di Giancarlo Capozzoli
L'Espresso, 17 gennaio 2021
Da qualche tempo ormai sto discutendo con Giovanni Piero Spinelli "Gianpiero" su diverse questioni legate ai più importanti temi d'attualità. L'emergenza covid ha messo in risalto quanto il compito di una informazione chiara e corretta sia fondamentale. Dal nostro ultimo scambio è venuta fuori questa riflessione che vuole sollevare delle questioni importanti.
Ci è parso evidente che ci siano delle analogie tra quanto accade subito dopo un attentato terroristico, riguardo alle responsabilità sia da parte del decisore politico, che dei media rispetto alla divulgazione delle informazioni legate alla pandemia di covid-19. Questioni emerse anche in una lunga chiacchierata fatta con un nostro amico israeliano, che da oltre 20 anni si occupa per l'intelligence israeliana (che per ragioni di anonimato non possiamo menzionare) di terrorismo e media, e di quel sottile ma conveniente legame di opportunità che in qualche modo li lega.
Il punto su cui pensiamo dover riflettere è quella che in gergo si chiama o viene identificata all'interno degli studi dell'anti-terrorismo come "ansia irrazionale", ovvero quell'ansia che sorge tipicamente in seguito ad un'azione terroristica, come quelle a cui purtroppo troppo spesso abbiamo assistito. La questione che si pone è quanto il decisore politico, i media e pseudo scienziati da "Talk Show", abbiano provocato questa "Ansia Irrazionale".
In che modo le attività di anti-terrorismo e il covid-19 sono correlate e che cosa sia l'Ansia Irrazionale è l'argomento che abbiamo discusso. Da quanto abbiamo approfondito, siamo arrivati alla conclusione che l'ansia irrazionale è uno dei più alti livelli di paura, e, cosa molto importante, non ha alcuna relazione con la reale portata di una minaccia. È creata ad hoc, al fine di impedire alla società presa di mira di poter svolgere le proprie attività quotidiane, di paralizzarla e causare danni all'economia statale e alla capacità di recupero e al modo della vita.
Questa è quella moderna strategia usata oggi dai gruppi terroristici, maggiormente conosciuti. Esistono molti metodi per innescare questo stato di ansia irrazionale. Le esecuzioni spettacolari messe in atto da alcuni gruppi terroristici hanno proprio questo scopo. Ma, ed è questo il punto emerso con chiarezza dalla discussione con Spinelli, si può dire che ci sia una certa analogia che lega queste esecuzioni spettacolarizzate alla sfilata dei camion militari durante il trasporto dei morti per Covid a Bergamo. Le due cose hanno in comune proprio questa spettacolarizzazione della paura. Anche il riferire delle statistiche quotidianamente, purtroppo sempre in crescendo, hanno aumentato quest'ansia irrazionale che è una delle cause di rallentamento dei principi di resilienza sociale. In molti hanno personalizzato l'evento stesso facendolo proprio, molte volte creando dei muri di ragionamento logico, dovuti alla mancanza di informazioni reali e soprattutto di reale presa di conoscenza del problema.
La questione da discutere è se sia stata messa in capo un'operazione psicologica mirata a cambiare l'equilibrio delle necessità delle persone. Per Spinelli è una questione evidente. Io nutro invece un maggiore scetticismo a riguardo. Anche se va riconosciuto che questa situazione di ansia irrazionale causata dalla pandemia mondiale per il Covid ha costretto e costringe la popolazione in misure che le fa percepire come presa di mira e a comportarsi in modo irrazionale: le attività quotidiane sospese e il tempo libero eliminato alimenta questa paura estrema e questa ansia del contagio.
Nella nostra discussione Spinelli mi ha sottolineato che uno dei primi passi per contrastare gli effetti psicologici della pandemia è identificare i fattori scatenanti che consentono alle persone comuni di passare dalla paura razionale all'ansia irrazionale. E che tuttavia, ogni individuo ha una sottile linea rossa molto personale, dinamica e unica che esiste tra la sua paura razionale e quella irrazionale. Linea rossa che è il risultato delle esperienze passate, delle convinzioni, delle narrazioni, del livello di esposizione al pericolo di un individuo e di una varietà di ulteriori fattori.
Sulla base di quanto detto ognuno dovrebbe essere in grado di identificare la propria linea personale e agire di conseguenza con lucidità e cercare una costante resilienza. Identificata la propria linea, si possono cercare misure che aiutino a limitare la propria ansia rispetto alla pandemia alla stregua di quanto viene fatto, ad esempio, per altri eventi catastrofici come ad esempio per il terrorismo e cercare di diventare più razionali nel proprio comportamento.
Ciò non vuol dire che questa pandemia non debba spaventare: è importante temerla ma mantenendo un certo raziocinio, concentrandosi, cioè, a mettere in campo tutte quelle misure che possano portare ad un livello di resilienza aderente. A partire da quanto detto ci siamo chiesti la responsabilità dei media riguardo a quanto accaduto e a quanto sta accadendo.
Si può determinare il migliore approccio in merito a tale questione? Evidentemente non la censura, che rappresenta un limite ai diritti democratici. Il miglior modo è allora un approccio più responsabile. I media hanno svolto un ruolo determinante nell'informare poco e male l'opinione pubblica in merito a questa pandemia di Covid-19, agendo in maniera irresponsabile da volano anche nel creare uno stato confusionale. Spinelli sostiene che si è prodotta una visione d'insieme e una sorta di manipolazione collettiva riguardo alla pericolosità della pandemia: pur senza sottovalutare l'evento in questione, dovrebbe essere interpretato, allo stesso tempo, come un evento non più drammatico di altri problemi sociali, che comunque ci hanno colpito e ci colpiscono continuamente.
La questione che è emersa dalla nostra discussione è molto importante e riguarda il ruolo dei media. Pur senza colpevolizzarli, ci si chiede se probabilmente possono essere stati usati come vettori non consenzienti (come si dice in gergo nel mondo dell'Intelligence), alla stregua di quanto accade con le organizzazioni terroristiche.
E allora la questione fondamentale è chiedersi chi potrebbe esistere l'attore che in qualche modo possa aver avuto interesse in merito? È un problema evidentemente fondamentale e resterà una questione aperta per i prossimi anni anche. La questione importante da porsi, ben oltre semplicistici discorsi complottistici, è quella di analizzare, come a causa dell'evento sistemico/catastrofico Covid-19, qualcuno abbia potuto trarre vantaggio dal potere della comunicazione affidato ai media.
I media non sono causa della pandemia di Covid-19, questo è banale sottolinearlo. Ma ci siamo chiesti se esiste una relazione reciprocamente vantaggiosa tra l'evento sistemico e i media stessi.
Evento sistemico/catastrofico che nella lettura che ha fatto Spinelli, si è presentato o è stato presentato al mondo come un evento spettacolarmente vizioso, con un'assoluta tendenza dei media a sopravvalutare le minaccia stessa. si è voluto dipingere la stessa pandemia come un quadro più scuro di quanto lo sia nella realtà, alla stregua di quanto accade in seguito ad un attentato terroristico, dove allo stesso atto viene data una spettacolarizzazione che molte volte non corrisponde al suo livello di pericolosità.
Il Covid-19 ha subito da parte dei media una specie di "glorificazione"? Probabilmente senza farlo intenzionalmente, si è creata una narrativa di invulnerabilità, che è stato l'elemento di distruzione sociale ad altissimo impatto. La copertura mediatica inoltre ha accresciuto l'effetto emulativo dei cosiddetti scienziati dello "Show Biz", che visto il successo della messa in campo di indottrinate teorie di copione assolutamente non allineate e distorsive, e molte volte con fattori valutativi assolutamente legati a processi di disinformation costruita.
I media hanno contribuito da sonda per la valutazione dei fattori sistemici sociali da parte del decisore politico, involontariamente o volontariamente? Il decisore politico a sua volta ha iniettato una serie di informazioni, al fine di trovare potenziali bersagli per strategie adattive dai programmi televisivi o da Internet?
Sono queste le questioni da affrontare, ben oltre l'emergenza pandemica. Di certo la disseminazione di molte informazioni hanno creato quell'ansia irrazionale a cui abbiamo fatto riferimento all'inizio, che, a sua volta è stata sfruttata come altoparlante amplificato tanto dal decisore politico per poter giustificare misure draconiane. Come detto in precedenza, uno dei più grandi vantaggi ottenuti dai decisori politici attraverso i media è stata la capacità di diffondere un messaggio di paura e ansia, per poter giustificare misure restrittive, secondo la lettura che ne fa Spinelli.
Di sicuro siamo assediati dal virus, ma ben oltre il quadro drammatico, uno degli errori più gravi che i media hanno commesso, è stato quello di promuovere se stessi come piattaforma per la diffusione di un tale messaggio. Come accade con le organizzazioni terroristiche.
di Sabino Cassese
Corriere della Sera, 17 gennaio 2021
L'ordinanza della Corte costituzionale del 14 gennaio chiarisce che gli interventi resi necessari dalla pandemia spettano esclusivamente al governo, con cui le regioni debbono collaborare.
Pochi se ne sono accorti. L'ordinanza della Corte costituzionale del 14 gennaio scorso non ha solo sospeso l'efficacia della legge della Valle d'Aosta. Una legge che consente attività economiche e sociali in deroga alla normativa statale sulla pandemia, accogliendo la richiesta del presidente del Consiglio dei ministri. Ha anche stabilito che "la pandemia in corso ha richiesto e richiede interventi rientranti nella materia della profilassi internazionale di competenza esclusiva dello Stato ai sensi dell'art. 117, secondo comma, lettera q, Cost.". Una affermazione di principio che la Corte non potrà non tener ferma il 23 febbraio, quando prenderà la decisione sul merito della questione.
Questo importa che la strada imboccata dallo Stato fin dal marzo scorso è sbagliata. Gli interventi resi necessari dalla pandemia non rientrano tra quelli nei quali Stato e regioni si spartiscono i compiti, ma tra quelli che spettano esclusivamente al governo, con cui le regioni debbono collaborare. Il governo ne esce ancor più colpito della piccola regione Valle d'Aosta. Dovrà ora reimpostare tutta la sua strategia. Con un anno di ritardo ci accorgiamo che un fenomeno mondiale non può essere fronteggiato dividendosi. Il pluralismo anti-pandemia è una contraddizione in termini.
Meglio tardi che mai, possiamo dire. Anche perché questo è un altro segno del nuovo corso, inaugurato lo scorso anno dalla Corte costituzionale, che pare aver riscoperto il coraggio che ebbero i suoi primi componenti. Le sentenze della Corte riguardano leggi, che toccano tutti: quindi, è stata giusta l'introduzione, nel febbraio 2020, del diritto di intervenire anche di chi non è parte in causa. La Corte costituzionale non è soltanto un giudice (la Costituzione non la disciplina tra le norme sull'ordine giudiziario): quindi è stata giusto ricorrere - come ha fatto nei giorni scorsi - al potere di prendere l'iniziativa, sollevando dinanzi a sé stessa una questione di costituzionalità (quella della assegnazione del nome paterno al figlio naturale). Troppe sono le lesioni, elusioni, erosioni delle regole costituzionali perché la Corte possa svolgere la sua funzione di correzione soltanto con le sentenze: quindi è bene che colga altre occasioni per pronunciarsi.
Enrico Cuccia, in una lettera del 1965 a David Lilienthal (ora citata nello splendido libro di Giovanni Farese su "Mediobanca e le relazioni economiche internazionali dell'Italia", edito nei giorni scorsi da Mediobanca stessa) ha scritto: "Bernard Berenson disse una volta che gli italiani nel loro intimo sono politicamente atei, perché non credono alla possibilità del buon governo". Chi ha fiducia in un governo efficiente e non ama le troppo numerose infrazioni delle regole del gioco, vorrebbe avere, nel pieno rispetto dell'agenda e delle scelte politiche, se non un arbitro almeno un guardalinee. Benvenuto, quindi, il nuovo corso della Corte costituzionale.
di Luca Geronico
Avvenire, 17 gennaio 2021
A 5 giorni dall'insediamento di Joe Biden l'esecuzione di Dustin Higgs, malato di Covid, chiude il ciclo voluto dal presidente. La Nra lascia New York per il Texas: è indagata per distrazione di fondi.
A cinque giorni dal giuramento di Joe Biden, l'ultimo spietato colpo di frusta di Donald Trump. Dustin Higgs è stato ucciso con un'iniezione letale di pentorbital nel penitenziario di Terre Haute, in Indiana. L'uomo, un afroamericano di 48 anni, nel 2000 era stato condannato a morte per l'uccisione di tre donne. È la tredicesima esecuzione in sei mesi da quando lo scorso luglio Donald Trump ha ripreso le esecuzioni federali dopo 17 anni di moratoria. Quella di Higgs è l'ultima delle tre esecuzioni programmate per questa settimana, dopo Lisa Montgomery uccisa dal boia il 13 gennaio, e Corey Johnson, tutti detenuti nel carcere di Terre Haute.
Un tribunale aveva chiesto di rimandare l'esecuzione sostenendo che Higgs, era affetto da Covid-19 a causa di un focolaio scoppiato nel carcere dell'Indiana. La Corte Suprema aveva però accolto il successivo ricorso del Dipartimento di Giustizia, dando in questo modo il via libera all'iniezione letale. Nel gennaio 1996 Dustin Higgs aveva invitato tre giovani donne nel suo appartamento di Washington. Dopo che una delle ragazze aveva rifiutato le sue avance, Higgs si era offerto di accompagnarle a casa insieme a un suo amico. Le tre donne furono uccise in un posto isolato a colpi di pistola dall'amico, su ordine di Higgs che nel 2000 fu condannato a morte. L'esecutore del triplice omicidio fu invece condannato all'ergastolo perché incastrò Higgs. A dicembre l'avvocato di Higgs aveva invano chiesto clemenza a Trump affermando che fosse "arbitrario e ingiusto" che al suo assistito fosse stata inflitta una pena superiore a quella dell'esecutore materiale degli omicidi.
Intanto il prossimo "cambio della guardia" alla Casa Bianca - oltre ad alzare la tensione alle stesse con 25mila soldati della guardia nazionale schierati sul National Mall a Washington per il giuramento di Joe Biden di mercoledì - produce già forti "fibrillazioni" fra le organizzazioni che più hanno sostenuto il presidente uscente.
La potente National Rifle Association (Nra), la lobby delle armi statunitense, ha deciso di trasferirsi in Texas. La decisione, comprensiva di una dichiarazione di bancarotta, è un tentativo di sfuggire alla Procura di New York che minaccia lo scioglimento dell'organizzazione per violazione del suo status di non profit.
In estate il procuratore di New York Letitia James, aveva avviato una procedura legale per rimuovere dal suo incarico Wayne La Pierre, leader dell'Nra, accusandolo di aver usato i fondi dell'organizzazione per scopi personali. L'Nra ha il suo quartier generale a Fairfax, in Virginia, nell'area di Washington D.C. Ma ora pare meglio traslocare in Texas.
di Marco Perduca
L'Espresso, 17 gennaio 2021
Mentre in Italia il dibattito pubblico ruota attorno al colore delle regioni e crisi di governo, altrove, anche dove la situazione è molto tesa, la politica continua nel suo business as usual - anzi no! Dai primi di novembre è un susseguirsi di decisioni legislative, giurisdizionali e istituzionali che hanno posto la cannabis al centro di misure di "normalizzazione"; sviluppi che lasciano ben sperare per il futuro della pianta e, più in generale, per la libertà di scelta, di accesso alle terapie, d'impresa nonché amministrazione della giustizia.
Negli Usa l'elezione di Biden è stata surclassata percentualmente dalle vittorie referendarie che in Arizona, Montana, New Jersey e South Dakota hanno legalizzato la cannabis per qualsiasi tipo di consumo, mentre il Mississippi è diventato il 35esimo stato a consentirne l'uso terapeutico. Il 19 novembre, in risposta al ricorso di un'azienda francese, la Corte europea di giustizia ha chiarito che il principio attivo della pianta noto come Cbd non dev'essere trattato come una sostanza stupefacente e che i prodotti che lo contengono possono circolare in Europa anche se un solo membro ne autorizza il commercio.
Il 2 dicembre, con una decisione storica, la Commissione droghe delle Nazioni Unite ha votato per cancellare definitivamente la cannabis dalla tabella che riconosce il potere terapeutico di piante e sostanze sotto controllo internazionale ma ne evidenzia la pericolosità per la salute pubblica. Nel pomeriggio dello stesso giorno la Commissione europea ha chiarito che i prodotti contenenti Cbd frutto di gambi, foglie e fiori della pianta possono essere inseriti nella lista dei novel food (nuovi alimenti) dell'Ue dando il via libera per il loro finanziamento coi fondi della Politica Agricola Comune.
Il 4 dicembre la Camera dei Rappresentanti di Washington ha approvato il "More Act", una legge che toglie la cannabis dalla tabella nazionale delle droghe pericolose cancellando le sanzioni federali e consentendone vendita e tassazione. Molto probabilmente il Senato non confermerà la riforma, ma si tratta di un chiaro segnale politico visto che prima firmataria è la senatrice Kamala Harris, eletta vicepresidente.
Altrove riforme strutturali sulla cannabis avanzano in Australia, Israele, Georgia, Macedonia, Messico e Sudafrica mentre nell'Africa subsahariana e in America latina molti governi hanno adottato leggi per consentirne la produzione per fini terapeutici. E da noi? La proposta di legge d'iniziativa popolare "Legalizziamo" giace alla Camera dei Deputati da oltre quattro anni assieme a un manifesto collettivo recentemente trasformato in bozza di norme.
La Commissione giustizia della Camera è bloccata dietro a una proposta leghista, di indurire le pene per detenzione e consumo di stupefacenti, anche di piccole quantità, mentre in Commissione agricoltura non si chiariscono le destinazioni d'uso di prodotti a base di Cbd e Thc ri-legalizzati nel 2016. Un emendamento di Riccardo Magi ha quasi raddoppiato i fondi per l'approvvigionamento di cannabis terapeutica ma senza una radicale riforma dei meccanismi di produzione o acquisto i problemi di reperimento dei prodotti resterà. Girano voci sulla costituzione di un tavolo tecnico sulla cannabis ma non si rintracciano conferme della sua effettiva composizione.
Le decisioni europee e quella dell'Onu sono di fondamentale importanza per la canapa industriale e quella terapeutica. L'Italia ha da tempo regolamentato il settore della canapa - già il (pessimo e redivivo) Testo unico del 1990 conteneva misure su produzione e importazione della terapeutica - questo nuovo clima globale dev'essere sfruttato per rilanciare riforme.
Viste anche l'impatto economico del settore, occorre aprire la produzione della cannabis terapeutica ai privati e semplificarne l'importazione; investire in ricerca e sperimentazioni cliniche e includere la cannabis nei Livelli Essenziali di Assistenza; fare formazioni e informazione a tutti gli operatori coinvolti; definire il catalogo di cosa può essere prodotto industrialmente tenendo conto dell'instabilità delle percentuali dei principi attivi per consolidare un comparto che ha caratteristiche di sostenibilità ambientale.
In attesa di una revisione radicale della legge e delle politiche sulle droghe, occorre chiarire che sanzionare chi coltiva a casa o usa la cannabis casualmente - ma anche tutte le altre sostanze proibite - non è una delle priorità di politica criminale della Repubblica italiana.
di Martina Santamaria
L'Espresso, 17 gennaio 2021
Gulbahar Haitiwaji racconta al Guardian la vita alienata degli appartenenti alla minoranza islamica Uiguri nei campi di detenzione della Repubblica Popolare. Una delle prime testimonianze dettagliate di quella che il governo di Pechino continua a raccontare come una guerra giusta.
"La conoscete non è vero?". "Sì, è nostra figlia". "Vostra figlia è una terrorista!". È iniziato così l'incubo di Gulbahar Haitiwaji, raccontato sulle pagine del Guardian. Anzi, è iniziato con una telefonata ricevuta nel novembre del 2016 nel suo appartamento di Boulogne; una giornata tranquilla, comune come la vita che Gulbahar e suo marito Kerim avevano scelto dieci anni prima, quando si erano trasferiti in Francia per seminare alle loro spalle anni di discriminazioni. Erano Uiguri dello Xinjiang e questo significa che, per la loro Cina, erano una potenziale fonte di tensione in una regione strategica.
La voce al telefono ha detto a Gulbahar di chiamare per conto della compagnia petrolifera in cui lei e suo marito avevano trovato il primo impiego da ingegneri, chiedendole di tornare a Karamay per firmare dei documenti. Karamay era la parentesi che Gulbahar e famiglia avevano chiuso da tempo, quella dei "niente uiguri" alla fine degli annunci di lavoro, quella delle buste paga rosse per le minoranze, meno pesanti delle paghe dei colleghi Han, il gruppo etnico dominante.
Convinta a tornare in Cina, con quel timore che sperava di aver dimenticato, le tappe del suo viaggio hanno confermato i suoi presentimenti: prima i documenti da firmare, poi l'interrogatorio nella stazione di polizia e, infine, quelle parole: "Sua figlia è una terrorista". Davanti ai suoi occhi i poliziotti hanno piazzato la foto della ragazza a una manifestazione a Parigi del Congresso mondiale degli uiguri, organizzata per denunciare la repressione esercitata dal governo cinese contro l'autonomia dello Xinjiang. La figlia, nella foto, sventolava una bandiera del Turkestan, bandita dallo Stato: è una terrorista. Separatismo, islamismo e terrorismo per lo stato cinese sono un tutt'uno e tutti gli uiguri, di conseguenza, sono terroristi.
La pena per Gulbahar è stata la peggiore possibile. Cinque mesi nelle celle della stazione di polizia e poi la "scuola". La scuola formalmente è quel programma di ri-educazione destinato alla minoranza islamica e rientra nella cornice della campagna Strike Hard contro il terrorismo violento; si tratta di strategie di difesa che risalgono alle pagine più buie della storia della Cina, ma che hanno trovato sempre più pretesti a partire dagli attacchi dell'11 settembre prima e dagli attentati terroristici a Pechino, alla stazione di Kunming e al mercato di Urumqi più di recente.
Però dietro la maschera di legalità c'è una deportazione di massa - la più grande dopo Mao - che viola in blocco tutti i diritti umani. I report ormai rivelano numeri da vero e proprio genocidio; sono in milioni a essere internati, costretti all'indottrinamento forzato, uccisi, allontanati. Le scuole di rieducazione sono campi di detenzione, "a sort of no-rights zone", li ha definiti Gay McDougall, il membro delle Nazioni Unite preposto al rispetto dei diritti umani e della Convenzione Internazionale per l'eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale.
La rieducazione è in realtà violenza fisica, psicologica, culturale, che si spinge alla cancellazione dell'identità uigura. Il governo cinese nega tutto e la storia continua a raccontarla in termini assai differenti, ma le inchieste giornalistiche, i numeri e le testimonianze di ex detenuti stanno delineando un quadro sempre più chiaro di ciò che avviene nei campi di detenzione cinesi.
Gulbahar Haitiwaji è la prima sopravvissuta a parlare senza filtri, e la sua testimonianza è un libro di prossima uscita in Francia. Racconta della "scuola", di cui nessuno sapeva qualcosa con certezza se non che era un luogo di formazione per correggere gli uiguri; racconta del filo spinato sul recinto dell'edificio nel Baijiantan, mentre tutto intorno c'è solo il deserto.
Racconta dell'esercitazione militare, di come ai corpi dei detenuti non fosse permesso vacillare, perché chi sveniva veniva picchiato e schiaffeggiato. A volte chi sveniva o cadeva più volte veniva trascinato fuori dalla stanza, per non fare più ritorno. Racconta di come i corpi inizialmente recalcitranti alla coercizione pian piano si abituano anche all'orrore e perdono spirito, eseguono gli ordini in automatico. La cuccetta da dividere con un'altra donna, un secchio per i bisogni e telecamere che controllano ogni movimento, a ogni ora del giorno e della notte; il letto con le assi di legno e senza materasso, niente mobili e niente biancheria.
Il tempo era scandito dai fischi e dagli ordini impartiti. "Il silenzio era imposto ma, fisicamente stremati, non avremmo parlato comunque". I detenuti cercavano di nascondere persino gli sbadigli, perché ogni movimento della bocca poteva essere scambiato per una preghiera. Anche solo chiudere gli occhi per le autorità poteva significare pregare. Quindi si stava bene attenti a evitarlo.
Nel campo non esiste tempo, non esiste luogo e nemmeno più il pensiero, dopo un po'. Nessuno al suo arrivo nel campo pensa davvero che un manuale di propaganda e la ripetizione in coro di "Lunga vita al presidente Xi Jinping " nelle undici ore quotidiane di lezione possano resettare il proprio pensiero critico e convincerlo di ciò che ha sempre condannato, ma alla fine succede a tutti.
Succede di dimenticare cosa si pensava, persino chi si amava prima di arrivare al campo; succede di non avere più senso critico, tanto che molti educatori non sono Han, ma sono uiguri convertiti. Trovarsi di fronte ad una donna della propria etnia che impone di giurare lealtà al governo centrale all'inizio turba le uigure detenute, ma poi ci si abitua, non ci si chiede nemmeno più che cosa le educatrici pensino davvero e se pensino ancora.
La testimonianza di Gulbahar è quella di chi nel campo è rimasta per ben due anni, tanto da iniziare a credere per davvero di essere una terrorista, tanto da arrivare quasi a denunciare la famiglia. "Tutti intorno a me cercavano di farmi credere alla massiccia menzogna senza la quale la Cina non avrebbe potuto giustificare il suo progetto di rieducazione: che gli uiguri sono terroristi" e alla fine si cede, ci si mette in ginocchio e si rinnegano i propri principi, persino la propria identità.
L'ingegnere Gulbahar Haitiwaji, o meglio la donna della cuccetta n. 9, confessa di aver dimenticato, a un certo punto, persino i volti del marito e delle due figlie. Tutti i detenuti diventano animali programmati per lavorare come automi. "La Cina non vuole ucciderci a sangue freddo, ma farci sparire lentamente. Così lentamente che nessuno se ne possa accorgere". Nel campo, la morte può essere nelle forbici che usano per tagliare i capelli, nei passi delle guardie di notte, in un fischio, nell'ago del vaccino. Che poi vaccino non era, perché in realtà era una tecnica di sterilizzazione delle detenute, allo scopo di azzerare la rigenerazione della stirpe.
Così, la salute mentale abbandona le vittime, a volte per sempre, anche quando escono dal campo di detenzione. L'unico modo, ricorda l'autrice, in cui è possibile continuare a credere nella verità e a mantenerla viva nella propria mente è fingere di cedere alla menzogna. Gulbahar ricorda tutto, ogni parola pronunciata contro la volontà, ogni volta in cui ha rinnegato la propria ideologia; anche di essere stata per tanto tempo convinta che quella verità sarebbe rimasta soltanto nella sua testa, perché nessuno le avrebbe mai prestato ascolto. Invece dopo due anni, il 2 agosto 2019, è stata dichiarata innocente nel tribunale di Karamay, quando ormai l'alienazione della sua persona era compiuta: "Le donne come me che escono dai campi di rieducazione non sono più le stesse di prima. Siamo ombre. Le nostre anime sono morte".
di giordano stabile
La Stampa, 17 gennaio 2021
Sospetti sull'Isis. Ennesima esecuzione mentre prosegue il ritiro americano. Un commando di terroristi ha ucciso a colpi di armi automatiche due giudici donna della Corte suprema. Erano dirette verso i loro uffici quando sono state prese di mira dagli uomini armati, almeno due. Nessun gruppo ha ancora rivendicato l'attacco. I sospetti si concentrano sull'Isis, anche se non è esclusa un'azione di altri gruppi jihadisti, come il Network Haqqani o frange dei Taleban che vogliono la guerra totale contro il governo di Kabul, anche in vista del ritiro delle truppe americane previsto per inizio maggio.
Messaggio jihadista - Le due giudici erano a bordo di un'auto che le portava al posto di lavoro, ha spiegato un portavoce della Corte Suprema, Ahmad Fahim Qaweem. Anche il loro autista è rimasto ferito. Taleban e altri gruppi jihadisti predica una visione conservatrice della società, dove non c'è posto per donne al di fuori delle mura domestiche. Sono contrari anche all'istruzione delle ragazze, se non in scuole separate dai maschi. Nei vent'anni seguiti alla caduta del regime del mullah Omar (1996-2001) c'è stata invece una grande apertura, soprattutto nella capitale. Moltissime ragazze studiano, lavorano, poche portano ancora il burqa, il velo integrale.
Conquiste sociali appese a un filo - Le conquiste di questi due decenni sono però appese a un filo. L'accordo di Doha, firmato lo scorso febbraio fra rappresentanti americani e talebani, prevede la fine delle missioni militari occidentali in cambio di una condivisione pacifica del potere fra studenti barbuti e l'attuale governo del presidente Ashraf Ghani. Ma gli attacchi dei jihadisti contro le forze di sicurezza governative non si sono mai fermati. Circa il 40 per cento del territorio è sotto controllo totale o parziale degli insorti. Il governo ha salda la presa nelle città principali e nei dintorni, anche se infiltrati talebani sono già presenti alla periferia di Kabul, minacciano uomini che non si fanno crescere la barba e vestono all'occidentale, e le ragazze senza velo.
di Marco Campora e Raffaele Minieri*
Il Riformista, 16 gennaio 2021
Le discussioni sull'edilizia penitenziaria continuano a essere caratterizzate da profondo populismo. L'idea di edificare nuove carceri è assolutamente irricevibile, in quanto rappresenta una falsa risposta a problemi complessi, urgenti e improcrastinabili. Il sovraffollamento delle nostre strutture non si risolve certamente con nuove carceri, la cui costruzione richiede peraltro tempi lunghissimi, ma con un radicale cambiamento di paradigma che ponga al centro del dibattito i risultati decisamente soddisfacenti raggiunti attraverso le misure alternative alla detenzione.
di Giacomo Andreoli
Il Riformista, 16 gennaio 2021
Più di 70 persone sono in carcere, ma come riconosciuto da un giudice non dovrebbero essere lì. Non è il racconto di un inviato in una città del Venezuela, ma quello che avviene oggi in Italia per diversi malati mentali "socialmente pericolosi". Insomma: chi ha compiuto reati, ma non può essere imputabile quando viene arrestato, perché manca la capacità di intendere e volere. Dovrebbero finire nelle Rems, le Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza, aperte dal 2015. Peccato che non ci siano abbastanza posti: tra le 31 strutture presenti in tutta Italia i 609 occupati (secondo l'ultimo censimento del Garante nazionale dei detenuti) sfiorano la capienza massima di circa 670, che si riduce tra ristrutturazioni e temporanee carenze di operatori. E oltre a questi 70 in carcere, di cui 20 a Roma tra Regina Coeli e Rebibbia, ci sono le persone con misure alternative, come l'invio in comunità o la vigilanza terapeutica, ma comunque in lista d'attesa per le Rems: ad oggi più di 500, di cui un centinaio nella sola Sicilia.
di Daniele Caprara
Il Dubbio, 16 gennaio 2021
Se è vero che l'attuale presidente del Consiglio, rispondendo alla domanda "che Paese vorremmo tra dieci anni" ha risposto "un Paese più moderno, più verde e più coeso", non vi è dubbio che il grande assente tra i desideri governativi sia quello di un Paese più civile.
di Francesca Valente
Il Mattino di Padova, 16 gennaio 2021
Prevenire è meglio, anche quando si parla di legalità ed educazione civica. Con questo spirito è nato 18 anni fa a Padova il progetto nazionale "A scuola di libertà", finanziato e sostenuto con forza dal Comune e lanciato dalla redazione di Ristretti Orizzonti, la rivista realizzata da detenuti e volontari nella Casa di reclusione di Padova. Organizzato in stretta collaborazione con il carcere, il programma è stato traghettato nove anni nella Conferenza nazionale Volontariato e Giustizia da Ornella Favero, giornalista e fondatrice di Ristretti e oggi presidente nazionale. È stata lei a dare impulso alla campagna di sensibilizzazione nelle scuole sui temi delle pene e del carcere.
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