di Riccardo Manfredelli
zerottonove.it, 22 aprile 2021
"La Solidarietà" di Fisciano ente capofila di una convenzione per l'orientamento e l'inserimento lavorativo di soggetti detenuti: le attività previste. Stipulata una Convenzione tra l'Associazione di Volontariato "La Solidarietà" di Fisciano e il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, rappresentate dal Consiglio Regionale della Campania nella persona del responsabile di settore, nell'ambito del progetto "Liberi Fuori" relativo all'orientamento e all'inserimento lavorativo delle persone attualmente detenute presso gli istituti circondariali di S. Angelo dei Lombardi e dell'Icatt di Eboli.
Il Consiglio Regionale, a seguito di apposita verifica in merito al valore sociale e alla funzione dell'attività di volontariato svolta dal sodalizio con sede alla frazione Lancusi di Fisciano, ha inteso affidare a "La Solidarietà", presieduta da Alfonso Sessa, l'attività di collaborazione e supporto relativamente alla realizzazione del progetto di orientamento ed inserimento lavorativo dei detenuti presso gli istituti circondariali sopra indicati. Le attività richieste sono: colloqui con i detenuti per la rilevazione delle problematiche di carattere sociale; consegna degli atti relativi alle problematiche rilevate presso la struttura di supporto al Garante. Per lo svolgimento di tali attività sono richieste: quattro figure professionali esperte nel campo lavorativo e nel completamento delle relative pratiche per dieci visite complessive per gli istituti carcerari considerati e un incontro settimanale presso l'ufficio del Garante.
"La stipula di questa Convenzione - dichiara il Presidente del sodalizio Sessa - evidenzia il carattere solidale della nostra Associazione, i cui volontari, oltre a prestare attività di emergenza sanitaria sui propri territori di competenza, offrono anche servizi di carattere sociale mediante la professionalità messa in campo da apposite figure che hanno le competenze specifiche nei settori in cui sono chiamate ad operare. Nel caso di specie, si tratta di un lavoro di grande responsabilità rivolto a persone, alle quali si intende offrire una opportunità di riscatto sociale".
Nell'ambito dello svolgimento delle attività oggetto della Convenzione, "La Solidarietà" garantirà la disponibilità di un numero di volontari sufficiente all'adempimento di tutti i compiti previsti, assicurando la loro specifica competenza e preparazione per gli interventi cui sono destinati, mettendo altresì a disposizione la propria sede con l'individuazione di spazi specifici presso i quali porre in essere tutte le attività indicate nell'intesa tra le parti aderenti.
di Livio Pepino
Il Manifesto, 22 aprile 2021
Esiste un filo rosso che lega fenomeni a prima vista eterogenei come la criminalizzazione del conflitto sociale, la repressione delle rinate lotte operaie, la delegittimazione della rete di soccorso e accoglienza dei migranti e molto altro ancora? Sì, esiste. E sta nel crescente tentativo dello Stato, nelle sue diverse articolazioni, di rimuovere con la forza i problemi che non sa o non vuole risolvere. L'espulsione dalla scena pubblica del conflitto agito da movimenti sociali antagonisti o semplicemente non omologati è, dal luglio 2001, una costante.
Con un caso di scuola: quello della Val Susa, dove a fronte della opposizione al Tav si è assistito progressivamente all'esclusione della comunità locale da ogni interlocuzione, alla manipolazione dei dati relativi all'utilità dell'opera, alla criminalizzazione della protesta con interventi legislativi, amministrativi e di polizia comprensivi di un uso sproporzionato della forza e a un'azione repressiva della magistratura senza precedenti per numero di indagati, qualità delle imputazioni, impiego di misure cautelari, dilatazione delle ipotesi di concorso di persone nel reato e finanche - come nel caso del processo contro Erri De Luca - riesumazione del delitto di apologia di reato.
Non basta. Quando, negli ultimi anni, il conflitto è tornato nei luoghi di lavoro, in particolare nei settori della logistica e dei lavoratori migranti, le pratiche repressive si sono estese fino all'uso di lacrimogeni contro gli scioperanti, alla riscoperta del delitto di "picchettaggio" e alla dilatazione a dismisura, anche in questo caso, della responsabilità a titolo di concorso.
Oggi si contano a centinaia i lavoratori sottoposti a processo penale per violenza privata, resistenza a pubblico ufficiale e blocco stradale (reato, quest'ultimo, ripristinato nel 2018, non a caso, da uno dei decreti Salvini). Di ugual segno sono molti interventi nei confronti di organizzazioni, movimenti e singole persone impegnati, dal Mediterraneo ai confini occidentale e orientale, nel salvataggio e nel sostegno a migranti in arrivo o in transito.
Diciamolo in modo esplicito: l'obiettivo è quello di fare terra bruciata intorno ai migranti diffondendo il messaggio che le organizzazioni impegnate nel soccorso (e, da ultimo, persino i giornalisti che lo documentano) sono collusi con i trafficanti, corrotti e, magari, al soldo di potenze straniere. Ciò a sostegno di una impostazione nella quale le campagne xenofobe della Lega si sono intrecciate con gli strappi di un ministro come Marco Minniti, con la propaganda di Di Maio e con le iniziative marcatamente repressive di diverse Procure, da Catania a Trapani e a Locri, nei confronti di Ong o di esperienze simbolo dell'accoglienza come quella di Riace. Bastano questi flash a far intravedere il filo rosso dell'insofferenza, segnalata all'inizio, nei confronti del dissenso, della protesta, dell'opposizione radicale, del pensiero diverso.
È, a ben vedere, l'altra faccia della crisi della democrazia, di quella crisi che individuiamo, in genere, con il venir meno dei canali della rappresentanza (dai partiti ai corpi intermedi), l'adozione di sistemi elettorali che escludono le minoranze, il trasferimento del potere reale in luoghi diversi dalla politica, la concentrazione dell'informazione in poche mani prive di legittimazione. Ed è l'avvisaglia di quella democrazia autoritaria che sta soppiantando, anche in alcune parti d'Europa, lo Stato di diritto.
Di questo si discuterà oggi, giovedì 22 aprile, dalle 16 alle 19 nel convegno "Pensiero unico, dissenso, repressione" (diretta streaming qui: https://youtu.be/phegbdRB_Hc), organizzato da Centro Riforma dello Stato, Controsservatorio Valsusa, Fondazione Basso, Società della Ragione, Studi sulla Questione Criminale, Udi Palermo e Volere la Luna, con la partecipazione di Maria Luisa Boccia, Livio Pepino, Daniela Dioguardi, Xenia Chiaramonte, Lorenzo Trucco, Claudio Novaro, Rossella Selmini, Ilaria Boiano, Nicoletta Dosio, Franco Focareta, Lorena Fornasir, Francesco Martone, Filippo Miraglia e Marina Prosperi.
di Roberto Ciccarelli
Il Manifesto, 22 aprile 2021
La Commissione Europea ha presentato la bozza di regolamento sull'intelligenza artificiale. Resta il nodo delle deroghe ai governi sugli algoritmi per la "sicurezza. nazionale", un concetto che può essere usato contro manifestanti, immigrati in casi di "emergenza" decisi dalle maggioranze di turno. Alcuni parlamentari Ue chiedono di bandire ogni forma di sorveglianza biometrica. Il testo dovrà passare sotto le forche caudine degli Stati e del securitarismo diffuso in Europa.
La Commissione Europea ha presentato ieri la bozza di una proposta di regolazione dell'intelligenza artificiale negli Stati membri. Insieme al regolamento sulla privacy e ai progetti legislativi Digital Services Act e Digital Markets Act questo testo di 108 pagine completa un'architettura giuridica che intende garantire sia "l'eticità" della tecnologia, sia la "competitività" delle imprese. La bozza disegna il profilo di una democrazia di mercato in un mercato globale dominato dai Leviatani della rete Usa e cinesi. Più che trasformare l'Europa in un centro di produzione mondiale, l'obiettivo è quello di garantire i "valori" dei consumatori e usare le tecnologie nella sanità, trasporti, energia, agricoltura, turismo e la "cyber-sicurezza". Lo ha detto il commissario al mercato interno Thierry Breton.
Il documento limita l'uso dell'intelligenza artificiale in campi che vanno dalle auto che si guidano da sole al governo della forza lavoro nelle imprese attraverso gli algoritmi, dai prestiti bancari alla selezione per l'iscrizione a scuola e al punteggio degli esami. La vicepresidente della Commissione Ue Margrethe Vestager ha detto di volersi opporre a modelli di "sorveglianza di massa". Ad esempio il "punteggio sociale" sperimentato in Cina dove si misura l'affidabilità di un individuo e si orientano i suoi comportamenti. La bozza contiene una serie di bandi tra i quali c'è anche il riconoscimento facciale dal vivo negli spazi pubblici, anche se ipotizza diverse deroghe sulla "sicurezza nazionale".
Nozione, quest'ultima, tutta da chiarire. Nel testo è specificato che riguarderà casi di rapimento o per prevenire e rispondere a attacchi terroristici. Tuttavia la "sicurezza" ha molteplici declinazioni, in particolare nello stato di emergenza permanente in cui continueranno a vivere le società neo-liberali in crisi dopo la pandemia. I governi già usano tecnologie biometriche in maniera "securitaria" per controllare e colpire i manifestanti oppure per riconoscere i sostegni sociali in sistemi di Welfare sempre più ricattatori. In questi casi invocano questioni di "sicurezza" declinabili a seconda delle maggioranze di turno. Si rischia così di colpire le persone per il genere, la razza, la sessualità, l'orientamento politico o lo status di immigrato.
Queste ambivalenze hanno sollevato diverse critiche. Alcuni parlamentari europei hanno scritto due lettere alla presidente della commissione Ursula Von Der Leyen e hanno chiesto il bando di ogni sorveglianza biometrica. La bozza assegnerebbe ai governi un margine troppo ampio di intervento e sarebbe troppo amichevole rispetto all'industria digitale. Il testo sarà comunque emendato dal parlamento Ue, ma dovrà passare sotto le forche caudine del Consiglio Europeo dove ci sono Stati come la Francia di Macron che vogliono integrare gli algoritmi nei loro apparati di sicurezza.
L'ambizione della Commissione Ue di vietare pratiche da "Grande Fratello" - tecnologie che orientano i comportamenti e la formazione delle mentalità - dovrà affrontare un altro problema. Nella piramide dei "rischi inaccettabile" che ha disegnato ci sono anche le piattaforme che usano algoritmi che selezionano contenuti rilevanti per i loro utenti. Cosa farà, ad esempio, l'esecutivo europeo se Facebook darà seguito al progetto di un Instagram per i minori di 13 anni per fare concorrenza a Tik Tok? Lo vieterà? Forse sì, anche per fare sentire il fiato sul collo alla Silicon Valley. Ma questo sarebbe anche un intervento contro la "libera concorrenza" che rientra tra le prerogative del mercato europeo.
di Luca Fraioli
La Repubblica, 22 aprile 2021
"Restore our Earth" è il tema di questa Giornata mondiale della Terra. La crisi climatica è al centro dell'agenda politica mondiale, ma bisognerà vedere se alle promesse dei politici seguiranno azioni concrete per limitare i danni.
Ha appena compiuto cinquant'anni, ma proprio ora le viene chiesto l'impegno maggiore. Le foto in bianco e nero di quel 22 aprile 1970, prima Giornata mondiale della Terra, raccontano di una gioventù americana scesa in strada (furono decine di milioni in tutti gli States) per chiedere alla politica più attenzione verso il Pianeta. Erano gli anni del Vietnam e della contestazione, di ragazze e ragazzi che sognavano di cambiare il mondo marciando dietro slogan e striscioni. Molti la considerano la data di nascita dell'ambientalismo moderno, che ha certamente contribuito ad accrescere la consapevolezza dell'opinione pubblica, ma non si può dire che abbia cambiato radicalmente il nostro modo di vivere, di consumare, di produrre energia, di sfruttare la Natura. Tanto che 51 anni dopo ci ritroviamo a sperare che l'Earth Day segni un nuovo inizio, rappresenti una svolta soprattutto nell'affrontare la principale emergenza ambientale della nostra era: quella climatica.
Stavolta, complice anche il Covid, non ci saranno folle di giovani in strada. Ma l'epicentro sarà ancora una volta l'America: il presidente Biden, ansioso di rimettere gli Usa alla guida della rivoluzione Green, dopo il negazionismo trumpiano, ha organizzato proprio in occasione della 51esima Giornata mondiale della Terra un vertice al quale ha invitato 40 capi di Stato e di governo. La solita passerella? Le solite promesse non mantenute, come accusano i giovanissimi attivisti di Fridays for Future? Vedremo.
Certo, la Casa Bianca ha preparato l'evento mandando nelle principali capitali il suo zar per il clima John Kerry. E si spera che l'ex Segretario di Stato di Obama non sia tornato a Washington a mani vuote. Ma la vera scommessa riguarda proprio l'Amministrazione Biden: come scrive Bloomberg, piattaforma di informazione di proprietà dell'omonimo magante ambientalista ex sindaco di New York, "l'America vuole la leadership sul clima, ma prima dimostri al mondo di fare sul serio". Come dire che la Casa Bianca, per essere credibile e trascinare con se le altre nazioni in una vera transizione ecologica, deve gettare il cuore oltre l'ostacolo e non limitarsi ad accettare i tagli alle emissioni ratificati ormai sei anni fa a Parigi e la cui efficacia è superata dal precipitare della situazione. Lo chiedono ormai non solo Greta Thunberg e i suoi epigoni, ma persino i 310 manager più influenti d'America che hanno appena scritto una lettera a Biden invocando misure drastiche per frenare il riscaldamento globale. "Business is business", ma in un mondo agonizzante quale business potrebbe mai sopravvivere?
Purtroppo i dati raccolti da scienziati e istituzioni sovranazionali, e riassunti in questo speciale di Green and Blue, confermano ogni giorno di più che occorre agire in modo deciso e immediato. Nel 2021 le occasioni non mancano: il vertice voluto da Biden, il G20 a guida italiana, la Cop26 di Glasgow a inizio novembre. C'è poi quello che può fare ciascuno di noi nel suo piccolo, come individuo e come comunità. Non a caso il tema individuato per questa 51esima edizione della Giornata mondiale della Terra è "Restore your Earth", un invito rivolto a tutti noi, perché ognuno restauri il pezzetto di Pianeta di sua competenza.
Vedremo se i Grandi manterranno le promesse fatte nei prossimi summit. E se le persone normali sapranno cambiare le loro abitudini per contribuire. Chissà che nel 2022, in occasione della 52esima Giornata della Terra, non si possa tornare in strada come in quel lontano 1970. Magari non per protestare, ma per festeggiare l'inizio di una vera rivoluzione verde.
di Enrico Franceschini
La Repubblica, 22 aprile 2021
Le simulazioni anticipano le allarmanti proporzioni che il dislocamento di massa dovuto ai cambiamenti climatici potrà avere da qui alla fine del secolo, specie se il mondo non mantiene gli obiettivi degli accordi di Parigi per ridurre le emissioni nocive nell'atmosfera. Milioni di persone sono costrette a lasciare le proprie case ogni anno a causa delle estreme condizioni atmosferiche causate dal cambiamento climatico. Ora uno studio del fenomeno indica le allarmanti proporzioni che questo dislocamento di massa potrà avere da qui alla fine del secolo, specie se il mondo non mantiene gli obiettivi fissati dagli accordi di Parigi per ridurre le emissioni nocive nell'atmosfera.
Secondo dati della Croce Rossa Internazionale, più di 10 milioni di persone si sono dovute trasferire a causa del clima avverso soltanto negli ultimi sei mesi, quattro volte di più del numero di coloro che nello stesso periodo hanno lasciato le proprie abitazioni per guerre e conflitti. Un recente esempio sono le inondazioni in Australia, dove decine di migliaia di persone sono state costretti a lasciare le proprie cause dopo settimane di piogge torrenziali.
Il rapporto del Weather and Climate Risk Group di Zurigo, pubblicato di recente dalla rivista Environmental Research Letters, esamina l'influenza del cambiamento climatico così come dei cambiamenti demografici e socioeconomici per questo genere di rischi. I ricercatori hanno così scoperto che, se la popolazione terrestre rimarrà stabile al livello attuale, il rischio di migrazioni di massa come conseguenza di inondazioni aumenta del 50%, rispetto ai livelli del 2010, per ogni grado in più di temperatura del Pianeta. La popolazione della Terra, tuttavia, non rimane stabile, bensì continua a crescere. Ebbene, anche se questa crescita demografica continuerà a un livello sostenibile, il rischio di evacuazioni di massa aumenterà significativamente fino al 110% entro la fine del XXI secolo. Questa previsione viene fatta calcolando che l'obiettivo degli accordi di Parigi di limitare a 2°C l'aumento della temperatura del Pianeta entro l'anno 2100 verrà mantenuto. Ma se ciò non avvenisse, e il gap tra ricchi e poveri continuasse a crescere, il rischio salirebbe al 350%.
"Le nostre scoperte indicano la necessità di un'azione rapida per mitigare il cambiamento climatico e al tempo stesso ridurre il rischio di inondazioni, particolarmente nei confronti delle popolazioni più vulnerabili, costruendo dighe e altre barriere protettive", afferma il dottor Pui Man Kam, autore principale dello studio. "Non è troppo tardi per intervenire".
di Luca Miele
Avvenire, 22 aprile 2021
Un paradosso. Terribile. Lo nomina Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International: "Mentre il mondo cercava il modo di proteggere le vite umane dalla pandemia, alcuni governi hanno mostrato una sconcertante ostinazione nel ricorrere alla pena capitale". Il Covid ha reso ancora più atroce la condizione dei condannati a morte: "La pandemia - spiega Callamard - ha fatto sì che molti prigionieri nei bracci della morte non abbiano potuto incontrare di persona i loro legali e che molti che hanno cercato di fornire aiuto si sono dovuti esporre a gravi, e del tutto evitabili, rischi per la loro salute".
Il report annuale di Amnesty International certifica una tendenza ambivalente: una riduzione globale delle esecuzioni, a cui fa da contraltare una "fiammata" concentrata in un pugno di Paesi. Nel 2020 le condanne eseguite, in 18 nazioni, sono state 483 (16 le donne uccise). Si tratta del dato più basso registrato in oltre un decennio, in calo del 26% rispetto al 2019 e del 70% rispetto al picco di 1.634 casi registrato nel 2015.
L'88% delle esecuzioni si sono concentrate in quattro Paesi: almeno 246 in Iran, dove la pena capitale "è sempre più usata come arma di repressione politica contro dissidenti e minoranze etniche", 107 in Egitto (che ha triplicato le uccisioni), 45 in Iraq e 27 in Arabia Saudita. Come nelle edizioni passate, il calcolo globale non include le migliaia di esecuzioni che vengono eseguite in Cina, dove i dati sulla pena di morte sono classificati come segreto di Stato, e pesa anche l'accesso estremamente limitato alle informazioni in Corea del Nord e Vietnam, che si ritiene applichino in larga misura le condanne capitali.
Risultano in calo le nuove sentenze di morte emesse nel mondo, almeno 1.477 ossia il 36% in meno rispetto al 2019. La pena di morte è stata applicata 17 volte negli Stati Uniti nel 2020, e a fine dicembre c'erano 2.485 detenuti condannati alla pena capitale.
Per Agnès Callamard "la pena di morte è una punizione abominevole e portare a termine esecuzioni nel mezzo di una pandemia ne ha ulteriormente evidenziato la crudeltà. L'uso della pena di morte in circostanze del genere è un attacco particolarmente grave ai diritti umani". Nonostante le ombre, c'è anche qualche luce. Come quella che illumina i Paesi che hanno chiuso definitivamente con il boia. Secondo dati aggiornati ad aprile del 2021, 144 Stati hanno abolito la pena di morte nelle leggi o nella prassi, 108 dei quali per tutti i reati.
"Nonostante alcuni governi si ostinino a usare la pena di morte, il quadro complessivo del 2020 è stato positivo. Sono aumentati gli Stati abolizionisti", commenta Callamard. "Alla fine del 2020 un numero record di 123 Stati ha approvato la risoluzione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite per una moratoria sulle esecuzioni. La pressione sugli altri stati sta aumentando". Amnesty International non ha dubbi. questa tendenza deve proseguire.
di Bruno Cartosio
Il Manifesto, 22 aprile 2021
Chauvin è stato giudicato colpevole di tutte le imputazioni che gli erano state addebitate. La pena sarà decisa nelle prossime settimane, quando inizierà il processo anche agli altri tre agenti che erano con lui quel 25 maggio.
Stai seguendo, giorno per giorno, il processo a Derek Chovin, l'ex agente che ha ammazzato George Floyd a Minneapolis poco meno di un anno fa. Poi arrivano la notizia e l'immagine dell'omicidio di Adam Toledo: un ragazzino ispanico ammazzato di notte in un vicolo di Chicago mentre si trova fermo, in piedi contro uno steccato, a mani alzate. Possibile, dici, che sia tutto così facile? Ti torna alla mente l'aria indifferente dell'agente Chauvin, che si guarda intorno mentre ammazza George, tenendo una mano in tasca e con gli occhiali da sole alzati sulla fronte come se stesse comprando il giornale all'edicola.
Ripensi all'agente che ha inseguito e ucciso il ventenne Daunte Wright nei pressi di Minneapolis l'11 aprile, dicendo poi di avere confuso il taser con la pistola.
Rifai i conti, e verifichi: la progressione è lineare. Nell'ultima decina d'anni, gli omicidi della polizia negli Usa non sono mai stati meno di mille all'anno. Uno più, uno meno: tre al giorno. In proporzione ai gruppi sociali, gli uccisi bianchi sono tot, gli ispanici sono quasi due volte tot e i neri sono oltre due volte e mezza tot; poi vengono gli asiatici, i fuori di testa e quelli di cui non si conoscono i connotati.
Quelli del processo sono giorni tesi. Sia perché si attende il suo esito, sia perché si addensa una sequenza particolarmente fitta di "massacri" come se quello compiuto da Tim McVeigh il 19 aprile 1995 a Oklahoma City e quello alla scuola Columbine di Denver il 20 aprile 1999 continuassero a esercitare un'attrazione perversa. E destabilizzante.
Alla fine, il processo di Minneapolis arriva alla sua conclusione. La giuria si ritira e resterà in isolamento fino a quando avrà raggiunto il suo verdetto. Quando è sicuro di non interferire con il lavoro dei giurati, il presidente Biden rilascia una dichiarazione: "Prego perché il verdetto sia quello giusto. Per me le prove sono travolgenti". Le polizie di tutto il paese si mobilitano; la tensione è molto alta a Chicago e la Guardia nazionale viene schierata a Minneapolis, nell'eventualità che il verdetto possa essere non-giusto. Non sarebbe la prima volta, come tutti sanno. E invece il verdetto è giusto, e sarà severo. Chauvin è stato giudicato colpevole di tutte le imputazioni che gli erano state addebitate. La pena sarà decisa nelle prossime settimane, quando inizierà il processo anche agli altri tre agenti che erano con lui quel 25 maggio.
La tensione si allenta pressoché ovunque. Biden farà appena in tempo a dichiararsi "sollevato" per il verdetto e perché il paese sembra avere appena scampato il pericolo di una nuova sollevazione. (Il giorno dopo dirà che è stato "un gigantesco passo avanti sulla strada verso la giustizia in America".)
Ma è una questione di minuti e arriverà la notizia di una nuova uccisione poliziesca. Infatti, quello stesso pomeriggio a Columbus, la capitale dell'Ohio, la sedicenne Ma'Khia Bryant è stata ammazzata con quattro colpi di pistola. Chiamato a intervenire in una lite tra ragazze, uno degli agenti ha "riportato la pace", sparando contro Ma'Khia, che dopo avere buttato a terra una delle ragazze, ne stava aggredendo un'altra con in mano un comune coltello da cucina. In pochi secondi, l'agente è sceso dall'auto e ha ucciso Ma'khia.
Così. Anche in questo caso, come in quello di Adam Toledo, a mostrare lo svolgimento conclusivo dell'intervento poliziesco è la body cam, la camera fissata sul petto dell'agente. Era stata introdotta meno di 10 anni fa, presumendo che avrebbe reso meno violenti, più responsabili i comportamenti dei poliziotti. Invece continua solo a mostrare la disinvoltura e indifferenza con cui le polizie usano le armi.
di Emiliano Squillante
Il Manifesto, 22 aprile 2021
Arrestata anche la portavoce. Putin duro contro "le ingerenze occidentali". Una risposta "asimmetrica, rapida e dura" alle provocazioni. Con queste parole Putin, durante il discorso di ieri all'Assemblea federale, ha fatto riferimento alle tensioni tra Mosca e la comunità internazionale, andate crescendo nelle ultime settimane a causa della vicenda Navalnyj, dell'escalation militare nel Donbass e delle nuove sanzioni imposte dagli Usa.
Un intervento incentrato su questioni interne - pandemia, cambiamento climatico e prezzi dei generi alimentari - ma in cui non sono mancati i moniti alla comunità occidentale, invitata a "non oltrepassare la linea rossa" con la Russia. Nessun riferimento all'oppositore Aleksej Navalnyj e alla situazione nel Donbass, dove le tensioni rimangono elevate dopo l'escalation militare delle ultime settimane. Un duro attacco nei confronti dell'Occidente è arrivato invece in relazione al recente tentativo di colpo di Stato in Bielorussia ai danni dell'alleato Aleksandr Lukashenko: una questione che, secondo Putin, avrebbe meritato una condanna da parte della comunità internazionale che invece non è arrivata. "Nessuno sembra accorgersene, e tutti fingono che non sia successo nulla: è caratteristico che simili azioni non siano state condannate dall'Occidente", ha affermato, aggiungendo che i colpi di Stato "superano ogni confine". Una deriva "pericolosa" che Putin ha imputato alla pratica di "imporre la propria volontà agli altri con la forza": un chiaro riferimento alle sanzioni internazionali.
Si susseguono, nel frattempo, i fermi in tutto il Paese nel quadro delle proteste contro la detenzione di Navalnyj, le cui condizioni in carcere si sono aggravate negli ultimi giorni dopo l'entrata in sciopero della fame il 31 marzo scorso. Due importanti arresti sono avvenuti ieri mattina: ad essere fermate Ljubov Sobol (rilasciata in serata), avvocato della Fondazione per la lotta alla corruzione, e la portavoce di Navalnyj Kira Jarmysh, mentre le organizzazioni non governative riferivano nella serata di ieri di oltre 400 fermi in più di 60 città in tutto il paese. Numeri che sembrano evidenziare una partecipazione minore alle proteste rispetto a gennaio, complice forse il discorso alla nazione di Putin. Divergenti anche le stime diffuse dalle autorità russe e dallo staff di Navalnyj in relazione al numero dei partecipanti: i funzionari di polizia hanno riferito di circa 4.500 persone a San Pietroburgo e 6.000 a Mosca, dove al corteo hanno preso parte anche il fratello di Navalnyj, Oleg, la madre Lyudmila e la moglie Julia. Stime che sono state definite "ridicole" dallo staff dell'oppositore.
di Fabrizio Dragosei
Corriere della Sera, 22 aprile 2021
In piazza i sostenitori dell'oppositore, mentre lo zar si prepara a mettere fuori legge l'organizzazione. Vladimir Putin ammonisce gli avversari della Russia a "non varcare la linea rossa", nel senso che qualsiasi azione mirante a colpire il suo Paese riceverebbe una durissima risposta. Questo nel giorno in cui coloro che non si riconoscono nell'attuale governo scendono in piazza a migliaia per protestare contro il trattamento riservato Aleksej Navalny, l'oppositore in carcere (mille i fermati). Non sono molti quelli che hanno deciso di manifestare, meno di quanto si aspettassero gli alleati di Navalny che avevano invitato tutti a far sentire la propria voce in 165 città, non solo Mosca e San Pietroburgo. Ma è sempre più difficile e pericoloso prendere iniziative, anche le più moderate, vista la reazione delle autorità.
L'ultimo esempio viene dalla Fondazione anti-corruzione dello stesso blogger. Sta per essere dichiarata organizzazione estremista e a quel punto chiunque effettuerà una semplice donazione (ma la norma potrebbe riguardare anche il passato) potrà essere denunciato come finanziatore e rischiare fino a otto anni di carcere. Anche il solo dimostrare per le vie delle città non è uno scherzo, pure senza riunirsi in gruppi consistenti. La polizia, gli Omon (truppe anti sommossa) intervengono subito e fermano chiunque ritengano stia in qualche modo protestando, anche se da solo. Così ieri sono state centinaia le persone finite nei cellulari parcheggiati nelle strade secondarie e pronti a portar via grappoli di oppositori, a volte trascinati spesso in malo modo.
Ma Putin è tranquillo, e non solo perché i più recenti sondaggi di opinione confermano che, nonostante tutto, la Russia è con lui. Dopo le ultime vicende che hanno visto protagonista Navalny, la percentuale delle persone che ritengono giusta la sentenza che lo ha inviato in penitenziario per due anni e mezzo è addirittura salito quasi al 50 per cento. L'oppositore, che è in sciopero della fame, è stato trasferito in un ospedale all'interno di un'altra colonia penale. Secondo le autorità, sarebbe anche stato visitato da medici estranei all'amministrazione carceraria, notizia non confermata dagli alleati del blogger.
Il consenso per il presidente è stabilmente sopra il 60 per cento e non sembra destinato a scendere, nonostante quanto stia avvenendo. Anzi, il sempre più aspro confronto con l'Occidente sembra rilanciarlo. Ieri nell'annuale discorso alla nazione il presidente ha parlato di nuove potentissime armi di cui sarà presto dotato l'esercito russo. Ha promesso quattrini a quasi tutti i settori sociali, dalle famiglie alle imprese. Ha ammonito l'Occidente, tirando in ballo anche un fantomatico golpe che sarebbe stato organizzato nella vicina Bielorussia (ma per ora sarebbero coinvolti solo personaggi più che secondari).
Le sanzioni varate contro la Russia sono molto leggere e in più Biden ha riconosciuto il ruolo planetario del Cremlino invitando Putin a un vertice a due. Anche per questo Vladimir Vladimirovich non fa passi indietro nei confronti dei vicini con i quali i rapporti sono pessimi, dalla Repubblica Ceca all'Ucraina. Ai confini Mosca ha ormai schierato ottantamila uomini con aerei d'assalto, ospedali da campo e tutto quello che potrebbe servire per una guerra. Non si tratta, quasi certamente, di un progetto di invasione, come denunciano a gran voce da Kiev, ma di un altro segnale. Tutti, a cominciare dai riottosi vicini, devono fare i conti con la Russia, evitare provocazioni, sedersi rispettosamente al tavolo delle trattative, tenere conto molto seriamente di quello che Mosca dice.
di Adriano Sofri
Il Foglio, 22 aprile 2021
Il paese sta in quella vigilia, un istante prima della vendetta dei talebani, un istante prima che venga scagliata la pietra della lapidazione su inermi e perseguitati. La violenza contro le donne (e gli animali) sta alla radice della violenza degli animali umani. Ed è la situazione nella quale i due connotati opposti, coraggio e viltà, coincidono teatralmente. L'uomo - il vigliacco - che picchia la "sua" donna, o la donna "di tutti", è tipicamente virile. Una faticosa trafila poetica provò a raddrizzare il tiro facendo dell'uomo valoroso il paladino della debolezza femminile: debolezza che la cavalleria confermava.
La sproporzione, materiale e culturale, nell'esercizio della violenza fra i sessi resta colossale anche dove più forte è il progresso dei costumi, comunque la si misuri: i posti percentuali occupati da donne che hanno ucciso uomini, o da donne detenute, sono incomparabilmente più bassi di quelli occupati da donne nei consigli di amministrazione. Se prendiamo un altro caso esemplare di coincidenza fra viltà e pretesa di audacia virile, la violenza "di branco", o quella della folla, ritroviamo quel contenuto fondante.
L'Afghanistan restituito "agli afghani", cioè, oggi, ai talebani, è il luogo doppiamente esemplare, del vanto del coraggio virile e della metodica violenza su bambine e donne, ora resa più accanita dall'ansia di vendicare l'oltraggio di una parziale loro liberazione. Certo è assurda una guerra internazionale dei vent'anni in una repubblica islamica asiatica di nemmeno 40 milioni di persone. Vent'anni fa si rispondeva all'11 settembre. Siccome non si stana e uccide Bin Laden mettendo più di 100 mila soldati sul campo, si evocò l'effetto collaterale della liberazione dal carcere duro domestico delle donne afghane. Domenica, l'altro ieri, Farhad Bitani, l'autore de "L'ultimo lenzuolo bianco", intervistato da Maria Cuffaro, raccontava che solo qualche giorno fa a una ventina di chilometri dalla base militare italiana di Herat c'era stata la fustigazione pubblica di una donna: lo diceva perché immaginassimo che cosa sarà quando le forze internazionali avranno lasciato il paese. Ospite a Herat, visitai il famoso carcere femminile finanziato dagli italiani (molte cose notevoli facevano quelle e quegli italiani in divisa) e adibito a rifugio per le donne minacciate di morte dai "loro" uomini.
È terribile annunciare una protezione a inermi e perseguitati e poi lasciare il campo. Chi voglia può trovare in rete i video delle lapidazioni pubbliche in Afghanistan (e non solo) e istruirsi sulle modalità delle pietre da scagliare: non troppo piccole che non facciano male non troppo grandi che abbrevino il supplizio.
Il libro importante di Peppino Ortoleva "Sulla viltà" (Einaudi) ricostruisce la "virtù maschile" del coraggio e l'autoindulgenza verso il "delitto collettivo", la folla assassina che perde la testa, come nel linciaggio, e la mattina dopo si rivendica anonima e dunque irresponsabile. "La folla che aggredisce è insieme istigatrice all'azione e riparo dentro cui rifugiarsi".
Ebbene, quel meccanismo ha la sua scena madre nella lapidazione dell'adultera che Gesù sventa in extremis. Quella piccola folla aspetta solo che parta la prima pietra, a scagliarla potrà essere il più vile, fatto forte degli altri che lo spalleggiano, o il più ardito, quello che prende l'iniziativa, e potrà essere la stessa persona: è la prima pietra che occorre fermare, perché fra un istante diventerà la furia della gragnuola. Prima del commiato ortodosso del "non peccare più", Gesù interrompe la legge, e la tradizione più forte della legge, vecchia "come il mondo", e per farlo inventa il più azzardato degli espedienti: scarabocchiare per terra, attirare l'attenzione per distrarla dalla sventurata, riportare gli invasati della sassaiola a individui sconcertati che si interrogano l'un l'altro su quello stravagante.
E fra un momento si interrogheranno, ciascuno, se sia senza peccato, e che cosa voglia dire davvero, e se ne andranno vergognandosi. La prima pietra della lapidazione è come una precipitazione chimica: c'è un breve fermo immagine dentro il quale può insinuarsi una difesa, una deviazione, un interdetto. L'Afghanistan sta in quella vigilia. Le forze di occupazione militare non sono Gesù, e conoscono esse stesse la complicità deresponsabilizzante nella violenza e la viltà della strapotenza. Ma la concretissima, sporchissima scena afghana riproduce sulla scala dall'uno ai milioni la radice in cui si confondono coraggio e viltà, degli antichi e dei moderni.
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