di Simona Musco
Il Dubbio, 15 gennaio 2021
"Laddove non sia disponibile un'accoglienza adeguata nello Stato di rimpatrio, il minore interessato non può essere oggetto di una decisione di rimpatrio". A stabilirlo è la Corte di Giustizia Ue, che si è pronunciata sul caso di un minore nato in Guinea nel 2002 e che nel 2017 ha presentato nei Paesi Bassi una domanda di permesso di soggiorno a tempo determinato a titolo di diritto d'asilo. Il ragazzo era arrivato in Europa dopo la morte della zia con la quale viveva in Sierra Leone, ritrovandosi vittima di tratta di esseri umani e di sfruttamento sessuale ad Amsterdam. A seguito di tali fatti, il giovane ha sviluppato gravi turbe psichiche.
Nonostante questo, nel marzo 2018 il Segretario di Stato alla Giustizia e alla Sicurezza dei Paesi Bassi ha stabilito, d'ufficio, il rifiuto del permesso di soggiorno a tempo determinato nonché dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria. Decisione che, secondo il diritto dei Paesi Bassi, aveva come conseguenza il rimpatrio. Il giovane ha dunque proposto ricorso davanti al giudice del rinvio, evidenziando di non sapere dove si trovino i suoi genitori né altri familiari. Ma anche per il giudice del rinvio il giovane, una volta raggiunti i 18, avrebbe dovuto lasciare il Paese, secondo quanto previsto dal diritto dei Paesi Bassi per i minori di età pari o superiore a quindici anni alla data di presentazione della domanda di asilo.
Secondo la norma, infatti, nel periodo compreso tra la sua domanda di asilo e il raggiungimento della maggiore età la permanenza del minore risulterebbe tollerata, anche se ritenuta irregolare. Il giudice del rinvio ha quindi chiesto alla Corte se la norma dei Paesi Bassi fosse coerente con il diritto dell'Unione nella distinzione tra i minori non accompagnati di età superiore ai quindici anni e quelli di età inferiore, per i quali invece la norma prevede un'indagine sull'esistenza di un'accoglienza adeguata nello Stato di rimpatrio, in assenza della quale verrebbe concesso un permesso di soggiorno ordinario.
Per la Corte, qualsiasi Stato membro che intende rimpatriare un minore non accompagnato deve necessariamente, in ogni fase della procedura, considerare come prioritario l'interesse superiore del bambino. E in caso di un'accoglienza non adeguata nello Stato di rimpatrio il minore non può essere allontanato, in quanto si troverebbe "in una situazione di grande incertezza quanto al suo status giuridico e al suo futuro, in particolare quanto alla sua frequenza scolastica, al suo legame con una famiglia di affidamento e alla possibilità di rimanere nello Stato membro interessato, il che sarebbe contrario all'esigenza di tutelare l'interesse superiore del bambino in ogni fase della procedura". L'età è, dunque, solo uno degli elementi da considerare. Secondo la Corte, il fatto che lo Stato membro interessato adotti una decisione di rimpatrio senza essersi prima accertato dell'esistenza di un'accoglienza adeguata nello Stato di rimpatrio avrebbe come conseguenza che il minore, pur essendo stato oggetto di una decisione di rimpatrio, non potrebbe essere allontanato nel caso in cui un'accoglienza non fosse disponibile.
bergamonews.it, 15 gennaio 2021
La lettera di tre famiglie di detenuti nel carcere di Bergamo: "Soltanto giovedì mattina sono stati spostati 40 positivi al Covid-19". A seguito dei dati ufficiali del ministero della Giustizia, comunicati dal Dipartimento dell'amministrazione Penitenziaria del carcere di Bergamo (aggiornati alle 20 dell'8 gennaio scorso e pubblicati da Bergamonews mercoledì 13 gennaio), riceviamo e pubblichiamo la testimonianza di una donna, moglie di un detenuto. Nella lettera, firmata da tre famiglie di detenuti, vengono contestati i numeri diffusi dal ministero in merito ai contagi all'interno della casa circondariale.
Viene anche contestata la mancanza di chiarezza e comunicazione alle famiglie sul trasferimento dei detenuti positivi in altre strutture. "Una sera mi ha telefonato una persona che non conoscevo per dirmi che mio marito era stato portato - in quanto positivo - in un carcere milanese e mi mandava i saluti - si legge nella lettera -. La mattina seguente ho provato a telefonare al carcere di Bergamo, senza riuscire ad avere alcuna informazione, per tre lunghissimi giorni, quando finalmente qualcuno mi ha avvisata, dicendomi anche di andarmi a riprendere il pacco che avevo consegnato quando ancora pensavo che mio marito fosse lì". Ecco la lettera.
Gentile redazione, scrivo per portare la testimonianza mia e di tante famiglie di persone detenute nel carcere di via Gleno che - con amara sorpresa - hanno letto i numeri pubblicati ieri sul contagio, numeri purtroppo, assai lontani dalla realtà. Ed è importante che la verità e la situazione reale sia conosciuta da tutti e non solo da chi ha la sfortuna di vivere la detenzione di un proprio parente. Non sono 25 i contagiati asintomatici e una la persona in ospedale come riportano i dati... Non sappiamo chi abbia dato queste informazioni, ma i numeri sono molto più alti.
Soltanto giovedì mattina sono partite (con un autobus) oltre 40 persone positive dal carcere di via Gleno, alla volta del carcere di San Vittore. È lì che stanno spostando tutti i detenuti positivi asintomatici di Bergamo. E così è stato nei giorni scorsi verso il Covid hub di Bollate, finché anche Bollate non è diventato saturo e non ha più potuto accogliere nessuno.
Quando si viene spostati altrove, non si sa quando si torna a Bergamo. E noi non sappiamo dove sono i nostri famigliari. Prima di Natale vi è stato almeno un decesso e i contagiati sono oltre 40 per ogni sezione. Tanto che sono tutte chiuse.
Non conosciamo la situazione reale se non attraverso quello che riusciamo a sapere dai nostri figli, fratelli, mariti, padri, reclusi in condizioni drammatiche o dai loro compagni di prigionia che usano il poco tempo delle telefonate per trasmettere numeri e nomi di familiari da avvisare.
I colloqui con i familiari sono sospesi da mesi e ora consentiti (uno solo al mese, in luogo dei soliti 6 previsti) solo a chi è residente a Bergamo, con una ingiustizia nell'ingiustizia. Avete idea di cosa significhi per un bambino non vedere il proprio papà per mesi e mesi? Ecco. Questa è diventata la nostra vita.
Sono sospese tutte le attività, la scuola ma anche i colloqui con gli psicologi, le visite mediche per cui anche malattie di altra natura sono trascurate, nel silenzio generale, e spesso neanche gli avvocati vengono fatti entrare per parlare con i propri assistiti, anche se ci sono i processi, le udienze...
Viviamo nell'assenza totale di informazioni sulla salute dei nostri parenti, solo sperando che non arrivi una telefonata che ci avvisa che il nostro congiunto è malato.
Una sera mi ha telefonato una persona che non conoscevo per dirmi che mio marito era stato portato - in quanto positivo - in un carcere milanese e mi mandava i saluti. Mi diceva di non preoccuparmi. Ma come potete immaginare, non è così facile.
La mattina seguente ho provato a telefonare al carcere di Bergamo, senza riuscire ad avere alcuna informazione, per tre lunghissimi giorni, quando finalmente qualcuno mi ha avvisata, dicendomi anche di andarmi a riprendere il pacco che avevo consegnato quando ancora pensavo che mio marito fosse lì.
Allora mi chiedo e vi chiedo se questo è un modo di comportarsi civile e degno di uno stato civile.
E mi chiedo anche cosa stanno facendo le istituzioni che di questo dovrebbero preoccuparsi. Dove è il Comune e il suo Sindaco che pure ha tanto frequentato il carcere per celebrare altri (importanti, per carità) progetti? non potrebbe andare e almeno dare la propria vicinanza? Dove è il garante dei detenuti che abbiamo provato a contattare, scoprendo che il numero di telefono riportato non è del Comune e lei è irraggiungibile da mesi anche via email? Dove è carcere e territorio che pure dovrebbe occuparsi dei detenuti? invece di scrivere ai parlamentari, per improbabili proposte di legge, non potrebbe affacciarsi dentro il carcere e presidiare dove noi non possiamo?
I nostri cari avranno anche sbagliato e sono lì perché condannati, ma quanto stanno subendo è ingiusto e drammatico. E nessuno ne sta parlando.
Nessuno di noi, presi da altro, ha mai scritto alla stampa, ma leggere dei 25 contagiati è stata una pugnalata per chi conosce la situazione reale e abbiamo deciso per questo di scrivere queste poche righe. Sappiamo che tutti stanno affrontando un momento difficile. Ma quello che chiediamo è che quanto meno l'informazione non sia mistificata.
(Lettera firmata da tre famiglie di detenuti)
di Paola Dall'Anese
Corriere delle Alpi, 15 gennaio 2021
Focolaio di Covid-19 nel carcere di Baldenich. Il contagio è stato scoperto il 30 dicembre durante una normale sessione di screening su personale e detenuti. Subito è scattato il protocollo, con l'apertura di una sezione Covid, dove sono stati isolati i nove detenuti asintomatici ma infetti.
"Durante i controlli con tampone rapido", racconta Marco Cristofoletti, medico dell'Usl che si occupa dall'aspetto sanitario nella casa di detenzione, "abbiamo riscontrato cinque positività nella nuova sezione "sex offender", che contiene venti detenuti provenienti dal carcere di Modena. I contagiati sono stati subito isolati nell'area Covid, gli altri 15 in quarantena. Passati dieci giorni, ai 15 è stato rifatto il tampone: per quattro di loro, che nel frattempo si erano positivizzati, si sono aperte le porte del reparto Covid".
Scoppiato il focolaio, all'interno della casa circondariale di Baldenich tutte le sezioni sono state "isolate", nel senso che sono stati impediti contatti tra carcerati di comparti diversi per provare a contenere il contagio. Una mossa che ha portato gli effetti desiderati. Anche gli agenti di polizia penitenziaria sono stati divisi in gruppi, destinati a singole sezioni.
"I detenuti infetti", fa presente Cristofoletti, "sono seguiti da medici e infermieri del carcere. Ogni giorno, oltre a misurare loro la temperatura corporea e la saturazione di ossigeno, li visitiamo al mattino e al pomeriggio. Sappiamo, infatti, che la malattia può avere un rapido peggioramento. Sono tutti monitorati e nessuno a oggi ha la febbre".
Anche all'interno di Baldenich è stato creato un percorso "sporco", destinato a pazienti e operatori che si muovono in area Covid, e uno "pulito", per chi opera in sezioni no-Covid: "Gli stessi agenti hanno fatto un corso di vestizione e svestizione per evitare contagi. Come il personale sanitario in ospedale, infatti, anche chi controlla questa sezione deve indossare tutti i dispositivi di protezione dalla visiera ai calzari".
La situazione per ora è tranquilla e sotto controllo - conclude Cristofoletti - soddisfatto anche dall'organico a sua disposizione: "Siamo a posto. Abbiamo quattro medici di continuità assistenziale per 16 ore al giorno, un medico di base e un servizio infermieristico. Così stando le cose, nell'arco delle 24 ore è sempre garantita la presenza di un sanitario: i medici sono presenti per 19 ore, gli infermieri per 14. Anche il clima all'interno della struttura per ora è buono". A essere preoccupati, invece, sono gli agenti della polizia penitenziaria, che lanciano l'allarme per la carenza di personale e il sovraffollamento del carcere bellunese.
"Siamo al completo", precisa Robert Da Re, delegato della Cisl, "nel nostro carcere abbiamo un centinaio di detenuti, invece dei settanta previsti. La sezione psichiatrica avrebbe dovuto essere trasferita a Padova e invece è ancora a Belluno con sei pazienti. C'è poi la sezione trans e quella nuova che ospita venti persone accusate di reati legati alla sfera sessuale. Infine, abbiamo la sezione dei detenuti "comuni", quella Covid e quella per la quarantena dei nuovi arrivati". Per gestire questa massa di persone, ci sono soltanto 80 agenti.
"E trenta di loro svolgono soltanto attività di ufficio", sottolinea Da Re che aggiunge: "Da mesi chiediamo dei rinforzi, perché il personale è ormai allo stremo delle forze. Oltre alla normale tensione che implica questo mestiere, si è aggiunta anche quella derivante dal Covid e dalla paura del contagio per noi e, di riflesso, per le nostre famiglie". Il personale, vista l'insufficiente numero di agenti, è costretto a ore di straordinario per riuscire a coprire tutti i turni di servizio: "Lo ripetiamo, servono nuovi agenti", conclude Da Re.
Il Dubbio, 15 gennaio 2021
La pronuncia sull'allentamento delle misure in Valle d'Aosta. Un no alla Valle d'Aosta che diventa per estensione un no a tutte le Regioni che intendessero legiferare sui temi legati alla tutela della salute pubblica, inserendo norme meno severe rispetto a quelle fissate dal Governo e dunque dallo Stato, per fronteggiare la pandemia da coronavirus.
La Corte Costituzionale, con l'ordinanza depositata ieri al palazzo della Consulta, relatore il giudice Augusto Barbera, chiude definitivamente la diatriba più volte aperta fra Stato e Regioni al tempo del Covid, su a chi spettasse dire l'ultima parola sul livello di tutela della salute pubblica: spetta allo Stato. Nella motivazione della Corte si sottolinea infatti che "la materia della profilassi internazionale è riservata alla competenza esclusiva dello Stato", richiamando anche a "una gestione unitaria dell'epidemia a livello nazionale".
Ecco perché la Consulta ha sospeso gli effetti della legge regionale della Valle d'Aosta, che consentiva misure di contenimento della diffusione del contagio da coronavirus che erano di "minor rigore rispetto a quelle statali". I giudici hanno dato dunque ragione al Governo, accogliendo l'istanza che era stata proposta in via cautelare dal Presidente del Consiglio dei ministri, nell'ambito del ricorso contro la legge regionale valdostana.
E si tratta di una decisione "storica", in quanto si interviene in modo specifico e puntuale sulla gerarchia istituzionale riguardo alla tutela della salute pubblica sospendendo in via cautelare gli effetti di una legge, decidendo tra l'altro di depositare immediatamente l'ordinanza con la relativa motivazione, per evitare il rischio di "un irreparabile pregiudizio" verso "l'interesse pubblico a una gestione unitaria dell'epidemia a livello nazionale", nonché di "un pregiudizio grave e irreparabile per la salute delle persone".
"Nessun passaggio pericoloso per la salute dei valdostani è mai stato fatto, tant'è che da fine ottobre e soprattutto nel mese di novembre la Valle d'Aosta è stata la regione in cui il miglioramento dei dati è stato più rapido - ha commentato il presidente della Valle d'Aosta, Erik Lavevaz. È stata chiamata in modo erroneo legge anti Dpcm, ma così non è perché è una legge che è stata applicata con una logica di prudenza e di correttezza rispetto agli ambiti sanitari e scientifici".
Sempre ieri, la Consulta ha esaminato la questione di legittimità sollevata dal Tribunale di Bolzano sull'articolo 262, primo comma, del Codice civile, là dove non consente ai genitori di assegnare al figlio, nato fuori dal matrimonio ma riconosciuto, il solo cognome materno. In attesa del deposito dell'ordinanza, l'Ufficio stampa della Corte fa sapere che il collegio ha deciso di sollevare davanti a sé stesso la questione di costituzionalità del primo comma dell'articolo 262 del Codice civile che stabilisce come regola l'assegnazione del solo cognome paterno. La Corte ha ritenuto che tale questione sia pregiudiziale rispetto a quella sollevata dal Tribunale di Bolzano.
brindisireport.it, 15 gennaio 2021
In corso screening a tappeto su detenuti, agenti e personale medico. Effettuati fino a oggi 300 tamponi di controllo. Carcere di Brindisi: positivi al Covid tre detenuti e un agente.
Almeno quattro casi di positività al Covid-19 sono stati accertati nei giorni scorsi presso la casa circondariale di Brindisi. Si tratta di tre detenuti e di un agente di polizia penitenziaria. Di concerto con l'Asl di Brindisi è stato avviato uno screening di tutta la popolazione carceraria, inclusi anche medici e operatori sanitari. Sinora sono stati effettuati 300 tamponi di controllo. Ulteriori test verranno effettuati nei prossimi giorni. A scopo precauzionale sono stati sospesi i trasferimenti in carcere. Tutti e tre i detenuti, uno dei quali era appena giunto da un'altra struttura, sono in isolamento, in buone condizioni.
Nel corso della prima ondata pandemica si erano registrati due soli contagi fra i detenuti. Le misure anti contagio sono rigorose. All'arrivo il detenuto asintomatico viene ospitato nella cosiddetta zona gialla e sottoposto a un primo tampone dopo 72 ore. Se è negativo passa in un'area verde per ulteriori quattro giorni, al termine dei quali viene effettuato un nuovo tampone. Se è negativo anche questo può entrare in comunità. Una zona rossa, invece, è riservata ai casi sospetti sintomatici o accertati di infezione da Covid-19.
Quando un detenuto già presente in carcere ha sintomi che possono suggerire un'infezione da Covid, la visita medica si svolge in una zona dedicata che viene poi accuratamente sottoposta a sanificazione. I detenuti che arrivano da altri istituti penitenziari e sono in possesso di risultato negativo al tampone eseguito nel luogo di provenienza vengono sottoposti a un secondo test a 72 ore dall'ingresso: se la negatività viene confermata possono essere ospitati negli spazi comuni. Se invece sono sprovvisti di certificazione del tampone saranno trattati come "nuovi giunti", così come i detenuti che rientrano dall'esecuzione di permessi. I ristretti in regime di semilibertà, infine, sono ospitati in zone separate dalla restante popolazione detenuta e al rientro serale in Istituto devono compilare la scheda di autocertificazione ed essere sottoposti a rilevazione della temperatura corporea.
garantenazionaleprivatiliberta.it, 15 gennaio 2021
Certamente, preoccupa fortemente il Garante nazionale l'indagine che ha portato ai provvedimenti di misure cautelari nei confronti di operatori di Polizia penitenziaria della Casa circondariale di Firenze-Sollicciano. Per seguire da vicino l'evolversi della situazione, il Garante nazionale si è presentato come "persona offesa dal reato", nominando come proprio legale l'avvocato Michele Passione del foro fiorentino. Tale decisione, ben lungi dal voler trarre conclusioni relativamente a ciò che la magistratura valuterà, costituisce un segno di garanzia per tutte le parti coinvolte e di rassicurazione dell'opinione pubblica circa l'esistenza di uno sguardo istituzionale esterno, attento a che nessun messaggio di impunità possa essere inviato, così come nessuna generalizzazione possa essere avanzata nei confronti di chi lavora all'interno di un contesto difficile.
Tuttavia, quanto finora risulta dagli atti richiede una riflessione attenta. Già a luglio il Garante nazionale aveva incontrato i vertici delle diverse Forze di Polizia, tra cui anche il Capo del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, a seguito di gravi fatti emersi in alcune indagini che avevano coinvolto operatori delle diverse Forze. Al centro di tali incontri è stata, sin da allora, la condivisione della necessità di rafforzare e diffondere una cultura che sappia tenere insieme l'essenziale funzione di repressione del reato e la scrupolosa tutela dei diritti fondamentali anche del suo autore. Proprio per questo occorre investire sulle condizioni di lavoro e sulla formazione di chi opera in tali contesti.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 15 gennaio 2021
Per i presunti pestaggi a Sollicciano il Garante si è presentato come "persona offesa dal reato", nominando come proprio legale l'avvocato Michele Passione. Per i presunti pestaggi avvenuti nel carcere di Sollicciano, uno commesso nel 2018 e l'altro nel 2020, nei confronti di due detenuti, il Garante nazionale delle persone private della libertà si è presentato come "persona offesa dal reato", nominando come proprio legale l'avvocato Michele Passione del foro fiorentino.
"Tale decisione - spiega il Garante -, ben lungi dal voler trarre conclusioni relativamente a ciò che la magistratura valuterà, costituisce un segno di garanzia per tutte le parti coinvolte e di rassicurazione dell'opinione pubblica circa l'esistenza di uno sguardo istituzionale esterno, attento a che nessun messaggio di impunità possa essere inviato, così come nessuna generalizzazione possa essere avanzata nei confronti di chi lavora all'interno di un contesto difficile".
Tuttavia quanto finora risulta dagli atti, il Garante sottolinea che tutto ciò richiede una riflessione attenta. Già a luglio il Garante nazionale ha incontrato i vertici delle diverse Forze di Polizia, tra cui anche il Capo del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, a seguito di gravi fatti emersi in alcune indagini che avevano coinvolto operatori delle diverse Forze.
"Al centro di tali incontri - osserva sempre il collegio del Garante - è stata, sin da allora, la condivisione della necessità di rafforzare e diffondere una cultura che sappia tenere insieme l'essenziale funzione di repressione del reato e la scrupolosa tutela dei diritti fondamentali anche del suo autore. Proprio per questo occorre investire sulle condizioni di lavoro e sulla formazione di chi opera in tali contesti".
Sono 9 gli agenti raggiunti dalle misure cautelari - Ricordiamo che sono nove gli agenti raggiunti dalle misure cautelari perché avrebbero pestato due detenuti in momenti differenti nel carcere di Sollicciano. Uno nel 2018 e l'altro a maggio del 2020. Il caso del detenuto Mohamed è descritto nei minimi particolari. Si apprende dall'ordinanza del Gip che gli agenti prima lo minacciarono e successivamente avrebbero commesso "gravi e reiterati atti di violenza (posti in essere da ben sette uomini fisicamente e da una donna nelle qualità di istigatrice) contro un uomo solo inerme ultra cinquantenne e di costituzione esile, agendo con estrema crudeltà, atti che concentrano in un arco di tempo di circa un'ora". Lo avrebbero preso a schiaffi, a pugni, a calci fino a salire sopra la sua schiena oltre che tenendolo per le braccia in modo che non possa difendersi.
Non solo. Risulta che gli indagati, in cella di isolamento, per giorni gli fecero tenere addosso i pantaloni bagnati di urina, senza minimamente pensare a salvaguardare la sua dignità e - si legge nell'ordinanza del Gip "al fine di farlo vergognare e di procurargli ulteriori umiliazioni". Tale circostanza è stata confermata da uno degli indagati durante un'intercettazione ambientale, dato che lo stesso dichiarava che il detenuto si era fatto la pipì addosso.
Mohamed punito per aver chiesto di telefonare ai parenti in Francia - Come se non bastasse, due degli agenti che avevano partecipato al presunto pestaggio di Sollicciano, sarebbero rientrati nella cella di isolamento e lo fecero spogliare e rimanere nudo davanti a loro per due o tre minuti, dicendogli anche "che gli riservano quel trattamento particolarmente umiliante proprio perché aveva voluto fare in precedenza "il duro".
Tutto questo - avvenuto Il 27 aprile del 2020 - non è accaduto perché il detenuto compì un gesto violento o abbassò la cerniera scagliandosi contro l'ispettrice. Tutti gli elementi raccolti dalle indagini conducono a far ritenere che Mohamed sia stato punito per aver chiesto di telefonare ai parenti in Francia e per aver reagito alle minacce dell'agente con una ingiuria. Per questo motivo i novi agenti indagati devono rispondere anche di falso ideologico in atto pubblico, perché avrebbero fatto passare gli abusi come resistenze e aggressioni sessuali da parte dei detenuti. Di fronte alle due denunce contrapposte, il direttore del carcere di Sollicciano fece acquisire le immagini delle telecamere che hanno confermato il racconto del detenuto.
Da lì le indagini hanno ricostruito un altro episodio di violenza, avvenuto nel 2018, quando un detenuto italiano. Giorgio, denunciò la rottura di un timpano. Lui si era lamentato della mancata fruizione integrale dell'ora d'aria. A quel punto un agente tra i presenti l'avrebbe preso con un braccio dietro il collo e lo avrebbe stretto così forte da impedire di muoversi, respirare e parlare. Nel frattempo gli altri agenti lo avrebbero preso per le gambe e i polsi: a quel punto un altro agente gli avrebbe sferrato un pugno colpendolo con forza tra la mascella sinistra e la tempia. Non soddisfatti, lo avrebbero poi trascinato verso l'ufficio dell'ispettore e di nuovo sferrato pugni. Il detenuto, a quel punto, si sarebbe chinato in avanti coprendosi il volto con le mani.
Lo avrebbero preso a ceffoni, fino a farlo cadere esausto per terra e ancora una volta altra scarica di calci e pugni alla testa. Poi lo presero e condotto in cella di isolamento. Il diario clinico è lapidario: tumefazioni sella guancia sinistra con ecchimosi sulla faccia e perforazione del timpano sinistro. Tutti e nove gli agenti sono accusati tortura e falso ideologico. Tre si trovano agli arresti domiciliari: l'ispettrice Elena Viligiardi coordinatrice del reparto penale, l'assistente Luciano Sarno e l'agente Patrizio Ponzo. Gli altri sei sono invece interdetti dalla professione per un anno. A coordinare le indagini è Christine Von Borries, pm della procura di Firenze.
di Ciriaco M. Viggiano
Il Riformista, 15 gennaio 2021
Era accusato, insieme con altri ex dipendenti, di gestire due sale bingo nel Casertano in società con esponenti del clan Russo, una costola dei Casalesi. A distanza di sette anni dall'apertura dell'inchiesta, Luciano Cantone è stato assolto con formula piena dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Un motivo di gioia per l'imprenditore che, con questa sentenza, vede riabilitata anche la memoria del fratello Mario.
Già, perché Mario Cantone, anch'egli coinvolto nell'indagine che nel 2013 portò all'arresto di decine di persone e al sequestro di beni per 450 milioni di euro in tutta Italia, finì ben presto in carcere e nel 2014 si suicidò impiccandosi alle sbarre della cella. All'epoca 46enne, Mario Cantone fu l'unico ad andare in prigione; chiese gli arresti domiciliari per due volte e per due volte gli furono negati, sebbene versasse in condizioni psicologiche alquanto precarie; in una circostanza il Riesame impiegò circa tre mesi per depositare le motivazioni del provvedimento. Ora, a distanza di circa sette anni dalla sua morte, Mario Cantone viene di fatto assolto insieme con il fratello e i loro ex dipendenti.
La vicenda colpisce non solo per il dramma umano che porta con sé, ma soprattutto per l'immagine della giustizia campana e italiana che restituisce. Lascia basiti la lentezza con cui i magistrati hanno accertato l'insussistenza di qualsiasi legame tra i Cantone e la camorra. Sette anni sono tanti, troppi, e confermano una giustizia pachidermica, farraginosa, capace di costringere indagati e imputati ad autentiche odissee nelle aule di tribunale.
La giustizia che ha assolto Cantone a sette anni dall'apertura dell'inchiesta sulle sale bingo è la stessa che poche settimane fa ha sbattuto in carcere un 47enne napoletano condannato per reati commessi nell'ormai lontano 1999; è la stessa che ha impiegato 18 anni per fissare la prima udienza istruttoria nel processo davanti a un giudice di pace; è la stessa che ha richiesto quasi vent'anni per chiarire definitivamente la correttezza dell'operato dell'ex sindaco e governatore Antonio Bassolino. A prescindere dal fatto che la sentenza finale sia di assoluzione o di condanna, una giustizia tanto lenta travolge necessariamente vite e carriere, famiglie e aziende, imponendo a indagati e imputati una compressione delle libertà personali, un surplus di tensione emotiva e spese legali e, spesso, una gogna mediatica francamente inaccettabili.
Oltre che lenta, però, la giustizia si dimostra tutt'altro che infallibile: nel 2019, nel solo distretto di Napoli, sono stati registrati 129 errori giudiziari che hanno portato alla liquidazione di indennizzi per l'ingiusta detenzione pari a tre milioni e 200mila euro. In tutta Italia, però, le azioni disciplinari avviate nei confronti dei magistrati non sono state più di 24 e quasi in nessun caso hanno portato a qualche forma di sanzione. Segno che, a più di trent'anni dal caso Tortora, troppe toghe continuano a sbagliare e a non pagare per gli errori commessi. Tutto ciò s'inserisce in un contesto generale in cui la credibilità dei giudici è ridotta ai minimi storici dal sistema di spartizione degli incarichi tra le diverse correnti e dai rapporti poco trasparenti tra queste ultime e ampi settori della politica. Ecco perché servono riforme serie: per restituire efficienza alla giustizia e credibilità alla magistratura.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 15 gennaio 2021
I fatti avvenuti tra il 2016 e il 2017 nel carcere di San Vittore. Si apre oggi a Milano il processo a carico di undici persone, tra ispettori e agenti di polizia penitenziaria, per presunte intimidazioni e pestaggi, avvenuti tra il 2016 e il 2017, ai danni di un tunisino di 52 anni, Ismail Ltaief, detenuto allora per tentato omicidio nel carcere milanese di San Vittore. Le accuse verso gli agenti (non più in servizio nel carcere del capoluogo lombardo, ma in altri istituti) sono, a vario titolo, intralcio alla giustizia, lesioni, falso e sequestro di persona.
Reato quest'ultimo contestato solo ad alcuni imputati, in quanto in uno dei due pestaggi, l'uomo 50enne sarebbe stato ammanettato e trasferito in una stanza in uso ad uno degli agenti sotto inchiesta per poi essere picchiato con un tirapugni. Le aggressioni contro il recluso sarebbero state inflitte con l'obiettivo di punirlo perché nel 2011, quando era in cella a Velletri (Roma), aveva denunciato altri agenti per furti in mensa e percosse.
Ismail Ltaief all'epoca dei fatti lavorava nelle cucine del carcere laziale. Quando si accorse che alcuni agenti di polizia penitenziaria sottraevano regolarmente cibo destinato ai detenuti per portarlo fuori dal carcere, li ha denunciati. Da quel momento per lui iniziò un incubo, fino al brutale pestaggio. E violenza chiamò violenza perché i pestaggi che avrebbe subito a San Vittore sarebbero avvenuti anche con lo scopo di impedirgli di testimoniare in aula in quell'altro processo.
Il caso era stato sollevato dal Partito Radicale in una conferenza stampa tenuta alla Camera da Marco Pannella, Rita Bernardini, Irene Testa e l'avvocato Alessandro Gerardi che lo ha assistito per i fatti di Velletri. Per quella vicenda due agenti sono stati condannati in primo grado (il terzo è morto durante il processo), altri due assolti in appello.
Adesso, come ci spiega il legale che segue Ismail a Milano, l'avvocato Matilde Sansalone "ci auguriamo che il processo proceda senza interruzioni, considerato che sarebbe dovuto iniziare a febbraio dello scorso anno. L'auspicio è che possa essere celebrato con la massima serenità tra le parti, nonostante il tema sia molto delicato e spinoso. Non vogliamo di certo criminalizzare tutta la categoria degli agenti di polizia penitenziaria".
A corroborare la versione del detenuto ci sarebbe la relazione di un medico incaricato dal pm, insieme alle dichiarazioni di due testimoni oculari e di una volontaria del carcere. La novità è che il ministero della Giustizia è stato citato, su richiesta dell'avvocato di Ismail, in qualità di responsabile civile perché i presunti pestaggi sono avvenuti mentre gli agenti erano in servizio.
di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 15 gennaio 2021
Visita di Nardella e del presidente del Consiglio regionale Mazzeo: il governo intervenga. Sollicciano, Firenze chiama Roma. Il sovraffollamento del carcere e le poche attività sociali e rieducative all'interno del penitenziario fiorentino, come raccontato nei giorni scorsi dal Corriere Fiorentino, sono un problema sotto gli occhi di tutti e per questo il sindaco Dario Nardella e il presidente del Consiglio regionale Antonio Mazzeo hanno deciso di invitare a un tavolo il ministro della giustizia Alfonso Bonafede, chiedendo anche la vaccinazione contro il Covid per il personale e i detenuti.
"Qui servono interventi strutturali - hanno spiegato Nardella e Mazzeo - su cui né il Comune né la Regione possono agire, per questo abbiamo deciso di invitare a un tavolo anche il ministro che, riteniamo, anche come cittadino di Firenze, avrà grande attenzione per affrontare e risolvere la situazione di Sollicciano". E poi: "Come Comune e città metropolitana - ha aggiunto Nardella - ci faremo portatori di un'iniziativa forte anche sul fronte della carenza di organico della polizia, degli educatori e del decadimento della struttura".
Il Presidente Mazzeo ha confermato la volontà della Regione di essere parte attiva ampliando le azioni già in essere come quelle per la formazione e il lavoro "perché abbiamo il dovere civico di aiutare ogni persona, anche quelle che hanno sbagliato e stanno pagando per i loro sbagli, a cambiare vita e come prevede la nostra Costituzione a essere recuperate alla vita civile. Per questo il lavoro e la formazione sono uno strumento indispensabile". "Il carcere non può essere avulso dalla vita sociale dei nostri territori - ha aggiunto il sindaco Nardella - purtroppo non si riesce a dare piena ed effettiva attuazione alla finalità rieducativa della pena che consente al condannato di diventare una persona diversa e di non cadere più nella trappola della recidiva".
Gli impegni per Sollicciano sono stati annunciati all'indomani dell'incontro che si è svolto mercoledì alla casa di reclusione di Firenze con la direttrice Antonella Tuoni e i responsabili della polizia penitenziaria. Con Nardella e Mazzeo erano presenti l'assessore al welfare Sara Funaro, il presidente del consiglio comunale Luca Milani, il garante toscano dei detenuti Giuseppe Fanfani e quello del Comune di Firenze Eros Cruccolini.
- Napoli. Il punto sulla ristrutturazione delle carceri cittadine
- Albenga (Sv). Morto in cella di sicurezza. "Ho sentito Emanuel che urlava: aiuto, basta!"
- Sondrio. Il sacerdote messaggero dei detenuti in carcere
- Treviso. Carcere minorile di Santa Bona, la Cgil: "Un educatore in meno, non si regge"
- Perugia. "Io riesco", un intervento contro il sovraffollamento carcerario











