di Natascia Grbic
fanpage.it, 16 gennaio 2021
La protesta è nata dopo che un'intera sezione è stata messa in isolamento dopo alcuni casi di detenuti positivi al Covid. Quest'ultimi sono stati trasferiti, ma le persone con cui hanno avuto contatti continuano a stare insieme nella stessa cella.
"Bisognava svuotare e sanificare la stanza, ma la stanza non è stata né svuotata né sanificata - spiega a Fanpage.it il Garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia - Il rischio è che chi ha avuto contatti con i positivi stia incubando il virus e possa potenzialmente trasmetterlo agli altri".
Chiusi, isolati, in condizioni di sovraffollamento e con un focolaio in corso. Due giorni fa i detenuti del carcere di Rebibbia hanno protestato contro le misure messe in campo dalle autorità sanitarie e dall'amministrazione penitenziaria per provare a contenere i contagi da Covid-19. I detenuti positivi sono stati trasferiti in un piano apposito. La sezione a cui appartenevano è stata isolata su disposizione della Asl, con l'obbligo dell'isolamento in stanza. Misure che sono state definite dalla popolazione carceraria inefficaci dal punto di vista preventivo. "In questo modo il virus non circola tra gli altri, ma il rischio di contagio rimane tra chi è in cella insieme, parliamo in genere di circa quattro persone - spiega a Fanpage.it il Garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia, che questa mattina ha avuto occasione di parlare con i detenuti - Bisognava svuotare e sanificare la stanza, ma la stanza non è stata né svuotata né sanificata. Il rischio è che chi ha avuto contatti con i positivi stia incubando il virus e possa potenzialmente trasmetterlo agli altri".
I detenuti hanno protestato due giorni fa. Si è trattato, secondo quanto appreso da Fanpage.it, di un'iniziativa pacifica e che nulla ha a che vedere con le rivolte di marzo, all'inizio del lockdown. Ieri sono stati trasferiti cinque detenuti individuati come gli animatori della protesta.
Alcuni di questi provvedimenti erano già stati decisi tempo fa. Dopo la protesta è stato deciso di eseguirli. "I detenuti con cui abbiamo parlato sono risultati negativi al primo tampone, ma sono ancora in isolamento perché aspettano il secondo - continua Anastasia - La coabitazione stretta nella stessa stanza non è una misura idonea volta alla prevenzione del virus. E questo ci pone il solito problema che in carcere non solo non ci dovrebbe essere il sovraffollamento, ma bisognerebbe che ci fossero meno persone della capienza consentita, così da poter fare l'isolamento come si deve". Rebibbia è stata costruita per ospitare circa mille detenuti.
A oggi, in piena pandemia, ne sono reclusi 1440. "Se dovessimo adottare criteri di salute pubblica, dovrebbero essere massimo 700, così da avere gli spazi per i casi di emergenza - conclude il Garante - Non si riesce a uscire dal carcere nemmeno dimostrando le proprie condizioni di salute. Il Decreto Ristori non riproduce ciò che è stato deciso per la riduzione".
La scorsa settimana Stefano Anastasia ha inviato una lettera all'assessore regionale alla Sanità Alessio D'Amato per chiedere che "nella campagna vaccinale sia data la giusta priorità alle persone private della libertà". I consiglieri regionali Alessandro Capriccioli, Marta Bonafoni e Paolo Ciani hanno risposto invitando la giunta a procedere con la vaccinazione dei detenuti. "Ci sembra l'unica soluzione in grado di frenare subito alcune paure - spiega Capriccioli.
Ci sono casi di detenuti senza fissa dimora che non è possibile mandare agli arresti domiciliari (come previsto dal Decreto Ristori, N.d.R.): qualche settimana fa è stata approvata una mozione a mia prima firma che impegna la Regione a mettere a disposizione luoghi che possano consentire anche a chi non ha una casa di uscire dal carcere". "Già nella prima ondata c'è stata una contrazione delle attività - continua Capriccioli. Le associazioni non entrano più, i contatti con l'esterno sono limitati, ci sono gli incontri a distanza con limiti tecnici enormi. E la paura del Covid amplifica tutto questo".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 16 gennaio 2021
La garante di Roma, Gabriella Stramaccioni, denuncia che a Rebibbia i detenuti positivi sono attualmente alloggiati in un reparto che era stato dismesso. Ancora in salita i dati della diffusione del Covid 19 in carcere. Secondo l'ultimo aggiornamento del Dap relativo alle ore 20 di giovedì, siamo giunti a 718 detenuti e 701 agenti penitenziari positivi ai tamponi. Situazioni complicate in tutte carceri italiane, soprattutto al Pagliarelli di Palermo e a Rebibbia.
Attenzione, in realtà ancora non sono stati aggiornati i dati dell'ultimo focolaio del carcere siciliano del Pagliarelli con i 31 reclusi positivi. "Non ci coglie di sorpresa - afferma Pino Apprendi, presidente Antigone Sicilia, associazione che si occupa di tutela dei diritti dei detenuti al carcere Pagliarelli di Palermo - Ormai da mesi abbiamo rappresentato il problema che c'è nelle carceri italiane, siciliane e palermitane. Il contagio è all'interno di queste strutture e diventa un problema che deve riguardare tutti noi". Prosegue sempre Apprendi: "In carcere non si possono mantenere le distanze previste dal Dpcm della presidenza del Consiglio dei ministri. Il carcere non è un luogo sicuro: diventa una bomba innescata nel momento in cui entra il covid. I 31 casi sono in quelli accertati potrebbe crearsi un focolaio veramente enorme. Questa è purtroppo la risposta a quanti hanno sottovalutato il problema".
I numeri dei contagiati in costante aumento - Quindi i numeri attuali della diffusione nelle carceri sono ancora più consistenti rispetto all'ultimo aggiornamento del Dap. Numeri in costante aumento visto che solo una settimana fa erano 556 i detenuti e 688 gli operatori affetti da Sars CoV-2. Il primato ce l'ha il carcere di Sulmona con 52 detenuti infetti e subito dopo quello di Secondigliano con 51 casi, tra i quali 4 sono finiti ricoverati presso gli ospedali Cardarelli e Cotugno. Il tutto mentre persiste il sovraffollamento, creando situazioni al limite.
C'è l'esempio del carcere di Rebibbia dove i detenuti positivi sono attualmente alloggiati in un reparto che era stato dismesso e che necessitava di importanti interventi di rifacimento. "Quindi - ha denunciato la Garante locale Gabriella Stramaccioni - per assurdo le persone che hanno bisogno di maggiori cure e monitoraggio sono alloggiate negli spazi peggiori". Resta il dato oggettivo che le misure deflattive partorite dal Governo non sono sufficienti. La diffusione riprende il via, il disagio aumenta e cresce la tensione all'interno delle patrie galere.
di Benedetta Maffioli
milanopavia.news, 16 gennaio 2021
Sono circa 300, tra detenuti e agenti della polizia penitenziaria, i positivi negli istituti penitenziari lombardi. Dai nuovi numeri dell'amministrazione penitenziaria è infatti emerso che i reclusi contagiati sul territorio regionale sono 194, di cui 9 in ospedale; sono invece 90 gli agenti che hanno contratto il coronavirus.
Nell'aera del milanese i numeri sono i più alti: nel carcere di Bollate, i reclusi positivi sono 83, a San Vittore 36, nell'istituto penitenziario di Opera sono, invece, 10. Un problema, causato soprattutto dal sovraffollamento delle strutture, a dicembre, infatti, uno studio presentato dalla Caritas Ambrosiana aveva evidenziato come nelle tre carceri milanesi siano circa 3.400 i detenuti presenti a fronte dei 2.923 posti disponibili.
Un'emergenza carceri che porta alla luce la necessità di organizzare la campagna vaccinale anche per il mondo dei penitenziari. Entro la fine del mese, infatti, il commissario nazionale per l'emergenza Covid, Domenico Arcuri, dovrebbe dare il via al piano vaccinale dedicato alle carceri.
I primi vaccini all'interno delle strutture di detenzione dovrebbero così arrivare in contemporanea con la fase due, finita quella dedicata agli operatori sanitari e agli ospiti delle Rsa. A chiedere, però, un anticipo delle vaccinazioni a detenuti e polizia penitenziaria è la presidente della commissione regionale carceri Antonella Forattini, che ha rivolto al neo assessore al Welfare Letizia Moratti e al direttore generale Marco Trivelli, una richiesta specifica.
"Visti i ben noti problemi di sovraffollamento, il rischio di esplosione pandemica è concreto - ha detto la Forattini - è necessario vaccinare già in questa prima fase del piano vaccinale i detenuti e il personale penitenziario delle carceri lombarde". "Il personale penitenziario - ha inoltre aggiunto - rappresenta un potenziale veicolo del virus, avendo vita propria al di fuori del luogo di lavoro". "Procedere alla vaccinazione di detenuti e personale penitenziario già nella Fase 1 - ha infine concluso - è altresì utile per evitare il rischio di eventuali disordini, che già si sono verificati in molte carceri del nostro Paese".
di Roberto Saviano
Corriere della Sera, 16 gennaio 2021
Camorra, 'ndrangheta e Cosa nostra fingono di regalare milioni di euro a chi soffre l'assenza di liquidità: e innescano così il circuito dello "strozzo". I bonus da 25 mila euro del governo usati per infiltrare le imprese legali. Non c'è più tempo: il denaro mafioso sta erodendo il tessuto economico sano del Paese. Non è un'iperbole: la crisi generata dalla pandemia sta sgretolando la struttura portante dell'economia italiana. L'imperativo, in queste ore, è tenere sotto stretta osservazione le imprese che stanno morendo asfissiate da mancanza di liquidità e stasi del mercato, e vigilare su chi le intuba, ovvero le organizzazioni criminali. Eppure non avvertiamo il pericolo perché nessuno pretende soldi con minacce; oggi l'estorsione ha un volto diverso e si manifesta mettendo a disposizione capitali e non sottraendoli, almeno per il momento.
Non è l'imprenditore in sofferenza a cercare il contatto che gli presterà soldi ma, al contrario, viene cercato, e non dal cravattaro violento che applica il 300 per cento di interesse mensile. Si presenta, invece, un imprenditore o una società a proporre alleanze economiche, strategie di evasione fiscale sicura o di ottimizzazione dei costi. E cosa chiede in cambio? Di partecipare all'impresa subito. Il "salvatore" inizia poi a spingere per aumentare il debito, pretende di rinnovare i locali, rileva pezzi di proprietà per ripagare gli investimenti e ci si trova, in un precipitare di eventi, nella morsa dello strozzo. Il contatto usuraio viene presentato spesso da altri imprenditori già caduti nella rete e che, portando nuovi "clienti", si illudono di poter spuntare un trattamento di favore. Da consulenti legali o fiscali ma anche, come denunciato dal capo della Direzione distrettuale antimafia di Milano, la procuratrice aggiunta Alessandra Dolci, "da dipendenti infedeli delle banche".
Quando chiedo spiegazioni ad Annapaola Porzio, ex Commissaria straordinaria del Governo per il coordinamento delle iniziative antiracket e antiusura, mi risponde che la situazione è drammatica: "Il Covid ha esasperato l'usura, perché trova una platea più disponibile. Quello che sta succedendo è che imprenditori che avevano un ottimo ranking nei confronti delle banche, una storia familiare e industriale solida, si sono trovati con la crisi Covid in dinamiche assolutamente sconosciute". Il Prefetto Porzio, che ha gestito il Commissariato antiusura nel momento in cui è esplosa la pandemia, nella Relazione annuale 2020, scrive: "La fotografia di quello che è accaduto dallo scorso mese di marzo [...], ci impone di richiamare l'attenzione di tutti sull'espansione del c.d. "welfare mafioso di prossimità", ovvero quel sostegno attivo alle famiglie degli esercenti attività commerciali e imprenditoriali in difficoltà o in crisi di liquidità. Tutto ciò in cambio di "future connivenze", con la non remota possibilità di infiltrarsi ulteriormente nel tessuto economico". Ciò che Stato e banche non danno, le mafie possono concederlo, e se nei primi sei mesi del 2020 i reati contro il patrimonio sono diminuiti rispetto allo stesso periodo del 2019, quelli legati all'usura sono aumentati del 6,5%.
Secondo Luigi Cuomo, Presidente nazionale di "Sos Impresa" "i numeri sono tremendamente parziali. Oggi, con gli usurai, gli imprenditori sono in luna di miele. Il problema scoppierà quando chi ti è sembrato un amico poi si mostrerà per quello che è, iniziando a chiedere indietro il denaro. A quel punto le soluzioni saranno due: i suicidi o le denunce".
Ma nemmeno morendo ci si libera dal debito, che resta in eredità alla famiglia. Il rapporto, molto complesso, tra criminalità organizzata e usura negli ultimi mesi è profondamente cambiato. Camorristi e 'ndranghetisti, nel passato, non avrebbero mai accettato di essere identificati come usurai perché praticare l'usura fa perdere consenso sul territorio. Un boss semmai i soldi li regala, e ne dà notizia per captatio benevolentiae. Dal canto suo l'usuraio, se percepito come un affiliato, vedrebbe ogni suo centesimo controllato e ogni attività compromessa. Ma la pandemia ha fatto saltare questa separazione di ruoli, e l'ingegneria usuraia utilizzata oggi in più parti d'Italia ha avuto a Rimini la sua declinazione più nitida.
Subito dopo il primo lockdown, camorristi del segmento militare, con fare intimidatorio, hanno offerto soldi a diversi grandi albergatori per poter comprare le strutture. Ma questi non hanno ceduto, sostenuti dall'amministrazione regionale che ha implementato un tavolo antiusura, e dall'amministrazione comunale, abituata a difendere le attività legate al turismo da aggressioni usuraie.
Aggredire le imprese in difficoltà, però, non è l'unica prassi a cui le organizzazioni criminali hanno fatto ricorso. Più spesso si rilevano imprese fallite che vengono risuscitate con danaro criminale e messe in condizione di poter accogliere alla metà del prezzo degli altri hotel. Strozzato dalla concorrenza, anche chi non ha voluto vendere è costretto a farlo, o a entrare in partnership con le imprese "legali" della criminalità organizzata. Venire a patti o a vendere: tertium non datur.
I primi prestiti qualcuno li ha paragonati alle prime dosi di eroina che i pusher negli anni Ottanta regalavano per creare nuovi consumatori perché sono prestiti senza interessi né scadenza: è necessario creare un rapporto di fiducia prima che di dipendenza. E se la quantità di persone e aziende in difficoltà è enorme, più grande ancora è la disponibilità economica delle organizzazioni criminali che possono permettersi di fidelizzare investendo. Poi arriva il momento in cui il denaro prestato deve rientrare, e iniziano le pressioni che dapprima sono di tipo imprenditoriale: persone da assumere, attrezzature o immobili da comprare. Si mette in moto una girandola infinita da cui non si esce più.
Luigi Cuomo di "SOS Impresa" racconta come, nel Napoletano, i clan abbiano minacciato preti per ottenere gli elenchi delle persone bisognose che ricevevano aiuti dalla Caritas. L'obiettivo? Andare a casa di queste persone, portare pacchi spesa, aiutarle a gestire il quotidiano mediando con i medici di base per ottenere visite o con i laboratori di analisi per fare un tampone. L'obiettivo era mettersi a disposizione in cambio di un bonus da 1.000 euro, una somma più che ragionevole anche per chi non ha uno stipendio, se in cambio si ha accesso a diritti altrimenti negati.
Un altro varco di accesso per le organizzazioni criminali nel tessuto economico legale è stato il bonus da 25mila euro per le imprese previsto dal decreto Liquidità. Non potendo l'imprenditore contestato accedervi, si trovava costretto a cercare un garante che individuava spesso in un'impresa solida vicina però a figure ambigue; il bonus lo avrebbero diviso l'azienda in sofferenza e il garante legato ai clan.
Ma per capire fino in fondo quale sia la reale potenza economica su cui le organizzazioni criminali possono contare, è sufficiente guardare anche solo alle ultimissime operazioni antidroga portate a termine, poiché il narcotraffico è il settore che dà gli introiti maggiori. Novembre 2020, operazione Rebus: se vendute al dettaglio, la cocaina e l'eroina sequestrate avrebbero fruttato 18 milioni di euro. Settembre 2020, maxi operazione Los Blancos: 5,5 milioni di euro sequestrati e quasi 4 tonnellate di cocaina che avrebbero fruttato 900 milioni di euro. Questo denaro aveva un unico scopo: sarebbe stato immediatamente iniettato nell'economia legale, sopperendo velocemente alla carenza di risorse legali e non a scopo filantropico. Ecco perché, quando vince il più forte, non abbiamo alcuna certezza che abbia vinto chi porta idee, sviluppo, crescita e ricchezza. Più facile che a vincere sia chi compromette la democrazia con danaro marcio.
Le mafie hanno da sempre a disposizione una liquidità tale da poter infiltrare ogni segmento, ma per avere via libera devono mancare capitali legali che vadano a protezione. E il Covid ha fatto saltare quella protezione.
I quattro decreti emanati dal Governo (Cura Italia, Liquidità, Rilancio e Agosto) hanno permesso di ridurre da 142mila - numero indicato dalla Banca d'Italia - a circa 100mila le aziende in fabbisogno, e da 48 miliardi a 33 miliardi il fabbisogno complessivo. Come si salveranno le 100mila aziende in crisi di liquidità e con sempre più difficile accesso legale al credito? Ecco la risposta: Camorra, Ndrangheta e Cosa Nostra. Coldiretti, a maggio, denuncia l'arrivo preponderante dell'usura nel settore della ristorazione messo in crisi dal Covid, e dichiara che 5mila imprese sono controllate dalla criminalità organizzata. Confcommercio, lo scorso ottobre, non dà cifre meno allarmanti e parla di 40mila imprese minacciate dall'usura.
Le banche si trincerano dietro la normativa europea, cioè a persone che non hanno una storia solida, non può essere erogato alcun credito; ma la storia di una impresa economica, per poterla giudicare e valutare, bisognerebbe conoscerla. Il problema principale delle banche - come ricorda l'ex Commissario Porzio - è aver chiuso molti sportelli che erano fondamentali per conoscere la storia industriale del territorio. Mi sono spesso domandato cosa possano fare concretamente le associazioni di categoria, e la risposta è: molto. Conoscono la situazione di ciascun settore attraverso le testimonianze dei loro associati, e potrebbero quindi intervenire più rapidamente di altri soggetti.
E lo Stato, cosa potrebbe fare lo Stato? Innanzitutto grandi iniziative - dice Luigi Cuomo di "SOS Impresa" - che non abbiano il sapore della passerella, e poi stare accanto alle persone che hanno denunciato, starci fisicamente, proprio dove si celebrano i processi". Gli imprenditori si sentono soli, abbandonati, dall'estremo Nord al profondo Sud, e se lo Stato non si schiera fisicamente al fianco di chi patisce e denuncia, il rischio è che la sfiducia si impadronisca di chi economicamente tiene in piedi il Paese, e il cappio che soffoca l'economia italiana finirà per soffocare anche la nostra democrazia. E la posta in gioco, con l'arrivo dei miliardi del Next Generation EU, per le mafie sarà altissima.
blogsicilia.it, 16 gennaio 2021
"Garantire distanziamento e rispetto della vita nelle carceri". Uno striscione davanti il Pagliarelli firmato Antudo. È di ieri la notizia del focolaio all'interno del carcere Pagliarelli di Palermo. Sono attualmente 31 i detenuti risultati positivi al Covid-19 e questa mattina davanti la casa circondariale è apparso lo striscione.
"L'esplosione di un focolaio all'interno delle carceri era stato oggetto di dure proteste da parte dei detenuti nei mesi precedenti. "Nonostante fosse prevedibile la diffusione incontrollata del Covid-19 all'interno delle carceri - sostiene Antudo - non si è fatto il necessario per scongiurare questa eventualità. È soprattutto il sovraffollamento e la scarsa igiene a non consentire misure di prevenzione adottate all'esterno come il distanziamento sociale". "Anche ai detenuti va garantito il diritto alla vita e alla salute. Per questo e per tanti altri motivi bisogna emettere subito provvedimenti straordinari come l'Amnistia e l'indulto".
Il tampone ieri ha confermato il sospetto. "Ci sono 31 detenuti positivi - affermava Francesca Vazzana direttrice del carcere Lorusso di Pagliarelli - ma di più non posso dire". Pare che il focolaio sia partito tra i detenuti comuni che hanno continuato ad avere i colloqui con le famiglie. Nonostante le raccomandazioni e gli inviti a mantenere le distanze, qualcuno si sarebbe avvicinato alla moglie e ai figli e da qui il passaggio del virus che ha contagiato diversi reclusi. in questo momento ci sarebbe una zona rossa all'interno della struttura detentiva nel Reparto Pianeti. Si stanno effettuando i tamponi a tutti i carcerati per cercare di limitare il focolaio.
Proprio in questi giorni il garante per la tutela dei diritti fondamentali dei detenuti Giovanni Fiandaca aveva scritto al presidente della Regione Nello Musumeci e all'assessore regionale alla Salute Ruggero Razza per chiedere di inserire i detenuti e gli agenti penitenziari e il personale che lavora negli istituti nella campagna vaccinale.
Polemiche anche dai sindacati. "Come avevano purtroppo preannunciato, le carceri e la Polizia Penitenziaria si confermano delle vere trincee contro il coronavirus, è in questo momento di pandemia era chiaro che non volevamo corsie preferenziali, ma solo la consapevolezza che gestire focolai di contagio nelle carceri non solo e complicato ma potrebbe essere anche pericoloso su altri versanti". Così i segretari regionali di Calogero Navarra Sappe, Davide Scaduto Osapp, Gioacchino Veneziano Uilpa Polizia Penitenziaria, Domenico Ballotta, Fns Cisl, Francesco D'Antoni Uspp, Alfio Giurato Fp Cgil.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 16 gennaio 2021
Così ha risposto a un detenuto al 41bis la direzione del carcere di Tolmezzo. Per aderire alla Yairaiha Onlus è stato necessario presentare un'istanza del magistrato di sorveglianza.
A un detenuto al 41 bis avevano bloccato la possibilità di pagare, tramite bollettino, la quota di iscrizione all'associazione Yairaiha Onlus. Proprio a lui che è iscritto fin dal 2017. Il motivo? Nell'istanza al magistrato di sorveglianza, il recluso al 41 bis scrive che la direzione del carcere di Tolmezzo "ha riferito che prima di consentire l'iscrizione (o meglio l'adesione per il 2020) è stata chiesta l'autorizzazione al Dap e a Massimo Giletti".
Sicuramente il rifermento al conduttore del programma televisivo "Non è l'Arena" è stato ironico, ma è significativo del fatto che un talk show sia diventato quasi un punto di riferimento istituzionale visto che il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede è dovuto ricorrere ai famosi decreti anti-scarcerazione per affievolire le indignazioni provocate dalla trasmissione de La7. Ancora più significativo che sia diventato un riferimento per fare ironia visto che si teme di finire sotto la gogna pubblica per il solo fatto di rispettare la costituzione italiana.
L'istanza è stata accolta dal magistrato di sorveglianza - Infatti, come il recluso al 41 bis di Tolmezzo ha sottolineato nell'istanza, secondo l'articolo 18 della Costituzione "i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente". Il magistrato di sorveglianza l'ha accolta e ha dato al detenuto il via libera all'iscrizione. Ma nel frattempo c'è stato un altro divieto nei confronti del detenuto al 41 bis di Tolmezzo. Questa volta da parte del magistrato di sorveglianza che ha disposto il trattenimento di una lettera in partenza e indirizzata sempre all'associazione Yairaiha.
Il motivo? Conteneva una copia di un ricorso riguardante diversi periodi detentivi trascorsi dall'interessato presso le case circondariali di Cuneo, di Parma e di Tolmezzo, nel quale venivano descritte alcune caratteristiche degli istituti. Ovviamente il detenuto ha fatto subito reclamo al tribunale di sorveglianza, evidenziando due motivi: la mancata notifica del provvedimento di trattenimento della lettera, prassi che appare contraria laddove è riconosciuto il diritto di impugnare un provvedimento giurisdizionale; l'inesistenza dello scritto di elementi da cui ravvisarsi la commissione di reati né altro che possa comprendere l'esistenza di sicurezza dell'istituto penitenziario: la missiva infatti aveva un contenuto chiaro, nel quale non appariva ravvisabile alcun messaggio cifrato né qualche residua zona d'ombra.
Ribadita l'inalienabilità dei diritti dei detenuti anche se in regime di 41bis - Per questo il tribunale di sorveglianza ha accolto il reclamo, sottolineando il fatto che l'invio di un atto processuale "non possa per definizione mettere in pericolo alcunché".
Non solo, i giudici hanno anche verificato che la missiva è indirizzata all'associazione Yairaiha Onlus "regolarmente costituita in data 29 marzo 2006 si sensi del decreto legislativo n.460/1997, dotata di un proprio sito internet, nel quale sono ben messi in luce i fini di solidarietà sociale nell'ambito della tutela e della difesa dei diritti umani". Soddisfatta Sandra Berardi, presidente dell'associazione. "L'ordinanza emessa dal Tribunale di sorveglianza di Udine - racconta a Il Dubbio - va a rimarcare l'inalienabilità dei diritti dei detenuti anche se in regime di 41 bis. Il diritto alla libertà di corrispondenza, sancito dall'art. 15 della Costituzione, può essere sottoposto a riserve da parte delle autorità preposte che comunque devono essere comunicate immediatamente all'interessato e successivamente motivate".
Ma sempre Berardi osserva: "Nel corso degli anni, invece, più volte abbiamo riscontrato l'applicazione di una censura arbitraria in alcuni istituti, anche verso detenuti comuni, sia sulla nostra corrispondenza e sia su corrispondenza proveniente dall'ex europarlamentare Eleonora Forenza che, come regola, non dovrebbe essere sottoposta ad alcuna censura neanche in 41bis. E questo succedeva meno di due anni fa. Basti pensare che è stato necessario inviare una mail dall'ufficio parlamentare affinché le missive venissero accettate alla buca di ogni singolo istituto con l'elenco dei destinatari".
La presidente di Yairaiha, infine, conclude con una denuncia: "Molti detenuti, purtroppo, non hanno la perseveranza del detenuto che ha ottenuto questa sentenza e si arrendono al primo ostacolo. Riteniamo comunque inaccettabile che le istituzioni dello Stato violino costantemente la Costituzione e le sue stesse leggi, soprattutto quando si tratta di detenuti che, paradossalmente, pagano con la libertà per aver violato quelle stesse leggi".
di Giuseppe Baldessarro
La Repubblica, 16 gennaio 2021
Un detenuto di 26 anni fatto spogliare e picchiato ripetutamente: riconosciuta l'aggravante della crudeltà. Antigone: "Sentenza storica". Per altre tre figure processo ordinario. È stato condannato a tre anni per tortura e lesioni personali P.L., 51 anni, agente della polizia penitenziaria del carcere di Ferrara, accusato di tortura nei confronti di un detenuto.
Vittima Antonio Colopi, un 26enne che stava scontando 14 anni per omicidio, fatto spogliare e picchiato ripetutamente. La sentenza è stata emessa in abbreviato da un giudice che ha riconosciuto anche "la crudeltà e violenza grave".
Il Pm Isabella Cavallari aveva chiesto tre anni e sei mesi. Oltre all'agente condannato il giudice ha deciso di rinviare a giudizio altri due agenti e un'infermiera, accusata di falso e favoreggiamento. Dopo l'aggressione il detenuto, assistito dall'avvocato Paola Benfenati, venne trasferito a Reggio Emilia. Per il presidente di Antigone Patrizio Gonnella si tratta di una sentenza "storica" perché "è la prima condanna di un funzionario pubblico per il delitto di tortura".
I fatti risalgono al settembre del 2017, quando i tre agenti della penitenziaria entrarono nella cella d'isolamento in cui si trovava il detenuto per fare una perquisizione. Secondo la ricostruzione mentre uno di loro resta di guardia in corridoio, gli altri due cominciano a vessare il prigioniero. Il più alto in grado, un sovrintendente di 55 anni, gli avrebbe intimato di restare a dorso nudo e dopo averlo fatto inginocchiare lo avrebbe preso a calci. Dopo averlo ammanettato avrebbe continuato a colpirlo ferocemente, fino alla reazione del carcerato che con una testata lo aveva colpito al volto. Picchiato ancora, le richieste d'auto furono inutili.
Alla fine del pestaggio, gli agenti si allontanarono lasciandolo ammanettato, fin quando non venne notato da un medico del carcere durante un giro nelle sezioni. Di falso e calunnia potrebbero essere chiamati a rispondere anche gli agenti che nei loro rapporti hanno scritto di essersi difesi da un'aggressione. Il detenuto era stato condannato in abbreviato per aver ucciso un cuoco con cui lavorava.
Antigone: "Nessuno è superiore davanti alla legge" - "Non si gioisce mai per una condanna e non gioiamo neanche in questo caso, ma affermiamo comunque che la decisione di oggi ha un sapore storico", insiste il presidente di Antigone Gonnella.
"La tortura è un crimine orrendo, inaccettabile in un Paese democratico. La condanna, seppur in primo grado, mostra come la giustizia italiana sia rispettosa dei più indifesi. Si tratta di una sentenza che segnala come nessuno è superiore davanti alla legge. La legge vale per tutti, cittadini con o senza la divisa. È questo un principio delle democrazie contemporanee".
Il presidente di Antigone sottolinea poi che "fortunatamente ora esiste una legge che proibisce la tortura. In passato fatti del genere cadevano nell'oblio. È importante che tutti gli agenti di polizia penitenziaria si sentano protetti da una decisione del genere, che colpisce solo coloro che non rispettano la legge". Antigone ha a lungo combattuto per avere questa legge, con l'ultima campagna 'Chiamiamola tortura'. "Avevamo raccolto oltre 55mila firme a sostegno di questa richiesta. Ora possiamo dirlo - conclude Gonnella - la tortura in Italia esiste, purtroppo viene praticata, ma ora viene anche punita".
di Carlo Gregori
Gazzetta di Modena, 16 gennaio 2021
La relazione della direttrice indica la dinamica della sollevazione in carcere. Caso Piscitelli ad Ascoli. Sono tre i detenuti all'origine della rivolta dell'8 marzo scorso scoppiata nel carcere di Sant'Anna con devastazioni, saccheggi e incendi, terminata con la conta di ben nove detenuti morti. A loro si sono accodati almeno altri 98 carcerati, un quinto delle presenze in quel momento nella prigione sovrappopolata. Dopo mesi di silenzi e reticenze, ora la dinamica della rivolta sta venendo alla luce grazie anche alla divulgazione di stralci (anticipati ieri da Repubblica) della relazione della direttrice Maria Martone.
Relazione inviata il 20 maggio al provveditorato regionale e poi confluita nella relazione generale del Dipartimento di amministrazione penitenziaria sulla tragica giornata di rivolte carcerarie in tutta Italia terminata con un totale di tredici morti. A questo proposito ieri il procuratore di Modena Giuseppe Di Giorgio ha spiegato che il caso di Sasà Piscitelli, il detenuto 40enne attore di teatro morto in circostanze da chiarire poche ore dopo il trasferimento da Modena ad Ascoli, è stato inviato proprio alla procura ascolana. In base alla denuncia di cinque detenuti su percosse e brutalità nei confronti di Sasà Piscitelli, le indagini ora sono di competenza territoriale della procura marchigiana perché lì il detenuto è morto.
I tre carcerati che avrebbero avviato la rivolta ora hanno un nome: Vincenzo Esposito Maiello, 54enne di Casalnuovo di Napoli, molto alto e smilzo, a Sant'Anna per due rapine compiute nel 2015 con un complice in una tabaccheria di via Vignolese a Modena e in una farmacia di Spilamberto; Yassine Moutate, 22 anni, tunisino; e Axel Masakevic, 22 anni, nomade rom apolide di famiglia bosniaca, nato a Modena, in carcere dopo la revoca della sospensione della pena in seguito a una serie di furti, scarcerato in estate e oggi uccel di bosco. Nel primo pomeriggio dell'8 marzo, quando dopo il pranzo domenicale si è diffusa con certezza la notizia, fino ad allora una voce, che un detenuto in isolamento era malato di coronavirus, la tensione già fortissima tra i detenuti è esplosa. Il detonatore della furia è stato il momento in cui i tre si sono arrampicati sui muraglioni e sono usciti dal nuovo padiglione di Sant'Anna tentando un'evasione sotto gli occhi di tutti. Un centinaio di detenuti non si è più controllato ed è esplosa la violenza. Determinante, a quanto pare, è stato l'assalto e il saccheggio di un deposito attrezzi dove sono stati presi strumenti diventati armi: scalpelli, cacciaviti, martelli, picconi e anche una fresa.
L'allarme dato dal comandante ha avviato la controffensiva. In armeria sono stati presi i fucili mentre veniva avvisata anche la questura. Ma il peggio era già iniziato con l'incendio di materassi, la distruzione dell'Ufficio Matricole e la devastazione di tutto ciò che si incontrava lungo il percorso per la via di fuga. I tre si sono arresi poco dopo davanti al cancello che dava sulla strada.
Nel frattempo, quando il caos era ormai padrone della situazione, un quarto detenuto identificato, il tunisino Lofti Ben Mesma, ha fatto irruzione nell'infermeria carceraria terrorizzando il personale e prendendo d'assalto la cassaforte con le droghe e gli psicofarmaci. Dietro di lui si era formata una schiera di rivoltosi tossicomani che ha assalito con ogni possibile attrezzo la cassaforte fino a quando non è stata aperta con una fresa. Il saccheggio a base di metadone e benzodiazepine, droghe che, secondo i medici legali, hanno portato alla morte dei nove detenuti di Modena: cinque trovati cianotici e privi di vita nelle celle e quattro durante i trasferimenti in altri penitenziari (tra questi Piscitelli).
E a proposito dei corpi in cella è emerso che molti sono morti prima che l'incendio si propagasse vicino a loro: il denso fumo non li ha soffocati. Ieri il procuratore Di Giorgio ha ribadito ancora una volta che dagli esami autoptici compiuti non solo dalla Medicina Legale di Modena ma anche delle altre città dove i detenuti sono arrivati morti o moribondi (Verona, Alessandria, Parma e Ascoli) nessuno di loro presentava ecchimosi e lesioni da percosse o da violenze esterne. Un capitolo da approfondire sarà sicuramente quello di Piscitelli, dato che cinque detenuti, come detto, hanno denunciato di aver visto che veniva picchiato durante il trasporto e al suo arrivo in cella ad Ascoli, dove sarebbe morto, e non in ospedale come scritto sull'autopsia.
di Bernardo Iovene
rai.it, 16 gennaio 2021
Sarà questo il tema della puntata di "Report" in onda il 18 gennaio 2021, ore 21.20, su Rai 3. Cosa è successo dentro al carcere di Modena durante la rivolta di marzo? Secondo le testimonianze di detenuti e familiari che ricostruiscono quei momenti tragici, ci sarebbero stati pestaggi a freddo dopo la rivolta, e anche durante i trasferimenti, all'arrivo nei vari istituti, e nei giorni seguenti. Dai racconti intrecciati si disegna uno scenario inquietante, che deve riguardare tutti compreso le massime istituzioni, per capire se è vero; quali sono stati gli ordini, chi li ha dati e se il Ministero ne era al corrente.
Nel carcere di Modena sono morti 5 detenuti, le autopsie dicono da intossicazione di farmaci e metadone. Altri 4 detenuti sono morti dopo essere stati trasferiti in altre carceri, sono stati visitati? Si potevano salvare? Nel carcere di Santa Maria Capua Vetere attraverso le registrazioni delle telecamere di sorveglianza la procura ha individuato abusi che sarebbero stati commessi da 44 agenti penitenziari, altre centinaia di agenti non è stato possibile identificarli.
Report è venuta a conoscenza che a operare a volto coperto è stato un nuovo reparto creato dopo le rivolte: sono i Gir, Gruppo di intervento rapido. Intanto il decreto Ristori ha posto molti paletti alla possibilità di detenzione temporanea ai domiciliari per chi ha un residuo di pena fino a 18 mesi e pochi detenuti ne hanno usufruito. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte a Natale è stato in visita a Regina Coeli, ma per il Garante nazionale dei detenuti e anche per alcuni magistrati di sorveglianza il decreto è timido e non affronta il problema principale del sovraffollamento.
di Dino Frambati
genova3000.it, 16 gennaio 2021
Educare chi educa in carcere perché la pena sia, in effetti, possibilità di recupero. È questo lo scopo di un percorso online in 10 incontri aperto a tutta Italia, che costituisce un evento decisamente innovativo e un esempio che parte da Genova, dedicato alla formazione dei volontari attivi o aspiranti e alla cittadinanza. Dieci, informa una nota del Celivo, i temi affrontati attraverso l'esperienza diretta delle Associazioni di Volontariato e degli enti del terzo settore attivi sul territorio ligure.
L'inizio è affidato a Ornella Favero, presidente Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia, relatrice nel primo modulo: "un giovane detenuto, dopo anni di carcere vissuti in istituti diversi con continui trasferimenti dovuti al fatto che non accettava la carcerazione passata ad "ammazzare il tempo", arrivato a Padova, in un carcere dove per lo meno c'erano alcune attività "sensate", aveva suddiviso la sua vita detentiva in due parti: la pena rabbiosa e la pena riflessiva. Io credo che sia una definizione perfetta: c'è un modo di scontare la pena che rovescia la situazione e fa sentire chi ha commesso un reato vittima di un sistema che, tra l'altro, non rispetta la Costituzione, e poi c'è un modo che ti fa riflettere, ti fa incontrare con chi ha subito un reato, ti fa confrontare con la società, ti fa rispondere alle domande severe di giovani studenti, coinvolti in importanti progetti di educazione alla legalità proprio con le carceri. È così che si comincia a cambiare, e che la pena comincia ad avere un po' di senso".
Il programma tocca una grande quantità di argomenti e di "categorie" di persone: uomini e donne, giovani, stranieri, affetti da malattie e/o da dipendenze, senza dimenticare la famiglia, i sentimenti e le affezioni. I dieci incontri sono previsti on line ogni martedì dalle 17:30 alle 19:00. Inizio il 26 gennaio. Esecuzione pena in carcere o fuori, giustizia riparativa, comunità e pena, progetti in carcere, gli stranieri, le detenute, i giovani ma anche affetti, famiglie di chi è in carcere, sono i molti, variegati argomenti dell'iniziativa per la quale gli appuntamenti avverranno su piattaforma Zoom Pro, saranno registrati e resi disponibili.
"Il volontariato in carcere svolge un'importante funzione di sostegno ai detenuti, affiancandoli sia nelle attività inframurarie, sia nei processi di collegamento col mondo esterno - afferma Diego Longinotti, coordinatore della Rete Tematica Carcere - Un ruolo complesso e delicato che necessita di adeguata preparazione e consapevolezza da parte delle persone che mettono a disposizione il proprio tempo. In questa fase di ulteriore complessità dettata dall'emergenza sanitaria, con gli ingressi in carcere ridotti al minimo dalle restrizioni anti-contagio, le associazioni hanno deciso di unire le forze e di investire in una formazione trasversale, con l'obiettivo di offrire un adeguato bagaglio di competenze a tutti i volontari attivi e agli aspiranti tali, a prescindere dal servizio che eserciteranno fra le mura".











