
lindro.it, 22 aprile 2021
Si contano sulle dita di una mano le dichiarazioni di Marta Cartabia, da quando è Guardasigilli. Discreta almeno quanto il presidente del Consiglio Mario Draghi. Ma la diversa caratura rispetto al suo predecessore, Alfonso Bonafede, è più che palpabile.
Giustizia riparativa ed ergastolo ostativo, tra i temi affrontati da Cartabia in occasione della sua visita alla Casa circondariale di Bergamo: "La giustizia deve mirare alla rieducazione. All'interno del carcere, così isolato da tutto e da tutti in questo lungo anno, il disagio può rischiare a volte di spegnere del tutto la fiducia e la speranza, come provano i drammatici suicidi tra agenti della polizia penitenziaria, tra il personale e tra detenuti. Sono già 16 dall'inizio dell'anno, l'ultimo ieri. Sono fatti a cui non possiamo abituarci. Sono richiami forti, gridi di aiuto.
cnoas.org, 22 aprile 2021
"Ascolto, interesse, competenza, disponibilità, impegno. L'incontro, nel pomeriggio di ieri, con la ministra della Giustizia può essere riassunto in questi sostantivi che vogliamo condividere con tutti i nostri iscritti. In un'ora di colloquio e di scambio reciproco abbiamo affrontato problemi complessi che aspettano soluzione e che sono diventati anche più urgenti in questa lunga crisi pandemica.
- Il monito dei Garanti: colloqui via Skype, necessario tutelare la riservatezza dei detenuti
- Prescrizione per fasi, ecco l'idea del Pd. FI: "Serve un'alta mediazione di Cartabia"
- Alla Camera la maggioranza si spacca sul Csm e sulla commissione d'inchiesta sulle toghe
- Commissione d'inchiesta e Csm, scontro totale sulla giustizia
- Sì alla presunzione di innocenza, una rivoluzione nel paese della gogna










