di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 22 aprile 2021
La motivazione del Dap sarebbe che il dirigente dell'Ausl abbia messo a conoscenza delle autorità esterne il focolaio al 41 bis del carcere di Parma. Il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria ha chiesto la rimozione di Choroma Faissal, il responsabile sanitario del carcere di Parma. La motivazione sarebbe da ritrovarsi nel fatto che abbia messo a conoscenza delle autorità esterne, dai garanti al tribunale di sorveglianza, il focolaio che ha coinvolto il 41 bis del carcere parmense.
Ma soprattutto per aver messo in guardia delle possibili complicazioni per i detenuti che hanno gravi patologie pregresse. Se il motivo è questo, resta lo stupore di tale richiesta, soprattutto perché la sanità penitenziaria è gestita dal Sistema sanitario nazionale, in particolar modo dalle Asl che svolgono il loro lavoro in completa autonomia. Non risulta una normativa che vieti il responsabile sanitario del carcere di avvisare le autorità esterne, oltre che la direzione e il Dap, degli eventi critici dal punto di vista sanitario.
Gli avvocati dei detenuti al 41 bis non erano a conoscenza dei casi di Covid - Anche perché, ricordiamo, gli avvocati che hanno i loro assistiti al 41 bis, non erano venuti a conoscenza del focolaio in atto nel carcere di Parma. Infatti, la Camera penale di Parma ha stigmatizzato l'assenza di informazioni alla Avvocatura circa l'esistenza e l'entità del contagio, con missiva in data 24 marzo 2021 inoltrata alla Ausl Parma e alla direzione del carcere, oltre che, per conoscenza, ai soggetti deputati alla tutela della salute e della sicurezza non solo delle persone detenute, ma altresì di tutti coloro che accedono al carcere per motivi di lavoro.
La Camera penale di Parma ha chiesto che avvocati e parenti siano informati quotidianamente - Non a caso, la Camera penale ha invitato la Ausl di Parma e ai competenti uffici della Amministrazione penitenziaria affinché, al pari dei liberi cittadini che stanno vivendo gli effetti del contagio da Covid-19 e le conseguenti apprensioni, informino quotidianamente i familiari e gli avvocati dei detenuti contagiati sullo stato di salute dei congiunti ristretti e sulle misure che verranno adottate per la loro tutela e per la prevenzione futura. Questo è accaduto all'inizio del focolaio, dopo fortunatamente gli avvocati sono stati messi a conoscenza dello stato di salute dei loro assistiti.
Il responabile sanitario invitava a trasferire i soggetti vulnerabili - Ma ritorniamo alla richiesta di dimissione del responsabile sanitario Faissal. Nella sua segnalazione inviata anche alle autorità esterne, con grande senso di responsabilità ha chiesto di valutare, ove possibile, il trasferimento dei soggetti vulnerabili lontano dal focolaio rilevato nell'istituto. Parliamo dello stesso dirigente che ultimamente ha segnalato la criticità che persiste al centro clinico del carcere di Parma, dove denuncia la difficoltà oggettiva nell'assistere h24 quei detenuti che richiedono tale assistenza.
I continui arrivi di detenuti da altre carceri mette in crisi il centro clinico - A causa dei continui arrivi di detenuti malati che provengono da diverse carceri, lo standard esistenziale di tale centro clinico (ora denominato Sai), è messo in seria difficoltà. Una criticità già denunciata dalla Ausl ai tempi della prima ondata della pandemia.
Ribadiamo che le ragioni della richiesta di dimissioni da parte del Dap sembrano ritrovarsi sul fatto che il dirigente sanitario abbia segnalato la situazione del Covid al 41bis e possibili complicazioni, alle autorità esterne. Forse esiste una legge che lo vieti? Nel caso il Dap ha avuto le sue buone ragioni. Altrimenti sembrerebbe emergere una incomprensibile linea dura. Oltre al fatto che stride con l'autonomia delle Aziende sanitarie che si occupano della sanità penitenziaria come prevede la riforma del 2008.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 22 aprile 2021
La riforma del 2008 ha previsto il passaggio totale delle competenze dal ministero della Giustizia al Servizio sanitario nazionale. Una tappa di civiltà attesa da anni, anche in aderenza alle direttive emanate ripetutamente dalla Comunità Europea. Si è trattato, infatti, di un passaggio assai importante, epocale per alcuni, frutto di un ampio e lungo dibattito sviluppatosi nel corso degli anni 90, grazie a un movimento di opinione a favore del passaggio delle competenze sanitarie penitenziarie al servizio sanitario nazionale che, partendo dall'esperienza di singoli e passando attraverso le associazioni di volontariato attive nelle carceri, arrivò a coinvolgere enti locali, sindacati, autorità politiche.
Si tratta di una pietra miliare per la tutela della salute dei detenuti e di un importante passo avanti per la civiltà stessa dell'ordinamento penitenziario. Un passo avanti anche nella ricomposizione di un rapporto positivo tra carcere e società. Sin dall'istituzione dell'ordinamento penitenziario con la L. 354 del 1975, una delle materie più controverse e oggetto di acceso dibattito circa la determinazione di competenze è stata la tutela della salute.
Con il passare degli anni, e dopo varie commissioni di studio, si è arrivato al convincimento che era impossibile riformare la sanità dall'interno del servizio penitenziario. In tal senso, importante ruolo di stimolo nei confronti del governo Prodi e dei ministri della Salute Livia Turco e della Giustizia Clemente Mastella, affinché si avviasse il percorso di transito di tutti i servizi sanitari alle Asl, continuava ad essere svolto da alcune Regioni (in particolare Toscana, Emilia Romagna e Lazio), dal Forum nazionale per la tutela della salute dei detenuti (organismo che ha sede presso l'Ufficio del garante dei diritti dei detenuti del Lazio, presieduto all'epoca da Leda Colombini, presidente dell'associazione di volontariato "a Roma Insieme" e responsabile delle politiche sociali di Lega autonomie locali Nazionale), dai Garanti regionali dei diritti dei detenuti, da importanti sigle sindacali (Cgil) e associazioni come Antigone.
Fu una spinta decisiva per compiere i passi concreti per attuare la riforma iniziata precisamente con la legge del 1998 che stabilì il trasferimento dal ministero della Giustizia al Servizio sanitario nazionale di tutte le funzioni sanitarie, dei rapporti di lavoro, delle risorse. Si dovevano attendere però dieci anni, con il Dpcm del primo aprile 2008 (che stabilì il definitivo transito della medicina penitenziaria al Servizio sanitario nazionale), per vedere chiuso il primo, lungo atto di una riforma tanto importante quanto complessa.
Dal 14 giugno 2008 sono state trasferite al Servizio Sanitario Nazionale tutte le funzioni sanitarie, fino ad allora svolte dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria e dal Dipartimento della Giustizia Minorile del ministero della Giustizia. Con esso, assieme alle funzioni, sono state trasferite al Fondo sanitario nazionale e ai Fondi sanitari regionali le risorse, le attrezzature, il personale, gli arredi e i beni strumentali afferenti alle attività sanitarie nelle carceri. Il personale sanitario che ad oggi opera nelle carceri italiane è dunque inquadrato contrattualmente quale dipendente dell'Azienda sanitaria e non più del Dap.
Uno dei principi fondamentali della riforma è il "riconoscimento della piena parità di trattamento, in tema di assistenza sanitaria, degli individui liberi e degli individui detenuti ed internati e dei minorenni sottoposti a provvedimento penale". La sanità penitenziaria è stata oggetto di epocali, numerosi e positivi cambiamenti nel corso degli ultimi decenni, tutti aventi lo scopo di parificare - quanto più possibile - l'offerta sanitaria "carceraria" a quella prevista per la popolazione "libera". Molto si è già fatto, tuttavia permangono ancora tantissime difficoltà indissolubilmente legate allo status detentivo, ma anche dovuto da una cultura politica che ancora tende a difendere oltre ogni limite il concetto esasperante della sicurezza. Passando, di fatto, sopra anche sul diritto alla salute.
di Andrea Esposito
Il Riformista, 22 aprile 2021
Spazio di riscatto sociale? Macché. Tutt'al più luogo di espiazione e di sofferenza, se non addirittura di morte. Ecco a che cosa si è ridotto il carcere in Campania. Sono i numeri a restituire una fotografia impietosa degli istituti di pena: dall'inizio dell'anno, nella nostra regione, si sono già suicidati tre detenuti. L'ultimo due giorni fa a Bellizzi Irpino, dove a togliersi la vita è stato un pugliese, padre di tre figli, arrestato a novembre scorso e trasferito da Foggia nell'istituto di pena avellinese il primo aprile scorso. Una tragedia che si somma a quella del 16enne che si è tolto la vita in una comunità del Casertano e a quella del detenuto che ha compiuto il gesto estremo tre giorni dopo essere entrato nel carcere di Santa Maria Capua Vetere.
Tre morti in meno di quattro mesi, dunque, a conferma di un trend in netta crescita. Nel 2020 i suicidi dietro le sbarre sono stati nove a fronte dei cinque registrati nel 2019. Allo stesso modo, stando a quanto si legge nella relazione annuale presentata dal garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello, sono aumentati gli atti di autolesionismo aumentati (1.232 casi in un anno), gli scioperi della fame (1.072) e il rifiuto dell'assistenza sanitaria (398 casi) come forma di protesta, con conseguente aumento dei provvedimenti disciplinari che portano alla perdita di benefici e, di conseguenza, alimentano il sovraffollamento.
A prescindere dalle motivazioni di certi gesti, i dati dimostrano come il carcere continui a esasperare, straziare e persino a uccidere anziché a rieducare. Soprattutto in un periodo in cui il distanziamento sociale imposto dall'emergenza sanitaria ha ridotto i contatti tra detenuti e familiari, comunicazione, ascolto e presenza di figure sociali. Manca qualcosa? Probabilmente sì, almeno secondo Ciambriello: "Bisogna implementare progetti rieducativi e umanizzanti, distribuendoli nell'arco della giornata, con l'obiettivo di combattere l'isolamento. E poi servono più figure sociali di accompagnamento come psicologi, psichiatri, pedagogisti ed educatori, il che significa più attività di inclusione, lavoro, studio e formazione". Fino a qualche tempo fa, d'altra parte, nei 15 penitenziari della Campania erano in servizio 17 psicologi e 23 psichiatri provenienti dalle Asl ai quali si aggiungevano 43 esperti psicologi inquadrati nel personale dell'amministrazione penitenziaria. E medici e infermieri? I primi non vanno oltre le 108 unità e i secondi non superano le 189.
Poco a fronte di una popolazione carceraria che oscilla tra le 6.300 e le 6.500 persone e nella quale non mancano casi di detenuti affetti da disturbi psichici o da altre patologie. Poco per gestire il trauma della carcerazione che spesso esplode in chi fa ingresso in un istituto di reclusione e che si manifesta con sintomi che vanno dall'ipertensione all'astenia. Così i penitenziari campani - ma il discorso non è diverso per quelli del resto d'Italia - si trasformano in cimiteri. Alla politica tutto ciò interessa? Nemmeno per sogno. Il tema dell'invivibilità del carcere e del reinserimento sociale dei condannati sono del tutto estranei all'agenda dei rappresentanti istituzionali. Stesso discorso per molti organi di informazione. Un'indifferenza comprensibile, in un contesto politico e sociale impregnato di giustizialismo, ma altrettanto inaccettabile per chi fa dei diritti il proprio credo.
di Carmelo Amato
sicilians.it, 22 aprile 2021
Ieri mattina è morto nella casa circondariale Carmelo Magli di Taranto, il 54enne barcellonese Salvatore Piccolo. L'uomo era rinchiuso dal 24 gennaio 2018 a seguito dell'ordinanza Gotha 7 eseguita - mentre si trovava già detenuto - era stato inoltre attinto dall'ordinanza custodiale dell'operazione "Dinastia", in seno alla quale il prossimo 30 di maggio si sarebbe discussa la posizione nello stralcio abbreviato al quale l'imputato aveva fatto accesso e per il quale la Dda di Messina aveva richiesto la condanna a 3 anni. Espletati gli accertamenti del caso, la Procura della Repubblica di Taranto ha disposto la traslazione della salma all'ospedale Annunziata di Taranto dove nei prossimi giorni è probabile che venga eseguito l'esame autoptico per stabilire le esatte cause della morte.
di Nicola Sorrentino
Il Mattino, 22 aprile 2021
Sono stati assolti i due imputati in servizio nel carcere di Secondigliano, un medico e una guardia penitenziaria, accusati di omicidio colposo per la morte di A.E., suicida in cella il 19 giugno 2013. Il ragazzo morì nell'ospedale psichiatrico dov'era ricoverato, dopo essere stato in precedenza a Villa Chiarugi a Nocera Inferiore e ancora presso l'opg di Aversa, a causa di diverse segnalazioni per eventi critici. "Dalle indagini espletate è emerso che il decesso è stato causato da un atto volontario mediante impiccagione", così recitò il referto. La sentenza di assoluzione esclude responsabilità per i due imputati.
La Procura aveva presentato una prima richiesta di archiviazione, seguita da una successiva opposizione presentata dal legale dei familiari dell'uomo, l'avvocato Vincenzo Calabrese, fino al processo a carico dei due imputati disposto dal gup al termine dell'udienza preliminare. Il giovane di Sarno, affetto da problemi psichici, si sarebbe tolto la vita volontariamente nel carcere di Secondigliano, a 29 anni. La famiglia aveva chiesto chiarezza su quanto fosse accaduto quel giorno in carcere. Il ragazzo aveva piccoli precedenti penali alle spalle. Fu trasferito nell'ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa, in precedenza.
Per uccidersi avrebbe usato i pantaloni del pigiama, per poi legarli al cancello della cella dove era recluso, da solo. Nell'ipotesi iniziale della Procura, vi erano presunti e mancati accorgimenti e controlli da parte dei due imputati, parte del personale della struttura, senza controllo utile a prevenire atti autolesionistici del giovane. Le condizioni della detenzione avrebbero aggravato le sue condizioni, con il passare del tempo. Le motivazioni dei giudici, una volta depositate, meglio faranno comprendere i dettagli della sentenza di assoluzione per i due imputati.
di Nicola Cesaro
Il Mattino di Padova, 22 aprile 2021
Il focolaio padovano non è più il maggiore a livello nazionale, ma resta comunque un fronte aperto. Calano i positivi della casa di reclusione e della casa circondariale di Padova, dove fino a due settimane fa i contagiati erano ben 113. Alla rilevazione di ieri, i contagiati tra i detenuti padovani erano 46, dunque più della metà in meno rispetto a inizio mese. Due di questi si trovano in ospedale, pur non in condizioni gravi, mentre tutti gli altri sono asintomatici.
La situazione è dunque nettamente migliorata in questi ultimi giorni. L'8 aprile, su 149 positivi negli istituti penitenziari del Triveneto, ben 113 si trovavano a Padova: 96 detenuti e 8 agenti di polizia penitenziaria in casa di reclusione, 8 detenuti e 3 lavoratori in casa circondariale. Praticamente un ospite ogni cinque del Due Palazzi risultava positivo al Coronavirus.
Il focolaio padovano è uno di quelli che comunque persiste nel panorama nazionale. Il principale resta a Reggio Emilia, ma è in diminuzione: i casi sono diventati 74 (con 4 ricoverati e gli altri tutti asintomatici) ed erano 107 quattro giorni prima. A Pesaro sono 46 (2 ricoverati, gli altri asintomatici) ed erano 55. Nessun miglioramento invece a Rebibbia femminile, dove le contagiate restano 72, tutte asintomatiche, e a Melfi, dove si contano sempre 56 casi.
di Giovanni Vitacchio
telenuovo.it, 22 aprile 2021
Sono ventuno le persone positive al Covid all'interno del carcere di Montorio. Solo due di loro presentano sintomi lievi e per nessuno si è reso necessario il ricovero in ospedale. Non desta particolari preoccupazioni il focolaio che si è sviluppato nelle celle della Casa circondariale.
Su 250 tamponi rapidi, poco meno del 10% è risultato positivo, mentre hanno dato esito negativo i test effettuati su altre venti persone che erano entrate in contatto con i contagiati. Contagiati che sono stati immediatamente separati dal resto della popolazione carceraria e isolati in reparti creati ad hoc. Tranquilla si è detta la direttrice del carcere, Maria Grazia Bregoli, che ha confermato la prosecuzione delle attività e i contatti tra i detenuti e i rispettivi familiari.
A subire un leggero stop sono state solo le iniziative di volontariato. Bregoli ha espresso soddisfazione anche per la campagna di vaccinazione, che prosegue all'interno della struttura. La polizia penitenziaria e gli operatori che hanno aderito alla campagna, hanno già ricevuto la prima dose, così come i detenuti più anziani.
A confermare una situazione di assoluto controllo c'è anche Margherita Forestan, Garante dei diritti dei detenuti, che ha parlato di gestione serena dei contagi. Una situazione sicuramente meno preoccupante rispetto a quella vissuta nell'aprile del 2020 quando a Montorio i contagiati dal Covid diventarono in pochi giorni più di 40, facendo del carcere veronesi uno dei più colpiti a livello nazionale.
Il Mattino, 22 aprile 2021
"Esprimo apprezzamento per l'avvio delle vaccinazioni nelle carceri napoletane, oggi sono stato a Poggioreale e ho verificato che si sono sottoposti volontariamente alla vaccinazione 20 detenuti ultrasettantenni e 2 ultra ottantenni; ricordo che domani inizieranno le vaccinazioni anche presso il Carcere di Secondigliano dove si sono prenotati 19 detenuti ultra settantenni e 2 ottantenni". Cosi Samuele Ciambriello, Garante campano dei detenuti, che con il direttore dell'Istituto penitenziario di Poggioreale Carlo Berdini, il referente Sanitario Vincenzo Irollo, e il responsabile della sanità penitenziaria Lorenzo Acampora ha presenziato all'iniziativa. Nei prossimi giorni, come già annunziato dal direttore generale dell'Asl Napoli 1, Ciro Verdoliva, continuerà la campagna vaccinale oltre alle categorie predisposte anche per i detenuti fragili (immunodepressi, diabetici, trapiantati, gravi obesi, dializzati, oncologici, cardiopatici).
A Napoli sono stati anche vaccinati nei giorni scorsi 16 giovani ospiti del carcere minorile di Nisida e si contano 101 detenuti vaccinati presso le carceri salernitane. In Campania poi sono 2050 gli operatori penitenziari tra agenti di polizia penitenziaria, operatori sanitari, cappellani, volontari nonché civili che entrano in carcere a vario titolo, ad aver già ricevuto il vaccino. "Il piano vaccinale contempla la vaccinazione della popolazione carceraria nel suo insieme e rientra nelle categorie prioritarie del Ministero della Salute.
Al di là delle polemiche stucchevoli su chi vaccinare prima, mi auguro - conclude Ciambriello - che tutte le Asl campane facciano partire la loro campagna vaccinale anche all'interno degli istituti penitenziari di propria competenza, con provvedimenti immediati ed incisivi, al fine di permettere ai detenuti di potersi vaccinare se lo vogliono. La vaccinazione del sistema penitenziario permetterà di alleviare le sofferenze che la pandemia ha procurato in questo luogo chiuso e rimosso".
Avvenire, 22 aprile 2021
Perché il carcere non sia la fine, ma un nuovo inizio. Perché il carcere sia un luogo di vita e non la fine delle emozioni e dei sentimenti. Perché il carcere sia un luogo di riscatto, che rimette in gioco. Perché il carcere sia una possibilità. Questo, e molto altro, è stato alla base del convegno organizzato tra gli altri dal Csi Modena all'interno della Rete-Studio-Carcere, un'iniziativa nata da un gruppo di persone e di associazioni legate alle strutture penitenziarie di Modena e Castelfranco Emilia.
Un pomeriggio di profonde riflessioni, con quasi duecento persone collegate da tutta Italia, per ascoltare parole che hanno portato soprattutto esempi pratici, veri e concreti di quanto si sta già facendo in provincia di Modena, tra la casa circondariale Sant'Anna di Modena e la Casa di Reclusione di Castelfranco Emilia. Un'attenzione particolare è stata prestata al tema delle opportunità lavorative dentro e fuori il carcere, per rendere il carcere più utile a tutti.
Le domande in partenza erano "Come favorire la creazione di linee produttive all'interno delle mura carcerarie, gestite da soggetti esterni?" "Come avviare una rete di aziende e soggetti produttivi della città con una logica di responsabilità sociale di impresa?" "Come privilegiare la formazione professionalizzante e l'orientamento al lavoro anche nella fase della detenzione?" Dopo l'introduzione di don Paolo Boschini, responsabile della consulta diocesana per la cultura, si sono susseguiti interventi di autorità, associazioni e aziende, per descrivere quello scambio sociale e culturale che alla base di un progetto che porti lavoro, e quindi speranza e futuro, a chi si trova in una situazione complessa come quella della detenzione.
"Perché la realtà - come ha detto Maria Martone, direttrice della casa di reclusione di Castelfranco Emilia - è molto semplice: il carcere non può essere una prerogativa solo dell'amministrazione penitenziaria, dobbiamo creare un ponte con il territorio, implementare la formazione professionale e le attività lavorative perché attraverso processi di inserimento seri, che non possono prescindere dal lavoro, si crea anche più sicurezza sociale".
Si creano rapporti, non muri. E da una parola scambiata con una persona conosciuta durante il volontariato in carcere, può nascere un contratto di lavoro. È stato così per Alecrim di Maranello, che con Ecobi si occupa di ambiente, isole ecologiche, manutenzione del verde e raccolta differenziata. Solo un esempio di quanto si possa fare per tradurre in pratica un valore come quello del riscatto sociale.
lanuovacalabria.it, 22 aprile 2021
È un "Dolce lavoro" che profuma di dolcetti e biscotti, come fatti in casa. E per una volta le mura dell'Istituto Penitenziario di Catanzaro, dove questi dolci verranno realizzati e confezionati per il mercato esterno, saranno un luogo di apertura al mondo e di crescita umana e professionale, non solo di espiazione. Per dodici detenuti, con reati di una certa gravità alle spalle, si apre infatti lo spiraglio di una vita possibile, che ha inizio da un percorso formativo online dal "dolce" titolo che li porterà ad acquisire la qualifica di pasticceri, spendibile su tutto il territorio nazionale.
Dal 21 aprile al 22 settembre, per la durata di seicento ore complessive, i corsisti saranno quotidianamente impegnati nell'apprendimento delle tecniche per la produzione di prodotti di pasticceria e da forno, attraverso l'utilizzo di attrezzature acquistate per l'occasione, oltre che dei laboratori dell'azienda "Pecco", grazie alla disponibilità della Regione Calabria. Una volta "formati", i corsisti svolgeranno il loro tirocinio in aziende del settore e saranno pronti a costituire a loro volta una cooperativa di tipo "B", in cui rendersi responsabili e protagonisti della vendita sul web di quanto prodotto.
Un progetto non esclusivo in Italia, ma di certo originale nella parte in cui prevede la costituzione della cooperativa tra gli stessi detenuti per i quali il progetto è nato, che avrà rappresentato un valore aggiunto per la Fondazione con il Sud che lo ha preferito ad altri nel concedere il finanziamento.
Ma ad essere premiato è stato anche il lavoro "corale" tra quanti hanno portato avanti l'idea: dalla direttrice della Casa Circondariale "Ugo Caridi" di Catanzaro, Angela Paravati, alla responsabile del Provveditorato del Ministero della Giustizia, Giuseppa Maria Irrera; dalla referente dell'Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna (UIEPE), Maria Letizia Polistena, al rappresentante della Regione Calabria, Luigi Bulotta, sono piovute parole di apprezzamento, nel giorno della presentazione online, per la validità di un progetto che ha convinto tutti dall'inizio, e che restituisce dignità e fiducia nella vita a chi, ritrovandosi dietro le sbarre, l'ha persa.
All'associazione di volontariato "Amici con il Cuore", presieduta da Antonietta Mannarino, da tempo impegnata ad insegnare l'arte dell'intreccio della carta all'interno del carcere, va il merito di avere intercettato la passione per i dolci di alcuni detenuti e di avervi visto un'autentica opportunità lavorativa e di riscatto sociale. È stato poi il Centro Servizi al Volontariato "Calabria Centro", puntualmente interpellato, a fare sintesi tra le "forze" istituzionali in campo e a spingere il progetto verso un riconoscimento unanime per la sua capacità - come ha avuto modo di spiegare il direttore del CSV, Stefano Morena - di rafforzare legami di fiducia e rappresentare un "anello di congiunzione" tra la realtà carceraria ed il territorio.
È spettato poi a Giuseppe Pedullà illustrare le modalità del corso, in rappresentanza dell'impresa sociale "Promidea" che affiancherà l'ente capofila "Amici con il Cuore" nella realizzazione del progetto: sarà un percorso lungo e impegnativo, con tante ore di didattica online, ma sicuramente gratificante per il serio contributo che darà all'opera di rieducazione degli aspiranti pasticceri. Sin dal primo giorno essi saranno chiamati a mettersi in gioco e a convogliare le loro energie verso la creazione di un prodotto dolciario che, una volta ottenuta la certificazione regionale, rappresenterà la valida motivazione a rientrare a pieno titolo in società da imprenditori a tutti gli effetti e a pieno titolo, dopo aver scontato il loro debito.
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